Elogio del cartoccio. A che serve la scuola? (Seconda parte)

Vent’anni fa Lucio Russo, fisico dell’università di Roma Tor Vergata, diede alle stampe Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola, un saggio molto ben scritto e documentato dal contenuto piuttosto terrificante. La tesi di Russo è che la scuola italiana sia stata da tempo avviata verso un immiserimento dei contenuti attuato attraverso un’apparente semplificazione formale, dove per semplificazione non s’intende la possibilità, attraverso il ragionamento critico e l’adozione di una didattica efficace, di sfrondare le discipline da barocchismi che ne rendono difficile la digestione – e quindi di rendere comprensibile e utilizzabile la cultura a tutti – ma, al contrario, di purgare il ragionamento astratto da qualunque “difficoltà” rendendolo concreto. L’esempio che dà il titolo al libro è questo: poiché la nozione di “segmento” è astratta (il segmento è una porzione di retta di lunghezza finita ma che, come la retta, ha una sola dimensione, quindi non esiste nel mondo sensibile) essa sarebbe “difficile” da capire, e nelle scuole elementari si fa strada la pratica di sostituirla con “bastoncino”, oggetto tangibile e di cui chiunque ha esperienza, dunque “facile”. Peccato che un bastoncino abbia tre dimensioni mentre un segmento una sola: dire che un triangolo è formato da tre bastoncini equivale a dire che è una figura solida e non piana. Il che distrugge alla base l’idea stessa di geometria. L’astrazione è il pensiero e, senza di essa, la scuola abbandona la sua vocazione primaria per entrare nel mondo del consumo. Come scrive Lucio Russo, «per creare la nuova scuola per consumatori occorre portare a compimento un processo di “deconcettualizzazione”, eliminando dall’insegnamento gli strumenti intellettuali tradizionali, basati sull’uso di concetti teorici». In questi ultimi vent’anni le cose non sembrano migliorate, anzi l’Italia sembra allinearsi a esempi stranieri che in apparenza sfornano “successi” ma dai quali la stessa comunità scientifica mette in guardia. Un esempio è fornito dal matematico Giorgio Israel nel suo blog, e riguarda la scuola di un paese considerato all’avanguardia nella didattica e traboccante di “successo scolastico”: la Finlandia. Il processo di semplificazione che dovrebbe rendere la scuola facile, partecipativa, eccetera, è culminato nella sostituzione, in aritmetica, del simbolo “uguale” (=) con la lettera V, iniziale della parola “vastaus”, ovvero “risultato“ o “risposta”. Il simbolo “uguale” significa che due elementi di un’equazione sono interscambiabili, ovvero che se a=b allora anche b=a, cioè che la lettura può avvenire da sinistra a destra e viceversa perché, appunto, i due termini sono uguali. Il “risultato”, invece, è la conclusione di una procedura: se metto i panni sporchi in lavatrice, il detersivo nella vaschetta n. 1, l’ammorbidente in quella n. 2, collego la lavatrice alla presa di corrente, scelgo il programma di lavaggio e avvio la macchina, il risultato è che avrò panni puliti, ma la procedura contraria non sarà vera, ovvero dalla fase finale non potrò mai risalire a quella iniziale. Non è uguale. Scrive Israel: «alla fine del percorso primario un bambino finlandese non conosce il simbolo e il concetto di uguaglianza e concepisce pertanto ogni espressione matematica come la richiesta di ottenere un “risultato”. La sostituzione del simbolo “=” con quello di “risultato” implica quindi l’identificazione del concetto di uguaglianza con quello di risultato, e questo è talmente volgare e ignorante da non meritare commenti, se non l’osservazione che così vengono cancellati più di duemila anni di matematica e di logica per tornare allo stadio della matematica pratica, approssimata e puramente operativa dei babilonesi. Con tutto il rispetto per le conquiste di questi ultimi, straordinarie in relazione con i tempi, far fuori il grandioso impianto concettuale della matematica da Euclide in poi non è un progresso, bensì un autentico imbarbarimento».

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Figura 1. Tre stuzzicadenti non sono un triangolo

Successo e insuccesso sono percepiti dalle famiglie attraverso i voti, che in realtà non sono giudizi ma semplici simboli, che dovrebbero riassumerli in modo chiaro e sintetico e che sono sempre il risultato di una valutazione attenta. I voti, dicevamo, sono spesso arrotondati per eccesso, ma i motivi di tale arrotondamento, ben al di là del buon senso e dell’algoritmo, sono da ricercare anche nella situazione in cui versano oggi scuole, docenti e dirigenti. Una quantità eccessiva di bocciature comporta il passaggio di un numero troppo esiguo di studenti all’anno seguente, ovvero una classe successiva troppo poco numerosa, cosa che al Ministero non piace perché non gli fa quadrare i conti. Per esempio la seconda B di 20 persone, che diventerebbe una terza B di sedici, viene smembrata, ridistribuita fra le altre terze e scompare. In questo modo, però, saltano posti di lavoro – il che è effettivamente un grave problema – e si può anche arrivare alla chiusura di una scuola o all’accorpamento con un’altra, ovviamente con una sola figura dirigente, un solo ufficio di segreteria, eccetera. Al Ministero non pare importare nulla del fatto che in una classe piccola si lavora meglio, perché pagherebbe troppe persone per insegnare a poche. Gli affari sono affari. Perciò, durante gli scrutini, i voti salgono anche per non perdere classi e ci si ritrova, alla fine, ad ammettere all’esame di Stato persone che non ne sarebbero all’altezza. «Qui bisogna essere chiari», dice il professor Z., «se la scuola ha cambiato il senso della valutazione – cosa che non mi convince ma che per ora non discuto – forse è ora di dividere la valutazione dall’insegnamento, altrimenti noi insegnanti diventiamo un mucchio di frustrati, perché stabiliamo un minimo e poi, obtorto collo, lo modifichiamo, per di più brontolando e litigando in quegli psicodrammi che sono i consigli di classe». Non è un caso se professori e professoresse, già svalutate da stipendi bassi e da un ruolo sociale marginale rispetto all’importanza e alla difficoltà oggettive del loro lavoro, si sentano col fiato delle famiglie sul collo e accusino una sempre maggior frustrazione, oltretutto paralizzate dalla minaccia incombente dell’abbandono scolastico. Le famiglie non indigenti spesso aggirano lo spettro dell’insuccesso iscrivendo i figli alle scuole private che, in Italia, sono mediamente abominevoli sul piano culturale ma elargiscono promozioni on demand purché si paghi, mentre quelle che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena (basta dare un’occhiata agli indici di povertà) si rassegnano e la scuola finisce là. Dunque, se si dà un giudizio di non sufficienza, le prospettive sembrano solo due: il marketing o l’abbandono. Come dire: al di fuori del mercato, il nulla. Per questo la scuola pubblica deve sfoderare tutto il suo fascino e lo fa in due modi: la semplificazione e l’appeal tecnologico. La rincorsa all’aggiornamento digitale sembra essere diventata una priorità didattica. In molte scuole la carta è scomparsa e tutto è online. Ciò significa che il funzionamento delle classi – dall’appello alle giustificazioni delle assenze alle circolari – è possibile solo se la rete è efficiente. E non sempre lo è. Secondo i dati Istat, la percentuale di famiglie italiane che nel 2017 hanno avuto accesso a internet rasentava il 70% mentre, fra i 15-24enni, la percentuale supera il 92%. Ma il ricorso alla tecnologia migliora l’apprendimento o le competenze? L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dice il contrario: in Italia quasi una persona su tre è analfabeta funzionale, ovvero sa leggere ma non capisce quello che legge. Chi volesse approfondire la questione potrebbe leggere un libro dall’eloquente titolo Demenza digitale, del neuropsichiatra Manfred Spitzer. Il giudizio di Spitzer, basato su esperienze cliniche e su una bibliografia ponderosissima, è che il digitale, soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza, rende stupidi. Gli esempi sono moltissimi: dall’inibizione della memorizzazione dovuta all’uso esclusivo dei motori di ricerca al divorzio fra mente e corpo causato dall’abbandono della scrittura a mano; dallo spaesamento nel cercare dati archiviati chissà dove (hard disc? Cloud? Memorie usb?) all’illusione delle relazioni virtuali dei social network; dallo stress per sovraccumulo di informazioni all’incapacità di decidere; dal disorientamento spaziale al vero e proprio distacco dalla realtà. Vale la pena riportare qualche riga del libro: «Chi si informa su un argomento, svolge quello che da circa un secolo e mezzo viene definito “circolo ermeneutico”. Chi vuole comprendere, riconosce il tutto attraverso le parti e le parti attraverso il tutto; approfondisce l’indizio di una fonte attendibile e, se non approda a nulla, torna alla fonte attendibile, perché questa contiene sempre numerosi indizi. […] I nativi digitali non compiono il circolo ermeneutico della comprensione: cliccano qua e là acriticamente, senza tornare mai a una fonte attendibile; cercano in maniera orizzontale (vale a dire superficiale) anziché verticale (non vanno in profondità). […] La permanenza di un contenuto nel cervello dipende dalla profondità di rielaborazione». La definizione di demenza digitale non è un titolo a effetto: è un precisa sindrome definita per la prima volta in Corea del Sud (sì, quella della tanto celebrata eccellenza scolastica, insieme alla Finlandia) in cui, nel 2010, il 12% della popolazione scolastica è stata riconosciuta dipendente da internet. E più giovane è l’età e maggiore è il danno neurologico. Ma allora perché si insiste tanto con la digitalizzazione sempre più estrema della scuola? Perché, tanto per fare un esempio citato da Spitzer, solo nella digitalizzatissima Inghilterra, nel 2015, si sono spesi 65 milioni di euro per acquistare, manutenere e riparare le lim (lavagne interattive multimediali), ormai diffusissime anche nelle nostre aule, che costano circa cinquemila euro l’una e hanno una fastidiosa tendenza a rompersi (come qualunque computer). Se la stessa somma venisse destinata ad assumere, formare e pagare meglio gli e le insegnanti, il beneficio sarebbe maggiore. Ma il mercato non sarebbe d’accordo. 

