ITALIA – Terni, il mondo delle donne e le memorie operaie femminili

Di Manila Cruciani

Ticchetettà

Semo de Cinturini lasciatece passa’

semo belle e simbatiche ce famo rispetta’

matina e sera, ticchetettà,

infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’

 

(Cinturini, canzone delle operaie tessitrici della fabbrica di iuta impiantata a Terni, alla fine del 1800, dall’ingegnere Centurini)

 

Nel Villaggio Matteotti della città di Terni, può accadere che i passi rimbalzino nel ritornello di una canzone sociale: l’insediamento semirurale (realizzato dalla Società Terni fra il 1938 e il 1946) e le cellule abitative avanguardiste del nuovo agglomerato (progettato nel 1970) restituiscono nomi di donna alla memoria democratica e alla classe cultrice e lavoratrice della storia locale.

In questi nomi c’è l’intuizione del nesso, (ri)generativo e variabile, di tante piccole comunità di destino all’interno della grande comunità di destino planetaria, e l’allusione ad una madre terra e ad una lingua madre, che le riconosce e le comprende tutte.

 

Oggi le finestre della città operaia si spalancano sulle storie delle persone nuove che la abitano, la cambiano e, perciò, la rinnovano, in una metaprospettiva, foriera di metaidentità.

 Qui, nel 2012, è nato il circolo Il mondo delle donne, frutto di una progettualità condivisa tra la biblioteca comunale e il sistema museale di Terni, che raccoglie il sapere narrativo delle donne, italiane e migranti. Un sapere che è anche resistenza – alla omologazione, alla assimilazione, alla dispersione di una oralità diffusa – e costruzione di una quotidiana interculturalità.

Da qualche mese, il circolo ha iniziato i lavori per redigere una guida di Terni al femminile attraverso un percorso di partecipazione: la pubblicazione prevede itinerari storico-culturali di genere, indicazioni sui servizi, schede di approfondimento della lingua italiana. Una proposta non convenzionale, a volte sorprendente, dedicata a chi arriva, a chi resta e alle “turiste” e ai “turisti” che giocano in casa!


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Foto 1 (Manila Cruciani)

Terni _ Lungonera Savoia, particolare di figura femminile

Quando si è con le sorelle, non c’è posto per la disperazione.

Un detto in Nu Shu, il linguaggio segreto delle donne nell’antica Cina.

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Foto 2 (Massimo D’Antonio)

Carlotta Clerici (1850 – Roma 1924), educatrice, femminista, sindacalista e socialista. Insegnante e direttrice scolastica si impegna per l’educazione, la formazione professionale dei giovani e per l’assistenza agli orfani. Nel 1912, insieme a Argentina Altobelli, entra a far parte del Consiglio del Lavoro presso il Ministero.

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Foto 3 (Massimo D’Antonio)

Gisa Giani (Collestatte [Terni] 1924 – Terni 1986), Adalgisa Cervelli, nota come Gisa Giani (il cognome è del marito), impiegata e ricercatrice presso la Biblioteca civica di Terni, è stata particolarmente attenta alla storia della città e delle donne, cui ha contributo, tra l’altro, con le pubblicazioni: Raccolta di voci bibliografiche su Terni e Territorio; Un enigma storico-archeologico: le tombe dei Tacito a Terni; Qualcosa che non sapevamo sulla Cascata delle Marmore; Terni. Cento anni di acciaio. Bibliografia dell’industrializzazione; e Donne e vita di fabbrica a Terni, che descrive il lavoro femminile nelle fabbriche tessili ternane.

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Foto 4 (Massimo D’Antonio)

Linda Malnati (Milano 1855 – Blevio [Como] 1921), socialista, nel 1906 promosse la costituzione del Comitato Nazionale per il suffragio femminile.

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Foto 5 (Massimo D’Antonio)

Virginia Visetti (1919 – 1944), partigiana, la denominazione è stata attribuita con la seguente motivazione: “Eroina della Resistenza, con il grado di sottotenente della formazione Gran Dubbiere di Pinerolo; aiuta il padre, rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale di Torino, nello svolgimento di azioni di collegamento e nell’occultamento di armi e munizioni. Catturata in seguito a un rastrellamento, viene fucilata dai fascisti”.

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Foto 6 (Maria Pia Ercolini)

Maddalena Patrizi (1866 – 1945), scrittrice, fondatrice dell’Opera Nazionale di Patronato e Mutuo Soccorso per giovani operaie e presidente dell’Unione Donne Cattoliche.

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Foto 7 (Massimo D’Antonio)

Sara Tabarrini (Montefranco 1880 – Terni 1961), operaia dello Jutificio Centurini, è stata una capolega, licenziata per aver promosso uno sciopero nel 1901. Scongiurò le sue compagne di rinunciare a qualsiasi forma di solidarietà nei suoi confronti e, lasciata Terni, si trasferì a Montefalco, dove si adoperò per l’alfabetizzazione dei ragazzi di campagna.

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Foto 8 (Massimo D’Antonio)

Anna Maria Mozzoni (Rescaldina [Mi] 1837 – Roma 1920), femminista, fonda la Lega promotrice degli interessi femminili, si batte per il voto alle donne, per la parità tra i sessi e per il diritto allo studio.

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Foto 9 (Massimo D’Antonio)

Irma Bandiera (Bologna 1915 – Bologna 1944), partigiana, eroina della Resistenza, insignita della medaglia d’oro al Valor Militare. Catturata durante uno scontro armato, è sottoposta a feroci torture e trucidata dalle SS naziste.

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Foto 10 (Massimo D’Antonio)

Argentina Altobelli (Imola 1866 – Roma 1942), il suo impegno è rivolto alla promozione sociale delle donne. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati sulla testata socialista ternana “La Turbina”: in questi articoli rivendica la parità tra uomini e donne sui temi del salario, dell’orario di lavoro e del diritto di voto. Nel 1912, insieme alla sindacalista Carlotta Clerici, entra a far parte del Consiglio del Lavoro, istituito presso il Ministero.

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Foto 11 (Maria Pia Ercolini)

Clara Zetkin (Wiederau [Germania] 1857 – Archangel’skoe [Russia], 1933), rivoluzionaria tedesca, comunista e teorica dell’emancipazione femminile.

