Il genere prima della lingua, nelle lingue e nella lingua in dieci domande (e risposte) – Seconda parte

Esiste il genere come categoria non riferita alla contrapposizione maschile-femminile?   

Nella prospettiva di Jackendoff, un autore contemporaneo che ricordava la capacità di categorizzare come peculiarità essenziale della cognizione, il genere si configura come una “idea” che, ad un certo punto, trova “forma” nel sistema linguistico. Proprio perché si tratta di un’idea non è scontato che il genere abbia a che fare con un marker di tipo sessuale (che però è il più frequente e che, probabilmente a seguito del maggior peso assunto dalla consapevolezza di sé, ha scalzato persino quello relativo all’opposizione animato/inanimato da cui l’opposizione m/f stessa ha avuto origine). In effetti, oltre ai generi grammaticali maschile/femminile ne sono possibili altri: in una lingua dell’Australia, il dyirbal, ci sono generi per il maschile, il femminile, il commestibile diverso dalla carne e il neutro; in navaho ci sono tredici generi: esseri vivi, oggetti rotondi, oggetti riuniti in insieme, contenitori rigidi con contenuto, oggetti compatti, oggetti che somigliano al fango, massa, ma nessuno distingue maschile e femminile. La maggior parte delle lingue indo-europee dotate di genere ne annovera da uno a tre; nell’ambito di altre famiglie linguistiche si conoscono lingue (della famiglia caucasica) che ne hanno da quattro a otto e altre (la maggior parte delle lingue bantu) che ne hanno da dieci a venti (ma questa cifra potrebbe essere viziata dal fatto di considerare come classi distinte quelle maschile e femminile riferite ad una stessa caratteristica).    

Esiste una corrispondenza tra marca di genere m/f e sessismo? 

Presa in considerazione l’esistenza di lingue in cui il genere maschile/femminile è perlomeno secondario, e associando in un binomio sessismo e contrapposizione di genere, con l’elemento non marcato riferito al maschile, si potrebbe ipotizzare che lingue prive di tale contrapposizione corrispondano a culture non sessiste. Anzitutto, un dato numerico: le lingue prive di generi sono più numerose di quelle che li hanno. Quanto all’equazione lingua senza generi = lingua non sessista, basterebbe una scorsa a birmano, turco, giapponese, ungherese ad alimentare una certa perplessità. Ciò non toglie, va sottolineato, che alla base dell’elezione del maschile a genere non marcato possa aver agito una mentalità in cui dominante era quanto connesso con la patrilinearità. Più generi non significa più sessismo. 

Sessismo e italiano contemporaneo: quali sono i principali usi e fenomeni notevoli?  

La derivazione in -essa. Il suffisso derivazionale -essa, che serve a femminilizzare nomi di professione, ha avuto un apice di produttività a cavallo tra il XIX e il XX secolo, con la coniazione di forme indicanti donne o animali di sesso femminile (leonessa, elefantessa) o creature fantastiche (diavolessa, orchessa). In epoca recente, alcune di queste formazioni sono state riutilizzate per indicare donne che ricoprissero quei ruoli ormai per loro possibili; ma per la formazione di nomi professionali il suffisso -essa è in forte concorrenza con altri procedimenti [É]. Tra i nomi d’agente in -essa che indicano donne che svolgono determinate professioni o ruoli sono piuttosto saldi nell’uso dottoressa, professoressa, studentessa, campionessa, poetessa. Le basi delle mozioni in -essa sono in prevalenza maschili in -e; in qualche caso si sono formati femminili in -essa da maschili in -tore (dottoressa). Sono in -essa anche i femminili da alcuni maschili in -a: papessa, poetessa, profetessa (cfr. Grossmann e Rainer). A un certo punto della storia linguistica italiana (le fonti sono molto eloquenti in merito) al suffisso è stata associata una carica peggiorativa e stigmatizzante, di cui recano incontrovertibili tracce anche i meno comuni madrigalessa, articolessa, filatessa, sonettessa, capitolessa, che nulla hanno a che vedere con le professioni.
Venendo alla questione sessista, alla liceità o meno dell’abolizione di tali forme, è plausibile ritenere che evitando l’uso delle forme in -essa si restituirebbe dignità a chi si sente leso dal retaggio di cui queste forme mantengono traccia? Oppure, trattandosi, almeno nei casi di dottoressa, poetessa, professoressa, di forme ben consolidate nell’uso (oltre che del lessico di base), una eventuale modificazione in senso acrolettico, verso le varietà alte del repertorio, condurrebbe ad una condizione che “saprebbe” di artificiale?   Inoltre, quandanche si riuscisse ad “imporre” l’espunzione dell’odiata forma, assai probabilmente si tratterebbe di una eliminazione di principio: come la storia dei vari purismi ha insegnato, difficilmente le dinamiche del mutamento si lascerebbero infatti guidare dalla ragione, anche quando supportata da argomentazioni lodevoli. Si potrebbe perciò venire a determinare uno scenario che ricorderebbe da vicino quello tipico dei contesti di diglossia con stavolta una variante a marcare i registri di un politicamente corretto allargato e l’altra i registri meno controllati. E se così fosse, non è difficile immaginare che il suffisso -essa non sarebbe espunto dal sistema, neppure nelle varietà più controllate, perché, come oggi già accade, ritornerebbe a marcare forme scherzosamente ironiche che potrebbero celare il consueto sessismo.

