Le donne di Maggio

Di Paola Spinelli e Maria Pia Ercolini

Dalla rubrica SIGNORE SI NASCE di Toponomastica femminile

Io mi sentivo libera e leggera
come quei fiocchi bianchi di pelurie
che si sprigionano dai pioppi, in maggio
e cercan l’alto.

Antonia Pozzi ci introduce con questi versi alle donne nate a maggio che “cercan l’alto”.

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“Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia”, così scrive di sé Laura Betti, che in realtà inaugura il nostro mese perché nata il primo giorno di maggio. La ammiriamo come cantante e attrice, donna intelligentissima e dal carattere difficile, ideatrice e direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini.

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Il 2 di maggio ci regala ancora due attrici: Fiammetta Baralla, grande caratterista del cinema e della televisione, ma anche interprete del teatro d’avanguardia e Norma Aleandro, la “pasionaria” argentina, combattente dello schermo e della vita, attrice e intellettuale di posizioni progressiste.

Il 3 ci porta Mary Astor, un’attrice che ha saputo reinterpretarsi più di una volta, da femme fatale, alla più classica delle dark lady (Il mistero del falco) fino a diventare la madre saggia di Piccole donne (edizione del 1949) o di Incontriamoci a Saint Louis di Vincente Minnelli.

Il giorno 4 è la volta di Audrey Hepburn, troppo fragile per realizzare il suo sogno di fare la ballerina, ma che divenne invece un’attrice talentuosa che impose un nuovo modello di bellezza femminile. Fu ambasciatrice dell’UNICEF e icona dell’eleganza. L’abito bianco a fiori che Givenchy creò per lei quando vinse l’Oscar per “Vacanze romane” è considerato ancor oggi il migliore abito di tutti i tempi indossato alla premiazione degli Oscar.

Voglio ricordare Anna Maria Mozzoni, nata il 5 maggio, attraverso queste sue parole del 1906: “tutto ci ha ormai persuaso che la giustizia non riguarda che gli elettori e non si estenderà a noi se non quando e in quanto saremo elettrici perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, perché infine portiamo il contributo dell’opera e del denaro al funzionamento dello Stato”.

Il giorno 6 abbiamo un volto noto: Lianella Carell. Era l’epoca del neorealismo e degli attori presi dalla strada. Lei, giornalista, andò da De Sica per fargli un’intervista. Lui, colpito dall’intensità del suo volto, la scelse per fare la moglie di Lamberto Maggiorani in”Ladri di biciclette” e in quel ruolo l’abbiamo conosciuta tutti.

Giorno 7: Ruth Prawer Jhabvala che come sceneggiatrice ha avuto 3 nomination e ha vinto 2 Oscar con “Camera con vista” e “Casa Howard”e come scrittrice ha vinto il Booker Prize con “Calore e polvere”.

Quando ero bambina le magliette e i cappellini con stampati i marchi delle ditte erano capi da lavoro che muratori e contadini indossavano per non rovinare i vestiti buoni. Te li regalavano al giro d’Italia o nei negozi di sementi o di ferramenta. Nessuno si sarebbe sognato di spendere dei soldi per fare pubblicità a qualcuno. Poi è cambiato tutto e i marchi sono diventati status symbol. Poi è uscito NO LOGO. Il giorno 8 è il compleanno di Naomi Klein.

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Il 9 maggio nascono a distanza di circa cento anni l’una dall’altra due donne assolutamente diverse ma simili, credo, per l’intraprendenza e il coraggio, tutte e due francesi, tutte due, a modo loro, eroine.

La prima, Olympe Pélissier all’età di 15 anni fu venduta dalla madre a un giovane aristocratico. Oggi queste cose non avvengono più? Non saprei. E comunque Olympe da lì iniziò il suo faticoso percorso di formazione da cortigiana a modella, e poi da “cortigiana cattiva”, come la definì Balzac, a moglie devota di Gioacchino Rossini.

La seconda donna del giorno 9 è Marise Hilsz, che da modista, presa dalla passione per il volo, diventa prima paracadutista poi aviatrice. È una donna dai molti record e dai molti meritati riconoscimenti: le sono stati dedicati un campo sportivo, una scuola, diverse vie, un monumento e almeno tre francobolli.

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Il 10 maggio è il giorno di Rosanna Benzi che ha trascorso gran parte della sua vita a Genova, dentro un polmone d’acciaio, ma che sorprendentemente diceva di sé: “La mia vita tutto sommato è normale, anche se me ne sto qua dentro, immobile. Faccio le cose che fanno tutti. Studio, lavoro, dirigo una rivista, GLI ALTRI. Faccio politica”.

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11 maggio: “Le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali”. E sembravano ali le braccia di Martha Graham che fu per la danza quello che Picasso rappresentò per la pittura e Stravinsky per la musica.

Il 12 maggio il sipario è per Giulietta Simionato, una signora del Bel Canto che si ritirò dalle scene “in bellezza”, quando la sua voce non aveva ancora incrinature, perché il suo pubblico potesse ricordarla al meglio, ma che nella sua lunga vita non cessò mai di occuparsi di musica.

Maria Teresa d’Asburgo, 13 maggio, dimostra che per una donna, a tutti i livelli, è difficile far valere i propri diritti. Pur potendo succedere al padre grazie alla Prammatica Sanzione, Maria Teresa dovette combattere sette anni, rinunciare a diversi territori per vedersi riconosciuto alla fine il titolo di sovrana ma non di imperatrice. Fu il marito a diventare imperatore e lei dovette accontentarsi del titolo di imperatrice consorte.

Spesso la narrazione storica si dimentica delle donne, ma può anche succedere che le racconti male o che le diffami scientemente. È il caso di Margherita di Valois, 14 maggio, consegnata alla memoria collettiva come la bellissima, scaltra e intelligente ma dissoluta “regina Margot”. D’altra parte, essendo Margherita l’ultima dei Valois, per legittimare ancor più la successiva dinastia dei Borboni, si volle vedere in lei l’ultimo frutto di una dinastia marcia e depravata.

Il 15 maggio è il giorno di Maria Reiche, famosa per le sue ricerche sulle linee di Nazca, proclamate nel 1995 dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Di lei si dice: “vive di certo ancora a Nasca. Ed è il vento, qua onnipresente, che lo racconta.”

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16 maggio: ecco Gaetana Agnesi, matematica, filosofa e benefattrice, alla quale sono stati tributati tanti riconoscimenti e sono intitolate tante strade in tutta Italia, “una delle più grandi matematiche di tutti i tempi, fu la prima donna autrice di un libro di matematica e la prima a ottenere una cattedra universitaria di matematica”.

Ed ecco, il 17 maggio, Candida Mara, cantadora sarda, che fu la prima donna a partecipare alle gare a chitarra, fino ad allora riservate ai soli uomini. Girava in calesse di paese in paese armata di pistola e ci viene descritta dal musicologo Gavino Gabriel come un “vulcano di passioni che ha sconvolto cuori e famiglie”. Dal suo canto traeva “un potere di dominio che piegava ogni volontà”, con una voce che le dava “una strana personalità di fattucchiera e di dea”.

Chi ha una certa età, come me, ha molti ricordi in bianco e nero. Nella colonna sonora di questi ricordi non possono mancare i Cetra. Lucia Mannucci, 18 maggio, era la voce femminile del quartetto Cetra, ma è stata anche cantante solista, attrice di musical, presentatrice di programmi televisivi e doppiatrice. Inoltre assieme al marito, Virgilio Savona, svolse attività di ricerca nell’ambito della musica popolare.

19 maggio: cambia completamente il quadro, è la scena del finto orgasmo di “Harry ti presento Sally”. Solo una donna la poteva scrivere, la stessa che ha detto: “E soprattutto cerca di essere l’eroina della tua vita, non la vittima” e cioè Nora Ephron, scrittrice, sceneggiatrice, regista, giornalista, saggista che, attraverso le lenti dell’arguzia e dell’ironia seppe trarre ispirazione da tutto: i tradimenti del marito Carl Bernstein, la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia e il dolore.

