Da levatrici a ostetriche

In copertina: Il bagno, dipinto del 1902 di Leopoldo García Ramón 

L’ostetrica, chiamata anche levatrice perché leva il neonato dal corpo della donna, è stato un tradizionale mestiere femminile, frutto di una cultura secolare, dell’esperienza diretta di donne, basato su conoscenze empiriche del corpo femminile. La levatrice nella civiltà contadina godeva di un grande prestigio, poiché aiutava a dare la vita. 

Trotula de’ Ruggiero, medica dell’antica Scuola Salernitana, scrisse nell’XI secolo un trattato di ostetricia, De passionibus mulierum ante in et post partum, nel quale si danno precetti, consigli e norme che attraversano tutta la vita della donna. Da sempre guaritrici, le donne sapevano coltivare le erbe medicinali scambiandosi i segreti del loro uso, procurare gli aborti, fungere da infermiere. Per secoli sono state in breve mediche senza laurea: apprendevano e trasmettevano oralmente un patrimonio di conoscenze, da madre a figlia, da parente a parente. E al momento del parto, tutte le donne della famiglia offrivano il loro aiuto: protagoniste assolute di quegli eventi operavano in un clima di complicità e collaborazione. 

L’emergere poi del professionismo maschile, l’esclusione delle donne dal sistema di istruzione, soppiantarono la cultura medica femminile empirica e orale. Lo Stato unitario, per far fronte alla necessità di debellare pregiudizi e malsane abitudini, si adoperò per creare un’ostetrica istruita, fiduciosa nella medicina. La morte per parto era diffusa, come la febbre puerperale e altre patologie dovute a scarse precauzioni igieniche. Le scoperte batteriologiche e immunologiche hanno rivoluzionato il parto, introducendo norme antisettiche e protocolli sanitari totalmente nuovi, su luoghi, persone e strumenti. Venne messa al bando allora la sedia da parto e prescritta la posizione litotonica dorsale delle donne, certamente più agevole per il personale sanitario, ma poco favorevole all’espulsione naturale. Fu definita e regolamentata l’istruzione della levatrice, seguendo un processo di medicalizzazione del parto, e le ostetriche furono scolarizzate e subordinate ai medici e ai principi della scienza, dell’igiene e della salute pubblica. 

Scrive a tal proposito Rosanna Basso nel suo volume Levatrici (Viella, 2015):

[…] l’intervento statale ha precostituito lo scenario entro cui le levatrici, come segmento sociale, hanno potuto collocarsi ed evolvere, con una singolarità, però, che non si può sottacere: le levatrici, diversamente da altri gruppi professionali, non hanno avuto per lungo tempo la possibilità di determinate quel passaggio, perché, per disparità di potere, di sapere e di genere, non sono riuscite a far giungere ai decisori politici il loro punto di vista, né negoziare qualche richiesta. Ha interloquito in loro vece, ma non per loro conto, la categoria dei chirurghi ostetrici che, nelle vesti di tutori della scienza, e prima ancora degli interessi della propria professione, hanno potuto dialogare con i rappresentanti delle istituzioni, ragionare sui termini e sui confini delle competenze da attribuire a se stessi e alle levatrici, determinare la gerarchia dei ruoli e delle posizioni.

Negli anni ’60 la figura dell’ostetrica non era solo la professionista che presiedeva alle nascite, che avvenivano allora prevalentemente in casa, ma stabiliva con la comunità presso la quale operava un forte legame di empatia.

L’ostetrica odierna, oltre ad assistere alla gravidanza e al parto, cura il neonato dopo la nascita e segue la donna dal menarca alla menopausa, offrendo consulenza contraccettiva e sessuologica.

Molti comuni hanno intitolato vie e piazze a chi ha fatto nascere intere generazioni.

Il 13 maggio è stata Ausonia (FR) a intitolare una piazza a Iliana Tosti (Roma, 1928 – Ausonia, 2004).

Iliana si diplomò in Ostetricia presso l’Università degli studi di Roma nel 1956 e svolse il servizio prima a Spigno Saturnia, poi a Sant’Ambrogio sul Garigliano. Nel 1965 vinse il concorso per ostetrica condotta presso la Prefettura di Frosinone, e scelse come destinazione Ausonia e ha prestato il suo servizio all’ospedale di Cassino. Iliana era una donna profondamente innamorata del suo lavoro, che considerava una vera e propria missione di vita. Il suo ruolo andò ben oltre la semplice “assistenza” alla partoriente, ma fu piuttosto di partecipazione ai problemi di ciascuna, tanto da diventare, di volta in volta, mamma, sorella o figlia di chi si rivolgeva a lei. Il suo esempio rimane un modello di abnegazione e di umanità, che è giusto onorare e far conoscere alle giovani generazioni anche attraverso l’intitolazione di una piazza del paese dove tutti la stimavano. 

Come Iliana, molte altre levatrici/ostetriche hanno dedicato la vita all’assistenza di gestanti, partorienti e puerpere.

Il comune di Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD) nel 1998 ha intitolato una via a Maria Artusi, insignita del titolo di Cavaliere del Lavoro, che ha svolto la professione di ostetrica nel territorio per oltre quarant’anni.

Per rimanere nella provincia di Padova, a Limena è ricordata Nella Rezza, che nel 1941 vinse la condotta di ostetricia. 

Nello stesso anno prese la condotta Onorina Scanferla, ricordata a Bagnoli di Sopra.