 
Che dire di usi asimmetrici per i due generi (es. disponibile) nell’italiano? 

La quota di soggettività che caratterizza i significati nell’uso (significato pragmatico) e li differenzia anche notevolmente dal significato “di base” (lessicale, atteso da chi guardi ai dizionari) rimanda all’abbondanza di asimmetrie “di genere”. Si tratta infatti di esempi arcinoti (e cavalcati da chi ritiene che sia necessario emendare la lingua per correggere comportamenti sbagliati) di polarizzazione in senso sessuale che coinvolgono aggettivi, sostantivi e locuzioni che sul piano lessicale non comportano alcuna discriminazione. Per esempio, tra gli aggettivi, libero, che se si riferisce ad un uomo ha connotazioni morali e intellettuali, ma se riferito ad una donna connota il suo comportamento sessuale. Tra le forme complesse, basti pensare all’opposizione uomo di mondo, uomo facile, uomo senza morale, uomo con un passato, uomo da poco, uomo allegro vs donna di mondo, donna facile, donna senza morale, donna con un passato, donna da poco, donna allegra, tutti, tranne forse donna da poco, orientati in senso sessuale. 

Che dire, poi, del divario tra usi lessicali, pragmatici (connotativi) e delle conseguenze sulla percezione dei parlanti? 

Dei due significati delle parole, lessicale e pragmatico, il secondo, in quanto riferito alla comunicazione effettiva tra parlanti, è per definizione fluido come è fluida la comunicazione. A tale fluidità ci si riferisce per mettere l’accento su alcuni fenomeni della lingua riferibili al sessismo. Nel corso della primavera 2012 numerosi giornali, anche di prestigio e tradizione, si sono occupati della nuova relazione di Rita Rusic, ex moglie di Vittorio Cecchi Gori, con un compagno più giovane. Le parole scelte per descrivere il nuovo compagno della Rusic attingono a quel lessico in sé “neutro” ma di fatto esemplificativo della sussistenza di una asimmetria rappresentata da quegli usi linguistici che trasmettono modelli stereotipati di uomini e donne: fidanzato toy-boy / giovane fidanzato / giovane e muscoloso fidanzato / giovane e aitante fidanzato / giovanissimo e muscoloso fidanzato / nuovo fidanzato (corpo mozzafiato) / giovane e muscoloso fidanzato / mare, sole e giovane fidanzato / mare infinito col fidanzatino. Tali forme, in sé, non avrebbero particolare valenza negativa, ma si caricano di una connotazione sessista (maschilista) nel momento in cui si sottolinea l’età della protagonista. Lo stereotipo si riferisce e agisce sulla comunanza di pareri in merito a una presunta passatezza e conseguente scarsa appetibilità di una donna di cinquantadue anni, e all’ironia riservata alle donne che “si consentono il lusso” oppure “hanno il privilegio” di una relazione con un uomo molto più giovane di loro. Nei fatti, non è quindi la lingua a essere sessista, ma è quello che il parlante “aggiunge” alle parole (e che è parte integrante del suo bagaglio di conoscenze, della sua visione del mondo, insomma qualcosa di esterno alla lingua, benché espresso per mezzo di essa) a rendere discriminatorio il testo. Esempi che costituiscono la prova dell’esistenza di una ideologia che si alimenta di stereotipi che trovano nella lingua una forma di espressione, senz’altro la più potente, ma che non possono essere imputati alla lingua. Si consideri il caso contrario, quello di un uomo che intrattiene una relazione con una donna molto più giovane: alludo al caso della modella Elle Macpherson tradita dal compagno per una donna (modella a sua volta) assai più giovane e al modo in cui questa notizia è stata trattata per esempio in un articolo pubblicato su Corriere.it. Palese la differenza rispetto al primo caso, tangibile nelle attenuanti fornite all’ex-compagno della Macpherson colpevole di essere fedifrago perché un’altra donna “gli ha fatto perdere la testa”. Differenza resa ancora più eclatante dal fatto che l’articolo sia stato scritto da una donna, Simona Marchetti, a riprova di come certi schemi mentali (e i conseguenti stilemi) abbiano permeato il cervello di tutti e di tutte. Del resto, in riferimento alla stessa vicenda, il Giornale titolava: “Elle Macpherson mollata, la donna più bella del mondo trattata come una racchia”, quasi che l’atto di abbandono a favore di una donna molto più giovane fosse accettabile se perpetrato ai danni di una donna poco avvenente. Insomma, per fatti analoghi scattano gradi diversi di censura orientati lungo una scala costruita in ossequio ad una ideologia dominante e modaiola. Ci si potrebbe allora domandare se un’abolizione “per decreto” dell’uso connotativo risolverebbe o almeno migliorerebbe la situazione. La risposta non può che essere, ancora una volta, che no, un’azione per decreto non è pensabile, perché a bloccarsi sarebbe il funzionamento stesso della lingua, che trova una risorsa potentissima proprio nella possibilità di organizzare un numero non dico ristretto ma contenuto o comunque definibile di significati lessicali in un numero potenzialmente infinito di significati pragmatici.  Si può però, e anzi si deve, lavorare, invece, sulla creazione di nuove ideologie, che risultino meno discriminatorie o non univocamente discriminatorie e che, soprattutto, possano contribuire al radicamento nelle nuove generazioni di una nuova mentalità.  
In conclusione, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, la discriminazione passa per la lingua, è vero, muovendo però da cornici cognitive, da veri e propri frameworks consolidatisi per effetto della rappresentazione mentale della società. Ecco allora che l’insidia maggiore è quella evocata da nomi di professione che, come cuoco o cuoca, rappresentano linguisticamente l’opposizione m/f ma solo formalmente, poiché sul piano dei valori che muovono (sul piano, cioè, della connotazione) non appare esservi equipollenza; oppure da commesso e commessa per l’immediata evocazione del genere naturale insieme a quello grammaticale; oppure, e qui lo iato percettivo tra m e f si incrementa, da casi come chef, pilota, astronauta, ancora evocatori di un immaginario quasi esclusivamente maschile. Quello che sembra inutile dover dimostrare, come tra l’altro la storia dei vari purismi ha insegnato, è che la soluzione all’uso sessista della lingua non può passare per un appiattimento su quello che da alcuni è bollato come politicamente corretto e da altri come sensibilità e espressione di pari opportunità. Si pensi agli effetti che una generalizzazione miope dei femminili produrrebbe comunque nell’uso: se, ad esempio, di Rita Levi Montalcini si dicesse che è una tra le più grandi scienziate per evitare il maschile inclusivo, la si priverebbe della primazia anche su buona parte degli uomini.   Insomma, dietro alle forme raccomandate e ai problemi nella loro accettazione, c’è molto più che un problema di cacofonia o di abitudini e un eccesso di razionalità a guidare i comportamenti verbali non ritengo sia auspicabile per la natura stessa della lingua.
Il sessismo veicolato attraverso la lingua è un dato di fatto e non lo si ribadisce mai abbastanza; ma come la bellezza è negli occhi  di chi guarda, così la discriminazione è anche nelle orecchie di chi ascolta.  

