Tra l’Africa e l’Europa, una terra di pietre e di niente

Recensione di Luminusa di Franca Cavagnoli

Rileggere Luminusa è un buon antidoto contro il senso di smarrimento che si prova nel considerare le inedite misure del governo attuale di fronte alla tragedia delle migrazioni. Ci ricorda che c’è anche un altro modo di guardare a una realtà come quella.

La vicenda di Mario, studente cremonese di Scienze Politiche che ha scelto di passare qualche tempo a Lampedusa per dare una mano nell’emergenza, si intreccia con le vite degli isolani e con quelle della gente che viene dal Ciad, dal Ghana, dal Mali, dal Niger, dalla Somalia, cercando oltremare una possibilità di sopravvivenza che le è negata in un continente percorso dall’instabilità politica, dalla guerra, da tensioni di ogni tipo. Per tanti uomini e tante donne la terra promessa è stata per qualche tempo la Libia, dove era possibile trovare lavoro; poi, con lo scoppio della guerra civile, anche quel paese è diventato pericoloso, soprattutto per chi ha la pelle scura, e l’unica via di scampo è stata proseguire verso Nord, verso l’Europa, in qualsiasi modo.

Mario ascolta i racconti dei sopravvissuti e colloca nel piccolo “museo” del paese, accompagnandoli con didascalie in versi, gli oggetti restituiti dal mare, trovati sul fondo dei barconi o abbandonati da chi è arrivato sull’isola e ne è ripartito. Sono fotografie dilavate dall’acqua marina, disegni, tanti disegni fatti dai bambini, scarpe da tennis, sandali scompagnati, giocattoli. C’è un fumetto macchiato di sangue, c’è anche un rotolo di lettere in tigrino, trovato nella tasca di una giacca. Qual è stato il destino delle persone cui quegli oggetti sono appartenuti? Nel piccolo cimitero di Lampedusa, affacciato su quel cimitero più grande che è il mare, le persone senza nome che vi sono state seppellite (uomini e donne giovani, e poi bambini e bambine) sono solo ottanta, ma molte di più sono quelle che il mare non ha mai restituito. Mario e gli altri ragazzi con cui vive e collabora sull’isola sanno che “dei morti, dei dispersi, dei caduti in mare non rimane traccia in nessun archivio. Sono scomparsi e basta. Il minimo che si può fare è cercare di ricordarli” con quello che rimane di loro. 

Foto 1. Migranti

Sono giovani ma tristi, Mario e i suoi amici. Vivono in un paese senza speranza, un paese “che ha perso la sua dignità” e non produce che “governanti meschini”. Per questo sempre più spesso questa gioventù non vede altra prospettiva che andarsene dall’Italia. Anche Mario, alla fine, decide di partire e sceglie una direzione diversa, atipica, perché ha il “dono” di sentire la sofferenza degli altri, quella dei deboli e degli offesi, come gli dice suo padre. Ma a spingerlo c’è anche un dramma personale di cui si viene a conoscenza soltanto alla fine del romanzo, ed è questa scoperta a conferire intensità al personaggio e a farcelo rimanere nel cuore.

Una lettura non banale, una storia breve ma densa, incardinata su temi attuali e significativi. E poi c’è l’isola di Lampedusa, con la sua luce, la sua aria trasparente, il suo fascino. Lampedusa porta d’Europa, “terra di pietre e di niente”. Un niente che diventa, per chi legge, un grosso, pressante punto interrogativo.