A Marano Lagunare (UD), una strada è dedicata a Elodia Cecuta, che tutti ricordano come una donna bassa e robusta, sorda e con i capelli raccolti sulla nuca e tenuti fermi sopra le orecchie da due forcine, per sentire meglio. Sempre disponibile ad aiutare bambine e bambini di famiglie povere, provvedeva a rifornirle anche di quaderni e pennini. Nonostante una vita di lavoro, è morta povera. 

A Loria, in provincia di Treviso, una via ricorda Maria Fontana, levatrice del paese, morta nel 1970.

A Cimolais (PN) una targa apposta nel 1999 ricorda Eva Pielli, cavaliere della Repubblica, e il viale a lei dedicato.

A Bologna un giardino ricorda un’ostetrica di guerra, Medea Zanardi. Le cronache la descrivono in stivali, gonna pantalone, occhialoni gialli e cuffia bianca, che vola ovunque ci sia bisogno, a cavallo di una Moto Guzzi 250, sotto le bombe dell’ultima guerra, violando il coprifuoco, armata soltanto di quattro croci rosse dipinte sul serbatoio e sui paraurti.

Foto 2

A Sansepolcro, provincia di Arezzo, è ricordata Rosina Gennaioli

A Fregene (RM) Bruna Pierlorenzi Ceotto

A Terranova di Pollino, in provincia di Potenza, è ricordata Ines Zurlini, morta nel 1977.

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A Rieti, una strada ricorda Maria Fiore

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Cosenza dedica un’area di circolazione ad Anna Morrone e Nardò (LE) a Filomena Leopizzi.




Ferrara – A scuola di toponomastica negli uffici comunali

Ferrara, città d’arte, di letteratura, di castelli e delizie, duchi e cardinali, artiste e artisti, scrittori e scrittrici; vie contorte, strette e acciottolate, vie diritte e ariose, viali e piazze, giardini e parchi: una città ricca di ideali, battaglie e persone che ne hanno fatto la storia e dato lustro, rendendola faro del Rinascimento italiano. Tracce di questa storia si trovano ancora nei monumenti, negli edifici, nelle chiese e nelle intitolazioni dei luoghi.

 Sono tante le donne e gli uomini che popolano simbolicamente le vie e le strade di Ferrara: un patrimonio di vite ed esperienze spesso dimenticate nella frenesia delle giornate, dove i nomi della toponomastica diventano semplicemente spazi e smettono di essere anche testimonianze e stimolo all’emulazione di foscoliana memoria; tra queste 1.557 intitolazioni, figurano ben settantuno denominazioni al femminile, poche in rapporto alle 693 dedicate agli uomini, ma molte in confronto ad altre realtà italiane. 

Sono state queste riflessioni che hanno portato le ragazze e i ragazzi dell’Istituto di Istruzione Superiore “O. Vergani-F.lli Navarra” della sede di Ostellato ad approfondire quest’anno i temi dell’odonomastica e della toponomastica e a partecipare al concorso nazionale “Sulle vie della parità” indetto dall’associazione Toponomastica femminile. 

Conseguenza, non ovvia né scontata, di queste riflessioni scolastiche, è stata l’esperienza diretta all’Ufficio Toponomastica del Comune di Ferrara: studenti e docenti sono state accolte negli uffici comunali venendo in contatto con la pubblica amministrazione per apprendere l’iter di denominazione delle strade. 

Il gruppo, guidato dalle professoresse Federica Pintus e Francesca Venturoli e ricevuto dal dirigente dei Sistemi Informativi e Statistica, ingegner Fabio De Luigi, e dalla dottoressa Rosa Fogli, responsabile dell’ufficio Anagrafe Immobiliare e Toponomastica, ha visitato il servizio e appreso il funzionamento dei diversi settori. Condotta dall’ingegner Jacopo Zanella del reparto sistemistico, la giovane squadra ha ispezionato l’area dedicata alla gestione delle macchine e dei sistemi operativi, osservato il cuore pulsante del servizio e conosciuto i meccanismi che consentono alle applicazioni di funzionare in totale sicurezza. La dottoressa Ilaria Franciosi, segretaria della Commissione di Toponomastica, ha illustrato il funzionamento e il ruolo della Commissione, nonché le procedure e gli atti istituzionali necessari per denominare un’area di circolazione, un’area verde o altro. Rosa Fogli ha raccontato le origini dell’Ufficio Anagrafe Immobiliare e Toponomastica, l’utilità della Banca dati degli immobili (ACI), gestita dall’ufficio in sinergia con la regione Emilia Romagna – con la catalogazione di edifici, strade, civici, interni delle unità abitative e delle loro relazioni con il Catasto – e ha descritto il ruolo dell’Istat, dell’Agenzia delle Entrate – Dipartimento del Territorio – di ANCI e IFEL e l’importanza che avrà sul panorama nazionale l’ANNCSU (Archivio Nazionale dei Numeri Civici e delle Strade Urbane) di prossima istituzione. Infine l’ingegner Luca Previati ha spiegato nei dettagli, dal punto di vista operativo, le operazioni svolte dall’ufficio e le funzionalità dei software a disposizione.

Foto 1.

Foto 2.

È stata un’esperienza formativa e costruttiva, che ha avuto il merito di avvicinare reciprocamente studenti e istituzioni locali. L’eccitazione e la curiosità per questa anomala giornata di studio sono chiaramente emerse dalle domande e dalle osservazioni di carattere urbanistico, toponomastico e immobiliare espresse della classe, che ha trovato molti punti di contatto tra il vissuto quotidiano, le informazioni teoriche apprese sui banchi di scuola e la gestione concreta delle norme. 

