Arabia Saudita. La patente e poi?

Dopo anni di lotte, arresti, insulti, vessazioni, dopo campagne social planetarie come “Io guido con Manal”, a sostegno di Manal ash-Sharif che si fece riprendere alla guida violando la legge saudita che impediva alle donne la possibilità di conseguire la patente e di mettersi al volante, il re Salman ha fatto decadere il divieto. 

Dunque non più ostaggio dei ritardi, dei capricci, delle dispute con gli indispensabili traghettatori, parenti maschi o autisti di professione, cui doversi sottomettere per potersi muovere, ma libere dal loro “guardiano”, a dispetto dei teologi wahabiti, esponenti del tradizionalismo sunnita che vige in Arabia Saudita, sempre ostili e contrari a questa incredibile autonomia femminile, più intangibile che il diritto di voto: guidare l’automobile. 

La revoca è entrata  in vigore il 24 giugno scorso, celebrata dalla versione araba della rivista di moda Vogue, con la principessa Hayfa bint Abdullah al Saud, una delle figlie del defunto re Abdullah, ritratta al volante di una decapottabile rossa. 

Il permesso di guida sostenuto dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, che ha avviato un programma di riforme per innovare un Paese, tra cui la possibilità di entrare negli stadi o di essere imprenditrici senza il consenso di un parente uomo, potrebbe cambiare la vita delle saudite. La ragione del via libera si fonda principalmente su motivazioni economiche.

Ma perché proprio ora? 

Per la prima volta dopo sessant’anni l’Arabia Saudita è in una grave situazione economica; non più sostenuta dagli ingenti introiti petroliferi ha bisogno dell’apporto lavorativo di uomini e donne. Una popolazione giovane sotto i trent’anni in rapido incremento non permette di mantenere i livelli attuali di assistenza sociale ai ventidue milioni di abitanti della monarchia assoluta. L’ambizioso programma economico promosso dal principe Bin Salman, SaudiVision2030 vuole trasformare l’economia basata sul petrolio in un’economia post-petrolio dipendente, e immettere la maggior parte della popolazione nel mercato del lavoro con criteri rivoluzionari per la tradizione del paese: rinuncia all’apporto dei milioni di immigrati forza lavoro, accesso alle carriere per merito e capacità, non per appartenenze tribali familiari.

Le donne sono la chiave di volta del cambiamento: meglio istruite, meno riluttanti degli uomini a svolgere lavori di cura, più desiderose di assumere ruoli attivi. 

La tradizione saudita le pone in una posizione subordinata nella rigida società patriarcale e tribale. La sottomissione alla custodia maschile e il divieto di guida sono stati finora l’ostacolo insormontabile per far crescere il numero di donne impiegate come forza lavoro. La classe media odierna non può sostenere le spese di un autista per portare le donne al posto di lavoro; istituzionalizzare l’assenza dal lavoro del marito per portare la moglie dal medico dal dentista o a fare la spesa in assenza di mezzi pubblici adeguati e fruibili per le donne, è inconcepibile. Alla fine meglio togliere il divieto alla guida per le donne, per il bene dell’economia del Paese, con l’intento di alzare il rapporto di solo una donna su cinque occupati, beneficiando del loro sapere e dello stimolo inevitabile che la loro presenza pubblica darà al mercato del lavoro.

In uno Stato in cui la situazione dei diritti umani resta in ogni caso critica, decine di attiviste per il loro impegno nella difesa dei diritti delle donne sono in carcere: far guidare l’automobile alle donne è insieme uno specchio per le allodole e una questione cruciale. 

L’istallazione dell’artista Manal Al Dowayan, uno stormo di duecento colombe di carta in volo realizzata con i permessi di viaggio delle donne, era la denuncia delle leggi di tutela che interdicevano possibilità alle saudiane di guidare e di essere indipendenti. Oggi grazie alla patente le donne potranno spiccare  il volo. Questa riforma davvero farà valicare quei confini di autonomia, gli hudud inviolabili, o si limiterà a spostare gli steccati? 

Figura 1

https://theconversation.com/the-real-reason-saudi-arabia-lifted-its-ban-on-women-driving-economic-necessity-97267




Effetto Mondiali

La foto di una giovane supporter che esulta per il gol della propria squadra, con il volto dipinto e un bel tutù con i colori nazionali è un’immagine usuale durante tutti gli eventi sportivi. Ai Mondiali FIFA 2018 in Russia se i colori sono verde bianco e rosso della Repubblica islamica dell’Iran, le cose cambiano. 

