Iniziative toponomastiche di giugno

Il 30 maggio 2018 a Villa Basilica (Lucca) si è svolta la cerimonia di intitolazione del piazzale, sottostante l’istituto comprensivo di Montecarlo (LU) alle “Maestre filatrici di seta”. 

Fig. 1. Targa piazza Le maestre filatrici di seta

Le classi III della Primaria e I della secondaria di primo grado, dopo aver realizzato un laboratorio sul libro di Maria Grazia Anatra Una strada per Rita, e riflettuto sulla mancanza di intitolazioni al femminile nell’ambito del Comune, hanno prodotto il lavoro presentato al concorso Sulle vie della parità, ricevendo il Secondo premio ex aequo della Sezione A Primaria. Le scolaresche hanno potuto riscoprire con le loro ricerche un antico mestiere, praticato per secoli sul territorio, di cui il paese andava fiero: le filatrici di seta. Si è arrivati alla intitolazione grazie anche allo stretto rapporto con l’amministrazione comunale, in particolare con la vice sindaca Elisa Anelli, e all’assessora lucchese Ilaria Maria Vietina. Laura Candiani, referente di Toponomastica femminile per la provincia di Pistoia, ha portato il saluto dell’associazione e l’apprezzamento per l’iniziativa. Ha anche sottolineato l’importanza dell’idea lanciata dal sindaco Giordano Ballini che, durante la cerimonia, ha suggerito un nuovo filone di ricerche dedicato ad altre lavoratrici di quest’area, ricca di cartiere, sui due rami del fiume Pescia, ovvero le cartaie; è auspicabile e altamente probabile quindi una futura intitolazione, quando verrà individuato un luogo idoneo a cui dare una nuova identità.

Fig. 2. Locandina intitolazione scuola romana a Rosetta Rossi

Fig. 3. Striscione

1 giugno, sala teatro del plesso 25 aprile dell’’I.C. di via F. Borromeo, Roma: intitolazione della scuola a Rosetta Rossi. Nell’a.s. 2015/16 due classi, VA e VB del plesso della XXV Aprile, hanno presentato al concorso Sulle vie della parità, un lavoro, sotto forma di video, in cui era proposta appunto l’intitolazione della scuola a Rosetta Rossi, che della stessa scuola era stata dirigente dal 1991 al 2007. A loro è stato assegnato, il secondo premio ex equo Sezione Digitale scuole primarie 

Era presente per Toponomastica femminile Giuliana Cacciapuoti.

Fig. 4. Nuove targhe a Villamassargia 

8 giugno, Villamassargia, Domusnovas (C.I.), Casa Fenu: presentazione del video vincitore del 1° premio Sezione A Juniores – percorsi urbani al concorso Sulle vie della parità, realizzato dalla classe III A dell’a.s. 2017/18 della scuola secondaria di primo grado di Villamassargia, I.C. “Meloni”, e intitolazione di una piazza alla costituente Nadia Gallico Spano, e di due giardini alla professoressa antropologa Luisa Orrù e alla tessitrice Fanny Trastu. Presente per Toponomastica femminile Agnese Onnis.

Fig. 5. Locandina Borutta

9 giugno, Borutta (SS), inaugurazione della piazza intitolata a Ninetta Bartoli, prima sindaca d’Italia. L’intitolazione è stata proposta dalla scuola secondaria di 1° grado di Thiesi nel lavoro presentato al concorso Sulle vie della parità, edizione a.s. 2017/18, col quale hanno vinto il secondo premio ex-aequo della sezione A Juniores. Era presente per Toponomastica femminile, Chiara Furlanetto, componente della commissione regionale PPOO.

Fig. 6. Kay Mc Carthy

Toponomastica femminile ha contribuito con un piccolo bonifico al viaggio di Kay Mc Carthy, e Piero dal centro dell’Italia all’Irlanda del Nord, in programma fra l’11 e il 16 giugno. Questo viaggio così importante, romantico e affascinante, sarà immortalato con immagini, voci e suoni, e diventerà un film, che racconterà la straordinaria vicenda di quarantasette anni in Italia di Kay Mc Carthy e il suo amore appassionato per il nostro paese. Regista di questo film sarà Stefano Scialotti.  

Fig. 7. Convegno AAIS Sorrento  

14 giugno, Istituto S. Anna, Sorrento: Convegno AAIS (The American Association for Italian Studies) per il 2018. Importante l’attenzione ricaduta su Toponomastica femminile, rappresentata da Anna Maria de Majo e Alba Coppola. Vedi articolo Impagine:

https://www.impagine.it/fatti-e-notizie/sorrento-toponomastica-femminile-al-convegno-dellamerican-association-for-italian-studies/

Fig. 8. Locandina Avola

15 giugno, Avola, piazza Trieste: cerimonia di scopertura della targa in memoria delle ventiquattro donne siciliane morte nell’incendio della Triangle Waist Company di New York. L’amministrazione comunale, su richiesta di Toponomastica Femminile e Fidapa, ha deciso di dedicare uno spazio della città alle “Camicette bianche”, ovvero le donne che nel 1911 perirono in quello che è stato definito il più grave disastro nella Grande Mela prima dell’11 settembre. Era presente Ester Rizzo, autrice del libro, che ha ricostruito la storia di moltissime vittime, scoprendo, in tal modo, che ventiquattro di loro erano emigrate siciliane. 

Fig. 9. locandina Futura

16 giugno, La Villetta, Roma: Toponomastica femminile partecipa all’agorà femminista nell’ambito dell’evento organizzato dall’associazione Futura, che raccoglie esperienze civiche, politiche, associative, che ambiscono a migliorare il paese. La mattina si sono tenute delle agorà su alcune tematiche (dall’Europa all’antimafia, dalle questioni di genere al welfare e il lavoro, dalle buone pratiche delle amministrazioni locali alla transizione ecologica). In particolare sulle questioni di genere abbiamo dato il nostro contributo. Nell’agorà femminista c’erano anche: Alessia Tuselli una giovane ricercatrice, Loretta Bondì, in rappresentanza della Casa Internazionale delle donne di Roma e Befree, UDI, Elisa Ercoli per Differenza donna, Antonella Monastra, ginecologa nei consultori palermitani, Laura Coccia, Asinitas, Laura Onofri, di Senonoraquando di Torino, Antonella Penati, presidente associazione Federico nel cuore, Marianna Pederzolli portavoce di Genova che osa, Luana Zanella, coportavoce dei Verdi, Vera Gheno per l’Accademia della Crusca. A organizzare l’evento Maria Pia Pizzolante, Marta BonafoniPaola Angelucci, Amedeo Ciaccheri, neoeletto presidente dell’VIII Municipio, Marco Furfaro. fondatore di TILT.

Fig. 10. Laura Boldrini a Futura

Tra gli ospiti e le personalità che hanno partecipato alla plenaria del pomeriggio: Laura Boldrini, Elly Schlein, parlamentare europea, Gabriele Piazzoni, presidente dell’Arcigay, Mimmo Lucano, sindaco di Riace, Nicola Zingaretti e Massimiliano Smeriglio, rispettivamente presidente e vicepresidente della regione Lazio. L’evento continua in rete.

Questo il link dove trovare le informazioni necessarie:

http://www.futurainrete.it/

Livia Capasso e Maria Pia Ercolini presenti per Toponomastica femminile.

Fig. 11. Memory street

19 giugno, la seconda commissione del Comune di Torino ha all’ordine del giorno una proposta di devoluzione contributi per il Memory Street Piemonte, presentato dall’associazione Toponomastica femminile. 

Fig. 12. locandina UWE Conference

22 giugno. Spazio Europa, sede del Parlamento europeo, Roma – in occasione della UWE (University Women of Europe) Conference, Women in STEM Professions, intervento di Maria Pia Ercolini, su invito di Gabriella Anselmi, presidente Fildis. Per l’occasione sono stati esposti alcuni pannelli sulle professioni STEM, parte della mostra Donne e lavoro.
A questo link il programma del convegno: https://uweboard.wordpress.com/

Fig. 13. Giardino Maria Teresa Agnesi

25 giugno, Milano, intitolazione del Giardino a Maria Teresa Agnesi. Maria Rosa Del Buono era presente in rappresentanza di Toponomastica femminile. Alla cerimonia hanno presenziato la consigliera comunale Diana de Marchi e l’assessore Filippo Del Corno. Voce recitante l’attrice Maria Eugenia D’Aquino del Teatro Pacta. Maurizio Pisati, ha letto un’immaginaria lettera di ringraziamenti di Maria Teresa, accompagnato dall’avatar di Maria Gaetana, reso possibile anche dall’abito di Delia Giubeli, e dagli inediti della musicista eseguiti da Carlo Centemeri e Beatrice Palumbo. Ora le sorelle Maria Teresa e Maria Gaetana Agnesi sono tornate vicine nella loro Porta Romana che le ha viste nascere e crescere.

Fig. 14. Incontro a Ca’ Foscari

29 giugno, Venezia. Giuliana Giusti e Nadia Cario partecipano con un loro intervento sulla correttezza linguistica e sulla toponomastica femminile all’incontro che ha avuto luogo all’Università di Cà Foscari, ove il Center for Women’s Leadership, nato per il rafforzamento del ruolo sociale ed economico delle donne nel mondo del lavoro, con SNOQ di Venezia, ha ospitato la seconda tappa del tour che vede protagonista l’Onorevole Laura Boldrini nella veste di promotrice di una legge per sostenere l’occupazione e l’imprenditoria femminile. Il suo progetto, Forza ragazze, al lavoro!, è dedicato a Valeria Solesin, borsista italiana alla Sorbona, uccisa nell’attentato al Bataclan e che aveva  pubblicato un articolo con questo titolo sulla situazione delle donne lavoratrici in Italia e in Francia.

È un discorso che parla di passato, presente e futuro, con l’obiettivo di incrementare l’occupazione femminile in attività lavorative e professionali attraverso il potenziamento della condivisione e in un’ottica di conciliazione vita-lavoro  tra donna e uomo in misura paritaria, ridefinendo bonus e sgravi, includendo maggiormente il padre nei congedi obbligatori alla nascita, aumentando la presenza delle donne nei consigli di amministrazione e misure in materia previdenziale.

Fig. 15. Forza ragazze, al lavoro

Boldrini punta su un nuovo femminismo, basato sull’azione comune delle donne all’interno delle istituzioni, che superi l’appartenenza ai singoli partiti e veda la formazione di una lobby femminile in grado di combattere l’invisibilità delle donne, la mancanza di rispetto, gli insulti, le provocazioni e le istigazioni alla violenza sessuale.




Ricordando Patricia

Il 12 giugno scorso ci ha lasciato improvvisamente Patricia Adkins Chiti, mezzosoprano e musicologa inglese, da tempo cittadina italiana, fondatrice e presidente della Fondazione Donne in Musica, ente che promuove e sostiene la creatività delle musiciste.

