Il capro espiatorio

La storia produce di continuo capri espiatori: possono essere minoranze etniche o religiose, oppure portatori di comportamenti minoritari, o addirittura corpi non conformi. La figura è ben nota, e i sistemi autoritari e oscurantisti l’adottano da sempre, con fredda premeditazione. Si tratta per loro di un’operazione facile e molto conveniente. Lanciano il sasso nello stagno: il resto lo fa con gratuito entusiasmo il tam tam  della gente. Il caso degli ebrei è la memoria più tragica e più immediata, ma si può ricordare anche l’antico esempio manzoniano degli untori. Il capro espiatorio si chiama così perché  come vittima sacrificale accoglie su di sé i mali della comunità, attira la punizione divina: deve rappresentare un bersaglio contro cui scagliarsi e su cui riversare la propria rabbia, e serve a scaricare il malcontento, le frustrazioni e le ansie diffuse nel vissuto popolare.

Altrettanto “normale” per i regimi è l’espediente di inventare problemi inesistenti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, che non si sanno o non si vogliono risolvere.

Si usa in questo caso – a malo proposito – il termine ‘emergenza’, e si diffondono parole d’ordine esasperate, si citano dati molto spesso farlocchi, si gonfiano singoli episodi, si spargono fake news, contando sulla disinformazione e sulla credulità dei più. Le false emergenze diventano discorso quotidiano e dunque business per molti, successo elettorale per alcuni. Penso ovviamente alle migrazioni: basta conoscere un poco la storia umana per capire che esse non sono un’emergenza, bensì una dinamica costitutiva delle comunità e dei popoli. Siamo tutti figli e figlie di migrazioni.

Il progresso scientifico, la diffusione dell’istruzione, la laicizzazione delle società avrebbero dovuto cancellare le prassi discorsive infondate e strumentali, ma non è stato così. La potente riemersione in Occidente di una domanda di capri espiatori, di cospirazioni e di complotti, impone ai difensori della razionalità la ricerca di argomenti e metodi nuovi per smascherare e smontare gli stereotipi: è un impegno che spesso i social, con i loro post assertivi, con le loro parole d’ordine dicotomiche, con le loro logiche tribali, rendono più difficile.

I social stessi, però, possono offrire strade alternative, diffondere ragionamenti, incitare alla riflessione: noi ci proviamo.




Guerre invisibili su corpi di donne che non aiutiamo né qui né a casa loro

Terre des hommes: 

Le bambine rapite da Boko Haram, quelle costrette a diventare le spose dei guerriglieri del Califfato per una notte e poi ripudiate, le spose bambine di tante altre parti del mondo, quelle coscritte alla leva obbligatoria a un’età ancora infantile, simboleggiano con le loro testimonianze e con i numeri drammatici che esprimono, tutta la barbarie di un sistema mondo ancora molto indietro rispetto alla difesa dei loro diritti fondamentali. 

Quando parliamo dei drammi delle migrazioni ci riferiamo quasi sempre alle morti in mare, o alle torture e agli stupri perpetrati quotidianamente nei campi di detenzione. Altre tragedie umane sono meno visibili ai nostri occhi indifferenti, sono meno raccontate dai media: questo non significa che non esistano.

La pratica dei matrimoni precoci è incentivata dai conflitti che insanguinano l’Africa e il Medio Oriente. Mentre in Europa continua a mancare la volontà di porre fine alle sofferenze dei rifugiati, allo scenario si aggiungono ogni giorno nuovi drammatici dettagli.

Nei campi profughi si può diventare mogli a undici anni. I dati relativi agli Stati dove sono stati allestiti questi lager mostrano che il numero di spose-bambine cresce di anno in anno. Sono una merce ricercata!

Dicono gli operatori delle Ong: Ho visto molti uomini anziani alla ricerca di giovani mogli, ho saputo di un libanese sposato con sette figli che voleva sposare una ragazza. Mi ha anche cercato una madre siriana che voleva maritare le sue due figlie adolescenti.

Giordania e Libano sono i Paesi più colpiti da queste pratiche. Il 75% dei rifugiati siriani sono donne. Gli uomini vanno in avanscoperta in Europa, per portare poi la famiglia, ma ciò significa che nei campi profughi restano i soggetti più vulnerabili, e per loro perfino i matrimoni forzati sembrano una soluzione (prima della guerra i matrimoni precoci erano relativamente pochi in Siria).

