Donne e sport. Una storia olimpica

Nell’Antica Grecia l’attività sportiva era generalmente riservata ai maschi di rango aristocratico e fisicamente perfetti. Conseguentemente le Olimpiadi, celebrate ogni quattro anni dal 776 a.C. al 393 d.C., prevedevano una partecipazione limitata ai soli cittadini greci, liberi e di sesso maschile.
Alla prima edizione del 776 a.C. nella città di Olimpia nessuna donna era presente, nemmeno come spettatrice. Sappiamo però che Cinisca di Sparta (in copertina), nel corso delle Olimpiadi del 396 a.C., vinse la corsa dei carri a quattro cavalli diventando un esempio da emulare per le donne dell’epoca.

Altre iniziarono a cimentarsi nelle gare olimpiche di corsa dei carri, raggiungendo ottimi risultati come la spartana Eurileonide che, nel 368 a.C., vinse la gara con il carro a due cavalli.

Il Movimento olimpico moderno, nato alla fine del XIX secolo, considerava lo sport un’attività aperta a tutti.
Allo stesso tempo De Coubertin, il barone francese principale artefice del movimento, si oppose all’agonismo femminile, sostenendo che la differente fisiologia della donna e il diverso ruolo nella società la rendevano inadatta all’attività sportiva.
Per questo ad Atene nel 1896, prima Olimpiade moderna, le donne non poterono partecipare. Tuttavia ci fu una competitrice non ufficiale alla maratona, una donna greca di umili origini conosciuta come Melpomene, il cui nome reale era Stamati Revithi. Non le venne consentito di correre nella gara maschile, ma gareggiò da sola il giorno successivo.

Nonostante i pregiudizi le donne cominciarono a partecipare ai giochi della seconda Olimpiade, celebrata a Parigi nel 1900: furono 22 (su 997) le atlete in gara, distribuite tra tennis, vela, croquet, equitazione e golf.

Il primo oro olimpico femminile individuale fu vinto nel tennis dalla britannica, Charlotte Cooper, che in finale batté 6-1, 6-4 la francese Hélène Prevost.

Nel 1908, a Londra, si presentarono trentasei donne su un totale di 2008 atleti, sempre in modo non ufficiale.

Nelle Olimpiadi del 1912, a Stoccolma, le donne furono ammesse anche alle competizioni di nuoto: l’australiana Fanni Duraci vinse i 100 m stile libero eguagliando il tempo realizzato ad Atene (1896) dalla medaglia d’oro maschile.

Furono le Olimpiadi di Anversa, nel 1920, ad accogliere per la prima volta le atlete in forma ufficiale, anche se in poche specialità (77 atlete su 2.664 presenze). Otto anni dopo, ad Amsterdam, le donne ebbero la possibilità di competere nelle gare di atletica, aumentando notevolmente la loro partecipazione, che finalmente raggiunse il 10%: 290 donne su un totale di 2883 atleti.

Tra il 1928 e il 1936 le principali discipline aprirono le porte alla componente femminile. Nel 1948, a Londra, FrancinaElsje Blankers Koen l’olandese soprannominata mammina volante, conquistò ben quattro titoli olimpici in atletica leggera.

La presenza femminile è cresciuta gradualmente nelle competizioni successive.

Nel 1988 a Seul, in Corea del Sud, le presenze superarono quota duemila. Nel 1991 il Comitato olimpico internazionale stabilì che tutti i nuovi sport avrebbero dovuto prevedere la partecipazione donne.

Durante i giochi di Londra del 2012 per la prima volta tutte le nazioni iscritte presentarono almeno una donna nella loro delegazione. In quell’occasione, per esempio, si aprirono le porte delle Olimpiadi per le atlete del Qatar, del Brunei e dell’Arabia Saudita. Con le Olimpiadi di Londra il numero delle donne partecipanti raggiunse la quasi parità con il numero degli atleti, il 45% del totale. Quella di Londra è stata l’edizione olimpica in cui si affermò nella boxe la giovane Sadaf Rahimi, una ragazza afgana che gareggiava in uno sport prettamente maschile. Il pugilato femminile, infatti, fa parte degli sport olimpici soltanto dal 2009.

Anche nelle cerimonie di apertura delle edizioni Olimpiche, che hanno nella spettacolarità dell’evento forti connotazioni simboliche, si sono trascinati i pregiudizi e le restrizioni.
Solo a Città del Messico, nel 1968, per la prima volta un’atleta venne chiamata a svolgere il compito di tedofora accendendo la fiaccola olimpica e dando l’avvio ai giochi.
Il suo nome era Norma Enriqueta Basilio de Sotelo.

Nel 2000 Ai giochi di Sydney del 2000 la fiamma olimpica venne portata da donne-tedoforo per commemorare i cento anni della partecipazione ai Giochi di rappresentative femminili.

Quanto peso hanno oggi le donne all’interno della posizione raggiunta dai loro rispettivi Paesi ai Giochi olimpici lo si desume dalle statistiche.

Prendiamo a titolo di esempio il medagliere di Rio.

 

Posizione

per medaglie totali

Medaglie

totali

Medaglie

femminili

Posizione

per medaglie femminili

1 U.S.A. 116 61 1
2 Cina 69 41 2
3 U.K. 64 24 4
4 Russia 56 29 3
5 Giappone 41 18 5
6 Francia 39 11 10
6 Germania 36 15 7
8 Italia 28 10 13
9 Australia 27 12 9
10 Canada 21 16 6

 

La specificità della struttura organica femminile porta a risultati eccellenti in quelle discipline dove vengono privilegiate «non già la forza e la potenza muscolare ma la resistenza, la flessibilità e l’agilità. La medicina sportiva mette in rilievo come alla minor massa muscolare femminile e al minor numero di globuli rossi presenti nel sangue, che limitano il picco di potenza, faccia da contrappeso una maggiore ampiezza di movimento delle articolazioni femminili ed un minor consumo di ossigeno a parità di sforzo»

(M. Aiello, Viaggio nello sport attraverso i secoli, Ed. Felice Le Monnier, Firenze 2004)




Dol’s, tutt’altro che bambole

“Quando qualcuno mi dice di non conoscere dol’s magazine, mi meraviglio. Esiste da così tanti anni che credevo ormai facesse parte del DNA delle donne in rete” (Caterina Della Torre).

Dol’s, infatti, sta per donne on line.

Nasce nel 1999 dall’amore per le nuove tecnologie di quattro donne: Giovanna Fusè, manager di una società informatica, Giuliana Isola, architetta votata al web design, Bettina Jacomini, giornalista web e Caterina Della Torre linguista passata al marketing, poi tradito per internet. Con gli anni è mutata la compagine associativa e dol’s è rimasta nelle mani della sola Caterina.

