ITALIA – Regine in città: Margherita di Savoia

di Livia Capasso

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FOTO 1. Intitolazioni a Torino. Foto di Loretta Junck

Margherita ed Elena, la prima e la seconda regina d’Italia, detengono un primato: insieme alla giudicessa Eleonora d’Arborea sono le uniche laiche tra le prime dieci figure femminili più frequenti nella toponomastica dei comuni italiani.

A Torino la regina Margherita si vide intitolare, ancor prima della sua morte, il lungo corso che attraversa tutta la città, da Ovest a Est, supera la Dora e arriva fino al Po, e il suo nome si ripete su un ponte, una piazza e in più scuole.

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FOTO 2. Roma. Foto di Ginevra Maccarrone

A Roma ci sono ben quattro aree di circolazione a lei dedicate – una galleria, un ponte, una piazza e un viale – ma la regina compare sulle strade di tantissime altre città, grandi e piccole, da Sud a Nord. A volte la si trova associata al suo re, come a Rovigo e Bisceglie, mentre altre volte compare da sola.

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FOTO 3. Rovigo. Foto di Maria Pia Ercolini

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FOTO 4. Bisceglie. Foto di Silvia La Franceschina

Eccola dunque in Sicilia a San Vito Lo Capo; in Basilicata a Corleto Perticara; in Puglia a Taranto; in Sardegna, a Calasetta; in Lombardia a Milano…

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FOTO 5. San Vito Lo Capo. Foto di Barbara Belotti

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FOTO 6. Corleto Perticara. Foto di Caterina Falotico

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FOTO 7. Taranto. Foto di Virginia Mariani

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FOTO 8. Calasetta. Foto di Laura Candiani

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FOTO 9. Milano. Foto di Rosa Enini

Margherita ed Elena sono state anche ampiamente ritratte in incisioni, litografie, fotografie, dipinti, statue, francobolli e copertine illustrate di settimanali. Esaminando questo ricco materiale, è possibile anche valutare la diversa personalità delle due sovrane.

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FOTO 10. Ritratto1

Margherita nacque a Torino nel 1851, da Ferdinando di Savoia ed Elisabetta di Sassonia. Bionda, di carnagione chiara, con due occhi azzurrissimi e un bel decolleté, nascondeva le gambe corte facendosi vedere spesso seduta in carrozza o nei palchi dei teatri. Profondamente cattolica, aveva un carattere forte e deciso, e un grande senso della dignità e del dovere. A diciassette anni sposò il cugino Umberto, primogenito del re Vittorio Emanuele II ed erede al trono dei Savoia; nel 1869 nacque il loro unico figlio, Vittorio Emanuele, futuro Vittorio Emanuele III. Nel 1878 Margherita diventò regina d’Italia.

Questo ritratto, opera di Michele Gordigiani, è forse quello più famoso della regina Margherita, che amava indossare abiti sontuosi, ricami, cappellini, guanti, fiocchi e pizzi. E amava follemente i gioielli: possedeva 16 fili di perle dei quali amò ornarsi, tanto da essere chiamata “La regina delle perle”. Anche se era consapevole che ogni filo di quelle perle, che Umberto le regalò negli anni del loro matrimonio, corrispondeva a un tradimento.

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FOTO 11. Ritratto Gordigiani

Una volta a settimana radunava attorno a sé al Quirinale il meglio della cultura italiana e di quella europea di passaggio nella capitale. Fu amica di Edmondo de Amicis, conobbe Alessandro Manzoni, fu esaltata da Fogazzaro, Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli. Giosuè Carducci le dedicò una delle sue Odi barbare (“Alla Regina d’Italia”). Era attratta dalla musica, soprattutto quella da camera; grazie ad una borsa di studio da lei concessa, il giovane Giacomo Puccini poté completare gli studi al Conservatorio di Milano.

Appassionata alpinista, Margherita scalò, prima donna, una delle più alte vette delle Alpi, il Monte Rosa. Per questo motivo le venne dedicato un rifugio, costruito in prossimità della cima della montagna.

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FOTO 12. Capanna Margherita

Il 29 luglio del 1900 re Umberto I fu assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci , e il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III. La regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. Stabilì la sua residenza a palazzo Piombino in via Veneto che da lei prese il nome di palazzo Margherita (oggi il palazzo ospita l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma) e, finita la guerra, si rifugiò a Bordighera, dove morì nel 1926 a 75 anni.




Le donne di Maggio

Di Paola Spinelli e Maria Pia Ercolini

Dalla rubrica SIGNORE SI NASCE di Toponomastica femminile

Io mi sentivo libera e leggera
come quei fiocchi bianchi di pelurie
che si sprigionano dai pioppi, in maggio
e cercan l’alto.

Antonia Pozzi ci introduce con questi versi alle donne nate a maggio che “cercan l’alto”.

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“Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia”, così scrive di sé Laura Betti, che in realtà inaugura il nostro mese perché nata il primo giorno di maggio. La ammiriamo come cantante e attrice, donna intelligentissima e dal carattere difficile, ideatrice e direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini.

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Il 2 di maggio ci regala ancora due attrici: Fiammetta Baralla, grande caratterista del cinema e della televisione, ma anche interprete del teatro d’avanguardia e Norma Aleandro, la “pasionaria” argentina, combattente dello schermo e della vita, attrice e intellettuale di posizioni progressiste.

Il 3 ci porta Mary Astor, un’attrice che ha saputo reinterpretarsi più di una volta, da femme fatale, alla più classica delle dark lady (Il mistero del falco) fino a diventare la madre saggia di Piccole donne (edizione del 1949) o di Incontriamoci a Saint Louis di Vincente Minnelli.

Il giorno 4 è la volta di Audrey Hepburn, troppo fragile per realizzare il suo sogno di fare la ballerina, ma che divenne invece un’attrice talentuosa che impose un nuovo modello di bellezza femminile. Fu ambasciatrice dell’UNICEF e icona dell’eleganza. L’abito bianco a fiori che Givenchy creò per lei quando vinse l’Oscar per “Vacanze romane” è considerato ancor oggi il migliore abito di tutti i tempi indossato alla premiazione degli Oscar.

Voglio ricordare Anna Maria Mozzoni, nata il 5 maggio, attraverso queste sue parole del 1906: “tutto ci ha ormai persuaso che la giustizia non riguarda che gli elettori e non si estenderà a noi se non quando e in quanto saremo elettrici perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, perché infine portiamo il contributo dell’opera e del denaro al funzionamento dello Stato”.

Il giorno 6 abbiamo un volto noto: Lianella Carell. Era l’epoca del neorealismo e degli attori presi dalla strada. Lei, giornalista, andò da De Sica per fargli un’intervista. Lui, colpito dall’intensità del suo volto, la scelse per fare la moglie di Lamberto Maggiorani in”Ladri di biciclette” e in quel ruolo l’abbiamo conosciuta tutti.

Giorno 7: Ruth Prawer Jhabvala che come sceneggiatrice ha avuto 3 nomination e ha vinto 2 Oscar con “Camera con vista” e “Casa Howard”e come scrittrice ha vinto il Booker Prize con “Calore e polvere”.

