L’Africa di Karen

A Nord di Copenaghen c’è una piccola cittadina di nome Rungsted, località natale di Karen Blixen1. Non è stato difficile raggiungere la sua tenuta: tutti sanno dove abita e la grande villa spicca sul resto del paesino, nel complesso piuttosto modesto.
Mi aspetta nel suo studio, seduta su una poltrona a fiori tra lance e quadri esotici, dove ha già fatto predisporre due tazzine di caffè fumante.

“È permesso?”
“Bellissimi questi quadri signora Blixen! Li ha portati dall’Africa?”

“Prego, accomodati! Sì, li ho dipinti io, quando vivevo in Kenya.”
“So che è partita quando era ancora molto giovane; perché ha deciso di lasciare la Danimarca?”

“Volevo allontanarmi da questo stile di vita, dalla mia famiglia… Ho sempre desiderato conoscere qualcosa di completamente diverso dalla mia realtà e immergermi in un altro mondo. Così, nel 1913, sono partita con mio cugino e, ai tempi, fidanzato Bror, ci siamo sposati e abbiamo realizzato il nostro sogno: comprare una piantagione e trasferirci definitivamente in Kenya. Poi l’amore è finito e io per dieci anni ho mandato avanti il lavoro senza mio marito, ma la crisi dell’industria del caffè negli anni ‘30 si è aggravata e l’azienda non ha retto.”
“Com’è stato il ritorno in Danimarca?”
“Sono stata costretta a ritornare nel ’31 e da quel momento non passa un giorno senza che io rimpianga di non essere rimasta in Kenya.”

“Come fa a superare la nostalgia?”
“Non l’ho mai superata e mai la supererò. Ho imparato a trasformare la mancanza in racconto, il pensiero in scrittura e così, una volta tornata, ho iniziato a cercare di far capire anche al resto del mondo, attraverso i miei libri, cos’avesse di così speciale quel luogo.”

“Penso di poter affermare con assoluta certezza che è riuscita a pieno nel suo intento, signora Blixen: ogni pagina de “La mia Africa” trasuda tutto il suo amore per quella terra.”
“Sai, dal momento della separazione da Bror, il mio legame con il Kenya è diventato ancora più forte, sia con la regione, sia con le persone del luogo. Mi sono resa conto di non essere sola, di aver intorno una famiglia da cui avevo tanto da imparare e senza la quale mai avrei potuto farcela.”

“Sbaglia chi legge in “La mia Africa” una pesante critica al colonialismo?”

“Ritengo che il colonialismo abbia sventrato l’Africa, risucchiando le sue ricchezze materiali e tentando di snaturarne l’infinita ricchezza culturale. Troppo spesso l’uomo bianco ha invaso le regioni africane dando per assunta la propria superiorità, facendo l’immenso errore di scambiare il diverso da sé per incivile. Invece a me la cultura africana ha insegnato tanto: mi ha fatto riscoprire l’importanza del contatto con la natura e la terra, la centralità del rispetto dell’altro in qualsiasi rapporto umano.”

“Qual è la cosa che più le manca dell’Africa?”

Non mi risponde, Karen. Ha lo sguardo perso in uno dei tanti prati della verde Danimarca e a me piace pensare che ai suoi occhi, con un po’ di fantasia, questo sfarzoso giardino non torni ad essere altro che una piantagione in Kenya, ai piedi degli altipiani di Ngong, e che lì, tra gli alberi, ci sia Denys2ad aspettarla.

 

 

1KAREN CHRISTENTZE DINESEN: nata a Rungsted nel 1885, è stata una scrittrice danese, nota con vari pseudonimi, il più famoso dei quali è Karen Blixen;
Dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti a Copenhagen e Parigi, iniziò a pubblicare i suoi primi racconti, sotto il nome di Osceola.
Si trasferì in Kenya nel 1913, ma fu costretta a tornare in Danimarca a seguito del fallimento della fattoria. Nel 1937 pubblicò il romanzo che la rese indimenticabile per i lettori di tutto il mondo: “La mia Africa”, capolavoro in cui racconta gli anni passati in Kenya, da cui fu tratto il celebre film del 1985 con protagonisti Meryl Streep e Robert Redford.
Trascorse gli anni successivi dedicandosi alla scrittura di romanzi e diari, di cui l’Africa rimarrà sempre il soggetto prediletto, ma non tornerà mai più nel suo amato Kenya.

Morì a Rungsted nel 1962.

 

2DENYS FINCH HATTON: fu il compagno di Karen Blixen fino al 1931, anno in cui morì in un incidente aereo. A testimonianza della loro intensa storia d’amore rimangono i diari di Karen e le numerose lettere che si scambiavano nei lunghi periodi di lontananza.

 




Un mate con Gabriela

Nel piccolo comune di Vicuña, nella regione cilena del Coquimbo, non è mai successo nulla di particolarmente eclatante. Tuttavia, è in questo tranquillo paesino di campagna che è nata Gabriela Mistral ed è proprio qui, in un bar sulla via che oggi porta il suo nome, che mi aspetta la poetessa cilena più famosa di tutti i tempi.

“Mi sono permessa di prendere un mate anche per te, qui in Sudamerica è d’obbligo!”

“Grazie mille signora Mistral1, non vedevo l’ora di provarlo.”

“Puoi chiamarmi Lucila, il mio vero nome. Qui a Vicuña mi conoscono così.”

“È qui che è cresciuta?”