*** Contenuti tratti da Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo, Questione di dati?, Universitalia, Roma, 2012 




Il genere prima della lingua, nelle lingue e nella lingua in dieci domande (e risposte) – Prima parte

Come si forma il genere nella lingua?
La marca di genere (ovvero il fatto che nelle parole sia presente un “pezzettino” riferito solo al genere o al genere in unione ad altre categorie, come avviene in italiano, dove il genere si trova fuso col numero, per esempio nella terminazione –o di bambino o in quella –a di ragazza) non è una necessità della lingua; quando usato, indica però che dai parlanti viene ritenuto appropriato e che viene usato come classificatore di elementi ritenuti simili. Nel caso di molte lingue indoeuropee, il genere è assegnato nel modo ritenuto appropriato, mentre un terzo genere, il neutro, è riservato agli individui che non hanno raggiunto la maturità sessuale. Ciò sembra funzionare relativamente bene quando i designati afferiscono a campi, come quello botanico o zoologico, dove gli esseri possono essere individuati su base sessuale. Tuttavia,  l’aumento dell’arbitrarietà innesca una serie di problemi.  Dal punto di vista storico-linguistico, il processo che si conclude con la formazione dei generi si è sviluppato nel corso di un tempo lunghissimo e, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, ha portato dapprima ad una separazione tra animato e inanimato (stadio a 2 generi) e, successivamente, ad una ripartizione dell’animato in femminile e maschile (stadio a 3 generi). Il terminus post quem è dato dalle lingue anatoliche, il ramo più antico della famiglia indoeuropea (attestato nel III millennio), che non distinguono maschile e femminile. Nell’analisi dei vari sistemi linguistici, una volta venutosi a creare il sistema a più generi, emergono alcune questioni analizzabili nell’ottica di una “grammatica sessista”.

La determinazione di genere serve alla lingua? 

La determinazione di genere non è in sé necessaria al funzionamento del sistema. Anzi, dal punto di vista morfologico provoca lo “svantaggio” di dover adattare al meccanismo altre parti del discorso (si pensi all’aggettivo rispetto al nome) e di dover assegnare il genere anche a parole designanti, come si è detto, entità inanimate. Sul piano semantico questa determinazione è priva di qualsiasi utilità: in termini biologici non aiuta infatti a operare distinzioni che siano d’aiuto, mentre impone di creare coppie di parole completamente diverse per il maschio e la femmina, con un effetto deleterio quando riferito al criterio di economicità della lingua. Non così sul piano della sintassi, dove è invece di enorme utilità nel caso di lingue a ordine libero. Nel caso, ad esempio, di due alternative, il genere può risultare d’aiuto nell’individuare il sostantivo a cui l’aggettivo si riferisce. Comprova la correlazione tra ordine delle parole e genere una tendenza abbastanza sistematica: analizzando il fenomeno in diacronia e contrastivamente ci si accorge infatti che il genere viene mantenuto dalle lingue che conservano in modo più o meno completo il meccanismo della flessione (Meillet) e che al contrario tende ad atrofizzarsi laddove il sistema si ristruttura, in genere in senso analitico.