Figura 2. I libri di Lucio Russo e di Manfred Spitzer

Il mercato ha sempre maggior peso nella scuola. Ne sono alfieri alcuni concetti-cardine attorno ai quali la vita scolastica ruota sempre più vorticosamente: le competenze, i progetti, l’alternanza scuola-lavoro, previste dai dpr 87 e 88 del 2010. Cosa sono esattamente? «Devo dirtelo?» borbotta il prof. Z. «In parole povere le competenze sarebbero le capacità di utilizzare conoscenze e abilità personali in situazioni di lavoro o di studio. In pratica applicare quello che hai studiato. Ma se non sai o non riesci a imparare, cosa applichi? I progetti sarebbero un modo per far entrare soldi a scuola, visto che di fatto le scuole non ricevono quasi più nulla dallo Stato (l’Ocse ci dice che la percentuale di prodotto interno lordo destinato in Italia all’istruzione è la terzultima in Europa). L’alternanza scuola-lavoro è la destinazione di molte ore scolastiche all’esperienza lavorativa nei modi più disparati. Forse negli istituti tecnici e professionali può avere un senso – anche perché la cosiddetta terza area, ovvero centinaia di ore in più destinate a materie “professionalizzanti”, è sparita perché costava troppo – ma mi dici a che serve nei licei? Ho sentito un sacco di studenti lamentarsi di essere stati mandati a compiere “esperienze” facendo fotocopie in aziende varie. Ma se un’azienda ha forza-lavoro gratis, perché dovrebbe assumere? Non è un gatto che si morde la coda?».

Ma allora a che serve la scuola? «Il problema è proprio questo: si pretende che serva a qualcosa e poi uno studente bravo e digitalizzato, che non sa separarsi un momento dal suo iPhone, non sa fare un cartoccio. Ma perché mai la scuola dovrebbe servire a qualcosa? Gli istituti tecnici e professionali un tempo insegnavano un mestiere, ma avevano moltissime ore di laboratorio e formavano persone pronte a entrare nel mondo del lavoro. Adesso però il lavoro è merce rara. Tanto varrebbe restare un po’ di più a scuola e imparare quel tanto che basta per godere ciò che si studia. Perché non lo dice nessuno, ma lo scopo della cultura è il piacere di comprendere la bellezza. A scuola bisogna imparare a godere.

In conclusione, chiedo al mio amico professore: «Insomma, questa scuola serve a qualcosa o non serve a nulla?». E mi risponde: «Una volta un tale chiese ad Aristotele: “A che serve la filosofia?” e lui rispose: “La filosofia non serve a nulla perché non è la serva di nessuno”. Ecco, se pensiamo che la scuola debba servire a qualcosa, vuol dire che la consideriamo una serva».

Fonti:

Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola?, Milano, Feltrinelli, 1998

Manfred Spitzer, Demenza digitale, Milano, Corbaccio, 2013 (edizione originale: Digitale Demenz. Wie wir uns und unsere Kinder u, den Verstand bringen, München, Droemersche Verlagsanstalt, 2012)

Il blog di Giorgio Israel: http://gisrael.blogspot.com/2011/05/il-bluff-della-matematica-finlandese.html

Sull’uso di internet: https://www.istat.it/it/archivio/207825

Sull’analfabetismo funzionale: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/03/07/news/analfabeti-funzionali-il-dramma-italiano-chi-sono-e-perche-il-nostro-paese-e-tra-i-peggiori-1.296854

Sul rapporto pil/istruzione in Italia e in Europa: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-08-29/italia-terzultima-europa-spesa-istruzione-germania-spende-doppio-190050.shtml?uuid=AE8jEVJC




Elogio del cartoccio. A che serve la scuola? (Prima parte)

Con le vacanze scolastiche la cronaca nera ha subito un arresto. Fino a settembre, infatti, i casi di aggressione a docenti e presidi da parte di studenti e genitori – oltre 30 quest’anno – dovrebbero interrompersi, per riprendere presumibilmente alla riapertura delle scuole. Le notizie delle violenze hanno riempito le pagine dei giornali, i social media le hanno fatte rimbalzare e la percezione di esse si è moltiplicata. Della situazione della scuola italiana si parla molto, perché alcuni aspetti appaiono paradossali o addirittura drammatici e molte voci lamentano un progressivo e inarrestabile peggioramento generale. Vorrei però non tanto soffermarmi sugli aspetti più grandguignoleschi, che si trovano facilmente sui media, quanto riflettere su cambiamenti, cause, prospettive. Comincerò con un aneddoto.

Un simpatico e bravo studente quattordicenne, che per comodità chiameremo A., un giorno fu sorpreso dal suo insegnante di disegno e storia dell’arte, che per comodità chiameremo professor Z., a temperare la matita sul banco, disseminandolo di trucioli e grafite. Il professor Z. lo riprese immediatamente, intimandogli di pulire subito il banco e di usare il cestino. A. rispose che la punta della matita aveva un continuo bisogno di essere affilata e che  il continuo andirivieni suo e del resto della classe avrebbe causato grande confusione. Il mio amico Z. convenne che A. aveva ragione e gli disse di farsi un cartoccio con un foglio di carta usato, attaccarlo al banco con del nastro adesivo e adoperarlo come cestino personale, gettandolo via alla fine dell’ora. «Un cartoccio? Cioè?» chiese A. «Ma sì, un cartoccio, un cono di carta, hai presente quello delle caldarroste?». «Ah, sì» rispose A., «e come si fa?». Il mio amico Z., perplesso, glielo fece vedere e poi disse «Ora fallo». A quel punto A. assunse un’espressione sinceramente angosciata e disse: «Prof, per favore, me lo faccia lei, che a me mi viene l’ansia». 