Save the Children sottolinea che per molte famiglie siriane dare in sposa una figlia piccola è l’unico modo per proteggerla dalle violenze e dagli abusi che rischia di subire nei campi profughi  e anche dall’insicurezza economica. Il matrimonio, per quanto con un uomo più anziano anche di trent’anni, è pur sempre un matrimonio. In qualche modo preserva l’onore. 

Fattore non trascurabile è il prezzo della sposa versato dai futuri mariti alle famiglie delle giovani, una piccola somma in denaro che può servire ad affrontare l’estrema povertà dei campi profughi. In questi matrimoni imposti, dove la minore non ha alcuna voce in capitolo, ella diviene merce di scambio per un possibile futuro all’estero. In Giordania, ad esempio, un matrimonio costa in media 21mila dollari alla famiglia dello sposo, ma le ragazze siriane “costano poco”, per loro la dote si aggira tra i 400 e i 700 dollari. 

Questa situazione – insieme alla pratica sempre più diffusa dei “matrimoni temporanei”, della durata di pochi mesi – alimenta lo sfruttamento sessuale e la tratta di giovani siriane. Dopo che sono state abbandonate dal marito “a tempo”, combinare un matrimonio “onorevole” è praticamente impossibile. Vengono così condannate a una vita di esclusione e marginalità sociale e possono aspirare solo ad altri matrimoni temporanei. Di fatto, una prostituzione camuffata.

Poi ci sono questioni che riguardano la salvezza dell’intero nucleo familiare. Il matrimonio con uomini giordani o libanesi conferisce a queste ragazze il diritto di rivendicare la cittadinanza, consentendo loro di fatto di lasciare gli insediamenti dei rifugiati. È ormai pratica comune utilizzare il matrimonio per ottenere visti d’ingresso per quasi tutti i Paesi del Medio Oriente.

Una bambina siriana può andare in sposa a un commerciante giordano che, in cambio, diventa lo sponsor che consente a tutti i parenti della moglie di uscire dal campo profughi e cominciare a condurre una vita normale. Normale per loro, non per lei.

Ho sposato Reem, quando aveva 15 anni, per proteggerla dagli altri uomini del campo. Sono felice del mio matrimonio, lei è una brava ragazza e fa ogni cosa che le chiedo.

Un altro esempio eclatante è quello della Somalia: da più di vent’anni il Paese è devastato da una cruenta guerra civile dove è emersa la presenza del gruppo terroristico al-Shabaab, legato ad al-Qaeda. Donne e bambini sono le principali vittime di questo conflitto. 

Una donna di Mogadiscio ha raccontato che un giorno quattro miliziani di al-Shabaab si sono avvicinati al chiosco che gestiva assieme alla figlia di 17 anni, e uno di loro ha chiesto di sposarla. Alla richiesta di matrimonio, la donna si oppone: Ho protestato, è troppo giovane. Ma loro mi hanno minacciato di tagliarmi la gola di fronte a lei.

La comunità internazionale si era impegnata a mettere fine alla pratica dei matrimoni precoci entro il 2030. Invece, scrive Save the Children, se il numero di spose bambine nel mondo crescerà ai ritmi attuali nel 2030 avremo 950 milioni di donne sposate giovanissime e 1,2 miliardi nel 2050. Sotto lo sguardo indifferente della società civile, troppo impegnata nell’opera di respingimento.




Un piccolo pezzo di una storia grande: i treni della felicità

Il primo convoglio partì da Roma, Stazione Termini, il 19 gennaio del ’46. Non era più un treno di morte come i convogli dei deportati, ma ricostruiva la vita.

Nell’immediato dopoguerra, per anni, migliaia di famiglie di lavoratori del centro-nord, per lo più emiliane e romagnole e toscane, aprirono le proprie case a bambini provenienti dalle zone del Paese più povere e più colpite dalla guerra. Da Cassino bombardata, da Napoli semidistrutta, da Roma baraccata, poi dalle campagne affamate della Puglia e della Sicilia. Essi trovarono nelle nuove città cose mai viste: l’acqua corrente nelle case, le lenzuola profumate nel letto, la carne sulla tavola. Furono curati e vaccinati. Impararono a leggere e a scrivere. 

Tornati a casa raccontarono della prima volta che videro il mare. Del primo gelato della vita. Della cioccolata. Così diversa la vita di un piccolo coltivatore o di un artigiano emiliano – che pure certo non erano benestanti – da quella di un bracciante del mezzogiorno, dove si viveva del lavoro precario di una giornata e si mangiava quando si poteva.

A chiamarli “treni della felicità” fu il sindaco di Modena; a lanciare l’iniziativa furono le donne della neonata Udi, a partire dall’idea di solidarietà laica che animava Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di sterminio di Ravensbrük.