Perché il genere maschile si è imposto come non marcato? 

All’interno del genere animato, in diacronia il femminile si è distinto dal maschile in un primo tempo solo nell’aggettivo. Per esempio, la flessione di mater non si differenzia da quella di pater (ma mater bona si oppone a pater bonus). In varie lingue indoeuropee è dimostrato che molte forme femminili sono secondarie, morfologicamente derivate da quelle maschili, a imitazione del meccanismo già perfezionato dagli aggettivi. La non marcatezza del maschile è comunque una tendenza generale nel funzionamento del linguaggio, e non si può escludere che si tratti di un mero fatto tecnico; altri linguisti postulano invece una “imposizione di griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal “patriarcato” (Vallini). Tuttavia, se ciò fosse vero, e che quindi il maschile realizza entrambi i generi quando l’opposizione m/f si neutralizza, quando a neutralizzarsi è l’opposizione animato/inanimato e quindi l’inanimato rappresenta entrambi i generi, si dovrebbe forse pensare a una mancanza di rispetto verso i vivi? 

Di che natura è il rapporto tra genere grammaticale e natura delle entità designate? 

Si tratta del problema più vistoso, se non altro alla luce delle numerose incongruenze tra le lingue, che possono marcare una stessa entità come maschile e femminile (con il “classico” esempio di sole, maschile e luna femminile in italiano ma non in tedesco, dove sono “rovesciati” dal punto di vista del genere (der Mund, die Sonne).
A monte della determinazione di genere, occorrerà anzitutto ricordare che non tutto quello che per noi è animato lo era nel mondo antico (è il caso della pioggia, sentita anche come animata perché fecondatrice della terra). L’attribuzione del genere maschile o femminile a oggetti, dal canto suo, sembra seguire criteri quasi del tutto arbitrari. 

Che dire del rapporto tra morfosintassi e categoria di genere? 

Sul piano prettamente linguistico, morfosintattico, resta da spiegare perché sia proprio -a ad indicare il genere, marcato, femminile. Come è noto -a segnalava entità astratte o collettive. Il passaggio da collettivo a plurale è abbastanza perspicuo; il passaggio da astratto a femminile non risulta spiegabile. Una spiegazione potrebbe però trovarsi in una coincidenza di natura formale: alla base dell’associazione -a/femminile potrebbe esserci la terminazione che il sostantivo per “femmina” aveva nelle locuzioni indicanti “la femmina di”, *gwena. Non è chiaro se questa -a fosse una desinenza o parte integrante del tema; in ogni modo sarebbe altro rispetto alla -a astratta e collettiva. La diffusione di la femmina di + nome della specie unitamente alla omofonia potrebbero essere state decisive per la sovrapposizione delle due forme.

*** Contenuti tratti da Francesca Dragotto (a cura di), Grammatica e sessismo, Questione di dati?, Universitalia, Roma, 2012 




Quando definire è far finire il mondo in una scatola. Per una possibile origine del cosiddetto maschile non marcato (prima parte)

La lingua consente nomi alle cose e, conseguentemente, le rende comunicabili. La lingua consente di vedere le cose anche al buio, con la mente, a distanza, anche quando non ve ne sia più traccia, grazie e al termine di un lungo processo di trasformazioni fisiche e funzionali (chissà se sapremo mai se avvenute linearmente o a salti), senza le quali saremmo altro da ciò che siamo. La lingua, insomma dà.

Una volta nominata, la realtà finisce allora di essere solo la realtà, giacché la nominazione, in modi differenti per ogni sistema linguistico, sceglie di mettere in risalto alcuni tratti a scapito di altri, facendone significato, e chi di quel nome si serve, dopo aver faticato per addomesticarvisi, perpetua inevitabilmente all’oblio (o almeno condanna all’ombra) ciò che dalle trame del nome è rimasto escluso. La lingua, insomma, prende.

Fissate queste coordinate, si potrebbe riflettere su quanto ciascuna categoria espressa dalla lingua costituisca un vantaggio e insieme uno svantaggio, anche (o forse soprattutto) in termini cognitivi. Su quanto la lingua, cui è da tempo incalcolabile attribuito l’onore di essere misura di tutte le cose, comporti un onere di identico peso del quale è impossibile liberarsi per via dello stesso convenzionalismo che rende la lingua tanto vantaggiosa per chi se ne serve.

Si potrebbe, insomma, tentare almeno di riflettere su quanto l’organizzazione della lingua, delle sue categorie e, a un altro livello di discorso, la sua formalizzazione (che si ottiene imbrigliandola in schemi logici e categorie), producano effetti misurabili andando a operare sul piano della realtà.