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20 maggio: due donne durante il regime fascista. La prima, Paola Masino, è una scrittrice malvista dal regime, ma il cui romanzo “Nascita a morte della massaia” è ancora attualissimo. La seconda, Ondina Valla, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, a soli 20 anni, diventa un simbolo per le ragazze in un’Italia che dava molta importanza all’esercizio fisico, per fare dei maschi dei forti guerriere e delle femmine delle sane riproduttrici. Racconta Ondina: “avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade precedente, quella del 1932 a Los Angeles. Ma sarei stata l’unica donna della squadra di atletica e così mi dissero che avrei creato dei problemi su una nave piena di uomini. La realtà è che il Vaticano era decisamente contrario allo sport femminile”.

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Il 21 maggio abbiamo una donna che è addirittura finita sulla banconota da 5 sterline inglesi: è Elisabeth Fry, la filantropa che promosse la riforma del sistema carcerario inglese.

Il 22 nasce Elvira Badaracco, politica, pubblicista, femminista, che ha lasciato tutto il suo patrimonio economico, scientifico e politico alla Fondazione che porta il suo nome e che ha la finalità di raccogliere, organizzare, conservare e rendere fruibile il patrimonio di conoscenze e pratiche elaborato dal movimento delle donne.

Il 23 maggio ci porta la voce di Marilyn Monroe e di tantissime altre attrici famose: è Rosetta Calavetta, esempio della grande professionalità dei nostri doppiatori, talmente bravi che a volte riescono a dare un tocco in più ai film e all’interpretazione degli attori che doppiano.

Il 24 è il giorno di Felicia Bartolotta Impastato, che aveva aperto la sua casa a quanti volevano conoscere il suo Peppino. Ai giovani che le chiedevano come si fa a combattere la mafia dava questo consiglio: “Tenete la testa alta e la schiena dritta” e, aggiungeva: “Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto”. Costituitasi parte civile, riuscì ad ottenere giustizia e a vedere condannati i mandanti dell’omicidio del figlio.

Colette Rosselli, giorno 25, autrice di libri per ragazzi, illustratrice di moda, pittrice, giornalista, come Donna Letizia, raccolse le confessioni, i timori, le speranze le angosce, le inquietudini di almeno quattro generazioni di italiani, quando, piuttosto che all’analista, ci si rivolgeva alla posta del cuore.

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“Mia sete grande era poter dire in versi tutto ciò che mi passava per l’anima”, sono parole di Vittoria Aganoor Pompilj, la donna del 26 maggio. I temi delle le sue liriche sono la vita, la morte, la natura, i ricordi, i temi sociali, ma su tutti domina l’amore, che è per Vittoria bisogno di superare la condizione esistenziale della solitudine.

Con Amelia Bloomer, 27 maggio, si coniugano insieme abbigliamento e impegno femminista. Nella sua lotta a favore dei diritti delle donne, la Bloomer volle riformare l’abbigliamento femminile con una sorta di pantaloni, i bloomers. L’epoca non era matura. Si pensò che la donna volesse indossare i pantaloni in senso metaforico e che all’interno della famiglia si potesse realizzare una rivoluzione di ruoli senza precedenti, perciò Amelia fu coperta di improperi e di ridicolo.

Il 28 è il giorno di Giuliana Dal Pozzo che nel 1988, quando il termine femminicidio non era di moda e non si parlava della violenza sulle donne, specie di quella domestica, si inventò il Telefono Rosa: cinque volontarie con un quaderno e una penna che si alternavano in una stanza nell’ascolto di donne che chiamavano chiedendo aiuto da tutta Italia

29 maggio: Alfonsina Storni, una poetessa così importante che ora la poesia femminile argentina viene divisa in due tappe: prima e dopo Alfonsina Storni. La sua ultima poesia “Voy a dormir”, scritta prima del suicidio in mare, ispirò la notissima canzone “Alfonsina y el mar”, una canzone struggente e malinconica, dolce e triste, tragica ed epica allo stesso tempo.

L’attrice Anna Proclemer, 30 maggio, negli ultimi suoi anni si era organizzata un sito web interessante, intelligente e divertente, con tanto di istruzioni per l’uso, insomma è obbligatorio andarci anche perché, confessa, è l’autobiografia che si era sempre rifiutata di scrivere e, aggiunge, “Il prodotto può essere conservato a temperatura ambiente e non ha data di scadenza. Vale a dire che quando l’attrice “tirerà il calzino”, come dicono magnificamente a Firenze, il Sito resterà qui, per vostro uso e consumo”.

Il mese di maggio si chiude in bellezza con Alida Maria Altenburger von Markenstein und Frauenberg, nota come Alida Valli, attrice straordinaria e intensa che ha dato il suo splendido volto a personaggi indimenticabili.

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Queste sono le donne di maggio, messe una dopo l’altra, come le perle di una preziosissima collana:

“Il giardino era fiorito, tutte le porte erano aperte sul cielo azzurro di maggio.”

(Anna Maria Ortese)




ITALIA – Letterate nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

 Ci sono donne con le quali sarebbe bello prendere un caffè e chiacchierare in modo informale di interessi comuni. Magari sedute ad un tavolino della Galleria Vittorio Emanuele II, con affaccio sul Duomo. Scatterebbero ricordi, nostalgie, propositi per il futuro. Di queste donne rimane traccia nella loro opera e nelle targhe che ne riportano i nomi.

1.Germana de Stael

Ripercorrendo la storia dal passato si rivivrebbe l’età dell’Illuminismo con Germana de Stael, così italianizzata ma nata Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 22 aprile 1766 – Parigi, 14 luglio 1817).

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Di lei scrittrice permane l’importanza del trattato De l’Allemagne, un elogio della cultura tedesca che fu sequestrato dal regime di Napoleone e le valse l’interdizione dal soggiorno a Parigi, con il divieto di avvicinarsi a meno di 150 chilometri. A seguito di ciò visse in esilio sul lago di Ginevra e poté tornare nella capitale francese solo dopo la caduta di Bonaparte.

Colei che è passata alla storia come Madame de Staël, figlia di Jacques Necker, ministro delle finanze del re di Francia Luigi XVI, e di Suzanne Curchod, aveva perfezionato la propria formazione accademica grazie al salotto letterario della madre, successivamente riprodotto in un proprio circolo culturale aperto ai maggiori intellettuali dell’epoca.

Innovatrice e degna discepola degli Enciclopedisti, scrisse il saggio Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, uscito a cura di Pietro Giordani nel primo numero della Biblioteca Italiana (gennaio 1816). Ne derivò un lungo dibattito tra classicisti e romantici in cui si metteva a confronto la letteratura tedesca ed inglese con quella italiana, ancora legata alla nostalgica imitazione del Neoclassicismo e dell’Arcadia. Si sottolineava come tale produzione, spesso scritta in latino e rivolta ad un ristretto pubblico di élite, fosse ormai in declino nell’ambito europeo e avesse bisogno di una nuova visione, in un più stretto rapporto fra società e cultura. Di questa querelle Madame de Staël fu il centro.

3.oriana-fallaci.foto_completa

Forse si sarebbe intesa bene con Oriana Fallaci o forse no.

Due caratteri forti possono fare fronte comune o farsi la guerra. Chissà…

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Fallaci dice di se stessa: «Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni. Sempre citando da Oriana: «Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».

Lei stessa dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, seguì il padre nella Resistenza. Aveva 14 anni e con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia” fece da staffetta consegnando armi, giornali clandestini, messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati.

Le iniziali collaborazioni giornalistiche la confermarono nella decisione di dedicarsi alla scrittura. Il primo romanzo fu Penelope alla guerra (1962), seguito da Gli antipatici (1963).

Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la sua carriera, in quanto inviata in Vietnam, unica giornalista italiana presente al fronte, in posizione critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Da tale esperienza scaturì il libro Niente e così sia (1969). Crescente fu da allora il successo come giornalista politica grazie ai reportage sulla rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, sul conflitto arabo-palestinese, sulle guerriglie contro le dittature del Sudamerica. Per non parlare della morte di Bob Kennedy e delle interviste a personaggi politici abitualmente inavvicinabili. La sua tecnica era per l’epoca molto innovativa, quasi un vero e proprio interrogatorio, studiato a tavolino e di taglio soggettivo. «Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in Oriana Fallaci intervista se stessa – LApocalisse. Ventisei di questi pezzi furono raccolti nel 1974 in Intervista con la storia.

