La febbre dell’oro

Fin dai tempi più remoti l’oro è stato considerato un bene prezioso dagli uomini tanto da diventare un elemento distintivo nell’appartenenza alle classi sociali più elevate.

Addirittura verso la fine del XIX secolo si verificò la cosiddetta “Febbre dell’Oro” con la scoperta di notevoli quantità del metallo prezioso nei territori nordamericani che portò a una febbrile migrazione di lavoratori in queste aree alla ricerca dell’oro e quindi di un riscatto sociale e di un arricchimento in breve tempo.

Da quando poi l’oro viene usato dai vari Stati come “riserva monetaria”, a fronte dell’emissione della carta moneta, svolge addirittura una funzione di danaro.

Così, durante le varie crisi economiche verificatesi nel corso degli anni, dove l’incertezza del futuro regna sovrana, risparmiatori e risparmiatrici si sono orientate sempre di più verso beni sicuri tra i quali, appunto, l’oro.

Si può investire nell’oro o attraverso strumenti finanziari o nell’oro fisico.

Nel primo caso di possono acquistare ETF, Azioni, Opzioni ma qui entriamo nel campo del fai da te che ci guida più a scelte emotive che razionali. Oppure si può farlo attraverso i Fondi di Investimento specializzati, delegando a figure professionali ben precise le nostre scelte.

Nel secondo caso si possono acquistare monete e lingotti. Al riguardo, operatrici e operatori del settore si sono messi subito all’opera dando la possibilità di acquistare, anche tramite sportelli automatici, dei piccoli lingotti con una spesa veramente irrisoria, tanto da divenire una moda.

Bisogna comunque tenere ben presente che investire nell’oro significa scommettere su un rialzo o un ribasso del suo valore (quotazione) nel tempo. In tempi di crisi si assiste a una corsa a questo tipo di investimento, con il raggiungimento di quotazioni elevate, mentre in momenti di tranquillità sui mercati finanziari il prezzo si abbassa.

Quindi, come tutte le altre tipologie di investimento anche quella nell’oro richiede una razionale diversificazione e un orizzonte temporale medio lungo.

 




I BRICS

Negil ultimi anni una delle novità che ha caratterizzato gli scenari internazionali è l’affermazione di un insieme di Paesi che vengono identificati dal termine BRICS.

BRICS è l’acronimo utilizzato per individuare 5 Paesi (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) accomunati da caratteristiche simili.

Si tratta di economie in via di sviluppo caratterizzate da un vasto territorio, una numerosa popolazione e importanti risorse naturali.

Il balzo in avanti del loro PIL si è avuto con l’avvento della globalizzazione grazie alla quale essi hanno iniziato a commercializzare i loro prodotti in tutto il mondo e, dato il basso costo della manodopera, a prezzi di gran lunga più competitivi rispetto a quelli dei Paesi occidentali industrializzati.

Mentre la crisi economica iniziata da un decennio ha attanagliato sia l’Europa che gli Stati Uniti, questi Stati hanno continuato e continuano tutt’ora ad avere tassi di crescita a due cifre.

Non sempre però all’economia espansionistica corrisponde un alto livello di sviluppo che riguarda le loro popolazioni. Più volte, parlando di economie emergenti, si è constatato che dietro questa irrefrenabile corsa ci sono condizioni di lavoro al limite dell’umano, sfruttamento del lavoro minorile, cottimo, ecc. Come anche i regimi politici instaurati in questi Paesi, non sempre di natura democratica, pongono dei grossi interrogativi a livello morale e sociale.

Accanto quindi ai due grandi blocchi (Europa e Stati Uniti) dei paesi sviluppati si è creato quello dei Paesi Emergenti verso i quali i mercati finanziari hanno focalizzato la loro attenzione, tanto che un’importante percentuale degli investimenti finanziari di risparmiatori e risparmiatrici viene rivolta verso tale settore.

I Paesi Emergenti, infatti, offrono ampie opportunità sia in ambito obbligazionario (con titoli di stato a tassi ormai da noi inimmaginabili), sia in quello azionario (con un ricco ventaglio di aziende con grandi prospettive di sviluppo) e una possibilità di diversificazione in grado di dare quel valore aggiunto indispensabile e al passo con gli scenari economici in continua evoluzione.