Franca Cavagnoli

Luminusa

Pagg. 158

€ 18,50

Frassinelli, Milano, 2015




Giovane Africa scrive

Incontro Bay Mademba nel centro di Ferrara, mentre mi godo un po’ del raro sole di marzo ascoltando un fisarmonicista di strada che suona Sweet Georgia Brown con leggerezza e maestria. Il musicista è biondo, alto e grosso, probabilmente viene da qualche parte dell’Europa dell’Est perché avverto un vago accento slavo quando mi ringrazia dell’euro che appoggio sulla custodia della sua fisarmonica. Anche l’uomo africano che mi si avvicina è alto e grosso, e quando mi saluta mi sento infastidito, sia perché mi distrae dalla musica, sia perché so che vuole vendermi qualcosa. Ha una borsa di tela nera e un pacco di libri in mano. Sarà difficile dirgli di no, anche se non ho voglia di leggere libri di cui non sento la mancanza o almeno la curiosità, perché quelli come lui sono convincenti, bonari, e alla fine un libro glielo compro sempre. Ce ne sono tanti in tante città, davanti alle librerie e alle biblioteche e così, quando ne esco o ci passo davanti, uno di loro mi ferma e mi propone di comprare. Bay Mademba è il nome scritto sulla copertina del volume Il mio viaggio della speranza. Dal Senegal all’Italia in cerca di fortuna, e il venditore mi dice che l’ha scritto lui, che fa lo scrittore, e mi chiede se voglio aiutarlo e comprare il suo libro in modo che possa continuare a scriverne. Sulle prime nicchio ma Bay è convincente: come fa uno scrittore, per giunta immigrato, a scrivere se nessuno poi lo legge? La mia resistenza è flebile, motivi profondi per non aiutarlo non ne ho, anche se so che non leggerò quel libro. Gli do gli otto euro che mi chiede (una voce dentro mi dice che dovrei contrattare, per strada si fa così, ma contrattare non è mai stato il mio forte) e Bay ringrazia, sorride e mi porge il volumetto. Questo, diversamente dall’autore, è smilzo, soppeso una cinquantina di pagine più o meno, ha una copertina marrone dall’aria fai-da-te con una foto di un tale su una piroga, sicuramente africana ma di più non saprei dire, l’Africa è grande. Bay mi saluta, mi dice ciao fratello, buona lettura, e se ne va.

Nel volume non c’è quasi nulla che possa far risalire all’editore, tranne “Giovane Africa Edizioni” stampato in fondo alla copertina. In quarta una scarna sinossi che parla di un diario di un giovane senegalese e delle sue peripezie per arrivare in Italia.

Mentre continuo a godermi il sole e ad ascoltare il fisarmonicista, comincio a sfogliare il libro. Non mi pare esattamente un diario, piuttosto un racconto. Leggo qua e là qualche frase, qualche periodo. Non si tratta neppure di un vero e proprio romanzo, almeno non nel senso che noi normalmente diamo alla parola, né di una cronaca o di una memoria. Non c’è ricerca nel linguaggio, accuratezza nel lessico. Manca del tutto la furbizia professionale, quella che si riconosce nei romanzi, l’architettura della storia che porta alla frase a effetto, al colpo di scena. Però mi piacciono la scarsità delle metafore e l’abbondanza delle similitudini, perché è così che immagino l’Africa. M’imbatto subito in una frase sulla madre dell’autore: «Io sono nato dalla mia mamma, per me la mamma è come una santa. La mamma per farti nascere può anche morire e ciò in Senegal accade molto spesso». La retorica sulla mamma ricorda lacrimevoli canzoni di una volta, il concetto è elementare e può suonare scontato: sappiamo (anche solo per sentito dire) come si vive là, quanto facilmente si muore, quanta gente emigra. «Accade molto spesso». Ma leggerlo nero su bianco, scritto da un io narrante che non l’ha appreso sui social ma l’ha vissuto, ammettiamolo, è un’altra cosa: la voce di chi migra, in genere, non arriva diritta fino a noi.

Proseguo nella lettura a balzi, poi decido che non ho fretta e rileggo in ordine, da pagina 1. La narrazione è piana, comincia dall’inizio e finisce con l’oggi. Terminata la cronaca del viaggio, con il suo elenco di difficoltà e di dolori, inizia un resoconto della vita da immigrato, dei discorsi di strada, dei difficili rapporti con la gente nativa e regolare, con noi che viviamo legalmente nel nostro Stato di diritto. Non tutti, racconta Bay, lo hanno trattato con manifesto razzismo. La storia riporta vari incontri e dialoghi con persone che possiamo definire “buoni” e quelli che “io non sono razzista ma”. Qualcuno, davanti al diverso, riconosce che anche noi «siamo immigrati da noi stessi», abbiamo dimenticato «il sorriso, la voglia di parlare, il gusto di salutarsi, il piacere della compagnia, la disponibilità alla sorpresa, la mancanza di paura verso il prossimo, l’accettazione fatalistica delle difficoltà». A volte si forma intorno a Bay un piccolo capannello in cui si discute e qualcuno impartisce all’“io non sono razzista ma” una breve lezione di storia del colonialismo, e poi compra qualche copia. Il vendere il libro per strada favorisce incontri, dialoghi, a volte bonari e a volte crudi. È un libro che non si esaurisce nell’acquisto e nella lettura, come quelli comprati in libreria o online, ma crea confronti. Questa, nella sua concisione, è anche la sua forza.