“Sì, la mia famiglia è di qui, ho frequentato la scuola locale finché non sono stata cacciata.”

“Cacciata?!”

“Delle mie compagne hanno pensato bene di accusarmi di aver rubato del materiale scolastico… Ovviamente non era vero, ma poco importa, sono stata espulsa dalla scuola e ho cominciato a prendere lezioni private da mia sorella Emelina, che era già diventata una maestra. È grazie a lei che poco dopo ho iniziato ad insegnare anch’io. È riuscita a trasmettermi tutta la sua passione.”

“So che le sue prime poesie e i suoi primi articoli vennero pubblicati quando lei era ancora giovanissima, in concomitanza con l’inizio del suo percorso nella scuola. Non dev’essere stato facile affermarsi nel Cile di inizio ‘900! Quali sono le difficoltà maggiori che ha incontrato?”

“Ero una ragazza di campagna, socialista e libera pubblicista: è evidente che fossi un personaggio scomodo e piuttosto inusuale per il Cile di quegli anni. Infatti, quando avevo 15 anni mi hanno lanciato un messaggio molto chiaro: io volevo insegnare, già avevo lavorato come assistente in una scuola, ma per passare alle superiori bisognava entrare alla Normale di La Serena. In famiglia non c’erano soldi, ma, trattandosi di un investimento concreto sul mio futuro, io e mia madre siamo riuscite a mettere da parte la quota per la retta. Ho passato l’esame d’ammissione a pieni voti, ma sono stata espulsa poco dopo per via della mia collaborazione giornalistica con El Coquimbo, un quotidiano locale. Lo sai perché? Perché avevo osato parlare di accesso all’istruzione, avevo promosso un modello di insegnamento libero e aperto a tutti, senza limitazioni di classe sociale. Capirai! Per un’università che chiedeva 3000 pesos d’iscrizione era un colpo basso.”

“E con quale giustificazione l’hanno espulsa?”

“Sono stata tacciata di essere una sovversiva, di scrivere articoli pagani e socialisti e, di conseguenza, di non essere adatta all’insegnamento. Sinceramente, non porto rancore… Posso dire con serenità di aver avuto la mia rivincita.”

“Parla del Nobel per la letteratura del ’45?”

“Per carità, il Nobel è stato un onore indescrivibile, ma non è a quello a cui mi riferivo. Anche prima del ’45 ho avuto tante altre soddisfazioni, ma non c’è concorso letterario o incarico istituzionale che possa eguagliare la gioia che mi hanno regalato i miei studenti.”

“Cosa significa per lei insegnare?”

“Insegnare è lasciare un segno. È andare oltre qualsiasi pregiudizio, tentare di cambiare il mondo, di renderlo più giusto. Ho lottato tutta la vita affinché ai banchi della mia classe potessero sedersi bambine e bambini, di qualsiasi estrazione sociale. Ho cercato di azzerare le disparità, almeno dentro l’aula, e di trasformare la differenza in arricchimento, in una spinta alla scoperta.
È un lavoro difficile, me se funziona… Oh, se funziona allora quei bambini e quelle bambine usciranno dalla scuola con una luce diversa negli occhi! Magari non sapranno a memoria tutte le date di storia, o i fiumi del Cile, ma sapranno guardare la realtà con occhi vispi e aperti, saranno uomini e donne libere.”

“Cosa pensa del valore che l’insegnamento ha assunto oggi?”

“Trovo le politiche scolastiche attuali vergognose: stanno trasformando la scuola in una fabbrica di manodopera, in cui gli studenti sono numeri funzionali alla macchina del lavoro e non più menti libere da incoraggiare, da far fiorire. Ma cos’è la scuola se non uno stimolo a conoscere il mondo? Chi è l’insegnante se non chi riesce a far dialogare il sapere con le reali esperienze della vita?
Insegnare è un atto di sublime bellezza, è poesia! Nel momento in cui viene privato del suo valore critico, della sua libertà, perde il suo senso.”

C’è poco da fare: un vero insegnante non smette mai di insegnare, c’è tanto da imparare in ogni suo gesto, in ogni sua parola. E Gabriela, anzi Lucila, con ogni sillaba insegna e cattura, in un vortice inscindibile di educazione e poesia.

1GABRIELA MISTRAL: nata in Cile, nel comune di Vicuña nel 1889, è stata una poetessa, insegnante e femminista cilena. Fu la prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1945. Insegnante anticonformista, si fece promotrice di una scuola libera e accessibile a tutti e nonostante non avesse titoli accademici, nel 1922 fu invitata dal Ministro dell’Educazione messicano a collaborare alla riforma scolastica del Paese. Tra le sue raccolte di poesie più belle ricordiamo “Sonetos de la muerte” “Desolación” e “Tala”. Morì a New York nel 1957.




Sul dondolo con Louisa

Affacciata al portico di Orchard House, tra gli alberi di mele, una donna agita una mano in aria “Sonoqui! Mettiamoci sul dondolo che oggi c’è un bel sole!”.

Un volo fino al Massachusetts solo per incontrare un’autrice potrà sembrare un follia, ma se quell’autrice ha cambiato per sempre la letteratura per ragazzi, se quell’autrice è Louisa May Alcott1, allora la distanza diventa un irrisorio dettaglio.

“Questa villa è bellissima, signora Alcott. Quanto ha vissuto qui?”

“Non male vero? Ci siamo trasferiti qui nel 1840, da Boston. Questo giardino era un paradiso per me e le mie sorelle!”

