TURCHIA – La milizia armata del Pkk rivendica l’attentato di Diyarbakir

La milizia armata del Pkk rivendica l’attentato di giovedì a Diyarbakir, in Turchia. Nella città curda nel sud-est, l’esplosione di un’autobomba ha provocato la morte di 7 ufficiali di polizia e il ferimento di 27 persone. La reazione delle forze dell’ordine turche ha portato finora all’arresto di 9 persone e il premier turco, Ahmet Davutoglu, proprio da Diyarbakir avverte: “non ci faranno arretrare di un solo passo”.

“Non abbiamo mai avuto paura, non l’abbiamo e non l’avremo mai – ha aggiunto Davutoglu – Siamo sempre stati qui, siamo qui e saremo qui. Dio mi chiamerà un giorno. Io prego che mi chiami mentre sono tra i miei fratelli curdi di Diyarbakir”.

La reazione turca si estende anche al di fuori dei confini nazionali. L’aviazione di Ankara ha compiuto nuovi bombardamenti contro obiettivi del Pkk nel nord dell’Iraq, nelle regioni di Zap e Metina.

Le forze di sicurezza turche hanno ucciso o catturato oltre 5.300 ribelli curdi dall’inizio delle ostilità dallo scorso luglio. Nello stesso periodo, 355 tra soldati e poliziotti turchi hanno perso la vita.




BRUSSEL – Avramopoulos:“Se la Turchia non si impegna a realizzare il Piano d’azione, sarà molto difficile gestire la situazione”

La Turchia se vuole può fermare i flussi dei migranti e i trafficanti di esseri umani, se invece decide di non fare la sua parte sarà “molto molto difficile” riuscire a risolvere l’attuale crisi. Il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, sprona il governo di Ankara a rispettare gli impegni presi con Bruxelles.”“Se la Turchia non si impegna a realizzare quanto contenuto nel Piano d’azione comune, sarà molto, molto difficile gestire questa situazione”, afferma Avramopoulos che si dice convinto del fatto che “se le autorità turche davvero lo volessero potrebbero fare quello che devono per combattere i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi migratori” verso l’Europa. Da parte sua, ha ricordato il commissario, “l’Ue sta facendo la sua parte per aiutare il Paese ad affrontare questa situazione molto difficile”, con oltre 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, e lo sta facendo con uno stanziamento di 3 miliardi. Ma, aggiunge Avramopoulos, anche gli Stati membri devono fare la loro parte, ad esempio “attuando il programma volontario di riammissione”, che prevede di accettare domande di asilo fatte anche fuori dai confini europei.

Il piano d’azione comune tra Europa e Turchia è stato concordato lo scorso 29 novembre, ma al momento stenta ancora a diventare operativo. Un report pubblicato oggi dalla Commissione europea afferma che il numero dei migranti in arrivo nell’Ue è diminuito leggermente ma resta comunque troppo alto. Il numero degli ingressi in Grecia è stato di 2.186 a gennaio, poco inferiore ai 3.575 di dicembre ma comunque meno della metà dei quasi 7mila di ottobre. Per questo Bruxelles “riconosce diverse misure concrete” prese da Ankara, ma il governo turco viene “spronato a continuare i suoi sforzi per una piena implementazione del piano”, affermando che il Paese deve “urgentemente fare progressi significativi nella prevenzione delle partenze irregolari”.

Bruxelles riconosce che l’introduzione l’8 gennaio di obblighi di visto per gli arrivi da Paesi terzi di siriani in Turchia “ha drasticamente ridotto gli arrivi” da Libano e Giordania e che le misure adottate il 15 gennaio per dare accesso al mercato del lavoro per i siriani sotto protezione temporanea in Turchia “sono un altro importante passo in avanti”.

Ma d’altra parte si chiede ad Ankara di “migliorare l’attuazione del suo accordo di riammissione bilaterale con la Grecia”, e di essere pronta “ad attuare l’accordo di riammissione Ue-Turchia per i cittadini di paesi terzi da 1 Giugno 2016”.

Si chiede poi di “rafforzare la capacità di intercettazione della guardia costiera e rafforzare la legislazione, l’azione e la cooperazione con gli Stati membri dell’Uu nella lotta contro il contrabbando e contrabbandieri” di esseri umani.




TURCHIA – Dopo l’attacco a Istambul raid in Siria e Iraq. Duecento morti

Nelle ultime 48 ore la Turchia ha bombardato postazioni dell’Isis in Siria e Iraq, uccidendo 200 jihadisti, in risposta all’attentato kamikaze di martedì a Istanbul. Lo ha detto il premier turco Ahmet Davutoglu, specificando anche che «l’artiglieria di Ankara ha colpito 500 postazioni». Ankara, ha poi aggiunto «continuerà a colpire il Daesh via terra e userà le forze aeree se necessario».
E ai bombardamenti condotti da Ankara è arrivata subito la reazione di Mosca: «La politica distruttiva» perseguita dalla Turchia in Siria porta a un ulteriore innalzamento della tensione nella regione» ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

Nell’attacco di martedì nel cuore di Istanbul erano morti 10 tedeschi, l’autore dell’attacco Nabil Fadli, un 27enne siriano nato in Arabia Saudita, almeno questa l’dientità diffusa nelle ore successive all’attentato. Il ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maiziere ha però fatto sapere che non ci sono certezze sulla reale identità dell’uomo. Tra mercoledì e giovedì erano state arrestate altre sette persone, tutte legate all’Isis, per presunte responsabilità nell’attentato. Arrestati anche tre cittadini russi, di cui uno, Aydar Suleymanov, classe 1984, è sospettato da Mosca di avere legami con lo stato islamico.




