La lezione di Ripellino. Un poeta in cattedra

Di Giusy Sammartino

(Palermo 4 dicembre 1923 -Roma 21 aprile 1978)

A quaranta anni dalla morte

I poeti, non quelli che scrivono in versi, ma quelli che vivono la vita da poeti, credi di incontrarli solo dentro una fiaba, vestiti di uno scuro mantello colore del cielo notturno. Oppure, chissà, forse anche girovaghi, al seguito di qualche compagnia di teatranti. E invece un giorno ti capita di incontrarne uno sul serio, di essere stata alunna di Angelo Maria Ripellino, di averne ascoltato le lezioni, di essere interrogata da lui agli esami. Allora capisci che i sogni si possono avverare e che quel poeta è lo stesso incrociato proprio in un suo libro, il protagonista di uno dei più malinconici racconti di Storie del bosco boemo.

Ala fortuna della conoscenza accademica si è aggiunta poi per me quella di aver incontrato anche una parte della vita privata, quando, per scrivere un articolo, in occasione dei cinque anni dalla sua morte, sono stata nella sua casa di via Angela Merici, a un passo da piazza Bologna, dietro la sopraelevata, non lontano dalla “Sapienza” dove lui ha insegnato succedendo a un altro insigne slavista, Ettore Lo Gatto, del quale Ripellino teneva sul tavolo rispettosamente la fotografia incorniciata.

Incontrando la moglie Ela Hlochova (morta anche lei, circa otto anni fa, grande compagna di traduzioni, oltre che di vita, da tanti poeti boemi), durante un piacevolissimo pomeriggio a parlare di ricordi ho visto la sua enorme leggendaria libreria, i quadri dei suoi grandissimi amici pittori e, infine, ho avuto il regalo più bello, sognato da sempre, di vedere il manoscritto di Praga magica, uno dei suoi libri più noti e più amati, una sorta di guida turistico-intellettuale per una città piena di mistero e di storie. Un manoscritto voluminoso, rigorosamente vergato a pennarello verde, scritto con quella sua caratteristica grafia chiarissima e grande che eravamo abituati a vedere a lezione.

Dai racconti di Ela Ripellino ho trovato quello che già immaginavo. Ho rivissuto le volte che da studentessa ho visitato Praga attraverso le pagine della sua magia. Tutte le volte che ho conosciuto poeti e pittori grazie alle sue storie letterarie o ho incontrato registi e attori (la Kommisarzevskaja) nei teatri di Mosca e di Praga che allora potevo solo immaginare!

Come tutti i poeti Ripellino aveva un dono, quello di trascinare, di coinvolgere con la passione del vivere “forte”, in prima persona. I suoi corsi monografici (che nostalgia dell’università di allora!) erano una corsa giullaresca e vivace tra le righe dei poeti, siano essi Puskin, Pasternak, Mal’destam o Majakovskij. Tutti li sapeva straordinariamente a memoria. Me li ha fatti amare attraverso i mille richiami all’arte, alla vita reale (indimenticabile la proposta di una tesi sulla presenza delle insegne di negozi nella letteratura russa) e persino alla scienza, sempre a tutto tondo, sempre con rigore. Ricordo la sua ultima venuta in facoltà, all’istituto di slavistica, al primo piano di Lettere e Filosofia. Era sempre ad aprile, pochi giorni prima della sua morte, quasi a richiamare ancora i versi di Majakovskij: “Io e il mio cuore non siamo vissuti neppure una volta fino a maggio/ e della mia vita passata c’è solo il centesimo aprile” (La nuvola in calzoni).

Ci ha riuniti (dovrei dire riunite per la squisita femminilizzazione della partecipazione ai suoi corsi e agli studi di slavistica) e ci ha “letto” a memoria alcuni versi del suo amico Boris Leonidovic Pasternak che chiamava, commosso, con nome e patronimico. Aveva portato i versi del poeta russo in Italia, era andato, in compagnia del poeta Evtusenko, a trovarlo nella sua dacia di Peredelkino ridendo allo scherzo del suo accompagnatore che lo aveva presentato come un “poeta georgiano” giocando sui suoi tratti apparentemente asiatici, ma realmente più attinenti al barocco della sua Palermo. Quel giorno recitando i versi sulla vecchiezza di B. L. Pasternak abbiamo sentito tutta la sua commozione e il suo rimpianto di stare per lasciare la vita, lui che anagraficamente era ancora giovane (appena cinquantaquattro anni) e con un animo di grande poeta.