“Quanto c’è della sua famiglia in ‘Piccole donne’?”

“La vita della famiglia March è in fondo uno scorcio sulla mia vita, sulla mia famiglia. Al di là dei chiari riferimenti autobiografici, come la composizione familiare e l’ambientazione del romanzo, l’elemento su cui ho tentato di focalizzare la vicenda è la solidarietà che regna tra la madre, Meg, Jo, Beth e Amy, la loro forza e autonomia. Mi rendo conto che per una ragazza della tua generazione sia molto difficile immaginare la famiglia March, e di riflesso la mia, come una famiglia progressista, ma ti assicuro che nell’Ottocento, in piena guerra civile americana, eravamo tutt’altro che conservatori.”

“In cos’è che la sua famiglia è stata progressista?”

“Sono figlia di un trascendentalista e di una suffragetta, tra l’altro due abolizionisti convinti. Abbiamo collaborato all’Underground Railroad e i miei hanno tentato tutta la vita, riuscendoci solo qui a Concord, di aprire una scuola che fosse meno rigida, meno conservatrice, che desse una possibilità anche a chi non aveva accesso all’istruzione. ”

“Sua madre Abby May le ha lasciato in eredità la passione per l’attivismo politico?”

“Che scherzi? Devo ammettere che mia madre è stata politicamente più impegnata di me, ma sono stata al suo fianco nella lotta per il suffragio universale. Lo sapevi che sono stata la prima donna in assoluto di questa città a iscriversi nelle liste elettorali? Adesso a te sembrerà una cosa scontata, le generazioni dopo la mia sono nate con questo diritto, noi ce lo siamo dovuto conquistare… Votare per la prima volta fu un’emozione straordinaria, lo ricordo ancora come fosse ieri!”

“Eppure, la critica che più viene rivolta a ‘Piccole donne’ è quella di presentare una visione di genere molto stereotipata. Lei cosa ne pensa?”

“Penso che leggendo attentamente il libro ci si renda conto che non è assolutamente così, anche se questa potrebbe essere la chiave di lettura più immediata. In realtà, ogni personaggio ha la sua personalissima identità, che entra in relazione con le altre del romanzo, tutte diverse, complesse e poliedriche, certamente lontane dai canoni. È proprio il rapporto tra le protagoniste che a me interessava mettere in evidenza, più dei personaggi stessi, perché non è forse la solidarietà, l’unione, la base e la forza di qualsiasi forma di femminismo? Essendo poi personaggi così diversi c’è ovviamente chi è più eversiva e chi meno, chi nello stereotipo si trova a suo agio e chi invece sgomita per uscirne, altrimenti sai che noia!”

“Quando parla di personaggi eversivi non posso fare a meno di pensare a Jo. Possiamo considerarla la sua gemella letteraria?”

“Tra tutte è sicuramente quella che più ho ritratto a mia immagine e somiglianza. Anche lei, come me, è la secondogenita, fa di tutto per aiutare la famiglia ad andare avanti ma ha ben impresso in mente l’obiettivo: scrivere. È quando ha in mano carta e penna che la creatività e la curiosità prendono il sopravvento. Jo è tra tutte la più selvatica, la più determinata, sicuramente la meno ancorata alla tradizione e ai canoni femminili della sua epoca.”

“Ed è anche, a mio parere, l’unica ad avere un rapporto ‘sincero’, mi passi il termine, con l’altro sesso. Non trova?”

“È così, Jo, al contrario delle altre ragazze della sua età, si sposa per amore, tra l’altro con un professore molto più grande di lei, ha un rapporto di amicizia assolutamente paritario con Laurie, il vicino, che prescinde da qualsiasi implicazione romantica. Questo non rientrava di certo nel quadro della famiglia americana post-secessione.”

Si dà una piccola spinta con il piede, per rimettere in moto il dondolo. Con un bicchiere di sidro in mano, sospira guardando i meli e mi sembra di essere catapultata in una scena del libro, di vedere Jo, che altri non è che Louisa, combattere con tutte le forze per inseguire il suo sogno da scrittrice, dietro la maschera da piccola donna.

 

1 LOUISA MAY ALCOTT: nata a Germantown nel 1832 è stata una scrittrice statunitense, principalmente nota per la tetralogia di “Piccole donne”. Scrisse anche alcuni romanzi appassionanti sotto lo pseudonimo di A.M. Barnard. Morì nel 1888 a Boston, probabilmente a causa di un avvelenamento da mercurio, contratto durante il suo servizio da infermiera volontaria nella Guerra civile americana.




