Con Maria Lai, nelle vie di Aggius

A dieci anni dal progetto Essere è tessere

Sono trascorsi dieci anni da quel 26 luglio 2008 in cui prese vita il progetto Essere è tessere nel comune di Aggius (SS), nella Gallura interna. Ne fu protagonista insieme ai paesani la grande artista sarda Maria Lai, all’epoca quasi novantenne. Si trattò di una sorta di allegro happening che coinvolse grandi e piccoli, nelle vie e nelle piazzette, a partire dal parco Alvinu. Durante il percorso si concretizzò l’intento di quella straordinaria giornata estiva: l’identità fra passato e presente, fra tradizione e innovazione, attraverso letture, improvvisazioni, canti in corso-gallurese, giochi e filastrocche, mentre si dipanavano intrecci di fili e le donne – nelle varie tappe –  mostravano il proprio lavoro sui telai, nel momento stesso della creazione e dell’esecuzione. Maria Lai, nella sua lunga vita e nell’attività di instancabile creatrice delle più svariate forme d’arte – una vera “fata operosa” (come è stata definita da Giovanni Rossi) –  anche in quella occasione non fu semplice spettatrice  e realizzò alcune opere che oggi si possono ammirare sui muri delle case. Tutte hanno per tema il telaio e il lavoro manuale, con sapienti gradazioni cromatiche e sfondi vivacemente colorati: verde, azzurro, rosa, mentre alle linee essenziali, ai fili metallici destinati a durare nel tempo, ai materiali più tradizionali si uniscono talvolta parole e segni grafici, veri e propri “cartigli” che hanno lo scopo di “tessere memorie”. Un esempio di queste  creazioni si può ammirare all’interno del Museo etnografico Oliva Carta Cannas, realizzato in occasione di un precedente soggiorno ad Aggius, nel 2006. Quella volta Maria Lai curò e organizzò una mostra di suoi lavori dal titolo I fili ed altre storie. E osservando i manufatti presenti nel museo, creati da lungo tempo e da mani anonime, non si può che condividere il messaggio: la tessitura è un’arte antica tipicamente femminile che racconta molto del passato; in Sardegna (come altrove del resto) il telaio non mancava mai nelle case, per gli usi più comuni: tovaglie, lenzuola, tende, coperte, ma anche per vere forme d’arte in cui – ieri come oggi – si sprigiona la fantasia e l’abilità della lavorante, insieme ad una pazienza infinita e ai richiami a simboli tramandati di generazione in generazione. Ecco sui tappeti di lana, gli arazzi, i cuscini comparire le spighe di grano, la pavoncella, gli animali della campagna, i disegni geometrici, i fiori stilizzati, l’uomo e la donna in miniatura, con gli abiti tradizionali. Secondo lo scopo e i materiali utilizzati, i colori possono essere molto vivi e ricchi di contrasti, ma nel caso di tende, coperte e altri manufatti più raffinati e sottili – realizzati in lino e cotone – le sfumature si fanno leggere, o addirittura monocromatiche, per cui il disegno emerge grazie ai “pipiones” (pallini rilevati) tinta su tinta.

    I telai

Visitando oggi il MEOC può capitare di vedere all’opera delle signore locali, sui grandi telai manuali che non sono solo in mostra, ma attivi grazie a loro, che tramandano l’arte alle giovani generazioni, sia come interesse personale che per un futuro lavoro.

Dopo aver citato Maria Lai, è d’obbligo aggiungere qualche dettaglio in più su colei che è ritenuta dalla critica la più grande artista sarda del XX secolo. Nata nel 1919 in un paesino in provincia di Nuoro, Ulassai, e morta non lontano, a Cardedu (NU) nel 2013, ha avuto un’esistenza errabonda e segnata da tragedie e lutti; anche gli studi sono stati saltuari e irregolari, fino al Liceo artistico frequentato a Roma e poi, con grande sacrificio e fra mille incomprensioni, all’Accademia d’arte a Venezia, dove rimase bloccata  fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Rientrata in Sardegna, proseguì il suo cammino artistico estremamente personale e non allineato, finché – di nuovo a Roma –  trovò l’amicizia e l’incoraggiamento del grande scrittore Giuseppe Dessì. Negli anni Sessanta si dedicò in prevalenza a varie forme di scrittura poetica, ma dagli anni Ottanta la sua fama crebbe e si diffuse; mentre si avvicinava all’Informale e all’Arte povera, creò i bellissimi “libri cuciti”, senza trascurare le istallazioni effimere, sempre con un richiamo speciale alle tradizioni della sua terra: la lana, il telaio, i manufatti, i simboli, i colori. Proprio l’8 settembre 1981 realizzò la sua opera più famosa (e all’epoca assai controversa): a Ulassai coinvolse, dopo estenuanti discussioni e qualche defezione, l’intera popolazione in quella che viene ritenuta la prima creazione al mondo di “arte relazionale”,  Legarsi alla montagna. Il lavoro preparatorio fu lungo e complesso e l’opera si realizzò in più giorni: furono infatti utilizzati 27 km. di stoffa celeste per legare fra di loro tutti gli abitanti e alcuni pani dalle forme singolari (“su pani pintau”), in un messaggio di vita e amore, mentre qualcuno in quella data avrebbe voluto ricordare la morte e la guerra. Quando un lembo della stoffa fu portato sulla cima del monte Gedili che sovrasta il paese, si realizzò lo scopo finale: tutto così era legato da un unico filo di memorie condivise, in cui si intrecciavano anche il mito e le leggende locali, con il magico sottofondo musicale del flautista Angelo Persichilli.