Scopo di questo contributo, concepito con l’auspicio di costituire un omaggio al pensionamento di una linguista, Cristina Vallini (dell’Istituto Orientale di Napoli, cui è stato di recente dedicato il volume miscellaneo, a cura di L. di Pace, A. Manco e A. De Meo, Al femminile. Scritti linguistici in onore di Cristina Vallini, edito dall’editore Cesati di Firenze), che con la propria riflessione pluridecennale e l’opera che ne è conseguita ha alimentato la riflessione sulla lingua e sul suo funzionamento, è la misurazione degli effetti del lavoro di sistemazione della lingua sulla percezione dei generi – di quello linguistico e, a cascata, di quello culturalmente costruito, nel senso di gender – nella società parlante italiano. 

Più precisamente, ciò che si ambisce a fare nel piccolo di questo spazio, è ipotizzare che alla base del cosiddetto maschile inclusivo e della sua successiva normatizzazione e normalizzazione possa aver agito quell’operazione di codifica metalinguistica resasi necessaria per preservare il latino in una società per la quale la latinitas era sentita come necessaria a preservare il senso di appartenenza a un mondo ambìto ma nei fatti distante. Un mondo del quale però illudersi di essere parte grazie alla conoscenza della lingua latina. 

Quanto all’epoca di questa operazione, il contesto per la sua individuazione (chi scrive ha però la convinzione che il processo abbia avuto inizio ben prima, ma su questo si ritornerà più avanti) potrà essere individuato nelle parole spese da Mario Geymonat a commento della situazione in cui nel V- VI (epoca segnata dalla sempre più marcata differenziazione tra Oriente e Occidente e, parallelamente, dalla formazione e dal consolidamento dei regni barbarici) versava la critica alla letteratura ereditata dai secoli precedenti.

Una o due generazioni dopo Servio il grammatico Prisciano, giunto dalle coste atlantiche dell’Africa fin nella capitale dell’impero d’oriente, tralascerà la critica della letteratura per svolgersi piuttosto alla difesa della lingua. Nelle sue opere minori come in quella più importante, l’Institutio de arte grammatica, lo studioso sente ormai la lingua di Roma come unico elemento unitario che può opporsi alla fine dell’Impero. Cercando di

mettere ordine nelle norme grammaticali egli si serve certo dei testi classici, di Virgilio in particolare, non però allo scopo di discutere le diverse possibili interpretazioni di singoli casi, ma per stabilire certezze, per confermare con esempi pertinenti la propria dottrina grammaticale e una serie di proposte normative che aveva introdotto. Il frantumarsi dell’interesse critico e la subordinazione del fatto letterario a quello puramente linguistico sono ancora più evidenti nella formazione dei lessici, quando il materiale virgiliano e non solo virgiliano di varia provenienza viene ordinato alfabeticamente, non più allo scopo di accompagnare e guidare la lettura del testo, ma solo per testimoniare, caratterizzare e difendere un uso di lingua.

Alla fase precedente l’attività di Prisciano, a quella lunga fase di individuazione, sedimentazione e poi cristallizzazione di criteri (cui ha fatto da pendant la canonizzazione dei testi letterari, da leggersi come classicizzazione e insieme scrematura ideologicamente guidata) di un’ars/techne della definizione, andrà perciò ascritta la causa, almeno materiale, di quella pratica tuttora consolidata di inclusione di uno o più generi in un altro. Ciò è quanto si proverà almeno a sostenere con credibilità, con il supporto di quello che risulta possibile inferire dai testi. Inferire e non riscontrare, giacché, nel caso di quel genere di testualità confluito nelle compilazioni grammaticali in generale e poi in quelle lessicografiche (alfabetiche) più specificamente, la gabbia concettuale imposta alla lingua per mezzo della lingua stessa non sembra lasciare traccia di quella fase, imprescindibile, di elaborazione e discussione dei criteri da impiegare. Criteri che, invece, in buona sostanza, a chi si misuri con la grammatica appaiono sempre uguali a se stessi, quasi che, fissati da sempre, si fossero replicati in ossequio a una pratica di ri-uso poco incline a considerare alternative.




La famiglia del III millennio, tre millenni di famiglie

Il 1 e il 2 marzo il laboratorio di grammatica e sessismo ha dato vita ad un seminario formativo interdisciplinare dal titolo: La famiglia nel III millennio, tre millenni di famiglie. Si tratta della seconda edizione di un seminario che si era svolto, sempre presso l’Università di Roma Tor Vergata, un anno fa. L’evento è stato ideato e pensato in primis per le scuole, docenti e insegnanti, ma intendeva costituire un momento di riflessione rivolto alla società tutta.

L’approccio è stato, come il laboratorio cerca sempre di fare, un approccio interdisciplinare. La scelta del tema, quello della famiglia e delle famiglie, un’ottima occasione per discutere, sulla base di dati e di esperienze empiriche, di un “contenitore” che condiziona la società e la vita delle singole persone.

L’apertura dell’evento è stata affidata a P.G. Medaglia per i saluti istituzionali. Medaglia è docente presso la facoltà di ingegneria e delegato del Rettore per l’inclusione degli studenti con disabilità e DSA (UniRoma2). Partendo proprio dal concetto di inclusione, ha voluto sottolineare l’importanza della famiglia come istituzione prima in cui si realizzano e prendono forma valori quali l’accoglienza, la pazienza, l’ascolto, la cura e la custodia.