L’altra verità di Alda

“Maria, ci porti due espressi fuori, per favore?”
“Signora Merini1, conosce la proprietaria?”
“Scherzi?! Fino a qualche anno fa venivo qui ogni giorno, con quelle che mi piace chiamare “le mie compagne di sventura”: ormai sono di casa. “La Chimera” era il nostro rifugio, il nostro confessionale, persino la barista conosce le nostre storie a memoria. Comunque, ti prego, dammi del tu e chiamami Alda, non sono mica così vecchia!”
Alda è innamorata di questa città, si vede lontano un miglio. Volge uno sguardo distratto, ma pieno d’affetto, al Naviglio su cui si affaccia il bar dove ha scelto di incontrarmi e si accende una sigaretta: un decennale rito quotidiano, trasformato, ormai, in una semplice gestualità automatizzata.
Chiude gli occhi, mentre aspira il primo, lungo tiro, e si lascia baciare dal raro sole di Milano.
“Alda, la tua figura è associata prevalentemente alle meravigliose poesie che hai scritto, ma forse le opere in cui più ci hai raccontato di te sono “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, entrambe in prosa e a tematica autobiografica. Perché ti definisci diversa? In cosa consisteva, o consiste tutt’ora, la diversità che racconti?”
“Cos’è poi in fondo la diversità? Siamo tutti diversi gli uni dagli altri, ti sfido a trovare due persone uguali! Io, anche da ragazzina, non mi sentivo capita e mi sembrava di fare pensieri diversi da quelli che facevano i bambini della mia età. Tuttavia, avevo imparato a conviverci e anzi, quei viaggi così strani che faceva la mia mente alimentavano il fuoco della mia creatività. Purtroppo, andando avanti con gli anni le cose sono peggiorate, ho perso spesso l’equilibrio e la mia salute era sempre più altalenante, però sai una cosa? Nonostante tutto, non penso di essermi meritata la mia prigionia, nessuno merita una cosa del genere.”
“Quando parli di prigionia, parli degli anni nell’ospedale “Paolo Pini”?”
“Parlo degli anni in manicomio, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono stata rinchiusa in quell’inferno dal ’61 al ’72, seppur con dei brevi periodi di pausa, trascorsi a casa con la mia famiglia. Inutile dire che non è stato un ricovero volontario: è stato il mio primo marito a volerlo e a quel tempo aveva tutto il potere di decidere delle mie sorti. Ti ricordo che ancora non c’era la legge Basaglia, che ha regolamentato i trattamenti sanitari obbligatori, bastava veramente poco per essere etichettati come folli pericolosi. Tornando al tema della diversità, io non sono poi così diversa, ma non potrò mai più essere guardata come se fossi uguale agli altri, perché il manicomio mi ha marchiata a fuoco con il suo timbro di alienazione.”
“Non pensi, quindi, che il ricovero abbia funzionato? Che quest’esperienza ti abbia fatto anche del bene?”
“Non credo che i manicomi avessero alcuna utilità clinica, né tantomeno sociale, oltre a servire per scaricare gli istinti sadici dell’uomo. Però, in fondo, del bene me l’ha fatto. Infatti, è tra quelle mura che ho imparato ad accettare il male e questa, mia cara, è una prerogativa soprattutto dei poeti, perché il poeta indossa i propri dolori come fossero i suoi migliori vestiti, li rende poesia. Tra iniezioni forzate, elettroshock e tanta disperazione, ho anche conosciuto la gentilezza di una premura inaspettata, da parte delle mie compagne, o l’amore comprensivo di un abbraccio. Ho accolto tutto questo dentro di me, mi sono lasciata permeare dal dolore e dall’amore allo stesso modo e ho capito di cosa ho sempre avuto davvero bisogno:di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.2
Un ultimo tiro di sigaretta, ormai ridotta al filtro, e socchiude di nuovo le palpebre, ruotando un po’ quel viso stanco alla ricerca del dolce caldo di aprile. È in quel piccolo movimento insignificante che riconosco Alda, in bilico perenne tra caduta e risalita.

1 Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931, è stata una grande poetessa e scrittrice italiana.
Dopo aver terminato la scuola elementare e tre anni di avviamento al lavoro, tentò di essere ammessa al Liceo Manzoni, ma, paradossalmente, non superò la prova di italiano.
Esordì come autrice a soli 15 anni, grazie a Giacinto Spagnoletti. È l’autrice di poesie che hanno segnato il Novecento letterario e di opere di grande successo, come “La Terra Santa” e “L’altra verità. Diario di una diversa.”, narrazioni autobiografiche di una vita molto tormentata.
Morì a Milano nel 2009, all’età di 78 anni.

2Verso tratto dalla poesia “Non ho bisogno di denaro”

 




