GINEVRA – Le Società Nazionali di Croce Rossa contrarie all’accordo tra UE e Turchia

Alcune Società Nazionali di Croce Rossa della zona Europa, tra cui l’Italia con il Presidente Francesco Rocca, esprimono forti preoccupazioni per le conseguenze sul piano umanitario in seguito  per arginare i flussi migratori verso l’Europa.

Le Società, pur apprezzando gli sforzi compiuti dai paesi dell’UE nell’affrontare l’enorme crisi umanitaria in corso, sottolineano che l’accordo rischia di violare i diritti umani dei rifugiati, nonché il diritto internazionale ed europeo. In sintesi si chiede di garantire la possibilità di richiedere asilo agli aventi diritto, e di accedere a procedure eque ed efficaci per la determinazione dello status di rifugiato, nonché di garantire la protezione contro i respingimenti.

In Grecia è in corso una terribile emergenza umanitaria. Si tratta di una crisi europea che richiede atti concreti e autentici di solidarietà tra gli Stati. Né la Grecia né la Turchia possono prendersi cura esclusivamente di tutti i migranti che arrivano sul loro territorio. Nonostante gli sforzi dell’Unione Europea per fermare i flussi migratori, sulle isole greche continuano ad arrivare ogni giorno circa mille migranti che, come testimoniato dalla Croce Rossa Ellenica e dalle altre Società intervenute sul posto, ad oggi sono bloccati in condizioni spaventose, vivendo in tende esposti alle intemperie, e con condizioni igieniche e sanitarie molto precarie, così come precario è l’accesso al cibo, ai generi di prima necessità e all’istruzione.
In seguito all’accordo UE-Turchia, migliaia di persone sono state trasportate dalle isole greche sulle terraferma, creando confusione e panico che aggravano ulteriormente le condizioni già insicure di questi vulnerabili.

“Non bisogna dimenticare – dicono le Società Nazionali della Croce Rossa della zona Europa – che dietro alle trattative politiche su numeri e accordi finanziari, c’è la situazione disperata di centinaia di migliaia di persone vulnerabili, uomini, donne, padri, madri e figli, che rischiano la vita ogni giorno per cercare la salvezza in Europa. Riteniamo che l’accordo UE-Turchia rifletta una mancanza di empatia e umanità rispetto alla vera natura della disperazione che ha spinto molte persone ad intraprendere questi viaggi pericolosi. Secondo la nostra esperienza, le politiche di deterrenza e le chiusure dei confini hanno avuto un effetto limitato nel ridurre la vulnerabilità delle persone di fronte alla disperazione.

I controlli indiscriminati alle frontiere e la criminalizzazione della migrazione irregolare tendono a esporre i più vulnerabili, in particolare donne e bambini, a rischi sempre maggiori, come la separazione familiare, gli abusi sessuali, la tratta, le violenze e la morte.

Come abbiamo visto più volte, quando si chiude un confine, si creano rapidamente nuove rotte. Abbiamo a che fare con le ripercussioni enormi di conflitti irrisolti e con la povertà estrema, che richiedono urgentemente soluzioni politiche e azioni concrete come creare percorsi sicuri e legali in Europa, facilitare il ricongiungimento familiare, impostare operazioni di ricerca e soccorso nell’intero bacino del Mediterraneo garantendo assistenza ai migranti in difficoltà, dare priorità alla collaborazione tra Stati per garantire senza ostacoli la sicurezza e l’assistenza umanitaria alle vittime di conflitti e violenze.
Mentre Croce Rossa e Mezzaluna Rossa continueranno a fornire assistenza e protezione ai migranti vulnerabili lungo le rotte migratorie, gli Stati dell’UE devono assumersi congiuntamente le loro responsabilità e trovare soluzioni durature e più umane. In base alla nostra esperienza, oltre il 40 per cento dei Siriani che arrivano sulle isole greche vogliono riunirsi ai familiari già presenti in altri Stati europei. È importante sottolineare che le misure attuate non devono essere a scapito dei rifugiati provenienti da altri paesi, come l’Afghanistan, l’Iraq e l’Eritrea, che oltretutto stanno compiendo pericolose traversate in mare per ottenere la protezione internazionale in Europa.
Siamo consapevoli delle sfide che la situazione provocata dalla grande ondata migratoria in corso comporta per i governi dell’UE. Tuttavia, siamo convinti che le Società Nazionali di Croce Rossa e gli Stati membri dell’UE dovrebbero affrontare questo sforzo insieme. Ci aspettiamo di più da parte dei nostri governi e allo stesso tempo siamo pronti a fornire il nostro supporto”, concludono in una nota congiunta le Società Nazionali di Croce Rossa zona Europa.
La nota è sottoscritta dalle Società Nazionali di Croce Rossa dei seguenti Paesi: Austria, Belgio, Regno Unito, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera.




Epistolario finlandese: i bandi fantasma del Ministero degli Esteri

Per molti giovani italiani l’Odissea inizia prima di mettersi in viaggio.  Ritrovarsi a vagare nei meandri della Pubblica amministrazione per accedere a un bando europeo per la mobilità non è un’impresa eccezionale e non bisogna nemmeno chiamarsi Ulisse per trascorrere un anno in balia degli uffici, alla ricerca di informazioni criptate come nella migliore caccia al tesoro.  Mi è capitato di provare il desiderio di conoscere le gloriose istituzioni scolastiche e universitarie finlandesi e di volerlo fare attraverso il Ministero degli Esteri, che sul proprio sito pubblica una serie di bandi per accedere a borse di studio. Sono  iniziate così le mie traversie.