La foto scattata da Frank Augstein dell’AP, ritrae due fan della nazionale durante il match Iran-Portogallo, e la tifosa non indossa come impone la legge iraniana, l’hijab obbligatorio per presentarsi in pubblico. L’osservazione più ovvia è quella che la legge vale nel proprio Paese, dove vige la norma, ma appena fuori dei confini, moltissime si tolgono il velo. Certo, è così, ma la foto ci permette di riflettere meglio su come lo sport, la sua pratica e anche il tifo calcistico, attività quotidiane e banali, siano traguardi importanti da raggiungere in alcuni Stati.

epa06825289 Supporter of Iran cheers prior to the FIFA World Cup 2018 group B preliminary round soccer match between Iran and Spain in Kazan, Russia, 20 June 2018.
(RESTRICTIONS APPLY: Editorial Use Only, not used in association with any commercial entity – Images must not be used in any form of alert service or push service of any kind including via mobile alert services, downloads to mobile devices or MMS messaging – Images must appear as still images and must not emulate match action video footage – No alteration is made to, and no text or image is superimposed over, any published image which: (a) intentionally obscures or removes a sponsor identification image; or (b) adds or overlays the commercial identification of any third party which is not officially associated with the FIFA World Cup) EPA/DIEGO AZUBEL EDITORIAL USE ONLY

FOTO 1. Primo piano di una tifosa

La qualificazione dell’Iran per la fase finale della Coppa del Mondo riveste un ruolo significativo per le donne iraniane. La separazione tra i sessi nella sfera pubblica in Iran è anche per le partite di calcio. Una legge non scritta, ma la consuetudine e la prassi nella repubblica islamica hanno impedito alle donne di partecipare a eventi sportivi pubblici negli stadi; ragione dichiarata: per motivi di sicurezza.

Appena lo scorso aprile, cinque giovani donne avevano dovuto travestirsi con tanto di baffi e barba per tifare Persepolis, quasi come nel film Offiside di Jafar Panahi, Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2006. Il loro gesto, insieme a quello di tante prima di loro, arrestate o esuli dal Paese, che hanno messo in pericolo la propria incolumità per conquistare il diritto allo stadio nel corso degli anni, ha cambiato le cose. 

Il capitano della nazionale di calcio iraniana proprio in vista delle partite mondiali ha invitato il presidente Hassan Rouhani a togliere il divieto di ingresso negli stadi alle donne. Così, quarant’anni dopo, le donne hanno avuto, se non riavuto, il diritto vero e proprio, l’opportunità, il permesso o la concessione che ciascuna scelga di tifare apertamente sugli spalti di uno stadio. 

Era dal 1979, primo anno della rivoluzione islamica, che le porte dello stadio di Teheran, lo stadio della Libertà (Azadii), non si aprivano per le supporter dell’Iran. La nazionale impegnata mercoledì 20 giugno contro la Spagna ha avuto donne festanti che hanno potuto sventolare la bandiera, inviare foto e video dai cellulari, riprendersi con i volti dipinti. Il tutto amplificato dai grandi videowall dello stadio, come ogni evento e partita che si rispetti. 

Il preludio per rivedere le donne di nuovo negli stadi, ripristinando la prassi, non potendosi abolire la norma non scritta. Iran versus Spagna ha visto la sconfitta dell’Iran, e non ha passato le eliminatorie, ma poco importa. La gioia del gol contro il Portogallo della giovane iraniana, virale nei social, non può che farci sperare come l’anonimo commento su Reddit che dice: “Un gesto spavaldo, ma che bello, e tanti auguri!” Auguri a voi, tifose dell’Iran.

FOTO 2. Tifosa iraniana ai Mondiali Russia 2018

http://emirateswoman.com/heres-why-this-iranian-football-fan-is-going-viral/

https://www.vanityfair.it/sport/calcio/2017/06/21/iran-donne-stadio

https://it.wikipedia.org/wiki/Jafar_Panahi




Omaggio alla Tunisia

Non ci si deve meravigliare di una presenza femminile tangibile nella storia della Tunisia. Se Tunisi si dice orgogliosamente erede di Cartagine, città fondata dalla mitica regina fenicia, sorella di Pigmalione re di Tiro, già dagli albori ebbe una donna come abile governatrice. Si narra che Didone riuscì a ottenere un regno ben più grande della superficie di una pelle di bue, recintando il perimetro della sua capitale con una corda ottenuta da strisce sottilissime ricavate dal quel cuoio prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” come le aveva concesso il re libico Iarba. Sulla rocca di Birsa, una donna migrante alla ricerca di pace e un destino migliore edificò Cartagine fiorente città nuova poco distante dalla odierna capitale della Tunisia.