 Murale ad Aggius

Dopo questa esperienza il nome di Maria Lai fu sempre più noto: partecipò alla Biennale di Venezia, nel 2004 ricevette la laurea honoris causa, organizzò numerose mostre in tutto il mondo,  le furono amici Dario Fo e gli artisti Bruno Munari e Costantino Nivola, ebbe fiducia in lei la gallerista cagliaritana Angela Galletti Migliavacca, riconobbe il suo genio creativo lo stilista Antonio Marras. Negli ultimi anni di vita, sempre attivissima, Maria riuscì a realizzare nel suo paese natale – nella rimessa della ex-stazione ferroviaria –  il Museo d’arte contemporanea La Stazione dell’arte che contiene circa 140 sue opere e resta la testimonianza più significativa del suo originale percorso artistico. Attualmente ospita la mostra “Su barca di carta” che è diventata oggetto anche di un libro, ulteriore omaggio all’artista che sta riscuotendo un crescente successo in Italia e all’estero, specie negli Usa. Di recente una sua opera è stata venduta per oltre trecentomila dollari, mentre suoi lavori sono conservati nelle più importanti istituzioni museali e gallerie: a Parigi, New York, Firenze, Rovereto, Roma, Matera, Venezia.




La Gallura che non ti aspetti. Percorsi alternativi fra mare e monti Itinerario interno. Da Olbia a Vignola

Un libro veramente prezioso, per chi ama la Sardegna lontana dal turismo di
massa e al di là degli stereotipi, è Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell’isola
che non si vede di Michela Murgia (Einaudi) in cui la scrittrice di Cabras racconta
la sua terra attraverso una serie di tematiche mai banali: Alterità, Pietra, Confine,
Indipendenza, Femminilità. Anche il cibo ha un suo preciso ruolo, come momento
conviviale; a questo proposito ricordiamo che in Gallura i piatti tipici non hanno
alcun legame con la pesca e il mare (d’altronde ciò avviene in quasi in tutta l’isola,
terra di pastori e agricoltori). Troviamo innanzitutto la zuppa gallurese, detta
zuppa cuata (o nascosta): è infatti una “zuppa” priva di parte liquida perché i vari
strati di pane carasau (o carta da musica) che si sovrappongono a strati di
pecorino di più stagionature sono bagnati dal brodo (di carni varie) e poi il tutto si
mette in forno, così l’aspetto finale è simile alle lasagne. Altre specialità sono i
chiusoni (sorta di malloreddus rustici) e i ravioli di ricotta dolci, con un po’ di
scorza di limone, che costituiscono un primo piatto, conditi con pomodoro. Magari
dopo aver gustato del pane con l’olio genuino accompagnato dal saporito
prosciutto locale e dalla ricotta (su cui si può spargere una buona composta di
frutta locale o ancora meglio l’abbattu, ovvero un decotto di miele e polline
veramente sublime); a fine pasto un bicchierino di mirto gelato è d’obbligo, ma
attenzione: il liquore è di due tipi, il bianco prodotto dalle foglie macerate, il rosso
dalle bacche (molto più profumato e saporito, comunque i gusti non si discutono).
Sulla tavola non mancheranno mai la birra (di cui i sardi sono i massimi
consumatori italiani), il filu ‘e ferru, sorta di grappa per lo più casalinga, e il vino
(sia bianco che rosso), prodotto un po’ ovunque, grazie al lavoro di eccellenti
cantine.
Lasciata la costa, si percorre l’entroterra su comode strade asfaltate che conducono
in varie direzioni, secondo le mete e gli itinerari, oppure si può utilizzare il trenino
verde, che da Palau arriva a Tempio Pausania. Un itinerario può essere quello delle
chiese cittadine o rurali, un altro può essere archeologico, un altro naturalistico,
un altro ancora museale. Qui ci limitiamo a dare alcuni suggerimenti.
A Olbia, dove i più approdano o atterranno per passare subito oltre (come del
resto a Porto Torres), la basilica di San Simplicio merita una sosta; dedicata al
protovescovo e martire, splendido esempio di stile romanico pisano, è stata
realizzata fra l’XI e il XII secolo quasi interamente in granito.

Foto 1. Olbia, basilica di San Simplicio

A Budoni, nota località turistica, è visitabile il Museo dello stazzo e della civiltà
contadina, mentre i dintorni di Arzachena offrono molteplici aree archeologiche
di notevole interesse: il nuraghe Albucciu, il villaggio la Prisgiona, la tomba dei
giganti di Coddu Ecchju, il tempietto nuragico di Malchittu, i circoli megalitici.
Oltrepassata Santa Teresa (il cui nome è un omaggio del fondatore Vittorio
Emanuele I alla moglie, la regina Maria Teresa d’Asburgo-Este) si entra nel
comune di Aglientu. Appena fuori paese, nascosta nel verde, si trova la graziosa
chiesetta campestre di San Pancrazio, realizzata in granito; la affianca la
“cumbessìa”, tradizionale porticato destinato ad accogliere viandanti e pellegrini.

Foto 2. Aglientu, chiesetta campestre di San Pancrazio

La strada 133 conduce all’ex capoluogo provinciale Tempio Pausania (foto di
copertina); poco oltre l’abitato, ecco l’imponente mole del nuraghe Majori,
circondato da un vero giardino fiorito di piante spontanee, anche rare.
Proseguendo si raggiungono i rilievi più alti della Gallura con il monte Limbara
(1362 metri), preceduto da bellissime sugherete che in primavera si adornano di
asfodeli rosati.
A Calangianus non poteva mancare il Museo del sughero, la cui lavorazione è
ancora di primaria importanza economica.