Noi di Toponomastica femminile la conoscevamo bene, perché con la sua Fondazione ha sostenuto e patrocinato sin dall’inizio il nostro concorso nazionale Sulle vie della parità, mettendo a disposizione anche premi consistenti in importanti volumi di storia della musica e delle sue protagoniste. Conoscevamo la sua grinta e la sua passione nel dar voce alla presenza femminile nell’arte della musica, spesso dimenticata dalla musicologia ufficiale, un campo, come altri, da sempre riservato agli uomini. Apprezzavamo le sue frequentazioni internazionali, che creavano quella rete indispensabile a unire forze e competenze in tutto il mondo. 

Nata in Inghilterra, Patricia aveva studiato alla Guildhall School of Music and Drama di Londra e debuttato al Teatro dell’Opera di Roma nel 1972. Da allora molte sono state le sue registrazioni per emittenti radiofoniche europee e per case discografiche, in un repertorio che andava dalle cantate barocche alle opere di Verdi e Donizetti, alla musica contemporanea. Sposata con il compositore italiano, Gian Paolo Chiti, è stata insignita nel 2004 del titolo di Commendatore della Repubblica per meriti culturali dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha scritto quaranta libri e circa ottocento articoli accademici sulle compositrici, per editori italiani, europei, americani e asiatici. Ha fondato nel 1978 il movimento Donne in Musica/Women in Music, riconosciuto dal Governo Italiano e dall’UNESCO, che è diventato Fondazione internazionale senza scopo di lucro nel 1996. Con sede a Fiuggi (FR), da quaranta anni la Fondazione promuove la musica di compositrici e cantautrici di tutte le età e nazionalità, in tutti i generi, e ha pubblicato più di cinquanta libri sulla storia delle donne compositrici, in inglese, italiano e arabo. 

Foto 1. Fondazione Donne in Musica

Patricia ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio de Investigación Musical “Rosario Marciano”. Parlava inglese, italiano, francese e tedesco; dal 2012 ha cominciato a studiare anche l’arabo. Dal 1980 ha diretto festival, serie di concerti e simposi in Italia e all’estero e ha anche lavorato a stretto contatto come esperta in politica culturale con governi e università in Europa, Stati Uniti e Asia.

In questi ultimi mesi era impegnata a organizzare l’importante Concerto di Gala del prossimo 5 novembre al Teatro Argentina di Roma, in occasione delle celebrazioni dei settanta anni della firma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Instancabile, stava preparando una conferenza che avrebbe tenuto a Vienna all’inizio di luglio per inaugurare l’installazione di MusicaFemina a Schönbrunn.

Silvia Costa, eurodeputata e grande amica della musicista scomparsa, propone di dedicarle in Italia, in Europa e nel Mondo la Festa internazionale della Musica 2018. 

 “No country is without women making music. Humanity would be poorer without our contribution. When children are born, mothers sing”, questa era la sua citazione preferita.




Galleria Borghese: Le artiste presenti nella collezione (quarta e ultima parte)

Purtroppo sono solo tre le artiste presenti in galleria e le loro opere sono esposte nei depositi, concepiti come una vera quadreria. Nel 2005, grazie al contributo di Credit Suisse, al terzo piano della palazzina si è concluso l’allestimento di una “seconda pinacoteca”, uno spazio aperto regolarmente al pubblico (per un’ora e in alcuni giorni della settimana), dove è conservata quella parte della collezione che non trova posto nei piani sottostanti. Nel grande ambiente dei depositi sono esposti, su due livelli, circa 260 dipinti. 

Lavinia Fontana – “Minerva nell’atto di abbigliarsi” (1613) 

ll salone centrale è dominato dalla grande tela di Lavinia Fontana raffigurante Minerva in atto di abbigliarsi. Della stessa autrice altre due opere.

Fig.1: Lavinia Fontana, Minerva nell’atto di abbigliarsi

E’ l’ultima opera della pittrice bolognese e fu eseguita per il cardinale Scipione Borghese, che l’acquistò direttamente dall’artista o dai suoi eredi. La dea, longilinea e casta, è rappresentata in piedi, in atto di abbigliarsi con un vestito di foggia femminile, per lei inusuale, dopo aver dismesso le armi, mentre un puttino le tiene l’elmo, suo inconfondibile attributo iconografico. Un morbido colore accarezza le forme del corpo contribuendo alla sua sensualità. Da notare la preziosità delle stoffe, e uno squarcio di paesaggio che si intravede sul fondo, al di là di una balaustra, su cui poggia una civetta, animale sacro alla dea.

Lavinia Fontana – Il sonno di Gesù, 1591

Fig.2: Lavinia Fontana – Il sonno di Gesù

E’ una delicata rappresentazione della Sacra Famiglia, a cui l’artista ha aggiunto Sant’Elisabetta, nell’atto di reggere san Giovannino, il quale, con l’indice sulla bocca, ci invita al silenzio. Il Bambino dorme, vegliato dalla Vergine e da San Giuseppe. E’ proprio la sensibilità femminile dell’autrice che riesce a rendere una versione intima e familiare di un tema più che abusato in arte.

Lavinia Fontana – Ritratto di giovane

Fig.3: Lavinia Fontana – Ritratto di giovane

Colpisce l’espressività dello sguardo del giovane che, girando di scatto la testa, assume una posa vivace e spontanea. Una massa di capelli riccioluti e liberi incornicia un viso paffuto.

Lavinia Fontana (Bologna, 1552 – Roma, 1614), figlia del pittore manierista Prospero Fontana, venne avviata alla pittura dal padre nella sua bottega, dove conobbe grandi artisti come i Carracci e Giambologna. Si è formata sullo studio delle opere di Raffaello e Michelangelo, con influssi della scuola fiamminga, soprattutto nell’interesse per il paesaggio. Tutto suo è invece il colore morbido e sensuale. Ci ha lasciato l’immagine di una donna onesta, moglie e madre, istruita alla luce del sapere umanistico, che si dedica alla pittura, alla musica e alla lettura.

Lavinia si sposò a venticinque anni, ma una delle condizioni poste dalla ragazza fu di poter continuare a dipingere anche da sposata; il marito, anch’egli pittore ma poco dotato, abbandonò la sua carriera per supportare la moglie diventandone l’assistente. Nonostante la professione, ebbe ben undici figli, di cui solo tre sopravvissero. 

Famosa come ritrattista, cercava di sondare la psicologia dei personaggi attraverso la fisionomia. Si cimentò anche in pale d’altare e soggetti mitologici.

Tra il 1603 e 1604 si trasferì a Roma, dove lavorò per le famiglie nobiliari più in vista della città ed ebbe la protezione del papa Gregorio XIII che la nominò La Pontificia Pittrice.

Nel 1613 venne colta da una crisi mistica che le fece decidere di ritirarsi, assieme al marito, in un monastero, dove morì l’anno seguente.

Fig. 4: Fede Galizia – “Giuditta con la testa di Oloferne” 

Fede Galizia – “Giuditta con la testa di Oloferne” (1601)

Il soggetto è tratto dalla vicenda che narra dell’assedio della città di Betulia da parte del re Nabucodonosor, sovrano di Babilonia dal 604 al 562 a.C. Giuditta, giovane vedova ebrea, s’introduce nel campo nemico e dopo aver avvicinato e sedotto con la sua bellezza il comandante Oloferne, lo decapita nel sonno, preservando la propria virtù. Il mattino, alla scoperta del corpo decapitato del comandante, i nemici scappano in disordine e lasciano libera Betulia. Giuditta diventa l’eroina che salva la patria, è la donna, simbolo di debolezza, che vince il nemico forte, violento. 

L’attenzione della pittrice non cade sulle potenzialità drammatiche della scena, come succederà nella Giuditta di Artemisia Gentileschi, da lì a qualche anno, piuttosto sulla perfetta resa delle vesti e dei gioielli, trattati con cura meticolosa, derivata dalla sua attività miniaturistica. La pittrice si è interessata di questo soggetto più volte, esistono, infatti, quattro esemplari simili, gli altri tre sono nel Ringling Museum of Art, di Sarasota in Florida, nella Galleria Sabauda di Torino e in una collezione privata milanese. L’artista fece tesoro degli insegnamenti del padre costumista, aggiungendovi una sbrigliata fantasia personale di creatrice di stoffe e gioie: ogni singola immagine “prova” un diverso modello di sartoria e una diversa acconciatura. E’ probabile che aiutasse il genitore nella creazione di modelli per feste e nella produzione di abiti. La Giuditta della Galleria Borghese è la seconda versione del tema, sicuramente autografa (la firma è sulla spada). Rispetto alla versione americana la Giuditta Borghese volge lo sguardo a sinistra, anziché verso lo spettatore, che è quindi meno coinvolto. Si ritiene che Giuditta sia un autoritratto della giovane pittrice. Le artiste amavano presentarsi nelle vesti dell’eroina biblica per sottolineare la propria forza e la propria autonomia rispetto al mondo maschile. 

Fede Galizia (Milano/Trento, 1574/78 – Milano, 1630)

Figlia di un pittore di miniature, Nunzio, originario del Trentino, sin da piccola si trasferì a Milano, tanto che alcuni la danno nata a Milano. Apprese dal padre l’arte pittorica, protetta nella sua bottega. Le figlie d’arte avevano scarse possibilità di movimento poiché il loro onore era considerato più importante dell’abilità pittorica. Le difficoltà per le artiste non erano poche. Vivevano all’interno degli spazi dello studio, avevano una scarsissima mobilità, non partecipavano mai, nel caso il padre o i fratelli lavorassero anche nell’ambito della pittura murale, a cantieri. Fede fu precocissima, già all’età di dodici anni era considerata un’artista formata. Realizzò alcune pale d’altare, ritratti, ma fu soprattutto considerata per il genere della natura morta autonoma, cioè come soggetto non inserito in altre composizioni. Le sue still life sono caratterizzate generalmente da eleganti alzate con frutta, resa con straordinario realismo e morbidezza. Se ne conoscono una dozzina realizzate dall’artista, nella maggior parte delle quali, accanto ai frutti, figurano animali vivi o morti, per lo più uccelli.  Hanno un’impostazione seriale: un piano d’appoggio inquadrato da vicino, quasi sempre frontale, su sfondo cupo; frutti e fiori – pesche, pere e gelsomini, per lo più – trattati con un gusto geometrico della forma. Nature morte “attente, ma come contristate”, le definì lo storico dell’arte Roberto Longhi. 

Il genere della natura morta era molto diffuso tra fine cinquecento e inizio seicento. Fede conosceva le opere di Arcimboldi, ma anche la Canestra di frutta di Caravaggio (all’epoca a Milano) dalla quale verrà molto influenzata. Le nature morte non sono decisive o preponderanti nella sua produzione in realtà molto varia, sebbene i critici abbiano puntato molto su questa parte delle sue opere. 

L’artista preferì la pittura al matrimonio, che l’avrebbe sicuramente allontanata dall’attività, e rimase pertanto nubile. Morì nel 1630, durante l’epidemia di peste, quella raccontata da Manzoni nei Promessi sposi. 

