Le madri del sabato. La protesta silenziosa delle madri turche

Ogni sabato a Istiklal Strett, nel distretto di Galatasaray a Istanbul, decine di donne si incontrano a mezzogiorno e protestano silenziosamente. Sono le “madri del sabato”, che ancora chiedono giustizia per i loro figli e familiari scomparsi, e che con cartelli, foto alla mano e garofani mostrano il loro dolore e la loro rabbia.

Un’iniziativa ispirata alle madri di Plaza De Mayo, che in Argentina chiedevano verità e giustizia per i loro figli desaparecidos. Anche in Turchia, infatti, dagli anni del golpe militare del 1980 in poi i ragazzi, gli attivisti e i militanti scomparsi (e a volte ritrovati cadaveri) nelle mani della polizia politica sono aumentati di anno in anno. Per poi intensificarsi negli anni ‘90. Le madri del sabato hanno iniziato a riunirsi dopo l’ennesima scomparsa, quella di Hasan Ocak, rivoluzionario comunista, scomparso nel 1995 per 57 giorni e poi ritrovato morto con evidenti segni di torture.

Dopo la campagna che chiedeva allo Stato di ritrovare il figlio, la madre di Hasan ha iniziato una battaglia per la giustizia e per la verità e con lei altre madri, altre donne. Lo slogan “Trovare i responsabili, condurre i responsabili sotto la giustizia” è sempre presente, ripetuto con forza ogni sabato. Dal 1995 al 1999 queste donne si sono ritrovate settimanalmente nello stesso luogo, imperterrite. Perché proprio in quegli anni si consumava la repressione più dura in Turchia, nei confronti dei rivoluzionari che erano perlopiù curdi. Ma anche nei confronti di chi semplicemente li aiutava o sceglieva di non collaborava con lo Stato. Si calcolano 792 scomparse e uccisioni documentate. Poi è arrivata la repressione anche per queste donne. Scontri violenti con la polizia e arresti, che di sabato in sabato hanno impedito la manifestazione per diversi anni. Fino a che nel 2009 le madri del sabato hanno ricominciato a incontrarsi come prima, più forti di prima: da decine sono diventate centinaia.

Loro si definiscono un movimento di disobbedienza civile e chiedono prima di tutto verità, ma anche cambiamento: aprire gli archivi di Stato, arrestare i colpevoli, rendere lo Stato stesso più trasparente cambiando il codice penale che impedisce di indagare approfonditamente sugli omicidi politici. Ma chiedono anche che si fermi la militarizzazione della Turchia, che sta sprofondando sempre più in un clima violento e repressivo. Una lotta urgente, quella di queste madri, e forse altrettanto disperata dal momento che la Turchia di Erdoğan ha abbandonato anche l’ipocrita facciata di nazione democratica per mostrare il suo volto più dittatoriale e bestiale. Eppure la tenacia di queste donne stupisce. C’è chi, come Elmas Eres, chiede verità per suo figlio scomparso 36 anni fa. C’è chi, come Hanam Tosun, moglie dello scomparso Fehmi Tosun, ha affrontato la detenzione in carcere pur di manifestare nel 1998. Maltrattata, picchiata, lasciata per quattro giorni in una cella senza aria.

Nel 1998, quando le madri del sabato erano nel pieno della loro lotta, Amnesty pubblicava un rapporto in cui denunciava i soprusi subiti dalle manifestanti. Violenza durante il sit-in, violenza anche mentre venivano deportate in caserma, violenza quando non ce n’era bisogno. Una testimonianza parla di manganellate, calci e pugni e dell’utilizzo di gas nelle celle per indebolire le donne. La stessa donna afferma: «Noi non andiamo a Galatasaray per divertimento o perché ci piace il posto, ma perché vogliamo che lo Stato dica qualcosa di ufficiale, perché centinaia di persone “si sono perse” durante la detenzione. Per esempio mio marito era in prigione di fronte la nostra casa e ci sono almeno venti testimoni oculari che hanno visto che era incarcerato. E durante la detenzione altri prigionieri erano minacciati con queste parole: “Ti dovremmo trattare allo stesso modo in cui abbiamo trattato Fehmi Tosun e ucciderti come abbiamo ucciso lui”. Noi vogliamo una risposta a ciò che lo Stato ha fatto a mio marito».

Non sono storie singolari, al contrario sono episodi che accomunano tutte, che diventano passato collettivo e coscienza politica. Ancora oggi le madri del sabato dichiarano che non si fermeranno.




Le molte facce della resistenza femminile in Tanzania

La Tanzania è considerata uno di quei paesi dell’Africa orientale con una società fortemente patriarcale e tradizionale, dove i diritti delle donne sono negati e la discriminazione di genere comporta ricadute sulla vita di ogni giorno. E, in effetti, in gran parte è ancora così.

Le mutilazioni genitali femminili sono una realtà ben presente, in molte famiglie è vietato parlare del ciclo mestruale della donna perché tabù, lo scopo della donna deve essere quello riproduttivo e della famiglia. A tutto questo si unisce una cultura che ritiene la donna necessariamente succube, sottomessa e dipendente economicamente dal marito. Secondo i dati della Banca Mondiale il 39% delle donne nelle aree rurali è analfabeta, il 59% delle donne non finisce le scuole elementari e meno del’1% termina le scuole superiori e il 76% delle adulte non ha ricevuto alcuna formazione scolastica. Segno che l’istruzione non viene vista come un mezzo per rendersi indipendenti. Piuttosto, si preferisce il matrimonio.

È per tutta questa serie di fattori, ma soprattutto per l’ultimo, che in Tanzania è nato TGNP Mtandao Limited (Women Leadership Training Programme), ufficialmente un’organizzazione no-profit sorta nel 1993 e registrata nel 2012, più semplicemente un network di donne che vuole eliminare la discriminazione di genere e promuovere la capacità delle donne di essere leader.