TURCHIA – La Polizia dà la caccia a Algoz, kamikaze dell’Isis esploso a Suruc

La polizia turca è impegnata in una caccia all’uomo per arrestare Yunus Alagoz, fratello di Abdurrahman, il ventenne kamikaze dell’Isis che si è fatto esplodere a Suruc, al confine con la Siria, uccidendo 31 volontari con aiuti diretti alla città curdo-siriana di Kobane. Secondo gli inquirenti, l’uomo starebbe progettando un nuovo attentato. La polizia ha anche individuato una sala da tè gestita da Yunus Alagoz nella sua città sudorientale di Adiyaman che sarebbe un probabile centro di reclutamento jihadista.

Le indagini condotte finora hanno ricostruito gli spostamenti dei due fratelli turchi jihadisti, che a gennaio sarebbero entrati illegalmente in Siria e addestrati dall’Isis fino al ritorno in Turchia a maggio. La scomparsa dell’attentatore di Suruc era stata denunciata dalla famiglia alla polizia il 22 novembre scorso. Da allora era stato inserito nella lista delle “persone scomparse con legami con il terrorismo”. La madre ha raccontato di averlo rivisto per l’ultima volta una decina di giorni prima dell’attentato, ma di non aver poi più avuto sue notizie. L’ultimo testimone ad averlo visto, l’autista del minibus che lo ha condotto a Suruc, ha detto agli investigatori che viaggiava accompagnato da una donna. Nel frattempo si stringe il cerchio intorno al fratello del kamikaze, che nel 2013 sarebbe andato per alcuni mesi in Arabia Saudita. Tornato ad Adiyaman l’anno scorso, ha aperto una sala da tè che secondo gli inquirenti si è trasformata in un centro di radicalismo islamico e reclutamento jihadista. Otto mesi fa, dopo i sanguinosi scontri di inizio ottobre nel sud-est turco per il mancato supporto di Ankara alla battaglia dei curdi a Kobane contro l’Isis, il locale è stato chiuso, ufficialmente per mancanza di una licenza.

Isis: Pkk rivendica omicidio di un jihadista a Istanbul – Il Pkk curdo ha rivendicato l’omicidio di un sospetto affiliato dell’Isis, ucciso a Istanbul martedì sera. Si tratta di Mursel Gul, commerciante di sapone, cui hanno sparato quattro colpi di pistola dopo averlo attirato in una trappola con un falso ordine nel quartiere popolare di Sultangazi. Come nel caso dei due poliziotti trovati morti ieri nella loro abitazione nella città turca di Ceylanpinar, al confine con la Siria, si tratta di una rappresaglia per la strage jihadista di Suruc, in cui lunedì sono stati uccisi 31 volontari che portavano aiuti diretti alla città curdo-siriana di Kobane. Nella rivendicazione l’Ydg-h, gruppo armato giovanile del Pkk, spiega di aver seguito Gul per tre mesi prima di ucciderlo. L’uomo avrebbe combattuto con l’Isis nel nord della Siria contro le milizie curde dell’Ypg per poi tornare in Turchia sette mesi fa per ricevere cure mediche. Nel comunicato l’Ydg-h minaccia anche di uccidere altre persone legate all’Isis in Turchia. Secondo gli inquirenti potrebbe essere stato commesso dal Pkk anche l’omicidio avvenuto ieri nella provincia meridionale di Adana del 33enne Ethem Turkben, anche lui ritenuto un simpatizzante jihadista.

Lo Stato Islamico avrebbe distrutto anche lo Stadio Olimpico della città irachena di Ramadi, facendo esplodere tre tonnellate e mezzo di esplosivo. Secondo la fonte i miliziani hanno preparato per giorni le cariche esplosive fatte esplodere successivamente tramite un telecomando. Lo stadio, non ancora completo, avrebbe potuto ospitare 30mila persone.
Gli esplosivi fanno parte della strategia di ritirata dello Stato Islamico, che avrebbe collocato ordigni in tutta la città per ostacolare l’esercito iracheno, che negli ultimi giorni sta intensificando i suoi sforzi per riprendere il controllo dell’area.
Lo stadio avrebbe dovuto essere uno dei simboli della rinascita irachena, costruito alla fine della guerra, prima dell’avvento dell’Isis. Di fatto parte di un progetto da 100 milioni di dollari che prevedeva anche la creazione di un villaggio olimpico, parcheggi, biblioteche, centri di trasmissione televisiva e un albergo con 80 camere.