Altri due libri sono autobiografici: Lettera a un bambino mai nato (1975), pubblicato mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e Un uomo (1979), sul rapporto con Alexandros Panagulis. Nel 1990 uscì Insciallah, ancora una volta sulla guerra e sul fondamentalismo islamico. Oriana Fallaci nell’intervistare Khomeini, polemicamente si tolse il velo dalla testa.

Nel 1992 scoprì di avere il cancro. Nel 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre.

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A sua volta giornalista d’attacco fu Anna Politkovskaja, nata nel 1958 a New York da genitori diplomatici.

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Dopo aver lavorato per il giornale Izvestija, nel 1999 comincia a seguire per la Novaja Gazeta il conflitto in Cecenia. Nel 2001 vince il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani. Nell’ottobre 2002 accetta il ruolo di negoziatrice durante l’assedio del teatro Dubrovka di Mosca. Nel 2003 vince il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Nel settembre 2004 subisce un tentativo di avvelenamento mentre è in volo verso Beslan, durante il sequestro nella scuola. Il 7 ottobre 2006 viene uccisa a Mosca. Questa serie incalzante di eventi ben suggerisce l’idea di una rapida successione culminante nella morte violenta a soli 48 anni.

Anna scrive: “Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me… Ormai possiamo incontrarci solo in segreto perché sono considerata una nemica impossibile da “rieducare”. Non sto scherzando [Anna si riferisce al piano di “cecenizzazione” di Putin: ingaggiare i ceceni “buoni” e fedeli al Cremlino per uccidere i ceceni “cattivi” ostili a Mosca]. Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell’amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev’essere “ripulita” da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me… Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola piazza centrale di Kurchaloj, un villaggio ceceno grigio e polveroso. Portavo una sciarpa arrotolata sulla testa come fanno molte donne locali della mia età… Era fondamentale non essere identificata, altrimenti mi sarebbe potuto succedere di tutto. Su un lato della piazza, appesa al gasdotto che attraversa Kurchaloj, c’era una tuta da uomo intrisa di sangue. La testa, invece, non c’era più. L’avevano portata via…». In questo clima Anna continua la sua battaglia per un giornalismo obiettivo e non distorto dalle leve del potere. Durante la cerimonia di intitolazione ad Anna dei giardini in zona stazione Garibaldi il 12 giugno 2013, la sorella Elena Kudimova ha espresso la speranza di vedere un giorno a Mosca una via dedicata ad Anna Politkovskaja.

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Le donne di lettere spesso iniziano con il giornalismo, poi passano alla saggistica e alla narrativa. È il caso di Graziella Romano, detta Lalla (Demonte, 11 novembre 1906 – Milano, 26 giugno 2001), celebre come poetessa, scrittrice, giornalista e aforista.

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Piemontese di origini ebraiche, frequenta i corsi di pittura di Felice Casorati, a cui segue un’attività di critica d’arte che la porta a conoscere i fermenti parigini e a dedicarsi all’insegnamento di questa disciplina. Vicina al movimento Giustizia e Libertà, prende parte attiva alla Resistenza e s’impegna nei Gruppi di difesa della donna. Incoraggiata da Eugenio Montale, pubblica alcune poesie: è del 1941 la raccolta Fiore edita da Frassinelli e del 1943 la traduzione dei Tre Racconti di Gustave Flaubert. Da qui in poi si moltiplicano le opere letterarie, tra cui il romanzo Le parole tra noi leggere (premio Strega nel 1969) e L’Ospite (1973), oltre alle collaborazioni giornalistiche con varie testate. Nel 1976 Lalla si avventura nella sfera politica e viene eletta consigliera comunale a Milano come indipendente del partito comunista italiano, ma dopo poco si dimette, delusa e annoiata. È quanto successe a Franca Rame, raro esempio di personalità politica dimissionaria dal senato per indignazione. La Romano, ugualmente anticonformista, aveva un carattere schivo che le valse il soprannome di “cardo selvatico” e che si riverbera nella sua scrittura talvolta spietata nel sottolineare i vizi della società borghese. Fu anche impietosa nel descrivere il figlio come persona disadattata nel romanzo Le parole tra noi leggere, che in lui generò un rancore durato tutta la vita.

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Diversissima la figura di Neera, pseudonimo di Anna Zuccari Radius (Milano, 7 maggio 1846 – Milano, 13 luglio 1918).

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A lei dobbiamo: Un romanzo (1876), Addio (1877), La Regaldina (1884), Il marito dellamica (1885), Teresa (1886), Lydia (1887), La vecchia casa (1900), Una passione (1903), Duello danime, (1911); novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come Lamor platonico (1897), Lindomani (1890), Fotografie matrimoniali (1898), Battaglie per una idea (1898), Le idee di una donna (1903) e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario digiene per le famiglie (1881).

Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi contemporanei più illustri (Verga, Mantegazza, Marinetti…), e l’autobiografia Una giovinezza del secolo XIX, iniziata nel 1917 quando era a letto inferma e interrotta solo qualche giorno prima della morte, in forma incompiuta.

Le sue protagoniste riflettono lo spirito del tempo e sono state tacciate di sudditanza alle figure maschili, tant’è che in epoca moderna appaiono desuete e trascurate dai lettori. Tuttavia si intravvedono alcuni accenni assai moderni al desiderio sessuale, malgrado Neera fosse una sostenitrice dell’amore platonico. Vicina alla corrente del verismo, grazie all’amicizia con Verga, seppe creare un equilibrio stilistico tra passione e ragione. Non ricorda in ciò Senno e Sensibilità di Jane Austen? Con le debite differenze, of course, perché quando scintilla lo humour britannico si è più portati al sorriso che alla partecipazione melodrammatica.

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È di una generazione precedente e di origine francese George Sand, pseudonimo di Amantine (o Amandine) Aurore Lucile Dupin (Parigi, 1º luglio 1804 – Nohant-Vic, 8 giugno 1876), scrittrice e drammaturga, considerata tra le più prolifiche della storia della letteratura.

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Scrisse un buon numero di romanzi, novelle e drammi teatrali, tra cui Indiana, Lélia, Consuelo, La palude del diavolo, La piccola Fadette, e l’autobiografia Un inverno a Majorca, resoconto di un soggiorno funestato da piogge continue all’abbazia di Valldemossa in compagnia dei due figli e di Chopin. Di spirito libero e pratico, amava indossare abiti maschili, ritenuti più comodi delle lunghe sottane, sporchevoli in passeggiata e ingombranti a cavallo.

In parallelo ai numerosi legami amorosi (Alfred de Musset e Fryderyk Chopin, più molti altri), si svilupparono adesioni politiche sempre più repubblicane e posizioni liberali, evidenti in Lettres à Marcie, sui temi dell’emancipazione femminile e delle idee socialiste.

Femminista moderata, George Sand fu attiva nel dibattito politico e partecipò, senza assumere un ruolo di primo piano, al governo provvisorio del 1848. L’opposizione alla politica del papato nel dicembre 1863 le costò la messa all’Indice di tutti i suoi scritti.

La vasta e variegata produzione letteraria comprende 143 tra romanzi e racconti, 49 scritti vari, 31 opere teatrali, le cui rappresentazioni si svolgevano nel teatrino privato della tenuta di Nohant. Molte vennero poi allestite sui prestigiosi palcoscenici parigini. Le commedie di costume, tendenzialmente serie e didattiche, riscossero notevole successo ma recensioni critiche poco calorose. Da ricordare inoltre numerose critiche letterarie e testi politici vicini alle idee socialiste.

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Un salto nel tempo ci avvicina a Veronica Gàmbara (Pralboino, 30 novembre 1485 – Correggio, 13 giugno 1550) la poetessa alla quale Milano dedica un piazzale.

