Aretha

Il concerto a lei dedicato che si svolgerà in novembre ora avrà più motivo di essere, sebbene lei non potrà viverlo; ha però potuto assistere all’intitolazione di una via a lei dedicata a Detroit lo scorso anno. Aretha Franklin, la “Regina del Soul” figlia del Pastore Battista C. L Franklin, il 16 agosto all’età di 76 anni  dopo una lunga malattia è morta. Ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica come corista prima, cantante e interprete poi, nella New Bethel Baptist Church di Detroit (la Chiesa Battista Nuova Bethel) nella quale il padre esercitava il proprio ministero. Divenuta successivamente una delle maggiori e più grandi interpreti della Black Music (la musica nera afro-americana), ha conosciuto il successo personale e commerciale, ma non ha mai rinnegato le proprie radici musicali, lo Spiritual e soprattutto il Gospel. Mi piace ricordarla anche per quella rivisitazione di Respect, canzone scritta nel 1965 da Otis Redding per invitare le donne a essere più remissive sottomesse all’uomo: Aretha nel 1967 lo riarrangiò, aggiungendo versi e contenuti anche con quello spelling R-E-S-P-E-C-T, e ne fece un inno del femminismo, pieno anche di doppi sensi sul diritto femminile al piacere sessuale, e un manifesto anti-razziale che si è aggiudicato due importanti riconoscimenti: il Grammy Award for Best R&B Performance ed il Grammy Award for Best Female R&B Vocal Performance 1968; inoltre è stato premiato con il Grammy Hall of Fame Award nel 1998 ed è considerato tra i migliori dell’era del rock and roll  tra le 500 migliori canzoni di tutti i tempi.

Avendo vissuto gli anni ’80, personalmente l’ho conosciuta meglio grazie al duetto nel 1985 con Annie Lennox, fascinosa icona androgina, nella canzone Sisters Are Doin’It For Themselves e a quello nel 1987 con George Michael, vittima dei pregiudizi sull’omosessualità dichiarata perciò molto tardivamente, nel brano I Knew You Were Waiting For Me

Ha avuto una vita difficile e travolgente, Aretha, diventata mamma per la prima volta a 13 anni, vita vissuta purtroppo anche tra alcol fumo e problemi di peso benché nell’ultima esibizione, il 7 novembre 2017 alla Cattedrale di Saint John the Divine a New York durante il gala del 25esima edizione dell’Elton John AIDS Foundation, era diventata molto magra.  

“C’é sempre gente in giro ogni giorno/ giocano e fanno punti/cercano di fare perdere ad altri il loro senno./Beh, stai attento a non perdere il tuo!”: non potremo più ascoltarla dal vivo ora, ma la sua anima di regina della musica e la sua passione per i diritti umani e civili continueranno a risuonare anche facendoci riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni … Think!




Giovanissime inventrici ecologiche: dalla pioggia energetica alla degradazione naturale delle plastiche

Sono cresciuta con una mamma che spesso mi regalava anche dei libri: una volta fu capace di trovarne uno in cui la protagonista, scritta a lettere enormi sulla copertina rigida, si chiamava come me! Tutti mi sono stati molto utili e uno lo è stato in particolare, quello nel quale c’erano consigli di bellezza naturali tra cui la raccolta d’acqua piovana usata come detergente per il viso. Ho i miei dubbi che oggi si possa seguire tale consiglio …

1. Reyhan Jamalova

Reyhan Jamalova, una giovane ragazza indiana di 15 anni, però, ha pensato di utilizzare la pioggia per la bellezza del nostro Pianeta: ha trovato, infatti un metodo per produrre energia elettrica in modo rinnovabile e pulito e dalla sua idea è nata la start-up Rainergy. Il dispositivo nella parte superiore ha un secchio che raccoglie l’acqua piovana e la versa in un serbatoio collegato a un generatore attraverso il quale viene fatta scorrere l’acqua per generare energia elettrica, immagazzinata successivamente in una batteria in modo da poterla usare anche quando non piove. 