FOTO 1. Collina di Birsa e Rovine di Cartagine

La recente elezione a prima sindaca di Tunisi di Sua’d Abderrahim (in copertina), cinquantaquattro anni, farmacista ed ex detenuta politica, esponente del partito en-Nahda nelle prime amministrative libere post rivoluzione del 2011, ha posto sotto i riflettori la presenza delle donne arabe nella politica dei Paesi dell’area del Nord Africa. L’elezione di Abderrahim è stata un grande successo e sottolinea come la presenza delle donne nella scena politica non è recente né legata solo a episodi cruciali della storia del Paese, nostro dirimpettaio. In Tunisia altro risultato storico delle ultime elezioni è aver stabilito per legge l’eguaglianza di genere nelle liste elettorali. Su cinquantasette mila candidature, metà era donna. Su oltre duemila liste, più di un quarto avevano una guida femminile. E almeno un centinaio di formazioni politiche sono state escluse dalla competizione elettorale per aver disatteso alla regola del 50-50. La «femminilizzazione della politica è cominciata e darà frutti»  Un cammino iniziato ben prima della Rivoluzione dei Gelsomini: la Lega delle elettrici tunisine insieme ad altri venti mila gruppi della società civile ha sempre tenacemente perseguito questi obiettivi per le donne.

Habib Bourghiba, il leader della lotta per l’indipendenza e poi il fondatore della Tunisia moderna, primo Presidente del Paese per trenta anni, ebbe al suo fianco l’autoritaria e ambigua seconda moglie Wassila, al –Majda, una figura più che influente fino agli anni Ottanta, una presenza costante di primadonna nella vita tunisina. 

Le tunisine non sono mai state estranee all’agone politico. Durante la lotta di liberazione, le donne furono sempre in prima fila e alla nascita della repubblica all’indomani dell’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1956, con l’Union musulmanes des femmes en Tunisie (UMFT) – fondata nel 1936 da Bachira Ben Mrad ispirandosi all’egiziana Hudā Sha‘rāwi – segnarono una svolta nella storia dei diritti delle donne.  Esse ebbero accesso a uno status assolutamente nuovo per il mondo arabo e la questione dell’emancipazione femminile non ha eguali in altri Paesi a maggioranza musulmana. La Tunisia figlia di un lungo processo storico-culturale, oltre a un’interculturalità che ha radici secolari, ha vissuto un importante processo di modernizzazione: significativa fu nel 1956 la promulgazione del Codice di statuto personale (majallat al-ahwal alshakhsiya).  Ciò ha prodotto istanze di emancipazione sociale legate al processo di acquisizione dei diritti della donna, come l’abolizione della poligamia, provvedimento fortemente sostenuto da Bourguiba, il quale asseriva che tale decisione non era in contraddizione con alcun testo religioso ma si poneva in armonia con il bisogno di giustizia e di uguaglianza tra i sessi.

Al divieto della poligamia, si aggiungono la sostituzione del divorzio al ripudio solo maschile, l’età minima e il reciproco consenso per il matrimonio, l’abolizione del dovere di obbedienza della sposa, la legalizzazione dell’aborto. Dal 1973 con l’Ufficio di Pianificazione Familiare si aggiunge una attenta informazione e politica contraccettiva a carico dello Stato per tutte le donne. Certo, le disparità culturali resteranno e il successo nelle aree urbane non raggiunge o cambia in profondità le zone più interne tradizionali e rurali del paese, ma il dado è stato tratto da decenni e anche dopo la fine della dittatura di Ben Alì e la Rivoluzione dei Gelsomini non ci si poteva aspettare un ritorno a casa delle donne. I movimenti integralisti e tradizionalisti possono aver provato a oscurare o cancellare una presenza femminile nella vita pubblica, ma gli stessi partiti conservatori come en-Nahda non hanno potuto cancellare un’evidenza: le donne tunisine vogliono restare protagoniste, e proprio una militante di questo schieramento è festeggiata come prima sindaca eletta a Tunisi. È per questo che a volte occorre conoscere e osservare quanto avviene poco lontano dalle nostre coste e apprendere, più che rifiutare, quanto ci insegna la dolce fragrante terra di Tunisia.

FOTO 2. Cartagine




Napoli, città rifugio

Un porto del Mediterraneo è aperto per definizione all’arrivo di genti da ogni dove. 

Napoli stessa è una città fondata da migranti. Il suo nome di “città nuova” è tale rispetto all’Acropoli di Lindos, madrepatria dei Rodii, giunti dal mare Egeo, che qui vollero stabilirsi.

Le presenze di tanti popoli di ogni origine e nazione si affollano e sgomitano: tanto numerosi da ricordare, se non in maniera arbitraria e casuale. 

