Il Québec e la memoria femminile

Il riconoscimento del ruolo delle donne nella storia e nelle società è un aspetto che riguarda anche Paesi ritenuti più sensibili a questa questione.
Il Canada, infatti, patria di valenti scrittrici e attiviste politiche come Lucy Montgomery e Nellie McLung, non fa differenza rispetto ad altre realtà dove si mortifica il contributo che le donne hanno da sempre saputo dare alla comunità.

Tuttavia, già da qualche anno, questo stato federale, e nel contempo monarchia costituzionale, si è fatto promotore di iniziative volte al riconoscimento delle donne canadesi. Per la giornata internazionale delle donne nel 2016, ad esempio, le autorità hanno indetto un sondaggio cittadino per individuare le figure femminili ritenute protagoniste attive del progresso sociale canadese.

Questa iniziativa, oltre a far conoscere biografie poco note ma fondamentali per la crescita della nazione, ha anche sviluppato un vivace dibattito a riguardo, sia nell’opinione pubblica che a livello politico. Lo scopo del sondaggio era quello di dedicare una banconota alla donna scelta. E così è stato. La vincitrice, ‘a furor di popolo’, è stata l’attivista abrogazionista di colore Viola Desdmond che apparirà proprio da questo anno sulle banconote da 10 dollari canadesi diventando così la prima canadese ad essere raffigurata su una banconota regolarmente in circolazione.

Nel 2012 la sua vita è diventata un libro per bambini e le è stato dedicato un francobollo commemorativo.

Le sarà inoltre intitolata una nuova strada a Montréal dopo l’approvazione formale avvenuta la scorsa estate da parte del Comune.

Questa sensibilità verso la riscoperta, e in alcuni casi si può parlare di una vera e propria scoperta, di figure femminili di valore riguarda anche più in particolare la provincia  del Québec, che ha deciso di riconoscere alle proprie patriote, attiviste, scrittrici, artiste, lavoratrici…, un segno tangibile della loro appartenenza nella storia e nel territorio della provincia. La Commissione toponomastica del Québec infatti intende valorizzare in modo permanente la toponomastica femminile, dedicandole uno spazio stabile nel più ampio riquadro dell’ufficio preposto. Sarà un’occasione per scoprire interessanti storie.

Il Québec ha spesso derivato i nomi delle sue municipalità dalle parrocchie religiose già presenti sul territorio dal XVIII -XIX secolo, secondo la tradizione che voleva rendere omaggio al nome di un uomo o di una donna ricorrendo al relativo santo o santa di riferimento. Ne consegue che la maggior parte dei toponimi siano riferiti a figure santificate o beatificate, come nella tradizione più diffusa e consolidata da cui anche l’Italia, a maggior ragione, non sfugge.

Su 1133 municipi 515 hanno nomi santificati: in particolare sono 139 le municipalità che rievocano figure religiose, se includiamo anche la Vergine Maria e le sue declinazioni come Nostra Signora (Notre- Dame), cioè il 12% sul totale dei municipi. In dettaglio, 103 sono dedicati a sante dichiarate venerabili e 36 a donne ‘santificate’ ma laiche, spesso mogli, figlie di signori importanti nella società e nell’economia locale.

Il numero delle municipalità dedicate a donne meritevoli estranee alla religione è ben più esiguo: se ne contano appena undici. Il totale dei municipi femminili raggiunge quota 150, superando di poco il 13% dell’intero Québec.




ITALIA – Da Margherita a Samantha

di Claudia Antolini

Il gruppo di ricerca Toponomastica femminile vuole festeggiare il rientro di Samantha Cristoforetti dedicandole il reportage di questa settimana, tratto dalla mostra Toponomastica femminile: donne e lavoro, esposta fino al 3 maggio alla Centrale Montemartini di Roma. La mostra, prevedeva infatti una sezione su astronome, astrofisiche ed astronaute, di cui riportiamo immagini e testi, e alcuni pannelli fotografici sulle strade intitolate a donne di scienza.

La città di Padova ha recentemente attribuito il nome di Margherita Hack a un parco cittadino.

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Le prime donne che si dedicarono alla disciplina astronomica furono essenzialmente delle osservatrici, intente a catalogare gli astri e a redigere tavole astronomiche.

Le astronome di cui abbiamo ricevuto memoria erano spesso affiancate da una figura maschile preminente – un marito, un tutore, un fratello, un padre che forniva loro l’istruzione negata dalle istituzioni. Considerate dunque “le assistenti” di chi ufficialmente ricopriva l’incarico, le astronome non vengono mai menzionate nei libri di storia, eppure il loro apporto non fu per nulla trascurabile.

Il fenomeno non è certo nuovo. Spesso il contributo scientifico femminile è stato inglobato nella ricerca svolta dalle figure maschili di riferimento e la maternità di alcune scoperte effettuate da donne ha valso importanti riconoscimenti ai loro collaboratori.

Bisogna aspettare tempi più recenti perché le donne con la testa tra le stelle ricevano la meritata attenzione: oggi la loro visibilità è più alta sia nella scienza che nell’esplorazione, grazie ad alcune personalità indiscusse e alla crescente presenza di astronaute nelle missioni spaziali internazionali.