Quando ero bambina le magliette e i cappellini con stampati i marchi delle ditte erano capi da lavoro che muratori e contadini indossavano per non rovinare i vestiti buoni. Te li regalavano al giro d’Italia o nei negozi di sementi o di ferramenta. Nessuno si sarebbe sognato di spendere dei soldi per fare pubblicità a qualcuno. Poi è cambiato tutto e i marchi sono diventati status symbol. Poi è uscito NO LOGO. Il giorno 8 è il compleanno di Naomi Klein.

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Il 9 maggio nascono a distanza di circa cento anni l’una dall’altra due donne assolutamente diverse ma simili, credo, per l’intraprendenza e il coraggio, tutte e due francesi, tutte due, a modo loro, eroine.

La prima, Olympe Pélissier all’età di 15 anni fu venduta dalla madre a un giovane aristocratico. Oggi queste cose non avvengono più? Non saprei. E comunque Olympe da lì iniziò il suo faticoso percorso di formazione da cortigiana a modella, e poi da “cortigiana cattiva”, come la definì Balzac, a moglie devota di Gioacchino Rossini.

La seconda donna del giorno 9 è Marise Hilsz, che da modista, presa dalla passione per il volo, diventa prima paracadutista poi aviatrice. È una donna dai molti record e dai molti meritati riconoscimenti: le sono stati dedicati un campo sportivo, una scuola, diverse vie, un monumento e almeno tre francobolli.

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Il 10 maggio è il giorno di Rosanna Benzi che ha trascorso gran parte della sua vita a Genova, dentro un polmone d’acciaio, ma che sorprendentemente diceva di sé: “La mia vita tutto sommato è normale, anche se me ne sto qua dentro, immobile. Faccio le cose che fanno tutti. Studio, lavoro, dirigo una rivista, GLI ALTRI. Faccio politica”.

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11 maggio: “Le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali”. E sembravano ali le braccia di Martha Graham che fu per la danza quello che Picasso rappresentò per la pittura e Stravinsky per la musica.

Il 12 maggio il sipario è per Giulietta Simionato, una signora del Bel Canto che si ritirò dalle scene “in bellezza”, quando la sua voce non aveva ancora incrinature, perché il suo pubblico potesse ricordarla al meglio, ma che nella sua lunga vita non cessò mai di occuparsi di musica.

Maria Teresa d’Asburgo, 13 maggio, dimostra che per una donna, a tutti i livelli, è difficile far valere i propri diritti. Pur potendo succedere al padre grazie alla Prammatica Sanzione, Maria Teresa dovette combattere sette anni, rinunciare a diversi territori per vedersi riconosciuto alla fine il titolo di sovrana ma non di imperatrice. Fu il marito a diventare imperatore e lei dovette accontentarsi del titolo di imperatrice consorte.

Spesso la narrazione storica si dimentica delle donne, ma può anche succedere che le racconti male o che le diffami scientemente. È il caso di Margherita di Valois, 14 maggio, consegnata alla memoria collettiva come la bellissima, scaltra e intelligente ma dissoluta “regina Margot”. D’altra parte, essendo Margherita l’ultima dei Valois, per legittimare ancor più la successiva dinastia dei Borboni, si volle vedere in lei l’ultimo frutto di una dinastia marcia e depravata.

Il 15 maggio è il giorno di Maria Reiche, famosa per le sue ricerche sulle linee di Nazca, proclamate nel 1995 dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Di lei si dice: “vive di certo ancora a Nasca. Ed è il vento, qua onnipresente, che lo racconta.”

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16 maggio: ecco Gaetana Agnesi, matematica, filosofa e benefattrice, alla quale sono stati tributati tanti riconoscimenti e sono intitolate tante strade in tutta Italia, “una delle più grandi matematiche di tutti i tempi, fu la prima donna autrice di un libro di matematica e la prima a ottenere una cattedra universitaria di matematica”.

Ed ecco, il 17 maggio, Candida Mara, cantadora sarda, che fu la prima donna a partecipare alle gare a chitarra, fino ad allora riservate ai soli uomini. Girava in calesse di paese in paese armata di pistola e ci viene descritta dal musicologo Gavino Gabriel come un “vulcano di passioni che ha sconvolto cuori e famiglie”. Dal suo canto traeva “un potere di dominio che piegava ogni volontà”, con una voce che le dava “una strana personalità di fattucchiera e di dea”.

Chi ha una certa età, come me, ha molti ricordi in bianco e nero. Nella colonna sonora di questi ricordi non possono mancare i Cetra. Lucia Mannucci, 18 maggio, era la voce femminile del quartetto Cetra, ma è stata anche cantante solista, attrice di musical, presentatrice di programmi televisivi e doppiatrice. Inoltre assieme al marito, Virgilio Savona, svolse attività di ricerca nell’ambito della musica popolare.

19 maggio: cambia completamente il quadro, è la scena del finto orgasmo di “Harry ti presento Sally”. Solo una donna la poteva scrivere, la stessa che ha detto: “E soprattutto cerca di essere l’eroina della tua vita, non la vittima” e cioè Nora Ephron, scrittrice, sceneggiatrice, regista, giornalista, saggista che, attraverso le lenti dell’arguzia e dell’ironia seppe trarre ispirazione da tutto: i tradimenti del marito Carl Bernstein, la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia e il dolore.

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20 maggio: due donne durante il regime fascista. La prima, Paola Masino, è una scrittrice malvista dal regime, ma il cui romanzo “Nascita a morte della massaia” è ancora attualissimo. La seconda, Ondina Valla, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, a soli 20 anni, diventa un simbolo per le ragazze in un’Italia che dava molta importanza all’esercizio fisico, per fare dei maschi dei forti guerriere e delle femmine delle sane riproduttrici. Racconta Ondina: “avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade precedente, quella del 1932 a Los Angeles. Ma sarei stata l’unica donna della squadra di atletica e così mi dissero che avrei creato dei problemi su una nave piena di uomini. La realtà è che il Vaticano era decisamente contrario allo sport femminile”.

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Il 21 maggio abbiamo una donna che è addirittura finita sulla banconota da 5 sterline inglesi: è Elisabeth Fry, la filantropa che promosse la riforma del sistema carcerario inglese.

Il 22 nasce Elvira Badaracco, politica, pubblicista, femminista, che ha lasciato tutto il suo patrimonio economico, scientifico e politico alla Fondazione che porta il suo nome e che ha la finalità di raccogliere, organizzare, conservare e rendere fruibile il patrimonio di conoscenze e pratiche elaborato dal movimento delle donne.

Il 23 maggio ci porta la voce di Marilyn Monroe e di tantissime altre attrici famose: è Rosetta Calavetta, esempio della grande professionalità dei nostri doppiatori, talmente bravi che a volte riescono a dare un tocco in più ai film e all’interpretazione degli attori che doppiano.