Lungo il decumano maggiore si incontrano via e piazzetta Nilo, rimembranze del Vicus alexandrino, quartiere egizio, e a San Ferdinando  via Serapide, divinità egizia. 

Foto 1

La santa Patrizia, co-patrona di Napoli, che nella chiesa di via San Gregorio Armeno, straniero lui pure, regala il miracolo dello scioglimento del sangue ogni martedì, giunse da Costantinopoli: dopo aver donato i beni ai poveri scampò alla tempesta che la conduceva verso la Terra Santa e qui trovò rifugio. 

Foto 2

E molte altre sante straniere si fermarono qui: Brigida di Svezia, “che si prende il disturbo di venire a salvare Napoli”, o Maria Lorenza Longo, catalana di Lleida, fondatrice del complesso degli Incurabili. 

Tante vie del centro antico raccontano delle innumerevoli presenze e dei continui nuovi arrivi a Napoli dall’antichità a oggi.

Foto 3

Le strade raccontano degli scambi commerciali: loggia dei Pisani, la rua (lemma catalano per strada) Francesca frequentata dai francesi e poco distante proprio la rua Catalana. 

Dei diversi regni e governi che portarono con sé l’autorità e il dominio straniero, ma anche l’inevitabile commistione di usi tradizioni e culture diverse, ci restano viale degli Svevi, via Aragonesi e i” Quartieri Spagnoli”, i Fondaci di San Paolo, dei Bianchi, di San Sossio e Severino, Speranzella rivelano la loro origine orientale fin dal nome fondaco – dal funduq arabo per albergo, acquartieramento. 

E poi i nomi di rifugiati famosi in città: Michelangelo Merisi da Caravaggio e la portoghese Eleonora Pimentel de Fonseca, che a lungo abitò in via Santa Teresella degli Spagnoli. E ancora, i residenti illustri: i pittori della scuola fiamminga, Anton van Pitloo e la famiglia di architetti e artisti van Vittel più conosciuti come Vanvitelli, gli studiosi polacchi in città, tra cui i Gustaw Herling genero di Croce, lo scrittore ungherese Sandor Marai che abitò a Posillipo, le famiglie svizzere e viennesi di pasticcieri tra cui spiccarono Caflish e van Houten. E si potrebbe non finire mai. 

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Napoli ha un sindaco, Luigi de Magistris, che conosce bene la toponomastica cittadina, e che condivide la stessa battaglia culturale della sindaca di Barcellona, Ada Colau. Le due città, in controtendenza rispetto a un sentimento di chiusura diffuso in tutta Europa, sono città rifugio per i migranti. 

Lo scorso 19 gennaio 2018, un protocollo d’intesa promosso dal Comune di Napoli e firmato dal sindaco – con la Comunità di Sant’Egidio, gli atenei Federico II e l’Orientale di Napoli, gli Ospedali AORN Santobono-Pausillipon e l’Ospedale evangelico Betania, la Fondazione Pausillipon, la GVC onlus e l’Associazione “Chi rom… e chi no”, la Fondazione evangelica Betania, la Chiesa cristiana del Vomero e la Chiesa metodista di Napoli – ha stabilito l’elaborazione e la sperimentazione di un nuovo modello di accoglienza che punta sull’autonomia delle persone ospitate, rendendo Napoli un porto e un approdo sicuro. 

Napoli resta ancora una porta spalancata sul Mediterraneo.

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/12/13/news/citta_rifugio_da_napoli_il_progetto_umanitario_per_aleppo-154028012/




L’Elica e la Luce. Le futuriste a Nuoro

Il Museo MAN di Nuoro ospita fino al 10 giugno 2018 la mostra “L’Elica e la Luce” curata da Chiara Gatti e Raffaella Resch dedicata alle artiste che operarono nell’ambito del Futurismo. È solo a partire dagli anni Settanta  che si è prestato attenzione alle opere e alle biografie delle artiste delle avanguardie del Novecento. Inutile dire che si tratta di personalità eccezionali le cui date di nascita e morte e le loro stesse opere sono state ignorate o dimenticate..

Esse aderirono al più misogino dei movimenti dell’avanguardia del secolo scorso, che si diceva programmaticamente avverso alla presenza femminile. La visione futurista descrive una visione dell’arte totalizzante, che esalta la forza, la velocità, la guerra da cui il genere femminile deve essere escluso.

Oggi le protagoniste del movimento futurista femminile, autrici di opere di alto valore dalle biografie intriganti e complesse, sono raccontate mirabilmente al MAN, rappresentate e ricordate in rigoroso ordine alfabetico, su un lunghissimo bianco striscione, che dal terzo piano del Museo giunge fino al pian terreno.