Per le famiglie dei Paesi particolarmente piovosi come la Malesia, l’India, l’Indonesia e le Filippine, Rainergy potrebbe essere una fonte eccezionale di luce ed energia, tra l’altro, con una produzione di anidride carbonica inferiore rispetto ad altre fonti rinnovabili, anche perché raccogliendo energia dalla pioggia si è in grado di produrre un quantitativo di elettricità pari a 3626 kWh in un anno, quasi sufficienti per il 92% al bisogno di una casa.

2. Miranda Wang

Un altro ‘trattamento di bellezza’ viene da un’altra giovane di origini cinesi, Miranda Wang, che ha trovato il modo per degradare la plastica ottenendo dei prodotti utilizzabili per molte applicazioni. Quindi, dopo i famosi bruchetti ed enzimi mangiaplastica, attraverso un catalizzatore che permette una reazione a pressione atmosferica e a temperature non troppo alte è possibile decomporre la plastica e la società americana da lei cofondata, la BioCellection, ne darà una dimostrazione il prossimo ottobre convertendo in tre mesi 17 tonnellate di rifiuti di plastica in 6 tonnellate di sostanze chimiche di valore.  

… E che bello per la natura!




Roma – Help the Ocean

Quale immagine vi viene in mente se vi chiedo di pensare a un essere umano che arriva per la prima volta nella Storia in un nuovo luogo?  

Bene, ora non pensate né a un nuovo continente, né a una nuova isola o tantomeno alla Luna: pensate a uno Stato… di plastica. E pure a una donna! Si tratta di Maria Cristina Finucci, l’artista di Lucca che ha ‘fondato’, impiantandovi pure la classica bandiera, il Garbage Patch State, cioè lo stato delle immondizie.

Lo ha fatto nella sede dell’Unesco nell’aprile del 2013, ottenendo il riconoscimento ufficiale di questo ‘Stato’ che ha pure una capitale, Garbandia, una sua costituzione, un governo e una bandiera nazionale  di colore azzurro, come il mare, con vortici rossi come quelli che hanno convogliato e riunito in isole tonnellate di rifiuti.

Fig. 1

L’iniziativa è volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del marine littering, cioè l’inquinamento da rifiuti che sta contaminando il mare, e in questi giorni attraverso l’installazione “Help the Ocean” sarà a Roma dal 9 al 29 luglio presso il Foro romano: l‘opera, formata da un insieme di gabbioni in rete metallica rivestiti da circa sei milioni di tappi di plastica colorati, simula un ritrovamento archeologico che potrebbe essere un giorno emblematico della nostra “età della plastica”; dalla visione aerea, come è già avvenuto l’8 giugno durante la Giornata mondiale degli Oceani quando è stata illuminata, si potrà notare che questa l’installazione forma la scritta HELP, una vera e propria richiesta di aiuto contro l’attuale processo di autodistruzione dell’umanità.

Come spiegato dall’artista, per il progetto non è stata usata spazzatura poiché i tappi di plastica sono stati raccolti da persone attente ed ecologiche, a simboleggiare anche che dietro ad ogni oggetto gettato nell’ambiente c’è una persona che ha compiuto questo insano gesto.

A sostegno dell’iniziativa c’è anche Marevivo, associazione fondata e presieduta da Rosalba Giugni, esperta subacquea originaria di Napoli che da circa trent’anni promuove iniziative e campagne di divulgazione scientifica sul rispetto e la tutela del mare.

Il 2013 è stato l’inizio di questa mirabile e simbolica opera: quando finirà l’altra, quella ormai troppo consueta ed emblematica dell’insostenibilità ambientale del nostro stile di vita?




Fluttuando nel mondo

Tralasciando l’aspetto distonico di chi afferma con forza che bisogna accogliere i migranti ma non è capace di comprendere che la famiglia, per esempio, ormai è di tanti tipi (in questi giorni si è aggiunta pure quella “pluriamorosa”), voglio soffermarmi su un fenomeno antico quanto il mondo ma che lo stesso mondo rende periodicamente immondo: i flussi migratori.