«La risposta fu al di là di ogni legittima speranza – si legge nella prefazione di Miriam Mafai al libro dell’antropologo Giovanni Rinaldi “I treni della felicità”, edito da Ediesse – tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Solo nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, migliaia di bambini lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati», in cambio di niente, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente, in tutto 70mila.

“Andate in Alta Italia? Attenti, che quando arrivate i comunisti vi trasformano in sapone!” Allora spaventata dissi: “Io non ci vado più.” Mio fratello e mia sorella invece, che erano più piccolini, dicevano: “Andiamo, andiamo col treno! Non l’abbiamo mai preso il treno”, Luigina, 13 anni, Lazio.

“Mi sembrava di essere in una favola, dentro quel treno. Vedevo tutti queste luci nel mare che rispecchiavano, e io non potevo riuscire a capire che cos’erano, perché non avevo mai sentito che c’era il mare”, Erminia, 7 anni, Puglia.

Fig. 1. Bambine e bambini sui treni della felicità

L’idea fu replicata in successive situazioni di emergenza: nel 1950 per lo sciopero di San Severo, che portò all’arresto di molte coppie di braccianti, vittime della repressione di Scelba, costretti a lasciare soli i propri figli; e poi nel 1951/52, per bambine e bambini del Polesine alluvionato.

Si intrecciarono non solo storie pratiche di soccorso, ma storie emotive di relazioni e di affetti che poi durarono nel tempo. Storie di chi sapeva costruire comunità.

La vicenda dei bambini che partirono con i treni della felicità è straordinaria al punto da sembrare oggi frutto di fantasia, ma è assolutamente vera e fa parte, per fortuna, della nostra storia. “Questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime” (Luciana Viviani in “Pasta nera”, documentario del regista Alessandro Piva).

Un insegnamento che acquista ancora più valore in un momento come questo, dove assistiamo allo sbarco di migliaia di disperati e abbiamo dimenticato il valore dell’accoglienza, in anni in cui essere solidali è ben più facile di allora. 




Facciamo un bel viaggetto, italiani brava gente?

Grazie anche ai voli low cost e alla diffusione di Internet, gli italiani sono diventati i più attivi d’Europa nel turismo sessuale. I “turisti” sono circa 80mila, per lo più uomini (90%), secondo le stime dell’organizzazione noprofit Ecpat (End Child Prostitution in Asia Tourism). Negli ultimi anni la loro età si è abbassata, ed è compresa tra i 20 e i 40 anni.


1. ECPAT

Si può scegliere un pacchetto all inclusive: viaggio, alloggio, vitto, drink e ragazze. Si paga un po’ di più per le vergini (“robetta tenera”, le chiamano), ma i confini tra chi va con adulti e chi con minori è labile: ovunque dominano il consumismo sessuale, il rapporto di dominio, il potere del denaro. A ogni latitudine il filo rosso che lega le vittime è quella della povertà.

A fronte di prestazioni a prezzi stracciati, il giro d’affari è colossale, stimato nel mondo intorno ai 5 miliardi di dollari all’anno, ed è in gran parte controllato dalle organizzazioni criminali.

Figli, mariti, padri, lavoratori. E poi un aereo. E poi in vacanza al Sud del mondo. E poi diventano il demonio. Italiani, tra quelli che ”consumano” di più a Santo Domingo, in Colombia, in Brasile. Italiani, i primi pedofili del Kenya. Attivissimi, nell’olocausto che travolge 15.000 creature, il 30% di tutte le bambine che vivono tra Malindi, Bombasa, Kalifi e Diani. Piccole schiave del sesso per turisti. In vendita a orario continuato, per mano, talvolta, dei loro genitori. In genere hanno tra i 12 e i 14 anni, ma possono averne anche 9, anche 7, anche 5. Minuscoli bottini per turisti. Burattini di carne da manipolare a piacimento. Foto e filmati da portare a casa come souvenir. Costa quanto una buona cena o un’escursione.

Dal blog del Ricciocorno schiattoso.

Complessivamente, i minori vittime di sfruttamento sessuale nel mondo sono stimati in 2 milioni; un quarto vive in Asia. La Thailandia, per anni destinazione preferita dei turisti-pedofili, negli ultimi tempi è meno gettonata a causa di una maggiore attenzione da parte delle autorità locali, pur sempre però in un quadro di illegalità diffusa.


2. Le rotte

A conferma del fatto che i nostri connazionali siano i principali fruitori di questo tipo di turismo sessuale, in alcune strade dell’Africa non è difficile trovare cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano.