La rivista ha modificato nel tempo la veste grafica e la strategia comunicativa ma è rimasta sempre legata all’obiettivo di aiutare le donne a capire l’importanza della rete per acquisire autonomia e a disporre di canali aperti alle esigenze di lavoratrici, donne e madri. È cresciuta e cambiata insieme alla società: se è vero, infatti, che le donne di oggi si interessano a temi un tempo di esclusivo appannaggio maschile, è altrettanto vero che gli uomini sono entrati a far parte di una sfera emotiva e di cura dalla quale prima erano sostanzialmente tagliati fuori.

Stando alle statistiche, Dol’s è letta per 1/3 da uomini.

Di cosa si parla, dunque? Tematiche inerenti cultura, salute e benessere, viaggi, eventi, solidarietà, pari opportunità, stereotipi e discriminazioni, donne e lavoro, costituiscono la struttura portante del sito, integrata nei contenuti durante l’intera settimana. Una newsletter mensile consente a ogni utente iscritta/o di accedere direttamente ai nuovi articoli pubblicati.

La scelta redazionale è ben precisa: non avvalersi soltanto di contributi firmati da giornaliste professioniste, ma raccogliere anche scritti spontanei – selezionati e corretti – di donne semplicemente affascinate dalla possibilità di esprimersi in un proprio spazio. Tono, stile e modalità comunicative restano invece variabili: dall’ironia alla critica, dall’approfondimento alla narrazione, dall’informazione pura, ai contatti diretti con professioniste e professionisti dei vari settori e ai sondaggi d’opinione collegati a testate giornalistiche, dipartimenti di ricerca, realtà aziendali e commerciali.

In sintesi: una struttura aperta e in continuo divenire, una redazione diffusa, un invito a farsene protagoniste.

Buona navigazione: www.dols.it!




Obiettivo sui grandi talenti Dorothea Lange

Esordisce in questo numero di Impagine una nuova rubrica, dedicata ai grandi talenti della fotografia. In parte tratta dalla mostra documentaria “Donne e Lavoro”, realizzata da una cinquantina di autrici e autori, la rassegna intende spaziare nei vari campi dell’immagine fotografica, presentando, di volta in volta, protagoniste e protagonisti dello scatto.

L’arte fotografica è stata una delle poche a non escludere le donne. Già nel XIX secolo, soprattutto nei Paesi anglosassoni, furono molte le presenze femminili nel settore. Si trattò dapprima di un interesse prevalentemente privato – ritratti, paesaggi e dimore rurali, destinate per lo più ad album di famiglia – che ben presto tuttavia superò il confine domestico per trasformarsi in una vera e propria attività professionale.

Dedichiamo la nostra prima uscita alla fotografa americana Dorothea Margaretta Nutzhorn, più nota con il cognome della madre: Lange.

Nata nel New Jersey nel 1895, Dorothea documenta la depressione rurale degli anni Trenta, la sofferenza di disoccupati e senzatetto, la disperazione degli immigrati californiani in cerca di lavoro, la deportazione dei cittadini statunitensi di origine giapponese…

FOTO 1

Risale al 1933 la foto White Angel Breadline, eseguita a San Francisco. C’era davvero un angelo alle spalle della staccionata. Si chiamava Lois Jordan e distribuiva zuppa di pollo ai disoccupati: in tre anni sfamò oltre un milione di uomini.

L’immagine sottostante mostra invece un particolare della sua foto più nota, Migrant Mother, ripresa a Nipomo, in California nel 1936. L’agglomerato di tende e baracche in cui è ambientato lo scatto ospita più di duemila persone, richiamate sul luogo dalla raccolta agricola e rimaste senza lavoro a causa di una gelata.

La donna ritratta, Florence Thompson, ha poco più di trent’anni, ma il volto segnato dalla crudezza della vita; accanto a lei due bimbi, forse spontaneamente schivi, forse in posa, come suggerisce parte della critica: l’assenza dei loro visi fa sì che l’attenzione ricada interamente sull’espressione materna, preoccupata, sofferente, ma nel contempo determinata e fiera.

FOTO 2

Dello stesso anno (1936) sono i due scatti successivi, dal titolo Daughter of Migrant Tennessee Coal Miner, Living in American River Camp, near Sacramento, California

e Children of Oklahoma drought refugee in migratory camp in California.

FOTO 3

FOTO 4

I reportage di Lange, commissionati dal Dipartimento delle aree rurali  e inseriti nel programma della Farm Security Administration (ente creato da Roseveelt nel tentativo di uscire dalla povertà), restituiscono visibilità ad alcuni nuclei di diseredati, e consentono loro di ricevere aiuti da parte del governo statunitense.

Nel 1947 Dorothea collabora alla nascita dell’agenzia Magnum e successivamente della rivista Aperture. Negli anni Cinquanta lavora per Life.

Muore a San Francisco nel 1965. Pochi mesi più tardi il Moma, a New York, espone una sua retrospettiva, la prima dedicata a una donna.

 

 

In copertina, Dorothea Lange fotografata da Paul S. Taylor, suo secondo marito (1934).

 




Una parola al giorno: gap

«Il gap è un divario, una frattura molto spesso vista come incolmabile, o che si fa molta fatica a compensare». È una parola che leggiamo, sentiamo e usiamo quasi tutti i giorni e, in generale, sappiamo che è inglese. Chi si avventurasse in paesi anglofoni troverebbe il monito «mind the gap» ad ogni fermata di metropolitana, a raccomandare attenzione allo spazio vuoto fra la banchina e il treno, ma anche nel nostro parlato quotidiano usiamo ormai disinvoltamente questo vocabolo esoticamente monosillabico, accompagnandolo ad aggettivi colti come “generazionale” o “tecnologico” che ci riempiono la bocca di sillabe e attenuano il retrogusto legnoso di quelle tre lettere, trendy sì ma, insomma, così secche.

Poco o nulla, però, sappiamo del perché e del percome l’antico norvegese “gap”, ovvero “crepaccio”, sia arrivato in Inghilterra e lì abbia trovato accoglienza: non è obbligatorio avere interesse e curiosità per una scienza tanto pignola e poco glamour come la filologia. Ma, per citare una frase fin troppo citata di Nanni Moretti, «chi parla male pensa male», e informarsi sulla storia delle parole è un buon inizio per cominciare a pensare bene.

 

In questo ci è di aiuto un sito fondato proprio sulle parole, sulla loro etimologia e sulla loro storia, che racconta ogni giorno di una parola diversa, talvolta coltissima o desueta, talvolta ovvia e quotidiana: “Una parola al giorno”, che troviamo in rete all’indirizzo <https://unaparolaalgiorno.it/>.

