L’amarezza del reale: Armin Greder

Ho incontrato per la prima volta il lavoro di Armin Greder imbattendomi nel suo ultimo libro, Mediterraneo, che mi ha spinto a voler conoscere qualcosa di più sul suo autore.

Nato in Svizzera nel 1942, Greder lavora come illustratore, fumettista e graphic designer in giro per il mondo, professione che l’ha reso noto a livello internazionale, attraverso premi, mostre e pubblicazioni in diversi paesi (qui in Italia dalla casa editrice Orecchio Acerbo).

Questo suo muoversi attraverso i continenti è un fatto fondamentale per comprendere la sua opera, in particolar modo la visione assolutamente lucida che viene proposta della realtà in cui viviamo.

Punto centrale è la denuncia dell’atteggiamento della gente, sempre più frequente al giorno d’oggi, di fronte alla diversità, di fronte all’altro essere umano, un atteggiamento in cui la paura e il disprezzo superano e ricoprono ogni altro aspetto possibile.

Il primo libro di cui Greder è sia autore che illustratore, L’isola, ne è un perfetto esempio (in copertina). Pubblicato nel 2008, racconta le reazioni degli abitanti di un’isola di fronte all’arrivo di un naufrago, che dopo qualche dubbio iniziale viene «raccolto» esattamente come un oggetto disumanizzato, diventando però ben presto ossessione della popolazione, capro espiatorio, fonte principale della paura comune. Ci ricorda qualcosa? Non per niente il sottotitolo è proprio Una storia di tutti i giorni.

Gli stranieri

Il tema viene ripreso ne Gli stranieri (2012), che racconta una sorta di “invasione” da parte di un popolo che rivendica una terra come propria (un chiaro riferimento al conflitto tra Palestina e Israele) e, più in generale, della costruzione di muri che dividono, che “proteggono dagli altri”.

La città

Leggermente diverso è La città (2009), definito «una favola per i figli e per le madri», in quanto racconta delle difficoltà di crescere, trovare l’indipendenza e parallelamente di lasciar crescere e di lasciare un po’ di indipendenza.

 Lemming

Lemming (2016) presenta invece una realtà allo stesso tempo distopica e veritiera attraverso lo sguardo di due poliziotti che dirigono «le manovre per la fine dell’umanità», mostrando quanto sia dannosa la mentalità del branco, che per quanto possa apparire sbagliata si tende inspiegabilmente a seguire.

Work (2014) è invece una selezione di lavori, intesi non più come partecipazione o contributo a un bene comune, ma piatti e alienanti, terrificante specchio di quello che sempre più spesso accade.

Mediterraneo

Ci sono moltissimi altri lavori che mi piacerebbe citare, ma è giusto chiudere con l’ultimo, pubblicato nel 2017. Mediterraneo è la storia di un dramma che ci riguarda, perché accade sotto i nostri occhi, nel nostro mare: la questione dei migranti. Il libro mostra il viaggio che viene affrontato, la speranza che li accompagna e che troppo spesso non supera il mare, spegnendosi durante la via.

Con il suo segno forte, essenziale ed espressivo, Armin Greder racconta temi attualissimi, ponendoci di fronte alla parte più scomoda della realtà, il lato più oscuro: la totale perdita di umanità, l’incapacità di comprendere e di essere, “semplicemente”, umani.




Gli animaletti e la vita quotidiana nelle vignette di Liz Climo

Liz Climo è un’illustratrice e animatrice americana.

Inizia a lavorare, giovanissima, come disegnatrice per la serie televisiva I Simpsons realizzando gli storyboard e i personaggi. In parallelo, come lei stessa dichiara, “disegna altre cose” e sono  proprio queste, a mio parere, a meritare una certa attenzione.

L’autrice è diventata famosa quando ha iniziato a pubblicarle sul suo primo blog, dopodiché le tavole sono state raccolte e pubblicate nel libro The little world of Liz Climo (omonimo del suo sito thelittleworldofliz.com).

Ma cosa rende questo lavoro così speciale?

A primo impatto, le illustrazioni sono in effetti molto semplici.