“Nell’ambito del programma delle borse di studio del CIMO, Centro finlandese di mobilità internazionale (nda), sono cambiate le modalità secondo cui il pool delle borse di studio del Governo finlandese assegna le borse. A partire dall’anno accademico 2014-2015, i Paesi dell’Ue e See, Spazio economico europeo, i quali finora hanno fatto parte di questo programma, ne rimarranno fuori. Tuttavia, i cittadini dei predetti Paesi, quindi anche i cittadini italiani, avranno ancora la possibilità di ottenere borse di studio per studi post laurea in Finlandia attraverso il programma  CIMO fellowships. Occorre tenere presente, comunque, che le borse di studio del programma CIMO Fellowships potranno essere richieste soltanto da un rappresentante di un’università finlandese per conto di un candidato per la borsa di studio. Il candidato straniero non può presentare la domanda direttamente al CIMO.

I candidati non devono avere già trascorso più di un anno in una istituzione accademica finlandese nel periodo immediatamente precedente a quello di fruizione della borsa.

La documentazione richiesta dovrà essere inviata in duplice copia al CIMO, Po box 343, 00531 Helsinki”.

Gent.ma studentessa,

Non so se ha già risolto ma per vedere se tale bando a cui intende partecipare possa essere di una mia competenza o di un’altra struttura , si prega di inviare il bando.

Comunque in Ateneo esiste un ufficio Provvidenze agli Studenti che potrebbe essere l’ufficio giusto.

Cordialità

Lucia Cioce

Dott. Lucia Cioce
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
DARDRE
Responsabile Area Relazioni Internazionali
Tel. +39 080 5714834
Fax +39 080 5714463
E-mail lucia.cioce@uniba.it

Questo fitto scambio epistolare, accompagnato da telefonate, con le istituzioni italiane (Ambasciate e Università) e con quelle finlandesi ne è la prova. Lo consegno ai miei lettori e alla rete con un forte sentimento di disapprovazione e per una denuncia indignata. Anche se la corrispondenza si interrompe bruscamente, le lettere si commentano da sole. Vorrei che nessuno subisca ancora.

Dear Angela Alessandra,

thank you for your inquiry!
I wasn't sure after reading your message, but hopefully you're aware that
in order to apply for the scholarship, you should first establish contact with a
hosting Finnish university and apply for PhD/Doctoral studies – please refer to
www.studyinfinland.fi/doctoral for information and advice on this! So the Finnish
university is "the applicant", not yourself. But aynway, I advice you to
contact the CIMO Fellowship coordinator Ms Tarja Mäkelä
(tarja.makela@cimo.fi) or Ms Päivi Jokinen (paivi.jokinen@cimo.fi) as they
are able to answer programme-related questions better than we are here at Study in
Finland.

If necessary, you can easily find the above programme coordinators' telephone
numbers in our online directory at
http://puhelinluettelo.cimo.fi/puhlu/en/web/index.php

Kind regards,

Ms Maija Kettunen
Coordinator
CIMO | Information Services
www.studyinfinland.fi
www.facebook.com/studyinfinland

Dear Mrs. Tarja Makela,
I am Angela Alessandra Milella, applying for CIMO Fellowship Programme in
Finland. I have fulfilled my application form in all the required fields,
but my University, namely Università degli Studi di Bari, considers my
application unacceptable and therefore they do not want to approve it for
the following reasons:
1) Why does CIMO require the signature of the Università di Bari? What
does CIMO need this signature for?
2) What is the role of the Università di Bari and the related activities
the institution is going to take for CIMO?
3) What is the process for delivery? Do I need to send the application to
Finland myself without the approval of the Università di Bari and then
CIMO will send it back to Bari for the signature, or is the Università di
Bari in charge of sending the whole approved application to Finland?

Do I need a referee or a supervisor from my University, my Professor Furio
Semerari, to approve my application or act as support in the application
process?
Do you have a referee or an Office at CIMO or at the University in charge
of dealing with the subject? I contacted the Finnish Embassy in Rome for
further information and I was told that the application access must be
requested also from a Professor of the Università di Bari: is this
true?
I kindly ask you to clearify this, otherwise all my work on the project
will be lost and I will not be able to submit my application.

Kind regards,
Angela Alessandra Milella

I am on vacation and will read again my emails on 1 June. In urgent matters, please
contact Marjaana Kopperi (marjaana.kopperi@cimo.fi)
best regards,
Tarja Mäkelä

Dear Sirs,
I am Angela Alessandra Milella, applying for CIMO Fellowship Programme in
Finland. I have fulfilled my application form in all the required fields,
but my University, namely Università degli Studi di Bari, considers my
application unacceptable and therefore they do not want to approve it for
the following reasons;
1) Why does CIMO require the signature of the Università di Bari? What
does CIMO need this signature for?
2) What is the role of the Università di Bari and the related activities
the institution is going to take for CIMO?
3) What is the process for delivery? Do I need to send the application to
Finland myself without the approval of the Università di Bari and then
CIMO will send it back to Bari for the signature, or is the Università di
Bari in charge of sending the whole approved application to Finland?

Do I need a referee or a supervisor from my University, my Professor Furio
Semerari, to approve my application or act as support in the application
process?
Do you have a referee or an Office at CIMO or at the University in charge
of dealing with the subject? I contacted the Finnish Embassy in Rome for
further information and I was told that the application access must be
requested also from a Professor of the Università di Bari; is this true?
I kindly ask you to clearify this, otherwise all my work on the project
will be lost and I will not be able to submit my application.
Kind regards,
Angela Alessandra Milella

Dear Angela,

thank you for your message. CIMO does not require the signature of the University of
Bari. Please not, however, that you cannot apply the CIMO Fellowship grant yourself.
It is always the representative of a Finnish university who applies a scholarship
for a candidate university wants to host. Please not also, that this program is
meant for doctoral level studies in Finland.