Possiamo consultarlo come un vocabolario e cercare fra le sue pagine digitali la parola che ci manca, o di cui non ci è chiaro il senso, o della quale non capiamo perché significhi quello che significa, o ancora di cui vogliamo accertarci che, oltre al suo uso più scontato, non ne celi un altro, magari minaccioso.

Possiamo registrarci e ricevere ogni giorno una email con la parola quotidiana. Tale omaggio, privo di pubblicità e di tentativi di adescamento di qualunque genere, ha il sapore di un piatto del giorno, è presentato sempre con garbo e in un italiano appetitoso, colto ma privo di spocchia. Non è un sito per chi intenda conseguire un dottorato in filologia romanza alla Normale di Pisa, ma è utile e divertente (e anche alla Normale rompere l’uovo di Pasqua e trovarci la sorpresa fa comunque piacere).

È possibile commentare una parola e anche adottarla come fosse un cucciolo o una piantina, perché ci piace particolarmente e proviamo gratitudine per chi l’ha rispolverata e mostrata in tutta la sua bellezza. In questo caso possiamo fare una piccola donazione, anche per ricordarci che ricercare, scrivere ed editare costano tempo e fatica.

 

La parola “gap”, si diceva, significa “divario”, ed è stata pubblicata il 16 marzo scorso.

Ma Gap erano anche i Gruppi di azione patriottica, formazione partigiana comunista attiva in Italia dal settembre 1943 alla Liberazione. E Gap erano anche i Gruppo di azione partigiana e i Gruppi armati proletari che, fra la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e la fine degli anni Settanta agirono, spesso in clandestinità e con metodi violenti, e che dalla formazione partigiana presero l’acronimo.

Sui primi non credo vi sia nulla da dire. Sui secondi, quarant’anni dopo il rapimento di Aldo Moro, non è stata fatta la chiarezza che sarebbe necessaria in un Paese democratico. Tra loro e la Storia c’è ancora un gap, e un gap, ritengo, divide e allontana le componenti della nostra società frammentata.




Toponomastica femminile si presenta

Toponomastica femminile nasce su facebook nel gennaio 2012: ora conta quasi diecimila presenze, ha un sito dedicato e si è costituita in associazione.

Obiettivo principale del gruppo è diffondere la cultura di genere, dare visibilità alle donne che hanno contribuito, in tutti i campi, a migliorare la società.

Il gruppo si muove attorno all’idea di impostare ricerche, pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché strade, piazze, giardini e luoghi urbani in senso lato, siano dedicati alle donne, così da compensare l’evidente sessismo che caratterizza l’attuale odonomastica.

Dal censimento nazionale condotto dal gruppo, risulta, infatti, che la media di strade intitolate a donne va dal 3 al 5% (tra queste molte madonne e sante), mentre quella delle strade dedicate agli uomini si aggira sul 40%. Dalla constatazione di questo gap sono partite tante iniziative: la campagna per la memoria femminile denominata “8 marzo 3 donne 3 strade”, con l’invito a sindache e sindaci a intitolare tre strade ad altrettante donne, una di rilevanza locale, una di rilevanza nazionale, una straniera; i progetti “Largo alle Costituenti” e “Partigiane in città” che hanno riportato alla luce illuminanti biografie di donne coraggiose e tenaci; le campagne: “Una strada per Miriam”, “La lunga strada di Rita”, “Una Margherita sulle nostre strade” e “Una scena per Franca”, dopo la scomparsa di autorevoli figure della cultura, della scienza e della politica italiana.

I numerosi progetti didattici promossi e coordinati dal gruppo si rivolgono a giovani studenti e propongono loro modelli di valore cui ispirarsi nella delicata fase della costruzione della loro identità.

Il concorso nazionale “Sulle vie della parità”, indetto da Toponomastica femminile e FNISM e rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, agli atenei, a enti e centri di formazione, vede la partecipazione di tantissime scolaresche provenienti da tutta Italia. Giunto alla sua V edizione (2017/2018), patrocinato dal Senato negli anni passati, e quest’anno dalla Camera dei Deputati, è finalizzato a promuovere la ricerca storica locale e restituire visibilità alle donne che si sono distinte per l’attività letteraria, artistica e scientifica, per l’impegno umanitario e sociale e per altri meriti.

Tante le mostre fotografiche e documentarie che l’associazione allestisce in tutta Italia, pensate per essere tematiche, versatili e itineranti.

  • Nel 2013 Donne del Novecento sulle strade di Roma, mostra didattica, è stata realizzata con quattro scuole superiori della capitale, esposta alla Biblioteca Nazionale e in alcuni centri culturali e atenei romani;
  • Le prime esposizioni sono confluite in Donne e lavoro, mostra itinerante sul tema del lavoro femminile, da quello intellettuale e professionale a quello creativo, artigianale, operaio, e contadino. Per la prima volta esposta a Roma alla Centrale Montemartini nel giugno 2015, e nel centro commerciale di Euroma2 nel gennaio 2016, ha toccato finora, intera o in sezioni tematiche, quasi tutte le regioni italiane, arricchendosi a ogni passaggio.
  • Le esposizioni tematiche
  • Donne nelle arti in occasione del Festival Le Compositrici (aprile 2016 teatro Palladium di Roma, aprile 2017 Dipartimento di Scienze della Formazione di UniRoma3);
  • Donne in pista, Toponomastica femminile e sport, ha visto la luce a Imola nei giorni del convegno e all’Università di Tor Vergata nel giugno 2017;
  • Partigiane in città, con targhe stradali e biografie delle protagoniste è stata portata in varie sedi (Milano, Albano, Melegnano, Lodi…);
  • Le Madri della Repubblica, esposta in molte sedi (Milano, Roma, Lodi, Cagliari, Rovigo, Agrigento, Licata, Pontedera…) e recentemente presso la Casa della Memoria e della Storia del Comune di Roma, ricorda, a settanta anni dall’entrata in vigore della Costituzione, il contributo delle ventuno donne presenti nell’Assemblea Costituente attraverso biografie e intitolazioni;
  • Donne e Scienza, nell’ambito dei progetti STEM del MIUR (con la Rete per la Parità) è stata diffusa in diverse scuole su territorio nazionale;
  • Donne di penna e di pensiero, presentata in molte biblioteche, scuole, centri culturali e librerie, è stata a volte associata a salotti letterari aperti alla cittadinanza;
  • Camicette bianche illustra le giovani italiane morte nel rogo del 25 marzo 1911 (Triangle Shirtwaist Factory) e le relative intitolazioni ottenute nei luoghi di origine delle vittime;
  • Le Giuste ad Alcatraz presenta le venti figure femminili, alle quali si aggiungeranno altre 20 risultate dal concorso di quest’anno, proposte dalle scuole per l’intitolazione dei viali di un percorso nella tenuta della Libera Università̀ di Alcatraz (Gubbio – PG).

