Brescia – Memorie divise, memorie non dette (parte prima)

La memoria della Grande Guerra è ampiamente e variamente rappresentata nel reticolo urbano di Brescia attraverso le date di inizio e fine del conflitto per l’Italia, Ventiquattro Maggio e Quattro Novembre; luoghi fortemente evocativi del fronte – dal Monte Grappa all’Isonzo, dal Piave a Vittorio Veneto – e di coloro che vi hanno combattuto, dagli alpini ai “ragazzi del ’99”, dagli “eroi” come Enrico Toti e Francesco Baracca, passando per gli irredentisti come Cesare Battisti e Damiano Chiesa, fino ai maggiori esponenti degli alti comandi militari come Armando Diaz e Luigi Cadorna, per non citare che qualche esempio.

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Luoghi e nomi della Grande Guerra nell’odonomastica cittadina.

Il giudizio storico sulla conduzione della guerrada parte di quest’ultimo è quasi unanimemente negativo, non soltanto per le centinaia di migliaia di caduti al fronte (circa 650.000 su un esercito di un milione e mezzo), ma soprattutto per la sua assoluta mancanza di rispetto per le sofferenze atroci dei soldati nell’inferno delle trincee e per il trattamento disumano riservato ai prigionieri italiani in mani austriache. Oltre centomila sarebbero morti  letteralmente di fame nei campi di prigionia perché Cadorna non agevolò mai l’afflusso di pacchi viveri da casa e attraverso la Croce Rossa. Udine, sede del comando operativo del generale piemontese, modifica l’intitolazione, da Piazzale Cadorna a Piazza Unità d’Italia, nel 2011. Nel 2015 anche a Brescia, come in altre città italiane, tra cui Genova, Lecco, Bassano, Verona e Milano, viene avanzata la proposta, peraltro rimasta inattuata, di togliere Luigi Cadorna dall’odonomastica, poiché, come aveva affermato qualche tempo prima Ferdinando Camon, sostenendo un’analoga proposta a Padova, «aver dato il nome di Cadorna è stato, ieri, un errore. Mantenerlo ancora diventa, ormai, una colpa”.

Foto 5. Intitolazione a Cadorna

Alla memoria della Grande Guerra a Brescia è dedicata anche una piazza, Piazza della Vittoria (in copertina), inaugurata personalmente da Benito Mussolini, nel decennale della marcia su Roma, il 1° novembre 1932, con una cerimonia molto seguita dalla stampa e immortalata anche da un cinegiornale dell’Istituto Luce. In fondo alla piazza, all’esterno dell’abside della chiesa di Sant’Agata, di origine longobarda, è addirittura collocato, come parte dell’arredo urbano, un masso granitico dell’Adamello, a ricordo dei mutilati della prima guerra mondiale.

Foto 6. Il monumento all’Adamello

 

Servizio fotografico di Maria Paderno

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Brescia. Memorie e memoria dal basso (parte terza)

In copertina. Brescia. Pietre d’inciampo

In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti e di coloro che si sono opposti al progetto di sterminio, salvando, a rischio della propria vita, altre vite e proteggendo i perseguitati, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 istituisce come “Giorno della Memoria” il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. L’approvazione della legge è stata preceduta da una lunga discussione sulla data simbolica di riferimento, che ha visto emergere come principali opzioni il 16 ottobre, anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, con maggiore enfasi sulla Shoah, e il 5 maggio, anniversario della liberazione di Mauthausen, a sottolineare la centralità dell’antifascismo e delle deportazioni politiche. Con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’ONU del 1° novembre 2005, il Giorno della Memoria (27 gennaio) diviene una ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah.