 

In seguito, il direttore del dipartimento di Lettere e filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata, E. Paoli, attraverso studi sull’antichità e sull’esegesi, ha posto la propria attenzione sull’evoluzione alla quale è andata incontro la sacra famiglia, da intendersi come modello dapprima impossibile, poi eversivo, e infine esemplare. Il modello originario presentato è stato quello di una famiglia cristiana “zoppa”, ovvero priva della figura paterna. Non era un caso che la castità fosse l’eccellenza, alla quale ogni buon cristiano e ogni buona cristiana doveva ambire. Col passare dei secoli o, per meglio dire, dei millenni il modello familiare ha però subito notevoli mutamenti. Nel ‘600, e ancor più nell’800 Giuseppe è divenuto una figura centrale e, con lui, ogni padre. Si è così giunti al modello di famiglia esemplare, costituito da padre, madre e figlio, ancora attuale pilatro della società cristiana.

  1. Meli, ricercatrice dell’Istat, ha invece apportato il suo contributo a partire da ricerche quantitative che ridisegnano e riscrivono la realtà familiare italiana, attraverso dati, percentuali e grafici. Dai dati presentati al seminario si evince che, nel nostro paese, ci si sposa sempre più tardi e si divorzia con maggiore frequenza. Inoltre, in aumento sarebbe anche la percentuale di secondi matrimoni. Le nascite sono invece in diminuzione, anche in relazione a un cambiamento del ruolo della donna, infatti ¼ di donne fertili sceglie volontariamente di non procreare. Le famiglie vanno incontro a una progressiva semplificazione e cristallizzazione, poiché costituite da pochi/poche figli/e che abbandonano il nucleo originario sempre più tardi. L’intervento si è poi concluso evidenziando non poche criticità riguardo i limiti dei parametri utilizzati, i quali non sempre riescono a individuare e a prendere in considerazione/analisi ogni tipo di nucleo familiare.

 

Di taglio sociologico il contributo di A. Volterrani, docente di Sociologia presso L’Università degli studi di Roma Tor Vergata. Partendo da dati anagrafici, e in particolare dallo studio dello stato di famiglia, lo studioso ha evidenziato l’esistenza di almeno diciassette tipi di famiglie diverse. Pertanto, la nostra penisola risulta essere ben lontana dal modello stereotipato di “famiglia tradizionale”, che ricopre solo il 50% dell’attuale panorama familiare italiano. Insomma, tante famiglie, costitutivamente diverse, eppure simili in quanto egualmente fonte di opportunità e problemi.

 

La famiglia è fortemente rappresentata anche nei media, e nei social, così come nella pubblicità, analizzata in modo interculturale da due classi del liceo paritario San Paolo di Roma che, come momento di sintesi e a parziale conclusione di un progetto di alternanza scuola lavoro incentrato sulla comunicazione consapevole, hanno elaborato un filmato che metteva in evidenza come la famiglia, le famiglie, sono state rappresentate, ieri e oggi, dal marchio Coca Cola, a seconda del paese in cui è stato proiettato lo spot pubblicitario.

Lo stesso argomento, seppur con tagli diversi, è stato preso in esame anche da S. Melchiorre (ricercatrice presso L’università degli Studi della Tuscia), L. Bagini (docente presso l’Università degli Studi di Poitiers) ed L. Selvarolo (laureata in comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata). La prima ha introdotto la propria analisi partendo dall’identità individuale, ormai fluida nell’epoca dei media, per poi passare a un’analisi dell’identità familiare. Identità che si costruiscono e riscostruiscono senza sosta e che vengono inevitabilmente condizionate e guidate dai (social)media. Biagini e Selvarolo hanno invece offerto il loro contributo analizzando il mondo pubblicitario di ieri e di oggi, fornendoci così una panoramica chiara e continuativa della rappresentazione familiare all’interno del mondo pubblicitario. Bagini si è concentrata sui caroselli, ovvero le originarie rappresentazioni di quelli che oggi definiamo spot, Selvarolo invece ha focalizzato la propria ricerca attorno ai recenti spot pubblicitari di tre grandi marchi, ovvero Findus, Barilla e Kinder.

In entrambi i casi le conclusioni alle quali sono giunte sono pressoché simili. La famiglia proposta è quella “tradizionale”, e le figure rappresentate (di padre, madre e figli/e) sono fortemente stereotipate.

La famiglia è stata considerata anche dal punto di vista medico, della cura, con il racconto di M. Macchiaiolo, specializzata in malattie rare e croniche. In contesti così delicati, le famiglie svolgono un ruolo centrale, poiché accompagnano il/la figlio/a malato/a nel loro cammino, di guarigione o di cura, ma, a loro volta, devono essere supportate e sostenute. Accettare che il proprio figlio, o la propria figlia, sia affetto/a da una malattia rara significa accettare la morte della rappresentazione mentale di un figlio, o di una figlia, idealizzato/a per mesi, se non per anni, e iniziare a ricostruire un nuovo percorso di vita, in cui il/la medico/a diventa il primo punto di riferimento, clinico, morale e psicologico.