Oltre ai progetti didattici attuati in molte regioni con il supporto delle istituzioni locali, l’associazione svolge ogni anno un ruolo formativo indirizzando a docenti corsi di aggiornamento in presenza e in modalità blended learning. Tra le varie iniziative di formazione trova grande seguito l’intesa siglata tra Toponomastica femminile e Wikimedia Italia, allo scopo di favorire e guidare l’inserimento di biografie femminili all’interno dell’enciclopedia virtuale.

Molti i seminari e i convegni universitari cui l’associazione interviene.

Nell’ultimo periodo, lezioni e relazioni toponomastiche, in presenza e a distanza, hanno varcato i confini nazionali (Brasile: Belo Horizonte, 2016; Portogallo: Lisbona 2016; Spagna: Siviglia, 2017).

Diverse sono state le pubblicazioni in volume.

Atti dei convegni (Ed. Universitalia):

– Sulle vie della parità (2013);

  • Strade maestre, 2015;
  • Lavoratrici in piazza,

Guide di genere (Ed. EUS):

  • Albano Laziale, 2015;
  • Pistoia, 2017;

La Valdinievole (in corso di stampa).

Opere di consultazione e saggi (Ed. Navarra):

  • Camicette bianche (in collaborazione), 2015;
  • Le Mille. I primati delle donne,

Libri per l’infanzia (Ed. Matilda):

Una strada per Rita, 2017.

Tante inoltre sono le testate giornalistiche, cartacee e online, e le miscellanee che ospitano articoli delle associate.

L’ultima iniziativa di Toponomastica femminile “Camera d’autrice” nasce nel settembre 2017 e si rivolge a direttrici e direttori di alberghi che condividono i temi delle pari opportunità e intendono valorizzare l’ingegno femminile: a loro il compito di intitolare una delle camere a una letterata, o un’artista, preferibilmente collegata al territorio.

Le/gli ospiti troveranno all’interno della stanza libri, foto e richiami alla figura e all’opera dell’autrice prescelta.

Numerose le adesioni in corso.

Dove trovarci:

https://www.facebook.com/groups/292710960778847/?fref=ts      www.toponomasticafemminile.com

toponomasticafemminile@gmail.com




Roma, 17 marzo. Salotto letterario

Le Letture d’autrice proposte da Toponomastica femminile si ispirano ai salotti letterari delle salonnières, che hanno rappresentato una forma di emancipazione per le donne, rendendole finalmente protagoniste della cultura.

Attraverso l’interpretazione di alcuni passi di scrittrici, poete, giornaliste e filosofe presenti nella toponomastica nazionale ed estera, esposta in mostra, l’evento vuole restituire visibilità al pensiero e alla scrittura femminile, invitare all’ascolto, al dialogo e al rispetto.

Gli incontri si ripetono, a Roma e in altre città.

Il 17 marzo è la volta del Palazzo del Freddo, di Giovanni Fassi, con letture collegate dal fil rouge del cibo, tratte da opere di Emily Dickinson, Oriana Fallaci, Giana Anguissola, Joyce Lussu, Natalia Levi Ginzburg, Charlotte Brontë, Colette, Elsa Morante, Grazia Deledda, Simone de Beauvoir, Carla Capponi, Caterina Percoto, Agatha Christie.

Esposte in mostra, inoltre, tavole sulla voce poetica e sulla scrittura femminile, sul giornalismo e le donne.

“Il cammino della produzione letteraria femminile è caratterizzato da molte ombre, tracce incerte e pochi riconoscimenti e il percorso creativo delle donne è stato costellato di ostacoli, impedimenti, pregiudizi e giudizi sferzanti(donne pedanti con la mania di scribacchiare), è anche vero che quel percorso c’è stato e, come scrive sempre Virginia Woolf, si è trattato di un evento più importante che le Crociate o la Guerra delle due Rose e meritevole di una più particolareggiata descrizione.

Conoscere i nomi delle letterate, ricordare le loro creazioni e tramandarne la memoria sono passi fondamentali nella costruzione di una genealogia femminile nella letteratura che possa essere modello per le generazioni successive. […]

Le antologie scolastiche, che dovrebbero fornire una formazione culturale paritaria alle nuove generazioni, presentano ancora evidenti squilibri di genere e alle ragazze e ai ragazzi si insegna una storia letteraria formata solo di scrittori.
Ancora in tempi recenti i testi di letteratura italiana dedicati al Novecento, secolo che ha visto non solo un nutrito numero di scrittrici ma anche nascere una nuova coscienza della condizione femminile, presentano panorami letterari quasi totalmente maschili. A fronte di decine e decine di nomi di autori, le scrittrici sono poche unità, al massimo 5 o 6, molto spesso le stesse, Elsa Morante su tutte, con una percentuale trascurabile rispetto alla produzione d

egli uomini; le loro presenze, così ridotte, diventano delle felici e straordinarie eccezioni ma, proprio perché eccezioni, ribadiscono che la scrittura è affare da uomini.

Continuano a essere estranee alla formazione culturale di ragazze e ragazzi autrici come Anna Banti, Maria Bellonci, Alba De Cespedes, Gianna Manzini, Lalla Romano, Fausta Cialente, Anna Maria Ortese, Natalia Ginzburg, solo per citare alcuni nomi.
E se ne potrebbero fare molti e molti altri ancora“.

Parafrasando Virginia Woolf anche la letteratura, come la poesia, avrebbe “bisogno di una madre oltre che di un padre”.




Romain Rolland: pacifista libertario e pensatore globale

 

 

Il 14 marzo a Roma, presso l’aula Giuseppe Dalla Vedova di Palazzetto Mattei, in Villa Celimontana, la Società Geografica Italiana presenterà l’ultimo volume di Fiorenza Taricone.

Vi si racconta la vita e il pensiero di un uomo d’assoluta onestà e rettitudine che tenne fede ai suoi ideali di europeista, pacifista, antifascista, e nel contempo un ottantennio di storia europea, tra speranze e illusioni, contraddizioni e tragedie.

Romain Rolland (1866-1944), fu un raffinato musicologo, scrittore di saggi storici, biografie, drammi teatrali, romanzi a sfondo sociale e politico, novelle, pamphlets, farse liriche.

Nato in Borgogna, a Clamecy, studiò e insegnò a Parigi, per poi trasferirsi nella Svizzera neutrale allo scoppio della prima guerra mondiale. Dal 1914 al 1915 lavorò come volontario all’Agenzia dei prigionieri di guerra, smistando le lettere dei familiari ai soldati e occupandosi degl’internati e prigionieri civili. Un’esperienza unica che racconterà nei due volumi del Diario degli anni di guerra.