1. Costruzione del cartoccio

Mentre mi racconta l’episodio, Z. è turbato. La parola “ansia”, a quanto mi dice, è diffusissima nel lessico scolastico e compare spesso anche, e soprattutto, nei colloqui con i genitori, i quali parlano dell’ansia che provano nei rapporti con i figli e le figlie nell’attesa di prestazioni che viene continuamente frustrata. Il numero di disturbi specifici dell’apprendimento (o dsa, per usare uno degli infiniti acronimi che ormai funestano la vita dei e delle docenti) come dislessia, disgrafia, discalculia e via discorrendo, e di bes (bisogni educativi speciali) pare aumentare a dismisura. I dsa sono diagnosticati da appositi esami psicologici mentre i bes sono testimoniati da dichiarazioni genitoriali. Bes e dsa danno la possibilità di un trattamento di riguardo: programmi semplificati, interrogazioni programmate, possibilità di usufruire di “mappe” (schemini riassuntivi) che aiutano nelle verifiche scritte e orali. Il professor Z., che non ha competenze psicologiche precise se non quelle affinate da anni di lavoro scolastico, sostiene che, secondo la sua esperienza, non è affatto detto che chi sia affetto da dsa, alla prova pratica, dimostri poi un’effettiva difficoltà o raggiunga comunque risultati inferiori a quelli del resto della classe. «Quanto ai bes», aggiunge, «stiamo parlando di adolescenti. Vorrei sapere quale adolescente normale non ha bisogni educativi speciali. Oggi si può chiedere il riconoscimento dei bes perché i genitori si stanno separando, perché si è subita una delusione d’amore, perché la morte della nonna ha inferto un duro colpo al proprio mondo affettivo, cioè perché è accaduto quello che la vita, inevitabilmente, ci regala: l’incontro con il dolore, la frustrazione del senso di onnipotenza infantile, lo scontro con le avversità, insomma tutto ciò che ci fa crescere». Z. ha anche la sensazione che lo stesso status di bes o di dsa, così solennemente affibbiato dall’alto allo scopo di semplificare la vita scolastica, contribuisca invece al convincimento della propria debolezza. «Tanto è vero» aggiunge Z., «che parlando di loro si sbaglia sempre ausiliare: si dice che il tizio o la tizia non hanno un bes o un dsa, bensì sono bes o dsa. Non una caratteristica della persona ma la persona stessa. Poi vorrei anche vedere che non si sentono inferiori».

Tornando all’ansia, questa pare essere una caratteristica sempre più presente nei genitori. Non a caso, accade spesso che madri e padri pretendano di essere in contatto costante con la prole anche durante l’orario scolastico e al mio amico Z. è accaduto di dover intimare a qualche studente di non rispondere al telefono durante le lezioni, infrangendo peraltro il divieto di tenerlo acceso, e di sentirsi rispondere: «Ma è mio padre!». Il telefono, dunque, è diventato un legame inscindibile, una specie di nuovo cordone ombelicale. Tralasciando gli effetti dei mezzi digitali sulla crescita e sull’apprendimento, su cui torneremo, appare chiaro che ormai gli e le adolescenti non hanno più un momento di assoluta indipendenza. Il telefono, nella scuola del mio amico Z. (ma, sostiene, in tutte le scuole), è il mezzo che assicura un legame continuo con la famiglia. Contemporaneamente, il cosiddetto tempo libero appare sempre più inesistente. 

2. Il cellulare a scuola

«Da ragazzini» dice Z. «si andava a giocare a pallone da qualche parte, se andava bene al campetto dell’oratorio, altrimenti – e molto più spesso – dove capitava. Io andavo con i miei amici in un ritaglio d’erba sparuta delimitato dai bastioni delle mura, di forma triangolare e con un albero nel mezzo. Giocavamo con una sola porta e dovevamo stare continuamente di vedetta perché se arrivava un vigile ci sequestrava la palla. Le regole del calcio, giocoforza, le piegavamo alle nostre necessità; non avevamo divise né scarpe apposite, le mamme ci sgridavano perché rovinavamo i vestiti, litigavamo spesso e ci divertivamo un mondo perché eravamo liberi. Adesso chi fa sport – direi la maggioranza – lo fa all’interno di istituzioni, con precisi orari di allenamento, impegni agonistici, allenatori severi, abbigliamento tecnico e costi elevati. La mancanza di un tempo di gioco veramente libero comporta anche una maggior difficoltà nella formazione di una coscienza autonoma. Il gioco non è solo svago, è anche l’apprendistato di un ruolo sociale: non è un caso che maschi e femmine abbiano sempre fatto giochi diversi e adatti al ruolo che la società impone loro. Questo è un altro problema che prima o poi dovremo affrontare, ma nel gioco, al di là dei condizionamenti sociali, c’è sempre stato apprendimento e soprattutto libertà, perché non serve un campo regolamentare, una palestra attrezzata, una piscina olimpionica o un abbigliamento adatto, basta un cortile. 

3. Il gioco in cortile

Invece ora i genitori sborsano un sacco di soldi e quindi si aspettano il successo. Inoltre spesso non sono pronti a cogliere i talenti: ho avuto in quinta liceo un ragazzo che era innamorato della meccanica e il cui massimo desiderio era stare in mezzo a motori e motociclette. I compagni e le compagne di classe gli affidavano i loro motorini e lui ne faceva dei gioielli, e mi diceva che il suo piacere era avere le mani sporche di grasso. I genitori, mamma medica e papà avvocato, volevano farne un ingegnere: non capivano che il figlio non voleva progettare, voleva agire, altrimenti sarebbe stato sempre un frustrato. Poteva diventare un meccanico geniale, e invece loro volevano un figlio di successo. Ecco, anche “successo” è una parola che sento spesso. La mia impressione è che madri e padri, sempre più indaffarati, si sentano colpevoli del cosiddetto “insuccesso” di figli e figlie». L’osservazione mi pare pericolosa: sarebbe dunque meglio la mamma casalinga come un tempo? «Ma no», ribatte Z., «la questione non è la mamma, è anche il papà, è la presenza fisica su cui puoi contare. Il contatto digitale perenne non la sostituisce, anzi: il cellulare sempre acceso è un controllo occulto che non lascia spazi di libertà. Di questi tempi è quasi impensabile, ma davvero credo che quando hai un figlio dovresti avere anche un orario di lavoro ridotto per potertici dedicare, naturalmente senza ripercussioni economiche, cosa impossibile di questi tempi in cui uno stipendio solo o un part-time sono un lusso. Se lavori dalla mattina alla sera, è ovvio che ti attacchi al telefono, ma il telefono non è come parlare, coccolare, litigare di persona. Poi i genitori vengono a dirmi: “Eh, certo che non se ne può più, mio figlio usa il cellulare anche a tavola!”. Una madre una volta mi ha detto piangendo: “Professore, io non capisco più mio figlio!”. E vorrei anche vedere! Quale quaranta-cinquantenne “capisce” un quindicenne? Padri e madri non devono “capire”: devono amare, educare, guidare, sorreggere, incoraggiare, magari premiare e punire. A capire ci pensano gli amici». A questo punto mi chiedo se la situazione sia uguale per ragazzi e ragazze. Le aspettative dei genitori sono le stesse? Anche le ragazze vorrebbero fare le meccaniche? «Be’, quello del meccanico era solo un esempio. Spesso accade il contrario. Ora mi sembra che per le femmine la situazione sia migliore, almeno nei licei. All’università si iscrivono sempre più ragazze, anche nelle facoltà scientifiche, ma non so quanto l’aspettativa sociale per loro sia cambiata. Quando uscì Astrosamantha, il film su Samantha Cristoforetti, portai di corsa le mie classi a vederlo. Le ragazze ne uscirono emozionatissime. Una piangeva. “Ma allora lo potrei fare anch’io!”, mi ha detto. Pare strano, ma nel ventunesimo secolo è ancora opinione comune che una ragazza possa magari essere brava in matematica, ma poi se ne debba stare a casa o faccia l’insegnante invece di andarsene a esplorare lo spazio». Ma quello dell’insegnante è ancora un mestiere di ripiego? «Sempre meno, direi. Una volta lo era certamente, in particolare per le donne. Come ho detto, una laurea a pieni voti in matematica o in filologia greca non apriva la strada alla ricerca ma, per molte donne, all’insegnamento, perché era – era, nota bene – un lavoro a mezza giornata, con un sacco di tempo libero per stirare le camicie del marito, il quale, nelle famiglie borghesi, guadagnava abbastanza da compensare il magro stipendio della moglie. Un sacco di brave studiose sono finite a insegnare e, d’altro canto, un sacco di ottimi maestri e professori hanno finito col diventare meccanici, ingegneri, medici o operai per soddisfare le aspettative o le necessità della famiglia. Ora, per chi insegna, il lavoro è raddoppiato e lo stipendio non è cresciuto, ma la percezione che ne si ha è ancora quella. Anzi, il prestigio sociale è diminuito e anche per questo, quando parli con i genitori, hai a volte la sensazione che ti considerino uno sfigato. Quanto al tempo libero e alle vacanze smisurate, non ne voglio neppure parlare. Basti dire che l’insegnante ha la responsabilità penale della classe e che non può neanche andare a fare la pipì quando ne ha bisogno». 