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Foto 12 (Maria Pia Ercolini)

Anna Kuliscioff (Moskaja, Cherson [Russia] 1857 – Milano 1925), si laurea in medicina per curare gratuitamente i poveri, compagna di Filippo Turati, nel 1891 fondano insieme “Critica sociale”, la prima rivista critica del socialismo marxista italiano.

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Foto 13 (Maria Pia Ercolini)

Sibilla Aleramo (Alessandria 1876 – Roma 1960), pseudonimo di Marta Felicino Faccio detta Rina, femminista e scrittrice.

 

 




ITALIA – Memorie femminili tra le vie di Pesaro

Di Linda Zennaro

Pesaro è una graziosa cittadina sul mare, capoluogo, insieme a Urbino, della omonima provincia (PU). Il comune conta circa 95.000 abitanti e dopo Ancona è il più grande del territorio marchigiano.

Su un totale di 1.295 strade, 536 sono dedicate a uomini e solo 26 a donne. L’indice di femminilizzazione, quindi, è del 4,85%, molto al di sotto della media italiana.

Percorrendo le strade della città alla ricerca di nomi di donne, oltre a sante (6) e madonne (9), che quasi sempre prevalgono, si contano ben 8 vie intitolate a figure storiche e politiche: Cristina Belgioioso, Cleopatra, Eleonora Pimentel Fonseca, Vittoria Farnese, Giuditta Levato, Sara Levi Nathan, Maria Margotti, Luisa Sanfelice; a queste si aggiungono le partigiane e femministe Sparta e Lea Trivella, cui da quest’anno è dedicato un giardino pubblico. Una targa inoltre porta il nome della letterata Virginia Guazzugli e una “celebra” la Mammolabella, che in veneziano significa bella donna dai facili costumi.

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Sara Levi Natan, detta Sarina, è nativa di Pesaro. Viene ricordata soprattutto per l’impegno politico e le iniziative sociali a sostegno della causa mazziniana, che non abbandonò nemmeno quando, fondato il Partito d’Azione, cominciò ad essere sorvegliata. Dopo l’unificazione italiana, diede origine a numerose iniziative educative, filantropiche e sociali. Fondò a Roma, nel rione Trastevere, una scuola dedicata a Mazzini e aprì una casa di accoglienza, l’Unione benefica, per offrire alloggio, protezione e lavoro alle giovani in difficoltà e prevenire la prostituzione.

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Vittoria Farnese discende dalle potenti famiglie romane Farnese e Orsini ed è nipote di Papa Paolo III. Nel 1548 sposò Guidobaldo II della Rovere, da cui ricevette in dono la Rocca di Gradara, che governò fino al 1574. Morì a Pesaro nel 1602 e le sue spoglie riposano ancora oggi nella chiesa di S. Ubaldo.

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Cristina Belgioioso, nata da una nobile famiglia milanese con il nome di Cristina Trivulzio, è ricordata con il cognome dell’uomo che sposò in giovane età e da cui si separò ben presto. Vicina alla causa rinascimentale e ai suoi protagonisti, che frequentavano il suo salotto parigino, sostenne i moti con un’intensa attività giornalistica e l’impegno del suo enorme patrimonio personale. Partecipò alle Cinque giornate di Milano e alla Repubblica Romana. Fu esiliata in Turchia e tornò in Italia alla vigilia dell’Unità, dopo la quale si ritirò a vita privata.

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Maria Margotti, originaria di una poverissima famiglia bracciantile, dovette lasciare la scuola a soli sette anni per lavorare la terra e provvedere al sostentamento familiare. Nel 1935, a vent’anni, sposò un bracciante, da cui ebbe due figlie. Il maritò trovò lavoro in una fornace, ma dopo pochi anni morì di pleurite. Maria riuscì a farsi assumere al posto del marito e fu attiva sostenitrice delle lotte sindacali per le sette ore di lavoro, il miglioramento del vitto, il rispetto della legge di collocamento, l’assistenza in caso di malattia. Il 17 maggio del 1949, a Molinella, durante uno sciopero generale nazionale, Maria venne uccisa dalla polizia, che sparò contro i manifestanti ferendo altre 30 persone.

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Giuditta Levato è la prima contadina che morì durante la lotta al latifondo in Calabria. Nel 1944 i latifondisti tentarono di ostacolare la Legge Gullo, che prevedeva l’assegnazione di parte dei latifondi alle cooperative dei contadini che li lavoravano. Durante uno dei numerosi e violenti scontri, Giuditta, allora trentunenne e incinta del terzo figlio, morì per un colpo di fucile. Nel 2004 l’Assemblea Regionale della Calabria le ha dedicato la sala conferenze della Regione.

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Virginia Guazzugli, unica tra le educatrici-letterate presenti sulle strade di Pesaro, è l’autrice di Lezioni di pedagogia e didattica per le allieve-maestre del grado inferiore, pubblicato a Urbino nel 1875 e ripubblicato a Pavia quattro anni più tardi.

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Tra le figure religiose, beata Michelina Metelli è un riferimento per la città, che le diede i natali nel 1300: è venerata come compatrona di Pesaro e le sue spoglie sono tutt’oggi custodite nel Santuario di Santa Maria delle Grazie.

Vedova di un Malatesta, e rimasta sola dopo la morte di un figlio, si fece terziaria francescana. Privatasi delle ricchezze ereditate, condusse una vita semplice e volta alla carità e all’aiuto dei poveri. Assieme al beato Cecco, infatti, fondò la confraternita della santissima Annunziata, che si occupava di assistere malati e bisognosi e di seppellire i morti.

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Il 7 marzo 2015 il Comune di Pesaro intitola il giardino di Via Becci, in Villa San Martino, a Sparta e Lea Trivella, per il 70° anniversario della liberazione della città. Le due sorelle, figlie di un perseguitato dal fascismo, tornarono a Pesaro nel 1943, dopo un esilio francese, e qui si impegnarono nella Resistenza come staffette partigiane, costituendo i Gruppi di Difesa delle Donne. Anche al termine del conflitto svolsero un ruolo chiave nella ricostruzione del tessuto sociale, grazie all’apertura di scuole per i ceti poveri e luoghi per la formazione politica femminile (UDI). Sparta lottò principalmente per i diritti civili delle donne; Lea collaborò alla fondazione del movimento cooperativo di Pesaro e contribuì alla creazione dei primi centri sociali per anziani.