 




Azioni od Obbligazioni?

È da qualche decennio ormai che quasi quotidianamente attraverso i mezzi di informazione sentiamo spesso parlare, in ambito finanziario, di obbligazioni ed azioni. Ma di cosa si tratta? Sono due strumenti finanziari verso i quali l’investitore/investitrice può orientarsi per ottenere un rendimento dai propri risparmi. Ambedue vengono emesse da aziende, banche, Stati etc.  che operano nei mercati finanziari ma hanno caratteristiche e rischiosità completamente diverse l’una dall’altra.

Le obbligazioni sono titoli cosiddetti di “debito”, cioè emessi per finanziarsi. Sottoscrivere un’obbligazione significa quindi prestare i propri soldi a una azienda (banca o Stato) per un certo periodo di tempo (di solito 3 – 5 – 10 anni) e questa si impegna a riconoscere a sottoscrittori e sottoscrittrici un interesse  stabilito e al rimborso del capitale prestato a scadenza. Se l’interesse riconosciuto non varia nel corso della durata l’obbligazione è a tasso fisso, altrimenti parliamo di obbligazioni a tasso variabile. Ci sono poi titoli obbligazionari detti “zero coupon” che non hanno interessi periodici ma vengono pagati alla scadenza insieme al rimborso del capitale.

Un elemento molto importante all’atto della sottoscrizione di un’obbligazione è una attenta e precisa valutazione sulla solidità economica di coloro ai quali vengono prestati i nostri risparmi,  cioè tenere conto del cosiddetto “rischio emittente” assumendosi il quale si è consapevoli che il rimborso del capitale a scadenza non è garantito.

È il caso, ad esempio, delle obbligazioni subordinate che riconoscono un tasso di interesse più alto ma in caso di default (cioè di fallimento) dell’emittente, sempre che questa sia solvibile, vengono rimborsate dopo i creditori privilegiati e dopo i possessori delle obbligazioni ordinarie

Le azioni invece rappresentano un titolo di partecipazione all’impresa. Ciò significa che acquistando un’azione si acquista una quota dell’azienda cioè si entra nel capitale di rischio. Quindi chi sottoscrive acquisisce il diritto al voto in assemblea, al controllo sulla gestione dell’impresa ed elemento importante ha diritto ad incassare i dividendi, cioè una parte degli utili qualora venissero distribuiti. Ma proprio perché si entra nel capitale di rischio dell’Azienda se questa è florida ed incrementa gli utili, il valore delle azioni sottoscritte crescerà ed anche la quantità dei dividendi distribuiti all’azionista sarà maggiore. In caso invece di difficoltà o di crisi il capitale potrebbe ridursi e, in caso di default, il valore dell’azione addirittura potrebbe azzerarsi. In questo caso azionisti e azioniste non avrebbero diritto alla restituzione del capitale investito. Ancora di più quindi, nel caso di azioni, andrebbe fatta un’analisi tecnica precisa e attenta circa i bilanci, le prospettive, le opportunità.

Sia per quanto riguarda le azioni che le obbligazioni va poi tenuto presente tanto il fattore concentrazione, evitando di concentrare su un unico emittente le proprie scelte finanziarie, quanto il proprio profilo di rischio legato alle aspettative di rendimento.

Viste quindi le complessità insite nella scelta, chi investe ha a disposizione  altri strumenti finanziari sui quali orientarsi, sia obbligazionari che azionari,  che hanno al loro interno una molteplice diversificazione e  delegano a un  gestore e a specifiche figure professionali una scelta più razionale ed efficiente.

 

 

 

 




MIFID (Market Financial Instruments Directive)

Dal gennaio 2007 è entrata in vigore nell’Unione Europea una direttiva comunitaria che ha inteso 

disciplinare i mercati finanziari europei: la cosiddetta MIFID. La Normativa nasce nell’intento di fornire a investitori e investitrici una pluralità di informazioni che hanno il fine di tutelare e di rendere più consapevole la cittadinanza nelle scelte di carattere finanziario.

Essa prevede che siano gli Intermediari (Banche, Società di Intermediazione etc,) a fornire una serie di informazioni alla clientela tra le quali: i costi dei servizi, le tipologie degli strumenti finanziari (obbligazioni, azioni, etc.), i servizi di investimento offerti e la loro rischiosità, gli eventuali conflitti di interesse nei suoi confronti.