4. I quadri di fine anno

Il tema del successo e dell’insuccesso mi pare interessante. Nella scuola i risultati sono misurati con i voti e la promozione appare il discrimine fondamentale anche se, in realtà, essa misura solo l’assimilazione di un programma svolto e la previsione che lo o la studente potrà affrontare l’anno seguente con un minimo di tranquillità. Non è, né è mai stata, il giudizio sulla persona né sui suoi molti e svariati talenti. Non ha un significato morale né, tantomeno, è una promessa o una condanna. Accade che una persona, nel delicato periodo dell’adolescenza, attraversi una fase più o meno lunga di distrazione e di fatica; in tal caso, ripetere l’anno è di aiuto. Il professor Z. prosegue: «La non ammissione all’anno seguente (guai, di questi tempi, a chiamarla bocciatura), così come il “debito” da recuperare a settembre, è una dilazione, un prolungamento dell’ospitalità che la scuola offre per acquisire una formazione sufficiente a proseguire. È una cosa buona, quando serve. Io, per esempio, sono stato bocciato in seconda liceo perché quell’anno mi ero innamorato e non capivo più niente. Lì per lì la cosa mi ha scottato, ma poi ho capito che quella prof di matematica, fermandomi con un cinque a settembre, mi ha salvato la vita. Poi è stato tutto facile. Ma ora, in altri Paesi europei, le superiori durano solo 4 anni, quindi abbiamo la sensazione di arrivare in ritardo. Ma in ritardo rispetto a cosa? La disoccupazione è arrivata a cifre drammatiche, i giovani, quando va bene, collezionano lauree stage e master e poi restano a casa, chi se la sente scappa all’estero e noi abbiamo fretta? Di che? Non sarebbe meglio approfittare e approfondire lo studio? Invece noi docenti, se fermiamo qualcuno, assistiamo a due fenomeni: innanzitutto la dolorosa delusione delle famiglie, che talvolta si tramuta in incredulità e in rabbia nei confronti della scuola, rea di non aver capito e/o di non aver aiutato; e poi il comportamento riflesso e timoroso di presidi e consigli di classe, che tendono a mitigare i giudizi e ad arrotondare i voti per eccesso. Ora, il punto è che il registro elettronico, che sta sostituendo ovunque quello cartaceo ed è consultabile in tempo reale dai genitori, ha eliminato qualunque forma di mediazione e di riflessione. I genitori vengono al colloquio non per conoscere e capire, ma per chiedere conto e contestare, dato che hanno accesso ai voti e dunque pensano di sapere già tutto. La media aritmetica è chiara e apparentemente oggettiva: i voti, allo scrutinio, sono arrotondati dal software, dunque da 5,00 al 5,49 è 5 e dal 5,50 al 5,99 è 6. È un calcolo molto semplice, meccanico. Poi, in sede di giudizio, il consiglio di classe può modificare il voto finale sulla base di varie considerazioni, ma intanto chi ha cinque virgola qualcosa sa già che avrà sei e, se ciò non avviene, si scatena la frustrazione. Non è solo una questione di decimali, perché nella scuola italiana la sufficienza è sei, dunque un voto inferiore a sei è insufficiente. Mi pare un ragionamento chiaro. E lo sanno bene anche gli e le studenti, infatti quando, appena compiuti i 18 anni, si mettono di lena a studiare per conseguire la patente di guida e si affannano ad esercitarsi per superare i quiz, è loro chiaro che dovranno rispondere a 40 domande in 30 minuti e che non potranno fare più di quattro errori. Il 10%. Se saranno cinque, ovvero solo il 12,5%, niente patente. Ma l’esame per la patente non presenta nessuna delle implicazioni psicologiche e affettive della scuola, ed è proprio tale anaffettività che dà l’illusione di un giudizio obiettivo, mentre la scuola è percepita come un prolungamento della famiglia, in cui tutto è riassorbito nella sfera affettiva. La scuola, in realtà, è una via di mezzo, un filtro fra la famiglia e il mondo esterno, quello adulto. Se in famiglia i conflitti vengono risolti sulla base degli affetti, nel mondo adulto gli errori hanno conseguenze gravi: paghi una multa, ti licenziano, vai in galera. La scuola è un filtro nel senso che gli errori sono sempre lievi, come pure le sanzioni, e hanno sempre uno scopo educativo e formativo. Il problema è appunto qui: l’educazione di una persona giovane deve basarsi sulla chiarezza, sulla precisione e sull’onestà. Non possiamo dare segnali ambigui, non possiamo dire sì quando intendiamo no. Anche perché rischiamo di minare alla base la stessa matematica. Il numero cinque virgola qualcosa, fosse anche una serie infinita di nove, non sarà mai sei. Se stabiliamo in confine fra sufficiente e insufficiente, dev’essere chiaro. E questa è solo la punta dell’iceberg di un problema molto serio che riguarda, tra l’altro, la comprensione della scienza». 

 




Il bene Comune

I primi giorni del nuovo governo sono stati caratterizzati da avvenimenti definibili, volendo usare un patetico eufemismo, piuttosto rimarchevoli. Mentre scrivo – martedì 12 giugno 2018, mattina – non è ancora chiara la sorte delle 629 persone soccorse in mare dalla nave Acquarius e che dovrebbero essere accolte, tutte o in parte, dalla Spagna, dopo che l’Italia ha decretato la chiusura dei suoi porti (e nonostante i sindaci di Palermo, Messina, Napoli e Reggio Calabria li vogliano aperti). Le notizie si affastellano di ora in ora e non è facile orientarsi. Un altro esempio è di pochi giorni fa: l’uccisione di Soumaila Sacko, presentato dai media, di volta in volta, come un immigrato, un sindacalista, una vittima della ’ndrangheta, un nero, un ladro di lamiere. 

I tempi dell’informazione si fanno sempre più stretti e i social media non facilitano la loro diffusione, semmai la intralciano per eccesso. Chi legge e condivide notizie lo fa sempre sull’onda dell’emozione e senza avere il tempo di confrontare, documentarsi e riflettere. Le notizie, anche quelle non fasulle (ma è difficile discernerle, se non in tempi lunghi), arrivano da contatti selezionati, quindi affini, e condivise da altri contatti affini. Per questo non trovo mai sulla mia pagina facebook le notizie di Casa Pound e del Movimento nazionalsocialista dei lavoratori: le ho escluse a priori. Ciò mi evita la gastrite ma può attenuare la percezione della realtà che mi circonda (che non è, a mio avviso, esattamente rose e fiori). Ma: primo, bisogna pur sopravvivere e, secondo, bisogna pur cercare informazioni corrette nel mare del web.

Per quel che mi riguarda, la “politica” – quella fra virgolette, dei “politici” quasi solo maschi, plurireddito, ben assisi e pasciuti, la “politica” di cui Francesco Guccini già cinquant’anni fa cantava «che è solo far carriera» – è uno strano gioco a cui le cittadine e i cittadini non hanno possibilità di partecipare. Ma esiste anche una politica senza virgolette. Per esempio, su queste pagine digitali, il 21 marzo scorso, Maria Pia Ercolini ha scritto di un sito Una parola al giorno, la cui missione è presentare, per l’appunto, ogni giorno una parola nel suo significato, nell’etimologia e negli usi più frequenti. Non è un sito propriamente politico, ma serve a spiegare e a diffondere parole, a capire ciò che si ascolta e a dire con esattezza ciò che si intende, dunque è politicissimo. Perché ciò che manca alla “politica-fra-virgolette” è l’affermazione dell’idea di bene comune, o meglio la consapevolezza che un bene comune esista, che da esso non si possa prescindere, che non possa mai essere appaltato a nessuno, che sia ciò di cui ognuno e ognuna di noi può dire «è mio» senza che vi sia contraddizione con «è tuo» ed «è nostro».