Elisabetta Sirani – Lucrezia

Fig. 5: Elisabetta Sirani – Lucrezia

In questo dipinto è rappresentata l’eroina romana Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La donna, famosa per la sua bellezza e le sue virtù, secondo un racconto di Tito Livio, durante l’assedio della città di Ardea, fu stuprata dal figlio del re etrusco, Tarquinio il Superbo. Non potendo sopportare la vergogna, si uccise con un pugnale. La figura di Lucrezia è stata un soggetto molto diffuso nell’arte tra ‘500 e ‘600, dove veniva considerata come simbolo di forza, valore e fedeltà.

In questo dipinto della Sirani, su un fondo scuro emerge il bellissimo busto di Lucrezia, seminuda, con un lenzuolo bianco che le copre le spalle e i fianchi, lasciandole scoperto il seno. Rivolgendo gli occhi al cielo, sta per afferrare il pugnale con cui si darà la morte. L’espressione è estatica, rassegnata.

È la storia di un ennesimo stupro, e Lucrezia nei secoli è additata a esempio per le donne: meglio morte che disonorate. Il messaggio che si trasmette è sempre lo stesso: le donne virtuose sanno difendere il proprio onore, anche a costo della vita, e nella castità consiste tutto il loro valore. 

Elisabetta Sirani (Bologna, 1638 – Bologna, 1665) 

(Foto di copertina)

Anche lei figlia d’arte: il padre, Giovanni Andrea Sirani, era un affermato pittore bolognese, primo assistente di Guido Reni. Elisabetta studiò con le due sorelle alla scuola paterna, dove già all’età di diciassette anni dimostrò grande talento realizzando alcuni ritratti. A ventiquattro anni era alla guida della bottega del padre, impossibilitato a proseguire l’attività, perché gravemente malato.

Nonostante la morte prematura, a ventisette anni, ha lasciato circa duecento opere, realizzate nell’arco di dieci anni. Era nota per la velocità del suo pennello: tratteggiava i soggetti con schizzi veloci e poi li perfezionava con l’acquarello; specializzata in rappresentazioni  sacre (in particolare Madonne) o di natura allegorica, nonché in ritratti di eroine bibliche o letterarie, realizzò anche apprezzate incisioni all’acquaforte ricavate in genere dai suoi quadri. Con l’attenuarsi delle influenze dei suoi maestri, Elisabetta sviluppò progressivamente uno stile proprio, più naturalistico e realistico.

In un ambiente dove il predominio maschile mal tollerava la presenza di protagoniste femminili, Elisabetta eseguì in pubblico una parte delle proprie opere, soprattutto per allontanare qualsiasi sospetto sull’autenticità delle stesse. Brillante “manager” di se stessa, firmava sempre i suoi dipinti, quando ancora firmare le proprie opere non era una consuetudine diffusa. Tra i suoi estimatori figuravano nobili e artistocratici, ecclesiastici, alcuni membri della famiglia Medici, la duchessa di Parma e quella di Baviera.

Elisabetta divenne una delle figure principali di quel movimento pittorico seicentesco noto come Scuola Bolognese, o scuola delle donne, che faceva capo a Lavinia Fontana. La sua bottega aveva solo allieve, e oltre alle pittrici vantava personalità come Lucrezia Vizzana, cantante, organista e compositrice di musica sacra.

Bologna fu nel ‘600 la più prolifica officina italiana di artiste donne, che poterono esprimersi così efficacemente anche grazie alla protezione dei rispettivi padri. Vi si respirava un clima culturale e sociale aperto e vivace, anche economicamente era una città florida, sede di lavorazioni che la resero famosa in tutta Europa. Fra i prodotti principali, spiccavano i filati di seta prodotti da un mercato interno. Per questo, nel grigio panorama degli Stati della Chiesa negli anni della Controriforma, la città rappresentava una straordinaria eccezione. Le donne vi godevano di una particolare considerazione, e ricoprivano cariche importanti sia in ambito civile che in quello religioso, e ricevevano adeguato sostegno tutte quelle artiste che avessero dimostrato talento. 

Elisabetta dedicò tutta la sua breve vita al lavoro. E forse fu lo stress da superlavoro a causarne la morte prematura. Per lungo tempo dopo la sua scomparsa circolò la voce che fosse stata avvelenata dall’allieva Ginevra Cantofoli, gelosa della sua bellezza e sua rivale in amore. Furono sospettati della sua morte anche il padre, forse mosso da invidia nei confronti della figlia, e la domestica.  Nessuno dei tre indagati fu però accusato formalmente e la pittrice fu dichiarata morta a causa di un’ulcera perforante. 




Toponomastica solidale

Partono in questa settimana gli ultimi pacchi di libri donati alle scuole terremotate.

Il 27 agosto 2016, immediatamente dopo il tragico evento che ha colpito le regioni dell’Italia centrale, è nata la campagna TOPONOMASTICA SOLIDALE-CI AIUTATE AD AIUTARE? L’obiettivo era quello di dare la possibilità a molte/i bambine/i e ragazze/i di affrontare con qualche disagio in meno un difficilissimo anno scolastico.
Nel giro di qualche settimana abbiamo organizzato la consegna diretta  del materiale didattico che ci veniva inviato, a scuole e docenti delle zone terremotate laziali (Amatrice) e marchigiane (Arquata). Le offerte pervenute, le raccolte e le consegne sono state pubblicate sulla pagina facebook. 

Fig. 1. Consegna borse a bambine e bambini di Arquata

Ringraziamo l’IC Mar dei Caraibi (Ostia), che si è unito a noi nella raccolta.

Grazie alla società GEDSHOP, che ha donato le borse per il materiale didattico fornito a ogni studente, alla casa editrice Matilda, di Donatella Caione, che ha inviato libri di lettura per infanzia e primaria, a Barbara Imbergamo per le sue carte CUNTALA e a Maria Rosaria Raimondi, per le penne e i pennarelli.

Grazie a Vittoria Conte, Paola Spinelli, Paloma, e Francesca Ferrari, che hanno confezionato con le loro mani gli astucci.

I compassi per i kit di classe di scuole medie e superiori sono giunti dalla S.n.c. Aricci Compassi di Palosco (BG). E con le scatole multiple di Coccoina e Didò, un grazie e tanta stima verso le aziende generose! 

Fig. 2. Un grande carico

Con le offerte in denaro raccolte dalla solidarietà di associate e simpatizzanti, anche attraverso le loro scuole (Manzoni di Mottola, Raeli di Noto, Cristofaro Mennella di Ischia, Carlo Levi di Portici, I.C. di Roccagorga) sono stati comprati libri da:

Edizioni Mammeonline

Edizioni Iacobelli

      Edizioni Viella

Edizioni Navarra

Edizioni Universitalia

Edizioni EUS

Edizioni Maria Pacini Fazzi

Le scuole che beneficiano dei pacchi-libro sono: 

Istituto Tecnico Economico “A. Gentili”, di Macerata

Una rappresentanza dell’istituto è intervenuta alla cerimonia di premiazione del nostro concorso Sulle vie della parità, per ritirare attestato e premio per la sezione B2 (Cortometraggi e lungometraggi digitali, blog, siti web e social media). Parte dei libri comprati con la raccolta di solidarietà ha arricchito la loro borsa/premio.

Mercoledì 16 maggio 2018 presso l’ITE ha avuto luogo l’intitolazione della sala riunioni a Maria Simonetti (1878-1922), proposta nel loro lavoro, prima donna a diplomarsi in questo istituto nel 1900.

Fig. 3. Consegna borsa premio al Gentili di Macerata

  • Scuola Montessori, istituto Mestica di Macerata

La docente Fabrizia Brillanti ci scrive:

L’edificio presso cui era situata la nostra scuola, con la scossa di agosto del 2016, è diventato inagibile e lì è rimasta la nostra biblioteca. Da due anni siamo stati spostati in un altro edificio, in attesa che sia pronta la nuova scuola che tra poco inizieranno a costruire.

Il nostro plesso è formato da quattro classi, poiché il percorso Montessori è cominciato 4 anni fa: la prima ha 21 alunni, la seconda 22, la terza 22 e la quarta 16.

Nel ringraziarvi ancora per la generosità, cordialmente saluto.

  • Istituto Pascal-Comi-Forti, di Teramo

La docente Marina Barracchini ci scrive:

L’istituto possiede attualmente due sedi limitrofe, in quanto da due anni è stata accorpata ad esso la scuola per Geometri, collocata a circa 100-200 metri di distanza. Il numero di studenti è di circa 560 alunni.  L’edificio principale, dove sono presenti la segreteria e la presidenza, era stato già coinvolto nelle vicende del terremoto del 2009, infatti aveva riportato lesioni abbastanza consistenti alla struttura del terzo piano dove erano allocati i laboratori di informatica e di inglese. Dopo una lunga attesa, nella primavera del 2016 sono stati riaperti e modernizzati; purtroppo i catastrofici eventi del 2016-17 non solo hanno determinato la chiusura dei nuovi laboratori, ma hanno provocato ulteriori danni. Attualmente tre ali dell’edificio sono parzialmente utilizzabili e la sala dell’Auditorium è chiusa. La provincia ha già stanziato i soldi per la ristrutturazione dell’edificio, ma si parla di tempi lunghi (tre anni circa). Nella scuola è presente una biblioteca funzionante collocata al piano terra, attualmente gestita da un’insegnante.

  • Accumoli (Rieti) – Biblioteca comunale, Parco della Conoscenza e Scuola primaria 

Fabrizia Festuccia, funzionaria amministrativa presso il Comune di Accumoli, collaboratrice del Sindaco, contattata, ci racconta che il comune di Accumoli ospiterà un Centro universitario con un corso di laurea in “Valorizzazione e Tutela dell’Ambiente e del Territorio Montano”. Questo Centro di alta formazione prenderà il nome di “Parco della Conoscenza”, e diverrà entro breve tempo un riferimento per le tematiche ambientali, proponendosi come ponte e collante per tutto il bacino Euro-Mediteranneo. Il campus, immerso in un contesto di pregio ambientale e paesaggistico, rappresenterà un esempio di integrazione tra architettura e spazio aperto. Sarà costituito da tre blocchi distinti, ognuno dei quali sarà destinato a una funzione specifica: didattica, sperimentazione e residenze per allievi e studenti.

Ad Accumoli è funzionante la scuola primaria, che fa capo ad Amatrice. L’edificio è nuovo, progettato da docenti della Sapienza e comprende due pluriclassi della primaria (una 40ina tra bambini e bambine). Il comune aveva una biblioteca, gravemente danneggiata dagli eventi sismici, che andrà rimessa in piedi.

Nella nostra offerta esprimeremo la volontà di devolvere all’istituendo parco della conoscenza, alla Biblioteca comunale e alla scuola primaria.




