Cinque scrutini per un compromesso. Ecco come l’Italia ha ottenuto il seggio all’Onu

Quando il presidente dell’Assemblea Generale, il danese Mogens Lykketoft, annuncia i risultati del primo scrutinio, la Svezia prende 135 voti e viene eletta. Alle sue spalle c’è l’Olanda con 125, vicina al quorum dei due terzi, e solo al terzo l’Italia, con 113 voti. Gli impegni che avevano raccolto alla vigilia erano superiori, almeno venti voti in più, e quindi qualcuno nel segreto della consultazione ci ha traditi. Il sacrificio per salvare i migranti, il lavoro nelle missioni di pace, e la competenza nell’area del Mediterraneo e Medio Oriente non sono bastati. Nel frattempo Bolivia ed Etiopia vengono elette per i posti riservati all’America latina e all’Africa.

In questa situazione si è passati al ballottaggio a due e  al voto a oltranza. Il ministro degli Esteri Gentiloni (che alla fine dirà: «È stata una dimostrazione di unità dell’Europa»), l’ambasciatore Cardi, il vice Lambertini e tutta la squadra dei diplomatici italiani è passata tra i banchi a stringere mani, scambiare commenti, cercare di consolidare i nostri voti e conquistare altri. L’Olanda è più vicina al traguardo, ma nella seconda votazione nessuno raggiunge il quorum. Sono loro che perdono più consensi, scendendo da 125 a 99, mentre l’Italia cala da 113 a 92. Questo può essere un segnale incoraggiante: forse l’idea di mandare nel Consiglio due Paesi nordici sta frenando i sostenitori dell’Aja. Il Kazhakstan intanto ha battuto la Thailandia e ha conquistato il seggio asiatico.

Si passa alla terza votazione, ma anche questa non dà risultati. Anzi, l’Italia recupera e quasi raggiunge l’Olanda: 96 voti per loro, 94 per noi.
Gentiloni si chiude con i suoi collaboratori in un salottino dietro all’Assemblea Generale, e tutti si mobilitano per recuperare voti: telefonate alle capitali, contatti diretti al Palazzo di Vetro, strette di mano. Secondo le stime di una fonte italiana impegnata direttamente nelle trattative, noi abbiamo un blocco solido di circa 45 voti africani, 20 mediorientali e 20 sudamericani.

L’Europa sta in larga parte con l’Olanda, facendoci forse pagare la decisione presa nel 2009 dall’allora ministro degli Esteri Frattini di inserirci nella competizione, dopo che Svezia e Olanda avevano già presentato la candidatura. L’Estremo Oriente sta con i nostri avversari, così come i Caraibi, legati all’Aja anche dalle relazioni seguite all’epoca coloniale. La strategia ora è conservare il blocco dei nostri voti, cercando di aumentarli lavorando sulle aree dove siamo più forti, che sono anche le regioni dove ci sarebbe più interesse geopolitico ad avere un paese del sud Europa in Consiglio. Neanche le concitate trattative dell’ora di pranzo, però, sbloccano lo stallo. Anzi, nella quarta votazione l’Olanda conserva i suoi 96 voti e l’Italia sale a 95.

Si va al quinto scrutinio, dove possono presentarsi altri candidati, ma lo stallo si accentua. Parità: Olanda 95 voti, Italia 95. L’ambasciatore Cardi confabula col collega olandese, davanti al ministro Gentiloni. Nel nome dell’unità europea, all’opposto di quanto è successo con la «Brexit», dividono il mandato: l’Aja si ritira e Roma viene eletta, ma dopo un anno si dimette. A quel punto viene indetta una nuova elezione, con l’Olanda come unico candidato.

Anche alla quarta votazione c’è stata una fumata nera per Italia e Olanda. L’Italia ha ottenuto 95 voti e l’Olanda 96. Già al primo turno nella votazione per il seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nessuno dei due Paesi aveva ottenuto il quorum per l’elezione come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza al secondo turno. L’Italia ha ottenuto 92 preferenze e l’Olanda 99. Al primo turno la Svezia era passata superando la soglia dei 128 voti necessari. L’Olanda è arrivata seconda, senza però superare il quorum, e l’Italia terza con 113 voti.

Tra gli altri gruppi geografici, la Bolivia è stata eletta con 183 voti per l’America Latina e Caraibi, l’Etiopia con 185 voti per l’Africa. Oltre il secondo seggio per l’Europa Occidentale che vede in lizza Italia e Olanda rimane da assegnare anche il seggio per il gruppo Asia-Pacifico, che vede il ballottaggio tra Tailandia e Kazakistan.

Dal 1 gennaio i cinque nuovi membri non permanenti sostituiranno gli uscenti Spagna, Nuova Zelanda, Angola, Venezuela e Malesia. Rimangono per il 2017 Egitto, Giappone, Ucraina, Senegal e Uruguay, oltre i cinque Paesi con un seggio permanente, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina.