Anche Comune-info è un sito politico fin dal nome. La presentazione del sito, il classico “Chi siamo” in alto a destra, è disarmante: «Chi siamo? Non lo sappiamo bene, siamo in movimento». E continua: Comune-info è «un tentativo di rispondere al bisogno di cambiare la direzione del nostro sguardo, un sito che cerca di raccontare, accompagnare e moltiplicare i cambiamenti sociali profondi, spesso poco visibili. Ci interessano le trasformazioni e i movimenti che mettono in discussione il profitto e la mercificazione delle relazioni ma soprattutto il muoversi che sperimenta, tra limiti e contraddizioni, relazioni diverse da quelle di tipo capitalista. Le relazioni di chi mette (e si mette) in comune». La redazione di  Comune-info è composta da Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi, Marco Calabria, Daniela Cavallo. La nuova testata è stata disegnata da Barbara Pulliero. L’elenco delle collaboratrici e dei collaboratori è lunghissimo, come pure dei link “amici”, quelli che Comune-info legge, studia e diffonde. Nel menù si scorrono gli argomenti: migranti, clima, guerra, autogestione, scuola, ecologia e tanti altri. Non mancano indicazioni su chi e come si coltiva un orticello urbano, o come e dove riparare la bicicletta, o sulla partecipazione a gruppi di acquisto solidali. Particolare attenzione è rivolta alla realtà romana, ma quella nazionale e internazionale non è da meno. L’informazione di Comune-info è capillare: non vi è solo la cronaca “politica” di ciò che dicono e fanno i governanti, ma conto anche ben 15 annunci – e aumentano in continuazione – di altrettanti incontri e manifestazioni contro la chiusura dei nostri porti, ovvero di politica senza virgolette.

È qui che ho letto l’unica fonte di prima mano su Soumaila Sacko: un suo scritto, la presentazione della sua vita, del suo progetto migratorio. Comincia così: «Sono Soumaila, ho ventinove anni, sono rifugiato dal Mali. Lavoravo come responsabile della comunicazione in un partito di opposizione al Governo. Un lavoro, il mio, che segna il destino in un paese come il Mali. Dopo una conferenza pubblica in cui abbiamo denunciato i crimini del governo venni a sapere che il mio nome compariva sulla lista delle persone accusate, da arrestare. Dovevo trovare una soluzione, avevo paura: ho saputo solo dopo che tanti miei amici e colleghi sono stati imprigionati o uccisi». Poi, come sappiamo, è scappato, è arrivato qui, è stato ucciso anche lui. 

Il sito Comune-info: https://comune-info.net/

Il testo di Soumalia Sacko: https://comune-info.net/2018/06/sono-soumaila-ho-ventinove-anni/




Luna Park Venezia

Nel suo romanzo  La seconda mezzanotte  Antonio Scurati ha descritto uno scenario terrificante: alla fine di questo secolo, dopo una spaventosa onda alluvionale che ha sommerso tutto e ha definitivamente sconvolto il clima mondiale, ciò che resta di Venezia è stato comprato e ricostruito da una multinazionale cinese. L’area più celebre e centrale della città lagunare è stata isolata da una cupola climatizzata e Venezia è stata trasformata in un allucinante divertimentificio per stomaci forti: vi è permesso tutto, tutto è disponibile per chi possa pagare, perfino assistere a combattimenti gladiatorî in piazza San Marco. Cos’abbia a che vedere Venezia con il Colosseo non è argomento di discussione: per il business globalizzato e per le masse turistiche la distinzione è troppo sottile e nessuno conosce più la differenza fra culture che, viste da lontano, paiono coincidere. Come oggi pizza mafia e gondole sono accomunate dall’ignoranza del consumo, così nel 2092 gladiatori, basiliche, prostituzione, laguna, alcol e droga fanno parte di un immaginario turistico da consumarsi nel più breve tempo possibile. La domanda se il mondo futuro descritto da Scurati sia davvero in procinto di avverarsi appare meramente accademica.

Venezia è nei guai anche nel presente: è un luogo comune ma anche la verità. Tutti i centri storici lo sono, ma le città di terraferma si sono potute espandere in periferie (spesso disumane) mentre la città lagunare è limitata in sé stessa dall’acqua. Anche Venezia, sul piano amministrativo, ha una periferia in terraferma, ma il collegamento con essa è un salto, un’autentica frattura. Se nel passato il legame d’acqua con le isole e con la terraferma garantiva una complessità di scambi, oggi le relazioni lagunari e la stessa vita della popolazione sono sconvolte dalla trasformazione economica e sociale del turismo globalizzato. La massa di turisti che ogni giorno invade la città ha causato una proliferazione patologica di pseudoservizi, quasi tutti di bassa qualità e spesso di dubbia legalità, che arricchisce gl’investitori e rende dura la vita alla gente. I costi degl’immobili sono divenuti insostenibili e commercianti e artigiani sono sostituiti da una distribuzione veloce, a basso costo e standardizzata. Trovare un comune negozio di ferramenta o una libreria è diventato arduo perché i turisti consumano solo ciò che viene loro ostentato, senza voler neppure accorgersi che l’oggetto tipico appena acquistato è paccottiglia prodotta altrove e il cibo tipico appena ingerito è fast food. Da più parti si grida alla modernizzazione, allo stare al passo coi tempi, alla necessità della promozione pubblicitaria che ha già devastato, con “ristrutturazioni” criminali, palazzi storici divenuti contenitori di brand rampanti. Navi colossali, definite da qualcuno opere di vera e propria architettura invasiva, sovrastano gli edifici e devastano l’ecosistema lagunare. Designer e architetti di grido propongono, e talvolta perpetrano, mostruosità abnormi che dovrebbero “traghettare verso il futuro” una città che è sempre stata un capolavoro di equilibrio.

La popolazione di Venezia è ormai a un minimo storico, circa cinquantamila abitanti. Fra essi molte sono le persone normali, quelle che vanno a lavorare o studiano, che vi abitano, che fanno la spesa, che hanno relazioni e che non ne possono più di trovarsi la strada di casa o del lavoro ingorgata da masse umane sbraitanti, masticanti, fotografanti e ignoranti delle norme più elementari della convivenza in una città antica e tanto particolare. La minaccia della privatizzazione neoliberista incombe su tutto: isole, monumenti, palazzi, strade. La risposta delle amministrazioni è stata quella di incentivare il turismo mordi-e-fuggi e al contempo di frenarne gli eccessi con provvedimenti inutilmente drastici, come l’adozione di tornelli d’ingresso nei giorni festivi più frequentati o del prezzo furfantesco del trasporto pubblico, con il risultato che veneziane e veneziani si sentono sempre più personaggi obbligati di un parco a tema. Molta gente ritiene inevitabile andarsene.

Ma non mancano cittadine e cittadini che si oppongono alla devastazione in atto e che hanno formato gruppi, movimenti e comitati per opporvisi. Alcuni intervengono con caparbia pazienza nella pulizia dei muri plurisecolari; altri raccolgono fondi per l’acquisto collettivo di isole lagunari, come Poveglia, minacciate dall’immissione sul mercato e pronte a diventare resort pluristellati o residenze miliardarie; altri ancora manifestano e compiono azioni di disturbo alle grandi navi. Nel maggio 2014 il comitato NoGrandiNavi-Laguna Bene Comune ha pubblicato il libro bianco Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale. Le grandi navi fuori dalla laguna a cura di Gianni Fabbri, con scritti e contributi di Gianni Fabbri, Giuseppe Tattara, Armando Danella, Cristiano Gasparetto, Luciano Mazzolin e Silvio Testa, in cui viene esposto in termini scientifici il problema della laguna e della città. Negli anni il comitato si è esteso ed ha approfondito i termini del suo dissenso e della sua lotta. Le grandi navi (e “grandi” è un pallido eufemismo) e le masse turistiche sono epifenomeni eclatanti, ma rappresentano solo la parte più vistosa di un dramma che riguarda soprattutto la gestione politica di Venezia e che coinvolge in realtà il territorio nel suo complesso. Per esempio, la riduzione della città a parco a tema non si riduce al centro storico ormai intasato, dato che è prevista la costruzione nell’immediata terraferma di ventimila posti letto che ospiteranno il turismo low cost. Il problema della desneylandizzazione va visto nel suo aspetto complessivo. Per opporvisi e ricostruire è necessario soprattutto fare un progetto di ripopolazione urbana con politiche a misura di residente, favorendo le attività produttive, il welfare, le attività sociali che recuperino e gestiscano spazi comuni, e bloccare la svendita e la privatizzazione dissennata del patrimonio pubblico, la devastazione dell’ecosistema lagunare, l’espulsione dei ceti meno abbienti. Venezia deve uscire dal suo ruolo di luna park e tornare ad essere una città aperta e multiculturale, antirazzista e antisessista.