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Foto 3. Calangianus, maschere locali

Nei pressi di Luras un vero prodigio della natura, che lascia senza fiato: gli
olivastri più vecchi d’Europa, fra gli alberi più antichi del mondo. In particolare
uno, immenso, detto “il Patriarca”, è datato fra i 3800 e i 4200 anni di età, ed è
ben vivo; il suo tronco è abbracciato a fatica da 12-13 persone e la sua chioma
forma una cupola di foglie impenetrabile, di circa 600 mq. Un’oasi di pace, a poca
distanza dal lago Liscia, su cui si naviga con un battello con ruota a pala come sul
Mississippi.
A Luras si trova un museo di grande interesse: il Museo etnografico Galluras che
consiste nella ricostruzione di una abitazione tradizionale, dal 1600 alla metà del
1900; il pezzo più pregiato è il martello in legno della “femina agabbadòra” usato
un tempo per praticare l’eutanasia (di cui narra Michela Murgia nel suo romanzo
Accabadora).


Foto 4. Luras, l’olivastro millenario (il Patriarca)

Una località non lontana, Aggius, ospita sia il Museo del banditismo sia il Museo
etnografico Oliva Carta, veramente affascinante, in cui predominano le attività
tradizionali femminili, in primo luogo la tessitura, a cui si dedicava con maestria
Oliva, madre del generoso donatore degli edifici e di molti arredi. Nelle vicinanze
del paese merita una sosta la cosiddetta valle della Luna (o piana dei grandi sassi),
un’ampia spianata punteggiata dalle forme irregolari e curiose di migliaia di massi,
grandi e piccoli.

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Foto 5. Aggius, la valle della Luna

A Pasqua, nelle feste patronali, in particolari momenti di vita comunitaria
(fidanzamenti, matrimoni, eventi stagionali) e poi in primavera ed estate sono
molte le occasioni in cui si festeggia con balli e canti o si riprendono gli antichi
rituali della cosiddetta “civiltà degli stazzi”, come la trebbiatura (s’agliola), la
tosatura delle pecore, la panificazione, l’utilizzo del maestoso carro a buoi,
testimonianza di tradizioni ancora oggi vissute e sentite, da condividere con chi
viaggia in maniera responsabile e consapevole.


Foto 6. La torre di Vignola




La Gallura che non ti aspetti. Percorsi alternativi fra mare e monti Itinerario costiero. Da Porto Liscia a Vignola

La Gallura (Gaddura in gallurese, Caddura in sardo) è la parte all’estremo nord della Sardegna e costituisce una regione storica e geografica comprendente 23 comuni in provincia di Sassari, dopo che la LR 2/ 2016 ha abolito le province nate nel 2001. Il nome ha una origine incerta; secondo alcune teorie deriverebbe da una popolazione seminomade preromana, per altre dal gallo sullo stemma pisano dei giudici Visconti, oppure sembra significhi “rocciosa, sassosa” e in effetti – sia nella parte propriamente costiera sia nell’interno ricco di rilievi montuosi –  le conformazioni bizzarre delle rocce rendono questa area straordinariamente pittoresca. Una terra aspra, spesso battuta dal maestrale, come la vicinissima Corsica con cui ha molte somiglianze (anche linguisti-che), ma piena di colori e profumi, specie durante la primavera. 

La storia ha lasciato profonde tracce che precedono la civiltà nuragica: questa terra fu abitata dall’uomo fin dal neolitico e la sua posizione certamente favorì gli scambi con il continente, passando attraverso l’arcipelago toscano: doveva essere infatti il corridoio dell’ossidiana e della ceramica, l’oro nero e l’oro bianco dell’antichità. Qui si trovano nuraghi importanti, tombe, siti in parte ancora da studiare; i Romani – mai del tutto tranquilli in Sardegna e circondati dal pericolo costante di rivolte – trovarono il modo di sfruttarne l’abbondanza di granito. I Pisani lasciarono evidenti impronte nell’architettura religiosa e gli Aragonesi nelle imponenti strutture difensive. I Piemontesi – con i loro ingegneri militari – hanno tracciato l’urbanistica di alcune cittadine, come Santa Teresa, costruite a scacchiera con le strade perfettamente rettilinee che si incrociano, mentre le case talvolta mantengono la tipica struttura gallurese a un solo piano, come a San Pantaleo. Oggi è una delle aree con il più alto reddito pro-capite della Sardegna grazie a una florida economia in parte ancora agro-pastorale e all’importante risorsa del turismo.

Proprio di questo vogliamo parlare, e in modo alternativo, visto che spesso – quando inizia la stagione delle vacanze – la Sardegna del nord viene identificata solo con le località alla moda, visitate dai personaggi che affollano le pagine dei rotocalchi. Saltiamo dunque tutta la fascia costiera da Olbia fino a Isola dei Gabbiani, nonostante ambienti magnifici e panorami mozzafiato non manchino certo, per approdare su una spiaggia lunghissima e poco frequentata, anche in pieno agosto. Si tratta di Porto Liscia a cui si arriva con una strada asfaltata, circondata da arbusti e vegetazione mediterranea; il parcheggio è grande e gratuito.

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Foto 1. Porto Liscia

Lo sguardo si posa su una sorta di immenso lago visto che di fronte abbiamo le isolette dell’arcipelago Spargi e Spargiotto e ai lati due promontori. Passeggiare è una bellezza, fra mare piatto e bassi cespugli. 