Diamo per assunto di base che se non ci fossimo spostati da un luogo a un altro ci saremmo estinti come specie. Le migrazioni fanno parte della Storia dell’Umanità che, forse, perde ciclicamente nel tempo esistenziale e nello spazio vitale la sua umanità, non tanto nell’incapacità di ospitare chi immigra ma nella chiara volontà di costringere chi emigra ad abbandonare la propria terra.

Cos’è altrimenti il continuare a vendere armi, il fomentare gli odi, l’incrementare le paure, il non creare “nuovi” posti di lavoro, il costringere nell’indigenza, il seguitare a sfruttare risorse e popolazioni?

E così la schiera dei e delle migranti, nel dettaglio rifugiati e profughi, s’infoltisce e dopo quelli politici ed economici si sono aggiunti quelli climatici e ambientali.Se ne parla poco anche perché il Diritto internazionale non prevede la loro protezione: la Convenzione di Ginevra del 1951, infatti, concede lo status di rifugiato solo a chi è perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche; dell’ambiente e delle conseguenze del clima non c’è traccia.

Molte guerre sono state scatenate da problemi ambientali, dalla siccità dovuta ai cambiamenti climatici al land grabbing-cioè al fatto che una zona un tempo produttiva finisce con non l’esserlo più per via dell’accaparramento forzato di terreni – ma c’è una sottovalutazione del problema.

O meglio, come suggerisce Maurizio Cossa, avvocato che si occupa di immigrazione e diritti umani nell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione),“ il fattore climatico è ancora contestato dalle multinazionali perché mette in discussione un modello economico ormai consolidato.”

Esistono tuttavia, nella realtà,profughi ambientali, costretti a lasciare la loro terra per problemi a insorgenza rapida– frane, eruzioni, inondazioni, terremoti – i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti, o per problemi a insorgenza lenta, come siccità, desertificazione, salinizzazione. Parliamo di profughi climatici quando gli eventi ambientali sono causati dai cambiamenti generati dagli esseri umani,dall’industrializzazione forzata e da tutto quello che ne consegue.

(da www.osservatoriodeidiritti.it)

Con il pensiero rivolto anche a quell’altra migrazione, definita da qualcuno “infinita deportazione di massa”, che ancora caratterizza il Sud Italia per motivi economici e ambientali, credo che sia proprio nel “nuovo” il futuro: oltre alla green economye ai green job, è in un “nuovo” senso di umanità per un “nuovo” tipo di economia e di politica la possibilità di ritrovare “nuove” relazioni per la co-esistenza pacifica e giusta.

 

 




Lotta alla plastica, dall’India all’Italia

A distanza di pochi giorni dalla Giornata dell’Ambiente del 5 giugno, dedicata alla lotta per l’eliminazione della plastica, due notizie mi hanno colpita, entrambe dall’India.

Dopo la carriera in una casa farmaceutica, la trentaseienne di Nuova Delhi Rhea Singhal è la protagonista diun’importante svolta ambientalista con la più grande azienda di stoviglie e packaging alimentare “eco” di tutta l’India: Ecoware è, infatti, una società che produce piatti, bicchieri, vassoi e contenitori per il cibo biodegradabili al 100%; al posto della plastica si usano biomasse e soprattutto gli scarti agricoli, che finirebbero bruciati nei campi a fine raccolta, per produrre prodotti che, utilizzati per congelare e cuocere alimenti nel microonde, possono poi essere buttati nel secchio dell’umido. Qualora finissero in discarica, si decomporrebbero senza lasciare inquinanti. I prodotti costano un po’ di più, ma dal 2009, data nella quale è nata, l’azienda è cresciuta notevolmente sia perché serve anche hotel di lusso e compagnie aeree sia perché la gente ha compreso le implicazioni dannose delle plastiche per ambiente e salute.

Sempre in India, l’avvocato Afroz Shah nell’ottobre del 2015 ha avuto la semplice idea di iniziare a pulire i 100 chilometri di spiaggia di Mumbay soffocata da ogni tipo di plastica e immondizia, e seguendo il suo esempio, attualmente il sabato e la domenica si contano trecento persone, di età e provenienze diverse, a ripulire per quattro ore la costa.