Linea sottile di contorno, colori piatti, cura di (pochi) dettagli, assenza totale di ambientazioni: lo stile è minimale, estremamente sintetico. Semplice, appunto, eppure per niente facile.

Fig. 1

Il ruolo centrale delle sue vignette è ricoperto dalle figure (che spesso però non si muovono neppure) e in particolare dai dialoghi, dalle parole che queste pronunciano, piccole perle di saggezza o di vita quotidiana.

La cosa curiosa è che i personaggi sono sempre animali che, in qualche modo, “tradiscono” la loro natura, o meglio, che vanno oltre sé stessi, regalandoci scene buffissime e indimenticabili.

Uno dei più noti è sicuramente Rory, il piccolo dinosauro (protagonista di Rory the dinosaur: me and my dad, pubblicato in Italia come Rory il dinosauro e il suo papà) che intraprende un viaggio da solo alla scoperta della sua isola, seguito dall’inseparabile papà, che lo aiuterà a crescere e a sviluppare, pian piano, la sua indipendenza.

Fig. 2

Ma Rory non è l’unico animaletto che popola questo stupendo universo: dinosauri, orsi, conigli, armadilli, orche, serpenti, varani e così via.

Credo che il mio preferito sia l’orso, perché sembra sempre portare quel tocco di meraviglia che fa sorridere, risollevando il morale dei suoi amici (o, come è giusto che sia, facendoselo risollevare lui qualche volta). Uno dei temi più importanti è proprio quello dell’amicizia (su cui l’autrice ha realizzato un altro libro, non ancora pubblicato in Italia), del valore dell’aiuto reciproco, della diversità che non è un ostacolo, ma un punto di forza per fare qualcosa di buono per gli altri. Un valore che questi animaletti incarnano alla perfezione.

Fig. 3

In effetti non so se posso scegliere un personaggio o una vignetta che preferisco.

Quella di Liz Climo è un’opera che non si prende mai troppo sul serio, eppure è dotata di un’incredibile freschezza e dolcezza, di un candore e una leggerezza irresistibili, mantenendo un’ironia sottile che fa sorridere lettori e lettrici, senza veri limiti di età.

Sarà che si tratta di animaletti già di per sé buffi, sarà che vivono quei problemi della vita (da quelli grandi a quelli più piccoli) in cui è impossibile non immedesimarsi. Sarà che spesso celano messaggi ben più profondi, sarà che c’è sempre un velo di meraviglia, quella che si prova quando si sta scoprendo il mondo.

Io ogni volta che vedo una tavola di Liz Climo sorrido e mi ricordo quanto sia bello farlo. E mi commuovo pure, un pochino.

Fig. 4

 




Le visioni oniriche di Ana Juan

Pittura, scultura e in particolare illustrazione per libri e riviste: i campi d’azione in cui Ana Juan è attiva sono molteplici, ma in ognuno di essi è riconoscibile il suo stile assolutamente unico e inconfondibile.

Nata a Valencia nel 1961, si trasferisce a Madrid appena ventenne, agli inizi degli anni Ottanta, distinguendosi per la qualità del suo lavoro, che nel 2010 le farà vincere il prestigioso Premio Nazionale di Illustrazione (un riconoscimento conferito dal Ministero della Cultura Spagnolo).

In Italia è diventata famosa grazie alle splendide copertine realizzate per i libri di Isabelle Allende, ma in realtà, Ana Juan si muove in molti settori.

1. Copertine The New Yorker

Da un lato ci sono le collaborazioni con importanti riviste:  El Pais, El mundo e in particolare The New Yorker, per la quale ha realizzato più di venti copertine (tra cui una dedicata all’attentato alla sede della rivista francese Charlie Hebdo). Dall’altro, invece, c’è tutta la produzione di libri per bambine e bambini dove è evidente la varietà di stili e di temi che è in grado di padroneggiare.

Si passa da visioni oniriche e poetiche ad atmosfere oscure e angoscianti, da esplosioni di colore a tavole in bianco e nero, che l’artista ha ammesso di prediligere, in particolare per la possibilità di inserire dei dettagli colorati e creare così forti contrasti.

I protagonisti delle sue illustrazioni sono sempre presentati nell’incredibile molteplicità dei propri stati d’animo, espressi attraverso i loro corpi.