Sono figure indipendenti, artiste e intellettuali di primo piano nella ricerca estetica d’inizio secolo. I campi d’interesse sono vastissimi, dalla scrittura alla pittura, dall’illustrazione alla ceramica, non esclusi gli studi di metapsichica e l’occultismo. Ci sono le astrattiste, un compatto gruppo che operò sul lago di Como, centrale elettrica di imperiosa spiritualità, tra cui spiccano Carla Badiali, Carla Prina, Cordelia Cattaneo e Bice Lazzari, autrice di opere improntate alla libertà espressiva nei materiali e nelle forme astratte. Non mancano le donne del post domani, vere attiviste dei diritti femminili, come Rosa Rosà e Valentine de Saint-Point,responsabile del gruppo Actione féminine fondato a Parigi nel 1913. Presenti le autrici dei paesaggi cosmici, che assumono caratteri visionari e allegorici – Luce Balla, Leandra Angelucci e Rùzena Zàktovà con i suoi quadri-sensazione, in cui indaga il valore tattile della materia – e le sperimentatrici dell’ebbrezza del volo nella realtà e nell’arte, come Benedetta, Barbara, Regina e Marisa Mori.Artiste totali, spregiudicate, spesso passate in sordina, inosservate dalla critica coeva, o assorbite dall’anonimato della vita familiare, o cancellate delle guerre (valga, tra i tanti, il caso di Alma Fidora, la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti).

La mostra rintraccia – attraverso oltre 100 opere fra dipinti, sculture, carte, tessuti, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata – l’operato di queste donne che hanno lavorato dagli anni dieci fino agli anni quaranta, firmando i manifesti teorici del futurismo, partecipando alle mostre, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative, la scenografia, la fotografia e il cinema, ma anche la danza, la letteratura e il teatro recitano le note di presentazione delle curatrici .

Una mostra da visitare

Sito http://www.museoman.it/it/mostre/mostra/mostra/Lelica-e-la-luce/




Primo maggio a Napoli: intitolazione a Sacco e Vanzetti

Agli anarchici vittime dell’ordine costituto Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, recita l’invito del Sindaco Luigi de Magistris all’intitolazione della già I Traversa Ammiraglio Aubry, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Celebrazione del Primo Maggio in ricordo dei due emigrati italiani, figure vive nel ricordo popolare, vittime del clima di sospetto e di rancore che nonostante i molti dubbi sulla loro colpevolezza furono giustiziati il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, il 23 agosto 1977, Michael Dukakis governatore dello Stato del Massachussets riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. I due, per l’epoca della storia statunitense, erano le vittime perfette di una politica avversa al pacifismo e alla propaganda contro la guerra che caratterizzava l’attività degli anarchici e di un terrore viscerale delle autorità locali verso il comunismo. In aggiunta erano immigrati italiani, con una scarsa conoscenza della lingua inglese, diversi e, nell’immaginario dell’epoca, individui incivili, inferiori; in aggiunta, erano di idee politiche radicali. Né Sacco né Vanzetti si consideravano comunisti e Vanzetti non aveva nemmeno precedenti con la giustizia, ma entrambi erano conosciuti dalle autorità locali come militanti radicali coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e manifestazioni contro la guerra. Il giudice del processo li definì senza mezze parole due bastardi anarchici.

Foto 1. Sacco e Vanzetti. La stampa internazionale

Il Governatore del Massachusetts avrebbe potuto impedire l’esecuzione ma si rifiutò. Una condanna unanime di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria colma di pregiudizi e sostenuta da una politica del terrore, che si nutriva di odio e sosteneva la politica delle espulsioni di ogni persona straniera sospetta. La condanna e la morte sulla sedia elettrica fin dalla sua esecuzione ai giorni nostri hanno consegnato alla memoria Sacco e Vanzetti quali simboli e vittime del pregiudizio sociale e politico.

Per ricordare, e affinché sia di monito la fine ingiusta dei due anarchici italiani, il significato dell’intitolazione a loro nome di una strada del Comune di Napoli. La diversità di origine, di lingua, di cultura non siano mai pretesti di esclusione e persecuzione e ancor meno lo siano le idee di giustizia pace e libertà che ancora oggi evocano i nomi di Nick e Bart. La ballata celeberrima a loro diretta da una delle militanti per i diritti civili della nostra epoca, la cantautrice Joan Baez, che ha marciato per un mondo migliore senza barriere e segregazioni, contro le guerre, è la dedica migliore che si possa loro porgere: “Onore a voi Nicola e Bart, riposiate in pace qui nei nostri cuori, il momento estremo e finale è vostro, questo sacrificio doloroso è il vostro trionfo”.