“Femminismo trasformativo” e “Tanzania trasformata” sono le parole d’ordine di questo gruppo, che da anni si impegna nel settore culturale, sanitario, dell’agricoltura e dell’istruzione. I programmi che hanno messo in atto sono numerosi e hanno svariate facce.

Foto 1. TGNP al lavoro

Un loro cavallo di battaglia, ad esempio, è la lotta contro il tabù del ciclo mestruale: insegnare alle bambine che si tratta di una cosa naturale e fisiologica e allo stesso tempo agire nelle scuole, sensibilizzando studenti e condannando la stigmatizzazione di cui le giovani sono vittime. E allo stesso tempo attrezzare le scuole affinché le ragazze si sentano accolte in ogni giorno del mese. Pare infatti che la maggior parte di loro durante il ciclo mestruale non vada a scuola anche per mancanza di strutture igieniche e sanitarie adeguate.

La salute, poi, è un altro punto su cui combattere: rendere gli ospedali accessibili e attrezzati anche per le specificità femminili, implementando i reparti maternità e il personale specializzato.

In linea più generale, poi, TGNP vuole portare le donne nei ‘luoghi di potere’, rendendole partecipi della vita pubblica e di quelle scelte fondamentali per la sopravvivenza o l’economia. Uno di questi campi è proprio l’agricoltura. L’obiettivo finale, infatti, è quello di fare in modo che anche le donne possano possedere i terreni e prendere decisioni.

Un approccio, quello del TGNP, che sotto alcuni aspetti potrebbe essere criticato e sfiorare solo un lato del problema. Lo scopo dell’organizzazione, infatti, è fare in modo che le donne possano fare le stesse cose degli uomini, sminuendo inconsapevolmente ciò che le donne già fanno. A ciò si aggiunge una problematica importante: in un contesto tradizionale come quello della Tanzania è difficile staccare in maniera così brusca le donne dal loro retaggio e proiettarle nella leadership, nonostante le politiche di sensibilizzazione promosse dal network.

Foto 2. Le resistenti di Zanzibar

È per questo che a volte la ‘vera’ resistenza la si ritrova nelle piccole botteghe, in chi decide di partire dal basso e costruirsi una propria strada con ciò che sa fare. A questo proposito, un’esperienza di tipo opposto è quella del gruppo di cucito “Le mie mamme”, un collettivo femminile di Zanzibar che ha deciso di mettersi in proprio nel 2016, dopo anni di esperienza professionale. Una scelta di per sé coraggiosa e forse anche in controtendenza, perché valorizza le capacità che queste donne già avevano per raggiungere un’indipendenza economica, prima chiave di accesso verso la libertà.

Sebbene si tratti di un progetto che non accenna pubblicamente al femminismo, in realtà del femminismo ha tutto: donne che vogliono essere indipendenti e libere, donne solidali, donne che danno l’esempio partendo dal basso e facendo rete. Secondo la testimonianza di Sara Moreno, volontaria del Servizio Civile Internazionale (https://sci-italia.it/femminismo-in-atelier-di-cucito-testimonianza-da-zanzibar/), le donne hanno vite diverse (chi è sposata, chi è single, chi già lavorava come insegnante) ma tutte hanno in comune “la scintilla” del voler fare e della rivoluzione che con questo laboratorio si portano dentro.

Foto 3. Il laboratorio di cucito

 

 

 

 




“Vivas nos queremos”, una campagna grafica dall’Argentina

“Vivas nos queremos” è una di quelle frasi che le femministe dell’America Latina ripetono sempre. “Vogliamo restare vive”: un grido disperato che si oppone ogni giorno alle molestie, alla violenza, ai femminicidi. Maggiore è il numero delle violenze, più forte è la lotta delle donne argentine.

Ma “Vivas nos queremos” è diventato anche il nome di una campagna contro la violenza sulle donne. Una campagna fatta di donne, immagini e volti che sfilano in occasione di grandi manifestazioni ma che si ritrovano anche in semplici raduni di piazza, lungo i muri delle strade, nei bar e nei locali.

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L’iniziativa è partita dal Messico ad opera del collettivo “Mujeres Grabando Resistencias” e nel 2015 è arrivata in Argentina, dove ha ufficialmente esordito durante la manifestazione del 25 novembre di quell’anno. Donne di tutte le età sono scese in piazza, brandendo le xilografie da loro stesse prodotte e denunciando con forza l’oppressione di genere.

L’idea è quella di far parlare le immagini e rendere così più “visibile” il problema della violenza sulle donne. Attraverso la tecnica della xilografia, infatti, ogni donna può produrre un lavoro, che deve contenere un volto (o più volti) di donna, una frase significativa e lo slogan #VivasNosQueremos.

Foto 2

In molte di queste immagini le donne rappresentate sono persone davvero esistite e sono vittime di violenza e rivoluzionarie. Berta Caceres, attivista honduregna assassinata nel marzo 2016, è fra queste; così Alina Sanchez, combattente argentina nelle fila dello YPJ in Rojava, morta il 17 marzo scorso; Diana Sacayàn, attivista LGBT argentina, uccisa brutalmente nel 2015; Laura Iglesias, attivista del Patronato de Liberados per i diritti umani e dei lavoratori in Argentina e uccisa nel 2013. Molte delle immagini, poi, sono volutamente provocatorie: “Il mio modo di essere, di vestire, di sentire, di vivere – non la tua violenza” dice l’immagine di una donna con minigonna e calze a rete. Alcune esprimono non solo la lotta, ma anche semplici stati d’animo: così, una madre e una figlia che si tengono per mano nella notte e dicono “Un giorno vivremo senza paura”.

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Dal 2015 in poi la campagna è cresciuta: sempre più donne vi si sono avvicinate, dedicandovi il proprio tempo e autofinanziandosi. Ogni immagine è anonima (non firmata) e non a caso, perché la lotta è di tutte e non di una soltanto. L’idea è quella di «rendere riproducibile ogni immagine attraverso la tecnica della xilografia»: ogni donna può farlo e portare così avanti la lotta.