Il mio viaggio della speranza non è un libro che qualcuno si prenderà la briga di recensire, né sarà candidato ad alcun premio letterario. La scrittura è elementare, la narrazione priva di trucchi del mestiere. Nel volume non è indicato se sia stato tradotto da un’altra lingua e da chi. In realtà non c’è scritto niente tranne autore, titolo, editore e data di stampa: settembre 2011. Dalla grafia di alcuni nomi deduco che potrebbe essere stato scritto in francese. Non c’è un indirizzo, un telefono, un sito web. Ma fa arrivare ugualmente a chi legge la necessità di scrivere, l’urgenza di raccontare, di trasformare una memoria diaristica e intima in un libro vero. Come questo ce ne sono altri – poesie, fiabe, memorie – venduti per strada ogni giorno da autori e autrici che raccontano storie, una volta tanto, non filtrate dai media. Dobbiamo leggerli. Forse non li considereremo letteratura nell’accezione un po’ spocchiosetta che diamo a questo termine, ma le loro voci ci faranno sentire meno la solitudine delle nostre città.

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Cinque scrutini per un compromesso. Ecco come l’Italia ha ottenuto il seggio all’Onu

Quando il presidente dell’Assemblea Generale, il danese Mogens Lykketoft, annuncia i risultati del primo scrutinio, la Svezia prende 135 voti e viene eletta. Alle sue spalle c’è l’Olanda con 125, vicina al quorum dei due terzi, e solo al terzo l’Italia, con 113 voti. Gli impegni che avevano raccolto alla vigilia erano superiori, almeno venti voti in più, e quindi qualcuno nel segreto della consultazione ci ha traditi. Il sacrificio per salvare i migranti, il lavoro nelle missioni di pace, e la competenza nell’area del Mediterraneo e Medio Oriente non sono bastati. Nel frattempo Bolivia ed Etiopia vengono elette per i posti riservati all’America latina e all’Africa.

In questa situazione si è passati al ballottaggio a due e  al voto a oltranza. Il ministro degli Esteri Gentiloni (che alla fine dirà: «È stata una dimostrazione di unità dell’Europa»), l’ambasciatore Cardi, il vice Lambertini e tutta la squadra dei diplomatici italiani è passata tra i banchi a stringere mani, scambiare commenti, cercare di consolidare i nostri voti e conquistare altri. L’Olanda è più vicina al traguardo, ma nella seconda votazione nessuno raggiunge il quorum. Sono loro che perdono più consensi, scendendo da 125 a 99, mentre l’Italia cala da 113 a 92. Questo può essere un segnale incoraggiante: forse l’idea di mandare nel Consiglio due Paesi nordici sta frenando i sostenitori dell’Aja. Il Kazhakstan intanto ha battuto la Thailandia e ha conquistato il seggio asiatico.

Si passa alla terza votazione, ma anche questa non dà risultati. Anzi, l’Italia recupera e quasi raggiunge l’Olanda: 96 voti per loro, 94 per noi.
Gentiloni si chiude con i suoi collaboratori in un salottino dietro all’Assemblea Generale, e tutti si mobilitano per recuperare voti: telefonate alle capitali, contatti diretti al Palazzo di Vetro, strette di mano. Secondo le stime di una fonte italiana impegnata direttamente nelle trattative, noi abbiamo un blocco solido di circa 45 voti africani, 20 mediorientali e 20 sudamericani.

L’Europa sta in larga parte con l’Olanda, facendoci forse pagare la decisione presa nel 2009 dall’allora ministro degli Esteri Frattini di inserirci nella competizione, dopo che Svezia e Olanda avevano già presentato la candidatura. L’Estremo Oriente sta con i nostri avversari, così come i Caraibi, legati all’Aja anche dalle relazioni seguite all’epoca coloniale. La strategia ora è conservare il blocco dei nostri voti, cercando di aumentarli lavorando sulle aree dove siamo più forti, che sono anche le regioni dove ci sarebbe più interesse geopolitico ad avere un paese del sud Europa in Consiglio. Neanche le concitate trattative dell’ora di pranzo, però, sbloccano lo stallo. Anzi, nella quarta votazione l’Olanda conserva i suoi 96 voti e l’Italia sale a 95.

Si va al quinto scrutinio, dove possono presentarsi altri candidati, ma lo stallo si accentua. Parità: Olanda 95 voti, Italia 95. L’ambasciatore Cardi confabula col collega olandese, davanti al ministro Gentiloni. Nel nome dell’unità europea, all’opposto di quanto è successo con la «Brexit», dividono il mandato: l’Aja si ritira e Roma viene eletta, ma dopo un anno si dimette. A quel punto viene indetta una nuova elezione, con l’Olanda come unico candidato.