Nel 1915 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura per il romanzo Jean-Christophe, che attraverso le vicende di un giovane musicista in lotta contro la tradizione, dipinge il quadro dell’Europa tra Ottocento e Novecento. Un altro suo libro, Au dessus de la mêlée, capolavoro del pacifismo europeo, in cui fa appello ai belligeranti affinché prendano le distanze dalla guerra e cerchino soluzioni di pace, gli attirò condanne, malumori, critiche e vendette, nonché sospetti di spionaggio.

Rolland salutò entusiasticamente la rivoluzione sovietica, primo vero tentativo di liberazione delle masse lavoratrici sfruttate, dissentendo poi dallo stalinismo. Antifascista coerente e dichiarato, fu un estimatore di Gramsci, che a sua volta rese famosa una frase  di Rolland: l’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione.

 

Fiorenza Taricone

Romain Rolland: pacifista libertario e pensatore globale

Guida editore, Napoli, 2018

pp. 331

€ 20,00

 

Fiorenza Taricone è Docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Cassino e Lazio Meridionale. Si occupa di studi di genere dagli anni Ottanta, con particolare attenzione ai diritti civili e politici. Ha fatto parte della Commissione Nazionale Parità, Presidenza del Consiglio, dal 1994 al 1996. Fra le fondatrici del Centro Interuniversitario per gli studi sulla donna nella storia e nella società negli anni Novanta. Tra le sue ultime pubblicazioni, Ginevra Conti Odorisio – Fiorenza Taricone, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX secolo, (Torino, 2009), Louis Blanc e Mme d’Agoult (Daniel Stern) socialismo e liberalismo (Firenze, 2013).

 




In Sardegna con le costituenti

La mostra itinerante di Toponomastica femminile, che illustra la memoria odonomastica riservata alle ventuno donne dell’Assemblea Costituente, sbarca in questi giorni in Sardegna e, grazie al supporto dell’A.N.P.I., verrà esposta a Cagliari, nello spazio comunale SEARCH, dal 10 al 17 Marzo.

A seguire, l’esposizione raggiungerà le scuole che ne faranno richiesta, per dibattere con ragazze e ragazzi di storia del Paese e di cittadinanza consapevole partendo da un punto di vista inusitato: la storia delle donne, raramente presente nei manuali ufficiali.

Ventuno nomi da ricordare nelle strade cittadine, ventuno modelli di grande impegno civile da offrire alle nuove generazioni.

Portano il loro segno l’art. 3 della Costituzione, che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

L’esordio delle italiane in politica si ebbe con la Consulta Nazionale (1945-1946).

Le quattordici consultrici, nominate dal Governo Parri, si erano distinte per l’impegno antifascista e la partecipazione alla Resistenza: quasi tutte avevano vissuto la clandestinità, il carcere, l’esilio, le persecuzioni e nel dopoguerra ricoprivano incarichi dirigenziali nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni, nei movimenti. Dieci di loro militavano nell’Udi, ma erano stati i rispettivi partiti a designarle: Virginia Quarello Minoletti (liberale), Laura Bianchini e Anna Maria Guidi Cingolani (democristiane), Clementina Caligaris Velletri, Jole Tagliacozzo Lombardi e Claudia Maffioli (socialiste), Gisella Floreanini della Porta, Ofelia Garoia Antonelli, Teresa Noce Longo, Rina Picolato, Elettra Pollastrini (comuniste) e Adele Bei Ciufoli (comunista scelta dalla Cgil), Bastianina Musu (partito sardo d’azione) che morì prima del suo insediamento, e Ada Prospero Marchesini Gobetti, sua sostituta.

La loro formazione politica era solitamente avvenuta in famiglia, con i padri, i mariti, i fratelli e in alcuni casi alla scuola di partito e al sindacato.

Indipendentemente dalla provenienza, tutte avevano a cuore la ricostruzione pacifica, la tutela dei diritti, e l’emancipazione femminile, in un clima di solidarietà che le univa in difesa della neonata democrazia e della vita delle donne in lotta contro altri fascismi.

Entrarono a far parte delle diverse Commissioni: non sempre presero la parola, ma a volte riuscirono a imporre il proprio punto di vista. Come accade ancora oggi, la stampa le derise e fu più interessata al loro abbigliamento che al loro operato.

Il 2 giugno 1946, per la prima volta, le italiane si recarono alle urne per scegliere la forma di governo da dare al Paese ed eleggere l’Assemblea Costituente. Il voto, maschile e femminile, indicò 556 nominativi, di cui 21 donne. Soltanto alcune di loro avevano fatto parte della Consulta e solo cinque delle consultrici, più sostenute dai loro partiti, entrarono in Assemblea.

Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e, a volte, esperienze di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o deportazione.

Provenivano da ogni parte del Paese, lavoravano e possedevano titoli di studio alti: quattordici erano laureate, molte insegnanti, due giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito dell’Uomo Qualunque.

Su di loro pesavano aspettative e diffidenze: parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a gruppi e programmi politici.

In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale era sancita dalla legge, le deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi a casa e al lavoro.

 




ITALIA – Giorgiana Masi,vittima della violenza del regime.Roma, ponte Garibaldi, 12/5/1977

Di Andrea Zennaro

Non sorride ma il suo sguardo punta lontano, verso un futuro che non vedrà. Pur non essendo particolarmente bella, i suoi capelli lisci scuri le danno grazia. Con questa espressione si presenta la fanciulla, nell’unica fotografia nota con cui conosciamo il suo volto.

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È il pomeriggio del 12 maggio1977 quando una ragazza di diciannove anni cade a terra nei pressi di ponte Garibaldi a Roma. Tutti i soccorsi sono inutili. In un primo momento le cause del suo rapido decesso restano incerte, solo più tardi verrà notato il foro di un proiettile entrato nella sua schiena e fuoriuscito dall’addome. Nel frattempo i giovani intorno a lei continuano a correre senza meta, inseguiti, manganelli alla mano, dallo Stato, che colpisce anche dall’alto con una fitta pioggia di candelotti lacrimogeni. Giorgina Masi, meglio nota come Giorgiana, era uscita di casa quella mattina dicendo di star andando a una festa, anche se gli eventi di quella giornata erano alquanto prevedibili.

In piazza Navona si parla di femminismo e autodeterminazione, di aborto e divorzio, di parità sociale e libertà di scelta. L’iniziativa è stata indetta dal Partito Radicale per sfidare l’ordinanza imposta alla città dal sindaco Giulio Carlo Argan che vieta qualsiasi manifestazione pubblica in seguito agli scontri avvenuti il 12 marzo tra la polizia e il movimento, in particolare l’area dell’Autonomia, davanti alla sede centrale della Democrazia Cristiana.