Il 24 è il giorno di Felicia Bartolotta Impastato, che aveva aperto la sua casa a quanti volevano conoscere il suo Peppino. Ai giovani che le chiedevano come si fa a combattere la mafia dava questo consiglio: “Tenete la testa alta e la schiena dritta” e, aggiungeva: “Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto”. Costituitasi parte civile, riuscì ad ottenere giustizia e a vedere condannati i mandanti dell’omicidio del figlio.

Colette Rosselli, giorno 25, autrice di libri per ragazzi, illustratrice di moda, pittrice, giornalista, come Donna Letizia, raccolse le confessioni, i timori, le speranze le angosce, le inquietudini di almeno quattro generazioni di italiani, quando, piuttosto che all’analista, ci si rivolgeva alla posta del cuore.

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“Mia sete grande era poter dire in versi tutto ciò che mi passava per l’anima”, sono parole di Vittoria Aganoor Pompilj, la donna del 26 maggio. I temi delle le sue liriche sono la vita, la morte, la natura, i ricordi, i temi sociali, ma su tutti domina l’amore, che è per Vittoria bisogno di superare la condizione esistenziale della solitudine.

Con Amelia Bloomer, 27 maggio, si coniugano insieme abbigliamento e impegno femminista. Nella sua lotta a favore dei diritti delle donne, la Bloomer volle riformare l’abbigliamento femminile con una sorta di pantaloni, i bloomers. L’epoca non era matura. Si pensò che la donna volesse indossare i pantaloni in senso metaforico e che all’interno della famiglia si potesse realizzare una rivoluzione di ruoli senza precedenti, perciò Amelia fu coperta di improperi e di ridicolo.

Il 28 è il giorno di Giuliana Dal Pozzo che nel 1988, quando il termine femminicidio non era di moda e non si parlava della violenza sulle donne, specie di quella domestica, si inventò il Telefono Rosa: cinque volontarie con un quaderno e una penna che si alternavano in una stanza nell’ascolto di donne che chiamavano chiedendo aiuto da tutta Italia

29 maggio: Alfonsina Storni, una poetessa così importante che ora la poesia femminile argentina viene divisa in due tappe: prima e dopo Alfonsina Storni. La sua ultima poesia “Voy a dormir”, scritta prima del suicidio in mare, ispirò la notissima canzone “Alfonsina y el mar”, una canzone struggente e malinconica, dolce e triste, tragica ed epica allo stesso tempo.

L’attrice Anna Proclemer, 30 maggio, negli ultimi suoi anni si era organizzata un sito web interessante, intelligente e divertente, con tanto di istruzioni per l’uso, insomma è obbligatorio andarci anche perché, confessa, è l’autobiografia che si era sempre rifiutata di scrivere e, aggiunge, “Il prodotto può essere conservato a temperatura ambiente e non ha data di scadenza. Vale a dire che quando l’attrice “tirerà il calzino”, come dicono magnificamente a Firenze, il Sito resterà qui, per vostro uso e consumo”.

Il mese di maggio si chiude in bellezza con Alida Maria Altenburger von Markenstein und Frauenberg, nota come Alida Valli, attrice straordinaria e intensa che ha dato il suo splendido volto a personaggi indimenticabili.

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Queste sono le donne di maggio, messe una dopo l’altra, come le perle di una preziosissima collana:

“Il giardino era fiorito, tutte le porte erano aperte sul cielo azzurro di maggio.”

(Anna Maria Ortese)




ITALIA – Passeggiata parmense tra donne e democrazia

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FOTO 1 – Pianta di Parma

Dalle “fattrici di figli” di mussoliniana memoria alle partigiane, dalle cittadine del 2 giugno 1946 alle femministe degli anni Settanta, la voce delle donne è ciò che più di ogni altra ha saputo cambiare la nostra società, distruggendone la millenaria struttura patriarcale e affermando l’ineludibilità del tema del diritto, di ogni diritto. Nessuna trasformazione è stata capace di tanta profondità e nessuna ha segnato così tenacemente il nostro vivere quotidiano.

Ma il tempo delle donne non si è concluso: se è vero che lo stato di minorità politica di una categoria maggioritaria di cittadini costituisce il segno più visibile e certo dei limiti della democrazia reale, siamo sicuri che il cammino delle donne nella storia della democrazia italiana sia terminato?

Il 2 giugno 1946 non è stato una conquista ma il punto di partenza di un cammino che non si è esaurito e che non si concluderà finché non saranno le donne a conquistarsi piazza, voce, spazi e diritti.

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FOTO 2B – Strade femminili di Parma

Domenica 22 maggio il Centro Studi Movimenti di Parma organizza una passeggiata cittadina per riportare allo scoperto un suo percorso storico tra donne e democrazia.

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FOTO 3 – Manifesto ONMI

Via Costituente 4b – Sede dell’ONMI – Fine anni Venti. Anche a Parma trovò sede l’ONMI (Opera nazionale maternità e infanzia) con cui il fascismo offriva assistenza a madri e bambini in difficoltà, ribadendo la centralità, nella sua politica sessuale e famigliare, della donna “fattrice di figli”, “macchina di riproduzione”, “genitrice della razza”. E restaurando, così, l’ordine nei rapporti tra i sessi messi a soqquadro dalla guerra e dalle turbolenze sociali degli anni successivi. «Donne italiane: voi dovete essere le custodi dei focolari» (Benito Mussolini, discorso alle donne, 20 giugno 1937)

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FOTO 4 – Portici del grano

Piazza Garibaldi – Sotto i Portici del grano, una lapide ricorda il “contributo” delle donne parmensi alla Resistenza, un contributo definito silenzioso, come se l’agire senz’armi di migliaia di donne tra il 1943 e il 1945 potesse rientrare nel sommesso silenzio domestico. E in effetti, per la maggior parte – anche per molte di coloro che imbracciarono le armi – fu proprio così e quel mondo nuovo oltre la vittoria e oltre il fascismo rimase lontano, oltre l’obbedienza che ogni donna doveva all’uomo che le stava a fianco. Ancora da conquistare.

Via Petrarca – Sede dell’UDI – Finita la guerra per molte donne fu impossibile rinchiudersi in casa: tutto ciò che era successo aveva fatto emergere in loro, chiaro e forte, non solo un nuovo senso di sé ma anche del proprio ruolo sociale e politico. Prima i Gruppi di difesa della donna, poi l’Unione donne italiane: luoghi in cui ritrovarsi per organizzarsi e partecipare a quel nuovo mondo tutto da pensare e costruire; per discutere, confrontarsi e diventare cittadine.

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FOTO 5 – Battaglie UDI

Borgo S. Anna – Qui abitava Anna Menoni, partigiana e prima donna, insieme a Giuseppina Rivola, ad essere eletta in consiglio comunale a Parma nell’aprile 1946. Una delle tante donne eroiche che hanno dovuto farsi spazio in istituzioni totalmente e storicamente maschili, che hanno dovuto forzarsi per prendere parola in un mondo in cui le donne tacevano, insistere per farsi ascoltare, scontrarsi con il pregiudizio diffuso secondo il quale le donne non erano capaci di occuparsi di politica.