Foto 2. La canzone di Joan Baez su youtube

https://www.youtube.com/watch?v=7oday_Fc-Gc

Il trionfo della giustizia, della verità, del rispetto che ogni comunità deve coltivare per impedire che nuovi Sacco e Vanzetti siano vittime di un vento di pregiudizio e preconcetto che poco rende onore alla nostra democrazia. Primo Maggio di memoria e impegno civile a Napoli, dunque, la toponomastica cittadina si arricchisce di altre figure importanti nella crescita della cultura democratica e resistente della città.

Foto 3. Cerimonia di intitolazione

È intervenuta alla cerimonia la nipote di Sacco, Maria Fernanda, chiamata così in onore dello zio mai conosciuto, giunta dalla Puglia luogo originario della famiglia. Il racconto emozionante che ristabilisce la verità storica dell’innocenza dei due anarchici, la sua gioia per un’intitolazione attesa da trent’anni, hanno reso ancor più significativa e indimenticabile questa giornata.

 

 




Napoli – Biografie riemerse: 3. Lydia Cottone

Un anno prima della sua scomparsa, nel 1998, la scultrice Lydia Cottone donò all’Ente Provincia di Napoli (oggi Città Metropolitana) le pietre ollari esposte al centro del Chiostro del Complesso di Santa Maria La Nova, sede che accoglie convegni dedicati alle donne e alle loro attività; eppure solo pochissime persone conoscono il nome o la storia dell’artefice delle opere esposte e del suo grande talento artistico. 

Moltissima parte della cittadinanza non sa che Lydia Cottone è autrice di opere simbolo di Napoli. Una donna e una artista scarsamente ri-conosciuta anche se le sue opere sono sotto gli occhi di tutte e tutti. La città dove nacque nel 1922 e morì all’età di settantasette anni ignora che il monumento a Salvo D’Acquisto, carabiniere eroe notissimo, celebrato anche da sceneggiati televisivi, nell’omonima piazza, è una sua opera. Le ricorrenze del calendario civile, dal 25 Aprile alle Quattro Giornate di Napoli, vedono autorità e associazioni deporre corone dall’alloro alla memoria di eroi civili, ai piedi delle sue sculture, dimenticando sempre il nome della donna che eresse in loro ricordo manufatti imponenti e indimenticabili. Così è per i due gruppi bronzei di “Alfa e Omega” nel nuovo cimitero di Poggioreale e per il “Podista e il Discobolo” esposti nei giardini di Piazza Quattro Giornate. Tutte opere popolarissime, punti di riferimento nella geografia cittadina, luoghi di ritrovo quotidiani che si scoprono dover essere alla ricerca dell’autrice che li ideò e realizzò. La fama internazionale è ampia, meno nella patria natia: sarà anche l’essere stata una scultrice? L’oblio legato alla fine dell’esistenza terrena delle artiste, delle scrittrici, pittrici, come già ricordato negli altri articoli? La difficile resistenza nella memoria collettiva di opere e attività di tante donne significative? Oltre a Napoli – dove si diplomò, all’Accademia delle Belle Arti, e dove intraprese la strada della figurazione neorealista, per conquistarsi ben presto uno spazio autonomo di taglio espressionista – altre sue opere sono esposte in importanti sedi europee come Copenaghen e San Pietroburgo. Una strada le è stata intitolata, la targa apposta nel 2014 per la tenacia della nipote e altri familiari, nella zona definita “dei colli” poco lontano dalla sua ultima abitazione; dopo l’apposizione della targa stradale, riconquistata la notorietà, il Terziario Donna della Confcommercio di Napoli ha intitolato a Cottone il suo Premio annuale.