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Luisa Sanfelice, nobildonna napoletana, viene ricordata per aver fatto fallire la congiura del 1799 con cui i Borbone tentarono di rovesciare la Repubblica Napoletana. Condannata dai Borbone, per qualche tempo riuscì a far rinviare l’esecuzione della sentenza, dichiarandosi incinta. Venne giustiziata nel settembre del 1800.

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Anche Eleonora Fonseca Pimentel, donna colta di origine portoghese, fu una patriota italiana che operò nell’area di Napoli. Fino alla nascita della Repubblica Napoletana, nel 1799, fu poeta di corte e curatrice della biblioteca della regina Maria Carolina d’Austria; venne poi fatta arrestare dalla monarca per giacobinismo, ma fu presto liberata e si dedicò al sostegno della Repubblica creando il giornale portavoce ufficiale, ma indipendente, del Governo Provvisorio. Nel suo operato da attivista rivolse un’attenzione particolare al coinvolgimento delle classi umili e rurali.

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La famiglia non è un paradiso, diciamolo alle nostre figlie: la storia di Chiara

L’ Argentina, un Paese dove, dicono le associazioni, ogni 31 ore una donna viene uccisa, per un totale di 1.800 morte dal 2008 al 2014, e dove chi decide di denunciare abusi e violenze da parte dei propri partner spesso non viene presa in considerazione dalle forze dell’ordine, è stata sconvolta dalla morte di Chiara.

Dopo l’omicidio,  uomini, donne e bambini di tutto il Paese non sono rimasti in silenzio. Sui social, l’hashtag #NiUnaMenos («Non una di meno») è rimasto per giorni tra i trend topic.

Migliaia di persone hanno manifestato in 70 città del Paese. A Buenos Aires 200mila persone si sono ritrovate nella piazza del Parlamento per chiedere al governo un sforzo maggiore contro la violenza di genere. Una mobilitazione storica. Che si è estesa anche a Cile e Uruguay, perchè questa è una storia che riguarda il mondo intero e un sentimento ritenuto universale, perchè i fatti accaduti tornano a interrogare tutti: che cos’è l’amore? Quale  deve essere l’educazione sentimentale da dare alle nostre figlie? E a investire di responsabilità individui e istituzioni.

Cara Chiara, piccolo fiore reciso,  gli uomini sono tristi, non te lo ha mai detto nessuno? Adesso la tua famiglia chiede giustizia.

Tuo padre, Fabio, ha cambiato pochi giorni fa la foto del suo profilo Facebook, mettendo la tua. «Tutte le notti prima di andare a dormire, piango da solo nel mio letto», ha scritto. «Vorrei tanto che qualcuno potesse darmi una spiegazione per quello che è successo».

Avevi solo 14 anni. Una giovane come tante altre, legata alla tua famiglia, studentessa modello. Con decine di foto della tua vita postate su Instagram e Facebook che ti ritraggono sorridente insieme alla mamma, al papà, o  alle compagne della squadra di hockey del suo istituto.

Un giorno, all’inizio di maggio, sei scomparsa. Su Facebook in molti hanno iniziato a postare il tuo ritratto insieme a richieste di aiuto per ritrovarti. Tanti hanno partecipato alle ricerche. Tra loro anche il tuo ragazzo, Manuel Mansilla. Sì, proprio lui, che ti ha tradito.

Le ricerche sono durate tre giorni. L’11 maggio il tuo corpo senza vita è stato ritrovato nel cortile della casa di Manuel. Il tuo volto tumefatto dalle botte, quasi irriconoscibile. Eri, si è appreso in seguito, incinta di 8 settimane. Il tuo ragazzo ti ha sepolta sepolta in giardino. Eri ancora viva.

Manuel ha confessato l’omicidio. E visto che l’autopsia ha trovato nel tuo corpo anche tracce di un farmaco abortivo, è stato  accusato di avere costretto l’ interruzione di gravidanza. E sarebbe proprio questo il motivo per cui avete litigato e per cui lui avrebbe deciso di ucciderti.

Quello che invece sembrava strano era che Manuel avesse agito da solo. In un secondo momento, infatti, anche la madre del ragazzo e il suo compagno sono stati arrestati. «Chiara è una ragazza in forma», ha detto tuo padre, «pesa 70 kg, è alta 1 metro e 70, è impossibile che Manuel abbia fatto tutto da solo».

La tragedia è compiuta. Nessuno potrà restituirti la vita rubata. Con questo editoriale conserviamo la tua memoria affinchè la tua morte non sia vana e serva da lezione a questo mondo distratto, superficiale e sprovveduto, perchè la tua storia salvi altre giovani donne.

Riposa in pace.




ITALIA – Tra le vie ascolane anche una dedicata alla Befana

di Barbara Belotti e Maria Pia Ercolini

 Molte strade di Ascoli Piceno non si chiamano vie, ma rue. L’etimologia è molto incerta e discussa, ma sono la caratteristica del centro storico: strette, alcune tortuose, buie, rappresentano un pezzo di medioevo ancora vissuto intensamente. Nelle ruette non batte quasi mai il sole, d’estate sono un vero toccasana contro la calura.

In generale le vie della città sono dedicate a personaggi storici (dall’età romana al Novecento), a uomini del mondo letterario, artistico, musicale, a figure cristiane, ad antiche popolazioni (Rua dei Piceni, Via dei Sabini, Rua dei Longobardi…) o famiglie locali importanti (Via dei Bonaccorsi, Via dei Saladini, Via dei Soderini, Rua degli Sgariglia…) in cui la genealogia è declinata solo al maschile. Alle vie e ai viali più grandi spettano i nomi più famosi: c’è Viale De Gasperi, Corso Mazzini, Corso Vittorio Emanuele. Alcune strade hanno lo stesso nome delle chiese che si affacciano su di esse; molti toponimi sono legati alla storia dell’antica Ascoli: Piazza Arringo (dal Palazzo dell’Arengo), Piazza del Popolo (dal Palazzo dei Capitani del Popolo), Rua della fortezza, Rua delle torri (le torri medievali sono un’altra caratteristica del centro storico), Rua della Cisterna, Rua del Cassero, Rua dei tintori…

Poche le figure femminili: solo 17 strade.