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Un piccolo passo per una donna un grande passo per l’umanità

Fino ad oggi, su un totale di 536 viaggiatori dello spazio, 59 sono di genere femminile: Russia, India, Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Canada, Francia, Iran, Giappone, Regno Unito e, con Samantha Cristoforetti, anche l’Italia ha mandato una donna nello spazio.

Sebbene la prima partecipazione di una donna a un programma di esplorazione spaziale avvenne nel 1963, poco dopo l’inizio dei viaggi con equipaggiamento umano, ci vollero circa vent’anni perché l’evento si ripetesse; durante gli anni ’80 diverse donne furono incluse nelle missioni spaziali (soprattutto statunitensi) fino a rendere abbastanza comune la loro presenza.

In questo elenco, sono incluse astronaute (partecipanti a programmi statunitensi), cosmonaute (parte di programmi sovietici) e taikonaute (viaggiatrici dello spazio per l’agenzia spaziale cinese).

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MESSICO – Carovane in memoria dei 43 studenti scomparsi, ma il caso non è chiuso

E’ giallo sulla notte del 26 settembre 2014 a Iguala, quando  sei studenti sono stati assassinati, cinque sono stati feriti e altri 43 sono scomparsi. Tutti appartenevano alla scuola rurale di Ayotzinapa, nello stato di Guerrero.

Quattro mesi dopo la loro scomparsa, il 27 gennaio, l’allora procuratore generale della repubblica, Jesús Murillo Karam, ha informato la società messicana che gli studenti di Ayotzinapa sono stati confusi con un gruppo di narcotrafficanti della zona (Los Rojos) e che per questo sono stati uccisi da un gruppo rivale. Per il procuratore, i corpi dei 43 studenti scomparsi sono stati incendiati in una discarica di Colula e le ceneri sono state gettate nel fiume San Juan.

A sette mesi di distanza ci sono più dubbi che certezze e altre inchieste giornalistiche e scientifiche hanno smentito una a una le prove ufficiali. Per esempio è stato dimostrato che i testimoni ascoltati dalla procura sono stati torturati e inoltre, secondo la squadra di antropologi forensi che sta lavorando con i familiari degli scomparsi, il dna dei resti identificati dalle autorità non corrisponde a quello dei 43 studenti scomparsi.

Gli esperti hanno manifestato dubbi sulla versione del rogo dei morti a Cocula: se i corpi fossero stati distrutti in un falò, l’incendio sarebbe durato diversi giorni, cosa impossibile se si pensa che in quei giorni in città pioveva, secondo le testimonianze del servizio meteorologico nazionale.

Anche se il governo messicano ha insistito fin dal principio sul fatto che l’esercito non ha partecipato in nessun modo ai fatti, le ultime inchieste giornalistiche mostrano il contrario. Secondo i sopravvissuti, che hanno anche ripreso l’accaduto con i telefoni, sono stati i militari a sequestrare i ragazzi e a consegnarli ai narcotrafficanti.

I diritti umani devono venire prima degli investimenti privati, ricorda Román Hernández, del Centro dei diritti umani della montagna Tlachinollan che in questi giorni ha cominciato il giro Eurocaravana 43 in 13 paesi europei, insieme a Omar García, studente di Ayotzinapa, ed Eleucadio Ortega, padre di uno dei giovani scomparsi.

Ayotzinapa si è caratterizzata da decenni per il suo lavoro di lotta, come quasi tutte le scuole rurali nel paese. Per questo rappresenta una minaccia, che si vuole sottomettere con la violenza.

Il tour attraverso le 13 città europee continuerà fino al 19 maggio. Prima c’è stata un’altra carovana negli Stati Uniti, e se ne pianifica una in Canada e in America Latina.

Queste carovane sono possibili grazie all’aiuto di reti, associazioni e collettivi internazionali con esperienza in zone di conflitto o in aree degradate a causa di cattive politiche sociali. “Ad Ayotzinapa e a Guerrero stiamo cercando di organizzarci, di costruire garanzie affinché questi episodi non si ripetano. E non possiamo chiederlo allo stato, che allo stesso tempo è colpevole. Questo tour serve affinché i fatti di Ayotzinapa non si ripetano. Una parte di quello che abbiamo imparato è che i diritti non si chiedono, si esercitano”.

Milano, una città che è quanto di più distante da Ayotzinapa, è stata scelta come prima tappa del giro. Circondati da Versace, Escada, Harmont Blaine, Prada e Louis Vuitton, Omar, Roman e don Eleucadio saranno accompagnati da cittadini messicani che da anni vivono in Italia. Ma all’incontro sono arrivati anche gli italiani, coinvolti nella lotta dei messicani, gli stessi che in questi mesi hanno organizzato cene e incontri per raccogliere fondi e raccontare quello che è successo in Messico.

Lo studente di Ayotzinapa, Omar, dice: “Chiunque di noi potrebbe scomparire. Oggi sappiamo che la cosa più importante è portare avanti una lotta collettiva”.