 

In America Latina i numeri sul femminicidio parlano chiaro: San Salvador, Colombia, Guatemala, Messico e Suriname risultano fra i primi sette paesi al mondo per il più alto tasso di femminicidi. A questo si aggiunge il traffico di esseri umani, che riguarda in particolar modo donne e bambine, un vasto mercato illegale e vera e propria piaga dell’America Latina. Sono i corpi ritrovati delle donne a parlare: mutilazioni e segni di torture mostrano come non si tratti soltanto di un assassinio, ma della volontà di determinare e controllare dall’esterno il corpo di una donna, fino a provocarne la morte. Contro questo «negativo che avanza», le immagini di “Vivas Nos Queremos” sono positive, parlano di donne forti, che lottano e si autodeterminano. La sensibilità e la paura non lasciano spazio a dubbi, perché la lotta può avvenire in una sola direzione.

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È anche per questo che fra le tematiche trattate dalla campagna grafica latinoamericana vi si aggiungono altri argomenti di cocente attualità: lo sfruttamento in campo lavorativo e la discriminazione di genere, la necessità di portare l’educazione sessuale all’interno delle scuole in modo efficace, l’estremo bisogno di un aborto che sia gratuito, legale e sicuro. Proprio in questi giorni, infatti, le mujeres argentine stanno chiedendo una depenalizzazione della legge sull’aborto, che al momento è possibile soltanto in caso di stupro o di pericolo di vita della donna, e il parlamento argentino ne discuterà il 13 giugno. La forza delle immagini di “Vivas nos queremos” parla di tutto questo. E diffonde speranza in un continuo scambio di energia fra parole e volti.

 




Irlanda – Le femministe Rosa e il diritto all’aborto

Il 25 maggio 2018 è diventata già una data storica per molte e molti irlandesi. 

Chiamata al voto per decidere del diritto all’aborto della donna, il 66,4% della cittadinanza, in un Paese all’80% cattolico, ha votato per il sì, decidendo così, attraverso un referendum, l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, introdotto nel 1983 che, di fatto, rende illegale l’aborto anche in caso di malformazioni del feto, stupro, incesto e altro. L’interruzione di gravidanza è possibile soltanto in caso di pericolo di vita della donna.

Questa legge ha causato la morte di alcune donne (cui è stato comunque rifiutato l’aborto anche se in pericolo di vita) e anche una sorta di ‘turismo’ verso il Regno Unito, dove la pratica è consentita, relegando le donne più povere a strade insicure e pericolose.

Contro molte previsioni che fino agli ultimi giorni davano una sostanziale parità fra le due parti in gioco, ha vinto il Sì. Ora tocca al Parlamento emanare una nuova legge che abbia come focus il diritto della donna ad abortire e a essere tutelata e seguita in questa sua scelta.

Nei mesi precedenti molte attiviste sono scese in piazza e hanno organizzato marce e manifestazioni per il Sì. Mentre gli anti-abortisti hanno giocato su una vecchia retorica che dipinge l’aborto come un omicidio e che ha diffuso false notizie, donne e uomini per il Sì hanno posto l’accento sulla necessità di garantire la libertà di scelta della donna sul proprio corpo. 

Fra le principali organizzazioni attive nel campo c’è Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism & Austerity), gruppo di femministe fondato da alcune donne del Partito socialista irlandese e poi ampliatosi. Rosa in onore di Rosa Luxemburg e di Rosa Parks: entrambe rivoluzionarie, attiviste, impegnate in primo piano nella lotta. 

Fra i dieci propositi del gruppo Rosa ha un posto fondamentale la salute della donna. È per questo che fra i primi punti, oltre all’eliminazione dell’ottavo emendamento, ci sono anche la tutela della salute della donna come obiettivo dello Stato, la completa gratuità dell’aborto, la disponibilità immediata della pillola anticoncezionale, l’educazione sessuale nelle scuole per rimuovere la cultura dello stupro. 

Ma accanto a queste mete, le attiviste di Rosa pongono altre questioni fondamentali: la separazione fra Stato e Chiesa è una di queste, perché è dalla Chiesa cattolica che i retaggi conservatori e sessisti si trasmettono nelle scuole e negli ospedali. Ma c’è anche un’istanza anticapitalista, che chiede di tassare i “super ricchi” e di favorire invece le donne, i lavoratori e i disoccupati. No all’austerity, ma sì a investimenti nel settore pubblico (ospedali, scuole, servizi sociali).

Negli ultimi mesi l’operato di queste attiviste si è concentrato sul referendum, al grido di #time4choice. L’hashtag è diventato virale sul web, proprio accanto a quel “Repeal” (Abroga), che adesso è diventato il simbolo di una vittoria. Sono scese in piazza, con gli abiti delle ancelle (The Handmaid’s Tale, la serie tv distopica che parla di donne e ribellione) o più semplicemente con una maglietta nera che gridava repeal.

Ma non bisogna dimenticare che il loro è un femminismo socialista, che combatte il sessimo così come il capitalismo, consapevole che le due lotte sono intrecciate e che non c’è femminismo vero senza lotta anticapitalista. Si ispirano a Marx ed Engels, lotta di classe e oppressione fanno parte del loro vocabolario, ma anche intersezionalità, lotta per i diritti civili e post-modernismo rientrano nei loro dibattiti e nel loro pensiero. 




Ni una menos: nuovi femminismi dall’America Latina all’Italia

Proprio quando tutto sembrava più depresso e avvilito, un grido dall’America Latina risveglia le coscienze femministe e le scuote: Ni una mujer menos, ni una muerta más («Non una donna in meno, non più neanche una morta»). Un grido che nasce in Argentina, nella primavera del 2015, preso in prestito dalla poetessa e attivista messicana Susana Chávez (di lei si parla oggi nella nostra rubrica letteraria Les Salonnières) e diventato simbolo internazionale della lotta delle donne.