Le ragioni che stanno dietro la scelta dei clienti non interessano, o peggio paiono ovvie: non ho letto una sola analisi psicologica in merito.

Il frequentatissimo www.gnoccatravel.it, o www.travelweare.com, i numerosi siti in cui i clienti scrivono le recensioni delle loro vittime, bastano a dimostrare che l’uomo non patisce oggi, come non pativa ieri, alcuno stigma.

Anche sui marciapiedi delle città italiane e negli hotel compiacenti stanno arrivando ragazze sempre più giovani: sono le più richieste. Emerge una pedofilia ben più diffusa di quel che pensiamo: la giovane età accentua il senso di supremazia del maschio.

In Italia li incontri a scuola, in ufficio, al bar, per strada; o in chiesa. E mentono, come quelli che negano di conoscere l’età delle ragazzine quando fanno carte false per usarle proprio perché giovanissime. Ricordate i facoltosi pedofili dei Parioli?

Esiste una tradizione. Durante la triste stagione del colonialismo italiano in Eritrea molti soldati italiani e gerarchi fascisti si concedevano una “Venere nera” bambina: la pratica si chiamava madamato. Era l’espressione del dominio autoritario del colonizzatore sull’indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del libero sul prigioniero, del ricco sul povero, del forte sul debole. 

Nella prostituzione convergono gli effetti perversi di tre sistemi di dominio: il patriarcale, il capitalista e il razziale.

3. Foto ricordo

Ecco in che termini di malcelata soddisfazione il famoso giornalista Indro Montanelli in un’intervista del 1982 raccontava a Enzo Biagi la sua esperienza:

Aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni, a dodici anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. (…) Era un animalino docile, io gli (sic) misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari.

Montanelli era così sereno perché riteneva (non senza ragione) che gli italiani in grande maggioranza la pensassero come lui. 




La tattica dello struzzo

Dagli adulti più prossimi fin da piccoli si impara, non solo con le parole e gli esempi ma anche attraverso i silenzi, che cosa è il rapporto con il proprio corpo e con quello dell’altro/a; si imparano affettività, amore, piacere, relazione, rispetto, responsabilità.

Di “certi” argomenti però, oggi come in passato, genitori o insegnanti non vogliono parlare, o ne parlano con reticenza, con imbarazzo. Ne hanno paura, o non sono preparati, o li ritengono temi scottanti e difficili: con questo suggeriscono che siano cose scabrose o malsane. Una famiglia su tre non ha mai affrontato il tema e due terzi dei genitori hanno difficoltà a parlarne con i figli.

E allora a chi si ricorre? I ragazzi e le ragazze si arrangiano come possono, dove possono.

Le statistiche dicono che i giovani imparano la sessualità anzitutto dagli amici (30%) e dalla rete (60%), poi da libri e riviste (13%); solo in ultima istanza dalla propria madre (10%) o dal proprio padre (7%). Ai/alle docenti spetta la percentuale più misera: 5%. Secondo l’Osservatorio su minori di Torino, il 72% degli adolescenti quando ha dei dubbi cerca risposte su Internet.

Precoci, disincantati ma sempre meno informati: è questo il ritratto del rapporto sugli adolescenti italiani disegnato dal XXV Congresso nazionale della Società italiana di andrologia.

Il materiale pornografico è il modello di riferimento prevalente, quando gli adulti latitano. Ilaria Bonato presenta una ricerca tra 600 studenti e studentesse bolognesi tra i 13 e i 16 anni: solo tre giovani su dieci non guardano video porno (i siti porno in rete sono 2 miliardi). L’88% delle ragazze trova la pornografia violenta e volgare, contro il 12% dei maschi, ma per un terzo di loro il sesso reale non è diverso da quello mostrato nella pornografia. Del resto il 16% la trova utile per imparare, il 12% la ritiene divertente e per il 27% è normale esserne curiosi.

Si registra un allarmante distacco fra affettività e sessualità.

Sull’amore fisico conoscono solo parole grevi, volgari, animalesche. Le ragazzine parlano di sesso come di caramelle, poiché restare vergine è “da sfigate”: “ho fatto quello, proverei quell’altro, l’importante è non restare fregata”. La maggioranza di loro – nonostante i precoci esordi – si muove alla cieca, è afflitta da conoscenze approssimative e da convinzioni sbagliate.La stragrande maggioranza ignora l’esistenza dei consultori.

Secondo un sondaggio condotto dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia su un campione di adolescenti, il 18,9% dei maschi e il 14,8% delle femmine ritiene ragionevole avere rapporti sessuali completi fin dai 14 anni.