You can find more information on the CIMO Fellowship program and the detailed
instructions on our web site:
http://www.studyinfinland.fi/tuition_and_scholarships/cimo_scholarships/cimo_fellowships

with best regards

Marjaana Kopperi
Yksikön päällikkö/Head of Unit
Kansainvälisen liikkuvuuden ja yhteistyön keskus CIMO / Centre for International
Mobility CIMO PL / P.O.Box 343 (Hakaniemenranta 6),
FIN-00531 Helsinki, Finland
Puh. / Tel. +358 (0)295 338 553
Fax +358 9 753 1122
marjaana.kopperi@cimo.fi
www.cimo.fi

Dear Sirs of the Vaasa University,

I am Angela Alessandra Milella, I’m an Italian journalist and a
professor in Literature at high school. I’m doing a research in Media
Ethics with Professor Furio Semerari of the University of Bari (Italy):
the objective is to scan paths and gender presence into the new mass media
system, to define the quantity and evaluate the quality of the
multiplicity and pluralism in information. Since 2012 I’ve been working
on an essay on Media ethics, as reported in the attached file as
requested.
I’m applying to the CIMO Fellowship at the University of Vaasa because I
read Media Teoria and Media Ethics represents a crucial element in your
University programme thanks to Professor Tarmo Malmberg: I would like to
collaborate with him for the attached project, as the CIMO Fellowship
requires a representative of a Finnish University to approve the project
and apply for the Scholarship. One last thing: how is the procedure from
now? Do you need further documents?

This work is not only relevant for Italy but for both countries, because
it is a scientific study of the media system aimed at observing, analyzing
and possibly improving the system itself through a partnership between a
variety of domestic communication and media institutions and associations.
The results of my research will be collected and published in a book
available for anyone who will decide to take on from where I left.
I am employee of the Ministero Istruzione Università e Ricerca (MIUR) so
I can use my salary as high school professor as a contribution to the CIMO
Scholarship for the whole research period.
This project is a good test for the future. Once back in Italy, this
opportunity will allow me to pursue my professional goals as a journalist.
I feel I can contribute to the improvement of the media system in Italy.
You will find all the required documents for the CIMO Fellowship in the
attached files: Application Form, CV, Motivational Letter and Project
Presentation, as specified in the CIMO webpage:

http://www.studyinfinland.fi/tuition_and_scholarships/cimo_scholarships/cimo_fellowships

For further questions please do not hesitate to contact me.
Thank you for this opportunity.
Kind Regards,

Angela Alessandra Milella

Dear Ms Milella,

thanks for your contact. I’m sorry to say but I now longer work at
Vaasa University. I hope the the Office of International Affairs will
help you.

Cordiali saluti

Dear Professor Tarmo Malmberg,
with reference to your kind reply, I would like to ask you further
information.
The CIMO Fellowship project allows me to choose the University where to
activate the Fellowship: would it be possible for me to work with you on
my project in your current University? If possible, I would apply to your
new work place in order to get a CIMO Scholarship, because I’m really
interested in your studies and I would like to work with you due to my
background on the subject.
I, therefore, kindly ask you your University details in order to get in
touch with the International Office and enquire about my Application.

Looking forward to your answer,

Best regards.

Angela Alessandra Milella

Dear Ms Milella,

unfortunately I’m on retirement and have no offiial position in any
university, though I still hold a readership at Tampere University.
The most prestigious journaism school in Finland is in Tampere, so I
advise you to contact the Head of the School of Media, Communication
and Theatre who is Dr. Heikki Hellman (heikki.hellman@uta.fi). I hope
you’ll get along with your inquiry.

Distinti saluti

Tarmo Malmberg

Thank you very much Mr. Malmberg,
I will get in touch with Professor Hellman as soon as possible.

Best regards,
Angela Alessandra Milella

Ok. It’s the holiday season in Finland, so he might be on vocation now
but, please, try to reach him.

TM

Dear Professor Heikki Hellman and Sirs of the CMT at Tampere University,

I am Angela Alessandra Milella, I’m an Italian journalist and a
professor in Literature at high school. I’m doing a research in Media
Ethics with Professor Furio Semerari of the University of Bari (Italy):
the objective is to scan paths and gender presence into the new mass media
system, to define the quantity and evaluate the quality of the
multiplicity and pluralism in information. Since 2012 I’ve been working
on an essay on Media ethics, as reported in the attached file as
requested. I’m applying to the CIMO Fellowship at the University of
Tampere, School of Media, Communication and Theatre, because I previously
contacted Prof. Tarmo Malmberg, who suggested me to get in touch with your
school and Head of Studies Prof. Hellman, in order to develop a research
in journalism and communication, a crucial element in your University
programme.
I would like to collaborate with you for the attached project, as the
CIMO Fellowship requires a representative of a Finnish University to
approve the project and apply for the Scholarship. One last thing: how is
the procedure from now? Do you need further documents?
This work is not only relevant for Italy but for both countries, because
it is a scientific study of the media system aimed at observing, analyzing
and possibly improving the system itself through a partnership between a
variety of domestic communication and media institutions and associations.
The results of my research will be collected and published in a book
available for anyone who will decide to take on from where I left.
I am employee of the Ministero Istruzione Università e Ricerca (MIUR) so
I can use my salary as high school professor as a contribution to the CIMO
Scholarship for the whole research period.
This project is a good test for the future. Once back in Italy, this
opportunity will allow me to pursue my professional goals as a journalist.
I feel I can contribute to the improvement of the media system in Italy.
You will find all the required documents for the CIMO Fellowship in the
attached files: Application Form, CV, Motivational Letter and Project
Presentation, as specified in the CIMO webpage:

http://www.studyinfinland.fi/tuition_and_scholarships/cimo_scholarships/cimo_fellowships

For further questions please do not hesitate to contact me.
Thank you for this opportunity.
Looking forward to hearing from you.