Anche alla quarta votazione c’è stata una fumata nera per Italia e Olanda. L’Italia ha ottenuto 95 voti e l’Olanda 96. Già al primo turno nella votazione per il seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nessuno dei due Paesi aveva ottenuto il quorum per l’elezione come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza al secondo turno. L’Italia ha ottenuto 92 preferenze e l’Olanda 99. Al primo turno la Svezia era passata superando la soglia dei 128 voti necessari. L’Olanda è arrivata seconda, senza però superare il quorum, e l’Italia terza con 113 voti.

Tra gli altri gruppi geografici, la Bolivia è stata eletta con 183 voti per l’America Latina e Caraibi, l’Etiopia con 185 voti per l’Africa. Oltre il secondo seggio per l’Europa Occidentale che vede in lizza Italia e Olanda rimane da assegnare anche il seggio per il gruppo Asia-Pacifico, che vede il ballottaggio tra Tailandia e Kazakistan.

Dal 1 gennaio i cinque nuovi membri non permanenti sostituiranno gli uscenti Spagna, Nuova Zelanda, Angola, Venezuela e Malesia. Rimangono per il 2017 Egitto, Giappone, Ucraina, Senegal e Uruguay, oltre i cinque Paesi con un seggio permanente, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina.




ITALIA – Sbarchi e terrorismo: l’Ue deve comportarsi in modo solidale. Salvini: “Controllare i luoghi di ritrovo islamici”

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Tunisia, Francia, ma anche Kuwait e Somalia. La jihad si scatena nel venerdì del Ramadan colpendo tre continenti quasi simultaneamente. Gli attentati hanno dimostrato come il terrorismo possa colpire ovunque senza preavviso. E che proprio su questo fatto gioca per scatenare la paura nei cittadini. Ma senza dubbio il periodo è particolare, e fra Expo e Vaticano l’Italia ha molti obbiettivi sensibili. Per questo motivo il ministro degli Interni Angelino Alfano, intervenendo a un convegno sulla legalità a Milano, ha annunciato: “nessun paese a rischio zero, abbiamo elevato il livello di allerta per risensibilizzare le unità a presidio dei luoghi sensibili. Abbiamo diramato l’allerta a prefetture e questure”. Nonostante questo, però, le polemiche non sono mancate. In particolare con la Lega Nord.

Il più critico è stato Matteo Salvini, che dal suo profilo Facebook ha sparato due bordate contro la gestione del ministro dell’Interno. “Ci hanno dichiarato guerra? – scrive in un primo post – Controllare le presenze e i luoghi di ritrovo islamici in Italia. Ritirare le truppe Nato dai confini con la Russia, e dislocarle in Nordafrica e in Medioriente. Ritirare buona parte dei soldati italiani in missione nel mondo. Bloccare ogni sbarco sulle coste italiane, e difendere i confini”. Venti di guerra insomma, che secondo Salvini né il Governo né tantomeno Alfano sono in grado di gestire: “A Roma è stato arrestato un pakistano, che avrebbe a sua volta ospitato un altro terrorista islamico. Ma noi abbiamo Renzi e Alfano che ci proteggono. Siete tranquilli vero?”, ironizza ancora il leader della Lega. A mettere il carico da dodici ci pensa poi Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato: “Chi si scandalizza quando chiediamo i controlli alle frontiere capirà che far entrare illegalmente una cifra enorme di persone nel nostro paese e lasciare che girino indisturbate, magari scroccando vitto e alloggio a spese nostre, è un rischio enorme, non solo per la nostra sicurezza, ma per la sopravvivenza stessa dell’intera civiltà occidentale?”.

Nonostante le critiche della Lega Alfano ha difeso il suo operato, dimostrando come non ci sia nesso fra aumento dell’immigrazione e criminalità o terrorismo: “nel 2014 c’è stato un calo dei reati del 7,7%, nel primo quadrimestre del 2015 un calo tra il 14 e il 15%. Nel 2014 c’è stato un aumento del flusso migratorio dovuto principalmente all’instabilità della Libia. È indimostrabile che vi sia stato un aumento dei reati in conseguenza di un aumento dell’immigrazione. Questa è la realtà, poi c’è la percezione dovuta anche a certe campagne politiche che sollecitano le paure più profonde dei cittadini”.