Proseguendo in direzione di Santa Teresa – lungo la strada 133 bis – si trovano le deviazioni verso altre spiagge; curioso a Conca Verde il richiamo nell’odonomastica  ai personaggi dell’Odissea. Porto Pozzo, qui vicino, sarebbe infatti il mitico paese dei Lestrigoni, giganti antropofagi che distrussero la flotta di Ulisse e uccisero tutti gli uomini, eccetto quelli della sua nave, rimasta fuori dal porto. Ancora più bella e ampia è la valle dell’Erica, una sorta di baia ben protetta circondata da scogli. Affacciato sulle Bocche di Bonifacio, il capoluogo Santa Teresa di Gallura – che proprio in pieno centro ha la rinomata Rena Bianca (sempre affollata) – merita una sosta  per ammirare la bella torre spagnola di Longonsardo, i resti dell’antico mulino, la chiesetta di Santa Lucia, i giardini ben curati, le piazze accoglienti, il porticciolo turistico. Da qui non si può non raggiungere Capo Testa che offre molteplici motivi di interesse: percorsi naturalistici, il sito archeologico Lu Brandali, calette nascoste e un imponente faro; in questo luogo le stupefacenti conformazioni di granito modellate dal vento fecero esclamare al celebre scultore Henry Moore: «Ho trovato chi sa scolpire meglio di me!» Lungo l’istmo, sulla spiaggia delle Colonne (o di zia Colomba), sono ancora ben visibili gli abbozzi di quelle abbandonate dall’epoca romana, là dove ora giocano i bambini in acque calme e limpide come meravigliose piscine naturali.

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Foto 2. Spiaggia delle Colonne

Lungo la strada costiera, in direzione Castelsardo, si incontra una breve deviazione per raggiungere una spiaggetta suggestiva e poco frequentata, anche perché spesso ricoperta di alghe (ma va ricordato che la posidonia non è un rifiuto: è infatti  una protezione naturale dall’erosione costiera): Lu Pultiddholu. Grazie a sentieri non difficili, si possono fare, da entrambi i lati della baia, passeggiate in cui si ammirano scoglietti, minuscole insenature, mille sfumature di azzurro.

Ma da ora in poi inizia la vera meraviglia: il sito di importanza comunitaria “Monte Russu” di 1.989 ettari di cui circa 300 ancora nel comune di Santa Teresa e 1.000 nel comune di Aglientu, mentre  il resto è  lo spazio marino antistante. 

Foto 3. Monte Russu

Quel tratto di costa incontaminata, fra baie, scogliere e lunghe spiagge orlate da dune – dove non esistono costruzioni nella fascia fra strada e mare – ha fatto affermare al giornalista Beppe Severgnini, abituale frequentatore: «ancora oggi penso che i venti chilometri tra Santa Teresa e Vignola siano il tratto di mare più spettacolare, affascinante –  e rispettato –  del Mediterraneo». Ecco allora il susseguirsi della Liccia, di Rena Majore, della spiaggia di Matteu, e poi: cala Pischina, Monte Russu, Naracu Nieddu, Riu Li Saldi. Tutto il percorso si può fare a piedi, interamente o a tratti, grazie ad un sentiero che si snoda fra ginepri e corbezzoli, fra cespugli di mirto e di lentisco, fra fiori profumati e dai colori più vari: il bianco del giglio marino, il giallo del papavero delle spiagge, il rosa acceso del cisto, il fucsia del  fico degli ottentotti, il verde intenso della palma nana.

Foto 4. Rena di Matteu

La baia sabbiosa di Vignola si annuncia di lontano con la chiesetta di San Silverio e la torre, in posizione dominante, preceduta dalla spiaggia detta Saragosa (o Chisgjnaggju) e seguita dalla spiaggetta sul versante opposto, meno frequentata, vicina al nuraghe Tuttusoni; anche qui sono possibili vari percorsi pedonali, senza difficoltà e affascinanti. Salire verso la possente torre di avvistamento – in copertina – realizzata in blocchi di granito, costituisce un’ulteriore esperienza: il silenzio è totale, anche se i bagnanti sono a pochi passi; si cammina fra farfalle e lucertole, nel ronzio degli insetti e il frinire delle cicale, e intorno ancora vegetazione spontanea, mentre il gabbiano corso e i cormorani  volano alla ricerca di cibo, pronti a tuffarsi. Il nostro percorso costiero si conclude in bellezza e armonia, anche se continua sulla carta geografica fino ai confini della Gallura e oltre. 




La serie Catch 22 si gira in Sardegna

L’attore e regista George Clooney è in Sardegna, ma si sta godendo poco le vacanze in famiglia nella sua villa di Puntaldia. È infatti impegnato nelle riprese di una serie televisiva, girata per buona parte nell’isola. Si tratta di Catch 22, ambientata durante la Seconda guerra mondiale, per cui da mesi erano stati organizzati provini. In particolare Clooney cercava dei musicisti che potessero validamente costituire una banda militare, ma fino a pochi giorni fa non era riuscito nell’intento.  Ora la situazione si è sbloccata in maniera brillante: sono stati ingaggiati nel cast i componenti della banda della gloriosa Brigata Sassari (o “Tattaresa”) di fanteria meccanizzata, l’unico corpo militare italiano costituito esclusivamente da Sardi.  Ottenute le autorizzazioni dello Stato Maggiore, i trenta musicisti – guidati dal primo maresciallo luogotenente Andrea Atzeni – hanno lasciato i panni dei “dimonios”, per indossare divise americane degli anni Quaranta. Nei giorni scorsi, sotto un sole accecante, hanno suonato negli spazi dell’aeroporto dismesso di Venafiorita, nei pressi di Olbia, circondati da jeep, aerei, camionette che riproducono fedelmente i mezzi dell’epoca. 

Clooney non è nuovo all’attività di produttore e regista, pensiamo ai bei risultati di Good night and good luck, ma neppure all’attenzione verso il secondo conflitto mondiale. Una sua interpretazione del 2014 – nel film Monuments men – lo ha visto a capo di un gruppo di militari americani impegnati nel salvataggio e occultamento di opere d’arte europee, sottratte all’avidità rapace del Terzo Reich.