Napoli – Biografie riemerse: 2. Francesca Spada

Con Mistero napoletano. Vita e passione di una comunista negli anni della guerra fredda (Einaudi, 1995), il più famoso dei suoi romanzi inchiesta, Ermanno Rea porta al centro della scena la figura di Francesca Spada, intellettuale scomoda, giornalista nella redazione di “L’Unità” negli anni cinquanta. Un ritratto preciso e commovente dell’amica scomparsascrive Edda Melon, nell’introduzione alle pagine del romanzo inedito di Spada, l’Intrusa. Francesca Nobili (questo era il cognome anagrafico) arriva a Napoli nel maggio del 1945. Ha quasi trent’anni, è nata nel 1916 a Tripoli. Dopo il 1920 ha vissuto a lungo a Napoli, poi a Roma, a Milano, a La Spezia. Ha due lauree, una formazione musicale e un diploma in pianoforte. È già stata sposata e poi, da una successiva unione, ha avuto due figli che non ha potuto riconoscere a causa del vecchio diritto di famiglia e che le sono stati sottratti dal compagno anche per via delle sue scelte ideologiche. Sono già degli adolescenti quando otterrà di poterli ospitare durante l’estate nella nuova famiglia che intanto si sarà creata con Renzo Lapiccirella, che e con i loro due bambini, un maschio e una femmina. Non è una vita esemplare, agli occhi del partito.Non rinuncia alla propria autonomia intellettuale, a cui si somma una misoginia strisciante, quella che Rea denuncia come “l’ossessione maschilista del comunismo napoletano”. Tenuta ai margini come un’intrusa, a Francesca sarà concesso, riconoscendo il suo impegno tenace, di svolgere attività politica in sezione e di collaborare agli organi di stampa, ma non di venire assunta in pianta stabile. Fu molto attiva già dal suo arrivo in città nel «Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli»,che organizzerà, nel 1946, la partenza di diecimila piccoli napoletani per il Nord, dove saranno accolti da famiglie di operai dell’Emilia-Romagna, della Toscana, delle Marche, del Piemonte. Questa sua attività incessante e nobile, colpirà le allieve del Liceo Margherita di Savoia che, ricostruendo la sua biografia e vincendo il Concorso di Toponomastica femminile nel 2015, ottengono che la città di Napoli le riconosca  finalmente il giusto ruolo di attivista intellettuale e giornalista. La strada a lei intitolata nel quartiere di Pianura, le rende, postuma, giustizia.




Napoli – Biografie riemerse: 1. Maria Palligiano

Una congiura del silenzio nei confronti dell’universo femminile artistico, letterario, politico è senza alcun dubbio esistita a Napoli. A partire dagli anni Cinquanta, fino al nuovo cambio di rotta nella Toponomastica cittadina, c’è stata una sistematica cancellazione dalla memoria collettiva di importanti intellettuali e artiste, che vissero e operarono in città. Esistenze segnate dalla mancanza di riconoscimento pubblico, osteggiate e svilite dai loro colleghi, a volte compagni di vita, amici e intellettuali che mai vollero dare spazio al lavoro e alle visioni in anticipo sui tempi, al loro essere sempre avanguardia originale nelle arti, nella scrittura, nella politica. Furono donne autonome e indipendenti. La prima biografia “rimossa” è quella della pittrice Maria Palligiano. L’intitolazione di una via a lei dedicata le ha dato la giusta visibilità nello spazio pubblico.

Riccardo Notte, suo figlio, racconta: «Era una femminista ante litteram, si sentiva spinta verso la più totale autonomia. Negli anni in cui viveva lei, la donna nella società non esisteva, figurarsi un’artista». Il primo a ridare visibilità all’artista nel 1996, fu il direttore dell’Istituto di Cultura francese Grenoble di Napoli. “Se qualcuno sta annegando, non lo lascio annegare, ma gli porgo una mano”. Con queste parole Jean Noel Schifano criticò coloro che pur avendo avuto l’occasione per presentarle al pubblico, avevano lasciato che le opere di Maria Palligiano marcissero in cantina per quasi tre decenni. La scrittrice Silvana Maja visitando la mostra fu profondamente colpita dai suoi quadri. Il figlio consegnò proprio a Maja i diari di sua madre, da lei ridotti a brandelli poche ore prima di morire, e un elenco delle persone che l’avevano conosciuta. Maja ne fu conquistata: scrive il romanzo “Ossidiana” biografia dell’artista, che diviene film nel 2006 e riconsegna alla memoria pubblica la storia e l’arte di Maria.

Palligiano visse la stagione sperimentale degli anni Sessanta con slancio ed entusiasmo. Ideali intensi e totalizzanti di perfezione e di giovinezza segnano la vita personale e artistica. Nel 1957 sposa Emilio Notte, direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, famoso e importante protagonista dell’avanguardia artistica, da cui ha già avuto un figlio, Riccardo. Maria non rinunciò alla pittura e cercò di coniugare il suo ruolo di artista con quello di madre e moglie. La continua ricerca di sperimentazione e di emozione nell’arte, la condussero verso un altro amore, con cui creò azioni e performance di successo.  Le sue scelte personali e artistiche creano scalpore, viene duramente giudicata dal consesso sociale, giudicata instabile e costretta a subire dei trattamenti psichiatrici. I pregiudizi che si sono formati su di lei spingono la società a cercare di “normalizzarla”, rendendola meno pericolosa. Le pressioni sociali, il mancato riconoscimento del suo lavoro pittorico, la perdita di motivazioni la inducono a porre fine alla sua vita a soli trentasei anni: un suicidio annunciato, contro la noia di una città retriva. I percorsi e le riscoperte della Toponomastica femminile hanno suggerito la figura di Maria P per una delle cinque nuove intitolazioni di vie da dedicare a pittrici napoletane o che avessero lavorato in città, nel quartiere di Barra. Nel 2014 la Commissione per la Toponomastica cittadina approva l’intitolazione di una strada e appone la targa stradale. Finalmente ricordo e riconoscimento dalla città che non seppe vedere la potenza e la forza della sua opera artistica.