Galleria Borghese: Amore, donne e dee (terza parte)

Piano Primo – Pinacoteca

Sala IX, di Didone – le donne di Raffaello

La sala deve la sua denominazione ai dipinti che decorano la volta, raffiguranti episodi della storia di Enea e Didone.

Fig. 1: Dama con liocorno, Raffaello 

L’opera raffigura una delle tante donne effigiate dall’artista urbinate, notoriamente grande ritrattista, e risale al 1505/1507, cioè al periodo fiorentino di Raffaello, prima del suo trasferimento a Roma. Rappresenta una fanciulla fiorentina, che indossa un prezioso abito alla moda dei primi anni del Cinquecento, con le ampie maniche di velluto rosso e il corpetto di seta marezzata (una seta cioè con venature, linee sinuose come onde del mare). Probabilmente era un dono di nozze. Le pietre del pendente alluderebbero al candore virginale, la collana annodata al collo richiamerebbe il vincolo matrimoniale, anche l’unicorno che giace in grembo alla fanciulla, animale fantastico, potrebbe essere un attributo simbolico della verginità. 

Nonostante la posa monumentale, la donna, col busto di tre quarti e lo sguardo rivolto verso lo spettatore, appare spontanea, mantenendo una sciolta naturalezza. E dall’acutezza dello sguardo si percepisce una profonda introspezione psicologica.  La ricercatezza dell’abito, i gioielli, testimoniano la sua appartenenza alla ricca borghesia. Sullo sfondo un dolce paesaggio collinare.

Nella sala è esposta anche una copia da Raffaello de La Fornarina (di Raffaellino del Colle).

Fig. 2: La Fornarina, Raffaello

Non è un mistero la passione amorosa di Raffaello per le donne. Sarà proprio la sua libertà  sessuale a farlo ammalare di sifilide e a portarlo alla morte a soli trentasei anni. L’originale, del 1518/19, è conservato a Palazzo Barberini a Roma. Anche qui una donna è la protagonista del quadro. Ora però la seduzione raggiunge il suo massimo livello. La ragazza, ritratta a seno nudo, coperta appena da un velo trasparente, col quale cerca inutilmente di coprirsi, guarda a destra, oltre lo spettatore. In testa ha un turbante di seta dorata a righe verdi e azzurre annodata tra i capelli, con una spilla composta di due pietre incastonate e una perla pendente.

Il quadro è noto come La Fornarina, perché, secondo l’ipotesi più accreditata, si tratterebbe di Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, amatissima da Raffaello, durante il periodo in cui l’artista lavorava a Villa Farnesina.

Gran parte della critica è concorde sul fatto che la giovane donna sia stata presa come modello anche per altre opere, che raffiguravano Madonne o figure del mito. Ma questa è una donna reale, resa unica e seducente dal pennello dell’artista, un’allegoria di tutti gli amori del pittore.

 Sala X – di Ercole o del Sonno – gli amori degli dei

 La stanza fu chiamata nel ‘600 del Sonno, perché ospitava un letto a baldacchino e un gruppo scultoreo con l’Allegoria del sonno. Nel soffitto episodi relativi a Ercole e al centro la sua Apoteosi. Vi sono esposte a confronto due Veneri, una di Cranach, (Kronach 1472/Weimar 1553), del 1531, e l’altra del Brescianino, del 1525. 

Fig. 3: Venere e Cupido, Lucas Cranach

La prima, nuda, coperta solo da un sottilissimo velo trasparente, fissa l’osservatore; è sensuale, corpo affusolato e seni piccoli, sul capo porta un ampio e lussuoso cappello ornato di piume, mentre una reticella dorata raccoglie i capelli e una preziosa collana orna il collo sottile. Alcuni versi scritti in alto, in latino, tratti da un inno di Teocrito, ricordano che il piacere è caduco e porta tristezza e dolore, come capita al piccolo Cupido che, dopo aver rubato il miele dall’alveare, viene punto sul dito da un’ape: la dea dell’Amore si trasforma così in ammonimento di carattere morale sulle conseguenze dolorose della voluptas. 

L’interesse del cardinale Borghese per questo dipinto potrebbe essere stato suscitato proprio dall’interpretazione in chiave moraleggiante dei versi latini. Lo stesso che caratterizza la favola mitologica di Apollo e Dafne di Bernini, scolpita sul basamento dai distici di Maffeo Barberini. 

Le Veneri di Cranach hanno la pelle d’avorio, gli occhi allungati, il corpo morbido, il sorriso malizioso: nude o abbigliate sono sempre seducenti, inquietanti.

Fig. 4: Venere con due Amorini, Brescianino

L’altra Venere, quella di Andrea Piccinelli detto il Brescianino (Brescia 1486 circa – Firenze, 1525 circa), da sempre fa da pendant a quella di Cranach. Si tratta però di una Venere mediterranea, dalla bellezza classica, scultorea, di chiaro influsso michelangiolesco. Non c’è ombra di moralismo, né di peccato, o di dolorosi presentimenti. Sicura di sé, si guarda allo specchio in una conchiglia, e i due Amorini ai lati le fanno da corteo.

Ma il vero e proprio gioiello della sala è la Danae del Correggio (1489-1534).

Fig. 5: Danae, Correggio

Dipinta nel 1530/1 da Antonio Allegri, meglio conosciuto come Correggio (Correggio, Reggio Emilia 1489-1534), l’opera raffigura l’istante in cui Danae si congiunge a Giove, trasformato in pioggia d’oro, aiutata da Amore. Dalla loro unione nascerà Perseo.

Fa parte della serie degli Amori di Giove che Correggio dipinse per Federico II Gonzaga allo scopo di farne dono a Carlo V in occasione della sua incoronazione a Bologna nel 1530. Danae viveva imprigionata in una torre, perché un oracolo aveva predetto al padre che sarebbe stato ucciso da un figlio di lei. La precauzione fu resa vana dall’intervento di Giove, che sedusse Danae tramutato in pioggia d’oro. Nel dipinto Danae giace su un letto a baldacchino splendidamente ampio, con vista fuori dalla finestra su una splendida distesa di cielo azzurro. Cupido siede familiarmente all’estremità del letto, guardando in su verso la nube, da dove scende la pioggia d’oro, e con la mano sinistra aiuta Danae a sollevare il lenzuolo bianco che è la sua ultima difesa. Danae stessa, sorridente, non sembra rifiutarsi all’amplesso, anzi con le gambe aperte favorisce l’unione. 

L’atmosfera intima e serena dell’ambiente domestico è accresciuta dalla presenza dei due amorini che, indifferenti all’evento miracoloso che si svolge alle loro spalle, testano su una pietra di paragone il metallo della punta della freccia amorosa.

Sala XII – delle Baccanti 

Chiamata così per l’affresco nella volta che riproduce un Ballo di Baccanti, ospita pittori del primo ‘500 di area leonardesca. La Leda, creduta fino alla fine dell’800 opera di Leonardo, è probabilmente un rimaneggiamento su un dipinto incompiuto di Leonardo operato da un suo allievo. Leda abbracciata al cigno-Giove e inserita nel paesaggio è certamente, però, invenzione leonardesca.

Fig.6: Leda e il cigno

Il mito di Leda e il cigno rappresenta l’intraprendenza sessuale maschile, in base alla quale anche l’inganno risulta lecito per giungere all’unione sessuale. E nulla potrebbe essere più lontano da uno stupro: Leda, come Danae, gode in questo amplesso.

Leda, regina di Sparta e madre di Clitennestra ed Elena, dormiva sulle sponde di un laghetto, quando fu posseduta da un candido cigno, l’animale nel quale Zeus si era tramutato per possederla. Concluso il rapporto sessuale, Zeus annunciò che dalla loro unione sarebbero nati due gemelli, i Diòscuri, Càstore e Pollùce. 

Sala XIX – di Paride ed Elena – La caccia di Diana

La decorazione della volta s’ispira all’Iliade, al centro della volta è la Morte di Paride. 

Fig. 7: La caccia di Diana, Domenichino

Dipinta nel 1616/17 da Domenico Zampieri, detto il Domenichino (Bologna 1581 – Napoli 1641), l’opera rielabora il tema dei celebri Baccanali tizianeschi nella più sensuale delle battute di caccia. Diana è al centro tra le sue ninfe e solleva con le mani frecce e arco; sullo sfondo alcune ninfe tornano con la cacciagione, altre tengono a bada i cani, che si lanciano verso i profanatori, nascosti tra i cespugli, altre sono al bagno, immerse nell’acqua. Perni della composizione sono le due ninfe in primo piano: una delle due rivolge lo sguardo allo spettatore invitandolo quasi a entrare nel quadro. Le altre vergini sono articolate ritmicamente intorno a Diana, rappresentata al culmine di una gara con l’arco. L’atmosfera festosa è accresciuta dai colori chiari e dalla luce diffusa.

La Caccia di Diana era stata commissionata dal cardinale Pietro Aldobrandini per la sua villa di Frascati, ma Scipione Borghese, per la sua nota spietatezza collezionistica, volle il dipinto per sé e lo fece prelevare con la forza dallo studio del pittore, che fu trattenuto per alcuni giorni in prigione. A parziale risarcimento del singolare espediente a Domenichino venne saldato un pagamento di 150 scudi riferito a La caccia di Diana e a un altro dipinto, La Sibilla, presente anch’esso nella collezione Borghese. 

Sala XX – di Psiche

La sala è decorata nella volta con tele raffiguranti i momenti salienti della favola di Amore e Psiche, così com’è narrata nell’Asino d’oro di Apuleio. 

Sulle pareti si trovano alcune delle opere più famose della collezione e, tra queste la Madonna col Bambino di Giovanni Bellini (Venezia 1433 ca.-1516) e quattro tele di Tiziano (Pieve di Cadore, Belluno, 1480/85 – Venezia 1576): Amor Sacro e Amor Profano, San Domenico, Cristo alla colonna e Venere che benda Amore. 

Tra le quattro tele di Tiziano Vecellio spicca “ Amor Sacro e Amor Profano” (1514).

Copertina: Amor sacro e Amor profano, Tiziano

Capolavoro di Tiziano venticinquenne, raffigura due donne, una vestita e una seminuda, nei pressi di un sarcofago, nel quale un amorino alato sta rimestando le acque. Sullo sfondo si vedono, a sinistra, una città all’alba, contrapposta ad un villaggio al tramonto, sulla destra. Lo stemma sulla fronte del sarcofago ha permesso di legare l’opera alle nozze della figlia di un noto giurista padovano con un veneziano della famiglia degli Aureli, celebrate nel 1514. La donna seduta indossa in effetti tutti gli ornamenti abituali di una sposa: l’abito candido, bianco dai riflessi argentei, i guanti, la cintura e la corona di mirto, simbolo di amore coniugale. La sposa è assistita da Venere in persona, nuda, avvolta parzialmente in un manto rosso, con in mano la fiamma dell’amore; il bacile sul bordo della fontana, parte integrante del corredo perché utilizzato dopo il parto, e la coppia di conigli sullo sfondo sono un augurio di unione feconda. Ispirato agli ideali della dottrina neoplatonica, il soggetto si presta a molteplici livelli di lettura. Una delle principali interpretazioni identifica nella donna con in mano la fiamma ardente dell’amore di Dio la Venere Celeste, e in quella riccamente vestita, col vaso di gioie, la Venere Volgare, la felicità terrena, simbolo della forza generatrice della natura. Il titolo rivela invece una lettura in chiave moralistica del tardo ‘700 della donna svestita, l’Amore profano, contrapposto alla donna vestita, l’Amore sacro. Per quanto errato, però, il titolo tradizionale continua a esercitare fascino e a essere usato, poiché mette bene in evidenza l’armonico dualismo che è alla base dell’incanto del dipinto: alba-tramonto, sarcofago/morte-acqua/vita, bianco-rosso, donna nuda-donna vestita.