All’inizio è solo un gruppo di giornaliste, attiviste e artiste a riunirsi, ma il richiamo è forte: organizzazioni dal basso, comunità locali, donne e uomini si avvicinano alla campagna diffusasi presto in tutta l’America Latina. Ni una menos è la parola chiave, proprio perché è sul corpo delle donne che la violenza maschilista e femminicida continua a manifestarsi ogni giorno. 

L’America Latina, infatti, ha registrato negli ultimi anni un aumento dei casi di femminicidio e del numero di violenze contro le donne, spesso avvenuti nella completa impunità. Al grande insieme di attiviste per i diritti umani, ambientali, locali si accompagna un egual numero di donne minacciate, violentate, uccise. Susana Chávez è una di loro, ma con lei anche Berta Cáceres, Marielle Franco, Maria Guadalupe Hernández Flores. Per non parlare poi delle donne ‘che non conosce nessuno’, quelle che vogliono semplicemente vivere la loro vita ma che vengono bruscamente fermate: secondo la CEPAL (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) sono 4.000 ogni anno (12 ogni giorno) le donne uccise nel continente sudamericano per motivi legati al loro genere.

Per questo motivo le donne di Ni una menos hanno posto fin dall’inizio l’accento sulla lotta alla violenza di genere e sulla necessità di predisporre un piano antiviolenza che entri nell’agenda politica di ogni comunità. 

Quali sono i punti fondamentali di questa agenda? 

Rendere accessibili aiuto e protezione alle vittime di violenza e garantire un percorso legale che porti alla denuncia delle violenze subite, ma anche monitorare – costantemente – il numero dei femminicidi (perché solo misurando quello che succede si potrà costruire una politica pubblica efficace) e portare l’educazione sessuale completa nelle scuole. Un punto fondamentale, perché è proprio dall’insegnamento delle differenze che nasce il rispetto e si annulla la violenza machista. 

La prima vera battaglia è stata lanciata con uno sciopero di un’ora contro il femminicidio, un’ora in cui le donne si sono astenute da tutte le attività (anche quelle riproduttive). Un modo per attirare l’attenzione, certo, ma anche per far capire l’importanza delle attività svolte da ognuna di loro. Lo sciopero è presto diventata un’arma di lotta internazionale, globale.

La loro lotta, infatti, ha ridato slancio ai vari gruppi e movimenti femministi nel resto del mondo e ha germogliato in America, ma soprattutto in Europa e in Italia, dove Non una di meno è grido nelle piazze del 25 novembre e dell’8 marzo, scritta sui muri, parola d’ordine nel “Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere” del movimento in Italia.  

Consultori, associazioni contro la violenza di genere, centri antiviolenza, nuove femministe e femministe storiche hanno contribuito alla nascita di questo piano e lottano ogni giorno per attuarlo. Come la violenza sulle donne è trasversale, così lo deve essere anche il piano che la combatte: «libere dal sessismo» nelle scuole, negli ospedali, nella famiglia, nel lavoro. 

Ogni anno, in Italia e nel mondo, i cortei promossi da Ni una menos diventano più folti e trasversali dal punto di vista generazionale, uniscono i sessi nella lotta al patriarcato e al maschilismo, crescono e creano nuove progettualità sul territorio. 

Proprio per questo, accanto allo slogan Ni una menos, ne è stato aggiunto un altro: Vivas nos queremos. Non solo queste donne non vogliono morire, ma vogliono essere libere di sentirsi vive e di vivere senza paura.




RAWA, le donne rivoluzionarie dell’Afghanistan

Nell’Afghanistan martoriato dai regimi e dalle bombe, è attiva fin dal 1977 una piccola organizzazione che lotta per i diritti delle donne e per la democrazia: si tratta di RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), fondata dall’attivista Meena Keshwar Kamal a Kabul.

L’associazione nasce con lo scopo di promuovere la democrazia, l’alfabetizzazione (nel Paese vi è uno dei tassi più bassi di alfabetizzazione), i diritti delle donne e di combattere la dittatura (che sia quella sovietica o quella del fondamentalismo islamico poco importa), l’ignoranza voluta dai regimi e soprattutto la repressione della libertà delle donne.

L’ambito dei diritti delle donne va di pari passo con quello di giustizia sociale ed è per questo che RAWA negli anni si è impegnata anche attraverso la costruzione di orfanotrofi, ospedali, scuole, aiuti per i rifugiati e per chi scappa dalla guerra.

Ma facciamo un passo indietro: in un Paese come l’Afghanistan un’associazione del genere non ha vita facile. E in effetti, nel 1980 Meena – che è la fondatrice – decide di spostare la sede operativa da Kabul a Quetta, nel vicino Pakistan. Meena dedica tutta la sua vita a questa organizzazione, in senso letterale: nel 1987 viene infatti uccisa dagli agenti del KHAD (il braccio afghano del KGB) e da quel giorno è la martire del movimento.

Il suo esempio, però, non scoraggia ma piuttosto brilla, infonde speranza, tanto che RAWA resiste ed è operativa persino durante il governo dei talebani (1996-2001), che impongono un regime teocratico basato su un’interpretazione fondamentalista della Shari’a con dirette conseguenze sulla vita delle donne. Dopo l’invasione dell’Afghanistan del 2001, poco è cambiato e le lotte restano quelle di sempre: contro un’interpretazione fondamentalista dell’Islam e a favore di una democrazia reale.

Come fare tutto questo, come portare avanti la loro lotta? Prima di tutto attraverso la parola, importante veicolo di messaggi rivoluzionari. È per questo che RAWA pubblica “Payam-e-Zan”, un giornale bilingue (in persiano e pashtu) su cui vengono sviscerate le tematiche più importanti (dal rifiuto della guerra all’autodeterminazione delle donne).