Kind Regards,
Angela Alessandra Milella

Dear Angela,

I’m deeply sorry I have disappointed you with your planned project. The fault lays
completely with me. I simply forgot to reply in time. I retraced your message while
emptying my files.

As far as I can see, your application would have served our interests too – although
there’s always the practical difficulty of providing an office here at the
university. I truly regret that we missed this chance.

May I ask what happened to your application? Did you manage to cooperate with
another university here in Finland?

With apologies,

Heikki
Heikki Hellman
Dean, Docent
CMT (School of Communication, Media and Theatre)
Kalevantie 4, FI-33014 University of Tampere, Finland
Tel. +358 40 5713184
heikki.hellman@staff.uta.fi

http://www.uta.fi/cmt/yhteystiedot/henkilokunta/heikkihellman/index.html
http://www.uta.fi/cmt/en/contact/staff/heikkihellman/index.html

New article:
Maarit Jaakkola, Heikki Hellman, Kari Koljonen and Jari Väliverronen: “Liquid
Modern Journalism with a Difference: The changing professional ethos of cultural
journalism”. Journalism Practice, Online first 17.7.2015.
DOI:10.1080/17512786.2015.1051361.
http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17512786.2015.1051361#abstract

New chapter:
Heikki Hellman and Hannu Nieminen: ”Mediayhtiönä yhteiskunnassa”. In:
Mediajohtaminen: Näkökulmia uudistuvaan media-alaan / ed. by Nando Malmelin and
Mikko Villi. Helsinki: Gaudeamus, 2015, 33–58.

Dear Sir,
It would be a great pleasure for me to cooperate with Uta University on my
project.
The scholarship is still valid for the time being therefore it is my
intention to apply for the project with your support.
Should you need further details. Please contact me at this address.
Looking forward to our collaboration.
Best regards,
Angela Milella




GRECIA – Il no stravince al referendum. Tsakalotos Nuovo ministro delle Finanze: “Non possiamo accettare una soluzione non praticabile”

Solo una trentina di righe in cui viene chiesto un prestito triennale e in cambio vengono promesse una serie di riforme. Questa la proposta della Grecia di Tsipras e del neo ministro Euclid Tsakalatos all’Europa dei creditori, inviata al fondo salva-stati “Esm”.

“La repubblica greca è pronta a varare un comprensivo pacchetto di riforme e misure incentrato ad assicurare la sostenibilità del bilancio, la stabilità finanziaria e la crescita economica di lungo periodo”. Oltre alle riforme immediate di fisco e pensioni, il governo promette di includere anche delle “misure aggiuntive per rafforzare e modernizzare l’economia”. “Per evitare ogni dubbio questa missiva sovrascrive le nostre precedenti richieste inviate nella lettera datata 20 giugno 2015” conclude la lettera.

Riportiamo  le ana­lisi del suc­ces­sore di Yanis Varou­fa­kis dei pro­blemi che affronterà come nuovo mini­stro delle Finanze di Atene:

“La nostra tesi prin­ci­pale è che la crisi greca non sia asso­lu­ta­mente da con­si­de­rarsi un caso par­ti­co­lare. Al con­tra­rio, essa costi­tui­sce il para­digma di una più gene­rale crisi dell’assetto poli­tico ed eco­no­mico neoliberista.

In que­sto senso, è neces­sa­rio non solo com­pren­dere le ori­gini della crisi eco­no­mica glo­bale ma anche capire per­ché la strut­tura eco­no­mica e isti­tu­zio­nale dell’eurozona si sia rive­lata ina­de­guata per affron­tare gli effetti della crisi esplosa nel 2008.

Le poli­ti­che di auste­rità che hanno domi­nato la scena sin dall’avvento della crisi hanno raf­for­zato l’impostazione neo­li­be­ri­sta dell’economia e della società. Lo spa­zio per rispon­dere alle domande pro­ve­nienti dagli strati più bassi della società si sono andati dram­ma­ti­ca­mente ridu­cendo, anche rispetto al periodo, comun­que con­tras­se­gnato dall’egemonia neo­li­be­rale, pre­ce­dente la crisi.

Tale irri­gi­di­mento ha coin­ciso con un sem­pre mag­giore distacco tra le élite la realtà sociale o, alter­na­ti­va­mente, con una cre­scente inca­pa­cità delle mede­sime élite di rece­pire pro­po­ste di solu­zione ai pro­blemi pro­ve­nienti dall’esterno dei loro circoli.

La riso­lu­zione finale della pre­sente crisi non potrà por­tare alla rico­stru­zione delle con­di­zioni vis­sute delle eco­no­mie neo­li­be­rali prima del 2008 né, tan­to­meno, con­durre verso il ritorno di un sistema social­de­mo­cra­tico di tipo Key­ne­siano. Dovremmo ricor­dare che non vi fu nes­sun ritorno agli sta­tus quo pre­ce­denti in seguito alle due grandi crisi degli anni ’30 e ’70.

Dun­que, da que­sta crisi si muo­verà o nella dire­zione di un’economia capi­ta­li­stica carat­te­riz­zata da un sostan­ziale auto­ri­ta­ri­smo oppure verso un lungo periodo di tra­scen­denza rispetto ad alcuni degli ele­menti fon­da­men­tali del capitalismo.

La nostra visione rispetto alla situa­zione attuale può essere sin­te­tiz­zata nelle quat­tro tesi che seguono.