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Appartenente a una famiglia di tradizione umanistica, per volere del padre Gianfrancesco, uomo di lettere, acquisì un’ottima educazione classica che comprendeva lo studio della filosofia, della teologia, del greco, del latino. Le sue ave godettero della stima di Francesco Sansovino e di Baldassarre Castiglione in quanto incarnazioni dello spirito del Rinascimento. Brescia era allora una città molto ricca, con fermenti culturali in pieno rigoglio. Per le famiglie nobili era d’obbligo cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria. In questo contesto Veronica cominciò a scrivere versi fin dall’adolescenza, obbedendo al modello petrarchesco imperante, ma rivelando al contempo un notevole talento e un accento personale che si distaccava dall’imitazione pedissequa di molti autori coevi. Con Pietro Bembo, conosciuto dal padre nella sua attività diplomatica, avvia una corrispondenza di lettere e sonetti già nel 1502, continuandola fino alla morte del suo interlocutore. Il primo testo della Gàmbara pervenutoci è una lettera a Isabella d’Este del 1º febbraio 1503, nell’ambito di uno scambio epistolare che ebbe modo di avvicinarla ulteriormente ai valori umanistici.

Veronica mise a frutto la libertà d’intelletto e il talento poetico scrivendo versi raffinati ed eleganti che ricevettero giusto riconoscimento dai contemporanei e che brillano tra i migliori della letteratura italiana. In particolare nelle stanze «l’accento moralistico, che le era naturale, addolciva la sua severità, i pensieri si snodavano con la grazia di un pacato ragionare, cui la lingua nobile ma non artefatta riusciva a conferire un accento aristocratico». Illustri estimatori furono Giacomo Leopardi, Antonio Allegri e Rinaldo Corso. Oltre alle Rime, sono conservate le Lettere, che rivelano una donna vivace, attenta, partecipe della vita culturale e politica del suo tempo.

Dal 1518, dopo la morte del marito, si occupò dello Stato di Correggio, che resse con notevole abilità e determinazione fino alla morte, sopravvenuta nel 1550.

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Di discendenza patrizia è Clelia Grillo Borromeo (Genova, 1684 – Milano, 1777), imparentata con illustri casate europee, figlia di Marcantonio Grillo duca di Mondragone e marchese di Clarafuente, e della marchesa Maria Antonia Imperiali.

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Andata in sposa all’aristocratico Giovanni Benedetto Borromeo, fu cardine della nobiltà milanese e per vari decenni nel palazzo di via Rugabella animò uno dei salotti cittadini più importanti, dove si coltivavano le arti liberali, con un vero e proprio culto per la scienza, tanto che vi si eseguivano esperimenti cui era solito partecipare il più illustre frequentatore della casa, il naturalista Antonio Vallisneri.

La contessa era adepta delle scienze naturali e della matematica, unite a un’ottima padronanza del latino, del greco e dell’arabo. Il suo salotto divenne man mano un centro politico avverso all’Austria, dove si riunivano aristocratici desiderosi di rovesciare il governo di Maria Teresa per tornare sotto la Spagna. Un ruolo principale ebbe il conte Giulio Antonio Biancani, che Clelia nascose e che aiutò poi a fuggire durante la repressione. Il conte fu però scoperto, arrestato e decapitato. Clelia pagò a caro prezzo l’impegno filospagnolo con l’esilio e la confisca dei beni. Malgrado tali traversie morì novantatreenne.

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Di origine nobile era anche Anna Maria Mozzoni (Milano, 5 maggio 1837 – Roma, 14 giugno 1920), nota come giornalista, attivista dei diritti civili e pioniera del femminismo. Educata alla luce delle idee illuministe, maturò una coscienza libera da pregiudizi che oggi definiremmo laica.

Scrisse La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864 come auspicio di un risorgimento femminile e, fervente repubblicana, rimproverò a Mazzini l’idea retriva che il posto della donna sia soltanto in seno alla famiglia. Non meno dura fu l’accusa a Proudhon che, giudicando le donne esseri inferiori mentalmente e moralmente, quindi non meritevoli di una partecipazione attiva nella società, stabiliva un arretramento rispetto alle idee avanzate e riformiste del Settecento. Tuttavia anche la Mozzoni era convinta che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d’oppressione, non fosse ancora matura per godere del diritto di voto, mentre era imperativo l’accesso all’istruzione e alle professioni. Fondamentale poi la riforma del diritto di famiglia, uno dei 18 punti esposti nel libro.

Analoghi sono i temi di La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865.

A fronte delle nascenti scuole professionali riservate alle ragazze, nel 1866 Mozzoni diede alle stampe Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, a favore dell’introduzione delle lingue straniere, delle scienze e della storia della condizione femminile nel mondo, come presupposti necessari a formare «cittadine di uno stato moderno».

Nel 1870, dopo aver tradotto The Subjection of Women di John Stuart Mill, insegnò filosofia morale nel Liceo femminile «Maria Gaetana Agnesi» di Milano, e con la collega Maria Antonietta Torriani nel marzo 1871 tenne un giro di conferenze a Genova e a Firenze.

Si batté tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni in Parlamento nel 1877 e nel 1906. Nel 1878 rappresentò l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L’anno seguente fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili.

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ITALIA – Terni, il mondo delle donne e le memorie operaie femminili

Di Manila Cruciani

Ticchetettà

Semo de Cinturini lasciatece passa’

semo belle e simbatiche ce famo rispetta’

matina e sera, ticchetettà,

infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’

 

(Cinturini, canzone delle operaie tessitrici della fabbrica di iuta impiantata a Terni, alla fine del 1800, dall’ingegnere Centurini)

 

Nel Villaggio Matteotti della città di Terni, può accadere che i passi rimbalzino nel ritornello di una canzone sociale: l’insediamento semirurale (realizzato dalla Società Terni fra il 1938 e il 1946) e le cellule abitative avanguardiste del nuovo agglomerato (progettato nel 1970) restituiscono nomi di donna alla memoria democratica e alla classe cultrice e lavoratrice della storia locale.

In questi nomi c’è l’intuizione del nesso, (ri)generativo e variabile, di tante piccole comunità di destino all’interno della grande comunità di destino planetaria, e l’allusione ad una madre terra e ad una lingua madre, che le riconosce e le comprende tutte.

 

Oggi le finestre della città operaia si spalancano sulle storie delle persone nuove che la abitano, la cambiano e, perciò, la rinnovano, in una metaprospettiva, foriera di metaidentità.

 Qui, nel 2012, è nato il circolo Il mondo delle donne, frutto di una progettualità condivisa tra la biblioteca comunale e il sistema museale di Terni, che raccoglie il sapere narrativo delle donne, italiane e migranti. Un sapere che è anche resistenza – alla omologazione, alla assimilazione, alla dispersione di una oralità diffusa – e costruzione di una quotidiana interculturalità.

Da qualche mese, il circolo ha iniziato i lavori per redigere una guida di Terni al femminile attraverso un percorso di partecipazione: la pubblicazione prevede itinerari storico-culturali di genere, indicazioni sui servizi, schede di approfondimento della lingua italiana. Una proposta non convenzionale, a volte sorprendente, dedicata a chi arriva, a chi resta e alle “turiste” e ai “turisti” che giocano in casa!


 1.Terni_Lungonera Savoia_ManilaCruciani.ridotta

Foto 1 (Manila Cruciani)

Terni _ Lungonera Savoia, particolare di figura femminile

Quando si è con le sorelle, non c’è posto per la disperazione.

Un detto in Nu Shu, il linguaggio segreto delle donne nell’antica Cina.

 2.Terni.CarlottaClerici.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 2 (Massimo D’Antonio)

Carlotta Clerici (1850 – Roma 1924), educatrice, femminista, sindacalista e socialista. Insegnante e direttrice scolastica si impegna per l’educazione, la formazione professionale dei giovani e per l’assistenza agli orfani. Nel 1912, insieme a Argentina Altobelli, entra a far parte del Consiglio del Lavoro presso il Ministero.