Se l’incontro da un lato ha permesso a ragazze e ragazzi di percepire le Istituzioni non come qualcosa di avulso ed estraneo, ma come persone che intervengono direttamente nella loro vita, che sono presenti nelle loro giornate e partecipi di quanto è nel loro mondo, dall’altro ha dato modo a operatori e operatrici dell’Amministrazione di percepire e di leggere nell’entusiasmo giovanile e in quegli occhi ancora avidi di scoperte, l’utilità del servizio offerto alla cittadinanza.

Da questo fruttuoso incontro, e dal sostegno di Toponomastica femminile, è nato il progetto di realizzare una guida atipica, che ripercorra tracce e storie ferraresi in ottica di genere: siamo già al lavoro!

 




Regnanti, reggenti e regine. Introduzione

La natura femminile è stata a lungo definita “debole”, quindi inadatta al governo di regni, imperi e domini. In realtà nel corso della storia ci sono state figure di grande valore, che hanno lasciato tracce indelebili del loro operato. In diversi casi la storiografia ha nascosto o criticato le protagoniste femminili del potere, ritenendole incapaci e subdole, dedite alla lussuria e al complotto.
Osteggiate per questioni dinastiche e di successione, molte regnanti – regine, imperatrici, giudicesse, duchesse, contesse, marchese – e molte reggenti, chiamate a governare in vece dei loro mariti e dei loro figli, hanno saputo vincere i pregiudizi dimostrando carattere forte, lungimiranza e capacità politiche. Né ingenue, né sprovvedute hanno amministrato con giustizia e imparzialità i loro territori, giocando importanti partite nello scacchiere politico-militare del proprio tempo. Va detto inoltre che tante, tantissime consorti e concubine, seppure sottovoce e senza titolo, hanno caratterizzato una corona o un’epoca ed esercitato enorme potere all’interno e all’esterno delle corti. In alcuni luoghi è la toponomastica cittadina a ravvivarne la memoria.

ImPagine dedica loro una nuova rubrica, accompagnandone i singoli profili alle targhe stradali presenti sul territorio nazionale

I prossimi numeri:

1. Galla Placidia. Imperatrice romana – V secolo (in copertina, a sinistra)

2. Caterina Sforza. Signora di Imola e di Forlì – XV secolo (in copertina, a destra)

3. Ansa. Regina dei Longobardi e d’Italia (VIII secolo)

A seguire, le giudicesse sarde.




Donne e Lavoro: essere ostetrica

Nasce oggi la rubrica Donne e Lavoro della sezione Toponomastica di ImPagine. Il tema scelto per dare vita alla sequenza non è casuale: levatrici e ostetriche hanno dato la vita a centinaia di generazioni, ai loro consigli e alle loro mani si sono affidate per secoli le donne del mondo.

In foto. Necropoli di Porto (Fiumicino, RM), tomba 100. La levatrice

Sarà il solo testo di Alessandra Scirdi, letto il 13 maggio alla cerimonia per l’intitolazione di una piazza d’Ausonia all’ostetrica Iliana Tosti, a riempire di parole e poesia questa prima pagina.

Ebbene si … 

Essere Ostetrica è come essere artista.

È qualcosa che si è, non si fa. 

Te lo riconoscono gli altri.

È un’energia che ti porti nelle mani e nel cuore. 

Qualcosa che penetra profondamente nei luoghi più remoti della tua anima e non ti abbandona mai.

È nata con te. E tu con lei. 

Infondo l’arte è questo, 

Lo stare davanti; Il tirare fuori;

peculiarità sia dell’artista che dell’ostetrica.

Tutte le volte in cui mi hanno chiesto di descrivere cosa fosse una nascita, ho sempre descritto l’attimo prima dell’apertura del sipario. 

Quel velluto ROSSO messo a proteggere qualcosa di sacro che sta per accadere. 

La concentrazione. 

Il vocio del pubblico in sala. 

Il corpo che scalpita e la mente fredda, lucida, concentrata. 

Il buio.   

SILENZIO.

E poi il primo respiro. 

La prima battuta di copione. 

Il primo cenno di diaframma.

La prima nota.

Questa è la “mia” nascita: 

La stessa, identica, meravigliosa e terribile tensione che ho ritrovato più volte sul palco. 

Prima che tutto sia commedia, prima che tutto sia Tragedia. 

Quel piccolissimo e infinito lasso di tempo che ti rende Ostetrica e Madre contemporaneamente.

Quel piccolissimo e infinito lasso di tempo in cui tutto è silenzio prima che tutto sia musica, anche il silenzio stesso.

E tu hai già le mani sporche di vita e non te ne sei accorta.

Lo spettacolo è iniziato.

Il sipario … è aperto. 

In copertina. Ausonia (FR). Piazza Iliana Tosti. 

Intitolazione del 13 maggio 2018




Passeggiata nel Padule

Il termine “padule”, variante toscana di palude, è presente in senso letterale o figurato negli scritti di alcuni suoi autori – Boccaccio, Carducci, Collodi – e lo si ritrova spesso  tra i toponimi dell’Italia centrale, ove ha dato nome a strade (nel grossetano), frazioni (Sesto Fiorentino e Gubbio) e aree naturali: Pian d’Alma, Trappola, Diaccia Botrona, Scarlino (provincia di Grosseto); Orti-Bottagone, Bolgheri, Suese e Biscottino (provincia di Livorno); Massaciuccoli (LU) e Fucecchio.

Quest’ultima area, seppur ridotta rispetto all’omonimo ambiente che occupava un tempo gran parte della Valdinievole, rappresenta oggi la più estesa palude interna del Paese, condivisa tra le province di Firenze, Prato, Pistoia, Lucca e Pisa: poco meno di 2.000 ettari, in gran parte protetti, ospitano peculiarità floristiche, faunistiche e paesaggistiche di grande interesse.