La crisi che ha inve­stito la Gre­cia non pre­senta alcun carat­tere di eccezionalità
La nar­ra­tiva che vor­rebbe la Gre­cia come un caso iso­lato ed ecce­zio­nale si fonda su tre ele­menti tra di loro inter­con­nessi. In primo luogo, l’irresponsabilità fiscale dei poli­tici greci. In secondo luogo, le dina­mi­che clien­te­lari che afflig­gono il sistema poli­tico greco. Infine, sia l’irresponsabilità della classe poli­tica che il clien­te­li­smo dif­fuso sareb­bero da ricon­durre a una gene­rale inca­pa­cità di moder­niz­zarsi del paese.

Tutto ciò dovrebbe con­durre a una giu­sti­fi­ca­zione dell’austerità fon­data sulla favola cal­vi­ni­sta cara ad Angela Mer­kel, per la quale i pec­ca­tori deb­bono essere puniti per gli sba­gli da loro com­messi nel pas­sato. La nostra visione non potrebbe essere più lon­tana da quella appena sintetizzata.

La Gre­cia, all’alba dell’esplosione della crisi, era com­ple­ta­mente posi­zio­nata all’interno di un’impostazione neo­li­be­ri­sta sia dal punto di vista eco­no­mico che da quello poli­tico. Il paese si tro­vava a con­di­vi­dere con gli altri Stati mem­bri tutti i tratti carat­te­riz­zanti le eco­no­mie fon­date su basi neo­li­be­ri­ste, così come tutti i fal­li­menti spe­ri­men­tati dalle stesse eco­no­mie. In altre parole, la crisi greca è com­pren­si­bile solo se la si guarda come una mani­fe­sta­zione della crisi glo­bale del neo­li­be­ri­smo piut­to­sto che come una crisi dovuta all’incapacità di appli­care, in modo effi­cace, le ricette pro­prie dello stesso sistema neoliberale.

Siamo di fronte ad una crisi glo­bale del neo­li­be­ri­smo e del capitalismo
La nostra seconda tesi è con­fer­mata dal fatto che l’epicentro della crisi è loca­liz­za­bile nei paesi più avan­zati dal punto di vista dell’applicazione delle ricette neo­li­be­ri­ste, piut­to­sto che in paesi ‘sta­ta­li­sti’ quali la Fran­cia o la Gre­cia. La nostra inter­pre­ta­zione della crisi, inol­tre, rifiuta net­ta­mente l’interpretazione orto­dossa sulla base della quale il mal­fun­zio­na­mento dei sistemi eco­no­mici sarebbe da ricon­durre a ragioni eso­gene al sistema stesso. Le radici della crisi sono, altresì, legate all’incertezza e all’instabilità endo­ge­na­mente pro­dotta dal sistema capitalistico.

La crisi ha messo a nudo la fra­gi­lità del sistema poli­tico post 2008.
Dopo una breve fase in cui i prin­ci­pali ele­menti carat­te­riz­zanti l’impostazione neo­li­be­ri­sta – la dere­go­la­men­ta­zione del sistema finan­zia­rio, i super­bo­nus dei mana­ger, gli squi­li­bri macroe­co­no­mici tra paesi o gli effetti dell’individualismo sulla coe­sione sociale – sono stati messi in discus­sione dalle stesse élite, vi è stato un rapida e rin­no­vata con­ver­genza verso lo sta­tus quo ideologico.

In tale con­te­sto, la domanda da un milione di dol­lari è stata: per quale motivo la crisi del 2008 non è stata colta, dalla social­de­mo­cra­zia, come un’opportunità per riaf­fer­mare le pro­prie ragioni sull’ideologia neoliberista?

Per­ché la crisi del 2008 non è stata colta dalla social­de­mo­cra­zia come un’opportunità per riaf­fer­mare le pro­prie ragioni sull’ideologia neo­li­be­ri­sta?

La nostra ipo­tesi è che i social­de­mo­cra­tici siano intrap­po­lati in quel che viene defi­nito da Blyth nel 2002 il «cogni­tive loc­king». Dopo tanti anni di ege­mo­nia cul­tu­rale neo­li­be­ri­sta i social­de­mo­cra­tici si son sco­perti non più in grado di guar­dare il modo da un’altra prospettiva.

Dalla crisi attuale non è pos­si­bile tor­nare indietro.
La nostra tesi con­clu­siva è che dalla crisi che stiamo spe­ri­men­tando non è pos­si­bile tor­nare indie­tro. Le strade pos­si­bili sono due. Una svolta verso una forma di capi­ta­li­smo auto­ri­ta­rio o una tra­scen­denza di alcuni degli ele­menti fon­da­men­tali del capi­ta­li­smo. Nel secondo caso si avrà un disve­la­mento degli effetti cor­ro­sivi pro­dotti da una visione inge­gne­ri­stica della eco­no­mia in cui un unico modello è valido per tutte le società.

Il razionalismo-tecnocratico fa di con­cetti quali la «com­pe­ti­ti­vità» o la «fles­si­bi­lità del mer­cato del lavoro» ele­menti di per sé pre­gni di valore e sulla base dei quali i paesi ven­gono costan­te­mente clas­si­fi­cati. Que­sta visione ha avuto un effetto deva­stante sullo stato di salute delle demo­cra­zie occi­den­tali. E sulla capa­cità di costruire una nar­ra­tiva basata sulle domande cre­scenti pro­ve­nienti dagli strati più bassi della società.

Il legame fon­da­men­tale tra la demo­cra­zia e il fun­zio­na­mento del sistema eco­no­mico dovrà, dun­que, essere posto al cen­tro della rispo­sta della sini­stra alla pre­sente crisi.”

* Quello qui è pre­sen­tato è un estratto da «Cru­ci­ble of resi­stance. Greece, the Euro­zone and the World Eco­no­mic Cri­sis» di Euclid Tsa­ka­lo­tos e Chri­stos Laskos (Plu­to­Press 2013).