Solo il 39%  di loro usa abitualmente il preservativo, il 37% ritiene inutile l’utilizzo combinato di pillola e preservativo, il 14% li considera un ostacolo al rapporto.

In questo quadro, la demonizzazione dell’educazione sessuale a scuola pare davvero colpevole, giocata com’è sulla pelle dei nostri figli e delle nostre figlie.

La Chiesa fa muro e la classe politica si adegua: decenni di proposte per introdurne l’insegnamento tra i banchi e neanche una legge in materia, anzi reazioni furiose da parte del fronte antigender. Il dibattito non è nemmeno più all’ordine del giorno nel nostro Paese, dove la prima proposta di legge risale al 1910.

Occhio non vede, cuore non duole: una tattica fin troppo vecchia, una mastodontica ipocrisia ai danni di generazioni sempre più disorientate.

 

 

 

 

 




Che genere di scuola

Non so se e come il nuovo Governo del Paese affronterà il tema dell’educazione di genere, che fu sia pur sommariamente e vagamente inserito dal Governo Renzi nella legge chiamata “Buona scuola”.

Nessuno ha la minima idea dell’opinione in materia del nuovo responsabile del Miur. Io so solo ciò che è accaduto finora. So solo che è profonda e diffusa l’esigenza di un cambiamento (sì, quella parola che tanto piace ai nuovi poteri).

All’interno dell’istituzione scolastica si è assunto sempre che contenuti e metodi della formazione fossero neutri rispetto alle differenze, e che bastasse non nominarle per contrastare le disuguaglianze.Èstata spesso presente una forma di negazione dell’aspetto sessuato della persona, ma l’imbarazzo o il silenzio sono anch’essi una potente trasmissione di messaggi, che consegnano alla clandestinità emozioni, desideri, interrogativi. Se gli e le adolescenti non fanno domande, questo non significa che non ne abbiano, in un momento storico in cui si incrociano possibilità plurime di essere e divenire donne e uomini.

I nostri ragazzi sono liberi di crescere ed esprimersi secondo le loro inclinazioni, o sono ancora soggetti a una “prova di virilità” che ne condiziona comportamenti e modi di fare? Quali sono le loro reazioni alla nuova libertà femminile nel mondo, alla crescente presenza delle donne nel lavoro, nella cultura, nella politica? E quali resistenze oppongono le ragazze alla crescente mercificazione dei corpi femminili che è la faccia regressiva, distorta e mistificata di quella libertà?

La scolarizzazione di massa è stata probabilmente il fenomeno che con maggior forza ha segnato il mutamento femminile della percezione del sé, introducendo percorsi uguali e condivisi, ponendo tutti e tutte di fronte agli stessi obiettivi. La scuola però non ha accompagnato questa sua straordinaria funzione con una riflessione adeguata, ma si è limitata a far convivere in modo casuale e frammentario la pratica del nuovo con l’andazzo tradizionale.

Nonostante queste premesse mi colpisce – quando vado in giro per l’Italia – il fatto che da parecchi anni siano tante e tante le docenti che manifestano il desiderio e la necessità di introdurre nella didattica quel doppio sguardo (uno sguardo non in-differente) che non hanno trovato nella propria formazione di base. Dovrebbero essere sostenute da sponde politiche autorevoli, e questo non avviene.

La critica profonda e corrosiva alla cultura patriarcale non ha trovato ancora nei vertici della scuola una sponda forte.

Come si fa a contribuire all’evoluzione democratica di una società, se le competenze di chi va a insegnare non prevedono la conoscenza del percorso storico, culturale, sociale e politico di metà della popolazione? In che modo si possono formare giovani cittadine forti e consapevoli, quando le discipline scolastiche non parlano di loro, non parlano a loro? Come si fa a superare la visione androcentrica del mondo?

Che lo si voglia vedere o no, le femministe han già scardinato, e non si stancano di farlo, le impalcature del logosoccidentale e del discorso incentrato su di esso. Questo sì, è stato un cambiamento radicale.

L’alternativa ora non è se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come si è sempre fatto, con un ordine implicito, invisibile e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggior consapevolezza dei modelli di riferimento che naturalizziamo ed eternalizziamo senza prevedere aree di problematizzazione.

Se vogliamo andare avanti, o se accettiamo di essere rimandate indietro. Il pericolo esiste.

 

 

 




Interroghiamo il fuori tema

Molti assassini di donne si suicidano dopo aver compiuto il femminicidio: l’ultimo caso – avvenuto a Prato – ce lo ricorda. Distruggono se stessi con l’oggetto di attaccamento (a volte coinvolgendo anche figli e figlie), poiché per loro non esiste distinzione tra i soggetti. 