In viaggio sull’Orient Express

“Mi scusi, sa dov’è la carrozza ristorante?”
“Carrozza 12, signorina, dall’altra parte!”
Oltre i lussuosi vagoni letto del treno, da cui non mi sorprenderebbe affatto veder sbucare i maestosi baffi di Hercule Poirot, mi aspetta la grande intervistata di oggi: niente di meno che la signora del delitto per eccellenza.
“Buonasera Mrs. Christie1, che impressione incontrarla proprio qui!”
“Non lo dica a me! È una grande emozione per me tornare tra questi vagoni!”
“L’Orient Express le ha portato una grande fortuna, ma il famosissimo libro è uscito nel 1934: quattordici anni dopo la prima indagine di Poirot. Come e quando ha iniziato a scrivere gialli?”
“Sono sempre stata una grande fan dei polizieschi, soprattutto delle avventure di Sherlock Holmes orchestrate da Arthur Conan Doyle. Così, nel 1920 ho scritto il mio primo romanzo giallo, “Poirot a Styles Court”, delineando la figura di un detective molto particolare, che avesse la genialità di Sherlock ma non gli somigliasse né nell’aspetto, né tantomeno nel carattere. Inoltre, l’altra grande ispirazione mi è venuta durante la prima guerra mondiale, quando ho lavorato come infermiera e nel dispensario dell’ospedale di Torquay, dove ho imparato tutto ciò che so su farmaci e veleni: ho capito che mi sarebbero tornati molto utili per raccontare storie di delitti intriganti.”
“È da qui che nasce la sua passione per la farmacologia?”
“Assolutamente. Il veleno ha per me un grande fascino: non ha la crudezza della pistola o del coltello. È tutta una questione di dosaggio: la distinzione tra farmaco e veleno è talmente ambigua che molte sostanze, a seconda della quantità, possono risultare curative o letali.”
“Ha nominato prima Hercule Poirot, ma non è l’unico grande detective dei suoi romanzi: dal 1930 è Miss Marple l’altra brillante protagonista delle indagini. Cos’è che, a suo avviso, la rende un personaggio così interessante?”
“Per chi si approccia per la prima volta a Miss Marple è inevitabile riconoscere la figura stereotipata di un’anziana signora inglese, con i capelli grigi raccolti e una grande passione per l’uncinetto, il giardinaggio e il tè. Andando avanti ci si rende conto che accanto all’adorabile vecchietta di St. Mary Mead c’è una donna di un’intelligenza estrema, che grazie al suo intuito geniale riesce a risolvere delitti apparentemente senza soluzione. Questo dualismo funziona, rende il personaggio molto simpatico al pubblico!”
“Non ritiene che Miss Marple sia stata un po’ sfavorita dalla critica rispetto a Poirot?”
“Forse sì… Una donna che combatte il crimine grazie alla sua spiazzante intelligenza era, ed è forse tutt’ora, ritenuta meno credibile rispetto a un uomo. Con questa realtà si scontra Miss Marple stessa durante le sue indagini: è circondata da colleghi che tentano continuamente di screditarla, convinti di avere la verità in tasca. A questi la protagonista risponde più con i fatti, che con le parole, lasciandoli sempre un passo indietro e riuscendo a chiudere dei casi complicatissimi grazie a intuizioni a dir poco strabilianti.”
“Mrs. Christie, lei è ritenuta universalmente la signora del giallo più famosa di tutti i tempi. Al di là dei romanzi, la sua vita privata è circondata da un grande mistero su cui ancora non si è fatta luce. Mi può raccontare cosa è veramente successo nel 1926? Perché è scomparsa per 11 giorni?”
Non avrei dovuto farle questa domanda: la sua espressione, fino a quel momento così cordiale, si adombra all’improvviso. Posa delicatamente la sua tazza di tè caldo sul piattino e comincia a guardarsi intorno, quasi in cerca di una via di fuga. Poi uno sguardo, che vale più di mille parole, uno sguardo che dice “Sì, ho tentato di incastrare quel traditore di mio marito! Sì, è proprio così! Neanche il più astuto personaggio dei miei romanzi avrebbe mai saputo inscenare un omicidio così ad arte!”.

Ma tutto questo Agatha non l’ha mai detto, né a me, né a nessun altro.

 

1Agatha Mary Clarissa Miller, nota al pubblico come Agatha Christie, (Torquay,1890 – Wallingford, 1976) è stata la regina del romanzo poliziesco.Ha segnato la storia del giallo con romanzi come “Dieci piccoli indiani” e “Assassinio sull’Orient Express”, oltre ad aver raccontato magistralmente le indagini di detective brillanti come Hercule Poirot e Miss Marple.
Il vero grande mistero rimane la sua scomparsa del 1926, a seguito del tradimento di suo marito Archimbald Christie: fu trovata dopo undici giorni in un albergo ad Harrogate, dove si era registrata con il nome dell’amante del marito. Tra chi ipotizza una montatura pubblicitaria e chi invece un tentativo di far incolpare il signor Christie di omicidio e occultamento di cadavere, non si è mai fatta chiarezza sulla vicenda.




A Torino da Natalia

Via Morgari 11, Torino. Ore 17.30.
Scorro rapidamente con lo sguardo i tanti nomi sul citofono. Eccolo: Levi – Ginzburg.
– Quarto piano!
Dal pianerottolo sotto l’ultima rampa di scale intravedo la sua figura che mi aspetta sulla soglia, appoggiata con la schiena allo stipite della porta.
– Entra cara, accomodati. Ho già messo su il caffè.
Chiude il portone alle mie spalle e a me sembra quasi di incontrare l’autrice insieme al suo personaggio prediletto. D’altronde questa casa è la vera protagonista di “Lessico famigliare”: queste pareti hanno assistito alla storia della famiglia Levi e hanno origliato i più straordinari incontri tra gli intellettuali della Torino antifascista.

  • Scusa il disordine… Oggi non ho avuto tempo di sistemare, sono andata a tagliarmi i capelli.
    Se mi vedesse mio padre gli verrebbe un colpo!
  • Ma sta benissimo, perché dice così?
  • Mi è bastato vedere la reazione che ha avuto quando mia madre è tornata a casa con i capelli corti… Una tragedia greca, mi creda! Mio padre era un uomo d’altri tempi, un professore molto rispettato, inserito nel circolo degli intellettuali di Torino, ma era anche un grande despota all’interno della famiglia. Aveva le sue manie e pilotava tutti noi in base alle sue innumerevoli fissazioni.
  • E perché si arrabbiò così tanto quando sua madre si tagliò i capelli?
  • Perché lo vedeva come un simbolo di emancipazione, di rottura con la tradizione. Quest’odio per i capelli corti cominciò a diffondersi nel primo ventennio del Novecento, quando le donne hanno cominciato a liberarsi dalla prigione dei corsetti, delle sottane e, per alcune, anche dei capelli lunghi. La pretesa di gestire liberamente i propri corpi suscitava nelle famiglie delle vere e proprie tragedie, così è stato anche nella mia.
  • Eppure, dal romanzo non emerge la figura di sua madre come di un personaggio particolarmente eversivo, o sbaglio?
  • Non sbaglia: lungi da mia madre Livia essere una donna eversiva. Si è fatta dirigere a bacchetta da mio padre tutta la vita, assecondando ogni sua singola volontà, ma allo stesso tempo, come tutte le donne della sua età, aveva anche lei cominciato a respirare quelle ventate d’aria nuova che venivano dall’Europa.
  • Le donne dei suoi romanzi sembrano accomunate da una profonda infelicità, da cosa deriva quest’insoddisfazione?
  • Deriva dal fatto che la maggior parte delle mie protagoniste si senta in trappola. Sono donne che vivono un profondo senso di oppressione e che tentano continuamente di fuggire, o meglio di sfuggire all’amore, alla famiglia o a volte anche a sé stesse.