Non si contano più le imbarcazioni stracariche di disperati in cui molti di essi trovano la morte, soffocati da altri corpi ammonticchiati, gettati in mare da scafisti senza pietà, sfiniti dagli stenti.

E ogni volta che un battello affonda o si trasforma in trappola esiziale, si accendono discussioni acide sulle capacità italiane di soccorrere adeguatamente chi è in pericolo. Si fanno sempre gli stessi discorsi, si tirano in ballo i soliti argomenti. La Lega sostiene che i popoli affamati vanno aiutati nei luoghi di nascita e dove soffrono come se fosse semplice farlo: con quali soldi? I negoziati tra Italia e Libia, che ai tempi di Gheddafi prevedevano un controllo delle partenze dall’Africa, sono stati azzerati, cosicché i migranti seguitano a giungere numerosi sulle nostre coste; e noi con gli scarsi mezzi di cui disponiamo siamo obbligati ad ospitarli inadeguatamente dopo averli tratti in salvo.

Malta se ne infischia e non si cura di chi crepa in mare. Gli spagnoli attuano il sistema dei respingimenti violenti, le immagini dei quali sono state trasmesse dalla televisione. In sintesi. Nessuno si occupa dei poveri cristi che abbandonano l’Africa attratti dall’illusione di conquistare un mondo migliore. La stessa Europa, di cui il nostro Paese è la propaggine meridionale (la più vicina al Continente nero), dimostra una gelida insensibilità verso i poveri del Sud. E ci ordina: arrangiatevi e cercate di comportarvi umanamente nei loro confronti, altrimenti vi condanniamo. E ci condanna anche quando abbiamo agito al massimo delle nostre potenzialità.

In pratica nel Mediterraneo è impegnata soltanto l’Italia nel gravoso compito di prevenire tragedie o almeno di ridurne la portata. L’Ue non interviene e noi non siamo stati in grado di pretendere dai nostri partner nemmeno un finanziamento da utilizzarsi per realizzare le strutture necessarie ad accogliere decentemente i disgraziati provenienti dall’infelice mondo della fame e del disagio. Oltre a pagare il conto dei salvataggi, dobbiamo anche sopportare gli insulti di chi verso di noi usa atteggiarsi a maestro di civiltà.

È arrivato il momento in cui l’Italia è chiamata a presiedere il vertice delle istituzioni europee. Sarà Matteo Renzi a sedersi sullo scranno più alto e a esercitare una serie di poteri non certo di secondo piano.

Verificheremo se ha la personalità per imporre alla Ue di comportarsi in modo solidale, come si conviene a una comunità di Stati.




MEDITERRANEO – Mamma Africa piange 700 figli. La loro storia di fame e sofferenza

Mama Africa basita piange le sue 700 vittime annegate in mare, mentre erano dirette in Italia con un bagaglio fatto di speranze e sogni. Fuggivano dalla guerra e dalla fame rincorrendo il miraggio di una vita dignitosa, ma tutti i loro desideri se li è presi il mare, che sta diventando ogni giorno di più un cimitero sottomarino, raccogliendo numerose vittime. Solo in pochi riescono ad arrivare in Italia, ma il loro calvario non ha inizio sui barconi della morte, bensì quando essi decidono di fuggire dal loro paese d’origine. I loro parenti vendono i pochi averi che posseggono per poter permettere ad essi d’intraprendere il viaggio alla volta di Tripoli, dove potranno acquistare il biglietto della nave. Al fine di raggiungere la Libia devono attraversare il deserto, spesso capita loro di scorgere i cadaveri di uomini che prima di essi hanno tentato di attraversarlo. Vengo adescati da uomini senza scrupoli che offrono dei passaggi verso Tripoli in cambio di denaro, ma spesso li conducono in altre località per poter spillare loro altro denaro, molti uomini vengono picchiati, le donne violate, infatti molte di esse giungono sulle coste italiane in evidente stato di gravidanza. Quando finalmente riescono a giungere a Tripoli, acquistano i biglietti che si dividono in tre tipologie di classi, i passeggeri dell’ultima classe vengono stipati nelle stive, la maggior parte di essi muore a causa delle esalazioni di monossido di carbonio, quelli che invece viaggiano in prima classe, se hanno qualche dollaro in più possono “permettersi” di acquistare un giubbotto di salvataggio. Giunti in Italia chiedono asilo politico e vengono smistati in centri d’accoglienza, in cui alcuni senza scrupoli spesso li trattano come se fossero solo mera fonte di guadagno. Gli ultimi della terra, devono persino subire il disprezzo di alcune forze politiche italiane che puntualmente calpestano la loro dignità di uomini, ma per comprenderli dovrebbero indossare i loro abiti ed intraprendere lo stesso viaggio.