Le Nazioni Unite hanno definito l’iniziativa come la più grande opera di pulizia della spiaggia del mondo.

Qui da noi WWF e Legambiente sono note per queste azioni di pulizia e da qualche tempo si aggiunge anche Clean Sea Life.

Inoltre, proprio quest’anno è partito il “Plastic radar” di Greenpeace, un’iniziativa che invita a segnalare via whatsapp i rifiuti in plastica su spiagge e mari.In tal modo sarà possibile conoscere le tipologie di imballaggi e rifiuti più comuni nei mari italiani e scoprire da quali località arriva il maggior numero di segnalazioni. Ogni segnalazione, un grazie, e con 25 segnalazioni un ringraziamento nel report finale.

Ma il ringraziamento più rilevante arriva da parte delle spiagge e del mare tutto!




Un mare di plastica

“Eh, magari facessero tutti come voi …!”

È la frase che io e i miei familiari ci sentiamo spessissimo dire dai negozianti quando affermiamo di avere la busta (o la shopper!) per mettervi quanto acquistato. Ormai ne abbiamo tantissime, anche ricavate da vecchi jeans: quella per il supermercato, quella per la frutta e la verdura, quella per i piccoli acquisti.

Devo ammettere che inizialmente, e parlo di almeno dieci anni fa, provavo un certo imbarazzo… poi, però, leggi notizie come quella di sabato 2 giugno e ti convinci che è davvero il minimo che si possa fare: al largo della costa meridionale della Thailandia, infatti, è stata trovata morta  una balena pilota con ben ottanta buste di plastica nello stomaco per l’equivalente peso di otto chilogrammi!

Nella sola Thailandia ogni anno almeno 300 animali marini, tra cui balene pilota, delfini e tartarughe, muoiono per aver ingerito plastica abbandonata in natura, ha spiegato un biologo marino.

Da noi, oltre al comportamento virtuoso di singole persone e famiglie, qualcosa si sta muovendo: dal primo maggio, per esempio, sulle isole Tremiti la plastica è vietata per legge grazie al sindaco Antonio Fentini che sta pure pensando di abolire i contenitori di polistirolo, compresi quelli utilizzati dai pescatori. Invita, altresì, colleghe e colleghi di isole e comuni sul mare a fare altrettanto, precisando che la sua cittadinanza è molto felice per la decisione presa.

La decisione segue, infatti, la ricerca diffusa nei mesi scorsi dall’Istituto di scienze marine del CNR di Genova, dall’Università Politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia, che hanno campionato le acque durante il tour “Meno plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior. Dalla ricerca è emerso che nel Mediterraneo ci sono livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici che si formano nel Pacifico, le cosiddette ‘zuppe di plastica’, e “nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche, comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (NA), ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (FG)”.

Nell’attesa che arrivi anche la direttiva dell’UE, già approvata a fine maggio dalla Commissione, affinché si arrivi nel 2025 a non usare più la plastica e in particolare cotton fioc, posate, piatti, cannucce e aste per palloncini (prodotti che dovranno essere fabbricati con materiali sostenibili), gli Stati membri, attraverso campagne di sensibilizzazione, dovranno anche ridurre il consumo di contenitori per alimenti e tazze, fissando obiettivi nazionali, mettendo a disposizione delle alternative, o impedendo la fornitura gratuita di prodotti in plastica.

E noi nel nostro piccolo? Possiamo iniziare sin da ora a cambiare stile di vita e abitudini: ingegniamoci e facciamo in modo che il mare viva la sua stagione più bella tutto l’anno!




Tre Giornate per l’ambiente

Domenica 11 maggio è stata la Giornata delle Oasi WWF e la prima Giornata mondiale delle api, indetta dall’ONU.  

La Giornata delle Oasi WWF celebra anche la biodiversità del nostro Paese, straricco di ambienti e paesaggi naturali, sebbene la Giornata Mondiale della Biodiversità stabilita dall’ONU sia il 22 maggio, e vuole sottolineare quanto sia importante difendere la ricchezza della vita sulla Terra: l’invito è a rispettarla e tutelarla ogni giorno e con ogni comportamento, dalle piccole mangiatoie poste anche sui balconi alla semplice ma interessata osservazione della Natura, dall’educazione dei bambini e delle bambine alla lotta al bracconaggio, agli acquisti più attenti e critici e alla corretta gestione dei rifiuti.