Napoli – Buone pratiche toponomastiche/ buone pratiche in Comune

Lo spazio pubblico definisce e identifica una comunità con la sua storia, la sua identità, la sua evoluzione futura. La sistematica rimozione ed eliminazione dalla memoria collettiva delle figure femminili che in ogni campo, nel corso dei secoli, hanno dato lustro a ogni settore delle attività umane, si evidenzia nel denominare gli spazi pubblici, dimenticando le figure femminili rilevanti. Ciò ha determinato una scomparsa della memoria delle donne e ha definito un immaginario collettivo squilibrato e asimmetrico. Il genere femminile viene sistematicamente tralasciato così da non permettere alle giovani generazioni, e in particolare alle ragazze e alle giovani donne, un tessuto culturale di riferimento che dia loro la possibilità di valorizzare le attività e il pensiero femminile.

Quest’idea ha inciso nello spazio pubblico delle città italiane e ha portato a un cambiamento significativo nella politica e nella pratica di intitolazione delle aree pubbliche: in particolare, a Napoli ha avuto risultati significativi nella programmazione dello spazio pubblico nella governance e nel cambio legislativo toponomastico improntato al riequilibrio di genere.

Merita di essere ricordata la data del 3 ottobre 2012,giorno in cuiè stato approvato il Nuovo Regolamento per la Toponomastica cittadina del Comune partenopeo, felice conclusione di un percorso iniziato quasi in contemporanea alla nascita di Toponomastica femminile. Già il 22  marzo 2012 con una riunione congiunta delle Commissioni Pari  Opportunità e della Commissione Beni Comuni, in cui ricade l’argomento Toponomastica, in sinergia con il neonato movimento delle Toponomastica femminile s’incominciò a richiedere una modifica di alcuni passaggi del Regolamento Toponomastico della Città di Napoli.

Al primo punto il riequilibrio di genere, passo indispensabile per un cambiamento stabile e duraturo. Il 23 maggio il Consiglio adottò, quale atto d’indirizzo di accompagnamento alla delibera di Giunta sul nuovo regolamento, la mozionesulla Toponomastica Cittadina, affinché la Giunta Comunale, nell’esercizio dei suoi poteri amministrativi applicasse questiprovvedimenti:

  1. rivedere l’odonomastica cittadina per intitolare anche in breve tempo, tre strade cittadine a tre donne;
  2. avviare attraverso gli uffici competenti la revisione della odonomastica cittadina per verificare la percentuale di genere nell’assegnazione;
  • far precedere l’assegnazione dell’odonimo da un dibattito cittadino nelle Municipalità interessate, favorendo la partecipazione al procedimento amministrativo di cittadinanza, enti e associazioni;
  1. promuovere nel settore scolastico l’iniziativa, anche attraverso l’indizione di concorsi di idee tra studenti che si potranno confrontare sulle scelte dei nomi di donne da assegnare alle strade cittadine;
  2. seguire questi criterigraduali nell’assegnazione degli odonimi:

1) napoletane o comunque campane;

2) italiane o straniere che abbiano avuto un rapporto privilegiato con la città;

3) donne di cultura scientifica o letteraria per le strade e le piazze nelle vicinanze di istituti scolastici, facoltà universitarie e luoghi di formazione.

L’azione dal basso ha spinto la Giunta il Sindaco e il Consiglio Comunale della città ad accogliere le istanze della cittadinanza.

I due provvedimenti più incisivi nel formulare il nuovo regolamento, sono senza dubbio il criterio che, nell’assegnazione dei nomi alle strade cittadine, si tenga conto della necessità del riequilibrio di genere e che la compilazione delle targhe stradali rispetti le regole della lingua italiana, indicando nella targa il nome per esteso, il cognome, date di nascita e morte e la professione declinata nel giusto genere.

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A Napoli nel 2012 le intitolazioni a figure femminili realmente esistite erano circa l’1,2% a fronte del 31% degli uomini e con una solo intitolazione a una scienziata Maria Bakunin, in un viale interno di un parco residenziale. Oggi sono quarantaquattrole personalità individuate e per le quali è stata decretata l’intitolazione di una via. Si aggiungono poi le altre intitolazioni: scuole, auditorium, sale consiliari, giardini  targhe commemorative.

Regolamento Toponomastica delibera_n.42_del_3.10.2012