Dall’altra parte però ho dato grande spazio anche all’insoddisfazione maschile, perché credo fermamente che la società patriarcale mieta le sue vittime anche tra gli uomini. È per questo che la lotta per l’emancipazione femminile non dovrebbe tagliarli fuori, ma piuttosto coinvolgerli. A mio parere non deve trasformarsi in una guerra tra sessi.

  • Ho notato leggendo “Lessico famigliare” che tra tutti i grandi personaggi che figurano nel romanzo, la grande assente è forse proprio lei stessa. È effettivamente così o si tratta di una mia impressione?
  • In realtà hai ragione. La premessa a quel romanzo è che non si tratta della mia storia, ma della storia della mia famiglia. Il personaggio di Natalia è preponderante solo in quanto io-narrante, ma sono senza dubbio altri i libri in cui ho dato spazio alla mia sfera emotiva. Anche perché, diciamocelo chiaramente, ho passato un’infanzia in cui mi è stata preclusa qualsiasi possibilità di socializzazione, sono stata una bambina profondamente sola. L’essere tenuta così riguardata ha generato l’assimilazione della mia intera esistenza alla mia famiglia e a queste mura, ho imparato sin da piccola a convivere con un profondo senso di vuoto.

E così, seguita dall’eco della sua solitudine, varco lo stesso portone che chissà quante volte hanno aperto Einaudi, Calvino, Morante e Pavese, prima che Torino mi riscagli in faccia il suo asettico gelo invernale.

 

NATALIA GINZBURG: nata da Giuseppe Levi e Lidia Tanzi a Palermo nel 1916, trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Torino, in un ambiente intellettuale e antifascista.
Una vita costellata di profonde tragedie personali, compresa la morte di entrambi i coniugi (Leone Ginzburg nel 1944 e Gabriele Baldini nel 1969), che non riusciranno però a fermare la grande produzione letteraria di Natalia. Tra le sue opere più amate dai lettori troviamo “La strada che va in città”, “Lessico Famigliare” e “La famiglia Manzoni”.
Si impegnò in politica a partire dagli anni ’70, tanto da essere eletta al Parlamento nelle liste del Pci nel 1983.
Morì a Roma nel 1991.




COLAZIONE CON ELSA MORANTE

Se c’è un quartiere di Roma in cui ancora sopravvive la veracità romana, quello è Testaccio.
Nonostante i locali, i negozi e la vita notturna, addentrandomi per le vie del rione mi sono sempre sentita sospesa in una realtà parallela fuori dal tempo.
C’è un bar sulla piazza, con qualche tavolino all’esterno che dà su Santa Maria Liberatrice, di fronte ai giardini. È lì davanti che aspetto Elsa Morante1. Questa volta sono in anticipo.

– Scusa il ritardo, ‘sta città più passa il tempo, più è trafficata.
– Si figuri, anzi, grazie di aver accettato di incontrarmi.
– Cappuccino e cornetto, come da tradizione?

Ho già fatto colazione, ma un cornetto con la Morante è impossibile da rifiutare.

– Amo moltissimo i suoi romanzi, “L’isola di Arturo” è stato un grande compagno di viaggio nella mia adolescenza. Da cosa ha tratto ispirazione per raccontare l’età di transizione?
– Mi ricordo che da piccola, quando accompagnavo mio padre Augusto a lavorare nell’istituto di correzione, rimanevo ammaliata da questo mondo in cui i ragazzi vivevano in una situazione di collettività, di perenne gioco e confronto. Non era un luogo particolarmente felice, ma ai miei occhi sembrava meraviglioso e stimolava moltissimo la mia creatività.
Arturo, come tutti gli adolescenti, è prigioniero di un metamorfismo incontrollabile. Man mano che cresce, crollano tutte le sue certezze, riemergono ferite e lutti del passato, si frantuma l’immagine idealizzata che aveva di suo padre.
Crollano i miti e fioriscono le insicurezze. Sono le tipicità di quella che hai giustamente definito età di transizione, in cui ci si prepara per lanciarsi nel mondo degli adulti. È un limbo, per alcuni infernale, ma fuori dal quale “non v’è Eliso”, come ho scritto nella dedica del romanzo.

– Ascoltando le sue parole non posso far a meno di cogliere dei riferimenti alla sua storia personale.
– Questo è chiaro, i dolori di Arturo sono in parte stati anche i miei. C’è molto di me in quel libro.
– Allora perché ha dato voce a un ragazzo e non a una ragazza?
– Non ti nascondo che in fondo in fondo avrei sempre voluto essere un uomo.
Mi è mancata molto quella dimensione giocosa e infantile che si è sempre presentata davanti ai miei occhi come un privilegio riservato al genere maschile.