Vi sopravvivono, infatti, rare piante flottanti – come la carnivora erba vescica, le ninfee dai fiori gialli, le felci natanti (erba pesce o salvinia) – associate a specie di clima caldo-umido (morso di rana e felce reale) e a specie nordiche, come i muschi sfagni e le grandi carici, che formano tipici isolotti di canne, lavorate un tempo dalle donne del luogo.

La raccolta delle erbe palustri, infatti, per tutta la prima metà del Novecento è stata una delle principali attività delle donne locali. Tra le piante più ambite c’erano la sala,che andava a ricoprire i fiaschi di vetro, e il sarello, destinato all’impagliatura delle sedie.

Foto 1.  Monsummano Terme – Lavorazione del sarello, 1920 – A.F.F.

Scrive Laura Candiani nel volume Tracce, storie e percorsi di donne.La Valdinievole  (Universitalia, 2018).

Quest’area – attraversata da numerosi corsi d’acqua – punto di passaggio ma anche di sosta e ripopolamento per tante specie di uccelli, fino agli anni Cinquanta del XX secolo era soprattutto una fonte inesauribile di cibo e di lavoro per le popolazioni di “padulini” (o padulani), sia mezzadri sia povere genti contadine costrette alla sussistenza.  Grazie al Padule si poteva sopravvivere e molti compiti erano riservati alle donne, talvolta anche ai bambini. Alcune anziane raccontano ancora di materassi imbottiti con cartocci di mais, di tetti così sguarniti per cui si vedevano le stelle (o si dovevano mettere secchi per terra, se pioveva) e di famiglie così povere per cui le poche paia di zoccoli disponibili toccavano a chi si alzava prima. Ma per fortuna – qualcuno ancora ricorda – «il Padule era la nostra fabbrica…».

[…]

Dopo la raccolta, l’erba veniva fatta seccare, quindi lavorata a forma di lunghe trecce (da lavoranti dette appunto trecciaiole) che servivano anche per realizzare rustiche sporte. Si usavano anche il biòdano e la gaggìa (acacia), dai rami flessibili, per completare il cesto robusto che veniva posto alla base della damigiana.                                                                                                                                                               

Si raccoglieva poi la legna, indispensabile per scaldarsi e cucinare, che però non doveva superare precise dimensioni e quantità, verificate dal “fattore”. Venivano raccolte anche le cannelle che servivano a realizzare cannicci di protezione per orti o coltivazioni e a far essiccare l’uva nei sottotetti (con cui produrre vin santo). Tutti gli avanzi delle erbe (“pattume”) si usavano come lettiera per gli animali per diventare poi letame; era una società con una cultura naturalmente ecologica, senza sprechi e senza rifiuti.                                                                                                                                                            La saggina invece non era una pianta spontanea, ma era coltivata; se ne ricavavano soprattutto spazzole, scopini, scope che alimentarono anche una discreta attività economica, specie nel larcianese, fino agli anni Settanta-Ottanta del XX sec. 

Sulla via Provinciale Lucchese che da Serravalle porta verso Pistoia, fuori quindi dalla Valdinievole, al n. 336 in località Spazzavento, sulla facciata di un’abitazione una piccola targa ricorda questi mestieri, diffusi in vari luoghi della provincia. Posta il 2 maggio 2012, la targa menziona anche le “portantine”, ovvero le donne che con i carretti trasportavano i fiaschi nelle case delle lavoranti, prima e dopo l’impagliatura.

Foto 2. Le Morette. Foto di Alessio Bartolini

Molti sono gli itinerari possibili nel Fucecchio: a piedi, in auto, in mountain bike, in barchino.

La passeggiata consigliata, in primavera, parte dal Porto delle Morette, che deve il suo nome alle omonime anatre tuffatrici. Superato il ponte sul canale e il Casotto dei Criachi, tristemente noto per l’eccidio del 1944 perpetrato dai tedeschi, inizia il percorso lungo l’argine, dove passano, sostano o nidificano circa duecento specie di uccelli. Punto privilegiato di osservazione è il Casotto del Biagiotti, dalle cui feritoie si intravedono i nidi di sette diverse specie di aironi. Si tratta della più importante colonia di nidificazione dell’Italia centro meridionale, per numero di coppie, e per varietà di specie (aironi cenerino, guardabuoi, bianco maggiore, rosso e poi nitticora, garzetta, sgarza ciuffetto).

Foto 3. Il casotto. Foto di Alessio Bartolini

I casotti, posizionati in prevalenza lungo i canali, fungevano un tempo sia da rimesse per agricole e da pesca, sia da ricovero temporaneo per contadini, pescatori e cacciatori.

In autunno, nei giorni di silenzio venatorio, nelle acque libere s’incontrano tranquille anatre svernanti, svassi e cormorani.

Nel complesso, le aree fangose sono il regno di beccaccini e pavonelle, chiurli e pittime, mentre i canneti sono prediletti da passeri e folaghe.

 

Foto 4.  In Padule, dal barchino. Foto di Alessio Bartolini.

 

Certamente suggestivo e indimenticabile è il percorso in barchino, mezzo tipico dei cacciatori, scurito dal catrame e a fondo piatto. È l’unica imbarcazione che percorre ancora oggi il Padule, un tempo importante via d’acqua. Nel medioevo, infatti, il canale dell’Usciana raccoglieva e convogliava le acque in Arno, collegando Pistoia e la Valdinievole con Firenze e Pisa. A fine Settecento sopravvivevano ancora una cinquantina di approdi e strutture portuali.