FOTO 7. Il primo voto

FOTO 6 – Il primo voto

Piazza Duomo – Dopo gli entusiasmi iniziali, un nuovo clima, gelido e diffidente, si abbatté sull’Italia dell’immediato dopoguerra. E anche l’entusiasmo femminile ne subì i contraccolpi, con divisioni e prese di distanza che separarono le donne. Alcune di loro, le cattoliche legate alla Democrazie cristiana, uscirono dall’Udi e costituirono una loro organizzazione, il CIF (Centro italiano femminile).

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FOTO 7 – Piazza Duomo

Teatro Regio: Al Ridotto del teatro, nell’immediato dopoguerra, l’Udi chiamava a raccolta le donne di Parma per la festa dell’8 marzo. Giornata di festa legata, nel nostro immaginario, al sacrificio di un centinaio di operaie americane di inizio secolo. Una leggenda che corrisponde ad un visione precisa del mondo femminile e del suo ruolo nella storia, il racconto di un capitalismo feroce ma remoto e di un mondo femminile in quanto vittima, di cui ricordare il sacrificio, il martirio. Ma l’idea di una giornata internazionale della donna che Clara Zetkin nel 1910 lanciò durante la seconda conferenza internazionale delle donne socialiste, in realtà, non aveva nulla a che fare col martirio o col sacrificio quanto, invece, con la rivendicazione di diritti e giustizia, voto e lavoro, libertà e autonomia.

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FOTO 8 – Teatro Regio

Via XX settembre – Al numero 31, nel 1979, aprì la Biblioteca delle donne. Era un luogo collettivo, in cui il tempo e i mezzi erano adeguati allo stare insieme, vedersi, ascoltarsi, parlarsi, mettersi in relazione, un luogo in cui affermare i propri desideri, confrontarsi sul mondo e su come poterlo cambiare… Anche perché furono queste donne, le loro mobilitazioni, il loro scendere in piazza, i loro no, la loro determinazione, a cambiare davvero – e profondamente – la nostra società, le nostre leggi, mentalità, usanze e tradizioni. Più di qualsiasi altra cosa.

FOTO 10. Manifestazione

FOTO 9 – Manifestazioni




Le donne del blues e del jazz

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Nell’ambito del Festival Le Compositrici, organizzato nella capitale dall’Università Roma Tre e della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, si apre domani al pubblico, nei locali del teatro Palladium, a Garbatella, una nuova sezione tematica della mostra Donne e Lavoro, curata dall’associazione Toponomastica femminile.

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Il festival, giunto alla sua terza edizione, vuole mettere in risalto opere scritte da musiciste, spesso rimaste nell’ombra, a cui la storia non ha riservato un posto nella memoria collettiva. Molte opere sono disperse, poche sono pubblicate, e anche quando le loro autrici hanno incontrato successo in vita, sono state spesso dimenticate dopo la morte.

Autrici e autori della nuova sezione della mostra sono per lo più docenti d’ateneo e di conservatorio, musiciste e orchestrali.

Non mancano interventi trasversali al tema della composizione, incursioni in altri territori musicali, sguardi sulla contemporaneità.

E tra questi cade lo sguardo sui pannelli dedicati alle donne del jazz e del blues, opera di Mauro Zennaro, relatore, tra l’altro, di un “duetto” con il docente e sassofonista Eugenio Colombo, alla giornata di studi Le Compositrici (Giovedì 14 aprile – Istituto di Scienze della Formazione, Università Roma Tre).

Saranno le successive immagini a raccontare, in due puntate, la storia di queste grandi artiste.

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“È difficile definire il blues. Come per tutta la musica popolare, ne abbiamo notizie certe solo da quando è stato possibile registrarne i suoni. Sul prima, si possono fare solo ipotesi. La musica popolare nasce dalla voce, lo strumento più universale ed economico, adatto a cantare melodie e parole. Come il flamenco, il fado, il rebetiko e tanti altri generi, il blues parla di amore infelice, di soldi che non bastano mai, di sesso: molto dolore e qualche piacere.”

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“Il popolo nero, deportato nel Nuovo continente in schiavitù, adattò i suoi canti alla nuova lingua e inventò modi nuovi di suonare gli strumenti che trovava: qualche semplice percussione, la chitarra, il banjo, l’armonica, l’armonium delle chiese rurali. Nelle piantagioni la gente nera era allevata con criteri zootecnici e i maschi in eccesso venivano venduti. Nasce dunque una canzone tipica: il blues del letto vuoto, quello delle donne che improvvisamente perdevano i loro uomini. Con la fine della schiavitù le donne continuarono a restare, lavorando nelle case bianche come domestiche, mentre gli uomini emigravano seguendo il lavoro stagionale nei campi e quello definitivo nelle industrie del Nord. “Mi sono svegliata questa mattina” e ho trovato il letto vuoto: I woke up this morning è l’incipit più tipico del blues.”

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica “colta” sarebbero impensabili senza il loro canto.”

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Le viaggiatrici – parte seconda

Dora d’Istria, Ida Pfeiffer, Maria Henrietta Kingsley, Nellie Bly, Giuseppina Croci, Isabella Lucy Bird e Alexandra David-Néel non furono le prime viaggiatrici note. Nel Medioevo altre donne avevano lasciato il focolare per attraversare il mondo, mosse soprattutto dalla fede.

Popolane e nobili, sante e prostitute, ma soprattutto monache e vedove, raggiungono santuari vicini e lontani, si dirigono in Terra Santa, percorrono il cammino di Santiago, seguono la via Francigena per raggiungere Roma. Non viaggiano da sole, ma portano un loro seguito o si uniscono a gruppi di pellegrini. Tra le tante ricordiamo Bona da Pisa, vissuta tra il XII e il XIII secolo, e oggi santa e patrona delle assistenti di viaggio italiane.

Bona si distingue per la continuità dei viaggi intrapresi: san Michele al Gargano, Roma e la Terra Santa, Santiago de Compostela sono le sue mete.

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FOTO 1 (Bona)

Non mancano altre motivazioni allo spostamento femminile.

Donne d’alto rango intraprendono viaggi a fini matrimoniali, umili contadine vanno a servizio in città, sfatando il mito che fin dall’antica Grecia dipinge uomini coraggiosi alla ricerca d’avventura e donne immobili in attesa del loro ritorno.

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FOTO 2 (Catalina)

Alcune di loro si travestono da uomini per poter viaggiare.

Catalina da Erauso, soldata del XVII secolo, ne è un esempio. Figlia e sorella di soldati baschi, poco prima di prendere i voti abbandona il convento, che la reclude dall’infanzia, e con sembianze virili s’imbarca per l’America latina. Si arruola, combatte, viene ferita e scoperta. Ottenuta la dispensa papale da Urbano VIII, continua a viaggiare tra i due continenti con nomi e abiti maschili.

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FOTO 3 (Isabelle)

Anche la giovane Isabelle Eberhardt, giornalista, scrittrice, sceglie il travestimento per godere della libertà.