A questo scopo, il movimento NoGrandiNavi-Laguna Bene Comune ha indetto, per domenica 10 giugno, una Marcia per Venezia, che partirà alle ore 14 da piazzale Roma. L’invito alla partecipazione è rivolto ai e alle residenti della laguna e della terraferma, a chi lavora in città da pendolare, al mondo delle associazioni e a chiunque stia a cuore la Perla della laguna, perché, come ha scritto Salvatore Settis, «se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città».

È possibile leggere e scaricare il libro bianco Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale. Le grandi navi fuori dalla laguna: http://www.nograndinavi.it/wordpress/wp-content/uploads/2014/05/2014-05-16-LIBRO-BIANCO-ComitatoNOGrandiNavi-Laguna-Bene-Comune.pdf

La citazione di Salvatore Settis è tratta dal suo libro  Se Venezia muore , Torino, Einaudi, 2014.




Max Manganelli e l’armonica per caso

Racconta Tom Joad, il protagonista diFuroredi John Steinbeck: «L’armonica è uno strumento facile da portare. La togli di tasca, la batti sulla palma della mano per scuoterne via i detriti di tabacco e di porcheria, ed è pronta. Puoi fare quel che vuoi con un’armonica: note staccate, accordi, melodie ritmate. Puoi plasmare la tua musica con le due mani, ci tiri fuori il suono lamentoso e nostalgico della zampogna, le note grandiose e angeliche dell’organo, i trilli acuti e pungenti del piffero. Poi smetti di suonare e te la rimetti in tasca. […] E se la perdi o la rompi, la perdita non è grave. Con pochi cents te ne puoi comprare un’altra».

«È vero», mi dice Max Manganelli mentre siamo seduti in macchina davanti alla Scuola popolare di musica di Testaccio, a Roma, una mezz’ora prima che cominci il suo corso di armonica diatonica. «Un’armonica a bocca diatonica costa poco rispetto ad altri strumenti. Quando ne ho avuta una in regalo, all’inizio degli anni Novanta, non ne sapevo niente, però mi aveva incuriosito e così ho cominciato a cercare di capire che potevo farci. Soffiavo e aspiravo in quei dieci buchi e ne venivano fuori suoni diversi, e nient’altro. La musica mi piaceva, ma non avevo molte preferenze. Ascoltavo di tutto. Poi, a un certo punto, ho incontrato il blues e ho capito che l’armonica è l’anima del blues, perché può cantare come una voce umana, e mi sono messo ad ascoltare blues e a provare, e più ascoltavo e più provavo. È cominciata così».

A quell’epoca Max, dopo essersi diplomato, faceva un po’ di tutto. «Pure l’idraulico, l’elettricista, il muratore. Insieme ad un amico ristrutturavamo appartamenti. Questo amico aveva un’armonica a bocca e ogni tanto la suonava, io ne ero affascinato e lui me la regalò, così per qualche tempo ci ho giocato. Niente di più. Nel frattempo lavoravo».

Il Monte dei Cocci manda un odore di terra, in accordo con il colore scrostato dell’ex mattatoio e con la pioggia che va e viene in questa primavera ancora in incubazione. Il mattatoio è stato riadattato per ospitare la facoltà di Architettura dell’università Roma Tre, la Città dell’altra economia, una sede del Museo di arte contemporanea, una dell’Accademia di belle arti, il centro sociale curdo Ararat, le stalle dei pochi cavalli che ancora tirano le carrozzelle per i turisti cinesi. Anche se molta gente entra ed esce dal cancello sovrastato dalla statua della Tauromachia, memento dell’ecatombe infinita che ha nutrito Roma per quasi un secolo, e anche se molta di questa gente entra ed esce dal portone della Scuola popolare di musica recando custodie dei più vari strumenti musicali, l’Ex Mattatoio non riesce a farmi dimenticare il suo passato. Per fortuna ci sono i suoni che escono dalle sussiegose finestre ottocentesche, passaggi musicali ripetuti, scale, accordi vocali, percussioni, barriti ambigui di neofiti del sax e della tromba, archi nella fase incerta dell’accordatura, il minestrone allegro e confuso degli strumenti e delle voci di tante persone che hanno scelto di migliorare la loro vita con la musica proprio qui, trasformando la vecchia architettura della morte seriale in una scuola sempre in festa.

Max, sollecitato dalla mia curiosità, continua a raccontare. Dopo il periodo dei lavori qua e là, è arrivata l’officina. «Da operaio mi occupavo di meccanica di precisione, quindi ho imparato a lavorare di fino cose molto piccole. Un pezzo o è preciso al centesimo di millimetro o è da buttare. Ma avevo sempre quell’armonica in tasca e ci soffiavo dentro appena possibile, e la sera ascoltavo dischi e frequentavo locali dove si suonava».

Ricordo che anch’io avevo comprato un’armonica per suonare come Bob Dylan, e mi era sembrata una cosa elementare. Lo era. Infatti Bob Dylan non sapeva suonare, la mia armonica aveva un suono infame e io non me n’ero neppure accorto.

Max prosegue. «Insomma, in officina avevo tutte le condizioni e le attrezzature per poter dare spazio alle mie idee e di come poter rendere questo strumento più prestigioso, quindi durante la mia breve pausa-pranzo, solo mezz’ora, facevo i miei primi prototipi. Mangiavo il mio panino a tempo di record e poi mi rimettevo al banco da lavoro, svitavo le viti dell’armonica, guardavo attentamente tutte le sue parti e mi chiedevo se davvero quello fosse il modo migliore di costruirle. Ho pensato a uno specifico design da poter adattare ad armoniche che si trovano abitualmente in commercio con un’imboccatura particolare che fosse più comoda, più ergonomica, insomma migliore.  Ho provato moltissimi materiali tra plastiche, metalli, legni duri e stagionati come si deve, anche di quelli più strani mai usati per strumenti».

Quindi, gli chiedo, sei un designer e un costruttore? «Diciamo un miglioratore. L’armonica mica l’ho inventata io. E ancora adesso il grosso del mio lavoro è migliorare le armoniche in commercio, anche cambiandole parecchio. Perché ci sono pure strumenti costosi, magari giapponesi, ma valgono solo quanto costano. Non è questione di soldi, è come se mancassero di attenzione, di una qualche logica di fondo. Tutto quello che facevo, soprattutto le armoniche con i corpi in alluminio colorato e i microfoni, inizialmente erano su misura per me, questo sia chiaro. Ma poi sono piaciute anche agli altri, perché era roba fatta per la musica e non per il business».

E com’è andata che sei uscito dalla fabbrica? «È andata che i tempi diventavano duri. La crisi, la cassa integrazione, i licenziamenti, cose così. Appena cassaintegrato ho preso il toro per le corna e mi sono licenziato. La fabbrica si fottesse. Non mi piaceva l’aria che ci si respirava, tollerare i soprusi non mi è mai riuscito, neanche da bambino. E poi mi volevo dedicare all’armonica e avevo anche bisogno di mettere insieme un tot di soldi tutti i mesi, così ho fatto due più due, ho affittato un laboratorio e mi sono messo a lavorare per conto mio. Ho inventato un nome: BluexLab, perché “blues” era troppo scontato e pure pretenzioso; “bluex” si pronuncia allo stesso modo, è diverso ma si capisce. Molte cose sono successe per caso, conosci qualcuno che lavora nel mondo dell’armonica, che produce amplificatori, poi qualcun altro, cominci a proporre e così via. L’armonica in Italia era praticata da poche persone, quindi i contatti sono diventati presto internazionali, e poi internet e l’e-commerce hanno fatto il resto. Adesso il mio lavoro va in tutto il mondo».