È proprio da questi ultimi che si rendono più evidenti i riferimenti a grandi maestre e maestri della storia dell’arte. Modigliani, Chagall, Tamara de Lempicka, Picasso, Gaugin, e così via: il corpo diventa protagonista, rappresentato senza fronzoli, adattato alle emozioni che lo muovono, ora etereo e quasi intangibile, ora monumentale e scultoreo.

Nel 2015 la casa editrice Logos (che ha pubblicato i suoi lavori in Italia) ha realizzato una raccolta delle sue opere. Non solo le numerose copertine, ma anche le tavole per i suoi libri.

2. Amantes

Ci sono i suoi Amantes, che ci mostrano diversi tipi di amore, da quello settimanale a quello finale.

C’è una Snowhite oscura, sfruttata da sette nani spietati e da un principe senza cuore.

3. Snowhite

Ci sono le Sorelle, legate l’un l’altra dalla nascita attraverso i loro stessi capelli e da un amore ossessivo (in copertina).

C’è L’isola, dove un guardiano del faro, annebbiato dall’alcol, si innamora di una donna immaginaria, che si insinuerà anche nei rapporti con la sua famiglia.

4. L’isola

E così via, in un universo onirico, senza tempo, dove i personaggi delle sue storie sono costretti a fare i conti con la realtà più cruda, con le proprie ossessioni, paure, la propria solitudine, sempre in equilibrio tra dolcezza, inquietudine e, spesso, tragedia.




Thomas Ott: l’umanità che emerge dal nero

Figura assolutamente eclettica e impegnata in campi d’azione diversi, Thomas Ott è noto per lo più come illustratore e in particolare come fumettista.

Svizzero, classe 1966, inizia a farsi conoscere, giovanissimo, già dagli anni Ottanta collaborando a una rivista underground di Zurigo (Strapazin). 

Partendo da tecniche quali l’inchiostro di china e l’incisione a puntasecca, Ott si avvicina presto a quello che diventerà (e rimarrà) il suo “modus operandi” prediletto: lo scratchboard, che in italiano è chiamato da alcuni “sgraffito”. 

Si parte dal ricoprire totalmente un foglio di carta con dell’inchiostro nero, dopodiché si gratta via con un pennino o una punta, facendo emergere il disegno.

Foto 1

Si tratta di una tecnica pesante da utilizzare, in quanto richiede molto più tempo per poter lavorare sui dettagli di quanto invece richiederebbe la realizzazione a partire dal “positivo”: il punto di partenza è infatti sempre il nero su cui si va a incidere la luce. 

Con incredibile maestria, Ott gratta via moltissimi segni, sottilissime linee bianche attraverso cui riesce a creare sfumature e definire nel minimo particolare i dettagli e le espressioni dei personaggi, senza mai perdersi nel nero, che comunque fa sempre da padrone.

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Lo stesso artista ha affermato più volte che la difficoltà (e anche la bellezza) di questa tecnica sta proprio nell’imparare a usare il nero, a calibrarlo senza esserne sopraffatti, imparare a capirlo.

L’effetto è sicuramente potente e mostra chiaramente i riferimenti ai maestri  dell’Espressionismo tedesco (sebbene manchi l’uso del colore).

Le atmosfere sono invece un chiaro richiamo ai film noir e dell’orrore, a cui lo stile così complesso si abbina perfettamente. Vizi, violenze, deliri, perversioni, paure, morte: l’umanità che viene presentata è espressione di una realtà terribile e terrificante. 

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I suoi personaggi sono sempre psicologicamente complessi, disturbati e disturbanti, e attingono pienamente da un immaginario crudo e violento. 

Le storie di Ott diventano quindi dei brevi racconti dell’orrore, ricchi di suspence, che turbano e stordiscono chi legge, narrati in una quasi totale assenza di parole, ma solo attraverso vignette che emergono dal nero con spettacolari tagli e inquadrature cinematografiche.

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Sembrerebbe un lavoro cinico, distaccato, ma in realtà l’intento dell’artista, come lui stesso ha dichiarato, è ben diverso. 