Breve e intensa la sua vita. Svizzera, di origini russe. Irrequieta, nomade, audace, fa dell’Islam la sua religione e del Maghreb la sua casa. In cerca di nuove identità, alterna nomi e abiti maschili e femminili, amicizie coloniali e sufi. Vagabonda nel Sahara, legge, scrive. Muore a ventisette anni (1904), travolta da un’inondazione, in pieno deserto, dove riposa ancora oggi.

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 FOTO 4 (Targa di Isabelle a Ginevra, di Silvia De Maria)

Alexandrine Petronella Francina Tinné condivide con lei l’amore per il deserto. Giovanissima ereditiera olandese, viaggia a lungo con sua madre in Europa, in Medio Oriente e in Africa settentrionale e centrale. È la prima donna a entrare nelle terre tuareg del Sahara, dove viene uccisa misteriosamente (1869). Parte delle sua ricca collezione etnografica è conservata al museo di Liverpool; lettere, carte e fotografie si trovano negli Archivi de L’Aia.

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FOTO 5 (Alexandrine)

Il Medio Oriente fa brecia nel cuore di un’altra viaggiatrice, Esther Stanhope. Visita dapprima l’Europa, a partire dal 1806, poi si dirige il Medio Oriente con tappe a Gerusalemme, Damasco, Aleppo, Homs, Baalbeck e Palmira. Qui, secondo la testimonianza di Lamartine, è nominata regina da numerose tribù beduine. Considerata dalle popolazioni druse maga, profeta, patriarca, muore nel 1839 nel suo palazzo in rovina a Djîhoun, sulle alture del Libano.

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 FOTO 6 (Esther)

La passione per il viaggio conquista Léonie Thévenot d’Aunet, colta parigina. Conosce la musica, l’arte, la letteratura e l’inglese ed è disposta a tutto per seguire la spedizione alle Svalbard del botanico Paul Gaimard. Nel 1839 s’imbarca con il marito a Le Havre: sarà la prima donna a oltrepassare il Circolo Polare Artico, raggiungendo le isole Svalbard. La sua avventura è raccontata in nove lettere, pubblicate fin dal 1854.

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FOTO 7 (Léonie)

Carla Serena, belga di nascita e veneziana per matrimonio, fu giornalista e forse spia. Determinata a viaggiare e a scrivere, Caroline Hartog Morgensthein, in arte Carla Serena, ha quasi cinquant’anni (1874) quando parte per una missione che la terrà sei anni lontana da casa: dalla Svezia alla Russia, dall’Europa al Medio Oriente. È la prima donna a vivere e raccontare il Caucaso e la Georgia.

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FOTO 8 (Carla)

Sono gli ideali politici risorgimentali a spingere Cristina Trivulzio a viaggiare tra Italia, Svizzera, Inghilterra e Francia, dove si rifugia per evitare ai controlli e dove vive fino al 1839. Rientrata in Italia riprende la sua attività politica fino alla caduta della Repubblica Romana (1849), dopo la quale si rifugia prima a Malta e, da qui, in Grecia e quindi in Asia Minore.

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FOTO 9 (Cristina)

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FOTO 10 (Targa di Cristina a Firenze, di Silvia Lelli )

Amelia Edwards, egittologa, scrittrice, è mossa invece dalla sete di conoscenza. Dopo una prima esperienza di viaggio sulle Alpi, nell’inverno del 1873 parte per l’Egitto, interessandosi alla cultura antica e moderna del Paese. Dal Cairo naviga lungo il Nilo verso sud, raggiungendo Abu Simbel. Questa esperienza dà vita al libro A Thousand Miles up the Nile (1876) che illustra con suoi disegni. Tra il 1889 e il 1890 viaggia anche negli Stati Uniti.

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FOTO 11 (Amelia)

Prima di lei, Amalia Sola Nizzoli, archeologa, aveva soggiornato per un lungo periodo (1819-1828) in Egitto. Le sue “Memorie sull’Egitto e specialmente sui costumi delle donne orientali e gli harem” ribaltano molti degli stereotipi che l’Occidente ha costruito sul mondo islamico e sul suo universo femminile. Durante la permanenza in Egitto segue e sovrintende i lavori di scavo a Saqqara.

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FOTO 12 (Amalia)




ITALIA – Agliana: originalità e rinnovamento per le vie cittadine

di Laura Candiani

foto di Maria Pia Ercolini

Il Comune di Agliana si trova all’estremità orientale della provincia di Pistoia, nella direzione Prato- Firenze, e sorge in un’area completamente pianeggiante, delimitata da tre corsi d’acqua e attraversata dal torrente Brana. Attualmente ha poco più di 17.000 abitanti, molti dei quali impiegati nelle attività principali: l’industria tessile e il vivaismo. Qui ha sede anche uno dei più famosi cioccolatieri italiani che esporta i suoi prodotti di eccellenza in tutto il mondo.

L’origine dell’abitato è antica, addirittura risale al I -II sec. a. C. quando sorse la via Cassia; durante l’età medievale fu Comune rustico e poi podestarile; a questo periodo risalgono le quattro antiche chiese, assai rimaneggiate nel corso del tempo. In epoca moderna è divenuto Comune autonomo nel 1913, prima in provincia di Firenze, poi sotto Pistoia.

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FOTO 1. MAPPA

La popolazione, di forte tradizione antifascista, contribuì con coraggio e grande tributo di sangue alla guerra partigiana, grazie anche alla posizione strategica del territorio, nei pressi della Linea Gotica; la cittadina fu liberata dalla formazione “Agliana” il 4 settembre ’44. Il ricordo di questi eventi è assai presente con un monumento e una serie di intitolazioni a martiri del fascismo e della Resistenza, nazionali e locali, come i fratelli Cervi, Amendola, Buozzi, d’Acquisto, Eugenio Curiel, Magnino Magni. Il grande parco centrale – sorto in una ex-cava – è dedicato a Sandro Pertini.

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FOTO 2. GIOVANNELLA

Nell’odonomastica si segnalano 106 strade intitolate a uomini, 13 a donne (una delle quali alla non identificata Giovannella), ma quello che colpisce sono alcune scelte non comuni e per nulla banali. A fianco di dediche tradizionali, come quelle a Grazia Deledda (ricordata ovunque in Italia perché, alla morte, nel ’36, il Fascismo ne fece una gloria nazionale), a Elsa Morante e a Santa Teresa d’Avila, troviamo nomi di donne di spettacolo di fama internazionale come Anna Magnani e Maria Callas.

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FOTO 3. ELSA MORANTE (Roma 18.8.1912- 25.11.1985)

Scrittrice, saggista, traduttrice, poeta, appassionata di cinema , iniziò giovanissima a scrivere fiabe e storie per bambini e a pubblicare su riviste. Fu amica e collaboratrice dei maggiori intellettuali dell’epoca e moglie di Alberto Moravia; la sua fama è legata a una serie di fortunati romanzi: Menzogna e sortilegio( ’48), L’isola di Arturo(’57- premio Strega), La Storia (che volle pubblicato direttamente in edizione economica, al prezzo di duemila lire, nel ’74) , Aracoeli (’82).