Il dubbio di non essere riconosciuto poeta lo tormentava, ossessione di essere puntato a dito e costretto a difendersi: “Slavista!  mi gridano donne con frappe sul capo/ e con fettucce e fleurettes e crauti e baubau/ Slavista! Mi assalgono omini violacei/ con scrofole e nasi da Ostenda”. E in una completa rivolta di luoghi e oggetti che gli vanno contro aggiunge: “Slavista! Mi gridano i fiumi di piazza Navona. Slavista! Mi gridano da un carro funebre/ gonfio come una torta dai riccioli d’oro” (Notizie dal diluvio).

E invece Angelo Maria Ripellino è stato soprattutto un poeta e da poeta ha affrontato la cultura slava che ha amato profondamente in tutte le sue diramazioni nazionali, dalla Russia alla Boemia (ma qui gli fu fatale la sua presa di posizione della Primavera, nonché la sua ingenuità), la Polonia, la Bulgaria. La sua critica, i suoi testi non sono mai distaccati e tediosi e si leggono sempre con la fantasia con la quale si legge un romanzo intrigante. Altrimenti, senza questo intrigo, che coinvolge a capofitto il lettore, decisamente la sua scrittura non si capisce.

Come Baudelaire, Ripellino ha amato più l’inferno che il paradiso. Ha preferito essere “della stirpe dei demoni e dei giocolieri” che “angelo dalla faccia cotta”. In Sinfonietta scriverà: “Io viluppo di fiamme d’inferno, piromane e miccia”. E chi lo ha conosciuto e ha ceduto al suo fascino sa la veridicità di queste affermazioni. La mente va inevitabilmente a V.V. Majakovskij. Anche nel poeta russo c’è questa smania d’incendio, questo desiderio di violentare l’animo per vivificarlo, accendendolo. Molto in comune aveva Ripellino come Majakovsij e con tutta la cultura slava, una sorta di filiazione, di coinvolgimento culturale culminante in un vertice che per lui era il triangolo barocco Palermo- Roma-Praga.

Praga è da Ripellino città amata e sofferta cui rimane visceralmente legato. Come dimenticare le ultime pagine, sempre di Praga Magica!Sono un urlo di disperazione, ma anche un atto d’amore incommensurabile: “Dovrei dirle mi sono stuccato di te capitale Boema. E invece le dico: voglio essere ancora tuissimo, mio Schicksal, mia follia. Voglio che mi si proverbi come matto di Praga. Ripeterò le parole di Nezval: <Il tempo fugge e io vorrei dire ancora molto. Il tempo fugge e di te ho detto poco sinora –. Il tempo fugge come una rondine e accende le vecchie stelle su Praga. Come nel racconto di Kafka Primo dolorel’acrobata non vuole scendere più dal trapezio>. Questo amore per la capitale Boema non gli fa perdere la speranza, una speranza intrisa di angoscia in tempi bui cui l’autore fa cenno con il richiamo alla malinconica figura di Charlot proprio dell’ultima riga del libro.

Ricordo che lo salutai, in una limpida giornata di aprile bisbigliando tra me e me i versi di Pasternak, quelli che ci aveva recitato nella sua stanza d’istituto: “La vecchiezza è una Roma/ che invece di ciarle e di ciance/ non prove esige dall’attore/ ma una completa autentica rovina”

Mi piacerebbe che davanti a un suo ritratto, a lui che ci ha fatto viaggiare nel meraviglioso, che ci ha fatto conoscere la cultura, e non solo quella slava, dall’ottica antiaccademica della felicità, chi lo ha amato e conosciuto dicesse, come quel padre che ha issato sulle spalle il figlio indicando il corpo di Majakovskij, un padre dicesse al proprio figlio, “Lo vedi, quello è Ripellino!”.

Io vorrei che mia figlia, dopo tutto quello che le ho raccontato di lui e quello che ormai ha anche letto e amato, citando i versi dedicati da Maria Luisa Spaziani possa dire: “Mia madre mi ha lasciato un carillon magico, una boite à surprise, una chicca, un codice angelico, il verde/ unico stradivari superstite firmato Scardanelli”.

In copertina: Anna Dall’Agata, Angelo Maria Ripellino, Pineto, 1983