Agli inizi di aprile è stato varato un barchino destinato alla settima tappa della via Francigena: pellegrini e pellegrine, tra Altopascio-San Miniato, potranno seguire il percorso alternativo che scivola a ritmi lenti nel silenzio dei canali.

 

 




Le madri della Repubblica

Sono passati settantadue anni da quel 2 giugno 1946, quando gli italiani, e per la prima volta le italiane, si recarono alle urne per scegliere la forma di governo da dare al Paese ed eleggere l’Assemblea Costituente.

IL voto, maschile e femminile, indicò 556 nominativi, di cui 21 donne.

Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e, a volte, esperienze di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o deportazione.

Provenivano da ogni parte del Paese, lavoravano e possedevano titoli di studio alti: quattordici erano laureate, molte insegnanti, due giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito dell’Uomo Qualunque.

Su di loro pesavano aspettative e diffidenze: parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a gruppi e programmi politici.

In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale era sancita dalla legge, le deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi a casa e al lavoro.

Portano il loro segno l’art. 3 della Costituzione, che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 37 che regola il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

Toponomastica femminile racconta in quindici pannelli itineranti la loro storia.

Una convenzione siglata in questi giorni con l’Istituto Comprensivo Santa Caterina di Cagliari consente alla mostra di raggiungere le scuole dell’isola che ne faranno richiesta.

L’inaugurazione avverrà sabato 5 maggio 2018 e da tale data l’esposizione sarà visitabile c/o l’Istituto Comprensivo Santa Caterina, in via Canelles, 1.

Locandina presentazione Cagliari

Per informazioni ed eventuali richieste:

caic89300g@tiscali.it– Tel. 070/662525

 




La Lungara (terza parte)

Il piano nobile di Palazzo Corsini alla Lungara ospita una quadreria settecentesca, giunta a noi pressoché intatta, con opere pittoriche per lo più italiane e fiamminghe, raccolte dai diversi rami dell’omonima famiglia.

L’allestimento espositivo tiene conto degli antichi inventari corsiniani del 1771 e del 1784 e propone dunque un’attenta una ricostruzione filologica della quadreria originale.

Oltre alla presenza di Cristina di Svezia, che visse e plasmò questi spazi, l’itinerario di genere percorre le otto sale attraverso le protagoniste di alcuni celebri dipinti che consentono una rilettura storica dell’immaginario femminile e si chiude sui pastelli di Rosalba Carriera.

  1. La quadreria Corsini

 

Si inizia, nel vestibolo, con la Cleopatra di Olivieri, esempio di donna coraggiosa che, per non subire umiliazioni, preferì porre fine ad una discussa esistenza con la scelta del suicidio; si continua, nella prima sala, con la Giuditta del Piazzetta, donna eroica, strumento di una volontà superiore, quella divina, che rischia la sua stessa vita per la salvezza del suo popolo e si prosegue nella seconda galleria (la galleria del Cardinale) con gli esempi di Artemisia, simbolo di eterno amore coniugale, e Lucrezia, emblema di pudicizia e virtù, entrambi di Giovan Gioseffo Dal Sole. Incontriamo poi la Andromeda di Furini, figura di esaltata bellezza e sensualità; la Salomè di Reni, protagonista-vittima della vendetta della madre Erodiade,  donna corrotta (opera di Vouet nella sala dei capolavori) e, nello stesso tempo, simbolo della riduzione dell’essere femminile a puro aspetto estetico.

Meritano inoltre una particolare considerazione i ritratti femminili di Faustina come Allegoria della pittura di Maratti e della discussa Fornarina copia da Sebastiano del Piombo, oltre che i saggi di bravura, nella pittura del ritratto a pastello, di Rosalba Carriera, esponente di fama internazionale della pittura femminile del XVIII secolo.

(Arianna Angelelli)

 

Tornati sulla via principale e oltrepassati a sinistra gli edifici della John Cabot University e a destra il palazzo Torlonia, si varca porta Settimiana, con i suoi tipici merli ghibellini.

Il passaggio conserva la capacità di separare due ambienti: alle spalle la Lungara, ricercata e colta nei palazzi d’epoca e le ville affrescate, discreta e ovattata nei giardini appartati e le corti interne, riottosa e sfuggente dietro le vetrate socchiuse e le sbarre dei reclusori; di fronte il cuore vivo di Trastevere, che pulsa nei vicoli mediterranei, sfaccettati, tolleranti, chiassosi, dove tutto è esterno, dai tavolini alle mercanzie, dalle chiacchiere ai panni stesi.

L’attuale porta fu ricostruita da Alessandro VI nel 1498, ma la sua funzione divisoria ha radici ben più antiche: inglobata nelle mura aureliane intorno al III secolo, segnò a lungo i confini della città. Oggi è ancora visibile il punto da cui veniva calata la saracinesca che escludeva dall’urbe la campagna periferica.

  1. Le mura aureliane

A pochi metri dal fornice cinquecentesco s’incontra la prima trasteverina doc, confusa tra storia e leggenda e divisa tra amore e lavoro. Abitava, forse, al numero civico 20 di via di Santa Dorotea, in quella casa d’angolo del’400 che usa colonne di spoglio per sostegno e una finestrella a sesto acuto in ricordo dello sguardo languido di Raffaello. Margherita Luti cuoceva il pane nel cortile dell’attuale ristorante Romolo, quando il pittore, alle prese con gli affreschi di Psiche e Galatea, passando e ripassando sotto quella porta, la vide e se ne innamorò. La Fornarina divenne una leggenda. E forse per dar lustro a qualche vicolo popolare affamato di notorietà, di lei si inventarono troppe case: Santa Dorotea 20, Governo vecchio 48, Cedro 31… E di lei si fecero molti ritratti originali e copie. A pochi metri in linea d’aria, arroccata sulla collina del Gianicolo, la cinquecentesca Villa Lante ospita un’altra Fornarina, disegnata e affrescata da mani anonime, ispirate ai disegni raffaelliti.