Qui sta la loro “anormalità”, ma davvero è solo la loro?

Questo dato agghiacciante parla delle patologie non di singoli, non di culture lontane e arretrate, ma di una cultura attuale, la nostra: parla di una concezione diffusa che esalta l’amore fusionale e la coppia romantica, che in loro nome non vede la vocazione al controllo e giustifica l’incapacità di elaborare i lutti e le perdite.

Dobbiamo ragionare a fondo su quanto è nascosto nelle relazioni intime, nella vita delle coppie, nei rapporti familiari. Dobbiamo trovare il coraggio di portarlo alla luce senza temere che questo comporti complicità con gli assassini.

Finalmente nominiamo il potere, ma troppo a lungo abbiamo eluso il nesso tra amore e violenza, nonostante il lavoro magistrale di Lea Melandri (Amore e violenza; Come nasce il sogno d’amore):

Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’amore di sé, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

Abbiamo preferito ignorarlo, perché fa male, destabilizza e può mettere in crisi racconti antichi di amori salvifici, idealizzazioni comode di universi incantati dal “per sempre”, forti desideri inconsci di risarcimenti: composizioni utopiche di interezza, “due in uno”, metafore potenti di pezzi di mela che si ricongiungono, sogni di beatitudini originarie, armonie perfette, reciproche indispensabilità. In definitiva, indistinzioni tra soggetti (“senza di te non sono niente”). 

Troppo facile, persino liquidatorio ripetere “questo non è amore”, come se l’amore non abbisognasse di aggettivi: come se non conoscessimo legami esclusivi, legami perversi, amori malati, amori masochistici, amori che fagocitano, passioni abusanti, abbracci mortali. 

Nella postmodernità è cambiato il sogno d’amore? La commercializzazione della sessualità ha avuto almeno il vantaggio di svelare le trappole del sogno romantico? L’autodeterminazione conquistata dalle donne con l’emancipazione economica ha ridotto almeno la necessità della dipendenza emotiva?

Da quanto posso ascoltare nelle scuole e tra la gente io non lo credo; sono convinta che sia arrivato il momento di portare il tema in primo piano, nelle discussioni pubbliche e nei discorsi privati.

Troppo ne stiamo tacendo con i nostri figli e le nostre figlie, senza accorgerci che spargendo miele a piene mani facciamo loro del male e che li prepariamo male alla vita.




La schiava migliore non ha bisogno di essere picchiata, si picchia da sé

Goethe diceva con lucida saggezza Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. 

Una delle intuizioni originali del femminismo è stata rendersi conto che per un tempo lunghissimo le donne hanno dovuto far propria la visione maschile del mondo, con adattamenti, resistenze, ma anche continui tentativi di strappare qualche potere, in primis quello di rendersi indispensabili nella vita quotidiana: l’unico concesso e praticato per secoli, come rilevava John Stuart Mill ne L’asservimento delle donne.

Scrive Lea Melandri:

Le donne non hanno solo cura dei bambini, dei neonati: forniscono cura a uomini in perfetta salute, uomini che si possono curare da soli. Questo non è di poco conto: vuol dire che le donne, nella cura, hanno strappato qualche potere, che è l’indispensabilità all’altro.

La battaglia più dura da affrontare riguarda la psicologia delle donne stesse, che devono riconoscere e superare gli stereotipi e i pregiudizi propri della cultura patriarcale rinunciando a modelli introiettati che le hanno inglobate in una bolla rassicurante ma soffocante.

Nella Mistica della femminilità fin dal 1963 Betty Friedan parlava del “problema senza nome”, del “comodo campo di concentramento” fatto di gratificazioni paternalistiche, che chiude tante donne nella gabbia delle aspettative sociali, nell’adesione a stereotipi che ne incanalano l’esistenza entro pareti sicure ma asfittiche.

È dolorosa, questa complicità: ogni infrazione – vera o presunta – a doveri così tassativi scatena non solo stigmi sociali ma feroci sensi di colpa, con annessi rimorsi e frustrazioni (il senso di colpa è utilissimo agli addomesticatori di coscienze).

Virginia Woolf lo chiamava il potere ipnotico del dominio, le psicanaliste il predatore interiore. Lea Melandri parla di violenza invisibile: la vittima parla la stessa lingua dell’aggressore, è talmente de-individuata da aver perso la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi bisogni piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze. Come le è stato insegnato, chiama tutto questo ‘amore’. La subordinazione e questo tipo di amore non sono affatto esclusivi. 