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FOTO 4. SANTA TERESA D’AVILA

(Avila- Spagna 28.3.1515- Alba de Tormes 15.10.1582)

Dopo un lungo e travagliato percorso, arrivò alla “conversione “ a quasi quarant’anni; fondò l’ordine dei Carmelitani scalzi (monache e frati) che fu uno dei pilastri della Controriforma. Scrisse testi che illustrano la sua dottrina, in particolare Il castello interiore. Santa nel 1622, nel 1970 fu nominata da papa Paolo VI “dottore della Chiesa” , insieme a Santa Caterina da Siena.

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FOTO 5. MARIA CALLAS

(New York 2.12.1923- Parigi 16.9.1977)

Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou è stata la soprano che ha fatto riscoprire il belcanto (Bellini- Donizetti) e per le sue uniche doti vocali ha contribuito a far riemergere opere dimenticate (Anna Bolena, La Vestale, Macbeth) o sottovalutate ( La Gioconda, Medea). È stata definita “soprano drammatico d’agilità” per la forza e per l’estensione della sua voce, straordinariamente espressiva, che ha dato una svolta alle interpretazioni teatrali: pensiamo alla sua “Traviata”(regia di Visconti) e alla sua “Norma”. Importante anche il contributo cinematografico con il ruolo di protagonista in “Medea” di Pasolini (’66).

D’altra parte, fra gli uomini, incontriamo Caruso e Toscanini, cantanti come Giorgio Gaber e Fabrizio de Andrè, il ciclista Fausto Coppi, a cui è eretto un monumento.

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FOTO 6. ROSA LUXEMBURG

(Zamosc- Polonia 5.3.1871- Berlino 15.1.1919)

Politica, filosofa, rivoluzionaria e teorica del marxismo, naturalizzata tedesca, brillava per intelligenza e cultura, per vitalità ed energia; fu fra i fondatori del Partito Socialista Polacco e poi del Partito Comunista Tedesco. Rapita e uccisa durante le rivolte successive alla Prima guerra mondiale, il suo corpo fu recuperato in un canale, ma nel ’35 i resti andarono dispersi. La sua opera più importante si intitola L’accumulazione del capitale (1913); molto interessante anche La rivoluzione russa- Un esame critico, pubblicata postuma.

Se ancora Anna Frank e Rosa Luxemburg si possono inserire in una certa tradizione – almeno in Toscana e nelle regioni un tempo definite “rosse”, in un Comune governato da sempre da giunte di sinistra – appare una scelta originale il ricordo della intellettuale Hannah Arendt.

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FOTO 7. HANNAH ARENDT

(Hannover 14.10.1906- New York 4.12.1975)

Filosofa, storica, scrittrice tedesca, naturalizzata statunitense; a causa delle persecuzioni razziali lasciò la Germania per Parigi e poi emigrò negli USA, nel ’40. Scrisse fra l’altro: Le origini del totalitarismo (’51) e Vita Activa (’58) in cui espose la sua teoria politica. Per il “New Yorker” seguì il processo al criminale nazista Eichmann che le ispirò il celebre libro La banalità del male.

Un nome non molto frequente, ma in crescente presenza è quello di Ilaria Alpi, la giovane giornalista che cadde vittima di un agguato a Mogadiscio a causa delle proprie rischiose inchieste. Le scelte tuttavia che colpiscono per la loro originalità e portano a indagare riguardano due donne attive in ambiti ben diversi, pochissimo conosciute ma entrambe eccezionali: si tratta della patriota salvadoregna Marianella Garcia, di formazione cattolica, barbaramente uccisa, come il vescovo Romero di cui era coraggiosa collaboratrice nella lotta contro i soprusi e le violenze.

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FOTO 8. MARIANELLA GARCIA VILLAS

(San Salvador 7.8.1947 – Suchitoto – El Salvador 13.3.1983)

Figlia della borghesia, dopo aver studiato in Spagna, si laureò in Filosofia e poi in Scienze politiche; scelse la lotta a fianco del suo popolo sfruttato e collaborò con il vescovo Oscar Romero. Definita efficacemente “avvocata dei poveri, difensore degli oppressi, voce dei perseguitati e degli scomparsi”, armata solo di una macchina fotografica per testimoniare i soprusi degli “squadroni della morte”, torturata e violentata, venne uccisa a soli 36 anni.

 

L’altra è la papirologa Medea Norsa, un genio nel suo campo: dopo aver sofferto da ebrea per le persecuzioni razziali, subì un vero ostracismo professionale da parte dei colleghi invidiosi, che non accettavano il suo ruolo dirigenziale. Quest’ultima intitolazione è avvenuta nel 2012, nel quinquennio in cui era sindaca Eleanna Ciampolini (2009-2014).

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FOTO 9. MEDEA NORSA

(Trieste 26.8.1877- Firenze 28.7.1952)

Maria Vittoria Irma Norsa fu filologa, grecista e papirologa insigne; dopo aver studiato a Vienna e a Firenze, insegnò nei Licei e poi fu libera docente in Papirologia alle Università di Firenze e Pisa. Membro di istituzioni prestigiose, divenne nel ’35 direttrice dell’Istituto Papirologico Italiano, ma le invidie dei colleghi le resero difficile il lavoro, finché fu collocata forzatamente a riposo nel ’49.

Viene infine ricordata – come anche a Pistoia – la gentildonna Selvaggia Vergiolesi, sconosciuta al di fuori di un certo ambito letterario, ispiratrice del poeta stilnovista Cino da Pistoia (anche lui nello stradario aglianese).

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FOTO 10. SELVAGGIA VERGIOLESI

Come Dante ebbe la sua Beatrice, così il poeta stilnovista Cino da Pistoia ebbe come ispiratrice Selvaggia, pistoiese, di nobile famiglia ghibellina. Probabilmente fu moglie di un certo Focaccia de’ Cancellieri, ma i dati sono incerti e la figura si perde nella leggenda. Sembra che sia morta nel 1313 nel castello di Sambuca Pistoiese dove si era rifugiata per sfuggire alle violenze dei Guelfi e per salvarsi dal rogo della rocca presso Piteccio in cui viveva.

Per concludere un’altra segnalazione interessante: la biblioteca comunale – che sorge vicino all’Istituto Tecnico dedicato a Aldo Capitini (bella figura di intellettuale antifascista e pacifista)- è stata intitolata ad Angela Marcesini, che negli anni ’90 ne fu direttrice e morì prematuramente.

 

 

 




Non solo viaggiatrici

Di Maria Pia Ercolini e Barbara Belotti

(prima parte)

Tra Ottocento e Novecento, sfidando le convenzioni sociali, molte donne viaggiano, anche da sole, raccontando la loro personale visione del mondo. Partono, osservano, studiano, disegnano, scrivono, fotografano, ritornano.

Per riportare alla luce questa realtà, che sfugge all’immaginario collettivo, abbiamo selezionato alcune figure precorritrici, le cui esplorazioni precedono il Settecento, e una rosa di nomi scelti tra le numerose protagoniste dei secoli successivi.