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di Barbara Belotti

Una via è dedicata a Elisabetta Trebbiani, donna di lettere e poeta della seconda metà del XIV secolo, della cui produzione si ricorda un sonetto dedicato alla letterata fabrianese Livia di Chiavello. Lei diede vita,insieme ad altre quattro letterate marchigiane dello stesso periodo, al primo gruppo letterario composto di donne in Italia. Gli storici locali la ricordano attiva nella vita pubblica del tempo e forse anche guerriera: si tramanda che ad Ascoli Elisabetta fosse solita accompagnare e difendere suo marito durante i violenti scontri tra le fazioni cittadine, vestita con abiti maschili e armata di tutto punto, incurante dei pericoli.

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di Maria Pia Ercolini

Un’altra ruetta del centro è intitolata a Giovanna Garzoni, pittrice del XVII secolo divenuta famosa per le tempere su pergamena eseguite in piccolo formato; lavorò per la corte medicea e per i Savoia e fu ammessa all’Accademia di San Luca a Roma. Giovanna fu una donna autonoma e un’artista valente, che mise a punto uno stile particolare, una sorta di “pointillisme antico” realizzato accostando il colore con delicati tocchi di pennello vibranti sulla superficie della pergamena. Al momento della morte lasciò tutti i suoi averi (probabilmente piuttosto ingenti) all’Accademia in cambio della concessione ad essere sepolta nella chiesa dei SS. Martina e Luca a Roma. Dopo la morte la memoria di Giovanna Garzoni si perse in breve tempo, destino comune a numerose artiste: l’intitolazione della rua è, insieme a quella di una breve via periferica nella capitale, l’unico omaggio in Italia alla sua figura.

Ascoli.3.Ancaria.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Tre vie sono dedicate a dee pagane, Ancaria, Cupra e Vesta, divinità femminili anticamente venerate ad Ascoli e nel suo territorio. La prima non era riconosciuta a Roma e Cicerone la identificava con una delle Furie; della seconda esisteva un santuario lungo la costa adriatica (nell’attuale cittadina di Cupra Marittima); alla terza era forse dedicato il tempio romano del I secolo a.C. i cui resti si trovano proprio all’inizio della via di Vesta.

Ascoli.5.LargoConcezioniste.ridotta.Ercolini

di Barbara Belotti

Al mondo cristiano si riferiscono la Scalinata dell’Annunziata, piazza dell’Immacolata e piazza di Santa Maria Intervineas, dove si trova l’omonima chiesa. Non molto tempo fa accanto a questa bella chiesa medievale è stato inaugurato, alla presenza della Presidente della Camera Laura Boldrini, un largo dedicato alle partigiane picene. Alla fine del mese di febbraio di quest’anno la targa di marmo è stata oggetto di un vergognoso atto di vandalismo: con la vernice bianca è stata cancellata la scritta e sostituita con la nuova dicitura “Piazza Leo Perez”, giocatore della squadra di calcio di Ascoli, protagonista di un deprecabile saluto romano rivolto ai tifosi durante una partita. L’intervento di rimozione della scritta e della vernice ha ripristinato in breve tempo la vera intitolazione, ma il gesto vandalico e il disprezzo verso la storia non possono essere altrettanto rapidamente cancellati.

Ascoli.6.Convertite_Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Sacro e profano si intrecciano nell’odonomastica ascolana. Se il largo delle Concezioniste ricorda il convento delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, ordine fondato nel 1744, la via delle Convertite si riferisce alle prostitute tornate ad una vita retta e morigerata.

Ascoli.7.Donne.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Via delle Donne deriva il nome da una piazza dove si svolgeva, nel Medioevo, il mercato frequentato dalle donne della città. Quella piazza, ora dedicata a Ventidio Basso, uomo politico e generale della Repubblica romana nel 1° secolo a. C. e originario di Ascoli, è già presente in una pianta del 1646 con il toponimo Platea Mulierum. Oltre alla strada in città sorge anche la Chiesa delle Donne con annesso, in passato, un convento.

Ascoli.8.Canterine.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

In via delle Canterine rivive l’antico mondo dei lavori “donneschi”, anche se il nome dialettale “cannarine” sopravvive ancora oggi. Secondo la tradizione locale, le “canterine” erano le donne che, nella bella stagione, si sedevano accanto all’uscio e cantavano mentre erano intente a rammendare, fare la calza, ricamare o pulire le verdure per la cena.

Ascoli.9.RuaLavandaie.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Ad un’altra attività delle donne si riferisce anche rua delle Lavandaie: erano per lo più contadine che lavavano i panni nei fiumi Tronto e Castellano che circondano la città. Una concentrazione di lavandaie era nel vicino paese di Casteltrosino (dove l’acqua del Castellano, arricchita di sorgenti sulfuree, dava un particolare candore alla biancheria), una vera e propria attività artigianale che si tramandava di madre in figlia e che costituiva una fonte preziosa per i magri redditi delle famiglie. Questa attività è ricordata anche in una interessante scritta sull’antico lavatoio pubblico di Porta Cappuccina: ”NON SI IMPEDISCA ALLE DONNE DI LAVAR PANNI SOTTO PENA DI SCUDI TRE… 3 FEBRARO 1677”.

Ascoli.10.Guiderocchi.Ercolini.ridotta   Ascoli.11.Soderini.Ercolini.ridotta

di Maria Pia Ercolini

Due rue sono dedicate a personaggi storici locali: Flavia Guiderocchi e Menichina Soderini. Entrambe presero parte, nel 1459, all’impresa delle truppe ascolane contro Giosia Acquaviva, duca d’Atri, che si era impadronito di alcune terre dominate da Ascoli. Dopo la vittoria vennero accolte, al rientro in città, con grandi onori. Ai loro piedi c’erano numerosi prigionieri incatenati fra cui il nipote di Giosia, Filippo.

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di Maria Pia Ercolini

Chiudiamo questa breve ricognizione con una curiosità: una ruetta è dedicata anche alla Befana.