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International day of Happiness, ma il mondo guerreggia in 30 conflitti

Siamo caduti nel buco nero di un conflitto di tutti contro tutti di cui non si intravede la fine eppure oggi si festeggia il giorno della felicità. Quale? E dove prenderla? Perchè si dovrebbe essere felici se non si riesce nemmeno a essere contenti? Trovo che questa sia la festa più ipocrita che potessero istituire, visto che non riescono a garantire un sano tenore di vita nemmeno ai cittadini dei paesi più ricchi e sviluppati del mondo. Ormai sopravviviamo e lo dimostrano  le indagini per la misurazione della F.i.l. (Felicità interna lorda. Il termine FIL fu coniato all’inizio degli Settanta dal re del Butan, Jigme Singye Wangchuck), che prendono in esame variabili atte a cogliere il grado di coesione sociale del sistema, come i tassi di criminalità, la presenza di istituzioni democratiche o il rispetto dei diritti civili. Anche questa, tra crisi e guerre, con il Pil ha raggiunto i minimi storici.

Essendo la  socialità  la tendenza innata degli individui a convivere tra di loro, la nostra vita è tanto più felice quanto più ricche sono le nostre relazioni sociali. Perciò il concetto di benessere basato sul reddito o sul reddito pro capite deve essere allargato per includere variabili economiche diverse e considerare un insieme ampio di indicatori, quali  il numero di ore lavorate, il tasso di disoccupazione, la mortalità infantile, l’incidenza di diverse malattie, la speranza di vita, per valutare direttamente il benessere psichico attraverso variabili quali il numero di suicidi, la diffusione dell’utilizzo di psicofarmaci oppure attraverso indagini nella popolazione che stimino il grado di soddisfazione percepito dai cittadini.

La classifica che mette al primo posto il Costa Rica,  definendolo il paese più felice del mondo,  non  include nell’elenco i paesi più infelici e forse bisognerebbe invertirla e domandarsi qual è il paese più infelice.

Mentre le guerre in Siria, Iraq e Ucraina riscuotono l’interesse dei mezzi d’informazione occidentali, sono una trentina gli altri conflitti di cui si parla pochissimo e che, in assenza di interventi, continueranno a colpire milioni di persone.

Le guerre civili nella regione del Darfur e negli stati meridionali del Sudan sono quasi sparite dai mass media anche se riguardano moltissime persone e nel solo Darfur hanno provocato 2,4 milioni di profughi.

La crisi nel vicino Sud Sudan è trascurata invece avrebbe un urgente bisogno di attenzione: è l’opinione di Jean-Marie Guéhenno, presidente dell’International crisis group, con sede a Bruxelles, che sta attualmente monitorandole guerre presenti in tutto il mondo.

Il Sud Sudan, l’Afghanistan e la Siria sono stati considerati nel 2014 i paesi meno pacifici del mondo, secondo la classifica annuale compilata dall’Institute for economics and peace.

“L’orribile violenza alla quale si assiste ancora in Sud Sudan va avanti perché non c’è alcuna forma di pressione da parte dell’opinione pubblica”, sostiene Guéhenno.

Il secondo anno di guerra civile sta portando il paese più giovane del mondo sull’orlo della bancarotta e della carestia, e le violenze hanno costretto alla fuga almeno 1,9 milioni dei suoi 11 milioni di abitanti, uccidendone più di diecimila.

Secondo Guéhenno, se il Sud Sudan ricevesse una maggiore attenzione dai mezzi d’informazione occidentali, potrebbero essere adottate misure come un embargo sulle armi o un’azione seria per tagliare i finanziamenti alla guerra e simili pressioni avrebbero un seguito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

“Eppure questo conflitto resta fuori dei radar, tranne quando si verificano scontri più gravi”, afferma.

La Nigeria è un altro paese che risente della scarsità di notizie sui conflitti interni.
Anche se gli attacchi dei militanti islamisti di Boko haram ottengono qualche copertura, lo stesso non si può dire per le tensioni in corso altrove. Secondo Guéhenno, potrebbero esplodere gravi scontri nella regione del delta del Niger, ricca di petrolio.

“Nel caso di episodi di violenza dopo le elezioni, la notizia finirebbe su tutte le prime pagine perché la Nigeria è un paese molto importante in Africa. Ma sarebbe meglio se questioni del genere fossero affrontate già da adesso”, ha aggiunto.