Lo stesso Ministro dell’Interno Francesco Cossiga definisce il divieto illegale ed extra legem in quanto estrapolato non da una legge della Repubblica Italiana ma dal codice penale fascista, non riconosciuto dalla Costituzione del 1948. Quel 12 maggio un cartello, ironico ma neanche tanto, chiede ai militari schierati intorno alla piazza di non sparare sul pianista: tale è infatti l’aria che si respira nelle iniziative politiche da quando lo Stato ha inaugurato quella che è nota come “strategia della tensione”.

Commentare l’uccisione di una manifestante con le solite frasi – che in questi casi non mancano mai – del tipo “se l’è cercata” o “poteva starsene a casa o prestare più attenzione” non solo sarebbe semplicistico ed estremamente riduttivo, ma mancherebbe di rispetto a tutte le persone uccise da un regime contro il quale lottavano. Allo stesso modo non basta limitarsi a constatare quanto criminale sia stato l’operato delle cosiddette forze dell’ordine durante quella giornata: è necessario attribuire le responsabilità in modo corretto e soprattutto approfondire il contesto storico in cui l’assassinio è maturato.

Nessuna persona in buona fede ha mai sostenuto che si sia trattato di un incidente.

Negli anni ’70 la società italiana è in fermento. I sindacati riconoscono e tutelano soltanto chi ha un contratto a tempo indeterminato, escludendo quindi le nuove forme di lavoro sempre più frequenti. Le precarie e i precari, i disoccupati e le disoccupate, di conseguenza, non credono più nelle istituzioni in cui invece avevano creduto le generazioni precedenti.

L’estensione della scuola dell’obbligo e l’apertura dell’università a chiunque, indipendentemente dalla scuola superiore frequentata, fanno sì che l’università, prima riservata a un’élite, diventi di massa, esasperando l’agitazione studentesca: gli atenei non raccolgono più i figli della ricca e media borghesia ma l’intera società giovanile con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, diventando così il luogo di concentramento di disagi ben più grandi. Inoltre, le facoltà si ritrovano a essere, di fatto, anche sede di preparazione al lavoro salariato e precario, sfruttato ed estraneo alla rappresentanza sindacale. E per le istituzioni chi non è rappresentato costituisce un problema non politico o sociale ma solo di ordine pubblico. Diversamente dal Sessantotto, non sono intellettuali e studenti privilegiati a criticare la società, ad assaltare i centri della cultura, ma la parte più disagiata e meno riconosciuta della società, tagliata fuori dalla società stessa: la fantasia del decennio precedente lascia spazio a frustrazione e rabbia.

L’altro fattore di novità consiste nel fatto che le prime agitazioni studentesche scoppiano al Sud. Quando la riforma Malfatti diminuisce la possibilità di ripetere gli appelli d’esame e pone forti restrizioni al diritto degli studenti di scegliere liberamente quali corsi inserire nel piano di studi, le università già in fermento esplodono. La circolare Malfatti non è stata la causa determinante delle lotte ma solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, la scintilla su una polveriera già da tempo pronta ad incendiarsi.

Giorgiana vede un’Italia in fermento in cui i diritti individuali aumentano.

Nel 1974 un referendum sancisce il diritto al divorzio, nonostante la forte contrarietà della Chiesa e della DC. Pochi anni dopo venne il diritto all’aborto: la maternità deve essere una scelta consapevole e non un obbligo. Per il movimento femminista e per le donne in generale è una vittoria mai vista, inimmaginabile fino a poco prima.

È bene ricordare che il movimento del ‘77 è ostile non solo al governo democristiano ma anche e soprattutto al principale “partito non di maggioranza” (sarebbe fuori luogo definirlo partito di opposizione). Nel 1972 alla segreteria del PCI viene eletto Enrico Berlinguer, con cui il Partito cambia totalmente volto. In uno dei suoi primi discorsi da segretario, Berlinguer dichiara che la spinta propulsiva data dalla Rivoluzione del lontano ottobre 1917 è ormai finita e che c’è bisogno dunque di un’energia nuova. Il PCI, filosovietico ma non antagonista al sistema liberale, apre le trattative con il governo: il comunismo è messo in soffitta sostituito da una blanda socialdemocrazia. La CGIL, sindacato fedele al PCI, preme per calmare le spinte rivoluzionarie ancora presenti nelle fabbriche e nelle università, smettendo di fatto di guidarne le lotte.

In generale si potrebbe dire che la forma Partito, nata in Italia all’inizio degli anni ’20, egemone durante la Resistenza e ancora funzionante negli anni ’50, dopo il Sessantotto abbia smesso di funzionare e negli anni ’70 si sia ritrovata a essere come una scarpa troppo stretta rispetto ai piedi cresciuti di una società che si evolve rapidamente.

Abbandonati gli ideali rivoluzionari che avevano prima dato vita al PCI subito dopo il biennio rosso e poi animato gran parte della Resistenza contro il Nazifascismo, non riuscendo a ottenere alcuna maggioranza parlamentare per via elettorale pur crescendo nei sondaggi, il partito di Berlinguer cambia strategia cercando di avvicinarsi a posizioni di governo tramite accordi interpartitici. Il cosiddetto compromesso storico, noto anche come “governo della non-sfiducia” o “delle astensioni”, consiste in un governo “monocolore” (cioè monopartito) della DC reso possibile grazie all’astensione del PCI alla Camera, che non vota contro la fiducia al governo Andreotti per garantirsi un maggior peso istituzionale.

È chiaro che nel 1977 il PCI sia ormai un partito filogovernativo e quasi conservatore, ma in quanto forza egemone della sinistra, non può tollerare di essere deriso e non rispettato proprio da sinistra. Il PCI, scavalcato da questo nuovo movimento incontrollabile che non riesce a imbrigliare, non manca mai occasione di ripetere che chi occupa le università (e l’Autonomia in particolare) è estraneo alla legalità e quindi alla democrazia e che i raduni di giovani militanti sono solo covi di violenza, delinquenza comune e addirittura squadrismo quasi fascista.

La sfiducia di studenti e futuri precari versi il partito e il sindacato in cui le persone più anziane avevano creduto finisce per dar vita a un conflitto senza precedenti in cui la generazione protagonista della Resistenza si sente tradita da quella successiva che a sua volta si vede tagliata fuori da istituzioni obsolete.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il Partito accusi pesantemente chi non crede nella legalità dello Stato repubblicano, né tanto meno che ragazzi e ragazze abbandonino le sezioni di partito per cercare rifugio altrove.