FOTO 1. http://pz.rawa.org/pz/

La parola però non è solo quella scritta: le militanti di RAWA si muovono, partecipano a dibattiti internazionali, si mostrano nei canali della tv afghana dal 2006, dove per la prima volta avviene uno storico dibattito con un sostenitore dell’integralismo islamico.

Ma la più importante di tutte è la parola che viene insegnata. RAWA promuove l’alfabetizzazione di donne e bambini, spesso in clandestinità e a domicilio, affiancandovi l’insegnamento della tolleranza e del rispetto delle diversità: un’azione pervasiva, che parte dal basso e si muove su un piano orizzontale, sia in Afghanistan che in Pakistan. Del resto, RAWA si impegna anche nel campo della giustizia sociale e nel tempo è riuscita a costruire cliniche e a operare con team mobili di medici all’interno di campi profughi, garantendo un servizio gratuito a donne, bambini e uomini che non hanno altre possibilità di cura.

Al sociale e ai diritti delle donne si aggiunge la battaglia politica e in particolar modo il rifiuto della guerra. Le donne di RAWA denunciano senza se e senza ma la situazione in cui versa l’Afghanistan: nulla è cambiato dal 2001, lo scettro del potere è passato di mano in mano ed è sempre dei “signori della guerra”, ma la vita all’interno del Paese è sempre la stessa, soprattutto per le donne. Se un cambiamento ci deve essere, deve avvenire in direzione della pace, della democrazia e del secolarismo (come recita lo slogan dell’associazione).

Revolutionary Association of Women of Afghanistan (http://www.satyamag.com/oct05/rawa.html)

Nonostante le difficoltà, però, anche la battaglia prosegue e ha l’obiettivo di espandersi. Già a livello internazionale le donne di RAWA sono conosciute e spesso sostenute: Iran, Italia e Sudan sono fra gli Stati che contano maggiori iscritti all’associazione, ma il supporto giunge anche da organizzazioni territoriali del Giappone, dall’Australia, da quegli stessi Stati Uniti che ne hanno provocato la caduta in una guerra senza fine.

Il supporto da parte della comunità internazionale si trasforma in operatività sul territorio e quindi, negli ospedali, le volontarie insegnano a scrivere a bambine e vedove, scuole di inglese. «Siamo fermamente convinte» si legge sul sito dell’associazione, «che la conoscenza è un grande potere e che farà crescere la consapevolezza delle donne dei loro diritti e del loro posto nella società».

 

 

 




Le mujeres del Chiapas

Nel cuore dell’America centrale, un altro esperimento rivoluzionario ha preso vita a partire dal 1994 e ha trovato nelle donne uno dei suoi agenti principali. In Messico, dalle montagne del Chiapas le donne indigene lottano contro patriarcato e colonialismo.

Qui come in Kurdistan, l’emancipazione della donna è diventata un fattore politico importante e indispensabile per una società che si possa dire libera e rivoluzionaria.

Qui le donne guidano – al fianco degli uomini – la rivoluzione, partecipano alle assemblee, supportano la lotta anche grazie al lavoro domestico e sono uscite da un buio secolare in cui il maschilismo della loro cultura d’origine e quello dei colonizzatori europei le avevano relegate.

La loro lotta va inserita all’interno di quella dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional), che è un movimento clandestino anticapitalista e libertario legato al territorio del Chiapas, uno dei più poveri del Messico. L’EZLN si è fatto conoscere in tutto il mondo a partire dal ‘94, quando, entrato in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), ha deciso di insorgere ‘prendendo’ alcune città del Chiapas e instaurando un autogoverno che dura tuttora.

All’interno di questo grande contenitore, dove la popolazione indigena ha deciso di vivere secondo le proprie regole di democrazia diretta, si è avuta la rivoluzione delle donne, che è allo stesso tempo parte e inizio della rivoluzione stessa.

«Se non partecipiamo non possiamo cambiare la nostra situazione, non può trionfare una rivoluzione; se partecipano solo gli uomini alla lotta allora non è una lotta completa, perché mancherebbe la partecipazione delle compagne; è meglio lottare uniti, uomini, donne e bambini perché un giorno i nostri figli possano vivere una vita giusta e degna». Così hanno dichiarato le zapatiste.

Lo stesso subcomandante Marcos, infatti, a posteriori ha affermato che la data di inizio della rivoluzione era non il 1994, ma il 1993, anno in cui la “Legge rivoluzionaria delle donne” era stata adottata dall’EZLN. Una legge che si esprime contro ogni discriminazione sessista, per l’autonomia personale delle donne e per l’emancipazione e la dignità.

Da quel momento c’è stato un cambiamento: nelle comunità indigene qualcosa si è mosso, le donne hanno cominciato a partecipare alle assemblee, a dire la propria opinione, ad autogovernarsi e a indicare la direzione della lotta rivoluzionaria. Nel 1994, a San Cristobal, c’è stata una prima grande riunione fra le donne chiapaneche: la “Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas”. Un incontro che ha rappresentato un passo avanti nella lotta per l’emancipazione da una “triplice oppressione”: di genere, di classe, di etnia. La loro lotta si è saldata inestricabilmente con quella della popolazione contro l’oppressione capitalista.

Nei venti anni e passa che sono seguiti le chiapaneche hanno dato vita a un filone di pensiero femminista, che però non è da intendere alla maniera occidentale. Sebbene vi siano dei punti in comune – come la battaglia per gli stessi diritti –, il femminismo zapatista si esprime anche contro la tradizione tipicamente occidentale e opta per un recupero della propria radice comunitaria.   È per questo che si parla di “femminismo comunitario”: una lotta contro il patriarcato e il maschilismo che tenga conto dei bisogni specifici delle indigene, delle loro tradizioni, della loro cultura. Il filtro del colonizzatore europeo viene eliminato, nel femminismo zapatista così come nel concetto di rivoluzione dell’EZLN.