Due notazioni per chi conoscesse solo vagamente i “dimonios”(diavoli): alla parata del 2 giugno sono gli unici che cantano quando sfilano perché la loro  marcia militare, assai celebre nell’isola (e spesso sfruttata come suoneria dei cellulari…), è dotata di un testo che inneggia al coraggio, all’altruismo, all’intento di mantenere viva la pace e si conclude con l’esortazione  “avanti forza paris” (forza uniti). L’altra riflessione, di tipo storico, ci porta al passato, quando un gruppo di soldati sardi, nel 1914, a Genova, stanchi dei soprusi imposti dai commilitoni continentali e dai superiori, si ribellò con una rissa furiosa allo strapotere di un intero reggimento; si racconta che gli alti comandi, stupiti da tanto coraggio, arrivarono a  dire che con una brigata di soli Sardi si sarebbe potuta vincere una guerra. Era nata la leggenda dei “dimonios” che, nei conflitti successivi, dimostrarono un ardimento senza pari, testimoniato dal lunghissimo elenco di onorificenze e raccontato in maniera efficace e commovente da Emilio Lussu nel suo romanzo autobiografico Un anno sull’Altipiano.




Le balie della Valdinievole

Con il riordino e l’apertura al pubblico degli Archivi storici della provincia di Pistoia, nel 1995, è riemersa una realtà a lungo tempo dimenticata, quella delle balie che dalla Valdinievole emigravano per vendere l’unica cosa preziosa che possedevano: il loro latte.

Il baliatico è una questione esclusivamente femminile, “marginale” nell’interesse degli storici: è un lavoro sommerso, talvolta ignorato dagli stessi discendenti delle protagoniste. Le donne hanno sempre parlato malvolentieri di questo mestiere anomalo, di breve durata e legato alla quantità e qualità del latte prodotto: non solo testimoniava lo stato di miseria, ma riportava alla mente il doloroso distacco dal proprio figlio neonato.

Il fenomeno si può circoscrivere in un periodo abbastanza preciso: dalla seconda metà dell’Ottocento agli anni Trenta del XX secolo, in qualche caso anche dopo la Seconda guerra mondiale. I luoghi di espatrio erano essenzialmente: la Francia del Sud e la Corsica, talvolta anche la Tunisia, l’Algeria, la Svizzera, la Germania.

Foto 1. Gruppo di balie della Valdinievole in Francia, inizio Novecento. (Biblioteca comunale di Chiesina Uzzanese)

Le donne che partivano erano casalinghe, contadine, bisognose di dare un contributo economico alla famiglia, e per farlo lasciavano a casa la loro creatura appena nata, che veniva allattata da una vicina o una parente. La mortalità infantile dei figli delle balie era più alta della norma perché erano privati del latte materno e affidati a donne non sempre sane o poco attente alla cura e all’igiene dei piccoli.

Anche il viaggio verso un luogo sconosciuto dove avrebbero trovato una nuova lingua e un ambiente ben diverso dal proprio, costituiva un sacrificio, ma l’esperienza poteva rivelarsi utile da vari punti di vista: erano ben nutrite e ben vestite, si occupavano esclusivamente del bambino loro affidato, mangiavano a tavola con i padroni, in estate si trasferivano in bellissimi luoghi di villeggiatura, sottoscrivevano un regolare contratto che prevedeva una visita medica e un salario stabilito, potevano ricevere doni, vivevano una sorta di emancipazione e di autonomia economica, instauravano rapporti anche belli e duraturi con i loro “figli di latte ”, frequentavano ambienti che mai più nella vita avrebbero conosciuto. In Valdinievole mancavano le industrie, si viveva di agricoltura e del poco che offriva l’area palustre del Padule: il latte appariva dunque una risorsa da sfruttare, preferibile a una vera e propria emigrazione familiare.

Le donne locali erano molto richieste perché godevano fama di essere pulite e attente all’igiene, diventavano madri in giovane età, molte sapevano leggere e scrivere e parlare un buon italiano, dato essenziale per ricche famiglie che vivevano all’estero ma desideravano insegnare la lingua d’origine alla prole.

Esistevano, sul luogo, delle “procaccine” che curavano il rapporto domanda-offerta; verificavano lo stato di salute delle future partorienti e le prenotavano per i propri clienti; dopo il parto veniva controllata l’abbondanza di latte, si firmava il contratto e si partiva verso l’ignoto, di solito con un accompagnatore di fiducia, in treno o in nave.

Per tutto l’Ottocento e oltre, in assenza di latte artificiale, il baliatico al proprio domicilio non era affatto raro, e si praticava anche negli ospedali.

Foto 2. Siena, Ospedale di Santa Maria della Scala

In Toscana due casi emblematici sono l’Ospedale degli Innocenti di Firenze e l’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena dove molte donne (di solito madri nubili o vedove o madri cui era morto il neonato), legate con regolare contratto, allattavano i trovatelli (fino a cinque ognuna), per un periodo che poteva arrivare fino a diciotto mesi, finiti i quali erano impiegate come balie “asciutte”.

Foto 3. Il pannello della mostra di Toponomastica femminile “Donne e Lavoro”

 

 

 

 




Campionati del mondo di calcio. Russia 2018 Alcuni buoni motivi per tifare Islanda

La tifoseria italiana, orfana della Nazionale ai Campionati del mondo di calcio, sta cercando squadre alternative; c’è chi fa il tifo per le favorite, chi preferisce le più deboli, chi quelle europee, chi le americane. Un intero Paese ha risolto il problema tifando in massa per il beniamino locale Thiago Alcantara, oggi con la maglia della Spagna; il bambino nacque l’11 aprile 1991 proprio qui, a San Pietro Vernotico (Brindisi), perché il padre Mazinho, di origini brasiliane, giocava nel Lecce.