ITALIA – Bari: uno stradario al maschile

Ci sono molti modi per conoscere una città. La prima cosa che facciamo quando dobbiamo visitare un nuovo territorio alla scoperta dei nostri punti di interesse è affidarci a uno stradario. Ma lo stradario non è uno strumento neutro che ci condurrà solo verso destinazioni ignote. Attraverso le strutture fisiche fatte di strade, viali, giardini, piazze e spazi pubblici che contribuiscono a definire lo scenario urbano e a decidere del carattere della città, lo stradario con il suo carico di memoria nel quale restano intrappolate le tradizioni e la storia della comunità, partecipa a definire l’identità del suo territorio. Ci trasmetterà informazioni importanti sulla sua stessa essenza: è una città che vuole ricordare il suo passato o lo ha rimosso? In che modo lo rievoca? Sarà stata ‘giusta’ nel distribuire i diversi tributi alla memoria o sarà una memoria mutilata? Quale immagine vuole fornire di sé?

Bari neo città metropolitana di oltre 300.000 abitanti, dedica solamente 90 strade alle donne, contro ben 1220 intitolate agli uomini, su una rete viaria di oltre 2.200 aree di circolazione. Più della metà degli spazi urbani sono dedicati a politici, uomini della storia locale nazionale ed estera, statisti, pontefici e solo un modesto 7% ricorda donne che per buona parte sono sante, madonne, suore e martiri, principalmente concentrate nel nucleo antico della città e nel quartiere murattiano, mentre le laiche, sparse qua e là nel resto del territorio urbano, sono appena una quarantina. Una sola scienziata, appena sette letterate e una trentina di figure storiche la maggior parte delle quali appartenente alla casa Savoia. Le donne della politica locale sono un numero minimo rispetto alle numerosissime intitolazioni maschili presenti ovunque: sono l’assessora leccese Renata Fonte assassinata dalla mafia, la prima sindaca pugliese Maria Chieco Bianchi, Ada del Vecchio Guelfi impegnata nella lotta per la parità e i diritti delle donne, Luigia de Marinis prima donna nel consiglio comunale a Bari e Giustina Rocca di Trani, passata alla storia come prima avvocata al mondo.

Con il lavoro fatto da Toponomastica femminile, lo stradario di Bari con i suoi numeri ci parla e ci descrive una città ‘distratta’ che, come molte altre, ha privilegiato la memoria storica dei suoi uomini, dimenticando il contributo importante e fondamentale di tante donne meritevoli di ricordo. Ma le scelte toponomastiche sono anche figlie del tempo nel quale le intitolazioni sono effettuate: e ora è arrivato il momento di prendere decisioni iverse in direzione della parità di genere e del rispetto dell’intera comunità, i tempi sono maturi. Lo richiede la Storia, ma dovrebbe essere la scelta etica di una città moderna e con ambizioni metropolitane.

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Largo Susan Sontag

Scrittrice e saggista statunitense, ha studiato presso le università di Chicago, Harvard e Oxford.  Autrice di quattro romanzi, una raccolta di racconti, diverse opere teatrali e saggi, tra i quali La malattia come metafora e L’AIDS e le sue metafore. I suoi libri sono tradotti in trentadue lingue. Nel 2001 ha ricevuto il Premio Gerusalemme, nel 2003 il Premio Principe delle Asturie per la letteratura e il Premio per la Pace dei librai tedeschi.

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Via Renata Fonte

Segretaria cittadina del Partito Repubblicano, assessora alla cultura e alla pubblica istruzione nel Comune di Nardò, Renata Fonte era una donna forte, determinata e molto impegnata nel sociale e nella difesa del parco naturale di Porto Selvaggio dalla lottizzazione e dalla speculazione edilizia. Viene uccisa con tre colpi di pistola la notte del 30 marzo 1984, mentre raggiunge la sua abitazione a Nardò, in provincia di Lecce.

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Largo Candida e Ave Stella

Candida e Ave Maria Stella sorelle torinesi, insegnanti di lettere, si trasferirono a Bari impegnandosi nell’Azione Cattolica e a favore degli immigrati costituendo il CISCAI (Centro Internazionale Scambi Culturali e Accoglienza Immigrati). Verso la fine degli anni Cinquanta fondarono il circolo culturale “Il Leggio” che svolse un importante ruolo nella cultura barese.

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Via Luigia De Marinis

Tabacchina della Manifattura nel dopoguerra, Luigia De Marinis è stata la prima  donna eletta nel consiglio comunale di Bari nelle liste del Partito Comunista. Fu una delle protagoniste delle battaglie sindacali tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per la difesa dei diritti della donna e per il riconoscimento delle malattie professionali. Fondamentale il suo impegno istituzionale per lo sviluppo del quartiere Libertà negli anni tra il 1946 e il 1952.

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Via Maria Chieco Bianchi

Prima sindaca pugliese, ha retto il comune di Fasano dal 1949 al 1954. Durante il suo mandato furono realizzate, tra le opere più importanti, l’elettrificazione delle frazioni di Fasano e del Canale di Pirro, l’istituzione dell’annuale Mostra dell’artigianato fasanese e dalla gara automobilistica Fasano-Selva. Si candidò, e venne eletta, alla Camera dei deputati nel Partito Nazionale Monarchico nella circoscrizione Bari-Foggia.

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Via Ada Del Vecchio Guelfi

Nata a Bari, Ada Del Vecchio è stata sindacalista, consigliera comunale del gruppo socialista nel ’47, poi dirigente del Partito Comunista Italiano. Antifascista, si impegnò particolarmente nella lotta per la parità del voto e i diritti delle donne e si occupò della condizione di salute delle operaie alla Manifattura dei tabacchi di Bari. Nel 1953 venne eletta in Parlamento. Nel 1963 tornò alla militanza socialista impegnandosi principalmente sui temi dell’emancipazione e dell’uguaglianza delle donne.

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Via Santa Scorese

Vittima di femminicidio a soli 23 anni. Nata a Bari nel 1968, Santa Scorese a 15 anni presta volontariato presso la Croce Rossa Italiana. Impegnata nell’apostolato cristiano, partecipa attivamente alla vita del movimento fondato da Chiara Lubich. Dopo la maturità classica, si iscrive al corso di laurea in pedagogia presso l’ università di Bari.  E’ venerata come serva di Dio, vergine e martire dalla Chiesa cattolica.