Aggiornamenti toponomastici di maggio (seconda parte)

13 maggio, Lodi – Toponomastica femminile, insieme a Riparchiamolo e a Bimbinbici ha proposto una Lettura animata con il Kamishibai del libro per bambine e bambini, ma anche per mamme e papà, Una strada per Rita. 

RIPARKIAMOLO, questo il nome del progetto, nasce dalla volontà di cittadine, cittadini e associazioni di sottrarre al degrado e ridare dignità a uno spazio verde che era stato dipinto come “Parco della paura”. Dal 21 marzo al 23 giugno, il progetto propone un calendario ricchissimo di iniziative autogestite e autofinanziate con laboratori, musica, letture, attività ludiche… Per Toponomastica l’occasione di uscire dal contesto scolastico e rivolgersi direttamente alla cittadinanza, con letture di testi come “Una strada per Rita” e “Le mille”. Ma anche per proporre all’amministrazione comunale, attraverso un sondaggio popolare, l’intitolazione del parco, attualmente senza nome, a una donna.

 (Daniela Fusari per Toponomastica femminile).

Fig. 1: Lodi, Una strada per Rita

15 maggio 2018 – Poggio Mirteto

Nella sala conferenze dell’IIS Gregorio da Catino di Poggio Mirteto (RI), nell’ambito di un progetto dal titolo “Contro la violenza di genere: educare ai sentimenti responsabili”, si è tenuto un incontro organizzato e condotto dalla docente Tiziana Concina che ha coordinato il lavoro di dodici gruppi di studenti appartenenti a sette diverse classi dell’istituto. Alla riunione era presente ed è intervenuto anche il Dott. Gabriele Di Mario, psicologo, sessuologo, collaboratore dell’associazione Donne in rete di Forano (RI). 

I risultati del progetto, che sono stati presentati nel corso dell’incontro, verranno raccolti e pubblicati sul sito della scuola e sul giornale online dell’istituto Cyberscuola.

Era presente Barbara Belotti per Toponomastica femminile.

Fig. 2: il genere invisibile a Poggio Mirteto

16/17/18 maggio La mostra di Toponomastica Femminile dedicata alle madri della Costituzione è arrivata a Napoli nella Sala Congressuale Stazione Marittima grazie alla UILTEC Nazionale che l’ha ospitata ai lavori del suo Secondo Congresso Nazionale. 

Fig 3: Napoli, mostra Madri Costituenti

17 maggio, Auditorium Tiziano Zalli, Lodi, h 10,45, in occasione della XXXI Rassegna di Teatro delle scuole – Le classi 3E del liceo statale Maffeo Vegio, con le docenti Danila Baldo e Chiara Corbellini, e 4A della scuola primaria Don Gnocchi di Lodi, con la docente Vania Carboni, hanno presentato Il viale delle Giuste/A fianco di Una strada per Rita, la passione, un racconto.  Le Giuste sono donne che hanno saputo lottare, nella loro vita, contro ingiustizie, soprusi o discriminazioni, mettendo a repentaglio la loro vita, spesso perdendola… esempi di impegno che va oltre una vita individuale, ma si apre al bene comune, a una giustizia universale… a uscire dall’ombra. Le vite e le azioni di Isabella Ambrosi, levatrice di Borghetto Lodigiano; di Serafina Battaglia, testimone contro la mafia; di Harriet Tubman, capace di liberare dalla schiavitù dei campi di cotone centinaia di schiavi; di Budicca, regina celtica ribelle contro i Romani; di Margherita Hack, grande scienziata che seppe anche spendersi per i diritti civili di tutti e di tutte; di Evita Peron, politica che pensò non solo al potere ma a ottenere i diritti fondamentali per le persone meno considerate dalla società. Infine le belle figure di Rosa Parks, che si ribellò alla segregazione dei neri sui pullman pubblici dell’Alabama; di Filiz Saybac, la guerrigliera curda “dagli occhi verdi”; e di Alessandrina Massini Ravizza, la “signora dei disperati”. 

Fig.4: Le Giuste a Lodi

23 maggio, Università di Reggio Calabria, h 17/19 – Tavola rotonda promossa dalla Rete per la Parità in riferimento a Goal 5, nell’ambito del Festival dello Sviluppo Sostenibile ASVIS sul tema Pari Opportunità e Pianificazione in ottica di genere. Si è svolta all’interno del Simposio Internazionale ” New Metropolitan Perspectives”. Per Toponomastica femminile era presente Roberta Schenal.

Fig.5: Uni. Reggio Calabria

24 maggi0, scuola San Giovanni Bosco, Foggia – alunni e alunne hanno consegnato all’assessora alla Pubblica Istruzione del Comune di Foggia, Claudia Lioia, alla presidente della Consulta comunale sulle Pari Opportunità, Ilaria Mari e al dirigente comunale del settore Toponomastica dell’Amministrazione comunale, Claudio Taggio, i loro lavori di ricerca, chiedendo che alcune vie o piazze vengano intitolate alle figure femminili, oggetto delle loro ricerche. Il progetto ha preso spunto dalla favola scritta da Maria Grazia Anatra, con le illustrazioni di Viola Gesmundo, edita da Donatella Caione della Matilda Editrice, Una strada per Rita, in cui una bambina di nome Rita nota che nella propria città la maggior parte delle vie sono intitolate a uomini più o meno noti, e quando il sindaco visita la sua scuola si fa portavoce di questa esigenza.

Foto 6: Foggia, Una strada per Rita

25 maggio, h 18, Sala antiche terme di Monsummano Terme – Toponomastica femminile e Grotta Giusti spa hanno presentato il libro La Valdinievole, tracce, storie e percorsi di donne, di Laura Candiani, con l’intervento dell’autrice e di alcune collaboratrici.

 

Fig.7: locandina

 

Fig 8: l’evento

25 maggio, ore 18, nella Biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma, in via Nomentana, IV Salotto letterario toponomastico. Il tema delle letture è stato quello della musica, un pretesto per dare voce alla scrittura femminile, in prosa o in versi, ma sempre attinente alla musica, colta, popolare, grandi opere o musichette. Con Maria Pia Ercolini, Livia Capasso, Maria Vittoria Migaleddu, Rosanna De Longis, Barbara Belotti, Giusi Sammartino, Alba Coppola, Irene Giacobbe, Elisabetta Coppola, Andreina Firmani, Maria Rosalba Mereu. Massimo Fedeli al piano e Mauro Zennaro all’armonica. Lavinia Taddei si è esibita alla chitarra con due sue composizioni.

Fig.9: locandina

Fig.10: salotto letterario 

In copertina: intermezzo musicale, con piano e armonica

26 maggio, dalle ore 10.00, a Palazzo Merulana – Via Merulana 121, Roma, in programma MERULANA CULTURE HUB, evento che si rivolge alle associazioni, alle istituzioni e agli operatori culturali della città. Toponomastica femminile c’era, per cercare di avviare un percorso finalizzato alla possibile programmazione e promozione di eventi in comune.

Fig. 11: Merulana Culture Hub




Galleria Borghese: La donna oggetto del desiderio maschile, violenza carnale e mito (seconda parte)

Sala III – di Apollo e Dafne 

La sala prende il nome dal celebre gruppo di Apollo e Dafne, realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1622 e il 1625, collocato al centro, e strettamente correlato col dipinto centrale della volta, opera del pittore Pietro Angeletti, che rappresenta i diversi momenti del racconto narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (I, 555-559).

Foto 1: Apollo e Dafne

Apollo e Dafne: il racconto

Dafne, giovane ninfa, figlia di Gea, la Madre Terra, e del fiume Peneo, viveva serena nella quiete dei boschi, quando la sua vita fu stravolta dal capriccio di due divinità, Apollo ed Eros. La leggenda racconta che un giorno Apollo, vantandosi con Eros delle sue imprese, derideva il dio dell’Amore che invece non aveva mai compiuto delle azioni degne di gloria. Ferito dalle parole di Apollo, Eros preparò la sua vendetta: prese due frecce, una spuntata e di piombo, destinata a respingere l’amore, che lanciò nel cuore di Dafne, e un’altra ben acuminata e dorata, destinata a far nascere la passione, che scagliò nel cuore di Apollo. Da quel giorno Apollo iniziò a vagare disperatamente per i boschi alla ricerca della ninfa, tanta era la passione che ardeva nel suo cuore. Alla fine riuscì a trovarla, ma Dafne, appena lo vide, terrorizzata scappò tra i boschi. Accortasi però che la sua corsa era vana, invocò la Madre Terra di aiutarla e questa, impietosita, trasformò la figlia in albero: i suoi capelli diventarono foglie; le braccia si allungarono in flessibili rami; il corpo si ricoprì di ruvida corteccia e i piedi si tramutarono in robuste radici. La trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di Apollo che, disperato, abbracciava il tronco nella speranza di riuscire a ritrovare l’amata. Alla fine il dio, deluso, proclamò a gran voce che quella pianta, l’alloro, sarebbe stata sacra al suo culto e segno di gloria da porsi sul capo dei vincitori. E non è un caso che nel nome della ninfa c’era già una predestinazione: il nome Dafne significa, infatti “lauro”, alloro.

L’epica è piena di miti che riguardano le divinità, i loro amori difficili, e le violenze carnali. Basti pensare alle tante sembianze ingannevoli assunte da Giove per sedurre attraenti fanciulle. Dafne qui è modello di virtù, è una donna che difende fino all’ultimo l’onore che Apollo vorrebbe intaccare, ma rimane vittima del desiderio possessivo del dio, che egoisticamente non tiene in considerazione la contrarietà e la sua sofferenza, arrivando a rovinarle la vita. 

In realtà il vero messaggio di questo gruppo scultoreo del Bernini è l’inutilità dei tentativi di conquistare l’amata, se questa non ricambia gli stessi sentimenti, e il senso del rispetto di una scelta, anche se non condivisa. A conferma di ciò un distico morale, composto in latino dal cardinale Maffeo Barberini (futuro Papa Urbano VIII), è inciso nel cartiglio della base, che dice: chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano.