 3.Terni.GisaGiani.MassimoDAntonio

Foto 3 (Massimo D’Antonio)

Gisa Giani (Collestatte [Terni] 1924 – Terni 1986), Adalgisa Cervelli, nota come Gisa Giani (il cognome è del marito), impiegata e ricercatrice presso la Biblioteca civica di Terni, è stata particolarmente attenta alla storia della città e delle donne, cui ha contributo, tra l’altro, con le pubblicazioni: Raccolta di voci bibliografiche su Terni e Territorio; Un enigma storico-archeologico: le tombe dei Tacito a Terni; Qualcosa che non sapevamo sulla Cascata delle Marmore; Terni. Cento anni di acciaio. Bibliografia dell’industrializzazione; e Donne e vita di fabbrica a Terni, che descrive il lavoro femminile nelle fabbriche tessili ternane.

 4.Terni.LindaMalnati.MassimoDAntonio

Foto 4 (Massimo D’Antonio)

Linda Malnati (Milano 1855 – Blevio [Como] 1921), socialista, nel 1906 promosse la costituzione del Comitato Nazionale per il suffragio femminile.

 5.Terni.VirginiaVisetti.MassimoDAntonio

Foto 5 (Massimo D’Antonio)

Virginia Visetti (1919 – 1944), partigiana, la denominazione è stata attribuita con la seguente motivazione: “Eroina della Resistenza, con il grado di sottotenente della formazione Gran Dubbiere di Pinerolo; aiuta il padre, rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale di Torino, nello svolgimento di azioni di collegamento e nell’occultamento di armi e munizioni. Catturata in seguito a un rastrellamento, viene fucilata dai fascisti”.

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Foto 6 (Maria Pia Ercolini)

Maddalena Patrizi (1866 – 1945), scrittrice, fondatrice dell’Opera Nazionale di Patronato e Mutuo Soccorso per giovani operaie e presidente dell’Unione Donne Cattoliche.

 7.Terni.SaraTabarrini.MassimoDAntonio

Foto 7 (Massimo D’Antonio)

Sara Tabarrini (Montefranco 1880 – Terni 1961), operaia dello Jutificio Centurini, è stata una capolega, licenziata per aver promosso uno sciopero nel 1901. Scongiurò le sue compagne di rinunciare a qualsiasi forma di solidarietà nei suoi confronti e, lasciata Terni, si trasferì a Montefalco, dove si adoperò per l’alfabetizzazione dei ragazzi di campagna.

 8.Terni.AnnamariaMozzoni.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 8 (Massimo D’Antonio)

Anna Maria Mozzoni (Rescaldina [Mi] 1837 – Roma 1920), femminista, fonda la Lega promotrice degli interessi femminili, si batte per il voto alle donne, per la parità tra i sessi e per il diritto allo studio.

 9.Terni.IrmaBandiera.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 9 (Massimo D’Antonio)

Irma Bandiera (Bologna 1915 – Bologna 1944), partigiana, eroina della Resistenza, insignita della medaglia d’oro al Valor Militare. Catturata durante uno scontro armato, è sottoposta a feroci torture e trucidata dalle SS naziste.

 10.Terni.ArgentinaAltobelli.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 10 (Massimo D’Antonio)

Argentina Altobelli (Imola 1866 – Roma 1942), il suo impegno è rivolto alla promozione sociale delle donne. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati sulla testata socialista ternana “La Turbina”: in questi articoli rivendica la parità tra uomini e donne sui temi del salario, dell’orario di lavoro e del diritto di voto. Nel 1912, insieme alla sindacalista Carlotta Clerici, entra a far parte del Consiglio del Lavoro, istituito presso il Ministero.

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Foto 11 (Maria Pia Ercolini)

Clara Zetkin (Wiederau [Germania] 1857 – Archangel’skoe [Russia], 1933), rivoluzionaria tedesca, comunista e teorica dell’emancipazione femminile.

 12.Terni.Kuliscioff.ridotta_MpE

Foto 12 (Maria Pia Ercolini)

Anna Kuliscioff (Moskaja, Cherson [Russia] 1857 – Milano 1925), si laurea in medicina per curare gratuitamente i poveri, compagna di Filippo Turati, nel 1891 fondano insieme “Critica sociale”, la prima rivista critica del socialismo marxista italiano.

 13.Terni.SibillaAleramo.Ercolini.ridotta

Foto 13 (Maria Pia Ercolini)

Sibilla Aleramo (Alessandria 1876 – Roma 1960), pseudonimo di Marta Felicino Faccio detta Rina, femminista e scrittrice.

 

 




ITALIA – Lezioni di letteratura sulle strade di Padova

Di Nadia Cario

Nelle vie di Padova viene ricordata l’intellettuale del Quattrocento Isotta Nogarola vissuta nel periodo di maggiore espansione della Repubblica di Venezia. Verso la metà del Cinquecento, quando la città aveva poco più di 34.000 abitanti ed era sede di una ricca vita intellettuale, il suo Studio aveva i più famosi matematici e dottori in diritto civile e canonico, la facoltà di medicina vantava nomi altisonanti e l’Accademia degli Infiammati era frequentata tra gli altri da Pietro Aretino e Tiziano Vecellio. Di questo periodo troviamo poete come Gaspara Stampa e Veronica Franco. Tra le letterate successive troviamo nomi eccellenti quali Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima laureata al mondo proprio qui nel 1678. Riuscì a laurearsi dopo divieti e ostacoli da parte del Vescovo, tra i quali quello di non poter prendere la laurea in teologia come avrebbe voluto, ma in filosofia. Accolta poi nel Collegio dei medici e dei filosofi non poté esercitare l’insegnamento in quanto donna.

 1.Padova_Sulpicia_ridotta_NadiaCario

Sulpicia (… – I secolo a.c.)

La poeta Sulpicia è l’unica donna di età classica di cui ci sono pervenute le opere. È la sola che ci parla di sé scrivendo della propria vita e di come vive i sentimenti in prima persona senza mediazioni maschili.

Vissuta a Roma all’età di Augusto in un periodo in cui i mutamenti della condizione femminile avevano comportato libertà di parola sino al punto che in alcuni casi donne giunsero a comporre orazioni e pronunziarle nei tribunali. Appartenere alla classe alta le aveva dato la possibilità di frequentare i migliori ambienti, e in particolare gli intellettuali che si raccoglievano intorno a suo zio Messalla (Ovidio, Ligdamo, Tibullo). Sulpicia scrive e parla di amore tra fidanzati nei suoi poemi che ci sono pervenuti raccolti nel Corpus Tibullianum. E’ innamorata di Cerinto dal quale lo zio tutore vuole allontanarla portandola in campagna e lei si ribella con carattere:

Orribile compleanno, nella campagna odiosa

Senza Cerinto, triste a passare.

Nulla è più bello della città. … Suvvia Messalla, non preoccuparti

per me. Non sempre, parente mio, son tempestivi i viaggi.

Anche se non posso decidere quello che voglio

E mi conduci via, io lascio qui anima e sensi.

2.Padova_ViaGiuliaBigolina_ridotta.NadiaCario

Giulia Bigolina (Padova tra il 1516 e il 1519 – prima del 1569).