Le prime prove delle squadre più forti, almeno sulla carta, sono state pareggi o deludenti sconfitte, allora vale la pena guardare con rispetto e ammirazione verso la piccola Islanda che si è rivelata una conferma, e non una meteora passeggera, battendosi con onore con l’Argentina di Messi.

Desta stupore che un Paese di soli 334.000 abitanti abbia circa 20.000 tesserati (di cui il 25% donne) e 650 allenatori diplomati, assunti a tempo pieno. Da due anni a questa parte, dopo gli Europei, gli investimenti sono stati grandiosi e i frutti si vedono: secondo la graduatoria Fifa nel 2013 la squadra era al 135° posto, ora è al 22° (l’Italia al 19°…); in Russia è arrivata per meriti indiscussi vincendo in un girone non facile. Ma quello che veramente colpisce anche chi non è tifoso/a e non si interessa di  calcio è avvenuto in ambito sociale, in un arco di tempo ben più lungo. Il governo islandese ha coinvolto la gioventù incoraggiando la pratica del calcio come un vero motore di socializzazione e di crescita. In un Paese quasi spopolato e freddo sono stati costruiti stadi coperti e riscaldati, sono stati formati tecnici, è stata incentivata la partecipazione femminile. I risultati sono concreti e dimostrati dai fatti, i dati del successo parlano da soli: in neppure venti anni quindicenni e sedicenni che abusavano di alcool sono scesi dal 48% al 5%, chi fa uso di cannabis dal 17% al 7%, chi fuma sigarette dal 23% al 3%.

E’ evidente che non sarà tutto merito delle attività sportive e del pallone, ma certo è la prova che investimenti intelligenti nel tempo libero giovanile, a lungo termine, vengono premiati ed è bello a Mosca vedere festeggiare il pubblico e i calciatori nella Geyser sound, una sorta di allegra  “ola” collettiva a braccia alzate, con coro e battimani ritmati. E poi quelle magliette azzurre sfumate di bianco e rosso – a ricordare l’acqua, il ghiaccio, il fuoco dei vulcani – sono state create da un’azienda di Parma, la Erreà. Quindi un po’ di Italia si può trovare anche sui campi di calcio russi.




Blessed Virgin, la controversa figura della monaca Benedetta Carlini

Nel corso dell’estate il regista olandese Paul Verhoeven proseguirà in Toscana le riprese del suo ultimo film, iniziato nel 2017; si tratta di Blessed Virgin, dedicato alla controversa figura della mistica Benedetta Carlini, vissuta all’epoca della Controriforma.

Benedetta Carlini nacque nel 1591 a Vellano –  sulle colline sopra Pescia, nel cuore della Valdinievole – da una famiglia della classe media, che fu in grado di collocarla  in un convento appartato e tranquillo, quello pesciatino della Madre di Dio, dove entrò a soli nove anni. Apprezzata dalle consorelle, nel 1619  fu fatta badessa. In seguito avrebbe avuto una serie di inquietanti visioni in cui alcuni uomini cercavano di ucciderla. Le comparvero anche dolorose piaghe sul corpo, vere e proprie stigmate, che i medici ritennero reali; sempre più intenso divenne il suo rapporto con Gesù che le raccomandava la purezza e le proibiva molti cibi fra cui  carne, latte, uova. Le aveva addirittura assegnato un angelo custode in grado di premiarla o di punirla secondo i suoi comportamenti. Temendo che venisse molestata da entità demoniache, fu consigliato alla consorella Bartolomea Crivelli di vivere insieme a lei,  nella sua cella. Le visioni più terribili sarebbero terminate ma la badessa raccontava di percepire ancora presenze soprannaturali, in stati fra il sonno e la veglia, mentre Gesù l’avrebbe spinta a celebrare un vero e proprio matrimonio. Intanto si diffondevano voci fuori dal monastero e Benedetta cominciava a essere ritenuta santa.                                                                                                                                                         Le autorità ecclesiastiche decisero allora di censurare le sue visioni mistiche, potenzialmente pericolose per la dottrina perché potevano essere considerate come segni di una spiritualità indipendente, se non addirittura eretica. Guardie pontificie le facevano visita varie volte al giorno, ma la badessa non fu mai interrogata ufficialmente fino a quando non si venne a conoscenza che con Bartolomea si era creato un rapporto d’amore. Fu proprio Bartolomea a confessare che, durante gli amplessi, entrambe avrebbero provato le esperienze mistiche descritte, di cui la sessualità era parte integrante.                                                                                                                                           La religiosa fu dunque privata del suo incarico di badessa e successivamente tenuta sotto sorveglianza, in una sorta di prigonia, per i restanti trentacinque anni della sua vita. Morì a Pescia nel 1661, mentre suor Bartolomea era deceduta l’anno precedente. 