E il blues? «Il blues è arrivato come conseguenza. Io, te l’ho detto, ascoltavo quello che capitava, che passava la radio, e alla radio di blues ne ascolti poco. Ma mi sono messo a cercare dov’era la voce dell’armonica a bocca, e l’ho trovata nel blues. Quando sai suonare il blues puoi suonare tutto, però intendiamoci: il blues non è un linguaggio nostro. Noi in Europa possiamo ispirarci e imitare anche bene, ma credo che la musica afroamericana non la capiremo mai fino in fondo, non la possederemo mai. Il dolore della schiavitù non è il nostro dolore, punto. E anche i grandi musicisti bianchi americani hanno sempre suonato e vissuto insieme ai neri».

Dunque l’armonica è uno strumento blues per eccellenza? «La musica popolare è semplice e ripetitiva ma, se sei curioso, cerchi di non ripeterti mai. La struttura è elementare, quello che conta è la variazione sulla struttura. Devi essere curioso e cercare. Ma intendiamoci: con l’armonica diatonica si può suonare tutto, se la si studia come si deve è uno strumento completo, non si limita al blues. Occorre dedizione». Max ogni tanto si ferma a pensare, a soppesare una parola, a cercare quella esatta, è artigiano anche nel parlare. «Sì, è la parola giusta: dedizione».

I tuoi maestri? «I dischi. Ascoltavo e provavo, imitavo e cercavo di farmi lentamente un linguaggio mio, che non sembrasse scimmiottato. Meglio poche note, ma quelle e non altre. Come si dice, “parla come mangi”. Adesso è diverso. Sono passati pochi anni ma mi pare che la gente sia mossa meno dall’amore per quello che fa che dall’ansia di raggiungere un certo livello e una certa fama. Io suono con gente che ama la musica». Quindi, chiedo, sei contemporaneamente un musicista e un “miglioratore”. «Musicista è una parola grossa. Sarei presuntuoso. Preferisco definirmi un appassionato. Il blues è un genere, non la musica. Se fai blues, al massimo sei un bluesman, la musica è molto di più». Però, obietto, tu suoni ad alto livello. «Sono uno che fa quello che gli piace. Musicista mi ci chiamano gli altri. Come per le armoniche e gli amplificatori, sono testardo: dai e dai, alla fine devo ottenere quello che voglio anche suonando».

E com’è il panorama musicale blues in Italia? Si lavora? «Se vuoi fare il bluesman no, se vuoi fare il musicista sì, ma è difficile e ti devi adattare. Anche qui, le cose sono peggiorate. Conosco pochissime persone che possono dire “faccio l’armonicista”, e spesso è qualcuno che se lo può permettere, non so se mi spiego».

Max suona prevalentemente con il chitarrista e cantante Marcello Convertini in un duo chiamato Mancon Blues, che spesso si allarga in quartetto, il Mancon Blues 100’s, con Marco Barbizzi al basso e Mimmo Antonini alla batteria.

E insegna a diverse persone. Com’è successo? «Mah, così, uno va a suonare in giro, nei locali, la gente lo sente, qualcuno chiede di imparare. Tu dici no, non sono un insegnante, mai poi arrivano altri a chiederti di dargli lezioni, dici di no, ma insistono e ti prendono, come dire, per sfinimento. Così alla fine mi sono arreso e ho cominciato a dare consigli in merito, io che non ho mai preso lezioni. Adesso mi piace, ma solo con le persone a cui piace. C’è gente che potrebbe prendere lezioni di uncinetto o di ceramica e sarebbe lo stesso. Con loro non mi piace».

Oggi Max “migliora” – o “customizza”, ovvero personalizza per le diverse esigenze – diversi modelli di armoniche, costruisce microfoni che soddisfano armonicisti di tutto il mondo, costruisce valigette e custodie per tutto l’armamentario che un musicista si porta sempre appresso. E, siccome la forma che segue la funzione ha inevitabilmente una valenza estetica, tutto ciò che esce dal laboratorio BluexLab è bello. Quando gli chiedo quale armonicista famoso usa armoniche e altri prodotti BluexLab, Max li elenca lentamente, quasi svogliato, e vengono fuori nomi fra i più importanti della scena mondiale. «Be’, c’è Gary Smith, c’è Marko Balland, David Bombo, sì, e poi Francesco Piu, Marco Pandolfi, Andy J. Forest, e poi altri, Big Pete, e ancora. L’altro giorno mi ha mandato una mail Kim Wilson. Insomma, tanti. Con molti di loro è nata un’amicizia. È una cosa che fa piacere».

C’è anche chi compra i suoi prodotti proprio per la bellezza e poi non li suona. Pare che succeda spesso, agli artigiani di un certo livello. «Io non glieli vendo volentieri perché non li possono apprezzare. Per esempio non li propongo mai a studenti perché la maggior parte di loro non è in grado di capire la differenza. Se insistono glieli do, è chiaro, ma un’armonica commerciale per loro va più che bene. Se e quando arrivano altre esigenze, allora arrivo io».

www.bluexlab.com

 

La citazione iniziale è tratta da John Steinbeck, Furore, traduzione di Carlo Coardi, Bompiani, 1940

 

 




Giovane Africa scrive

Incontro Bay Mademba nel centro di Ferrara, mentre mi godo un po’ del raro sole di marzo ascoltando un fisarmonicista di strada che suona Sweet Georgia Brown con leggerezza e maestria. Il musicista è biondo, alto e grosso, probabilmente viene da qualche parte dell’Europa dell’Est perché avverto un vago accento slavo quando mi ringrazia dell’euro che appoggio sulla custodia della sua fisarmonica. Anche l’uomo africano che mi si avvicina è alto e grosso, e quando mi saluta mi sento infastidito, sia perché mi distrae dalla musica, sia perché so che vuole vendermi qualcosa. Ha una borsa di tela nera e un pacco di libri in mano. Sarà difficile dirgli di no, anche se non ho voglia di leggere libri di cui non sento la mancanza o almeno la curiosità, perché quelli come lui sono convincenti, bonari, e alla fine un libro glielo compro sempre. Ce ne sono tanti in tante città, davanti alle librerie e alle biblioteche e così, quando ne esco o ci passo davanti, uno di loro mi ferma e mi propone di comprare. Bay Mademba è il nome scritto sulla copertina del volume Il mio viaggio della speranza. Dal Senegal all’Italia in cerca di fortuna, e il venditore mi dice che l’ha scritto lui, che fa lo scrittore, e mi chiede se voglio aiutarlo e comprare il suo libro in modo che possa continuare a scriverne. Sulle prime nicchio ma Bay è convincente: come fa uno scrittore, per giunta immigrato, a scrivere se nessuno poi lo legge? La mia resistenza è flebile, motivi profondi per non aiutarlo non ne ho, anche se so che non leggerò quel libro. Gli do gli otto euro che mi chiede (una voce dentro mi dice che dovrei contrattare, per strada si fa così, ma contrattare non è mai stato il mio forte) e Bay ringrazia, sorride e mi porge il volumetto. Questo, diversamente dall’autore, è smilzo, soppeso una cinquantina di pagine più o meno, ha una copertina marrone dall’aria fai-da-te con una foto di un tale su una piroga, sicuramente africana ma di più non saprei dire, l’Africa è grande. Bay mi saluta, mi dice ciao fratello, buona lettura, e se ne va.

Nel volume non c’è quasi nulla che possa far risalire all’editore, tranne “Giovane Africa Edizioni” stampato in fondo alla copertina. In quarta una scarna sinossi che parla di un diario di un giovane senegalese e delle sue peripezie per arrivare in Italia.

Mentre continuo a godermi il sole e ad ascoltare il fisarmonicista, comincio a sfogliare il libro. Non mi pare esattamente un diario, piuttosto un racconto. Leggo qua e là qualche frase, qualche periodo. Non si tratta neppure di un vero e proprio romanzo, almeno non nel senso che noi normalmente diamo alla parola, né di una cronaca o di una memoria. Non c’è ricerca nel linguaggio, accuratezza nel lessico. Manca del tutto la furbizia professionale, quella che si riconosce nei romanzi, l’architettura della storia che porta alla frase a effetto, al colpo di scena. Però mi piacciono la scarsità delle metafore e l’abbondanza delle similitudini, perché è così che immagino l’Africa. M’imbatto subito in una frase sulla madre dell’autore: «Io sono nato dalla mia mamma, per me la mamma è come una santa. La mamma per farti nascere può anche morire e ciò in Senegal accade molto spesso». La retorica sulla mamma ricorda lacrimevoli canzoni di una volta, il concetto è elementare e può suonare scontato: sappiamo (anche solo per sentito dire) come si vive là, quanto facilmente si muore, quanta gente emigra. «Accade molto spesso». Ma leggerlo nero su bianco, scritto da un io narrante che non l’ha appreso sui social ma l’ha vissuto, ammettiamolo, è un’altra cosa: la voce di chi migra, in genere, non arriva diritta fino a noi.