Nell’ultimo decennio il numero di conflitti nel mondo è rimasto piuttosto stabile, oscillando fra i 31 e i 37, ma alla metà del 2014 il numero di profughi in fuga dalle guerre ha toccato il suo apice dal 1996.

Tuttavia, molte guerre compaiono raramente sui giornali o le tv occidentali.

Nel 2014 gli scontri nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo hanno costretto circa 770mila persone alla fuga, portando il numero totale di profughi a 2,7 milioni in un paese di 68 milioni di abitanti. Più di venti gruppi armati sono attivi solo nella provincia del Kivu Nord.

Altri conflitti sono in corso in Somalia, Yemen, Libia, Repubblica Centrafricana e Pakistan. Dopo il ritiro di gran parte delle truppe straniere, anche l’Afghanistan riceve meno attenzione.

Secondo i ricercatori, non è necessariamente la portata del conflitto ad attirare le attenzioni dei giornalisti.

Virgil Hawkins, professore associato alla Osaka school of international public policy dell’Osaka university in Giappone, ha osservato come il conflitto israelo-palestinese abbia una copertura mediatica significativa nonostante il numero di vittime sia inferiore rispetto a quelle della Repubblica Democratica del Congo.

Hawkins ha paragonato l’interesse riservato dai mezzi d’informazione all’inizio di gennaio all’attentato islamista contro il settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi con il relativo silenzio su una serie di massacri compiuti quasi contemporaneamente da Boko haram in Nigeria.

“Le differenze non sono dovute al tipo di atrocità commesse, ma al luogo dove queste atrocità sono commesse e alle loro vittime”, ha scritto in un blog.

“Ci sono molti conflitti relativamente piccoli che covano sotto la cenere in paesi come l’India, la Thailandia, la Russia, la Turchia, la Birmania e l’Etiopia che non dovrebbero essere ignorati”, aggiunge.

I conflitti di portata ridotta spesso diventano più grandi nel momento in cui si collegano a una tematica più ampia, afferma Guéhenno. Per anni nessuno ha fatto molto caso ai microconflitti in corso nel Mali settentrionale, finché non sono diventati per il movimento jihadista un’opportunità per creare delle basi in quel territorio. “All’improvviso sono diventati strategici”, osserva Guéhenno.

“È molto difficile per i leader politici sollecitare un’azione politica su questioni che non riscuotono un grande interesse nei paesi occidentali”, conclude. “Quando le persone cominciano a essere uccise, allora c’è la mobilitazione”

Solo in Siria si contanto 220mila morti in quattro anni.

Era il 15 marzo del 2011 quando a Daraa, nel sud del Paese, si tenne la prima manifestazione contro il regime, dopo che il mese prima un gruppo di studenti erano stati arrestati con l’accusa di avere tracciato con lo spray slogan anti-regime. Un fatto senza precedenti nei 40 anni al potere della famiglia Assad. La reazione delle autorità di Damasco fu durissima. Nel sangue vennero represse anche successive manifestazioni in altre città, fino a quando l’opposizione cominciò a fare ricorso alle armi e i primi militari disertori fondarono l’Esercito libero siriano (Els). Da allora è stato un vortice di violenza che sembra non dover avere fine.

Il regime di Assad è ancora in sella nonostante l’ingiunzione lanciata fin dall’estate di quell’anno ad Assad dal presidente americano Barack Obama e dalla Ue perché lasciasse il potere. Il regime è riuscito a imporsi grazie alla fedeltà della maggior parte delle forze armate e all’appoggio dei suoi due grandi alleati, la Russia e l’Iran, anche se attualmente controlla con sicurezza solo una parte del territorio: da Damasco, attraverso la regione centrale di Homs, fino alla costa mediterranea, dove sono le roccaforti degli Assad. Nel nord Aleppo, quella che era una splendida città capitale economica e commerciale della Siria, è devastata dai combattimenti che da due anni e mezzo oppongono forze lealiste e ribelli. Più a est lo Stato islamico impone la sua versione oscurantista della Sharia nelle province di Al Hasakah e di Raqqa. A sud, presso il confine con la parte del Golan occupato da Israele, proseguono gli scontri con gruppi islamisti e il Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida, mentre consiglieri iraniani e milizie sciite libanesi di Hezbollah appoggiano le forze lealiste.