Persino nella violenza di genere c’è una verità che fa male: una parte delle donne ritiene di meritarsela almeno un po’. Nel profondo pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Ritiene di non fare mai abbastanza. 

L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Ho iniziato io. Poverino, non lo fa apposta. In fondo mi vuol bene, a modo suo mi dimostra affetto. Però con i bambini è buono. Ha un sacco di problemi al lavoro …

Un amore che è frutto di suggestioni, idealizzazioni e proiezioni non riconosce il soggetto. 

Darei qualsiasi cosa per te. L’amore richiede sacrificio. Senza di te io non sono niente. Mi sei indispensabile. Noi due siamo una cosa sola. Tu sei la mia metà.

Povere e analfabete, ricche e colte, vecchie e giovani: la dipendenza emotiva non distingue tra classi sociali, etnie, religioni, età. Sono tante, in tutto il pianeta, le donne cresciute nel mito dell’unione fusionale e intrappolate in relazioni abusanti: si sottomettono alla tirannia della sopportazione per amore, mentre la loro autostima si dissolve nella continua ricerca di riconoscimenti affettivi. 

Perché noi siamo state le serve che hanno amato i loro padroni, le prigioniere che hanno amato i loro carcerieri, le oppresse che hanno amato i loro despoti, lungo tutto il corso della storia, con poche eccezioni.

È difficile, è faticoso affrancarsi da modelli che per millenni ci hanno trasmesso il bisogno di un uomo e della sua approvazione per sentirci complete.




Violenza fisica, violenza sociale, violenza simbolica

Il 17 maggio di ogni anno – dal 2004 – l’Unione Europea indice la Giornata contro l’omofobia e la transfobia, conlo scopo di sensibilizzare i Paesi membri contro ogni forma di atteggiamento pregiudiziale basato sull’orientamento sessuale.  Il 20 novembre di ogni anno ricorre poi la Giornata in ricordo delle persone uccise dalla violenza transfobica.

Il nostro Paese è il primo in Europa per numero di aggressioni e abbiamo il triste record di omicidi di transessuali e transgender.L’odio si propaga nelle scuole, nelle strade, su internet e nel discorso pubblico; si assiste al moltiplicarsi di discriminazioni, di attacchi e di violenze.

La motivazione che sorregge la transfobia è connessa al bisogno di mantenere rigidi i confini tra i generi. L’idea che le trans costituiscano una minaccia è diventata parte di una narrazione tossica che teme addirittura la sparizione delle donne. Ancor più dell’omosessuale, il/la trans diventa una specie di parente scomodo/a emarginato da ogni parte: da molte femministe e perfino da gay e da lesbiche.In ogni società e in tutte le epoche i corpi sessuati vengono addestrati e disciplinati da un insieme imponente di strutture perché si adeguino ai valori e alle credenze socialmente accettate, ai comportamenti, alle relazioni e alle pratiche accreditati, alle classificazioni dominanti. L’impianto si fonda su un rigido determinismo. Il tentativo di revoca dello statuto del codice binario della sessualità è ancor oggi per molti/e l’inimmaginabile, l’inedito, il non previsto. Un possente macchinario appiattisce la ricchezza delle differenze, preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti.

All’in­terno dello spazio pubblico, definito dal linguaggio semplificatorio di quella contrapposizione, alcuni soggetti sviluppano caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri, classificati come irregolari e diversi, quindi giudicati pericolosi, sono screditati, patologizzati, marginalizzati o addirittura esclusi, perseguitati.

L’ignoranza aggiunge disagio al disagio[1]. Se alcuni “esperti” tentano ancora di classificare le persone omosessuali come soggetti devianti, camuffando da “scienza” i propri pregiudizi, la situazione si complica ulteriormente quando si parla di transessualità: la confusione e i preconcetti su questo tema sono enormi, l’interdetto sociale è la norma. Ne sono affetti/e persino molti/e insegnanti.

L’antibinarismo non vuole ovviamente eliminare o contestare orientamenti, identità, ruoli/espressioni binarie; semplicemente insiste perché non siano le uniche condizioni lecite o date per ovvie; per non relegare tanti esseri umani nelle categorie della malattia o della devianza, per non abbrutirli nel senso di colpa.Sappiamo che a causa dei potenti pregiudizi che collegano il transessualismo alla malattia mentale, alla perversione e alla prostituzione, le persone transessuali raramente trovano comprensione già nel nucleo familiare di origine.