AMERICA LATINA – L’Alleanza del Pacifico sostituirà l’Alba

Entrerà in vigore il 20 luglio l’Accordo quadro che dà concretezza all’Alleanza del Pacifico, un organismo per l’integrazione tra Colombia, Perù, Messico e Cile. La decisione è giunta al termine del decimo vertice presidenziale del blocco, che si è tenuto a Paracas, in Perù. Un’alleanza regionale che in molti considerano, non a torto, il contraltare dal punto di vista geopolitico e anche economico all’integrazione solidale e indipendente rappresentata dall’Alba su iniziativa di Cuba, Venezuela ed altri paesi dove negli ultimi anni rivoluzioni o processi democratici hanno condotto al potere movimenti progressisti. Non è un caso che il processo di integrazione tra Colombia, Perù, Messico e Cile abbia notevolmente accelerato negli ultimi anni, anche su pressione degli Stati Uniti che cercano così di recuperare terreno nell’ex cortile di casa ormai da tempo sottratto a Washington.
Il dato più rilevante dell’Accordo raggiunto è l’azzeramento di dazi doganali per ben il 92% dei prodotti commercializzati tra i paesi che aderiscono all’Alleanza del Pacifico, che rappresenterà in questo modo l’ottava potenza economica e l’ottavo esportatore a livello globale. L’accordo, ribadendo quanto già deciso nel 2013, prevede anche la libera circolazione dei capitali e delle persone, che potranno viaggiare così all’interno dei quattro paesi senza necessità di un visto d’ingresso.
Il nuovo blocco regionale del Pacifico, annunciato solo nel 2011, è stato costituito formalmente in Cile nel giugno del 2012, e negli ultimi anni ha fatto passi da gigante testimoniando una universale tendenza a costituire aree regionali, monetarie ed economiche sovranazionali spesso in competizione con aggregati simili.
Solo restando in terra americana, la Alianza si va così ad aggiungere al Mercosur (Mercado comun del Sur), i cui soci sono Argentina, Brasile, Venezuela, Uruguay e Paraguay (più altri paesi che fanno parte di altre alleanze) e naturalmente l’Alba (Alleanza bolivariana per i Popoli delle Americhe) alla quale hanno aderito oltre al Venezuela, anche Bolivia, Cuba, Ecuador, Nicaragua, Antigua e Barbuda, Dominica e Saint Vincent e Grenadine.
A livello latinoamericano, il blocco, totalizza 214 milioni di abitanti, e rappresenta il 37% de Prodotto interno lordo e il 50% del commercio totale. Inoltre, attrae il 45% degli investimenti stranieri.
A segnalare l’identità politica tendenzialmente reazionaria del nuovo blocco regionale, nel corso del vertice a Paracas, i presidenti degli altri paesi hanno espresso solidarietà con il governo della Colombia, “colpita da attentati rurali e urbani che hanno messo a dura prova il processo di pace con i guerriglieri delle Farc e a tal fine hanno anche offerto collaborazione”.
Da parte sua il presidente messicano, il contestatissimo Enrique Peña Nieto, ha passato il testimone cedendo la presidenza pro-tempore dell’Alleanza al suo omologo peruviano Ollanta Humala, sottolineando che le quattro economie del blocco hanno sperimentato una crescita superiore alla media di tutta l’America Latina e dei Caraibi. “Siamo quattro paesi che hanno attivato meccanismi per la libera mobilità di persone, beni, capitali e servizi”, ha aggiunto Peña Nieto.
Nonostante il carattere evidentemente strumentale dell’operazione, è evidente che il boccone è appetibile e molte potenze straniere grandi e piccole non se lo lasceranno sfuggire. Molti analisti citano infatti la possibilità che altri 32 paesi di tutto il pianeta possano integrarsi nell’Alleanza del Pacifico dopo che da qualche tempo sono rappresentati con lo status di osservatori, contendendo a Washington il controllo sul blocco geopolitico. Tra questi anche la Cina, oltre al Giappone, alla Francia, alla Spagna, alla Corea del Sud e a dieci Stati che ne hanno presentato richiesta ufficiale.
Molto critici invece i paesi dell’Alba. Il più chiaro e tempestivo nel denunciare il carattere subalterno all’imperialismo statunitense ed europeo della nuova integrazione regionale è stato il presidente boliviano. “I tentativi degli Stati Uniti sono ora volti a dividere i paesi UNASUR dell’Alleanza del Pacifico. L’Alleanza del Pacifico vuole privatizzare di nuovo i servizi di base e parla di nuovo di libero mercato. Dopo aver fallito nell’imporre questi principi al processo di integrazione dell’America Latina, ora prova a dividerci” ha detto Evo Morales.