Provengono da Paesi e ambienti diversi e sono mosse da motivazioni e intenti differenti, ma in tutte emerge il desiderio di mettersi alla prova, di conoscere e di trasmettere.

La curiosità le rende libere.

Le loro immagini, accompagnate da brevi didascalie, sono entrate a far parte della mostra itinerante di Toponomastica femminile, Donne e lavoro, di cui parleremo nelle prossime settimane: ImPagine ne raccoglie i tratti essenziali.

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ITALIA – Il modello toponomastico ravennate: uno strumento di democrazia e parità

Nuove intitolazioni femminili in vista per la città di Ravenna, che fa della toponomastica uno strumento di democrazia e parità. Due aree verdi di Ponte Nuovo saranno infatti dedicate a Domenica Rita Adriana Bertè (1947 – 1995), cantautrice di talento, più nota con il nome di Mia Martini, e a Libera Musiani (1903 – 1987) mosaicista e pittrice che ha partecipato ai restauri dei battisteri e delle basiliche cittadine.

Un tratto della pista ciclabile che costeggia il Pala De Andrè ricorderà le Campionesse di Pallavolo, in omaggio alla squadra che ha lasciato un segno nella storia dello sport ravennate.

Ma la città è da tempo nota per la sua politica toponomastica.

Felici sinergie hanno consentito negli ultimi anni un rapido incremento delle intitolazioni femminili: una Commissione paritaria e sensibile, un regolamento attento alle questioni di genere e un contributo molto attivo della cittadinanza hanno portato a scrivere sulle targhe stradali nomi di donne attive in contesti diversificati.

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Meritano certamente attenzione le intitolazioni a maestre che fecero dell’insegnamento la loro ragione di vita, come Giacomina, Wilma Soprani e Teresita Norreri.

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Non poteva mancare, in centro storico, l’intitolazione a Galla Placidia, principessa imperiale e poi bottino di guerra, moglie di un barbaro e infine reggente dell’impero romano al tramonto.

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Anche Amalasunta, figlia del re ostrogoto Teodorico, sfortunata regina, relegata e uccisa sull’isola Martana, nel lago di Bolsena, ha una sua via.

Diverse aree di circolazione sono dedicate a letterate: Ada Negri, Matilde Serao, Renata Viganò, Elisa Guastalli Ricci e Cordula Poletti, scrittrice ravennate, femminista libera e ribelle, legata a Sibilla Aleramo e a Eleonora Duse.

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A Cornelia Fabri, prima laureata in matematica all’Università di Pisa, studiosa di idraulica, è dedicato un giardino.

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Aree verdi con nomi femminili sono assai frequenti: Ilaria Alpi, Sorelle Mirabal, Elisa Severi, Sophie Scholl, Elga Leoni, Irma Mascanzoni, Sorelle Barbieri, Madri di Plaza de Mayo…

Un parco è dedicato ad Augusta Rasponi del Sale, ricca, nobile e istruita, benefattrice dal forte senso artistico che dedicò all’infanzia la sua vita, il suo talento e il suo patrimonio.

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Le targhe dei giardini ravennati costituiscono un modello interessante, per la ricchezza di particolari che invita alla lettura e diffonde conoscenza.

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E così, al giardino delle Partigiane anche un bambino sa che esse lottarono per una società più giusta e conosce l’operato e l’impegno civile di Iole Fenati Gentile, prima segretaria dell’UDI.

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Si tratta di intitolazioni recenti, che hanno voluto ridurre un pesante gap.

Nel giro di pochi anni le intitolazioni femminili si sono moltiplicate: le rotonde, che hanno creato nuove aree di circolazione in spazi già saturi, portano oggi il nome delle vincitrici dei premi Nobel e delle madri della repubblica.

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MESSICO – Nomi femminili nelle strade di Città del Messico

Di Maria Pia Ercolini e Sandra Trejo

La storia di Città del Messico è strettamente legata ai nomi delle sue vie.

La toponomastica conserva i ricordi di un passato quasi interamente distrutto: in molte strade permangono tracce indie (Cocolmeca, Cuaxomulco, Chiconautla, Huacalco, Mixcalco, Tecpan, Tepechichilco, Tepotzan, per citarne alcune), riaffiora la memoria di missionari francescani, domenicani e agostiniani sbarcati nel 1524, delle loro scuole e dei monasteri maschili e femminili ivi fondati (Chavarria de Vergara, Lopez, Alfaro, Ortega, Zuleta, di Alcomedo, Tiburcio, San Hipolito e San Juan de Dios, Concepción…), sopravvivono i titoli nobiliari in uso nella Nuova Spagna (Parque del Conde, la Marescialla, la Contessa…) e le corporazioni artigiane (Plateros, Tlapaleros, Conciatori, Chiquihuiteras, Cedaceros, Saddlers e Cordobanes).

Dalla conquista all’indipendenza. Vicoli, vie quartieri portano i nomi di eroi e potenti, umanisti e scienziati, benefattori e politici.

Attraversando la città con lo sguardo rivolto alle targhe stradali, vi si legge una cronaca vivace, un compendio di storia, un trattato di saperi e di culture sovrapposte.

Poco spazio, come altrove, è riservato alle donne.

Non potevano tuttavia mancare Isabella la Cattolica e Juana Inez de la Cruz.

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Alla prima, salita al trono di Spagna nel 1474, va il merito di aver sostenuto Cristoforo Colombo nella spedizione atlantica. La calle le venne dedicata nel 1910, in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza. Curiosa occasione per il suo riconoscimento.

La seconda, fille prodige del XVII secolo, fu la maggiore poeta messicana dell’età barocca e una tra le figure più significative di tutta la letteratura ispanoamericana. Juana scelse il convento quale luogo più idoneo a coltivare la sua vita intellettuale, che spaziò dalla prosa al teatro, dalle scienze alla poesia. I suoi versi abbracciano sentimenti, filosofia e religione, raccontando la fugacità e il disincanto delle cose temporali, contrapposte ai piaceri dell’intelligenza. Della sua opera va inoltre sottolineata l’interpretazione della Bibbia in un’ottica di genere, che la portò ad affermare il diritto delle donne allo studio delle sacre Scritture.

2.CittàdelMessico.sorjuana2.ridotta.SandraTrejo

Nel panorama cittadino, la Delegazione Benito Juarez, una delle 16 che compongono il Distretto Federale Messicano, riserva qualche sorpresa.

L’area – divisa in cinquantasei colonie, nodo nevralgico della città tagliato da arterie di grande importanza e servito da tre linee metropolitane con quattordici stazioni – conta 360.000 residenti ma viene quotidianamente attraversata da due milioni di persone, in visita e pendolari, che si trovano a percorrere diverse strade a denominazione genericamente femminile.

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E così la colonia Natividas dedica strade a Virginia, Leonor, Laura, Luisa, Elisa, Elvira, Emma, Bertha, e Carmen.