Lo scopo va oltre quello di creare più caselle che siano di tutti i colori, oltre a rosa o azzurro. La soluzione è quella di eliminare le caselle, perché non si chieda più a nessuno/a di adattarsi. Perché nessun corpo si senta straniero.

La sessualità non binaria non è la fine della civiltà: semmai è la presa di coscienza della nostra complessa umanità, dopo secoli di repressione.

Identità e orientamenti diversisono sempre esistiti, ma solo da poco hanno portato le loro istanze alla luce del sole.La differenza con il passato è che un tempo tutte queste cose venivano vissute nella vergogna e nel silenzio, mentre oggi possono acquisire una dimensione pubblica, politica, che scardini la visione normativa e gerarchicamente ordinata.

Non vogliamo strade obbligate da percorrere, gabbie in cui farci incastrare: ognuno può e deve scegliere per sé il proprio modo di vivere il corpo, l’affettività e il sesso. La libertà non fa male a nessuno, fa bene a tutti e a tutte.

 

 

[1]L’omosessuale si identifica con il proprio sesso biologico, si rispecchia dunque nel proprio corpo, ma prova attrazione affettiva, fisica ed erotica per una persona del suo stesso sesso. Il transessuale, invece, sente una forte e persistente identificazione con il sesso opposto e un persistente malessere riguardo al proprio sesso, oltre aun totale senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale socialmente previsto per il proprio sesso.

Le persone transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali o bisessuali, in quanto l’identità di genere (come noi ci percepiamo) non è automaticamente legata all’orientamento sessuale (da chi siamo attratti).




Vittime e carnefici di nuova generazione

C’è un acceso dibattito tra chi continua a vedere in ogni forma di prostituzione una coerenza col patriarcato e chi, accettando la definizione di sex-work e dunque proiettandola nell’universo del lavoro, la sottrae al campo della violenza per condurla a quello dell’autodeterminazione, accusando spesso la prima versione di censura e moralismo.

È pensabile una libera scelta nella vendita del proprio corpo, stanti le attuali relazioni economiche e gli assetti di forza?

Se le vittime di tratta subiscono il potere hard delle organizzazioni criminali, molte giovani italiane vivono un potere ben più invisibile. Chi domina non ha bisogno di violenza o di ricatto, quando la vittima è talmente de-individuata da aver perso, o addirittura non aver mai acquisito, la capacità di riconoscersi preda di un carnefice perché si identifica con lui e con i suoi desideri piuttosto che con se stessa e con le proprie esigenze.

L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare e a se stesse come a oggetti dello sguardo altrui, autosvalutandosi al ruolo di comparse marginali in un copione di cui altri sono autori.Lo scenario preconfezionato si inscrive nelle loro teste e nei loro corpi, provocando non solo addomesticamento ma una sorta di complicità. Se la grazia domestica delle donne era il modello antico, l’ideale oggi è una sessualità voyeuristica oggettificata.

Il quadro è più complicato dello schema tradizionale sfruttatore/sfruttata.

Col berlusconismo sono venute alla ribalta donne che non rientrano nella tradizionale categoria della prostituzione, pur facendo del proprio corpo un’impresa commerciale ed esponendosi programmaticamente a sguardi pornografici.

Si tratta di un progetto di vita condiviso, esploso negli ultimi decenni, benedetto dall’invidia sociale, diventato miraggio. L’immaginario della società dei consumi dà una mano interessata. Vincenti e fotogeniche, le giovani donne hanno intorno un indotto impensabile di fotografi, cameramen, stilisti, parrucchieri e quant’altro, tutti impegnati ad adeguarle ai criteri estetici – peraltro banalotti – del capo.

Trasformata in oggetto di consumo, la baby-modella assume in studio pose seduttive davanti alla macchina fotografica e occhieggia allusiva dai cartelloni pubblicitari. Le insegnano a mettere il lucidalabbra già a sei anni, per essere perfetta per lui.

In un contesto così allargato l’immagine della prostituzione – purché di lussosi vende come portatrice di un fantasma di sessualità liberata.

 

Chiamami Peroni, sarò la tua birra.

Guardami, toccami, accarezzami, sussurrami, prendimi, scuotimi, incitami, venerami, esaltami, sentimi, proteggimi, criticami, lasciami, amami, rilassami.

Io sono Giulietta. Prima di parlare di me, provami.

 

Questo scempio viene chiamato ‘libertà’.Il rovesciamento di significato dell’intero lessico politico è stato il segno più evidente del cambio di egemonia che ha contrassegnato il trentennio neoliberista. Non riusciamo a scrollarcelo di dosso.