Sala IV – Sala degli Imperatori – Il trionfo di Galatea e il Ratto di Proserpina 

La sala è detta “Galleria degli Imperatori” per la presenza di diciassette busti in porfido e alabastro di Imperatori. L’ampia volta è impreziosita dai dipinti ispirati alle vicende della ninfa Galatea, anche queste narrate da Ovidio nelle Metamorfosi. Al centro si colloca Il trionfo di Galatea, figlia di Nereo, desiderata dal ciclope Polifemo (rappresentato sulla sinistra) e amata dal pastore Aci (sulla destra). 

Plafond de la Salle des Empereurs – Le Triomphe de Galatée (de Angelis, XVIIIe)

Foto 2: Il trionfo di Galatea

La leggenda narra di Polifemo, ciclope perdutamente innamorato della giovane Galatea, che a sua volta invece era innamorata di Aci, un bellissimo pastorello, che un giorno, mentre pascolava le sue pecore vicino al mare, vide Galatea e se ne innamorò perdutamente. Una sera, al chiarore della luna, il ciclope vide i due innamorati in riva al mare baciarsi. Accecato dalla gelosia, decise di vendicarsi. Non appena Galatea si tuffò in mare, Polifemo prese un grosso masso e lo scagliò contro il povero pastorello schiacciandolo. Appena Galatea seppe della terribile notizia, accorse subito e pianse tutte le sue lacrime sopra il corpo martoriato di Aci. Giove e gli dei ebbero pietà e trasformarono il sangue del pastorello in un piccolo fiume che nasce dall’Etna e sfocia nel tratto di spiaggia, dove gli amanti usavano incontrarsi. 

Tanti paesini in provincia di Catania ricordano nel nome, composto con Aci, questa bellissima storia di amore negato.

Al centro della sala è collocato Il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1621 e il 1622. 

Il grande gruppo marmoreo racconta un’altra violenza, dettata da uno smodato desiderio di possesso amoroso.

Foto 3: Il ratto di Proserpina

Proserpina, figlia di Demetra, fanciulla bionda e soave, sempre sorridente, in compagnia di altre ninfe, si divertiva a correre sui prati. A un tratto un terribile boato lacerò l’aria. La terra si spaccò e dal baratro balzò fuori, su un cocchio trainato da quattro cavalli Plutone, dio degli inferi, che, afferrata Proserpina, la trascinò nel grembo della terra. Il dio si era innamorato perdutamente di Proserpina e aveva chiesto e ottenuto da Giove di poterla sposare, perciò era venuto sulla terra e l’aveva rapita.

La fanciulla, atterrita, levò terribili grida, implorò il padre Giove ma questi, avendo consentito il rapimento, non poté aiutarla.

La madre Demetra udì le grida della figlia dall’Olimpo. Sconvolta scese sulla terra, e per nove giorni e nove notti la cercò disperatamente. Il sole ebbe pietà di lei e volle svelarle la verità.  Allora Demetra, disperata, si allontanò dall’Olimpo e si rifugiò in un tempio a lei consacrato, dimenticandosi della terra. Così a poco a poco i frutti marcirono, le spighe seccarono, i fiori ingiallirono. Alla fine la madre ottenne il permesso di far tornare per metà dell’anno la figlia sulla terra, per poi passare l’altra metà nel regno di Plutone: così ogni anno in primavera la terra si copre di fiori per accoglierla. 

In questo gruppo lo scultore sviluppa il tema della torsione elicoidale dei corpi, contrapponendo l’impeto delle figure (la mano di Proserpina spingendo arriccia la pelle del viso di Plutone, che affonda le sue dita nelle carni della vittima). Mentre il rapitore con passo potente e spedito trionfa fermo con il trofeo in braccio, dall’altro lato si scorge il tentativo disperato di Proserpina di sottrarsi alla violenza, mentre le lacrime le solcano il viso e il vento le sconvolge la chioma. In basso il cane a tre teste, guardiano infernale, abbaia. 

Sala VI – del Gladiatore – La Verità

La Sala prende nome da una scultura antica, il Gladiatore Borghese, già in questa sala e venduta a Napoleone nel 1807. Al centro è collocato il gruppo berniniano di Enea, che fugge dall’incendio di Troia, salvando il vecchio padre Anchise sulle sue spalle e il figlio Ascanio.

 Su un lato è collocata la Verità, un’opera allegorica realizzata dal Bernini per se stesso intorno al 1647-1648.

 Foto 4: La verità svelata dal Tempo 

L’opera nacque in un periodo in cui Bernini era caduto in difficoltà presso la corte papale, per le accuse mossegli dagli avversari contro il suo intervento nella basilica di San Pietro, che avrebbe causato problemi statici. La Verità si incarna in una figura femminile, nuda, come nella solita iconografia, seduta su un masso roccioso, e tiene nella mano destra il sole poggiando la gamba sinistra sul globo terrestre. La raffigurazione del Tempo, che doveva essere posta nella parte alta, non fu mai eseguita. C’è un espresso riferimento a Michelangelo per il voluto contrasto tra parti levigatissime e parti incompiute e alle figure femminili di Rubens per la prorompente fisicità. 

Sala VIII – del Sileno – Caravaggio

L’ultima sala del pianterreno, detta del Sileno, è oggi più nota per la consistente presenza di opere di Caravaggio (Milano 1571 – Porto Ercole, Grosseto 1610).

Sulle pareti, decorate a finto marmo, si trovano, infatti, sei dei dodici dipinti del maestro lombardo posseduti in origine dal cardinale: Giovane con canestra di frutta, Autoritratto in veste di Bacco o Bacchino malato, San Girolamo, Madonna dei Palafrenieri, San Giovanni Battista e David con la testa di Golia

      

 Foto 5: Madonna dei Palafrenieri 

 La Madonna dei Palafrenieri (1605-1606), anche detta Madonna della serpe, offre un’immagine a dir poco insolita della Vergine: una madonna-popolana, con un lembo della gonna arrotolata e i capelli arruffati, colta alla sprovvista, si china mostrando il seno. Ha un volto molto conosciuto a Roma, quello della modella e amica del pittore, Maddalena Antognetti detta Lena; anche l’immagine del Bambino è insolita: completamente nudo e troppo cresciuto; e Sant’Anna, una vecchia dal volto rugoso, ha un atteggiamento distaccato, dimesso. 

Il dipinto fu commissionato dalla Confraternita dei Palafrenieri per il proprio altare, dedicato a Sant’Anna, nella nuova basilica di San Pietro (i Palafrenieri Pontifici sono gli incaricati della gestione delle scuderie del Papa); ma rimase nella sede originaria solo pochi giorni, l’acquistò il cardinale Borghese per una cifra irrisoria. Probabilmente fu rimossa per motivi di decoro, vista la prorompente scollatura della Vergine e la nudità di un bambino, troppo cresciuto per essere mostrato nudo; non piacque alla Confraternita nemmeno la mancata partecipazione all’azione di S. Anna, patrona dei Palafrenieri. O più probabilmente fu il desiderio di possesso del cardinale Borghese a consentire il trasloco.

Tre sono i personaggi presenti: Maria, Gesù e Anna, la madre di Maria. Il Bambino è intento, con l’aiuto della madre, a schiacciare con il piede la testa di un serpente, allegoria del diavolo. Nonostante la scena sembri riprodurre un episodio di vita quotidiana (la mamma che corre in aiuto del bambino), simbolicamente raffigura la vittoria del Bene sul male. Anna li guarda, quasi nascosta nell’ombra. Lo sfondo è scuro, non si vede nulla dietro di loro. L’atmosfera cupa, ricca di pathos, tipica dei quadri di Caravaggio, ci fa immergere in una scena di sapore teatrale. 




Percorso di genere alla Galleria Borghese Da Paolina attraverso Dafne, Proserpina, Danae fino all’Amor Sacro e l’Amor Profano (prima parte)

Un po’ di storia

L’aristocratica famiglia romana dei Borghese raggiunse potere e ricchezza all’inizio del XVII secolo, con l’ascesa al soglio pontificio, nel 1605, del cardinale Camillo Borghese, papa col nome di Paolo V. Protagonista assoluto della corte pontificia fu in quel periodo il nipote prediletto del papa, il cardinale Scipione Borghese (1577-1633), figlio di Ortensia Borghese, sorella del Papa, nominato cardinale all’età di ventisei anni, appena due mesi dopo l’elezione dello zio. Animato da una dispendiosa passione per l’arte, il cardinale nipote affidò la costruzione di una villa “fuori Porta Pinciana” all’architetto Flaminio Ponzi, su un terreno posseduto dalla famiglia. La villa, la cui costruzione iniziò nel 1607, fu poi terminata dall’architetto Giovanni Vasanzio nel 1633. 

Scipione Borghese, contemporaneamente alla costruzione della villa, cominciò a raccogliere opere d’arte e a commissionare a diversi artisti dell’epoca numerosi lavori, dando  l’avvio a quella che doveva essere una delle collezioni private più grandi dell’epoca. Molte opere furono acquisite con estrema spregiudicatezza, come i 100 dipinti sequestrati nello studio del Cavaliere d’Arpino, tra cui alcuni dipinti di Caravaggio, o la Deposizione Baglioni di Raffaello, prelevata dal convento perugino di San Francesco, e fatta calare di notte dalle mura della città. E per aver opposto resistenza a consegnare al cardinale la Caccia di Diana, Domenichino passò alcuni giorni in prigione. Anche la collezione di sculture antiche si arricchiva, spesso con straordinari rinvenimenti occasionali. Non era da meno la statuaria “moderna”: dal 1615 al 1623 il giovane Gian Lorenzo Bernini eseguì per il cardinale cinque celeberrimi gruppi scultorei, ancora oggi conservati nel Museo, la Capra Amaltea, l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David, l’Apollo e Dafne. Per volere del cardinale, alla sua morte tutti i beni mobili e immobili furono sottoposti a uno strettissimo vincolo fidecommissario, che preservò l’integrità della collezione fino a tutto il XVIII secolo.

Foto 1. La facciata seicentesca

Nel 1766 cominciarono importanti lavori di trasformazione, voluti dal principe Marcantonio IV Borghese, e questa fu la seconda fase, fondamentale per la fisionomia della villa. Architetti, pittori e scultori fecero di Villa Pinciana un modello di stile neoclassico per tutta Europa. Nel nuovo allestimento dell’architetto Antonio Asprucci i capolavori scultorei furono posti al centro di ogni sala e il tema decorativo raccordato al soggetto del gruppo scultoreo. Il piano terra era riservato alle statue, mentre i dipinti furono sistemati nel piano superiore, secondo un concetto di ascesa dalle sculture antiche a forme d’arte più sublimi, come la pittura. 