Le iniziative nelle Oasi, aperte gratuitamente grazie all’opera dei volontari e delle volontarie, sono state numerose: a Policoro è stata liberata un esemplare di tartaruga Caretta Caretta, a Rimini il programma ha previsto escursione e caccia al tesoro, a Venezia visita guidata alla pineta Dune e proiezione film “Before the flood – Punto di non ritorno”, a Le Cesine-Lecce passeggiata nella Riserva e laboratorio per bambini/e, a Torre Guaceto-Brindisi visita guidata, costruzione di una Batbox, un nido per pipistrelli, e poi laboratorio di fotografia e pilates… (http://www.wwf.it/programmi_oasi.cfm) 

La Giornata mondiale delle Api vuole ricordare quanto l’impatto umano possa determinare la scomparsa delle specie animali, in questo caso delle api, considerate attualmente dei superorganismi decisivi per la sicurezza alimentare globale: la maggior parte delle colture alimentari nel mondo dipende dall’impollinazione! Pare che la sua proclamazione si debba alla Slovenia, terra di apicoltura, in prima linea nella lotta per la salvaguardia della specie, prima a vietare l’uso dei pesticidi responsabili della loro moria. La scelta della data è dovuta al fatto che mentre nell’emisfero boreale maggio è il mese centrale per l’impollinazione, nell’emisfero australe corrisponde alla produzione del miele e alla lavorazione dei suoi derivati.  Molte anche qui le iniziative: in Slovenia, che ha perfino coniato una moneta da due euro raffigurante un alveare, conferenze, visite guidate e laboratori per grandi e piccini; in Italia sono stati organizzati numerosi eventi come la degustazione di mieli e attività ludiche e didattiche, visite all’apiario didattico di Corerallo in Liguria, incontri con apicoltori/trici, degustazioni e laboratori all’oasi del Bosco di S. Silvestro di Caserta.

Inoltre, tra le varie iniziative all’interno della Decade sulla biodiversità, iniziata il 2011, il 22 maggio presso l’Orto botanico di Napoli si è svolto l’incontro dal titolo “Biodiversità del mondo invisibile”; nella Casa dei Comuni in Lombardia sono state organizzate due iniziative, il 22 in collaborazione con l’Ordine degli architetti l’incontro “Celebriamo la Giornata mondiale della biodiversità” e il 23 con l’Ordine dei giornalisti “Parchi e sostenibilità ambientale: come i giornali raccontano il territorio”. Infine, dal 13 al 15 giugno presso l’Università di Teramo è previsto il Convegno nazionale alla sua dodicesima edizione su “ Biodiversità, Ambienti, Salute”.

Che dire? Speriamo di vero cuore che il mondo prenda a girare nel verso giusto e la musica inizi definitivamente a cambiare!




L’ambiente e la guerra, la scuola e la pace

l 4 maggio più di cento scuole in tutta Italia hanno aderito all’iniziativa “Scuole in piazza per la Pace in Siria” promossa da una rete di dirigenti, operatori e operatrici scolastiche: striscioni, manifestazioni, cori, flash mob e tanto altro per dire basta a una guerra che va avanti da sette anni, probabilmente anche con bombardamenti di tipo chimico.

Foto 1 

Molte sono ormai le micidiali armi chimiche o radioattive e biologiche, spesso più potenti di quelle nucleari, e le prime notizie di utilizzo di bombe al napalm, per esempio, risalgono già al marzo 1944, durante un bombardamento sui quartieri popolari di Roma; napalm che con i defoglianti in Vietnam fu sistematicamente usato dagli americani contro villaggi, foreste e campi coltivati provocando una devastazione ambientale spaventosa, oltre alle malformazioni congenite che la popolazione vietnamita si ritrova ancora oggi insieme a un ambiente invivibile: in certe regioni l’inquinamento è altissimo, le piante non riescono a crescere bene, i bambini e le bambine si intossicano camminando a piedi scalzi sulla terra inquinata e la speranza di vita della gente è di un terzo inferiore alla media nazionale.