Una conferenza di pace organizzata all’inizio del 2014 a Ginevra è fallita dopo due sessioni e l’estate successiva il mediatore dell’Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha gettato la spugna, come aveva fatto prima di lui l’ex segretario generale Kofi Annan. Il nuovo inviato speciale, il diplomatico italo-svedese di lungo corso, Staffan de Mistura, sta cercando di favorire un dialogo che parta da obiettivi modesti, come tregue locali temporanee, a cominciare da Aleppo. Ma anche questa iniziativa sembra trovare notevoli difficoltà.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha detto di essere riuscito a documentare i casi di quasi 13.000 detenuti morti nelle carceri del regime per le torture subite. Ma quando le atrocità non sono riprese in video è impossibile che scuotano le coscienze come fanno le immagini degli ostaggi occidentali decapitati dai fanatici dell’Isis.

L’ultimo attentato ha ucciso oltre venti persone (tra cui quattro italiani, spagnoli e francesi) al museo Bardo di Tunisi, a pochi passi dal Parlamento, che proprio in quelle ore stava discutendo le leggi antiterrorismo. Ha colpito contemporaneamente la nascente democrazia araba e la sua fragile economia fondata sul turismo.

«La gente ancora non ha capito cosa è successo ma si tratta del più grande attentato mai avvenuto nella capitale tunisina».

«Il Bardo è il simbolo della Tunisia», continua il blogger Youssef Cherif: «Nel colpirlo i terroristi dello Stato Islamico hanno voluto colpire l’unico Paese in cui la rivoluzione araba ha avuto successo».  Il Bardo, uno dei più bei musei del Mediterraneo, raccoglie molti dei più preziosi mosaici di epoca romana.

La Tunisia è il Paese da cui era partita la serie di rivoluzioni che nel 2011 hanno sconvolto il Mediterraneo mettendo fine al regime decennale dei dittatori del Nord Africa. Ed è anche l’unico Paese che è riuscito ad eleggere liberamente il suo Parlamento e a formare un governo di unità nazionale in cui i laici di Nidaa Tounes e gli islamisti Ennahada sono riusciti a confrontarsi. In Egitto infatti il dittatore Hosni Mubarak è stato sostituito con un colpo di stato nel 2013 dal collega Abdel Fattah al-Sisi che ha eliminato fisicamente o imprigionato tutti i principali islamismi del Paese senza distinzione tra terroriste conservatori. La Libia invece è discesa nel caos e nell’anarchia con due principali fazioni politiche che si contendono il controllo e, nel farlo, lasciando territorio libero ai barbuti dell’Is.

«La democrazia non piace agli uomini dell’Is che sono allergici a qualsiasi cosa non sia esclusivamente religiosa», continua Cherif: «Da mesi sul web minacciavano il nostro Paese, il più secolare del mondo arabo. Avremmo dovuto aspettarci un evento simile».

Il problema è che da mesi la sicurezza è un enorme problema per la Tunisia. La criminalità è in aumento e il numero di tunisini partiti per raggiungere i ranghi dell’Is in Siria e in Libia è altissimo: almeno tremila persone, ma c’è chi ne stima settemila. Le risorse economiche e le forze di polizia non sono sufficienti. Perfino un obiettivo sensibile come il museo (di mosaici romani) più importante del Paese che si trova per lo più nello stesso piazzale del parlamento, è stato lasciato scoperto, facile preda di uomini armati.

“Ogni volta che viene commesso un crimine terroristico, ovunque sia, siamo tutti colpiti”. Questo il commento del presidente francese Hollande all’attacco di Tunisi. “Quando si tratta di vite umane spaventosamente schiacciate dalla macchina terrorista, che sia in Francia, in Tunisia o a Copenaghen, siamo tutti colpiti”

Per far ripartire l’economia e offrire una speranza ai milioni di giovani tunisini disoccupati Tunisi aveva lanciato lo scorso autunno una vasta campagna per il rilancio del turismo, puntando tutte le fiche sull’imminente stagione estiva. «Adesso questo attacco non solo finirà per annullare ogni sforzo pubblicitario compiuto negli ultimi mesi ma rischia anche di dare corda ai fautori della contro-rivoluzione, ovvero a coloro che sostengono che la democrazia non sia un sistema politico possibile in un Paese arabo e che si debba ritornare a uno stato di polizia. A una dittatura», sottolinea Cherif.

Intanto in Italia c’è chi comincia a contare i pochi, pochissimi chilometri che ci separano dalle coste tunisine. Da settimane, sul web, si moltiplicano le minacce a Roma, l’antica capitale del Mediterraneo.

Quale sarà il prossimo paese infelice?