Principale fonte sulla sua vita è il testo di Judith C. Brown: Immodest Acts – The life of a lesbian nun in Renaissance Italy (Atti impuri, nell’edizione italiana) che ha dato origine a un’ampia discussione sulla sessualità femminile e sul misticismo. Secondo la studiosa infatti diedero più scandalo la libertà di pensiero, l’autonomia di giudizio,l’anticonformismo delle scelte di Benedetta che non il suo orientamento omosessuale;  in ogni caso, un certo tipo di esplicite dichiarazioni all’epoca (e non solo allora…) erano sufficienti per una condanna. La vicenda ha superato i confini del tempo e ha varcato l’oceano, catturando l’attenzione anche di una scrittrice canadese, Rosemary Rowe, che ha dedicato un testo teatrale alla badessa toscana.                                                

Verhoeven non è nuovo agli argomenti scabrosi: è infatti il regista di Basic Instinct e di  Elle,  che questa volta è stato attratto dalla storia ricca di sfaccettature e di interrogativi sui  confini tra fanatismo, autentica religiosità e misticismo. Il ruolo della protagonista di Blessed Virgin è stato affidato all’attrice belga Virginie Efira che sarà affiancata da Charlotte Rampling; le riprese non si  terranno però nei  luoghi degli eventi, ma nelle suggestive cittadine di Montepulciano e San Quirico d’Orcia, non di rado utilizzate come set cinematografici. D’altra parte la Toscana, per la varietà degli ambienti naturali e per la ricchezza del patrimonio artistico, viene scelta spesso sia per serie televisive che per film. Per fare qualche esempio basta ricordare La vita è bella, Camera con vista,  Oci ciornie, Amici miei; e ancora le commedie di Nuti, Pieraccioni e Panariello fino al recente La pazza gioia di Paolo Virzì e ai Delitti del Barlume, serie  tratta dai fortunati romanzi di Marco Malvaldi, le cui riprese stanno per iniziare all’isola d’Elba.




Sulle tracce della Resistenza in Valdinievole

La Valdinievole – in provincia di Pistoia, in Toscana – dopo l’8 settembre 1943 si trovò attraversata dalla Linea Gotica che dalla costa adriatica arrivava fino al confine con la Liguria, direttamente sul mare Tirreno. Vari nuclei partigiani si organizzarono, anche con il contributo di militari sbandati e della popolazione; in questo quadro la situazione, come in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, divenne sempre più difficile a causa della presenza delle truppe tedesche occupanti, aiutate dai fascisti locali. Sequestri di beni, vere e proprie ruberie di animali e provviste, lavoro coatto per gli uomini ritenuti abili, rastrella-menti, violenze di ogni genere divennero elementi della quotidianità, a cui si accompagna-vano i raid aerei degli Alleati che – quando colpivano – non distinguevano certo fra amici e nemici.

Molto si è detto, rievocato, narrato su questo periodo e soprattutto sul secondo terribile inverno, fra il 1944 e il 45, quando le forze erano ridotte al minimo e la fiducia vacillava, come magistralmente ha raccontato Beppe Fenoglio parlando della sua esperienza nelle Langhe. Il fatto di sangue più grave avvenuto in queste terre fu l’eccidio del Padule di Fucecchio – compreso fra le province di Pistoia e Firenze – nel territorio pianeggiante ai margini dell’area palustre, fra campi coltivati, canneti e boschi. Iniziamo da qui il nostro percorso per ricordare vicende e luoghi che ancora ci parlano dell’accaduto.

Non lontano da Montecatini Terme, a Ponte Buggianese, in cerca di tracce e personaggi, si può partire dalla piazza centrale dove sorge il santuario e percorrere la “ruga”; si arriva a un ampio spazio alberato dedicato agli eroici fratelli Banditori: Lenin Giulio (detto Leo), ferito nel ’44 in un bombardamento, morì presso Volterra, e Nicola (soprannominato Tarzan per la forza e la resistenza al freddo e alle fatiche) fu ucciso “in seguito a ferita prodotta da mitraglia” a Porretta Terme, a pochi giorni di distanza, mentre voleva arrivare fino a Berlino, nel cuore del Reich. 

Foto 1. Intitolazione ai fratelli Banditore

Anche il campo sportivo, situato accanto al fiume Pescia, è dedicato a loro fino dal 16 settembre 1945. Della loro vicenda si occupa un volume collettivo, edito nel 2005 dall’amministrazione comunale, e intitolato in modo significativo Non fermarsi al Ponte che ricostruisce la vita della famiglia da sempre antifascista, la passione politica, l’entusiasmo giovanile dei due fratelli. Nella piazza, su un piano rialzato, si ammira dal 1993 la monumentale opera in bronzo dell’artista pistoiese Jorio Vivarelli dal forte significato simbolico: “Parabola storica- via della Resistenza- l’ultima sfida”.     

Nei pressi del centro del paese si trova un’area verde con la piazza inaugurata nel 1990 e dedicata a Giovanni Magrini. Era un giovanissimo carabiniere di Ponte Buggianese – in servizio a Praticello, presso Gattatico, sull’Appennino Tosco-Emiliano – e fu protagonista il 9 settembre 1943 di uno dei primi atti della Resistenza. Senza direttive e ignorando l’armistizio e quanto stava accadendo nel resto d’Italia, si trovò a difendere con i commilitoni la caserma assaltata da soldati della Wehrmacht, che volevano prendere le armi e le munizioni; dopo aver respinto due bombe a mano e ferito i nemici, fu colpito in pieno al braccio sinistro da una raffica di mitra per cui rimase mutilato; nel 1952 gli fu conferita la medaglia d’argento al valore militare. Gli è stata dedicata anche la caserma dei Carabinieri di Montecatini.

Foto 2. Area verde dedicata a Giovanni Magrini

Da Ponte Buggianese, in circa due chilometri si raggiunge la frazione Anchione dove sorge un monumento in ricordo dell’eccidio, proprio davanti alla chiesa; poco dopo appare la Dogana del Capannone, importante edificio mediceo recentemente restaurato e aperto (saltuariamente) al pubblico. Ospita un piccolo Centro di documentazione sulla strage che si svolse nelle campagne intorno. Oggi in questa vasta area è bello passeggiare (o andare in bicicletta) lungo gli argini e i canali, osservando i tabacchifici abbandonati e le case ormai in disuso. Incontrando cippi, piccole edicole e la grande lapide sul tabacchificio del Pratogrande è impossibile non soffermarsi sulla strage nazifascista avvenuta il 23 agosto 1944, di cui pure tanti hanno scritto e su cui si continua a indagare.