E’ uno dei testi migliori sulla crisi tra Gre­cia e Europa e pre­senta le ana­lisi del suc­ces­sore di Yanis Varou­fa­kis sui pro­blemi che ora affronta come nuovo mini­stro delle finanze di Atene.

Tra­du­zione di Dario Guarascio

LE POSIZIONI DELL’EUROGRUPPO:

Taglio del debito? Non se ne parla, ma la Grexit è cosa buona

LETTONIA: «Se in un sistema c’è un elemento che non funziona, rimuovere quell’elemento può essere positivo» per l’insieme dell’Eurozona. Il ministro delle Finanze della Lettonia, Janis Reirs, non ha lasciato alcun dubbio sulla sua posizione. E arrivando all’Eurogruppo straordinario sulla Grecia ha ricordato che il suo Paese ha fatto grandi riforme strutturali che comprendevano anche «il taglio del 30% del personale e dei salari» nel settore pubblico.
ESTONIA –  Il 6 luglio con un provocatorio tweet il presidente estone Toomas Hendrik Ilves aveva proposto di chiedere con un referendum negli altri 18 paesi se i cittadini vogliono aumentarsi la tasse per un altro salvataggio della Grecia.
FINLANDIA –  I piccoli Paesi del Nord sono più duri della Germania, aveva dichiarato qualche giorno fa il ministro delle Finanze francese Michel Sapin. E tra i più duri c’è la Finlandia. Il ministro di Helsinki Alexander Stubb ha chiarito subito: «Non vogliamo alleggerire il debito greco, è stato già fatto nel 2011 e 2012». E ha chiuso anche al progetto di un prestito ponte da elargire attraverso lo European Stability mechanism (Esm).Tuttavia il 6 luglio aveva spiegato di essere disponibile a discutere di una eventuale estensione dei prestiti. La linea morbida nei confronti della Grecia rischia in Finlandia di alimentare il partito euroscettico.
SLOVACCHIA –  La ristrutturazione del debito «è la questione più delicata per la maggior parte dei Paesi» dell’eurozona e per la Slovacchia «è assolutamente impossibile», sono state invece le parole nette del ministro slovacco delle Finanze Peter Kazmir.

LA GERMANIA E I SUOI ALLEATI: NO ALLA  GREXIT

GERMANIA – In Germania non c’è solo il falco delle finanze Wolfgang Schauble a imporre la linea dura. Ma anche i nomi più in vista della Spd, che fa parte della Grosse Koalition di governo. I tedeschi sulla carta vogliono evitare la Grexit, ma le posizioni sono distantissime. Schaeuble ha dichiarato: «Chi conosce i trattati Ue sa che il taglio del debito è vietato». Mentre la cancelliera Angela Merkel ha avvertito: «Mancano ancora le basi per negoziare». E al termine dell’Eurosummit ha aggiunto: «Stasera molti attorno al tavolo hanno detto che un haircut del debito greco non avrà luogo perché questo è vietato nell’euro zona». «Prima di parlare di una ristrutturazione del debito», ha concluso, «vediamo quel che la Grecia può fare».
LITUANIA –  La Lituania chiede riforme, ma è disponibile al negoziato: «Siamo qui per ascoltare il nuovo ministro greco Tsakalotos» in quanto è «necessario rendere le cose più chiare e trovare una strada da seguire», perché «in politica c’è sempre spazio per un compromesso», ha detto il ministro delle finanze lituano Rimantas Sadzius. La Grexit, ha sottolineato, «per noi non è un’opzione per noi».
AUSTRIA –  Il giorno successivo al referendum, il cancelliere austriaco Werner Faymann, considerato nell’ultimo periodo ben disposto verso Atene, aveva spiegato: «Non vedo una strategia» del governo greco, «Un ponte si può costruire solo se anche l’altra parte contribuisce un po’».

SPAGNA – Il governo Rajoy era tra i più intransigenti verso Atene, ma il 7 luglio il ministro delle Finanze De Guindos che aspira al ruolo di presidente dell’Eurogruppo sostiene che Madrid «rispetta l’esito del referendum» ed è «aperta» ad un «nuovo round di aiuti». «Non contemplo l’uscita della Grecia dall’euro».

IL CASO: L’ITALIA

ITALIA –  L’Italia dovrebbe essere, a guardare le sue condizioni finanziarie, tra i migliori alleati della Grecia. Ma per ora si tiene strategicamente ben distante. Il premier Matteo Renzi ha institito sulla necessità di una maggiore integrazione politica europea. E per l’apertura di una fase sempre più necessaria di crescita e investimenti che superi le rigidità dell’euroburocrazia. Ma il primo ministro ha cercato in questi mesi di dialogare direttamente con Berlino. E il carico del nostro debito rende la sua posizione assai scomoda in questo frangente. Uscendo dall’Eurosummit, Renzi ha dichiarato: «Rispetto all’ultima volta non mi pare ci siano le condizioni per parlare ‘in modo strategico del debito’ della Grecia». «La palla», ha aggiunto, «ora è nel campo del governo greco, che domenica dovrà presentare le sue proposte: se saranno ritenute accettabili, si troverà l’intesa, come credo e spero».

SI’ ALL’ACCORDO

IRLANDA – Stupisce la totale apertura irlandese. La nazione Smeraldo che ha subito i colpi duri della crisi del debito si è schierata a fianco dei greci. La ristrutturazione del debito «fa parte delle discussioni» sulla Grecia, ha detto il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan. Il premier Enda Kenny è stato ancora più caloroso: «È giunto il momento ora di dare un po’ di speranza al popolo greco».