Foto 2

A tale proposito ricorderemo sicuramente questa foto del 1972. La bambina completamente nuda che corre in lacrime poiché vittima di un bombardamento al napalm con la sua famiglia è Kim Phuc. Nel 2017  Kim ha pubblicato il libro autobiografico Fire Road: The Napalm Girl’s Journey through the Horrors of War to Faith, Forgiveness, and Peace nel quale racconta come dal fuoco dell’odio e dell’amarezza sia potuta rinascere grazie alla fede. Dopo anni di esposizione come fenomeno da baraccone ai fini della propaganda antiamericana, costretta a esibire le sue cicatrici e a raccontare la sua drammatica storia di bambina cui la guerra aveva tolto tutto, sopraffatta dal dolore tentò di togliersi anche la vita, ma non vi riuscì. Un giorno, mentre era a Cuba, trovò nella biblioteca una Bibbia e leggendola scoprì il messaggio di Gesù e trovò in lui la forza per fuggire in Canada, dove cominciò a frequentare una chiesa battista divenendo ambasciatrice di pace. La sua storia è straordinaria anche perché ha poi incontrato uno dei veterani americani che aveva bombardato la sua regione, a sua volta distrutto psicologicamente dalla violenza della guerra; ma lo è ancora di più perché è una vita che tuttora ci parla, quasi urlando in lacrime come in quella foto, di quanto sia possibile per l’umanità riconciliarsi con se stessa e con l’ambiente circostante a partire dalle attuali generazioni, presente e futuro dell’umanità, che con pervicacia vanno educate e condotte per mano su nuove strade di Pace e di Giustizia.

Foto 3. Manifesto dell’IIS Niccolò Machiavelli di Pioltello (MI)




Tra xylella e gasdotti

“È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba di Aronne …” recita l’inizio del salmo 132. Celebra l’unità delle dodici tribù d’Israele a testimonianza della gioia che dà l’amore fraterno (e sororale!) ed è anche consacratorio, in quanto ci fa appartenere a Dio e al disegno di Dio nel mondo.

E nel mondo periodicamente l’umanità scarabocchia confusamente un’appartenenza esclusiva agli interessi dei pochi a discapito di tutto l’ambiente circostante. Così capita nel nostro Salento, terra di profumi e sapori inconfondibili e dei Caraibi di Puglia, produttore di un olio DOP verde dolce ma con note piccanti uniche, che alla lotta per sconfiggere la xylella ora deve aggiungere quella al gasdotto TAP che sta eradicando migliaia di ulivi secolari. Pare che i greci condannassero a morte chi uccideva un albero di ulivo!

A parte il fatto che, come si evince da un’indagine locale, in Puglia si rischia di avere ben quattro gasdotti, mentre comunque dal 1969 viene estratto gas dal sottosuolo della Daunia senza alcun vantaggio per la popolazione, ci si chiede come sia possibile martoriare oltremodo una regione che sta pagando ancora un prezzo altissimo al dio del progresso e del posto fisso in fabbrica infrangendo la volontà di una popolazione, ora sempre più consapevole delle ricchezze di cui già dispone naturalmente: sole, mare, dieta mediterranea, tradizioni, musica…

 

Come se non bastasse, con un Decreto dell’aprile scorso il Ministro Martina obbliga a trattare gli ulivi con pesticidi,  tra cui almeno uno vietato dall’Europa perché causa la moria della api, per contrastare la xylella fastidiosa; prontamente Mellone, il Sindaco di Nardò, in questi giorni ha emesso un’ordinanza che “vieta su tutto il territorio comunale, a scopo cautelativo e in via precauzionale, di utilizzare in agricoltura pesticidi e prodotti fitosanitari estranei alle normali prassi agricole, quindi nei modi e nelle forme previste dal decreto». “Il provvedimento – riferisce una nota – intende tutelare l’ambiente e la salute pubblica, preservare da possibili contaminazioni il suolo, l’acqua, i prodotti agricoli, salvaguardare infine la biodiversità. Chi viola il divieto è soggetto alla sanzione amministrativa di 500 euro».