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 Via Giustina Rocca

Giustina Rocca di Trani è passata alla storia come la prima avvocata al mondo. Uno dei personaggi più illustri della storia giudiziaria di Trani del XV secolo, si occupò di delicate questioni diplomatiche tra le città di Trani e Venezia. Si dice abbia ispirato il personaggio di Porzia di Belmonte del Mercante di Venezia di Shakespeare.

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Giardino Rita Majerotti

Nata a Castelfranco Veneto, Rita Majerotti era una insegnante elementare militante nel Partito socialista. Trasferita a Bari nel 1915, svolge un ruolo di primo piano nel contesto rivoluzionario pugliese. Nel 1921 aderisce al Partito Comunista d’Italia contribuendo alla costituzione dei gruppi femminili comunisti. Nel 1922 viene arrestata a Trieste mentre si reca a Mosca, nel 1926 torna in Italia ma viene di nuovo arrestata a Milano.

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Giardini Chiara Lubich

Silvia Lubich detta Chiara, nata a Trento, è stata la fondatrice e prima presidente del Movimento dei Focolari. È considerata una delle voci spiritualmente più produttive nel panorama mondiale, con un impegno di primo piano sul fronte del dialogo e dell’unità tra movimenti e comunità ecclesiali all’interno della Chiesa cattolica, tra le religioni e tra persone di diverse convinzioni. Nel gennaio 2015 è stato avviato il processo di beatificazione e canonizzazione.




RUSSIA -Lungo le strade di San Pietroburgo. Solo 52 portano nomi di donne

di Olga Solovey

San Pietroburgo, la capitale della cultura in Russia, la Venezia del Nord, la Palmira del Nord, la Città delle Notti Bianche, sono solo alcuni degli appellativi con cui viene riconosciuta nel mondo. Fu fondata nel 1703 durante la Guerra del Nord contro la Svezia. Nel XVII secolo la Russia aveva perso lo sbocco nel mar Baltico, il che spinse Pietro il Grande a dichiarare guerra alla Svezia per riconquistare le terre adiacenti al fiume Neva. Al fine di rafforzare il territorio fu fondata la fortezza San Pietroburgo che diede inizio alla costruzione della nuova città. Il nome “Città di San Pietro” ha carattere puramente simbolico: “Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che avrai legato sulla terra, sarà legato nei cieli…” Allo stesso modo la nuova città doveva diventare la chiave verso il mare e la porta verso l’Europa.

San Pietroburgo è adagiata su un vastissimo territorio di 1439 kmq, suddiviso in 18 distretti. Le vie della città sono circa 3717, tuttavia solo 52 portano nomi di donne, tra cui troviamo nobildonne, scienziate, poete, scrittrici, rivoluzionarie, partigiane.

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Via Eugenia

La via prese il nome dalla comunità di sorelle del soccorso di Sant’Eugenia, fondata dalla duchessa Eugenia di Oldenburg, una famosa benefattrice, nipote di Nicola I.

Nel 1868 patrocinò un ginnasio femminile, nel 1874 creò un asilo per donne ex-detenute, nel 1876 aprì un asilo destinato a bambine figlie di detenuti, dove, oltre a svolgere la normale attività didattica, seguivano corsi di arte culinaria nonché taglio e cucito.

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Via Elisabetta

Questa via si trova in una pittoresca località che dal 1726 apparteneva ai conti Sciuvalov. Prese il nome da Elisabetta Sciuvalova, una nobildonna, nota per la sua bellezza, intelligenza e sensibilità artistica. Spesso organizzava spettacoli di beneficenza per malati e bisognosi. All’inizio della guerra russo-giapponese si recò al fronte dove con i propri mezzi finanziari realizzò un lazzaretto.

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Via Olga Berggolts

La via è dedicata alla poeta russa Olga Berggolts, “musa di Leningrado assediata” in quanto lavorando alla radio, incoraggiò e ispirò il popolo nei duri tempi di guerra. Qualunque via di Leningrado – San Pietroburgo, meriterebbe di portare il suo nome, ma fu scelta proprio questa per la vicinanza alla sua casa natale.

Qui giacciono i cittadini di Leningrado,

Qui si trova la gente della città, uomini, donne, bambini.

Accanto a loro i soldati dell’Armata Rossa

Che, con la loro vita,

Ti difesero, Leningrado,

Culla della Rivoluzione.

I loro nomi nobili non si possono qui elencare,

Tanti sono, sotto la protezione eterna del granito.

Ma sappi, quando contempli queste pietre,

Che nessuno è dimenticato e nulla è dimenticato.

(versi di O. Berggolts, traduzione di O. Solovey)

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 Via Sofia Kovalevskaja

La via è dedicata a Sofia Kovalevskaja, fu la prima donna russa matematico. Passò gran parte della sua vita all’estero, dove raccolse le maggiori soddisfazioni: trasferitasi a Stoccolma, ottenne una cattedra universitaria, diventando così la prima donna al mondo professore di matematica. Nel 1888 vinse il Prix Bordin dell’Accademia delle Scienze di Parigi. L’anno successivo, ottenne il Premio della Reale Accademia delle Scienze di Svezia. Nello stesso anno, ricevette il titolo di Accademica dell’Accademia delle Scienze di Russia.

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Via Zina Portnova

Zina Portnova era una partigiana, membro dell’organizzazione “Giovani vendicatori” e spia. Si racconta che lavorando in una mensa ai corsi di aggiornamento per ufficiali tedeschi, su indicazione dei suoi superiori, avvelenò il cibo facendo morire più di cento ufficiali. Durante l’inchiesta, al fine di dimostrare la sua estraneità ai fatti, non si rifiutò di assaggiare la zuppa avvelenata, ma per miracolo rimase viva. Aveva soli 17 anni, quando durante un interrogatorio della Gestapo, afferrò fulmineamente la pistola dell’ufficiale, uccidendo lui e altri due soldati tedeschi che erano nella stanza. Nel disperato tentativo di fuggire fu catturata e a seguito torturata e fucilata.