LUSSEMBURGO – Il Lussemburgo membro fondatore dell’Unione e Paese del presidente della Commissione Jean Claude Juncker è aperto a tutti gli scenari: «Dobbiamo ascoltare tutte le opzioni», inclusa quella della ristrutturazione del debito, «anche se questo non vuol dire che io sia d’accordo», ha dichiarato il ministro delle finanze del Gran Ducato, Pierre Gramegna.
BELGIO – Il Belgio fa parte del gruppo dei Paesi più concilianti nei confronti di Atene. Eppure il premier Charles Michel non nasconde la stanchezza: «Aspettiamo da parte di Tsipras proposte concrete, precise e convincenti, e innanzitutto ascolteremo quello che ha da dire». Per fare un accordo, ha aggiunto Michel, «bisogna essere in due».
FRANCIA: «Tsipras faccia proposte serie e credibili», chiede il presidente Hollande, che sempre a fianco della cancelliera tedesca ha definito «urgente per la Grecia e l’Europa» che si arrivi a un’intesa. Altri esponenti francesi si sono sbilanciati di più. Il ministro dell’Economia Emmanuel Macron, subito dopo il risultato del referendum di Atene, aveva invitato i governi europei a essere ragionevoli: «Sarebbe un errore storico schiacciare il popolo greco». Lo stesso ha ribadito il collega alle Finanze Michel Sapin: il posto della Grecia «è in Europa ed è nell’euro», h affermato Sapin, dicendosi convinto che Atene sia «capace di fare proposte concrete, solide, durevoli, che sono indispensabili per il dialogo con i partner». Il ministro ha inoltre sottolineato che la Francia, considerata da alcuni più accomodante della Germania, ha «le stesse esigenze degli altri in materia di serietà delle proposte», ma «ha forse un po’ più il senso della storia dell’Europa».




“Atom for peace”. Sarà vero?

«Meglio non avere un accordo che un cattivo accordo», ha proclamato  la Guida Suprema Ali Khamenei, riecheggiando le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ostinato avversario dell’intesa di Losanna.

In sincronia con il presidente iraniano Hassan Rohani, Khamenei si è detto molto irritato perché l’Iran vorrebbe la revoca immediata delle sanzioni e non graduale, agganciata alle ispezioni dell’Aiea come nelle intenzioni dichiarate dal Cinque più Uno. Le sanzioni, secondo Teheran, devono essere cancellate il giorno stesso dell’accordo definitivo previsto entro il 30 giugno. La leadership iraniana sembra pretenziosa e intrattabile.

Il leader, in un intervento trasmesso dalla tv di Stato in occasione della Giornata nazionale della tecnologia nucleare, ha spiegato: “Vogliamo un accordo vantaggioso per tutte le parti coinvolte nei colloqui sul nucleare” e ha aggiunto: “Il presidente Usa, Barack Obama, ha riconosciuto che il popolo iraniano non si arrenderà a sopraffazioni, sanzioni e minacce, e questo fatto è una conquista” da parte della Repubblica islamica in sede di negoziati sul nucleare con le potenze mondiali.

Avere reattori civili in Iran non è come mettere il cartello “Zona denuclearizzata” all’ingresso delle nostre città di provincia, testimonianza di un grande impegno pacifista per un mondo libero da armi atomiche durato sino agli anni Ottanta.

Per Barack Obama la situazione si complica, il presidente degli USA dovrebbe pensare a un piano B, lo scenario è  mutato da  quando,  nel 1954,  Eisenhower approvò ufficialmente il progetto “Atom for Peace” al fine di agevolare l’introduzione dell’energia nucleare in applicazioni civili e per la produzione di energia elettrica, e trovare un punto di equilibrio diventa più difficile.

In Medio Oriente le trattative sono complesse e anche le parole hanno un significato diverso: l’Iran dei persiani è in guerra, le milizie sciite combattono in Iraq e in Siria contro il Califfato sunnita e i suoi alleati, da Al Qaeda alle monarchie arabe del Golfo, alla Turchia. Nello Yemen, Teheran è ai ferri corti con l’Arabia Saudita, in un conflitto dai connotati sempre più settari e inconciliabili, in cui si è arrivati a schierare navi da guerra nello Stretto di Bab el Mandeb, “la Porta delle lacrime”.

E la parola nucleare è legata più alla parola guerra che al termine energia, come vogliono invece  far credere.

Neanche la CIA sa esattamente quante testate nucleari abbia Israele (che si rifiuta categoricamente di dare spiegazioni in merito) ma la stima migliore ne accredita 80 a Tel Aviv, con plutonio sufficiente per arrivare fino a 200. Solo nel 1998 l’odierno presidente Shimon Peres rivelò che gli esperimenti israeliani sul nucleare erano cominciati già negli anni Cinquanta. Israele disporrebbe di unità terrestri, aeree e sottomarine, per il lancio dei missili.

Mentre l’Iran, per quanto accusato da Israele di essere a un passo dall’ottenere un ordigno nucleare, non ha ancora  un armamento.

L’Iran di oggi come quello dello Shah Mohammed Reza Palhevi, allora alleato di Washington, ambisce a essere una potenza nel Golfo. I suoi avversari arabi fanno di tutto per impedirlo e non esitano ad allearsi con Al Qaeda e il Califfato per raggiungere lo scopo. In questo conflitto, interno all’Islam, ma con implicazioni globali, gli Stati Uniti e l’Europa sono in posizione contraddittoria: combattono lo Stato Islamico, ormai penetrato a Damasco, e allo stesso tempo dichiarano di sostenere i sauditi nello Yemen e fanno affari con le petromonarchie che appoggiano i movimenti più radicali e terroristi.