Viene da chiedersi chi sia veramente “fastidioso” per l’ambiente e la natura tutta!

 

 




Libere (!) e pensanti. Primo maggio tarantino

Forte è stata la grinta espressa da chi ha organizzato (tra cui il musicista Roy Paci e l’attore Michele Riondino) e da chi ha partecipato alla quinta edizione del Concerto del Primo Maggio a Taranto: “Non è città dell’acciaio!” è stato l’urlo di chi sul palco ha raccontato a quasi cinquantamila persone provenienti anche dall’estremo Sud e dall’estremo Nord testimonianze dirette e indirette, di chi anche da Brescia ha urlato la solidarietà al popolo tarantino che chiede giustizia e un altro tipo di economia;Nonostante tutto – ha gridato sul palco Celeste Fortunato, portavoce del movimento Tamburi Combattenti – noi oggi siamo qui. Noi non possiamo portare i nostri figli nei parchi a giocare perché i terreni sono contaminati, noi non possiamo stendere il bucato se prima non puliamo i balconi … abbiamo una costante paura di ammalarci!”.

Eppure il 4 maggio nel porto di Taranto è arrivato un carico di più di 23.000 tonnellate di pet coke, sostanza cancerogena che col vento ricopre tutti i centri abitati, e il 6 maggio l’UE ha dato il via libero ad Arcelor-Mittal, il gruppo franco-indiano, per l’acquisto dell’ILVA con un pacchetto correttivo che prevede la vendita di sei degli impianti per garantire la concorrenza e che, secondo la Commissaria UE, dovrebbe anche contribuire a imprimere un’accelerazione agli urgenti interventi di risanamento ambientale della zona di Taranto”. Ma come?

Sento ancora nelle orecchie il grido “Senza la gente non si decide niente!”, slogan della manifestazione organizzata per “Massafra vuole respirare” svoltasi il 30 giugno dello scorso anno con la partecipazione di un centinaio di associazioni, comitati, amministrazioni che nella provincia di Taranto, da tempo tormentata dall’inquinamento sotto il ricatto dell’occupazione, stanno assistendo, ma stavolta non inermi, alla costruzione di un secondo inceneritore al quale è stato deciso di affiancarne anche un terzo per l’incenerimento dei fanghi.

Forte anche allora la grinta comunicativa e argomentativa di Rossano Ercolini, maestro elementare toscano, insignito nel 2013 del premio Goldman Prize,e fondatore del movimento “Zero rifiuti Italia”. Dopo la presentazione delle motivazioni della manifestazione da parte del Dott. Delio Monaco che ha pure evidenziato, per esempio, che prima dell’approvazione degli inceneritori non c’era lo studio Sentieri, Rossano Ercolini ha invitato tutti e tutte a vincere il cinismo per un nuovo civismo che vede nell’economia circolare e, quindi, nella raccolta differenziata spinta e nella strategia “rifiuti zero” l’unica alternativa per un futuro in cui il nostro territorio sia risanato e ritorni a respirare. Ciò non significa non poter fare impresa ma certo significa slegarla dai crimini ambientali, come pure quello legato al gasdotto in Salento, e da quella che il maestro ha chiamato “egonomia”.

E… invece Massafra il 15 aprile scorso, presieduta proprio dal suo ex Sindaco, ha visto la Provincia autorizzare il terzo inceneritore per “Rifiuti speciali” e Taranto, nel comprensibile scetticismo di chi giorno dopo giorno documenta e denuncia casi di slopping finalizzato alla maggiore produzione di acciaio, si candida a essere una realtà-laboratorio del progetto “Verso una rete internazionale per l’ecologia integrale” avviato dall’Università Pontificia Antonianum.

Siamo nel pieno di una dura e lunga battaglia nella quale o vinciamo tutti/e o perdiamo tutti/e, assunto non chiaro a chi, come alcuni giornalisti locali, a volte vuole semplicemente vederci ignoranza dei manifestanti e avversità nei confronti del singolo imprenditore.