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Via Zoja Kosmodemjanskaja

La via è intitolata a Zoja Kosmodemjanskaja, partigiana, la prima donna decorata con la massima onorificenza sovietica: “Eroe dell’Unione Sovietica”. Giovanissima, si distinse nella lotta contro il fascismo. A soli 18 anni, durante un’operazione di controspionaggio nei dintorni di Mosca, tradita da un suo collega combattente, fu presa prigioniera e impiccata dopo essere stata torturata con particolare crudeltà.

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 Via Kollontaj

La via è intitolata ad Aleksandra Kollontaj, una rivoluzionaria russa, la prima donna nella storia che abbia avuto l’incarico di ministro e ambasciatrice. Nel 1918 fu tra le organizzatrici del Primo Congresso delle donne lavoratrici russe dal quale nacque lo Żenotdel, organismo per la promozione della partecipazione delle donne alla vita pubblica, per le iniziative sociali e la lotta all’analfabetismo. Grazie anche alla sua iniziativa, le donne ottennero il diritto di voto e di essere elette, il diritto all’istruzione e a un salario eguale a quello degli uomini. Venne anche introdotto il divorzio e, nel 1920, il diritto all’aborto. Dal 1923 abbracciò la carriera diplomatica.

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Via Osipenko

La via è dedicata alla pilota Polina Osipenko, “Eroe dell’Unione Sovietica”. Batté cinque record mondiali di aviazione femminile. Nel 1938 pilotò l’aereo “Rodina” che fece un volo senza scalo Mosca – Estremo Oriente di 6450 km. In seguito divenne istruttrice di tecniche di pilotaggio per i piloti da caccia. Morì durante un’esercitazione di volo “cieco”. Le sue spoglie giacciono nel cimitero del Cremlino nella Piazza Rossa a Mosca.

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Corso Caterina (Prospettiva di Caterina)

La via è dedicata a Marta Helena Skowronska, più nota come Caterina I, imperatrice di Russia. Nacque in Lettonia da una famiglia di contadini. Sin da bambina non ricevette nessun tipo di istruzione. La sua vita cambiò allorché, al servizio del principe Menshikov, grande amico di Pietro I, ne divenne ben presto l’amante. Intorno al 1703 conobbe il re, il quale, si innamorò di lei e ne fece la sua donna. I loro rapporti divennero sempre più stretti grazie anche al carattere mite e allegro di lei. Pietro riconobbe i figli che nacquero dalla loro unione e nel 1712 la sposò. Pur non interessandosi alla politica, Caterina ebbe lo stesso una certa influenza sul marito. Nel 1724 fu incoronata Zarina. Con la morte di Pietro I divenne sovrana di Russia con il titolo di Imperatrice. In realtà il potere era in mano al principe Menshikov, suo ex amante e al Consiglio Privato, nato proprio per sopperire alle lacune dell’imperatrice.

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Vicolo Gromova

Il vicolo è dedicato a Uliana Gromova, membro dell’organizzazione “Giovane Guardia”, decorata col titolo “Eroe dell’Unione Sovietica”. Si distinse attivamente nella resistenza attraverso la propaganda e la diffusione di volantini, la raccolta di medicine destinate alla resistenza e partecipando a numerose azioni di guerriglia atte a sabotare i piani degli occupanti. Arrestata dalla Gestapo si rifiutò di rivelare i nomi dei suoi compagni malgrado le indicibili violenze subite. Il suo corpo fu ritrovato in una miniera con gli evidenti segni delle atroci torture.




ITALIA – A Lecce con la Scuola di Carol Cordella per festeggiare i 110 anni di Dior

di Giulia Basile

La sala consiliare della provincia di Lecce, si riempie di vita. Ragazzi e ragazze vocianti e con gli occhi freschi di meraviglia entrano e cercano di accaparrarsi i primi posti. Al centro della sala 4 manichini prestano umilmente sostegno a 4 splendidi abiti di DIOR, provenienti dalla Scuola‒Museo della Moda del Maestro Sartore Pino Cordella. La preziosità e l’armonia che subito colpisce lo sguardo fa silenzio e si percepisce che l’immaginazione di tutti i presenti sta facendo un volo pindarico, oltre il presente, e ognuno sta riportando alla mente ricordi, sensazioni, promesse, sogni. È in questa atmosfera di attesa creata dalla “Bellezza” che entrano le parole di benvenuto di Carol Cordella, figlia d’arte è il caso di dire.

Si festeggiano i 110 anni dalla nascita di uno stilista, un grande della Moda, un settore che ‒ per chi lo ritenesse il luogo della futilità ‒ trascina il PIL del Paese più dello stesso Turismo.

Ma non è certo questo quello che ha affascinato e zittito i presenti, sia gli alunni delle Scuole di settore del circondario, sia tutti i numerosi ospiti.

La relatrice ci ha preso per mano e ci ha fatto ripercorrere gli anni di vita dello stilista di Dior intrecciando, come si conviene a tutti i comuni mortali, gli episodi di vita personali con quelli della storia nella quale siamo inseriti. Solo che per i più gli eventi personali muoiono con loro, per altri, che si incanalano sulla via del”eternità”, i piccoli episodi di vita diventano straordinari e anzi segnano il tempo nel quale sono inseriti. La storia personale di Dior non ha influenzato solo la gente intorno a lui, ma ha influenzato i fatti sociali e di costume, uscendo dal tempo contestuale per viaggiare oltre. Molto oltre e arrivare fino a noi.

Certo si tratta di un artista eccezionale, il cui nome, come qualcuno disse, ha messo insieme la parola Dio e la parola oro. Il che è un bell’inizio. Carol ci ha raccontato che la famiglia fu la guida ispiratrice di Dior, la madre in primis. Fu lei ad aiutarlo a mettere su una galleria, sapendo che l’arte aiuta a vivere bene. Ma nel ’29 la crisi economica portò grosse perdite nella famiglia benestante del giovane Dior, che senza remore andò a lavorare la terra con suo padre per risollevarsi. E intanto disegnava e mandava in giro senza stancarsi le sue opere alle varie Maison francesi. Venne accolto presso uno stilista di Parigi, dove rimase fino al ’39, quando costretto ad andare in guerra, fino al ’41. Intanto disegna, soprattutto come via di fuga dalle miserie presenti, miseria che, dopo il razionamento dei tessuti, lo costringono di nuovo a tornare a lavorare la terra per riscattare la casa paterna. Finalmente incontra un mecenate, Marcel Boussac, il re del cotone lo chiamavano, che gli dette un credito illimitato. Si attribuisce a lui la frase: “Questo ragazzo farà resuscitare i morti della seconda guerra mondiale”.