Quest’ultimo ambito è stato analizzato in particolar modo dalla psicologa Anna Maria Di Santo. Con i cambiamenti avvenuti nella società contemporanea, i figli e le figlie appartengono non più ad una famiglia, ma sempre più a gruppi familiari a plurale. Famiglie ricomposte, famiglie allargate, famiglie allungate, che rideterminano i ruoli e le relazioni fra le persone coinvolte. In ogni caso, si fa sempre riferimento a un luogo in cui si deve instaurare un clima di serenità, capace di garantire un equilibrato sviluppo psico-fisico dei bambini e delle bambine che ne fanno parte.

Famiglie, però, sono anche quelle che adottano a livello internazionale. Questo argomento è stato trattato dalla psicologa M. Azzacconi, la quale ha messo il rilievo, da una parte, le difficoltà delle famiglie, nel riuscire a ottenere un/una figlio/a in adozione, e dall’altra, i vantaggi e le difficoltà dell’inserimento nella nuova vita da parte di minori adottati/e.

Il seminario ha dato spazio anche ad altri ambiti. Uno fra i tanti è stato quello antropologico, rappresentato dal P. Vereni. Quest’ultimo ha demolito il concetto di famiglia naturale, sotto un duplice aspetto. In un primo momento ha dimostrato che ogni costituzione familiare si basa sull’unione tra due individui che non possiedono legami naturali, ovvero di sangue. A sancirne l’unione è soltanto un contratto, prodotto artificiale ben lontano dal concetto di natura. In un secondo tempo si è poi concentrato sul concetto di famiglia socialmente valido e naturalmente condiviso. Creando quindi dei parallelismi tra la cultura italiana e quelle appartenenti ad altri popoli, ha dimostrato quanto ogni concetto di normalità familiare, di spontanea accettazione, sia legato alla propria visione del mondo, alla propria cultura, e nulla abbia a che fare davvero con la natura umana.

Lo stesso concetto di famiglia e famiglia, congiunto ai due ambiti del naturale e dell’artificiale (quindi del contratto di matrimonio), è stato analizzato anche dalla linguista S. Cavagnoli, docente presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. L’analisi compiuta dalla studiosa verteva sul diritto di famiglia e, in particola modo, sulla lingua che il diritto di famiglia utilizza per rappresentare l’attuale panorama italiano.

Il seminario ha inoltre ospitato anche R. Oliva De Concilis, dell’associazione “Rete per la parità” e B. Belotti, dell’associazione di “Toponomastica femminile”.

La prima, compiendo degli studi che ruotano attorno all’anagrafe, ha dimostrato quanto, negli anni scorsi, le donne abbiano dovuto lottare per eliminare la procedura del cognome coatto (ovviamente in riferimento al cognome del marito). Oggi tanti passi avanti sono stati compiuti, soprattutto in relazione ai/alle figli/e vittime di femminicidio. Per loro è stata messa in atto una procedura semplificata, in relazione all’abbandono del cognome paterno e all’acquisizione di quello materno. Nonostante ciò, tanto c’è ancora da fare all’interno di un mondo, quello dei cognomi, ancora capace di svelarci innumerevoli relazioni di potere familiare.

  1. Belotti ha utilizzato lo stesso punto di partenza, quello dei cognomi, unendo però quest’ambito a quello della toponomastica. Le analisi e gli studi compiuti da Belotti dimostrano che, nei secoli, smisurate donne, madri, mogli, figlie e sorelle, non sono state tenute in considerazione nell’intitolazione delle strade delle nostre città. Strade che ci raccontano il nostro passato, un passato dal quale le donne sono state cancellate, non soltanto perché a loro è stato riservato poco spazio nella toponomastica rispetto a quello maschile, ma anche perché, se presenti, le donne sono state completamente oscurate da cognomi maschili, capaci di inglobarle in sé fino a farle cadere nell’oblio.

La rappresentazione della famiglia è stata completata dalla presentazione di analisi di libri di testo per la scuola primaria e per l’apprendimento della lingua italiana per non italofoni, e dal racconto di una scrittrice insegnante, che si è confrontata con il tema della famiglia a scuola.

I libri di testo, destinati alla scuola primaria, sono stati presi in esame da A. Cassarino, laureata magistrale presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata. La ricerca diacronica ha dimostrato che, ieri come oggi, il libro di testo contribuisce alla costruzione dell’immaginario comune attraverso la rappresentazione di un unico modello familiare, quello nucleare, in cui i ruoli ricoperti risultano ancora fortemente stereotipati.

  1. Nardi e C. Coccia, in qualità rispettivamente di responsabile del CLICI (Centro di Lingua e Cultura Italiana) e di dottoranda presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, hanno invece analizzato i testi destinati a individui di cultura non italiana, sottolineando la centralità della famiglia, calata nei diversi contesti culturali, come punto di partenza e come indispensabile veicolo per un’efficiente pratica dell’insegnamento/apprendimento.
  2. Dai Prà, insegnante e scrittrice, ha infine voluto evidenziare il profondo legame che unisce scuola e famiglie. A volte però, l’incuranza e la scarsa informazione possono risultare fuorvianti per uno sviluppo ottimale degli/delle studenti/studentesse in piena fase di formazione. Dai Prà ha pertanto messo in luce la pericolosa diffusione nelle scuole dell’infondata teoria gender, priva di qualsiasi fondamento scientifico eppure fortemente viva all’interno del mondo scolastico.