L’idea di fondo è infatti liberarsi dalle paure che lo attanagliano normalmente, esorcizzarle, trasferirle sulla carta per non tenerle dentro di sé. 

Attraverso il suo lavoro, Thomas Ott esprime la volontà di mostrare nel modo più brutale possibile il lato più oscuro delle cose, tutta una parte di realtà di cui nessuno vuole parlare, per poterla accettare e così, in qualche modo, aprirsi al mondo e alla vita.




Aaron Becker e la forza dell’immaginazione

Aaron Becker è un illustratore statunitense, autore della trilogia di cui fanno parte i libri senza parole Viaggio, Scoperta e Ritorno (pubblicati in Italia da Feltrinelli rispettivamente nel 2014, 2015 e 2016). 

Nato e cresciuto negli Stati Uniti, si può dire che la sua formazione sia in realtà legata ai numerosi viaggi compiuti, “zaino in spalla”, in giro per il mondo. Un’esperienza di vita riscontrabile nel suo lavoro, sia nelle tematiche che nei dettagli e nei riferimenti visivi a diverse culture, che vanno a popolare la sua opera.

FOTO 1. Viaggio

FOTO 2. Viaggio

Il primo capitolo della trilogia si intitola infatti Viaggio e racconta di una bambina che, sola e annoiata, disegna sulla parete della sua cameretta una porticina con un gessetto rosso, attraverso la quale riesce a entrare in un mondo spettacolare e magico. Un universo parallelo, ricco di colori e particolari, dove la bambina vivrà numerose avventure, tra cui la nascita di una nuova amicizia. 

FOTO 3. Scoperta

FOTO 4. Scoperta

Scoperta è il secondo libro della trilogia e riprende la storia di Viaggio, con la bambina e il suo nuovo amico cui viene affidata una missione da un misterioso re uscito da una porta magica, che consegna loro un altro gessetto colorato e una mappa per trovare tutti i colori dell’arcobaleno. Ritorniamo così nel mondo fantastico che avevamo incontrato nel primo libro, per vivere una nuova avventura alla ricerca della libertà dei colori.

L’ultimo capitolo che va a concludere la trilogia è Ritorno. La storia riprende ancora una volta i capitoli precedenti, ma stavolta vede il papà della bambina protagonista che scopre la porta magica ed entra così nel mondo fantastico alla ricerca della figlia. Combatterà al suo fianco e vivrà con i due bambini sorprendenti avventure, alla ricerca di un modo per sconfiggere i nemici e una macchina terribile che cattura i colori dell’arcobaleno.

FOTO 5. Ritorno

FOTO 6. Ritorno

Le tavole realizzate da Becker sprigionano colori vividi e avvolgenti, frutto di una maestria nella tecnica dell’acquerello, con i quali descrive luoghi grandiosi, ricchi di dettagli e pieni di vita. 

I volti e le espressioni sono invece sempre poco caratterizzati, a volte persino non visibili: la narrazione è, infatti, affidata alla spettacolarità delle ambientazioni, presentate con straordinarie prospettive cinematografiche (l’autore ha lavorato anche con gli studi della Disney e della Pixar) che segnano e accompagnano il ritmo della narrazione, serrato come nelle migliori avventure.

L’interpretazione e le molteplici letture che questi libri offrono, però, spettano a chi ha la fortuna di sfogliarli e di entrare in un magico mondo dove il colore diventa strumento delle più potenti “armi” contro la noia: l’immaginazione e la meraviglia. 

Due valori che, a mio parere, ci ricordano proprio l’importanza di saper viaggiare, di poter scoprire e, estremamente arricchiti, ritornare.




La natura nell’opera di Daishu Ma

Daishu Ma è nata in Cina ed è cresciuta in Inghilterra, dove ha studiato al prestigioso Central Saint Martins College of Art and Design, a Londra. Attualmente vive e lavora a Barcellona. Illustratrice e spesse volte autrice dei suoi lavori, ha partecipato anche a molte diverse iniziative, ad esempio realizzando le immagini per l’edizione cinese di Sette brevi lezioni di fisica dello scienziato italiano Carlo Rovelli e di alcuni classici della letteratura per l’infanzia.