L’incertezza dei dati biografici è dovuta al fatto che fino a quando non furono stati istituiti dei registri per elencare tutte le nuove nascite, le donne non apparivano con regolarità in alberi genealogici e spesso non venivano iscritte nei libri di famiglia. Figlia di Alvisa Soncin di nobile famiglia di legislatori ben collegata con l’università e di Gerolamo, benestante con la passione della scrittura, Bigolina, è autrice di un inedito romanzo in prosa, Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome, scritto intorno al 1556 – 1558. Si tratta di un romanzo che parla di amori contrastati i cui personaggi ricorrono al travestimento dove Urania, la personaggia principale, esamina i rapporti conflittuali tra uomo e donna in società concentrandosi sui motivi dell’onore e della ricerca di identità. Secondo Urania molti problemi sociali derivano dalla scarsa moralità maschile. Il suo caso è storicamente importante perché Giulia ha composto non solo l’unico romanzo in prosa mai rinvenuto scritto da una donna nel Rinascimento, ma anche l’unica novella del periodo, Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani. Stimata ed apprezzata dagli autori suoi contemporanei quali l’Aretino e Tiziano, lo storico Andrea Cittadella, che scrive su Padova nel 1605, a parecchi anni dalla sua morte, la definisce ”scrittora faconda, nova Saffo”. Giulia frequenta la vita intellettuale padovana e l’Accademia degli Infiammati, partecipa alla discussione di A ragionar d’amore, trattato sull’amore in tre dialoghi “nei quali sotto persone onoratissime d’amore si ragiona”. Viene scelta per la sua attitudine al dibattito anche se, quando il testo era scritto da uomini come in questo caso, lei avrebbe dovuto limitarsi all’ambito dell’ascolto ponendo quelle domande che avrebbero permesso a uomini savi di brillare. Bigolina, invece, porrà in crisi l’assunto che le donne non siano capaci di ragionare come gli uomini, intervenendo vivacemente nel dialogo avvenuto nella sua casa. Si può pensare pertanto di far risalire l’invenzione del trattato femminista sul merito delle donne ad opera delle donne a Urania nella quale si contiene l’amore d’una giovine di tal nome per la sua previsione “di una precisa agenda intellettuale e filosofica in un periodo in cui proliferavano testi sul “prender moglie” e sul “governo della casa”” come scrive Valeria Finucci curatrice del libro Urania (2002), opera di questa scrittrice non convenzionale e molto apprezzata per i tempi in cui ha vissuto.

 Gaspara Stampa

Gaspara Stampa (Padova 1523 – Venezia 1554)

Intorno al 1523 nacque a Padova da una colta e modesta famiglia di commercianti gioiellieri di origine milanese. Alla morte del padre la madre nel 1531 si trasferì con la prole a Venezia. Gaspara, con la sorella Cassandra ed il fratello Baldassarre, ebbero una buona educazione letteraria e artistica tanto che sia lei che la sorella divennero cantanti e suonatrici di liuto molto ammirate. Gaspara inoltre componeva sonetti, poesie ed era molto vivace intellettualmente. Casa Stampa a Venezia divenne un salotto letterario molto frequentato dai maggiori musicisti, pittori e letterati della Venezia di quel tempo. Visse un’esistenza libera ed elegante, stringendo relazioni con letterati e gentiluomini. All’epoca esistevano molte Accademie e pare che Gaspara fosse anche socia dell’Accademia dei Dubbiosi col nome arcadico di Anassilla, nome che aveva tradotto dal termine latino del Piave (Anaxum). Dedicò gran parte dei componimenti e struggimenti all’uomo da lei amato, mentre lui ricambiò solo a tratti, preferendo combattere lontano da Venezia sotto le insegne del Re di Francia.

La poeta rappresenta la voce autentica e spontanea della poesia passionale ed erotica nella Venezia del Cinquecento. Nei suoi componimenti “rivendica la propria autonomia di scrittrice, il diritto ad avere una propria libertà d’espressione e di sofferenza per amore, sfida insieme alla società e al destino. Essempio infelice del suo sesso si riconosce la Stampa, ma, insieme, non può impedirsi di vivere in foco, di vivere ardendo e non sentire il male, sconsigliando, però, nel contempo le altre donne dal comportarsi come lei: Prendano esempio l’altre che verranno.” come scrive Francesca Santucci. Il suo diario intimo in cui si alternano gioie e angosce, viene definito una delle testimonianze letterarie femminili più delicate dell’epoca. I suoi scritti e la morte prematura la fecero una delle figure più caratteristiche del suo tempo. Viene ricordata anche con un busto in pietra che la rappresenta, unica figura femminile, nel doppio anello di statue in Parto della Valle.

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Enrichetta Usuelli Ruzza (Monza 1836 – Padova 1908)

Scrittrice, poeta, insegnate. Fu educata e istruita dalla madre nei primi anni, per diventare poi allieva di valenti professori. Arrivò nel Veneto nel 1856 per sposarsi con il farmacista di Castelfranco Veneto, Giovanni Ruzza. Durante il suo soggiorno a Castelfranco Veneto, Enrichetta si legò di sincera amicizia con Arnaldo ed Erminia Fusinato, con i quali, oltre all’amore per la poesia, condivideva anche un vivo sentimento patriottico. Fu autrice di poesie, di cui alcune furono lodate da Giosuè Carducci, che la incoraggiò, in diverse lettere, all’attività poetica.

Nè piú del vento i fremiti odorosi,

nelle tiepide sere,

soavi compiran furti amorosi

su le tremole antere;

I suoi componimenti a tema patriottico non poterono tuttavia avere libera circolazione almeno fino al 1866, ma è indubbio che contribuirono a considerare la poesia patriottica uno dei fenomeni più rilevanti della mobilitazione femminile durante il Risorgimento. Nel 1870, per sopravvenute difficoltà economiche, aveva dovuto cercarsi un lavoro trovandolo come insegnate di italiano e dirigente dell’Istituto femminile Pietro Scarcerle a Padova dove si trasferì, grazie alla cultura e alla preparazione dimostrate con alcune pubblicazioni letterarie. Ricoprirà questo incarico fino al 1906. La sua opera di educatrice mirava all’elevazione culturale e morale delle donne, mantenendo tuttavia lo spirito della tradizione, impegnato sulla famiglia. Morì a Padova nel 1908.

5.Padova_Mozzoni_ridotta.NadiaCario

Anna Maria Mozzoni, (Milano 1837 – Roma 1920)

Fu una delle principali protagoniste dell’emancipazionismo italiano e tra le più importanti figure della vita politica italiana e internazionale fra Otto e Novecento. Il suo impegno teorico, civile, politico denota grandissima vitalità e instancabile lavoro.

«Che fa la penna in mano a una donna se non serve alla sua causa, come a quella di tutti gli oppressi?»

«Voi però della cui intelligenza non posso dubitare vedendovi qui, pensate che le idee sono possenti e fatali, espansive e contagiose – non temete le opposizioni; senza attrito non v’è scintilla, ridete dell’umorismo, non ve ne impressionate; non ne vale la pena – e pensate ad aggiungervi lena, che se noi libiamo la vita in un calice sovente amaro, le nostre figlie e le nostre nipoti, che respireranno in pieno petto l’aura inebbriante della divina libertà, benediranno ai generosi conati di chi la preparò per loro.» (Dei diritti delle donne)

Nasce in una famiglia colta, di origini aristocratiche e di modesta ricchezza. La madre, Delfina Piantanida, appartiene all’alta borghesia milanese, mentre il padre Giuseppe è un ingegnere architetto. All’età di cinque anni entra in collegio per studiare.

Anna Maria mal sopporta l’educazione bigotta e conservatrice impartita dalle suore e nel 1851 ritorna a casa dove continuerà i suoi studi da autodidatta attingendo alla ricca biblioteca paterna. Tra le figure di riferimento vi sono Adelaide Cairoli, che Anna Maria frequenta, figura di spicco del risorgimento italiano. Tra le sue letture gli illuministi francesi e lombardi, Mazzini, Georges Sand e Fourier.

Il suo impegno fu rivolto soprattutto alla estensione del diritto di voto alle donne e a promuovere l’istruzione femminile. Fin dai suoi primi scritti La donna e i suoi rapporti sociali (1864) si trova la denuncia dello sfruttamento in cui sono costrette a vivere le lavoratrici, in particolar modo le operaie. Vicina alle posizioni repubblicane e mazziniane, nel 1871 venne chiamata a Roma da Mazzini per collaborare a La Roma del Popolo. Dal 1870 al 1890 scrisse per il giornale La Donna fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari, attento ai temi dell’emancipazione femminile e sensibile alla questione sociale. Nel 1878 rappresenta l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. Nel 1881 fondò la Lega promotrice degli interessi femminili, che si batteva per il diritto di voto alle donne. Nell’opuscolo Alle fanciulle, del 1884, spiegava perché le ragazze, qualunque fosse la loro condizione sociale, dovessero impegnarsi nella battaglia emancipazionista. Morirà al Policlinico di Roma all’età di 83 anni il 14 giugno del 1920.