Del resto, gli artefici della guerriglia partigiana, cresciuti sotto il regime ed educati dalla scuola gentiliana a non disdegnare le figure autoritarie, vedevano molto più di buon occhio il rigore del Partito che la stravagante libertà del movimento. E il principale cavallo di battaglia della retorica vicina al PCI è sempre stato il mito dell’epopea partigiana. Quando a Bologna i carabinieri uccidono Francesco Lorusso, venticinquenne militante di Lotta Continua, il PCI indice un presidio sotto il monumento ai caduti della Resistenza per celebrare non un ragazzo ucciso, ma la legalità dello Stato; quando gli studenti occupano l’università di Roma, è proprio il segretario della CGIL, legata al PCI, a dar vita alla provocazione che conduce allo sgombero dell’università, ammettendo egli stesso che il fine di tale operazione è quello di riportare l’ordine e mettere fine alle agitazioni per “ripristinare la vita democratica e legalitaria all’interno dell’Ateneo”; quando gli studenti reagiscono alla provocazione e lo cacciano, i mezzi d’informazione legati al Partito sottolineano con insistenza che Luciano Lama è stato partigiano; quando viene uccisa Giorgiana Masi, il PCI si limita a tacere, continuando a votare la “non-sfiducia” al governo. L’apice di questo scontro avviene a Bologna in quanto storico baluardo del PCI e al tempo stesso città universitaria, quindi teatro della più grande incompatibilità sociale e generazionale.

Dopo aver lasciato a terra una ragazza, i manifestanti continuano la fuga disperata e le truppe proseguono il loro feroce inseguimento. Smarrito nella confusione e accecato dai gas lacrimogeni, un fotografo trentacinquenne vaga per il centro di Roma con la sua Leica sempre al collo. È uno dei pochi che ha mostrato ciò che nessuno ha voluto vedere, regalando alla Storia testimonianze fondamentali e di rara bellezza.

La sera stessa il Ministro dell’Interno dichiara di non aver mandato nessun agente in borghese nel corteo. Dichiara inoltre che non sono state usate armi da fuoco per l’attività di ordine pubblico. Dunque Giorgiana Masi risulta uccisa da una pallottola vagante sparata dai manifestanti in direzione delle forze dell’ordine. E questi, sicuramente autonomi ed evidentemente distratti, non hanno notato che in mezzo tra loro e il bersaglio vi erano altri manifestanti in corsa, tra cui la ragazza colpita.

È la versione ufficiale del Ministero.

Servirebbe poi un esperto di fisica fantascientifica per spiegare come mai una pallottola sparata da davanti l’abbia colpita alla schiena.

Un’immagine mai pubblicata dai quotidiani mostra un uomo in borghese con una pistola in mano mentre riceve istruzioni da un superiore e alle spalle ha un gruppo di uomini armati e in divisa difficilmente riconducibili all’Autonomia.

(foto 2)

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Così un fotografo ha palesemente smentito un ministro. La sua stessa Leica ha testimoniato la frettolosa violenza degli uomini in divisa: è un’immagine molto potente che richiama il mondo classico: gli uomini armati sullo sfondo fanno capire di cosa si parla, mentre lo sguardo disperato e intenso delle ragazze in primo piano mostra la tragicità della scena.

(foto 3)

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Accostare la bellezza e la pena, la grazia e la brutalità, è uno strumento efficace e fastidioso, di certo non gradito dal signor Ministro.

Un’altra immagine dello stesso autore mostra la determinazione delle donne che sotto una pioggia battente porgono l’ultimo saluto alla loro sorella “uccisa dalla violenza del regime”, come recita la targa in memoria di Giorgiana Masi presso ponte Garibaldi.

(foto 4)

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Le foto di Tano D’Amico sono importanti per rileggere gli ultimi decenni in quanto mostrano la bellezza, la grazia, la poesia dei volti e delle istanze di chi non dovrebbe averne, di chi l’Unità avrebbe preferito descrivere come teppista scalmanato attraverso immagini brutte e prive di significato. Quelle immagini sono sempre state tenute nascoste perché non si pensasse che le invadenti femministe avessero qualche ragione, che i cattivissimi autonomi si scontrassero con un Partito in cui era vietato avere dubbi, che gli stravaganti indiani metropolitani non facessero poi così schifo. Sono foto, quelle di Tano D’Amico, che non hanno bisogno di didascalie, che colpiscono e restano nell’eternità, diversamente da quelle dei giornali, che vivono un giorno solo per poi scomparire nel nulla senza lasciare segni nella memoria, fagocitate dall’oblio collettivo.

Nel 2001 un enorme movimento internazionale viene schiacciato dalla repressione.

A Genova i carabinieri uccidono un ragazzo di ventitré anni: prima uno sparo in faccia, poi una jeep dell’arma lo schiaccia due volte ancora vivo, e infine il colpo di grazia è un sasso che gli spacca la fronte per mano di un uomo in divisa. Ci vuole una buona dose di coraggio e immaginazione per sostenere che si sia trattato di un incidente. Il commento del Premier è “poteva restarsene a casa”; invece i galantuomini delle istituzioni osano molto di più, e non sorprende che a farlo per primo sia il vicepremier fascista, presente nella caserma in cui venivano torturati i manifestanti fermati: è legittima difesa spaccare la fronte a un ragazzo agonizzante a terra ed è legittima difesa schiacciarlo due volte con un defender, sparare in faccia con armi fuori ordinanza, figuriamoci, è degno di una medaglia, parole sue.

Nel 2001 Francesco Cossiga è senatore a vita ed è proprio lui a intervenire non interpellato quando una parte delle opposizioni presenta una mozione di sfiducia al presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno dopo i tragici fatti di Genova; la cosa particolare è che Cossiga in aula non difende né il Ministro dell’Interno né il Premier né il Vicepremier ma se stesso: con un intervento furioso trova inammissibile la mozione di sfiducia in questione e rivendica la brutalità con la quale ordinò di agire nel 1977. A decenni di distanza, l’assassinio di Giorgiana Masi è motivo di vanto per il suo principale responsabile.

Oggi, a quarant’anni dal suo assassinio, una piccola strada intitolata a Giorgiana Masi è presente a Bassano in Teverina (VT) e in villa Pamphili a Roma (foto 5), dove la ragazza è ricordata insieme a varie antifasciste e donne eroiche della Repubblica Romana.

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Checché ne dica l’ex Presidente della Repubblica, ministro degli Interni ai tempi della sua e di altre uccisioni di Stato, la targa su ponte Garibaldi riconosce Giorgina Masi come “vittima della violenza del regime” (foto 6).

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ITALIA – NON UNA DI MENO Roma, 26 novembre 2016 RACCONTO PER IMMAGINI Dal giorno alla notte

di Andrea Zennaro

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Piazza della Repubblica. Esponenti dell’associazione Toponomastica femminile si preparano a sfilare nel corteo.

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Ecco una bambina che crescerà sana e libera da quegli stereotipi sessisti che conducono sì tanti uomini a commettere violenza ma anche tante donne a considerare se stesse come proprietà dell’uomo di turno e ritenere normale lavare i piatti per qualcuno e assecondarne i capricci.