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9.CittadelMessico_Bertha.ridotta_SandraTrejo

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Nella colonia Navarte Poniente compare Eugenia e in quella del Valle Norte s’incontra l’avenida Magdalena e in Ciudad de los Deportes, Carolina.

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12.CittadelMessico_Magdalena_ridotta.SandraTrejo

Le dediche a nomi di donne, piuttosto che a figure reali e riconoscibili, non sorprende: è un fenomeno assai diffuso – da Perugia a Bruxelles, da Lisbona a New York – che non trova corrispondenti nel genere maschile.

Ancora un modo per velare la presenza concreta del contributo femminile alla crescita sociale e culturale del mondo, proposto come galante omaggio alla specie.

Ma le donne non sono fiori.

13.CittadelMessico_Carolina.ridotta_SandraTrejo




ITALIA – La Liberazione taciuta

Negli anni del secondo conflitto mondiale le italiane hanno messo in gioco le loro vite e capovolto un sistema di valori: chiamate a far fronte alle assenze maschili nelle attività quotidiane private e pubbliche, sono uscite di casa spalancando le porte al futuro.

Occupate nei campi e nelle fabbriche, impegnate nel reperimento di generi alimentari, operose nelle azioni di soccorso e cura, non hanno esitato a impugnare le armi.

Protagoniste della Resistenza, e non solo comparse, non portavano divise, né enfatizzavano le loro azioni, ma sostenevano combattenti, feriti, prigionieri, in una sorta di “maternage di massa”. Nelle loro mani era il mercato nero e buona parte della gestione economica e materiale della vita partigiana: procuravano il denaro e distribuivano armi, vestiti, cibo o medicine.

Cresceva nel contempo la loro politicizzazione personale e collettiva, espressa attraverso agitazioni in fabbrica, adesione a gruppi organizzati e partiti, diffusione clandestina e infine produzione autonoma di stampa (nel luglio del’44, Napoli liberata pubblica il primo numero legale di Noi donne).

Le partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna: 4.653 furono arrestate e torturate, 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento.

Nel dopoguerra, l’impostazione maschilista della società, sostanzialmente immutata rispetto al modello precedente, non ha dato loro il giusto riconoscimento.

Nel tentativo di richiudere le porte aperte e soffocare il cambiamento, gli uomini hanno voluto intendere la partecipazione femminile alla Resistenza come manifestazione di senso materno e di pacifismo innato: nell’immaginario collettivo, anche la staffetta andava ricondotta al ruolo di infermiera. Escluse dalle sfilate della vittoria, invitate a rimuovere e a tacere, molte piccole e grandi protagoniste della storia smisero di raccontare.

Alla loro memoria dedichiamo il fotoreportage del 25 aprile.

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Milano

PIAZZALE DONNE PARTIGIANE

Foto di Nadia Boaretto

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Roma

VIA IRIS VERSARI (1922–1944)

Foto di Sara Caponera

Staffetta della formazione partigiana di Tredozio, fece parte della banda di Silvio Corbari al quale era legata sentimentalmente. Diverse e clamorose furono le azioni condotte assieme ai compagni. Ferita durante uno scontro coi tedeschi, decise di uccidersi piuttosto che cadere in mani nemiche. E’ stata insignita della Medaglia d’Oro al V.M.

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Garlasco

VIA GISELLA FLOREANINI (1906-1993)

Foto di Roberta Martinotti

Legata già dagli anni ’30 ai gruppi di Giustizia e Libertà e al PCI divenne, grazie alle sue doti organizzative, un punto di riferimento per la Val d’Ossola. Nel febbraio 1945 fu nominata Presidente del CLN provinciale e trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione. Dopo la guerra fu parlamentare, dirigente dell’UDI e dell’Anpi e membro della Federazione Internazionale della Donna.

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Aosta

VIALE AURORA VUILLERMINAZ (1922-1944)

Foto di Marinella Govenale

Aurora Vuillerminaz dal luglio 1944 si dedicò interamente alla lotta partigiana entrando nella banda A. Verraz, operante nella valle di Cogne. Assunse l’incarico di staffetta creando collegamenti tra la Val d’Aosta e la vicina Svizzera. Al ritorno da una missione fu arrestata e, non avendo rivelato alcuna informazione, affrontò con coraggio la fucilazione.

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Trento

VIA CLORINDA MENGUZZATO “VEGLIA” (1927 – 1945)

foto di Livia Stefan

Infermiera e staffetta partigiana militò, con il nome di battaglia Garibaldina prima e Veglia poi, nel battaglione Gherlenda operante nel Trentino; fu catturata dai nazisti, violentata, fatta azzannare da cani feroci e fucilata. E’ stata insignita della Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.

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Olbia

VIA JOYCE LUSSU (1912-1988)

Foto di Enrico Grixoni

La famiglia fuggì all’estero nel 1924 a causa delle violenze squadriste subite. Nel 1932 il fratello fu arrestato: Joyce iniziò a diffondere stampa antifascista e accettò diverse missioni clandestine. Una di queste la portò a conoscere il marito Emilio. Nel dopoguerra si legò alla militanza di base in Sardegna, promosse l’UDI, militò nel PSI e tradusse poesie terzomondiste.

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Ragusa

ROTONDA MARIA OCCHIPINTI (1921-1996)

Foto di Rosa Perupato

A Ragusa, nel gennaio del 1945, Maria, 23 anni e incinta di cinque mesi, si stende davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare, con l’intento di agevolarne la fuga e la diserzione. Viene condannata al confino e al carcere. Finita la guerra viaggerà all’estero stabilendosi infine a Roma, avvicinandosi prima al PCI e poi agli anarchici.

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Genova

VIA TEA BENEDETTI (1930-2000)

Foto di Rossella Sommariva

Proveniente da una famiglia operaia di Rivarolo, divenne staffetta partigiana molto giovane. Dopo la guerra fu sindacalista, assessora in Comune, presidente della Croce Verde di Sestri, inoltre fece parte del Consiglio Comunale di Genova per 21 anni (dal 1976 al 1997), distinguendosi per il suo spirito di servizio.

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Trieste

VIA RITA ROSANI (1920- 1944)

Foto di Lucio Perini

“Vuiatri gavi voia schersàr!”. Con queste parole, dopo averle vanamente proposto di tentare la fuga coperta da una loro sortita diversiva, i combattenti della formazione “Aquila”, sorpresi da un rastrellamento nel loro rifugio in Val Policella, videro uscire a combattere la loro compagna Rita Rosani, ventiquattrenne ebrea triestina. Fu subito catturata e uccisa da un sottotenente repubblichino.

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Napoli

VIA VERA LOMBARDI (1904-1995)

Foto di Rita Ambrosino

Nata nel 1904 in una famiglia di tradizioni socialiste, Vera partecipò agli incontri clandestini di antifascisti, durante i quali scambiava libri e materiali clandestini. Dopo la guerra rimase protagonista della vita culturale e politica napoletana: è stata per anni presidente dell’Istituto campano per la Resistenza che, dopo la sua morte, le è stato intitolato.