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Gualberta Alaide Beccari (Padova 1842 – Bologna 1906)

Unica sopravissuta su quattordici nascite, Gualberta è figlia di Antonietta Gloria attrice di teatro, donna colta e politicamente attiva e di Girolamo Giacinto, traduttore, adattatore e autore di commedie teatrali oltre che direttore della compagnia patavina dei “Solerti”. L’ambiente familiare di idee repubblicane le fece maturare un forte impegno civile e l’amore per l’arte drammatica. Nel ’59 la famiglia emigra a Modena nella cerchia degli esuli veneti poiché il padre è sospettato dalla polizia austriaca di attività rivoluzionaria. Vi faranno ritorno nel 1866, dopo l’annessione. La scelta dell’emigrazione fu una delle cause del dissesto economico della famiglia, dal momento che la condanna in contumacia per emigrazione senza autorizzazione comportava il sequestro dei beni.

Gualberta presto aveva manifestato il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne e per contribuire al miglioramento della situazione sociale e morale italiana; divenne così ben presto protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione della donna, nei quali rivendicava la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basava sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosceva alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo dovevano essere ammesse al voto, ma potevano anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo.

Tornata in Veneto, strumento di questa battaglia fu la rivista La donna da lei fondata nel 1868, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La donna uscì a Padova dal 12 aprile 1868 fino a ottobre dello stesso anno, poi fu trasferita per alcuni anni a Venezia e quindi a Bologna, dove la pubblicazione fu interrotta nel 1891.

Vennero affrontati diversi temi anche piuttosto controversi per quel periodo, quali la parità salariale, la prostituzione, il divorzio, i diritti politici delle donne. Scopo principale della rivista era quello di informare ed educare le donne nei diversi campi della politica, della letteratura, delle scienze e delle arti; gli articoli non si limitavano infatti alla sola sfera teorica, ma riportavano anche esempi pratici relativi alle scuole e al mondo del lavoro. La rivista s’impose fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, luogo di circolazione di idee e scambio di informazione anche con analoghe associazioni estere.

 7.Padova.Aganoor.ridotta.Nadia Cario

Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910)

Poeta di origini armene da parte di padre, nacque a Padova il 26 maggio 1855 in una famiglia colta ed abbiente. L’istruzione voluta dalla energica e severa madre fece emergere il talento poetico di Vittoria. Il padre se una sorella soffrivano di una grave malattia mentale, tanto che la famiglia doveva spostarsi tra Napoli, Basalghelle in provincia di Treviso, Venezia, dove avevano proprietà continuando però a frequentare ambienti mondani e culturali.

Dopo la morte della madre, Vittoria sposò Guido Pompilj, buon letterato e uomo politico di un certo rilievo. Con lui si trasferì a Perugia, città nella quale trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Pubblicò soltanto a quarantacinque anni il suo primo libro, Leggenda eterna (1900), su sollecitazione dei suoi amici.

Morì il 7 maggio 1910, all’età di cinquantacinque anni; poco dopo il marito, disperato, si suicidò. Il gesto del marito ebbe molta risonanza, ponendo le poesie di Vittoria in un’ottica del tutto nuova.

Casa natale

Vecchia casa lontana,

aperta su quel prato

che il fiumicel chiudea come monile

tremulo, rispecchiante
statue brune dal muscoso plinto;

e di là dal recinto,

di pennuti cantor reggia felice,

le folte, antiche piante,

verdi asili romiti,

per me già sognatrice,

di pensieri, di fascini, d’ inviti….

8.Padova_Vivanti_NadiaCario.ridotta

Annie Vivanti (Norwood, 7.4.1866 – Torino, 20.2.1942)

Nata nel sobborgo londinese di Norwood, figlia della scrittrice tedesca Anna Lindau e di Anselmo, garibaldino mantovano di antico ceppo ebraico esule a Londra.

Poeta e scrittrice italiana, con una forte passione per il canto, fu celebre negli ambienti intellettuali in Italia, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. Famosa anche per le scelte di vita non convenzionali. Ha esordito nel mondo letterario con la raccolta poetica Lirica pubblicata in Italia con la prefazione di Giosuè Carducci. Prefazione che l’editore Emilio Treves considerò necessaria per la sua pubblicazione. Annie è una scrittrice che soltanto in anni recenti si sta cominciando a riscoprire e rivalutare e che nel corso della sua lunga carriera si è cimentata, quasi sempre con successo, nei più svariati ambiti e generi letterari: poeta, drammaturga, romanziera, giornalista, autrice di favole per bambini e di racconti lunghi e brevi. In un percorso artistico unico e degno di interesse, le cui opere quasi sempre inducono in chi le legge al sorriso. Nel 1892 si sposò con il giornalista irlandese John Chartres, stabilendosi a New York. Nel 1893 nacque Vivien alla educazione della quale si dedicò completamente. Ben presto la figlia si affermò come violinista enfant prodige divenendo una acclamata celebrità internazionale. Da questa esperienza Annie trasse motivo per un suo rilancio in letteratura con vari racconti tra cui la sua opera più celebre I divoratori pubblicata in Italia nel 1911 incentrato sul tema della maternità attraverso il racconto di tre generazioni di donne, doppiamente divorate dal loro ruolo di madri e dal genio delle figlie. Le sue opere furono accompagnate sempre da un notevole successo internazionale, tradotte in tutte le lingue europee e recensite da grandi nomi della cultura quali Benedetto Croce e Giuseppe Antonio Borgese. Nell’autunno del 1941 la figlia Vivien morirà e Annie dopo qualche mese a Torino il 20.2.1942.

 9.Padova_Negri_ridotta.NadiaCario

Ada Negri (3.2.1870 – 11.1.1945)

Nasce a Lodi da Vittoria Cornalba e Giuseppe nella casa della nonna materna, la portineria di un palazzo signorile dove la nonna Peppina Panni era la custode. Il padre muore quando lei ha un anno e Vittoria, rimasta vedova, si trasferisce nella casa della madre con il figlio Annibale che verrà adottato dallo zio materno e la piccola Ada. Trova lavoro in una filanda e con grandi sacrifici riesce a mantenere la figlia a scuola fino al diploma, ottenuto nel 1887 con il massimo dei voti. Nel 1888 Ada ottiene un posto di insegnante a Motta Visconti e inizia a scrivere le prime poesie. Nel 1892 l’editore Treves accetta di pubblicare il suo primo libro, Fatalità, che ottiene un certo successo, tanto che viene abilitata con decreto ministeriale come insegnate per chiara fama presso l’Istituto superiore “Gaetana Agnesi” di Milano. Sempre con l’editore Treves, pubblica Tempeste (1895), che viene tradotto in francese e in tedesco. In questo periodo la sua lirica si concentrò soprattutto su temi sociali e fu per questo definita la poetessa del Quarto Stato.

Sfida (dalla raccolta “Fatalità”) estratto:

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar

l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;

Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti

disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

Si sposa e nel 1898 nasce la figlia Bianca, due anni dopo una seconda bambina che sopravvive soltanto un mese. Ada frequenta gli amici dell’ambiente letterario di Milano e ciò provoca contrasti con marito tanto che nel 1913 i due si separano. Entra in contatto con il Partito socialista italiano, collabora con Margherita Sarfatti e Anna Kuliscioff, la “Dottora dei poveri”, della quale Ada ebbe a dire di sentirsi sorella ideale. Dopo la morte della madre e il matrimonio della figlia, Ada Negri vive in solitudine con una grande prolificità artistica e riconoscimenti diventando una delle personalità più importanti del mondo letterario della prima metà del Novecento. Nel 1940, ottiene, prima donna, il titolo di Accademica d’Italia. Muore la notte fra il 10 e l’11 gennaio del 1945 fra le braccia della figlia dopo una vita intensa e produttiva.

 10.Padova_Deledda_ridotta.NadiaCario

Grazia Cosima Deledda (Nuoro 27.09.1871 – Roma 16.08.1936)

Figlia di Francesca Cambosu e di Giovanni Antonio, nasce in una famiglia benestante. Frequenta le scuole elementari e completa la sua formazione da autodidatta.

…Eppure mi abbandonavo a quello che la mia mamma considerava il più grosso peccato: la continua avida lettura di libri non adatti alla mia età e soprattutto alla mia educazione. Naturalmente leggevo di nascosto, giorno e notte.