– Altra grande protagonista, oltre ai ragazzi, è la figura materna, non trova?
– Assolutamente sì. Ho posto al centro di moltissimi dei miei romanzi il legame madre-figlio.
L’universo femminile nei miei libri è fondamentalmente spaccato a metà, tra l’affermazione, a volte sofferta, della propria maternità e la tensione verso l’amore e la passione. Questi ultimi sono intrappolati però in un momento di sogno, destinato a infrangersi nella dura realtà. Ida, protagonista de “La storia”, ne è forse l’esempio più calzante.
– Anche per lei l’amore e la passione hanno sofferto nello scontro con la realtà?
– Io ho amato senza mezzi termini, tutte le volte. Lo saprai… La mia vita privata è, mio malgrado, sulla pubblica piazza. Delusione dopo delusione, sono arrivata a covare dentro di me una profonda infelicità; ma preferirei non parlarne, se non ti dispiace.

Per la prima volta dall’inizio del nostro incontro stacco gli occhi dai miei appunti e incrocio il suo sguardo. Vale più di mille parole: le leggo dentro una vitalità bruciante che fa la lotta con una selvatica, autodistruttiva insofferenza. Ho davanti Arturo.

1 Elsa Morante è nata a Roma nel 1912. È stata una delle principali letterate italiane del dopoguerra, donando al mondo capolavori come “L’isola di Arturo” e “La Storia”.
Fu la prima donna a vincere il Premio Strega, nel 1957, consacrandosi come una delle più importanti narratrici di tutti i tempi.
Dopo un lungo periodo di infermità, tentò il suicidio nel 1983. Morì nel 1985, in una clinica romana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Con Simone, al Café de Flore

SIMONE DE BEAUVOIR: Nata a Parigi nel 1908, è stata una scrittrice, filosofa, insegnante e femminista francese. Oltre ai capolavori letterari come “Il Secondo Sesso”, “Una donna spezzata” e i quattro volumi di memorie autobiografiche, ne ricordiamo l’instancabile attivismo politico. Fu tra le fondatrici di “Choisir: la cause des femmes” e della “Lega dei diritti della donna”. Morì nel 1986 e fu sepolta nel cimitero di Montparnasse, accanto a Jean-Paul Sartre, compagno di una vita.

Dietro la vetrina del Café de Flore, tra i viali alberati di Saint Germain des Prés, riesco a distinguere chiaramente il profilo di una donna, seduta a un tavolino di legno scuro.

Mi saluta sorridendo attraverso il vetro: sono nel posto giusto.

– Prendi un espresso anche tu? Ci porta due caffè, per favore?

Dopo una stretta di mano molto calorosa, Simone de Beauvoir si risiede sulla panca di pelle rossa e comincia a seguire delicatamente con un dito la trama ruvida del legno.

– Non sai quante delle mie carte sono state qui, io e Jean Paul eravamo clienti abituali di questo caffè. Oltre ad offrirmi un porto sicuro dove scrivere è sempre stato una grande fonte di ispirazione per la mia creatività.

D’altronde, non c’è modo migliore di capire la società in cui si vive che osservare le persone mentre non sanno di essere guardate.

– Anche le carte de “Il Secondo Sesso” sono passate da qui?

– Ovviamente sì. In questo bar, come in ogni luogo che ho attraversato, ho ritrovato il riflesso di una società profondamente misogina. Ho osservato e analizzato tantissime donne diverse e, ai miei occhi, nessuna era meno donna di altre. Mi sono invece resa conto, mi creda, con infinita amarezza, che nella concezione comune una donna che non fosse moglie, o ancor di più, che non fosse madre, era vista come una femmina snaturata.

Si è instaurato sotto la nostra pelle questo apparentemente inscalfibile determinismo biologico applicato ai ruoli sociali. Io non nego che esistano differenze tra i due sessi nella società in cui viviamo, ma ritengo abbiano origine dalla nostra cultura; la natura c’entra ben poco.

Ha un’eleganza nel mettere le parole una dietro l’altra che farebbe rimanere a bocca aperta chiunque: cura e spontaneità così perfettamente calibrate da non lasciare spazio ad alcuna replica.

– Oltre ad aver scritto dei romanzi indimenticabili, so che è stata in prima linea nella lotta per la parità di genere. Guardando il mondo di oggi, quanto è stato fatto e quanto ancora c’è da fare?

– Sarebbe sciocco negare che si sono fatti dei passi avanti, basti pensare che fino agli anni ’70 del secolo scorso, nella stragrande maggioranza dei paesi europei, l’interruzione volontaria di gravidanza era illegale e perseguibile penalmente.

Fondando “Choisir: la cause des femmes” puntavamo a sopprimere le leggi anti-aborto e anti-contraccezioni e, nel frattempo, a difendere e assistere gratuitamente tutte le donne trascinate in tribunale con l’accusa di aborto o complicità con esso.

Dal punto di vista giuridico c’è ancora da fare, ma abbiamo vinto tantissime battaglie.

Al momento l’urgenza più sostanziale rimane, a mio avviso, quella di cambiare mentalità. Possiamo anche risultare pari sulla carta, ma non saremo uguali finché non cominceremo a considerarci effettivamente come tali.