Le matite, le chine e l’incisione sono gli strumenti che solitamente predilige, per dare vita a un’opera delicata e dolce, profondamente evocativa.

Il punto di partenza delle sue illustrazioni è spesso l’amore e l’interesse che la natura e la scienza suscitano in lei, temi ricorrenti nel suo lavoro e che sembrano starle più a cuore.

Non a caso, il libro che probabilmente ha mostrato e reso noti al pubblico il talento e la maestria di Daishu Ma si intitola, appunto, La foglia. 

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Un libro con il quale ha vinto il premio Cheltenham Illustration Award, pubblicato per la prima volta in Cina nel 2014 e successivamente in moltissimi altri Paesi. Si tratta di un silent book, un libro senza parole, che ha l’urbanizzazione e il suo impatto sulla natura e sulla vita come tema centrale. Racconta di un ragazzo che, in una grigia città metropolitana (in cui anche gli abitanti sembrano spegnersi insieme ad essa e la natura sembra scomparire senza lasciare tracce) trova una foglia che splende, bellissima, in mezzo a un mucchio di foglie secche. Inizierà così un’avventura per scoprire che cosa accade alla natura, dove vanno a finire tutte quelle foglie. Cento pagine di narrazione, con un linguaggio che non necessita di parole, ma che si avvale piuttosto della potenza evocativa e comunicativa di immagini quasi monocromatiche, in toni di grigio, dove l’eccezione della foglia, colorata di giallo (accanto ad alcuni dettagli della città in blu), risulta ancora più splendente e si fa carico non solo di rappresentare la forza della natura, ma anche di un messaggio di vita e di grande speranza, nel grigio che sembra avvolgerci sempre di più.

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Il suo nuovo lavoro, Building with light, dovrebbe essere pubblicato nel 2019, e ha sempre la natura come tematica centrale. 

Stavolta però, la protagonista è la fotosintesi, secondo l’artista il più importante processo chimico della Terra. Sì, perché è grazie ad essa che, a detta della stessa Daishu Ma, il nostro pianeta si distingue da Marte, rendendolo il posto che conosciamo, «il mondo che felicemente chiamiamo casa». Ed è così che la fotosintesi viene presentata, nella sua stupefacente importanza, con immagini e colori sgargianti e attraverso la sua stessa storia, a partire dalle origini del mondo, fino a oggi, a noi. Non resta che aspettare l’uscita di questa nuova opera, per mostrarci la bellezza che la natura ci regala ogni giorno, anche se a volte sembriamo proprio dimenticarcene.

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Le immagini silenziose di Iela Mari

I libri di Iela Mari (1931-2014) possono ormai essere considerati dei classici della letteratura per l’infanzia. L’impatto che queste meraviglie hanno avuto quando sono “apparse” per la prima volta, negli anni Sessanta, è stato però piuttosto rivoluzionario. Inizialmente, infatti, il lavoro di Iela Mari non ha incontrato il favore della critica, che non lo comprendeva e non ne riconosceva l’importanza. È stato pubblicato (e lanciato anche all’estero, dove è stato apprezzato molto di più) dalla Emme Edizioni, allora diretta dalla sua fondatrice, Rosellina Archinto. Una casa editrice decisamente innovativa, che già da allora promuoveva l’albo illustrato come lo conosciamo oggi (in cui l’immagine ricopre un ruolo fondamentale, non più secondario) e il silent book (il libro senza parole), due prodotti editoriali ancora poco noti e diffusi al pubblico e di cui Iela è stata maestra.

I suoi libri sono solitamente senza parole, la narrazione è trattata attraverso le immagini, che raggiungono, così, grande potenza comunicativa. Laddove invece è presente una componente verbale (come ad esempio in Il tondo e in C’era una volta un riccio di mare, entrambi del 1974), essa diventa funzionale alle immagini, accompagnandole, sostenendole nel ritmo della storia.

1. IL TONDO

L’immagine ha dunque un ruolo centrale nell’opera di Iela Mari, che è caratterizzata da una grande ricercatezza grafica, oltre che concettuale, dall’unione di diverse esperienze creative, quali illustrazione, progettazione grafica e comunicazione, oltre a un’esperienza diretta con le bambine e i bambini delle scuole dell’infanzia, che l’autrice frequentava proprio per studiare il suo prezioso pubblico. Forme e colori vengono usati in maniera quasi astratta per ricreare atmosfere, situazioni, ambienti popolati da personaggi del regno animale e vegetale e da oggetti della quotidianità.