Proseguo nella lettura a balzi, poi decido che non ho fretta e rileggo in ordine, da pagina 1. La narrazione è piana, comincia dall’inizio e finisce con l’oggi. Terminata la cronaca del viaggio, con il suo elenco di difficoltà e di dolori, inizia un resoconto della vita da immigrato, dei discorsi di strada, dei difficili rapporti con la gente nativa e regolare, con noi che viviamo legalmente nel nostro Stato di diritto. Non tutti, racconta Bay, lo hanno trattato con manifesto razzismo. La storia riporta vari incontri e dialoghi con persone che possiamo definire “buoni” e quelli che “io non sono razzista ma”. Qualcuno, davanti al diverso, riconosce che anche noi «siamo immigrati da noi stessi», abbiamo dimenticato «il sorriso, la voglia di parlare, il gusto di salutarsi, il piacere della compagnia, la disponibilità alla sorpresa, la mancanza di paura verso il prossimo, l’accettazione fatalistica delle difficoltà». A volte si forma intorno a Bay un piccolo capannello in cui si discute e qualcuno impartisce all’“io non sono razzista ma” una breve lezione di storia del colonialismo, e poi compra qualche copia. Il vendere il libro per strada favorisce incontri, dialoghi, a volte bonari e a volte crudi. È un libro che non si esaurisce nell’acquisto e nella lettura, come quelli comprati in libreria o online, ma crea confronti. Questa, nella sua concisione, è anche la sua forza.

Il mio viaggio della speranza non è un libro che qualcuno si prenderà la briga di recensire, né sarà candidato ad alcun premio letterario. La scrittura è elementare, la narrazione priva di trucchi del mestiere. Nel volume non è indicato se sia stato tradotto da un’altra lingua e da chi. In realtà non c’è scritto niente tranne autore, titolo, editore e data di stampa: settembre 2011. Dalla grafia di alcuni nomi deduco che potrebbe essere stato scritto in francese. Non c’è un indirizzo, un telefono, un sito web. Ma fa arrivare ugualmente a chi legge la necessità di scrivere, l’urgenza di raccontare, di trasformare una memoria diaristica e intima in un libro vero. Come questo ce ne sono altri – poesie, fiabe, memorie – venduti per strada ogni giorno da autori e autrici che raccontano storie, una volta tanto, non filtrate dai media. Dobbiamo leggerli. Forse non li considereremo letteratura nell’accezione un po’ spocchiosetta che diamo a questo termine, ma le loro voci ci faranno sentire meno la solitudine delle nostre città.

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L’italiano, in genere

Nel 1986 la linguista Alma Sabatini, per conto della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità tra donna e uomo della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicò Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua Italiana. Nel 2012 Cecilia Robustelli, dell’università di Modena, scrisse per il Comune di Firenze le Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo. Ciò che colpisce in tali testi non è tanto l’erudizione delle autrici o la sconvolgente novità del contenuto, quanto l’assoluta aderenza alle regole basilari della lingua italiana. In sostanza, si tratta di testi che fanno appello al buon senso e alle conoscenze che si acquisiscono a scuola. E cioè, tanto per dirne una, che in italiano le parole che definiscono mestieri e professioni sono declinabili sia al maschile che al femminile, dunque non esiste solo il femminile di “operaio”, “bidello”, “cuoco”, “infermiere” ma anche di “avvocato”, “chirurgo”, “ingegnere”, “ministro” e via discorrendo.

Da anni, dunque, si parla di linguaggio rispettoso del genere ma, lungi dall’aver compreso e applicato le norme semplici e chiare enunciate da Sabatini, Robustelli e altre studiose, molte persone affrontano ancora l’argomento adottando un linguaggio che rispettoso non è. Varie polemiche sono state suscitate dalla presa di posizione linguistica di alcune donne: la ex presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, per esempio, fu oggetto di critiche per essersi definita “la” anziché “il” presidente; la sindaca di Roma Virginia Raggi ha subito attacchi simili, come pure tante donne che insistono per parlare italiano, ovvero per applicare le regole grammaticali. La veemenza con cui sostantivi come “avvocata”, “chirurga”, “ingegnera” o “ministra”, e soprattutto chi li usa, continuano ad essere attaccati è troppo virulenta per non essere sospetta: guarda caso, solo i ruoli di prestigio non potrebbero avere, a quanto pare, il genere femminile. Invece in fabbrica, negli asili, nelle cucine, nelle botteghe, insomma nei piani bassi dell’edificio sociale, le donne sono nominate correttamente. Chi attacca la declinazione al femminile afferma di farlo in nome di una presunta purezza della nostra lingua e denuncia la “bruttezza” vandalica con cui tali vocaboli (considerati a torto neologismi) la inquinerebbero. Insomma, “notaia” e “medica” sarebbero termini cacofonici fino alla ridicolaggine; “ministra” sarebbe irrispettoso perché assomiglia troppo a “minestra”; di “architetta” non ne parliamo proprio, con quella “tetta” che sbuca fuori così ammiccante.

Poiché le armi razionali della critica, in questo caso, sono spesso spuntate per mancanza di una cultura adeguata e per malafede, l’opposizione si manifesta in forma di sarcasmo. Appaiono dunque dappertutto i paladini del dolce idioma di Dante e di Manzoni che ringhiano rivendicando, come logica conseguenza di questo triste mondo linguisticamente alla rovescia, la legittimità di “artisto”, “atleto”, “terapeuto”, “pediatro”. Immagino che molti di loro siano spinti da null’altro che un belluino senso patriarcale di conservazione e di dominio, ma credo che non manchino persone onestamente digiune di cultura linguistica, sia pure quella delle elementari. Per i primi non vedo molte speranze perché il loro è un metalinguaggio ingarbugliato a convinzioni dure a morire. Le altre invece possono riflettere, imparare, sperimentare. A cambiare, si può cominciare dalle parole.

A questo proposito, ecco una notizia utile tratta dalla rete: il 9 aprile prossimo prenderà il via la seconda edizione del corso online dell’università Ca’ Foscari di Venezia “Linguaggio, identità di genere e lingua italiana” tenuto da Giuliana Giusti. Il corso si propone di sviluppare «una metacompetenza linguistica sulle proprietà morfologiche, sintattiche e semantiche della lingua italiana che permetteranno di operare scelte linguistiche consapevoli e motivate nel rispetto delle pari opportunità di genere». Non è poco. Attenzione al termine “metacompetenza”: a costo di cadere nell’ovvio, non è una semplice competenza – cioè non è saper parlare – ma capire un contesto ed esprimersi coerentemente a questo.

Chiunque può accedere e seguire il corso. L’iscrizione è gratuita, come pure l’attestato di 20 ore di attività formativa che si può ottenere frequentando almeno il 70% delle attività. La durata è di cinque settimane ma il corso rimarrà aperto per circa sei mesi. Le lezioni sono chiare e piacevoli: Giuliana Giusti è una studiosa e una didatta di rilievo.

Nella prima parte, “Le parole contano”, si affronteranno in modo chiaro le basi del linguaggio e si rifletterà sull’apporto semantico del genere grammaticale (quello, insomma, per cui le donne sono quasi invisibili nella cultura italiana). Le altre quattro lezioni saranno i principali meccanismi linguistici di formazione delle parole; i mutamenti linguistici (perché le lingue, essendo organismi vivi e vegeti, mutano); l’analisi delle resistenze al cambiamento; gli ambiti di applicazione: istruzione, editoria, politica, media.

Per reperire informazioni e per iscriversi occorre visitare il sito <https://learn.eduopen.org/eduopen/course_details.php?courseid=232 >.