Raffaello comunque perse la testa, per il suo corpo, come sostenne il Vasari, o per il suo sguardo, come vuole il racconto popolare. Fatto sta che Agostino Chigi acconsentì a ospitarla in villa pur di veder progredire i suoi affreschi arenati per troppo amore. Forse, come sostengono alcuni, l’innamorata fedele che alla morte dell’artista si rinchiuse nel convento di Sant’Apollonia non è mai esistita e la modella altri non era che una cortigiana affacciata alla finestra per adescare i clienti; in ogni caso Raffaello ne immortalò quell’espressione intensa e la diffuse, nelle sue molteplici forme, tra Firenze, Foligno, Bologna, Roma, a suggerire la complessa poliedricità della bellezza femminile.

  1. La Fornarina di Raffaello alla Galleria Borghese di Roma

Prima di risalire la via Garibaldi alla volta del Gianicolo, vale la pena affacciarsi su via della Scala, naturale estensione della Lungara, e visitare l’omonima farmacia: il piano superiore, risparmiato dal trascorrere dei secoli, conserva l’antica spezieria papale, con i laboratori e gli arredi originari. L’attigua chiesa, Santa Maria della Scala, fu trasformata in ambulanza ai tempi della repubblica romana e vide all’opera le tante infermiere laiche e patriottiche che, a disprezzo delle critiche, continuarono a offrire i loro preziosi servigi.

  1. La spezieria papale

Voltato l’angolo destro, si risale la viuzza fino al primo incrocio, che immette su via del Mattonato dove, al numero 17 ha trovato i natali “la donna più bella del mondo”: Lina Cavalieri.

 

Estratto da: Maria Pia Ercolini, Roma. Percorsi di genere femminile. Volume 1. Iacobelli edizioni (2011)

 

 




La Lungara (seconda parte)

Di fronte alla villa che ospita l’Accademia dei Lincei, al numero civico 10 di via della Lungara, si entra al palazzo Corsini, la cui struttura originaria risale al primo ventennio del 1500, quando il cardinale Raffaele Riario acquistò una vigna fuori Porta Settimiana facendovi costruire la sua abitazione.

FOTO 1. Palazzo Corsini. Esterno

Il palazzo fu scelto come residenza romana, tra il 1659 e il 1689, dalla regina Cristina di Svezia, giunta a Roma dopo la sua abdicazione al trono e la conversione al cattolicesimo.Con Cristina la villa ebbe il suo massimo splendore: dal parco, dove fece piantare un numero straordinario di piante, edificare terrazze e fontane, fino al palazzo, il cui arredamento fu degno di una sovrana.

Ad abbellire la nuova dimora vi erano, al pianterreno, un susseguirsi di statue e busti antichi e una straordinaria Sala delle Colonne con le statue di Apolloe delle Nove Musee, al centro, una poltrona sotto un baldacchino, dove Cristina riceveva in solenne udienza. Il primo piano era impreziosito da ricchi fregi e tappezzerie; una sala del trono con accessori dorati e arazzi; una galleria di quadri di Correggio, Tiziano, Raffaello, Dürer; un gabinetto delle medaglie, la biblioteca e, in ultimo, l’appartamento privato di Cristina.

Attorno alla regina gravitava un ambiente cosmopolita che faceva del palazzo una reggia capace di competere con qualsiasi corte europea e un centro propulsore di spettacoli, concerti, dibattiti sull’arte e la letteratura, la scienza e la politica.

FOTO 2. Galleria Corsini

La sovrana svedese fu indubbiamente una delle donne più colte, indipendenti e spregiudicate del suo tempo. Ebbe la fortuna di essere educata come un uomo e di avere fra i suoi insegnantiil grande filosofo René Descartes, che era anche matematico e fisico e che probabilmente instillò nella sua allieva un profondo
desiderio di conoscenza e ladotò di una grande apertura
mentale. Certo è che il suo
spirito ribelle e la sua smania
di sapere vennero visti con
grande simpatia dalle menti
più progressiste dell’epoca. La
curiosità che destava Cristina nei suoi contemporanei è testimoniata anche dai pettegolezzi che circolavano circa
la sua vita privata. Si vociferò
di diverse storie d’amore, ma
quella che fece più scalpore fu
la presunta relazione con una
delle più belle dame di corte, Ebba Sparre. Oltre agli amati libri, Cristina apprezzava la vita errabonda all’aria aperta, la musica, la pittura, la botanica e l’alchimia. Non è un caso che a via della Lungara avesse messo su un laboratorio alchemico nel quale trascorreva lunghe ore intenta a rimescolare polveri di piombo, mer- curio, zolfo, antimonio e forse anche diamante alla ricerca della pietra filosofale, e che avessescelto una residenza dotata di un già all’epoca importante orto botanico dove ancora oggi troviamo un albero, il fagus sylvatica, che fu intro- dotto dalla regina insieme ad altre specie e due vasche di marmo a lei appartenute e sistemate all’interno della “serra tropicale”.Essendo una donna forte e volitiva, Cristina temeva solamente una cosa: perdere la libertà. Probabilmente il motivo che la portò nel 1654 ad abdicare al trono in favore del cugino Carlo Gustavo e
ad abbracciare la fede cattolica fu proprio determinato dalla pressione esercitata su
di lei affinché si sposasse per esigenze dinastiche. La scelta religiosa fu poi decisamente arguta. Ben conoscendo lo scenario politico europeo, avendo percorso il continente in lungo e in largo, vedeva nella città eterna il luogo ideale per stabilirvi la sua corte ed esercitare il proprio mecenatismo in ambito artistico-musicale.