Agli inizi del XIX secolo la villa venne ulteriormente ampliata da Camillo Borghese, figlio di Marcantonio con l’acquisto di terreni verso Porta del Popolo e Porta Pinciana, che furono integrati alla villa con l’intervento dell’architetto Luigi Canina. A lui si devono i Propilei neoclassici (1827) su Piazzale Flaminio, realizzati su modelli dell’antica Grecia.  Nel 1807 Camillo, marito di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, fu costretto dal cognato a una vendita forzosa di statue, busti, bassorilievi, e vari vasi che oggi costituiscono il fondo Borghese del Louvre. 

Nel 1902 il principe Paolo Borghese vendette il parco con tutti gli edifici e le opere d’arte allo Stato italiano per 3.600.000 lire. 

La villa

La villa fu costruita per essere un museo, luogo di cultura, ma anche per la contemplazione della natura (con piante e animali rari) e della moderna tecnologia (specchi, lenti, orologi particolari). Doveva anche servire come sede di rappresentanza diplomatica della corte pontificia. Inoltre era un’azienda agricola, con vigne, orti, stalle, piccionaia, una grande uccelliera, un giardino zoologico e perfino un allevamento del baco da seta. 

La facciata, articolata in due corpi aggettanti collegati da un portico, leggera e luminosa per il colore chiaro della muratura, era ornata da rilievi e sculture antiche. L’accesso al portico avveniva tramite una scala a due rampe, che alla fine del ‘700 fu smontata per cedimenti del terreno e sostituita da una scala a tronco di piramide. Nel recente restauro, iniziato nel 1983 e durato quattordici anni, la scala di Flaminio Ponzio è stata reintegrata con le sue esatte misure, tramandate nell’Archivio di Casa Borghese. Come pure è stato ripristinato il colore chiaro, e sono state restaurate tutte le statue e i busti della facciata, gravemente danneggiati dagli agenti atmosferici.

L’edificio si ispira allo schema cinquecentesco documentato a Roma da Villa Medici e Villa Farnesina, e riprende anche le ville romane, con avancorpi, portico a cinque arcate e terrazza. All’interno, su due piani, le sale sono disposte intorno a un grande salone centrale.

Foto 2. La facciata della Villa nel 1963

Sala I- Paolina e la bellezza ideale

Dopo aver attraversato il portico, dove sono esposti rilievi antichi, e il salone di ingresso, dominato dal tema della gloria della civiltà romana, entriamo nella prima sala, al centro della quale troviamo una delle sculture più celebri della collezione Borghese, la Statua-ritratto di Paolina Borghese Bonaparte, realizzata tra il 1805 e il 1808 da Antonio Canova (1757-1822).

 

Fig. 3. L’opera di Canova

La statua, considerata un apice dello stile neoclassico, raffigura la sorella di Napoleone, nonché moglie del principe Camillo Borghese, distesa, a busto nudo, su un lettuccio. Scolpita in morbidi e levigati lineamenti e in una posa aggraziata, Paolina regge con la mano sinistra un pomo, evocando così la Venere Vincitrice del giudizio di Paride e fissa un punto indefinito nell’aria, noncurante di tutto ciò che è contingente, terreno, umano.

 Il supporto ligneo, drappeggiato come un catafalco, su cui è distesa Paolina, ospita all’interno un meccanismo che fa ruotare la scultura. S’inverte così il ruolo tra opera e soggetto fruitore: è la scultura a essere in movimento, mentre l’osservatore fermo viene impressionato dalle immagini di una scultura che, ruotando, consente di coglierne lo splendore da tutti i lati. Ad opera finita, Canova passò sul corpo nudo di Paolina un impasto di cera rosata e polvere di marmo, col quale ottenne un effetto di morbidezza e calore, di vera carne. 

Questo ritratto senza veli di una persona di rango era un fatto eccezionale per l’epoca. Ma la persona storica è raffigurata e trasformata in divinità antica in un atteggiamento di classica quiete e nobile semplicità, secondo il concetto di bello ideale di Winckelmann, il massimo teorico dell’estetica neoclassica. 

Antonio Canova è lo scultore più celebre della bellezza ideale, che, secondo lui, si incarnava nelle antiche sculture greche, dove il linguaggio esaltava l’equilibrio, le proporzioni, la semplicità. Nella Grecia classica la grazia era intesa come armonia delle forme, perfezione impossibile da trovare in natura, in quanto imperfetta. E il neoclassicismo, in opposizione e come reazione alla precedente estetica barocca, rifiuta ogni forma di eccesso, ogni espressione di sentimento che stravolge e imbruttisce i lineamenti del volto, che invece devono essere distesi e sereni, ogni virtuosismo o passione incontrollata e travolgente.

Se, a un primo sguardo superficiale, le opere degli artisti neoclassici sono spesso ritenute fredde e inespressive, a causa dell’applicazione di un canone estetico preciso, di principi teoretici imposti all’arte e al processo creativo, la vera grandezza del Canova consiste proprio nel superamento di questi canoni, nell’aver infuso un’anima alle sue figure che ce le rendono umane e vicine.

In copertina. La facciata oggi, dopo l’ultimo restauro




Aggiornamenti toponomastici di maggio

3 maggio – L’aula della 1°A LSU dell’Istituto Benini di Melegnano è stata intitolata a Franca Viola. Si conclude così il lavoro che la classe ha presentato alla quinta edizione del concorsoSulle vie della parità, col quale, dopo un approfondimento del diritto di famiglia e lo studio della disciplina del matrimonio riparatore nella legislazione italiana, ha scelto la figura di Franca Viola tra le donne vittime di mafia.

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3 maggio – Cerimonia di chiusura al palazzo della Cultura di Catania della terza edizione del progetto Un Giardino delle Giuste e dei Giusti in ogni scuola, indetto dalla Fnism (Federazione Nazionale Insegnanti) di Catania e Toponomastica femminile. Tante le scuole presenti, dalla Sicilia e non solo: è arrivato anche un gruppo di studenti e insegnanti svedesi. Sono state raccontate e scoperte storie inedite di donne e uomini per cui le scuole creano Giardini di memoria. “Ogni Giardino meriterebbe un racconto a sé. Non è soltanto il risultato di un lavoro di ricerca e conoscenza. È anche un viaggio di consapevolezza e ripensamento della storia, – ha detto Pina Arena, ideatrice e coordinatrice del progetto – è un atto di amore per la Terra che li ha generati e che ora accoglie gli alberi di memoria”.

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5 maggio – Nell’I.C. Santa Caterina di Cagliari è stata inaugurata la mostra Le Madri della Repubblica, con la partecipazione di Agnese Onnis, referente di Tf per la Sardegna. La mostra sarà visitabile dalle scuole dell’isola, in occasione della manifestazione Monumenti aperti.

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5 maggio – Al circolo Acrase Maria Lai di Roma, presentazione del libro I movimenti degli anni 70 fra Sardegna e continente, a cura di Federico Francioni e Loredana RosenKranz. Ha introdotto Maria Vittoria Migaleddu. Per Toponomastica femminile Per Toponomastica femminile, testimone Livia Capasso, che ha illustrato le iniziative dell’associazione a favore della parità di genere.

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5 maggio – È partita la missione InSight della Nasa diretta verso Marte, con a bordo Toponomastica femminile. Il lancio è avvenuto alle 13,05 italiane, dalla costa occidentale degli Stati Uniti, dalla base californiana di Vandenberg. nonostante le condizioni meteo non ottimali. La sonda comincerà il suo lungo viaggio, che prevede l’arrivo a Marte il 26 novembre 2018, nella regione vulcanica chiamata Elysium Planitia.

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9 maggio – Toponomastica femminile nelle aree verdi imolesi. Sono ventuno i giardini che la commissione toponomastica ha dedicato ad altrettante donne all’interno del progetto Tf. Queste le figure femminili scelte: Tina Anselmi, Hannah Arendt, Emanuela Sansone, Ondina Valla, Sibilla Aleramo, Teresa Gullace, Anna Maria Mozzoni, Maria Grazia Lombardi, Giuseppina Strepponi, Vittoria Guadagnini, le sorelle Mirabal, Rita Levi Montalcini, Nella Marcellino, Vittorina Dal Monte, Margherita Hack, Giulia Cavallari, Giovanna Tabanelli, Hina Saleem, Ildegarda di Bingen, Audre Lorde, Sabina Santilli. Il percorso si conclude con la targa dedicata a “Le Lavandaie”.

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9 maggio – Università di Caltanissetta, Una giornata per Tina, in ricordo di Tina Anselmi – Per Toponomastica femminile è intervenuta Ester Rizzo.

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13 maggio – Ad Ausonia (FR), cerimonia di intitolazione di una piazza all’ostetrica Iliana Tosti, con l’intervento della presidente di Tf, Maria Pia Ercolini.

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14 maggio – Al Salone internazionale del libro di Torino, premiazione di Aicha Fuamba, autrice del Concorso Lingua Madre, con l’intervento di Loretta Junk, referente di Tf per il Piemonte, che presenta il progetto dell’associazione. Il Concorso Lingua Madre, in collaborazione con Toponomastica Femminile, ha avviato le procedure per intitolare una strada di Pantelleria alla madre di Aicha Fuamba, Leonie Mujinga Muteba (originaria del Congo), morta sulle coste dell’isola a causa di un naufragio.

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16 maggio – Con l’intitolazione della sala riunioni dell’ITC Gentili di Macerata alla prima donna diplomata all’ITC, Maria Simonetti, si conclude il lavoro che la 4° D dell’istituto ha presentato alla quinta edizione del concorso Sulle vie della parità. L’ITC è nato nel 1864, nel suo archivio sono conservati i vecchi registri delle ‘classificazioni’ e delle ‘licenze’ e da una ricerca sulle ragazze che hanno frequentato la scuola a partire dalla sua fondazione, risulta che Simonetti Maria si è diplomata nel 1899-1900 ed è stata la prima donna a diplomarsi a Macerata nell’ambito degli studi tecnici. Maria è nata nel 1878, è morta nel 1922, ha fatto l’insegnante e ha potuto vivere in modo autonomo del suo lavoro. Alla cerimonia presenti anche i suoi attuali discendenti.

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A breve – Ad Avola sarà intitolata ad Adelia Cagliola la scuola dell’infanzia di via Galeno. L’iniziativa è sostenuta dall’amministrazione comunale, da Fidapa e da Toponomastica femminile per ridurre il gap di genere presente nella toponomastica avolese.

Adelia Cagliola, allieva di Luigi Pirandello, fu educatrice, intellettuale impegnata, scrittrice, demologa e raccoglitrice di canti tradizionali avolesi, che trascrisse illustrandoli in un volume intitolato “I canti popolari in Sicilia”.

 




Premiazione del concorso “Sulle vie della parità” – V edizione (seconda parte)

Continua dalla prima parte il racconto della cerimonia di premiazione della quinta edizione del Concorso Sulle vie della parità, di Toponomastica femminile, svoltasi il 27 aprile scorso in un’aula della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre.