Proprio lo scorso marzo, nei giorni che vanno dall’8 al 10, si è tenuto il “Primo incontro internazionale politico artistico sportivo e culturale delle donne che lottano”, nel caracol zapatista di Morelia “Torbellino de Nuestras Palabras”. Un evento aperto a donne di tutto il mondo, in cui si è discusso insieme sui modi di continuare la lotta ed eliminare la paura che condiziona quotidianamente la vita di ogni donna. Una paura spesso legata al proprio corpo: paura di essere violentate, molestate, giudicate. Un segno che la strada da percorrere è ancora lunga, ma che piccole comunità come quelle delle donne indigene del Chiapas possono essere d’esempio per tutti e per tutte. E sprigionano una luce che brilla al di là di qualsiasi confine.

 

 

 




Donne rom fra tradizione ed emancipazione

Parlare dell’altroè sempre difficile, soprattutto quando c’è un concreto rischio di banalizzazioni e stereotipi. Per questo, parlare delle donne rom – che appartengono a un gruppo che è altro per eccellenza, straniero in ogni paese – è un compito che va portato avanti con cautela. Tanto più perché la classica prospettiva emancipazionista potrebbe risultare fallimentare nel comprendere fenomeni in cui razza, genere e classe sono strettamente interconnessi.

Chi sono, dunque, queste donne rom? C’è del fermento femminista fra di loro? E se sì, in cosa consiste?

Prima di tutto è necessario specificare una cosa: parlare di donne rom ha senso finché si tiene presente che le comunità in Europa e nel mondo sono tante e spesso diverse fra di loro, con tradizioni che subiscono variazioni da gruppo a gruppo, anche per via di coordinate esterne.

Quello che sappiamo, in generale, delle donne rom deriva più che altro dai giornali, dai racconti e dal nostro immaginario comune. Sono di volta in volta zingare che rubano o che ammaliano (come Esmeralda), che fanno l’elemosina portando con sé i propri figli, necessariamente sottomesse alla cultura patriarcale della loro comunità, portano ampie gonne dai colori sgargianti e capelli lunghi, spesso raccolti in una coda.

E sì, sono discriminate per ben tre volte: in quanto donne, in quanto straniere e in quanto rom. Ma, sebbene in molte rivendichino con orgoglio la propria cultura di appartenenza e la volontà di non abbandonarla, ci sono segnali di qualcosa che sta cambiando, soprattutto fra le più giovani.

L’idea che si sta diffondendo è che, in fondo, si possa scegliere di ‘andare avanti’ senza per questo rinunciare alla propria identità rom. Questo significa combattere quegli elementi maschilisti e patriarcali della propria comunità senza rinunciare alla propria tradizione culturale, linguistica e sociale in toto. È questo il loro cambiamento.

All’interno di alcune comunità rom, infatti, vigono delle ‘regole’ che limitano la libertà di scelta di queste donne: i matrimoni precoci sono l’esempio più lampante, sebbene non identico in tutte le comunità in Europa. È per questo che una parte della lotta delle donne rom si incentra proprio su questo argomento: “Terni bori” vuol dire “giovane sposa” ed è il nome con cui è stato lanciato il sito (http://www.ternibori.org/en/) del progetto europeo “Marry When You Are Ready”. Lo scopo? Porre fine ai matrimoni precoci delle minori rom, imparare a considerarli come una forma di violenza contro le donne, che incide dal punto di vista psicologico, sociale e culturale. Da qui, secondo le donne rom che portano avanti il progetto, bisogna ripartire per dare vita ad un’autodeterminazione femminile, in cui le donne non vengono salvate dall’esterno da un deus ex machina, ma imparano ad autodeterminarsi. Un progetto che assume una prospettiva europea e internazionale e che conta associazioni partner nei Balcani (Croazia, Serbia, Macedonia, Bosnia Erzegovina), in Bulgaria, in Italia e in Austria. E che parte, necessariamente, dalla scelta delle donne sul proprio corpo.

A questa prospettiva internazionale si rifà anche l’International Roma Women Congress (http://dromkotar.org/congress/), che quest’anno è giunto alla sua seconda edizione e che si è tenuto a Barcellona il 23 e il 24 marzo. Sono donne rom che parlano ad altre donne rom, parlano di sé stesse e dei propri problemi, che spesso sono simili anche da un Paese all’altro per via delle condizioni di discriminazione cui sono soggette. In questo caso lo scopo non è una singola battaglia, ma è in generale la riabilitazione dell’immagine delle rom in senso positivo e la lotta alle disuguaglianze di genere e alla violenza contro le donne. L’approccio è stato orizzontale e partecipativo: oltre agli incontri accademici, si è avuto modo di discutere insieme, partendo dalle esperienze comuni.

E poi c’è “Barabal” (http://barabal.eu/), che significa “uguaglianza”. È anch’esso un progetto europeo, che vuole aiutare le rom d’Europa attraverso un adeguato accesso all’istruzione. Si calcola, infatti, che mediamente una donna rom sia meno istruita di un uomo rom: in Italia nel 2014 il 23% di donne rom ha dichiarato di non saper né leggere né scrivere a fronte di un 12% maschile. Questo anche perché nelle comunità rom si tende a insegnare alle bambine il “mestiere della casa” e a prepararle ad essere madri e mogli perfette.

In Italia rappresentante di questo cambiamento che vuole combattere la tripla discriminazione cui sono soggette le rom è il Rowni-Roma Women Network Italy (https://sites.google.com/site/rowniromawomennetworkitaly/home). Una rete che come primo compito ha proprio quello di unire tutte quelle donne, appartenenti a questa minoranza, che si sentono discriminate. E da questa rete partire per promuovere l’autodeterminazione, l’autoimprenditorialità, la fiducia in sé stesse.

Gli elementi che tutte queste realtà portano avanti sono tanti: libera scelta del proprio corpo e libera rivendicazione delle proprie tradizioni rom sono le più evidenti e importanti. Ma dietro c’è molto altro, che si sovrappone e si interseca: la scuola e la possibilità di un’istruzione, la battaglia alla violenza sulle donne, l’incentivazione a usare saperi tradizionali in modo innovativo, lo “scoperchiamento” di discriminazioni di genere e lo sviluppo della consapevolezza della propria condizione. Con un ribaltamento di quest’ultima: essere donne rom è un valore aggiunto, che va potenziato – non eliminato.