Tra i vari servizi riconosciuti uno riveste particolare importanza ed è quello della CONSULENZA in materia di investimenti. In un mercato finanziario complesso e variegato chi investe non sempre è in grado, solo con le proprie conoscenze, di valutare i rischi ai quali si espone nella scelta dei propri investimenti. Avvalersi quindi di figure professionali preparate e competenti evita scelte fatte più con l’emotività che con la consapevolezza.

Altro elemento rilevante che prevede la Normativa è la compilazione del questionario MIFID.  Chi investe deve rispondere a una serie di quesiti riguardanti le proprie conoscenze in campo finanziario, i propri obiettivi di investimento, la propria situazione finanziaria, che determinano un profilo di rischio dal quale né l’Intermediario Finanziario (Banche etc.) né l’investitore/investitrice,  possono  prescindere al momento della scelta degli strumenti finanziari pena l’inadeguatezza dell’investimento stesso.

Insomma informazioni più dettagliate, consulenza, profilo di rischio sono tutti elementi attraverso i quali la nuova Direttiva si prefigge una maggior tutela, una trasparenza ma anche uno stimolo per chi investe a scelte più consapevoli e razionali.




Diversificare i propri investimenti finanziari

In merito all’utilità di una giusta diversificazione dei propri investimenti occorre fare una premessa.

Fino a qualche decennio risparmiatori e risparmiatrici che volevano investire i propri risparmi non si ponevano il problema di dover scegliere su chi e che cosa investire poiché la strada era già tracciata.

I titoli di Stato erano considerati strumenti sicuri, remunerativi ed erano quelli sui quali già i propri genitori o nonni avevano investito. Coloro invece che ambivano a guadagni maggiori si orientavano all’acquisto di azioni delle poche società quotate sulla Borsa Italiana.

Costoro non ritenevano opportuno fornirsi di altre informazioni. Nessuno metteva in conto che uno Stato potesse non rimborsare i propri titoli o che per molti anni i rendimenti ottenuti non coprissero nemmeno l’inflazione.

Quando poi tutto il mondo ha cominciato a dialogare, vuoi con lo scambio di merci più veloce dovuto a uno sviluppo enorme dei mezzi di trasporto più moderni, vuoi con l’avvento di internet tutto è cambiato.

Oltre agli scambi commerciali così anche i mercati finanziari si sono “globalizzati”.

Ciò che accade in un Paese si ripercuote immediatamente su tutti gli altri: vedi il crollo delle Torri Gemelle, le guerre, la grande crisi economica iniziata nel 2007 con un effetto domino.

E così avvenimenti che non avremmo mai immaginato si sono verificati: il fallimento di Argentina e Grecia, lo spauracchio del fallimento dell’Italia nel novembre del 2011, il fallimento delle banche!

In questo contesto così complesso allora come è meglio orientarsi? Con una sana, consapevole diversificazione dei propri investimenti.

Diversificare, cioè scegliere una pluralità di strumenti finanziari abbassa il rischio del proprio portafoglio: se un settore merceologico ad esempio il settore automobilistico non cresce magari quello tecnologico è in espansione, se l’economia dell’Europa stenta a decollare ci sono Paesi come la Cina che corrono a due cifre; quindi investire in più settori merceologici, in più Paesi, in più attività riduce notevolmente il rischio di vedere tutti i nostri risparmi andare in fumo perché li abbiamo concentrati su un solo strumento di

investimento, abbiamo puntato su di un’unica attività.

Lo sa bene chi ha investito i risparmi di una vita, la liquidazione dopo tanti anni di lavoro, su un unico strumento finanziario rivelatosi fallimentare.

Ricapitolando, possiamo parlare di diversificazione per tipo di strumento finanziario, ad esempio tra obbligazioni e azioni; all’interno della stessa categoria possiamo diversificare per tipo di emittente: un’obbligazione può essere emessa da uno stato, da una banca o da una società industriale; tra gli emittenti possiamo diversificare per aree geografiche: Paesi sviluppati o mercati emergenti.

Diversificando otteniamo il duplice obiettivo di ridurre il rischio sui nostri investimenti e di cogliere le opportunità presenti nei vari mercati.