2. IL PALLONCINO ROSSO

In cosa potrebbe trasformarsi Il palloncino rosso (1967)? Come nasce una farfalla? E una mela? (La mela e la farfalla, 1960)? Quali forme può ricordare Il tondo (1974)? E ancora, come funziona il ciclo delle stagioni, della vita (L’albero, 1975 -in copertina)? E così via, tutti quei grandi misteri spiegati e resi accessibili, attraverso associazioni e metamorfosi, a bambine e bambini di tutto il mondo. La lingua parlata da Iela Mari, infatti, è universale: è quella dei più piccoli.

3. LA MELA E LA FARFALLA

Nel 2010 la Bologna Children’s Book Fair (una delle fiere d’eccellenza nel mondo dell’illustrazione per ragazzi) le ha dedicato una mostra, la sua prima monografica, in cui sono state esposte tavole originali, prove di stampa, disegni per tessuti per gli arredi delle camere dei bambini, menabò.  Il titolo era “Iela Mari. Il mondo attraverso una lente”e credo non ce ne sarebbe potuto essere uno più azzeccato. Quella di Iela è un’opera assolutamente intrigante, che focalizza sull’universo e sull’immaginario infantile con tenerezza. Un’opera che trova nel silenzio delle sue immagini tutta la sua potenza.

4. MANGIA CHE TI MANGIO




Emmanuelle Houdart

Equilibrio. Questo è il termine che meglio descrive l’opera di Emmanuelle Houdart, straordinaria pittrice, disegnatrice di tessuti e costumi, autrice e illustratrice di libri, in Italia pubblicati da Logos Edizioni.

Equilibrio tra un segno nitido ed essenziale e una profusione di dettagli, disegnati con estrema meticolosità, colori forti e pattern, che rendono il suo stile assolutamente inconfondibile, originale e unico nel suo genere.

Soggetto principale del suo lavoro sono sempre le figure, declinate in ogni possibile variazione, che fuoriescono dalle pagine immerse in atmosfere oniriche e ricche di elementi e simboli, tratti dall’immaginario comune, dalla memoria collettiva, dalla contemporaneità. I temi trattati, infatti, sono diversi ma sempre ripresi dall’esperienza umana: amore, amicizia, rabbia, rapporti, paure, che ci accomunano in quanto Donne e Uomini.

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Mia Madre (scritto da Stéphane Servant nel 2016) presenta una figura quasi mitica, rivestita di simboli che vanno oltre la figura materna soggetta agli stereotipi tradizionali: da uccello libero di volare, si ritrova in gabbia, per diventare una lupa, una volpe, un giardino in cui crescono l’amore ma anche le piante selvatiche. Una Madre che dona tutto il suo affetto e allo stesso tempo è piena di emozioni, passioni, debolezze. Una Madre raccontata attraverso gli occhi di sua figlia, che inizialmente fatica a capire ogni sua sfaccettatura ma che presto riconoscerà in lei, ancor prima di una genitrice, una Donna, con tutte le sue ambivalenze. Un libro pieno di tenerezza e allo stesso tempo estremamente lucido, come molti degli altri libri dell’autrice.

Una lunga storia d’amore, scritto da Laetitia Bourget, nel 2016 (immagine di copertina), va oltre il famoso lieto fine del “vissero felici e contenti”, mostrando ironicamente le problematiche della coppia, nell’avventura del rapporto a due, attraverso gli stereotipi di come si dovrebbe essere e di come dovrebbero andare le cose.

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Un tema ripreso in Genitori felici (anche questo scritto da Laetitia Bourget), declinato su tutti gli aspetti, belli e brutti, che riguardano maternità e paternità, tra gioie, paure, scoperte e notti insonni.

Il guardaroba (2013) scarnifica invece il corpo femminile, mostrandone l’interiorità anatomica ed emotiva. La femminilità viene qui presentata in ogni sua forma come, appunto, in un curioso guardaroba, attraverso illustrazioni crude, schiette, che sezionano il corpo, primo e principale vestito di ognuna di noi.