In un colloquio a Teheran di qualche tempo fa, Shariatmadari, che perse un braccio nelle prigioni dello Shah e a sua volta torturava i prigionieri politici nel carcere di Evin, fu esplicito: «Sono gli americani che devono fare la pace con noi, non noi con loro».

Khamenei parla all’Iran  e alla comunità internazionale occidentale e araba. Deve accontentare l’ala estremista della rivoluzione islamica contraria all’accordo di Losanna.

In cima alla lista dei Paesi che possiedono armi nucleari ci sono gli Stati Uniti,che hanno condotto più test, dispongono di 7.650 testate, di cui 2.150 attive e così distribuite: 500 testate terrestri, 1.150 assegnate ai sottomarini nucleari e 300 pronte per essere montate sugli aerei. Inoltre, nell’alveo del programma di condivisione nucleare della NATO, la CIA riferisce di altre 200 bombe termonucleari (B61 a gravità) schierate in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi e Turchia.

La Russia dispone di 8.420 testate nucleari, di cui 1.720 attive. Gli effetti delle sperimentazioni atomiche sovietiche sono ancora oggi evidenti in molte aree dove furono condotti i test. Nell’odierno Kazakhstan, ad esempio, tra il 1949 e il 1989 il sito di Semipalatinsk fu teatro di ben 456 esplosioni termonucleari. Inutile dire che quell’area è estremamente radioattiva, per un raggio di almeno 80 km, tale che intere comunità e villaggi, ancorché distanti, portano addosso i segni indelebili di quegli esperimenti, che si sostanziano in deformazioni, leucemie e malattie ereditarie.

La Cina si ha iniziato a produrre  armi nucleari  dal 1950, dopo che gli Stati Uniti intrapresero esperimenti nucleari nel Pacifico (proprio durante la guerra tra le due Coree). Il primo test di successo con un ordigno nucleare è targato 1964, cui seguì la prima prova termonucleare due anni e mezzo più tardi (il più breve tempo tra fissione e fusione le prove di tutte le potenze nucleari). Oggi si suppone che la Cina abbia circa 140 testate terrestri e 40 assegnate per gli aerei. La CIA, che ne ha stimate 240 in totale, ritiene che le restanti testate siano conservate per un futuro impiego in un sottomarino nucleare, che oggi non possiede.

La Francia, dopo USA e Russia, è la terza potenza nucleare al mondo, anche se dispone di “sole” 300 testate, 250 delle quali assegnate a sottomarini nucleari e le restanti 50 pensate per attacchi aerei. Nel 1996, sotto la presidenza Chirac, ha smantellato tutte le testate terrestri.

Il Regno Unito ha condiviso con gli americani il “Progetto Manhattan”, padre di tutte le sperimentazioni nucleari, sviluppando poi un proprio personale programma (pur condividendo oltre la metà dei test con gli USA). Oggi dispone di 160 ordigni operativi, esclusivamente per uso sottomarino.

Pakistan e India dispongono entrambe di circa 100 testate (90/110). Islamabad decise di avviare un proprio programma nucleare nel 1972, in seguito alla guerra con l’India, sperimentando test sotterranei (nel distretto di Chagai, vicino al confine con l’Iran) e oggi dispone di missili nucleari terrestri e aerei. L’India, di converso, ha prodotto armi nucleari proprie dopo i test nucleari della Cina a metà degli anni Sessanta, testando i propri ordigni dal 1974 al 1998. Dispone di missili nucleari aerei e terrestri e da anni cerca di allargare il programma nucleare alle forze marine.

La Corea del Nord, secondo le stime della CIA, avrebbe meno di 10 testate nucleari che ha sperimentato in tre occasioni (2006, 2009 e 2013), fatto che ha comportato per Pyongyang dure reazioni della comunità internazionale e nuove sanzioni economiche. Tuttavia, la minaccia nucleare nordcoreana, particolarmente contro Corea del Sud e Stati Uniti, è poco più che un bluff. Infatti, anche se la Corea ha condotto tre test nucleari sotterranei ed effettuato test missilistici balistici, e nonostante la certezza che gli scienziati nordcoreani abbiano separato abbastanza plutonio per le 10 testate di cui sopra, non è confermato che Pyongyang sia davvero in grado di armare i missili e lanciarli, non disponendo né di sottomarini né di aerei in grado di condurre un efficace attacco dal cielo.

Mutatis mutandis, anche la politica energetica internazionale è stata modificata.

Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto in Francia), secondo l’IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell’energia nucleare rispetto alle altre fonti di energia era destinato a ridursi entro il 2020. Questa previsione è datata 2004 ed è  stata smentita dagli ultimi eventi della politica energetica internazionale. L’affermazione e l’ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina e India) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari. In Asia sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). La situazione in Europa  merita invece un livello di approfondimento maggiore. L’assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli anni ’90 è un dato di fatto. La Finlandia è stato l’unico paese europeo ad avere messo in cantiere nell’ultimo decennio del ‘900 la costruzione di una nuova centrale nucleare (centrale di Olkiluoto, attiva entro il 2010).

L’approccio nei confronti del nucleare da parte dei paesi europei è radicalmente mutato nel corso del primo decennio degli anni duemila. L’effetto serra e il caro petrolio hanno fatto riavvicinare all’energia nucleare anche i paesi occidentali più scettici. Agli inizi degli anni duemila molti paesi europei nuclearizzati (Svezia, Germania, Olanda e Belgio) avevano deciso di non sostituire le attuali centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo.

L’acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. La politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita delle centrali nucleari europea, in attesa di una possibile risposta ai problemi del nucleare da parte della ricerca scientifica. Prevale pertanto una politica di attesa.

Sono circa 440 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti: USA (1049), Francia (59) e Giappone (53).