(Leila Zammar)

 

Nel 1736, dopo l’elezione al soglio pontificio di Lorenzo Corsini con il nome di Clemente XII, il palazzo venne acquistato dal cardinale Neri Corsini e da suo fratello Bartolomeo che commissionarono il progetto di ristrutturazione all’architetto fiorentino Ferdinando Fuga. Il corpo settentrionale fu destinato ad accogliere nuovi appartamenti e la biblioteca Corsiniana, aperta al pubblico fin dal 1754; alla sezione affacciata sulla Lungara fu aggiunto un corpo centrale destinato a contenere la scenografica scala a doppia rampa e, per ampliare i locali, venne realizzata una seconda ala sul lato destro, speculare a quella cinquecentesca a cui si raccordava sul retro tramite portici terrazzati.

Nuovo fu anche l’assetto conferito al giardino che si estendeva, senza soluzione di continuità, sino alle pendici del Gianicolo. In basso si apriva un giardino all’italiana e la Scalinata delle Undici Fontanedisegnata dal Fuga, in alto un bosco selvaggio, con esedre e fontane ricoperte di edera, e infine orti e vigne. Alla sommità, da un magnifico Casino sempre di proprietà Corsini, oggi perduto, era possibile godere della vista su Roma e sulla vicina campagna.

FOTO 3. Palazzo Corsini nel 1872

Nel 1883 l’intera proprietà venne ceduta allo Stato italiano: la biblioteca e la raccolta di stampe vennero donate all’Accademia dei Lincei, l’antico giardino divenne sede dell’Orto Botanico di Roma e la collezione di dipinti costituì il primissimo nucleo della Galleria Nazionale d’Arte Antica della città di Roma.

La Galleria Corsini offre oggi la possibilità di percorrere le sue sale in ottica di genere, seguendo un itinerario che spazia dalla scultura alla pittura, dalle figure femminili ritratte alle protagoniste dei suoi spazi museali.

FOTO 4. Orto botanico

Per visitare l’Orto botanico, collegato al dipartimento di Biologia Vegetale della Sapienza, si prende a destra su via Corsini e si percorre l’intera strada che va a chiudersi sullo slargo dedicato alla regina svedese.

Foto 5. Largo Cristina di Svezia

Nelle mattinate di sole, è il regno delle mamme e delle baby sitterstraniere, che sembrano apprezzare più delle giovani nostrane il giardino mediterraneo, il roseto storico, il viale delle palme, le specie montane, la foresta di bambù e soprattutto il silenzio, interrotto soltanto a mezzogiorno, quando dall’alto del paradiso giapponese riecheggia il colpo di cannone del Gianicolo.

FOTO 6. Foresta di bambù all’interno dell’Orto botanico

 

Estratto da: Maria Pia Ercolini, Roma. Percorsi di genere femminile. Volume 1.Iacobelli edizioni (2011)

 

 




Roma. La Lungara (prima parte)

MAPPA LUNGARA

Dalla doppia rampa che dà il nome a Santa Croce alle Scaletta e consente l’accesso alla Casa internazionale delle donne, lo sguardo domina il lungo rettifilo chiuso a destra da porta Settimiana e a sinistra da porta Santo Spirito.

Il tracciato ricalca in parte l’antica via Sub Ianiculensis, detta ancheSantaper il continuo passaggio dei pellegrini, che dal porto fluviale s’apprestavano a raggiungere la basilica di San Pietro.

La strada, voluta da Alessandro VI ma portata a compimento da Giulio II, rientra in un sistema viario doppio, progettato dal Bramante, che corre quasi parallelo sulle due sponde del fiume: sulla riva destra la Lungara, sulla sinistra via Giulia. Prima che l’innalzamento dei muraglioni ne stravolgesse l’intero assetto, ville, chiese, palazzi e giardini adiacenti s’affacciavano direttamente sul Tevere, dove le barche navigavano costeggiando il piano stradale.

Santa Croce è una chiesetta seicentesca conosciuta anche con il nome di complesso Buon Pastore, perché parte integrante di un conservatorio, nato “per togliere dal peccato le donne di vita disonesta” e diretto dalle Dame di Carità del Buon Pastore d’Angers. Il monastero mantenne un ruolo di reclusione e recupero per oltre tre secoli e, prima di ospitare l’attuale Casa internazionale delle donne, fu utilizzato per un trentennio come carcere femminile per reati minori.

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

La chiesa, ad unica navata, conserva un’Annunciazionedi Francesco Troppa, e una Maddalenadi Ciccio da Napoli: due modelli femminili che assumono, in questo luogo particolare, valore simbolico.

Sul lato opposto, superato il basamento delle demolite scuderie Chigi, attribuite a Raffaello, s’aprono i giardini della Farnesina. La villa fu realizzata dall’architetto Baldassarre Peruzzi su commissione del ricco mecenate senese Agostino Chigi e affrescata da grandi artisti del ‘500: Raffaello, Sebastiano del Piombo, Sodoma. Scegliendo quest’area periferica Agostino Chigi aveva voluto raggiungere un preciso scopo: la villa suburbanasi trovava di fatto in un luogo isolato, volutamente ispirato agli ideali di vita agreste dei latini, ma nello stesso tempo vicino alla sede dei papi, fra i massimi interlocutori d’affari del banchiere. Gli ospiti, oltrepassato l’ingresso principale, si trovavano davanti un’armonia perfetta tra esterno e interno: le storie affrescate di Amore e Psiche sono inserite in un lussureggiante motivo ornamentale, composto da festoni di fiori e frutti, in un giocoso rimando tra reali pergolati, logge del giardino e la raffinatissima “architettura vegetale” dipinta.