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“Non è un caso isolato, si chiama patriarcato” è forse il più significativo degli slogan che circolavano sabato scorso: la violenza di genere non dipende soltanto dall’indole personale di un uomo ma soprattutto dalla cultura con cui è cresciuto. Certo che il carattere individuale influisce (insieme alla quantità di alcol ingerita), ma è molto più probabile che “perda la testa” (diciamo così…) chi è convinto che a lasciarlo sia non una persona libera ma un oggetto di sua proprietà.

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Due cartelli accostati. Il primo dimostra la bassezza morale culturale e umana di chi arriva a picchiare altre persone. Il secondo è in arabo. Qualunque sia il significato letterale delle parole che lì sono scritte, la lingua scelta sta già palesemente puntando a rompere degli stereotipi: diversamente da come molti vorrebbero oggi far credere, la violenza sulle donne non è legata all’immigrazione ma deriva dalla mentalità misogina assai radicata anche in Europa.

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Un volto e uno sguardo che mostrano forte tensione e determinazione. E un gesto che urla tanto forte da coprire il silenzio mediatico con cui è stata accolta la manifestazione: erano presenti a Roma almeno 200.000 donne e uomini, un corteo immenso che a fatica è confluito tutto in piazza San Giovanni e che dalla cima di via Cavour ha invaso tutta via Labicana rendendovi difficile il muoversi, eppure le televisioni e i giornali principali hanno a malapena accennato a un evento di tale portata. Non vale lo stesso per la cosiddetta stampa “not embedded”, quei pochi siti e giornali (il Manifesto in primis e, ovviamente, molti siti di donne) che la voce l’hanno sempre alzata e mai hanno nascosto notizie scomode.

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Due ragazze parlano. Sono molto giovani, come tante delle partecipanti alla manifestazione. Una bella lezione per chi sperava di vedere Roma riempita solo da signore con i capelli bianchi, le stesse che erano state protagoniste del Femminismo “storico”, quello degli anni ’70 del Novecento, tacciate allora di volgarità ed esibizionismo. Queste due fanciulle hanno volti delicati e gentili, tutt’altro che rispondenti a tali accuse. Sulle loro teste passa lo slogan principale di quella giornata, slogan che si interrompe su una delle teste per essere proseguito nell’altra: NON UNA DI MENO. Quel rosso della fascia sottolinea la dolcezza dei loro sguardi.

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“Non sono le donne a dover imparare a difendersi ma gli uomini a dover imparare ad amare”.

Ma come insegnarglielo senza coinvolgerli? Proprio per questa ragione la presenza maschile nel corteo lo ha arricchito molto più di quanto avrebbero fatto le “separatiste” che uomini intorno non ne volevano.

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“Siamo le pro-pro-pronipoti delle streghe che non siete riusciti a bruciare”. Già le femministe degli anni ’70 scandivano spesso frasi come “Tremate tremate, le streghe son tornate”. I riferimenti culturali e storici non mancano: il primo, fin troppo evidente, è alle responsabilità della Chiesa cattolica nella diffusione della mentalità maschilista. Il secondo, meno immediato ma non meno pertinente, lo si potrebbe trovare nel contesto storico e sociale del Medioevo e del Rinascimento: le streghe che venivano arse sul rogo in alcuni casi erano effettivamente convinte di avere poteri soprannaturali o venivano denunciate da qualcuno davvero convinto di averle viste praticare magia nera, ma in molti altri casi si trattava di donne anziane ed emarginate che mettevano in mostra i loro particolari poteri o a volte addirittura li inventavano dal nulla per ottenere una fama e un rispetto che la società del tempo negava a una donna sola.

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Foto scattata in via Cavour nella primissima fila del corteo. Davanti allo striscione di apertura stava questa signora, di cui età e connotazione appaiono evidenti: il gesto delle sue mani, che simboleggia il Femminismo “classico” non lascia spazio ad equivoci.

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Via dei Fori Imperiali. A metà di un corteo che appare ormai enorme, molto al di sopra delle aspettative, si nota questo cartello che fa riferimento a due temi in particolare: l’omosessualità e l’aborto. Se non fosse stato per i diktat del Vaticano, l’Italia non sarebbe rimasta l’ultimo Paese europeo a legalizzare le unioni omosessuali prima e a concederle soltanto a metà poi. È di nuovo per gli stessi diktat che negli ospedali pubblici è ormai quasi impossibile interrompere una gravidanza indesiderata: quasi l’85% dei medici italiani è obiettore. Con tutto il rispetto per l’obiezione di coscienza in sé, grazie alla quale è stato abolito il servizio militare obbligatorio; in realtà alcuni dei suddetti medici, tuttavia, gli aborti li praticano eccome, ma a pagamento nelle loro cliniche private. D’altronde, chi è contrario a portare le armi può benissimo non fare il militare e scegliere un lavoro consono alle proprie idee, ma chi non vuole praticare aborti, perché deve fare proprio il ginecologo?

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Via Labicana. Ulteriori indicazioni geografiche non servono. La densità della folla è evidente. Il Sole e la temperatura ormai cominciano a calare notevolmente, ma la partecipazione e la determinazione no. 

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Di nuovo su via Labicana, davanti alla Gay Street di Roma. Dietro il camion continua a passare di mano in mano questo cartello: “Sex work is work”, il “lavoro sessuale” è un lavoro: anziché mettere in vendita il proprio corpo sotto forma di forza lavoro per servire ai tavoli o fare pulizie o andare in fabbrica, alcune persone rivendicano il diritto di venderlo sotto forma di prestazione sessuale retribuita. In ogni caso la tratta di donne, quasi sempre immigrate, sempre più frequente ai tempi della globalizzazione, resta un crimine e non un lavoro.

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Il corteo arriva in piazza San Giovanni. Ecco una trampoliera, circondata dai palloncini. Rappresenta la parte più allegra delle donne, provenienti dalle varie scuole e accademie di arti circensi: sebbene nessuno le abbia citate, erano anche loro presenti e numerose.

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Piazza San Giovanni. Due cartelli molto significativi. Subire violenza non è mai colpa della vittima. Eppure dopo uno stupro quante volte si sentono dire frasi idiote come “se l’era cercata” o “ma guarda come andava in giro vestita”? L’altro cartello è utile per chiarire un equivoco pericoloso e fuorviante, quello che considera sinonimi i termini “uomo” e “stupratore”. Gli stupratori non sono uomini, ma bestie.

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Piazza San Giovanni. La manifestazione è finita e la gente si disperde. Ne restano le tracce: le scritte di vernice a terra e la soddisfazione negli animi.  Queste parole in particolare, NO SESSISMO, riassumono l’intera giornata e ognuno dei suoi temi specifici.