Poeta e scrittrice, nelle sue opere non ci sono consapevoli accenni alla questione femminile, ma è certo che la scrittrice provò quell’ostilità intellettuale di cui era oggetto una donna che si dedicava all’attività letteraria e dalla quale lei stessa cercò di ribellarsi, trasferendosi a Roma.

A diciassette anni invia alla rivista “Ultima moda” di Roma il suo scritto Sangue sardo per la pubblicazione che fu accettato. Si sentì in questo modo incoraggiata a continuare a scrivere. La positiva recensione di Luigi Capuana a La via del male, pubblicato nel 1896, segnò l’inizio di un periodo di grande notorietà e nel 1900, dopo essersi sposata con Palmiro Madesani si trasferisce a Roma e collabora con alcuni giornali. Lontana dalla sua terra e dai suoi abitanti Grazia Deledda sentì sempre una grande nostalgia anche se i severi giudizi ricevuti consideravano che una scrittrice non poteva essere una donna onesta.

Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.

Ai riconoscimenti di diversi critici italiani, si aggiunse nel 1926 il premio Nobel per la letteratura.

La scrittrice morì a Roma il 16 agosto 1936, lasciando incompleto un romanzo autobiografico, Cosima, quasi Grazia, nel quale narra gli anni difficili della sua giovinezza a Nuoro.




ITALIA – In Puglia trend negativo di intitolazioni a figure femminili. In attesa del giusto tributo le Tabacchine uccise a Tricase e Calimera

La Puglia o le Puglie? Forse sarebbe più corretto usare il plurale e pensare alla nostra regione, con la ricchezza e diversità paesaggistica, culturale e storica che la definiscono, dal Gargano proteso verso l’Adriatico alle Murge (quella alta, quella bassa, quella dei trulli), fino ai paese assolati del Salento, come a un piccolo continente che riunisce identità plurali cercando di legare insieme tradizioni così diverse.

In questo territorio così vasto e molteplice, la toponomastica di genere costituisce un comune denominatore tra tutte le province, evidenziando come nelle altre regioni italiane, il trend in negativo di intitolazioni alle figure femminili, con preferenza verso nomi di sante, religiose e madonne e che conferma, come indice di femminilizzazione, il valore medio nazionale dell’8% tranne poche eccezioni. Le strade maschili celebrano invece politici, statisti, scienziati, eroi nazionali.

Il lavoro di ricerca è partito subito con la nascita del progetto Toponomastica femminile nel 2012, e ha interessato tutti i 258 comuni pugliesi, utilizzando nei primi tempi soprattutto fonti eterogenee e poi, per rimediare alla scarsità di dati ufficiali, il software sviluppato ad hoc per il nostro lavoro, che attinge alle banche dati delle Agenzie del Territorio e che ha impresso un carattere sistematico e di omogeneità all’indagine in tutte le regioni. Ci saremmo aspettate una maggiore collaborazione da parte dei Comuni della Puglia, ai quali era stato richiesto lo stradario ufficiale con un massiccio quanto capillare invio di email, ma le risposte arrivate sono state molto limitate. D’altro canto Toponomastica femminile era agli esordi e non aveva ancora raggiunto i livelli di popolarità attuali che l’hanno resa conosciuta ormai a tutti. E così è stato anche per la prima campagna lanciata nel 2012 ‘8marzo/3strade/3donne’, che ha ricevuto dalla regione un timido interesse, con l’esclusione di pochi comuni come Locorotondo, Manfredonia, Valenzano, Bari, Taranto e Lecce, che hanno risposto con una presa d’impegno a compensare la carenza di visibilità nelle strade, con l’inserimento di intitolazioni femminili nei programmi futuri. Il comune di Castellana Grotte, ha anticipato addirittura di un giorno il nostro invito superando le nostre intenzioni, con l’intitolazione di 4 strade a 4 donne.

Siamo ancora lontane dagli obiettivi che ci eravamo prefisse e consapevoli che anche questa, come tutte le operazioni culturali che introducono elementi di novità e di rottura con consuetudini consolidate, richiedono tempi di elaborazione e assimilazione molto lunghi. Tuttavia ci sono segnali positivi e che fanno ben sperare. La città di Bari che su 2263 strade ne ha più della metà dedicate agli uomini e appena 87 alle donne, in questi due anni ha intitolato un giardino alle vittime di femminicidio, una alla giovane vittima Santa Scorese, una alla prima avvocata del Foro di Bari Letizia Abbaticola e da pochissimi giorni ha deliberato l’intitolazione dello spiazzo antistante il Teatro Kismet alla scrittrice e saggista americana Susan Sontag, che proprio con la nostra città aveva un particolare legame grazie al professor Paolo Dilonardo, docente di Letteratura inglese dell’Università Aldo Moro di Bari e traduttore italiano di tutte le sue opere.

Anche la città di Foggia con appena 22 strade femminili su 850 e un indice inferiore alla media che non riesce a raggiungere il 5%, sta lentamente cercando di recuperare il divario esistente con la recente intitolazione a un’archeologa e studiosa foggiana Marina Mazzei. Vale la pena di ricordare le altre poche figure di rilievo che vengono ricordate a Foggia e che faticano ad emergere nel ben più vasto panorama di sante e madonne: la celebre politica e scrittrice pugliese vincitrice del Premio Strega nel 1995 con il romanzo Passaggio in Ombra Maria Teresa Di Lascia, la deputata Anna De Lauro Matera, Ester Loiodice studiosa di fama internazionale di etnografia e la giornalista Ilaria Alpi uccisa in Somalia.

La ricerca condotta lascia affiorare un dato abbastanza chiaro e diffuso un po’ ovunque: le donne della scienza sono perlopiù ignorate, se si esclude Marie Curie che viene spesso citata con il marito, e quelle della storia stentano ad affermarsi. In questo quadro sconfortante si distinguono nella provincia Andria-Barletta-Trani, i comuni di Canosa e di Trani che ricorda Giustina Rocca (considerata la prima avvocata al mondo) e alcune eroine protagoniste degli episodi di sacrificio dei moti del 1799, quando le truppe francesi misero a ferro e fuoco la città.

In un quadro toponomastico che potremmo definire a misura di chiesa, altre figure della storia locale sono ricordate nelle province di Taranto e Lecce come l’eroina risorgimentale Antonietta Di Pace e la contessa Maria D’Enghien, principessa di Taranto. Lecce celebra Euippa prima regina dei Messapi, oltre che su una strada anche in una iscrizione sulla Porta Rudiae, ma in uno slancio di apertura oltre confine, rende omaggio anche ad Anna Maria Mozzoni pioniera del femminismo, e personalità di respiro internazionale come la rivoluzionaria Anna Kuliscioff.

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Tra le letterale vengono diffusamente commemorate un po’ in tutta la regione Grazia Deledda, Ada Negri e Matilde Serao. In misura minore compaiono gli odonimi che ricordano gli antichi mestieri come nella città di Brindisi con via delle Balie, via delle Sartine e via delle Ricamatrici o via delle Caterinette a Bisceglie. Mentre un’altra categoria di lavoratrici del Salento, impegnate in una delle attività tra le più faticose e insostenibili, quella della lavorazione e produzione del tabacco, attende ancora di essere ricordata. Le vogliamo rievocare in questo spazio, in attesa che ricevano il giusto tributo dalla Storia. Sono le Tabacchine uccise a Tricase, negli scontri con le forze dell’ordine durante le manifestazioni di piazza del 1935, quando si raccolsero per protestare contro il trasferimento del locale tabacchificio ACAIT e le Tabacchine di Calimera uccise in un incendio scoppiato nel corso di lavori di disinfestazione. Sono le Tabacchine di Neviano, Novoli, Poggiardo, Trepuzzi, Soleto, Salve, Tiggiano che furono fermate, denunciate ed arrestate per aver protestato e manifestato contro lo sfruttamento cui erano sottoposte e la cui memoria non merita di perdersi nel fumo. Per loro, Toponomastica femminile Puglia ha inoltrato nel 2013 una proposta di intitolazione alla Commissione consultiva toponomastica del comune di Casarano.