VILLA FARNESINA

Dopo lo scempio compiuto dai Lanzichenecchi durante il sacco di Roma, la villa venne ceduta ad Alessandro Farnese, che le dette l’attuale nome femminile per distinguerla dal palazzo di famiglia sull’altra sponda, al quale avrebbe dovuto collegarsi tramite un ponte progettato da Michelangelo e mai realizzato.

Due dei personaggi mirabilmente ritratti meritano particolare attenzione in un’ottica di genere: Psiche, nel suo sofferto percorso alla ricerca della verità e di se stessa, e Galatea, che solo col pianto ha potuto sfuggire l’aggressività di un amore non corrisposto.

La favola di Psiche, dalla trama drammatica ma dalla conclusione lieta, può essere letta come il racconto della curiositas di Psiche, del suo desiderio di far luce e di vedere la verità. La giovane si trasforma da oggetto passivo di volontà superiori, che ubbidisce alla famiglia, accetta il terribile responso dell’oracolo, subisce il divieto di vedere in volto l’amato, in soggetto attivo. Illuminare il viso di Amore corrisponde a un passaggio che la porta ad affrontare le vicende che la riguardano. La ricerca del dio scomparso la conduce verso abissi di disperazione, in cui cerca la morte, e verso le punizioni di Venere. Le prove impossibili che le impone la dea sono ogni volta superate e indicano la volontà di un riscatto che la porterà al raggiungimento della felicità e dell’immortalità. Psiche per due volte guarda ciò che le è stato proibito, per due volte oppone ad atteggiamenti di umiltà, obbedienza e fede il proprio sguardo, la propria curiosità.

[…]

In Galatea si apre lo scenario di un triangolo d’amore che presto si trasforma in gelosia cieca e in follia omicida. Rivivono nella storia di Ovidio gli orrori nati dall’incapacità di molti uomini di riconoscere e comprendere la volontà dell’altro, di accettare il rifiuto, la delusione amorosa. Sembra di assistere a uno dei tanti racconti di crudeltà contro le donne da parte di uomini respinti. Polifemo incarna il senso primitivo del possesso maschile sulle donne. Galatea è bella e giovane, la sua bellezza lo ha incantato. Il ciclope non comprende perché la ninfa si permetta di ignorarlo, perché voglia rimanere indipendente e libera di amare chi desidera, di non corrispondere il suo desiderio maschile, preferendo scegliere e vivere un altro amore. Vuole appropriarsi di lei, tutto il resto non conta. Ogni desiderio della ninfa è annullato, lei non esiste più, la sua volontà di amare Aci scompare. Il desiderio maschile appare più forte di qualsiasi cosa, incapace di guardare e comprendere la felicità, la passione per un altro. Fino alla distruzione di tutto.

(Barbara Belotti[1]).

La villa, acquistata dallo stato italiano nel 1927, è oggi sede di rappresentanza dell’Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo che oppone al suo enorme prestigio, una scarsa considerazione per i talenti femminili.

 

[1]Estratto da: Maria Pia Ercolini, Roma. Percorsi di genere femminile. Volume 1.Iacobelli edizioni (2011)

 




Anche le donne ridono

Chiudono a fine aprile le iscrizioni al sedicesimo seminario estivo della Società Italiana delle Letterate (SIL), che si terrà al Mini Palace hotel di Viterbo, dall’1 al 3 di giugno. Ideato e organizzato da Paola Bono, Anna Maria Crispino, Laura Fortini, Monica Luongo, Giuliana Misserville e Marina Vitale, il corso residenziale si rivolge a studiose e cultrici di letteratura che vogliano indagare su vari aspetti della comicità e della risata in chiave di genere.

Molte le domande su cui impostare un confronto.

Esiste un ridere femminile, e se sì, quale umorismo prediligono le donne? Ironie leggere, racconti articolati, enfasi recitative?

Se è vero che le donne tendono più degli uomini all’autoironia, ne fanno una pratica liberatoria davvero utile alle proprie vite?

Ed è vero che la comicità femminile rifugge dalla derisione di debolezze e difetti per attaccare piuttosto i potenti e il potere?

E ancora, l’allegria, intesa come maestra di vita pari al dolore, merita di essere rivalutata quale pratica di forza e di crescita?

E infine, il riso delle donne, che spesso è un’azione disobbediente, può avere funzione politica?

Da Aristotele e Platone fino a Emerson, Baudelaire e Freud, da Bergson a Pirandello, da Jane Austen e Dorothy Parker, a María Zambrano e Regina Barreca, da Virginia

Woolf, Natalia Ginzburg a Fay Weldon, cosa suggerisce la letteratura?

E che dire della comicità di fumettiste e disegnatrici come Claire Bretecher, Lori Chiti, Pat Carra, Aspirina, Elle Kappa, Anarkikka e tante altre o della comicità-spettacolo di Franca Valeri, Serena Dandini, Sabina Guzzanti, Cinzia Leone, Rosalia Porcaro, Luciana Littizzetto?

Tutto questo e molto altro per capire, esprimere e accogliere, un umorismo che varia con l’età, la formazione, la classe e il genere.

 

http://www.societadelleletterate.it/2018/02/seminario-estivo-sil-comiche-ora-anche-le-donne-ridono/