Foto di Andrea Zennaro (Roma, 2017)

 

 

 




In Polonia il femminismo parte dai corpi delle donne

A partire dall’ottobre 2016, quando il governo polacco ha cercato di far passare una legge antiaborto poi respinta, il movimento femminista nazionale ha ripreso vigore ed è tornato a lottare per difendere l’autodeterminazione delle donne.

È difficile trovare informazioni attendibili e complete su quello che è oggi il femminismo polacco, che sta rivivendo proprio negli ultimi due anni un’imponente rinascita. Forse qualcuno dirà che è sbagliato parlare di “movimento femminista nazionale”. Ma c’è un dato di fatto: nell’ottobre 2016 tutti i giornali occidentali hanno riportato foto e testimonianze della Czarny Protest (“Proteste Nere”) organizzata dallo “Sciopero delle donne polacche”, raccontando di migliaia di donne che hanno manifestato per il diritto all’aborto, vestendosi di nero e affluendo nelle piazze e nelle strade.

FOTO 1. Czarny Protest

Cos’era successo? Il partito di maggioranza PiS (Diritto e Giustizia) aveva proposto una vera e propria legge antiaborto (che penalizzava ancor di più chi lo pratica e che riduceva le possibilità effettive di abortire), in un paese in cui questo diritto è già di per sé molto limitato.

Il disegno di legge allora proposto dal PiS è stato respinto, ma gli attacchi al corpo delle donne non si sono fermati. Al momento, infatti, un nuovo disegno di legge che limita il diritto di aborto è in discussione in Parlamento. Questa volta si vuole eliminare la clausola che permette alle donne di abortire in caso di malformazioni del feto.

Proprio per questo neanche le donne polacche si sono fermate e le “Proteste Nere”, lungi dall’essere una fiammata momentanea, hanno continuato a farsi sentire. Lo scorso gennaio, infatti, si è avuta una nuova giornata di manifestazioni – questa volta il “Mercoledì Nero” – da Varsavia a Cracovia, seppure più contenuta in termini numerici.

Al disegno di legge in discussione al governo, le donne hanno opposto i propri corpi nei giorni della protesta ma oppongono ogni giorno il loro impegno costante nella società e anche una fitta rete di associazioni che, pur non politicizzata, opera concretamente per aiutare le donne. Proprio due di queste organizzazioni sono state colpite da perquisizioni governative a ridosso del Mercoledì Nero: Women’s Rights Center e Baba, entrambe organizzazioni che aiutano le donne vittime di violenza domestica. Per molte le perquisizioni, fatte per via di un’indagine che coinvolge il precedente Ministro della Giustizia polacco, sono un chiaro segnale.

Cosa reclamano queste femministe dell’Est Europa? Queste donne vogliono prima di tutto qualcosa che non hanno dal 1993: la possibilità di decidere del proprio corpo, scegliendo liberamente l’interruzione di gravidanza.

Dal 1993, infatti, le donne polacche possono abortire solo in tre casi: se la gravidanza nasce da uno stupro, se la vita della donna è in pericolo e se il feto presenta malformazioni. A tutto questo si aggiungono le procedure complicate che portano le donne a poter effettivamente usufruire dei servizi sanitari per l’aborto: permessi, dichiarazioni di medici, burocrazia che spesso rallenta il processo facendo superare quella 24esima settimana oltre cui non si può abortire.

Al di fuori di queste tre motivazioni, la possibilità di abortire non è contemplata dallo Stato. E così le più fortunate – quelle che ne hanno la possibilità economica – vanno ad abortire in qualche altro paese, mentre la fascia economicamente più debole si arrangia diversamente, praticando metodi rischiosi.

Una situazione, quella della Polonia, che è cambiata radicalmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica e che però non è andata incontro a quella democrazia liberale tanto sognata. La Polonia post-sovietica si è invece trasformata in una gabbia per le donne, che, per ottenere la democrazia, hanno subito il “compromesso” con la Chiesa direttamente sui propri corpi.

Oggi queste donne vogliono l’aborto garantito dallo Stato, ma anche la fine di una cultura discriminatoria e maschilista: basta discriminazioni di genere, sia che avvengano sul posto di lavoro, in politica ma anche semplicemente in famiglia.

Vogliono una politica che tuteli le donne e il loro corpo. Vogliono una politica fatta da donne. Così aveva tentato di fare anche il “Partito delle Donne” fondato nel 2007 da Manuela Gretkowska, che ambiva a rappresentare le donne in parlamento e a sviluppare alcuni punti importanti: autodeterminazione, educazione sessuale, parità dei salari e fine del divario della retribuzione di genere. Un partito che però non ha fatto della lotta sulle strade la sua missione e che non troviamo nella rete della “Czarny Protest”.

Le donne polacche in sciopero sono anche profondamente antifasciste e fanno dell’antifascismo una, anzi, la linea guida. Contro tutti i rigurgiti fascisti che il paese sta sperimentando, partendo dalla marcia nazionalista dell’11 novembre al grido di “Polonia bianca” fino ai tentativi (falliti) del potere di portare tribunali e giudici sotto l’ala del governo.

FOTO 2. Marta Lempart

E allora, un movimento femminista nazionale polacco esiste. Ed è fatto dagli scioperi delle donne, da Marta Lempart, promotrice di questa coalizione, dalle quattro donne ferite a Varsavia e Cracovia in occasione delle proteste, dalle altre 12 aggredite e dalle quarantacinque fermate preventivamente dalla polizia in occasione delle ultime manifestazioni. È fatto dai centri antiviolenza che stentano a sopravvivere, dalle intellettuali, dai picchetti di fronte al Parlamento. È fatto da tutte le adolescenti che hanno deciso di indossare una maglietta nera quando era richiesto. E che magari, in futuro, saranno pronte a fare altro, perché hanno capito che la società non è libera quando anche una sola donna è oppressa.