Gran parte dei progetti pervenuti hanno saputo cogliere il valore della presenza femminile nei vari contesti, da quello politico a quello culturale, dall’ambito sociale al mondo del lavoro, sviluppando i temi con originalità e incontrando lungo il percorso tante figure meritevoli del ricordo.  Astronaute, vittime del caporalato, della mafia, o dei recenti terremoti che hanno colpito l’Italia centrale e l’isola di Ischia, costituenti e staffette partigiane, passaturi e cappellette, gelsominaie e tessitrici, pilote e badesse, cantanti e attrici, una piccola folla di figure femminili è venuta alla luce nella ricerca, testimoniando la forte componente delle donne nella storia, nel tessuto economico, nella cultura del nostro Paese. Molte biografie, spesso in versione plurilingue, talvolta anche in arabo. Tante le presentazioni in ppt, o i video in cui giovani studenti, diventate/i attrici e attori, danno vita alle figure scelte, cartelloni e collage vivaci e colorati, una guida di genere della città di Cagliari in forma di libro sfogliabile online, una radio su cui vengono caricate periodicamente biografie e interviste immaginarie.  Una app per le vie di Macerata, completa di traduttore e navigatore, una rivisitazione in stile rap del nostro inno nazionale, che diventa Sorelle d’Italia. Hanno contribuito anche Samantha Cristoforetti, intervenuta in una scuola primaria di Milano,  l’on. Caterina Chinnici, intervistata da una classe di Caltanissetta, la street artist Malina Suliman, invitata da una scuola di Noto.

Di seguito le motivazioni dei premi assegnati alle scuole superiori convenute a Roma:

Premio speciale interclasse – IIS Matteo Raeli, Noto(SR)

Classi del liceo artistico, economico/sociale, scientifico e classico hanno realizzatoun percorso, una vera e propria esperienza di cittadinanza attiva, rigoroso e attento alla costruzione di una storia inclusiva e paritaria. Tre i video realizzati: Donne contro la mafia, Storie di donne e di luoghi, Malina Suliman e la street art, dove  le immagini  riescono a valorizzare efficacemente lo spessore e l’impegno civile di ogni protagonista. Lavori che si propongono di rileggere e riscoprire lo spazio urbano attraverso l’ottica di genere. Da segnalare anche le appropriate scelte musicali e l’attenzione a un uso non sessista della lingua.

Fig. 1

Attestato di merito Sezione C – Viale delle Giuste e Premio speciale Dialogo con le Istituzioni – IISS Vergani-Navarra, Ferrara, sede di Ostellato (FE)

Notevole è stato l’impegno di un gruppo di studenti dell’Istituto Agrario di Ostellato profuso nella conoscenza del proprio territorio, e confermato dal loro duplice lavoro, sia per la sezione C del concorso (Viale delle giuste), che per la sezione A2, per la quale hanno realizzato mappe cittadine, per le vie femminili di Ferrara e per quelle del comune di Ostellato. L’apertura verso le comunità locali e l’interazione con diversi soggetti della pubblica amministrazione hanno dato vita a un’interessante occasione di cittadinanza attiva. Fondamentale è stata la collaborazione con l’Ufficio Toponomastico del Comune di Ferrara; la volontà di conoscere e far conoscere la propria realtà territoriale è il primo passo di un percorso di condivisione con la tutta la comunità. Il lavoro è svolto con coerenza espositiva e cura, sia nella stesura delle biografie delle donne studiate, sia nello studio del territorio e nella predisposizione tecnica dei percorsi cittadini.

Fig.2

Premio interregionale B1 – ITIS Fermo Corni, Modena (MO)

Il lavoro ha il merito di essere stato realizzato da due scuole partner che ne hanno curato parallelamente le diverse fasi, una scuola di Modena e una di Casamicciola.  Il percorso, complesso e variamente articolato, comprende lezioni frontali, attività laboratoriali di ricerca, documentazione, produzione di testi, sceneggiature, recitazione, visite guidate.  Si segnalano la creatività e l’efficacia comunicativa del file audio sulla storia drammatizzata della Nave Elettra, dell’intervista immaginaria a Elettra Marconi, e degli altri file audio per la radioweb Beacon Waves sulla biografia di Elettra e Gioia Marconi. L’inserimento del percorso nell’ambito delle iniziative della Settimana della scienza e delle attività di orientamento ha avuto inoltre un’importante valenza formativa.

Fig.3

Premio ex aequo Sezione A1 – Liceo Classico Linguistico e Coreutico Ruggero Settimo, Caltanissetta (CL)

Dalla visita alla sede del Parlamento europeo a Bruxelles è nato l’interesse di un gruppo di studenti di questo liceo ad approfondire la storia del ruolo delle donne nel Parlamento europeo e in particolare quella di Simone Veil, prima Presidente del Parlamento europeo, a cui hanno deciso di intitolare un’aula del loro istituto. Dall’intervista all’onorevole Caterina Chinnici poi hanno tratto spunto per approfondire la ricerca.

Fig.4

Premio Alternanza scuola/lavoro- IIS Paolini Cassiano, Imola (BO)

Il lavoro della classe è stato inserito nell’attività del giornale Nuovodiario Messaggero, che lo ha pubblicato in un fascicolo.

La città “guardata” come mai prima, aggiunge consapevolezza al ruolo della cittadinanza, e al significato della “custodia della memoria” e della trasmissione di saperi alle giovani generazioni . Accurata la fase di programmazione dell’intervento, molteplici gli strumenti usati per rendere la comunità consapevole e direttamente coinvolta.  La scelta per la proposta di intitolazione di una rotonda,  luogo deputato all’intreccio di molte vie, in una città come Imola, caratterizzata dalla sua vocazione ai “motori”, assume un respiro simbolico ampio.

Fig.5

Premio speciale Campus – Università Sapienza, Facoltà di Scienze Politiche/Giurisprudenza, Corso di Laurea in Scienze dell’Amministrazione

L’esperienza avviata quest’anno, anche se ancora in fase iniziale, ha contribuito a far maturare negli studenti e nelle studentesse del corso la consapevolezza di una disparità di riconoscimento alle imprese femminili, piuttosto che a quelle maschili. E a far riflettere che intitolare aule universitarie a studiose che hanno dato un rilevante contributo al pensiero umano può essere un’occasione per diffondere democrazia nei luoghi di studio e di lavoro ed esigere parità di espressione e di valorizzazione.

Fig.6

Premio Sezioni multiple – Liceo scientifico Pietro Paleocapa, Rovigo (RO)

Performances, rappresentazioni teatrali e musicalisu alcune figure femminili del Rinascimento polesano, mostra itinerante fotografico-documentaria sulle 21 costituenti, proposta di intitolazione dell’edificio principale dell’aviosuperficie di S. Maria Apollinare di Rovigo a Maria Antonietta Avanzo, tra le prime donne pilota di auto, e di aerei ,  Radio-viaggio per l’”Itinerario di genere di Rovigo” e Audio-guide per le woman streets rodigine, rendono questo progetto ben articolato nella sua complessità e varietà,  continuando un lavoro  iniziato nei precedenti anni scolastici.  Si apprezzano sia la cura scrupolosa e sapiente profusa sia la capacità di dare concretezza alle idee e di cogliere ogni spunto per arricchire e ampliare le conoscenze.

Fig.7

Premio Sezione B5 – I.P.S. Adriano Olivetti, Fano(PU)

Originale il breve filmato in cui tre alunne interpretano e raccontano la storia di tre staffette partigiane, storia di coraggio, di passione e di resistenza in nome della libertà; ma ancora più originale il rifacimento rap del nostro inno nazionale, che accanto ai fratelli d’Italia vuole dare merito anche alle sorelle d’Italia nella storia risorgimentale e non solo. Significativo  appare il tentativo, felicemente riuscito,  di legare il passato al presente.

Fig.8

Premio ex-aequo sezione B2 – I.T.E. Alberico  Gentili, Macerata(MC)

Una classe del corso di informatica, prevalentemente maschile, sollecitata sul tema del contributo dato dalle donne allo sviluppo dell’umanità, in linea col loro indirizzo di studi, ha costruito, con il contributo dell’Osservatorio di Genere di Macerata, e del Comune di Macerata, una app per smartphone e tablet, che sicuramente potrà essere esempio e modello per ulteriori applicazioni in altre aree geografiche. Oltre a mappare le strade femminili di Macerata, l’app fornisce informazioni sulla figura femminile titolare della strada, con relativa traduzione in inglese, e un navigatore che indica il percorso per raggiungerla. L’incontro poi col vicolo delle orfane ha prodotto un’interessante ricerca sugli orfanatrofi e un sito web.

Fig.9

Premio Sezione D – IISS Carlo Urbani, Porto Sant’Elpidio (FM)

Nell’ambito del progetto “Cittadinanza e legalità al femminile”, la classe ha condotto una  interessante ricerca  sul ruolo produttivo delle donne nella realtà elpidiense nel corso del Novecento: cappellette, sarte e ricamatrici, lavoratrici  del mare e occupate nell’attività calzaturiera, nelle cantine, albergatrici , titolari di negozi,  e maestre, hanno dato un contributo determinante alla crescita culturale, economica e sociale del territorio

Fig. 10

Premio Sezione A2 – IISS Enrico Mattei, Recanati (MC)

Un esperimento di classi aperte, una didattica inclusiva, la valorizzazione della biblioteca scolastica e di quella comunale, hanno permesso a due classi di accostarsi alla conoscenza di figure femminili significative della città di Recanati e di elaborare poi un prodotto multimediale ben sceneggiato e ben recitato.

Fig.11

Premio interregionale B1 e Premio ex-aequo Sezione B2 – IISS Cristofaro Mennella, Casamicciola Terme (NA)

L’istituto Mennella di Casamicciola anche quest’anno ha aderito al nostro concorso, e ha presentato due lavori: il primo, realizzato insieme all’ITIS Corni di Modena, è consistito in una complessa ricerca che ha prodotto poi l’intervista immaginaria a Elettra Marconi, file audio per la radioweb Beacon Waves sulla biografia di Elettra e Gioia Marconi e sulla storia drammatizzata della Nave Elettra. Il secondo lavoro ha ricostruito due vicende biografiche estremamente significative, legate al  terremoto che ha colpito Ischia il 21 agosto 2017, dove si avverte come il tragico episodio sia una ferita profonda e ancora aperta in chi vive a Casamicciola e in tutta l’isola.  Il video, infatti, vuole avviare una fase di “metabolizzazione” della paura e del dolore che passa attraverso la memoria, intrecciando i versi poetici de La Ginestra  di Giacomo Leopardi, le immagini del mare e della natura mediterranea, le foto del devastante terremoto del 1883 e quelle del sisma del 2017.

Fig. 12

 

Vengono inviati per e-mail diplomi e attestati alle seguenti scuole non presenti alla premiazione:

IPSEOA Tor Carbone, Roma

IISS Vincenzo Benini, Melegnano (MI)

IISS Alessandro Volta, Caltanissetta (CL)

IISS Bojano (CB)

 

Servizio fotografico di Giovanni Savio