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Gli intrecci tra Dior e il femminismo.

Seguirono anni di intenso lavoro, in cui, senza abbandonare mai le consultazioni con una sua amica cartomante Madame Delahaye (anche il genio vuole conforto sul futuro), cerca di disegnare modelli che esprimessero il suo ideale di donna, convinto che una donna veste bene solo quando con l’abito è come se apparisse nuda. Le nuove mode non gli piacevano: donne con capelli corti, braccia scoperte, una donna generata dalla guerra mondiale, una donna forte, mascolinizzata. Sappiamo tutti che le donne avevano sostituito mariti e fratelli nelle fabbriche e nei lavori pesanti, e certo questa era stata una grande conquista per uscire fuori dalla “prigione “domestica, ma Dior cercava una donna diversa, pur valutando una certa indipendenza estetica acquisita dalle nuove donne (per es. abolendo il galateo che richiedeva un abito per le varie circostanze della giornata). Dior cercava u’altra donna ispiratrice. Tornò ancora una volta a casa e si dilettò ad osservare i fiori che sua madre coltivava nel giardino della loro casa di Granville, con tanto amore. Da qui nasce ancora una volta l’aiuto, dalla Natura e da sua madre. Ecco viene fuori la “donna fiore”e la sua prima collezione, il   12 Febbraio 1947: al 30 di Avenue Montaigne a Parigi, Christian Dior presentò la sua prima sfilata. Una grande sfilata ispirata ai fiori e ai loro colori. La stampa francese la boicottò. Fu seguita solo dai giornali americani che la osannarono e parlarono di Dior come di un Alessandro Magno, di un imperatore della moda. La donna si allontanava dalla immagina di donna teutonica della guerra, per sostituirla con l’immagine di una donna “clessidra” (tipo Ingrid Bergman, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Grace Kelly). Di nuovo il bustino che segnava la vita e gli abiti che mettono in luce fianchi e seno. Il tailleur Bar con la giacca e le gonne lunghe di nuovo e plissettate. Tutto questo fu contestato dalle femministe, alle quali sembrò un voler tornare indietro rispetto alle conquiste già fatte e scesero in piazza anche contro di lui.

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Le idee portanti dello stile Dior furono interpretate come un messaggio di chiusura alla modernità : non più donne indipendenti, ma donne che tornano in cucina. Infatti anche la pubblicità ricomincia a insistere su questo e ricorda alle donne che sono prima di tutto mogli. Gli slogan e le immagini di quegli anni del dopoguerra parlano di una donna casalinga e anche spesso stupida.

Dior andò avanti e portò sulla scena mondiale l’importanza della giacca e del tailleur e l’immagine di una ragazza giovane. Le sue modelle erano appunto giovani studentesse con lo stemma d’appartenenza sulla giacca, di alta moralità, e dette così spazio a quella generazione che era stata spazzata via dalla guerra.

Dopo 10 anni di successi la carriera e la vita di Dior si spensero nell’ottobre del 1957 a Montecatini.

Questo il cammino di Dior alla pari dei grandi letterati, scienziati, artisti del nostro tempo.

Le conclusioni dell’incontro le ha espresse, col giusto orgoglio per il lavoro che la Scuola di Formazione Cordella esprime sul territorio ( e non solo) la Consigliera provinciale di Parità Filomena Dantini, ma soprattutto un’ospite d’eccezione: la madre dello stilista Ennio Capasa, con la dolce determinazione delle sue parole e delle sue esperienze. Ha accennato ai sacrifici che si fanno in questo campo della moda, alle scelte coraggiose di Ennio tornato da Parigi a lavorare qui in Italia ‒ dove spesso l’ingegno non trova il giusto spazio ‒ per amor patrio e ha invitato i giovani a rimanere qui. La passione ‒ ha detto ‒ deve essere nutrita di sacrificio e il successo si può ottenere in ogni segmento del lavoro di uno stilista, perché intorno all’ideatore bisogna che ci sia professionalità alta per far sì che l’idea si perfezioni e si concretizzi in un abito. Un abito che può diventare un capolavoro e che può parlare di bellezza. Bellezza che, in qualunque campo, è ragione e scopo di quel Bene che ci salverà.




Kathrine Switzer: la prima maratoneta sfidò Boston nel 1967

La strada del conseguimento delle pari opportunità per le donne è sempre stata costellata da ostacoli rappresentati dal cameratismo maschilista e paradossalmente anche da altre donne che la pensano in maniera diversa da quelle promotrici di innovazione e giustizia, queste ultime non si sono mai arrese né mai lo faranno, perché sanno che lottano anche per le altre. Il 5 gennaio 1947 nacque Katherine Switzer la prima donna che partecipò nel 1967 alla maratona di Boston percorrendo il tragitto in 4 ore e 20 minuti, prima di lei nessuno aveva mai osato farlo a causa del divieto di partecipazione impartito alle donne, perché ritenute inadatte a compiere tale percorso.

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La famosissima Boston Marathon si svolge annualmente ogni terzo lunedi di aprile dal 19 aprile del 1897 e richiama a sé numerosi appassionati e dilettanti maratoneti. Kathrine Switzer sin da adolescente coltivò la sua passione per la corsa, ma comprese sin da subito che non avrebbe potuto diventare un’atleta e decise di divenire una giornalista sportiva. Importante e fortuito fu il suo incontro con il postino dell’università, Arnie Briggs, esperto maratoneta.
A vent’anni decise d’iscriversi alla maratona di Boston e dato il veto lo fece in forma anonima, assieme al suo fidanzato Tom Miller. Durante lo svolgimento della competizione, il direttore di gara Jock Semple si accorse della presenza della corritrice e strattonandola le intimò di fermarsi. In soccorso della ragazza intervenne il suo fidanzato che riuscì a liberarla. Katherine proseguì la competizione e da allora le donne ebbero la possibilità di poter prendere parte alla nota maratona.