Il seminario, organizzato con un interesse linguistico di fondo dalle docenti F. Dragotto e S. Cavagnoli (linguiste presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata), si è chiuso con una riflessione di F. Dragotto sulla definizione di famiglia dal punto di vista della sua etimologia, che emerge anche dalle pieghe delle diverse proposte di lettura offerte da questo incontro interdisciplinare che, tra chi presente, ha fatto registrare una insolita partecipazione alla discussione. Indicativa di quanto ci sia ancora da dire su questo tema di cui si parla con scarsa consapevolezza




Il laboratorio di Grammatica e Sessismo (GeS) dell’Università di Tor Vergata (Roma)

A cura di Francesca Dragotto e Stefania Cavagnoli

GeS, Laboratorio di grammatica e sessismo, inizia la propria attività nel 2011, sviluppato a partire da un’idea di Francesca Dragotto, docente di linguistica generale presso vari corsi dell’Università di Roma Tor Vergata.

È stato pensato, fin dalla sua istituzione, per alimentare una discussione intorno al genere, categoria presente in numerose lingue oltre che in moltissime altre entità organizzate, allo stesso modo che il linguaggio verbale, in forma di struttura. Società in primis.

Divenuto di recente argomento di grande attualità e discussione per la prima volta anche presso il pubblico non specialista a seguito della diffusione della cosiddetta Teoria gender, di genere si parla in modo per lo più distorto a causa della sua facile ma erronea sovrapposizione alla categoria di genere biologico ovvero di marker sessuale. Una sovrapposizione favorita, nel caso della lingua italiana, da quel processo di grammaticalizzazione del genere che alcune migliaia di anni fa ha condotto il latino a munirsi di marche per l’evidenziazione di maschile, femminile e neutro, interpretate frettolosamente ed erratamente come riproposizione linguistica di una situazione presente in natura.

Per tentare di superare le conseguenze di questa distorsione, i cui effetti possono essere facilmente assunti a fini manipolatori da parte della comunicazione politica e di massa, si è ritenuto di dover contribuire a diffondere una visione del genere fondata da un punto di vista epistemologico e scientifico avendo cura di mostrare come si tratti di un fenomeno che può essere colto solo adottando una prospettiva di studio inter e pluridisciplinare, volta a coglierne la sussistenza e le conseguenze nelle lingue, nei testi, nella mente, nelle patologie, nel diritto, nelle arti e in ogni altra entità organizzata in forma di struttura, ovvero di grammatica.

Chi è GeS

Anima da tre anni stabilmente le attività di GeS, insieme con la sua ideatrice, Stefania Cavagnoli, docente di linguistica applicata e glottodidattica e direttrice del Centro Linguistico di Ateneo – CLA dell’Università di Roma Tor Vergata, che nella linguistica di genere annovera uno dei suoi interessi più profondi e duraturi, e, dal 2017, Annalisa Cassarino, laureata in linguistica studiosa di questioni di genere e, in particolare, di analisi dell’acquisizione e sedimentazione degli stereotipi in età evolutiva oltre che ideatrice e conduttrice di “De-generiamo”, una rubrica per la webradio Radio libera tutti.

Cosa fa GeS

L’attività del Laboratorio GeS, prevede ogni anno e più volte nel corso dello stesso anno l’organizzazione e lo svolgimento di giornate di seminario presso la macroarea di Lettere.

Inoltre, stabilmente

–       svolge attività di formazione al di fuori dell’università in primis nelle scuole

–     promuove la circolazione della conoscenza scientifica del genere e di ciò che implica attraverso la pubblicazione e la diffusione di testi

–    collabora con enti e associazioni (è stabile, per esempio, quella con il Forum del Terzo Settore del Lazio)

–       collabora con il CUG e con la commissione CARIS di Ateneo, per l’inclusione

–       collabora e progetta interventi didattici con Toponomastica femminile

–       partecipa a convegni internazionali e ad altre iniziative di carattere scientifico

–       assegna tesi triennali e magistrali su aspetti connessi con il genere

 

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  Francesca Dragotto

Francesca Dragotto è professoressa associata di Linguistica all’Università di Tor Vergata. I suoi campi di interesse includono semantica, lessico e pragmatica, sia sincroniche che diacroniche. In anni più recenti i suoi interessi si sono focalizzati sull’analisi del testo, considerata come un insieme cognitivo, culturale e sociale nel quale ciascun parlante ricostruisce la propria rappresentazione del mondo e dei ruoli e delle norme sociali che in esso agiscono.

dragotto.f@impagine.it

 

  Stefania Cavagnoli

Stefania Cavagnoli è professoressa associata presso l’Università di Roma Tor Vergata (abilitata alla I fascia), dove insegna Linguistica generale e applicata e Teoria e prassi della traduzione. È delegata del rettore per il centro linguistico di ateneo e sua direttrice. I suoi campi di ricerca sono l’educazione plurilingue e la linguistica giuridica, con particolare attenzione alla lingua di genere.

cavagnoli.s@impagine.it