Foto 3. Tabacchificio di Pratogrande

Le vittime – scelte casualmente in un territorio molto ampio – furono 176 (altre fonti parlano di 174 o di 175): fra di loro non c’erano partigiani/e, nessun militare, ma tante famiglie locali e altre sfollate fuggite dalle città bombardate, come Pisa, Livorno, Pontedera; 31 avevano oltre 55 anni, 22 ragazzi erano sotto i 15 anni, 3 sotto l’anno di età (fra cui le piccolissime Maria Malucchi di 4 mesi, Silvana Tognozzi e Rosa Maria Silvestri), 3 bambini di due anni e una donna invalida di 93: Maria Faustina Arinci, detta Carmela, a cui fu gettata una bomba nella tasca del grembiule. Questi sarebbero stati i pericolosi cospiratori!  Nessuna regione come la Toscana – è bene ricordarlo – ha dato un tale tributo di vittime civili: 4.461, sul totale di 9.980; e la provincia di Pistoia – in soli quattro mesi – ne ebbe 680.

Foto 4. Lapide di Pratogrande

Dalla parte opposta dell’area palustre, dopo Monsummano Terme, lungo la via Francesca, in direzione Fucecchio, si nota sulla destra il piccolo nucleo abitato di Castelmartini (Larciano); nella breve via di accesso spicca il candido monumento eretto alle vittime dell’eccidio dallo scultore Gino Terreni. All’interno del Centro Visite del Padule, poco distante, si possono osservare da vicino alcuni bozzetti preparatori realizzati in creta o gesso.

Foto 5. Bozzetto di Gino Terreni

Anche altrove in Valdinievole si trovano ricordi dell’eccidio sotto forma di lapidi, monumenti e intitolazioni stradali (vedi: Luoghi della memoria- Istituto Storico della Resistenza- Pistoia) riferite inoltre a partigiani locali e a personaggi storici: dai fratelli Cervi a Bruno Buozzi, da Giacomo Matteotti a Giovanni Amendola, che proprio in questa zona fu picchiato a morte, sulla via verso Pistoia, in località Colonna. Fra le tante merita di essere segnalata una intitolazione, avvenuta il 25 aprile 2016 a Pieve a Nievole, grazie ai contatti presi con l’Amministrazione  locale dalla associazione Toponomastica femminile; si tratta di: largo delle Partigiane, unica del genere nell’intera provincia. 

Foto 6. Largo delle Partigiane

Proseguendo la strada verso Fucecchio, andando nell’interno, ci si inoltra sulle belle colline ricoperte di ulivi e di vegetazione; se da Lamporecchio si procede verso Pistoia, si attraversa la località San Baronto; qui, lungo la via Montalbano, un breve tratto – iI 20 febbraio 2016 – è stato intitolato dal comune a Maria Assunta Pierattoni, vittima del nazifascismo e protagonista di una drammatica vicenda. Nata a Lamporecchio nel 1895, rimase vedova con tre figli; il grave disagio economico la portò a cercare ogni genere di lavoro, finché fu avvolta in una spirale di sospetti e di fraintendimenti che la condusse in carcere. Dopo la fuga, nuovi errori ed equivoci la riportarono in carcere fiduciosa che venisse dimostrata la sua estraneità ai fatti imputati. In seguito fu catturata dagli Alleati e accusata di essere una spia perché aveva con sé un salvacondotto firmato dal coman-dante repubblichino del carcere di Parma. Le sue tracce diventano sempre più labili e la sua fine non è chiara; si sa solo che morì in un giorno imprecisato del novembre 1944 in località Arni di Stazzema, proprio là dove il 12 agosto le SS avevano ucciso 560 persone.

Foto 7. Intitolazione a Maria Assunta Pierattoni

A proposito di vittime innocenti, ricordiamo fra le tante i tre giovani che trovarono la morte su una mulattiera a San Gennaro (presso Collodi) il 26 luglio 1944; una croce di ferro con una lapide alla base, situata nell’oliveto di Aldo Michelotti, ne tiene viva la memoria. Si tratta di due ragazzi di 19 anni (Aldo Giannoni e Livio Frateschi) e di una donna: Germana Giorgini. Era nata a Pescia il 19 settembre 1918, faceva la cartaia ed era diventata staffetta partigiana; fu fucilata lì vicino, in località “La Rovaggine”. Un masso, posto sulla via per San Gennaro nel 1997 a cura dell’Anpi di Pescia e del comune di Capannori, reca incisi i nomi dei caduti.  

Foto 8. Centro Polivalente dedicato ad Amina Nuget

Dopo tanto dolore e tanta violenza, concludiamo l’itinerario ideale con un messaggio di fiducia e di speranza. Venendo da Collodi, superata Pescia in direzione Montecatini, si entra nel comune di Uzzano; qui, in località S. Lucia, sulla sinistra una brevissima deviazione porta al Centro Polivalente dedicato ad Amina Nuget, uno dei tanti nomi di persone sconosciute ai più che però hanno contribuito con la loro oscura opera al bene dell’umanità. Amina e il marito Umberto Natali, infatti, durante la Seconda guerra mondiale nascosero e protessero tre sorelle ebree, salvandole dalla deportazione. Per questo sono stati nominati “Giusti fra le Nazioni” nel 2003.