KENYA – Umoja, il villaggio matriarcale delle donne fuggite dalla violenza

Nel centro-nord del Kenya esiste un villaggio fatto di sole donne, Umoja. Fondato nel 1990, è interamente gestito e sostenuto dalle donne che lo abitano con i loro figli, donne fuggite da violenze e cultura maschilista.

Cosa può nascere da colonizzazione, mutilazione genitale femminile e una cultura tradizionalista che discrimina le donne? Nessuno risponderebbe “un posto felice”. E invece questo è quello che è successo in Kenya, dove questi tre fattori diversi eppure ugualmente distruttivi hanno dato vita ad Umoja, un villaggio fatto di sole donne.

Umoja si trova nel centro-nord del Kenya, nella regione Samburu, e viene definito un villaggio “matriarcale”. È stato fondato nel 1990 da Rebecca Lolosoli e da altre donne keniote per accogliere tutte coloro che decidevano di scappare dalle violenze – o dei mariti o dei soldati inglesi o semplicemente della società patriarcale dei Samburu – e vivere un’altra vita. Infatti, solo le donne – e i bambini che sono nati e cresciuti lì – possono vivere ad Umoja. Gli uomini non sono ammessi, ma se accettano le regole di questa nuova società possono trascorrere del tempo nel villaggio.

Il villaggio nasce quindi prima di tutto come rifugio dalla violenza e accoglie 15 donne in cerca di un riparo. La stessa Rebecca Lolosoli ha subito aggressioni da parte di suo marito e di altri uomini soltanto per aver parlato con le altre donne del suo villaggio dei diritti per cui devono lottare. Una delle tante violenze che, però, questa volta la manda all’ospedale ed è decisiva nel farle intraprendere una nuova strada. Così anche le altre donne che sono con lei sono state picchiate, aggredite, violentate.

Dal 1990 il villaggio cresce, ora ha quasi trent’anni di vita e conta circa 50 donne e 200 bambini. Donne, ragazze e bambine continuano a scappare e ad andare ad Umoja, dove solitamente restano per lunghi anni se non per sempre. L’ostilità degli uomini – che si dicono contrari ad un’esperienza del genere perché “le donne devono necessariamente essere controllate dagli uomini” – non ha potuto fermare la sperimentazione di questa nuova società al femminile.

Ancora molte donne arrivano oggi ad Umoja. Le mutilazioni dei genitali femminili e i matrimoni precoci, infatti, sono all’ordine del giorno nella cultura Samburu. Nel primo caso si tratta di una pratica portata avanti da anni e mai contrastata: fra i Samburu una donna che non ha subito la mutilazione non può essere presa in sposa ed è naturale praticare la MGF sulle figlie femmine. Anche i matrimoni precoci, inoltre, sono molto diffusi: circa il 23% delle ragazze in Kenya sposa prima dei 18 anni, percentuale che nelle campagne sale al 29%. Percepite come un peso dalle rispettive famiglie, vengono quasi immediatamente “date” in matrimonio e costrette ad avere figli quando sono ancora molto giovani, con tutti i danni emotivi che ciò comporta.

Tutto questo si sorregge su una cultura fortemente maschilista e patriarcale. Gli uomini Samburu, infatti, credono che le donne non possano gestirsi da sole, ma che debbano necessariamente essere guidate e controllate; che le donne senza gli uomini non sappiano provvedere alla propria sicurezza; che le donne siano in tutto e per tutto proprietà (magari silenti) degli uomini. Ciò di cui non si rendono conto gli uomini Samburu, però, è che loro stessi rappresentano il pericolo per le loro donne e che da loro stessi queste donne stanno fuggendo.

Le donne di Umoja hanno dimostrato il contrario. Non solo sono fuggite dalle violenze, in un certo senso guarendo dal male che avevano subito, ma hanno saputo anche costruire una comunità duratura in cui è possibile vivere insieme, fra donne che si autogovernano. Ogni donna è uguale all’altra, non c’è un capo politico, ma solo una portavoce (incarnato nella figura di Rebecca Lolosoli). Le decisioni vengono prese tutte assieme attorno all’ “albero della parola” e ogni donna dona il 10% di ciò che guadagna per la comunità. Vivono con poco, vendendo collane di perle e manufatti tradizionali, ma riuscendo tuttavia a mandare avanti un’intera comunità, sostenendosi a vicenda.

Nel tempo queste donne sono state anche in grado di costruire una scuola e un asilo nido, che accolgono non soltanto bambini di Umoja ma anche quelli dei villaggi vicini, e che svolgono un importante compito educativo.

Tutte le donne che vengono accolte nel villaggio imparano che le violenze subite sono frutto di una cultura, che però può essere cambiata, sradicata, proprio partendo da lì, dalla loro esperienza. Un’esperienza che parla di donne prima di tutto libere. Libere di scegliere.

Nonostante gli uomini non siano ammessi, infatti, ciò non significa che le donne del villaggio ripudino il genere maschile nella sua interezza, al contrario. Le donne di Umoja decidono di avere rapporti e intessere relazioni con gli uomini dei villaggi vicini. A volte hanno anche dei figli, che spesso poi crescono con loro nel villaggio e quindi al di fuori del matrimonio. Una condizione che in molte altre città della zona sarebbe stata inaccettabile.

Ci sono anche alcuni uomini che frequentano il villaggio e ne accettano le regole: hanno imparato che il rapporto uomo-donna deve crescere in condizioni di parità e senza violenza. Esiste quindi la possibilità del cambiamento, non solo per le donne ma anche per gli uomini. Un cambiamento molto lento, ma che parte dal basso e dal vissuto delle protagoniste di questa storia. Un cambiamento che pochi passi alla volta sta funzionando ed è positivamente contagioso.