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Amiche per la vita (ancora una volta dell’autrice Laetitia Bourget, nel 2013) racconta una splendida amicizia al femminile, che vede il superamento della diversità per arrivare alla profondità che si può creare da un’unione: due Donne protagoniste, diversissime, si incontrano, si conoscono e diventano inseparabili.

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Quella di Emmanuelle Houdart è un’opera che parla alle giovanissime generazioni di grandi temi che riguardano tutte e tutti, con un occhio di riguardo all’esperienza femminile.

E lo fa con metafore e suggestioni, con fantasia ed esuberanza, con dolcezza, con meraviglia, e con quell’immaginazione assolutamente affascinante e quella delicatezza cui ormai l’artista ci ha abituato.




Leo Lionni

«Due cinque e un dieci – una piccola simmetria all’interno dell’infinità di numeri. Due cinque: le mie mani. Dieci: le mie dita. Avrei fatto cose.»

Con queste parole, Leo Lionni apre la sua autobiografia, un viaggio tra i ricordi di una vita lunga e piena, dislocata in luoghi e campi d’azione diversi. Il titolo stesso, Tra i miei mondi, ne è testimonianza: nato in Olanda nel 1910, vivrà in Belgio, Italia, Stati Uniti e di nuovo in Italia, dove morirà nel 1999, senza contare i numerosi viaggi in giro per il mondo, che fossero per studio, lavoro o per la sua rinomata curiosità.

Fin da giovane si avvicina all’arte in ogni sua forma, dalla pittura alla scultura, dal design alla grafica pubblicitaria, fino al libro per l’infanzia. Così sperimenta l’unione di immagini e parole, la potenza comunicativa che il linguaggio visivo può avere attraverso significati suggeriti da quello verbale.

I suoi libri, infatti, propongono storie apparentemente di poco conto, ma che celano temi fondamentali per la crescita, concludendosi con un’importante presa di coscienza da parte dei personaggi e dei piccoli lettori.

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C’è Pezzettino, che cerca qualcosa di cui pensa di essere il pezzo mancante, per poi scoprire di essere sé stesso, fatto di tante parti.

Il topolino Federico (in copertina), che raccoglie i raggi del sole, le parole e i colori dell’estate, provviste speciali per allietare le grigie serate invernali.

Le lettere di un Albero Alfabeto, che si uniscono insieme scoprendo la forza delle parole per dire qualcosa di importante.

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E poi Piccolo blu e piccolo giallo, il suo primo e forse più noto libro. Si parla di un lavoro piuttosto radicale, definito talvolta anti-libro, che ha stravolto il modo di fare letteratura per l’infanzia, sia per la potenza del messaggio (di amicizia, ricchezza della diversità, evoluzione attraverso l’altro) sia per il modo in cui viene trasmesso. L’autore gioca con le posizioni delle due macchioline protagoniste per suggerire la narrazione e gli stati d’animo: immagine e parola diventano l’una indispensabile all’altra, capaci insieme di fornire a chi legge e osserva le tensioni e le suggestioni narrative, affettive, morali che permettono di accogliere in sé la storia e modificare le proprie certezze.

L’opera di Lionni apre a nuovi mondi possibili che parlano a bambine e bambini mai da una prospettiva infantile, ma come un adulta/o che dà l’esempio, per agire e vedere in modo differente. Essa, però, si rivolge anche a lettori e lettrici mature, colpendole come una rivelazione. Il valore della pace, dell’amicizia, della diversità, della solidarietà, del fare del bene, della poesia e della meraviglia sono messaggi di un’intensità etica disarmante, trasmessi con una leggerezza profonda in cui Lionni è maestro. Un lavoro estremamente concettuale, una celebrazione dell’umanità, un inno alla gioia che tornano a essere fondamentali, ancora di più oggi, e arrivano ai “grandi” come un appello: cercare di essere tali, per davvero e sempre, e insieme coltivare e abbracciare quella preziosa diversità, diventando (come una macchia blu che abbraccia una gialla) un po’ verdi.

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