Il cambiamento è necessario che parta in primis da noi, dobbiamo smettere di pensarci come donne spezzate.

  • Anche lei si ritiene una donna spezzata?

– Io credo fermamente che noi donne abbiamo troppo spesso una rappresentazione mentale fuorviante di noi stesse. Si insinua come un tarlo nelle nostre menti la convinzione di aver bisogno di essere tutelate da un uomo, di avere necessità di un maschio accanto per poter essere.

Anche io da giovane sono caduta nella tela del ragno, ma dopo le prime delusioni ho smesso di concedere a un uomo il potere di definirmi.

Comunque, tornando al discorso di prima, se vuoi approfondire meglio la situazione attuale posso presentarti Gisele Halimi, siamo amiche da mezzo secolo e avevo in programma di incontrarla proprio questo pomeriggio.

 – Sarebbe un onore per me, è ancora la presidente di “Choisir”?

– Assolutamente sì, per questo credo possa darti risposte più puntuali delle mie.

E così la seguo, fuori dal Cafè de Flore, verso la fermata del tram. Vorrei imitarne tutto, se potessi: il passo, lo sguardo, le parole, ma mi limito a raccogliere scrupolosamente le briciole di orgoglio che lascia lungo il suo cammino. È una donna che ha imparato ad alzare la testa.

 

 




Un tè con Virginia

VIRGINIA WOOLF: Nata a Londra nel 1882, fu una delle principali scrittrici del XX secolo.
Impegnata nella lotta per la parità dei sessi, coniugò attivismo ed elaborazione letteraria in opere come “Una stanza tutta per sé” e “Le Tre Ghinee”.
Morì suicida nel fiume Ouse nel 1941.

Salendo le scale mobili di King’s Cross Station, non posso fare a meno di notare, tra la frenesia dei passanti, una donna impellicciata, con i capelli raccolti in una crocchia un po’ all’antica e uno sguardo inconfondibile: non può essere che lei.

– Signora Woolf? È un onore conoscerla, sono la giornalista con cui ha parlato al telefono.
– Piacere, mia cara. Sbrighiamoci, un taxi ci sta aspettando.

Siamo dirette a Gordon Square, nel cuore di Bloomsbury, dove Virginia si trasferì dopo la morte dei genitori.

– Lo vede il civico 46? Quella è la prima casa che ha accolto me, Vanessa e i miei fratelli, prima di trasferirci più in là nel quartiere. È stata uno dei punti di ritrovo del Bloomsbury Group… Un via-vai che neanche si immagina.

Sedute al tavolino di un caffè, al centro della piazza, la signora Woolf mi sembra alquanto distratta. I suoi grandi occhi guizzanti sono carichi di una curiosità travolgente e ora capisco perché incutesse tanto timore agli uomini del suo tempo: non dev’esser stata una donna che aveva paura di fare domande scomode.
Peccato che il suo sguardo curioso non si accenda con la nostra conversazione. Avvolta dai fumi di un tè nero bollente non distoglie un attimo quel piglio quasi accigliato dalla vetrina del bar, come se una patina di smarrimento, che assomiglia molto a una profonda delusione, fosse calata sulle sue pupille.

– Mi diceva del gruppo Bloomsbury, cosa ricorda di quel per… Signora Woolf? Cos’è che attira così tanto la sua attenzione lì fuori?
– Tutto questo inesprimibile, rumorosissimo vuoto.
– In che senso? A me sembra un quartiere pieno di vita!
– Vede, è proprio questo che intendo. Lei percepisce un quartiere pieno di vita, io invece vedo un senso d’inadeguatezza spesso come un muro di cemento e sento risate pronte a infrangersi al suolo e rompersi in mille pezzi, proprio come questa tazza da tè. Vedo tante Mrs. Dalloway lì fuori, tutte pronte a dare feste per coprire il silenzio delle proprie vite.
– La Mrs. Dalloway del suo romanzo era una donna paralizzata dalle convenzioni e dalla sterilità delle relazioni umane. In che modo crede che la rigidità degli schemi e dei ruoli sociali del suo tempo abbiano influito sulle opportunità culturali ed editoriali delle donne?
– L’educazione e il sistema di valori nel quale le donne dell’inizio del secolo scorso erano inserite hanno inciso significativamente sulla loro effettiva possibilità di diventare scrittrici. Il talento senza istruzione non va da nessuna parte e le assicuro che anche nella società borghese ed altolocata, ai miei tempi, non era affatto scontato che le ragazze potessero studiare. La subordinazione socio-economica delle donne rispetto agli uomini, che fossero padri o mariti, era un dato di fatto.
– Se dovesse darmi un consiglio per il mio futuro editoriale, cosa mi direbbe?
– Cara, ti direi di andare per la tua strada. Non aggrapparti mai al braccio di un uomo e lotta per la tua indipendenza. Una donna, per poter scrivere, ha bisogno di “una stanza tutta per sé” e di non dipendere da nessuno.

Alzo gli occhi dagli appunti, pronta per riversare su di lei tutte le domande che questa sua riflessione mi ha suscitato, ma purtroppo il nostro tempo è finito.

– Ora devo andare cara, il treno per Rodmell parte tra un quarto d’ora e Leonard mi aspetta per cena. È stato un piacere incontrarti, buona fortuna per il tuo libro!

Seguo i suoi passi sempre più lontani, ancora una volta incredibilmente tesi tra una decisione spiazzante e l’incertezza di chi si sente fuori posto.