Nel 2012, su iniziativa della Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, vengono posate a Brescia le prime “pietre d’inciampo” (Stolpersteine), un monumento diffuso e partecipato ideato e realizzato dall’artista tedesco Gunter Demnig, a partire dal 1997, per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista. L’artista produce piccole targhe di ottone poste su cubetti della dimensione dei porfidi delle pavimentazioni stradali, che sono poi incastonati nel selciato davanti all’ultima abitazione scelta liberamente dalla vittima. Stolpersteineè il monumento dal basso più diffuso a livello europeo: sono state posate fino ad ora oltre 55.000 pietre in tutta Europa; in Italia sono presenti oltre che a Brescia, in diverse città fra cui Roma, Viterbo, Siena, Reggio Emilia, Meina, Padova, Venezia, Livorno, Prato, Ravenna, Torino, Genova, L’Aquila, Bolzano, Ostuni, Chieti, Casale Monferrato, Teramo. Le loro dimensioni, i materiali di cui sono fatte e la loro stessa collocazione rimandano alle storie della “piccola gente”, spesso calpestata, umiliata e dimenticata dalla grande Storia; quelle “piccole persone ” come le definisce Svetlana Aleksievic nel suo discorso pronunciato al conferimento del Nobel, nel 2015; anzi “Le piccole grandi persone […] perché la sofferenza le ingrandisce. Nei miei libri le persone raccontano le loro piccole storie, e allo stesso tempo raccontano la grande storia”. I nazisti hanno ucciso attraverso uno sterminio di massa, mentre le Stolpersteinevogliono ridare a ogni vittima il suo nome e farci ricordare ogni singolo destino, analogamente al Libro della memoria di Liliana Picciotto, e perciò ogni pietra è realizzata manualmente, come pure manualmente è collocata là dove viveva la persona ricordata. “Volutamente ci rifiutiamo di realizzare la posa come azione di massa, perché così vogliamo contrapporre la nostra opera allo sterminio di massa” dichiara l’artista. Secondo Gunter Demnig “Le Pietre d’inciampo devono far inciampare la testa e il cuore delle persone”e l’artista sceglie di riportare sulle incisioni il termine “assassinato” anziché “morto” a sottolineare che tutte le morti neiLager sono la conseguenza delle vessazioni inflitte ai prigionieri, frutto di una precisa e deliberata volontà assassina. A Brescia leStolpersteineportano a un appuntamento con un passato scomodo e ingombrante, quello della “guerra civile” del 1943-1945 e della Repubblica Sociale Italiana, uno stato che sancisce l’antisemitismo come una delle proprie basi ideologiche nel proprio atto fondante, il Manifesto di Verona, dichiarando all’articolo 7: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». La persecuzione antiebraica, iniziata con le leggi razziste del 1938, prosegue nello stato fantoccio di Salò con rinnovato vigore; secondo i dati di Liliana Picciotto più di un terzo degli ebrei italiani deportati sarebbe stato catturato da funzionari o militari italiani della RSI. Il 3 novembre 1943 la Prefettura di Brescia della RSI trasmette ai tedeschi un elenco di novanta persone: sono gli ebrei residenti nella provincia. Benché la presenza ebraica a Brescia risalga all’epoca romana, vi si consolida solo a partire dal XV secolo grazie all’apporto degli askenaziti, e riveste durante il periodo rinascimentale un ruolo culturale di primo piano, in particolare nell’editoria, fino all’espulsione definitiva dalla città, nel 1572. A partire da quella data la comunità ebraica locale si dissolve e negli anni Trenta del secolo scorso gli ebrei residenti nell’intera provincia sono 118, perfettamente integrati, alcuni anche nel regime fascista; molti appartengono a famiglie “miste” e diversi sono convertiti e battezzati. Esemplare il caso della famiglia Orefici, di cui fa parte Gerolamo, sindaco di Brescia dal 1906 al 1912, che aderisce poi nel 1924 al “listone” del Blocco nazionale, e viene eletto deputato nello stesso anno. Secondo i dati di Marino Ruzzenenti (La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano 1938-1945, Rudiano, BS, GAM Editrice, 2006), integrati con quelli di Liliana Picciotto, fra gli ebrei residenti nella provincia di Brescia ne sarebbero stati deportati nei campi di concentramento, fra il 1943 e il 1945, complessivamente ventisei, di cui ben venticinque a opera delle autorità della RSI.

Le Stolpersteineci fanno inciampare sulla soglia di persone semplici, che, quasi tutte, al di fuori della loro stretta cerchia di familiari e amici hanno lasciato poche tracce, e sono accomunate dalla loro deportazione e morte nei campi nazisti come gli internati militari Mario Ballerio(1918-1944), Angelo Cottinelli(1909-1944), ed Emilio Falconi(1911-1945); gli oppositori politici Alessandro Gentilini(1916-1944) e Ubaldo Migliorati(1923-1945); i partigiani Roberto Carrara(1915-1944), Severino Fratus(1891-1945), Domenico Pertica(1923-1945), Rolando Petrini(1921-1945), Pietro Piastra(1891-1945), Federico Rinaldini(1923-1945), Silvestro Romani(1923-1945), e Andrea Trebeschi(1887-1945); gli ebrei Guido (1894-1944) e Alberto Dalla Volta(1922-1945), padre e figlio. Quest’ultimo, compagno di prigionia e amico di Primo Levi, al quale ha salvato la vita, prima che nelle pietre d’inciampo, lascia le sue tracce in Se questo è un uomo, nel quale è presentato semplicemente come Alberto, che “è entrato nel Lager a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo”.Con una cerimonia pubblica il 26 gennaio 2008 il Liceo Scientifico Calini di Brescia, che nel 1940 lo aveva accettato come allievo, dopo la sua espulsione, in quanto ebreo, dal Liceo Classico Arnaldo della stessa città, intitola l’aula magna ad Alberto Dalla Volta, “la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte”.

Le persone ricordate dal basso nel Percorso della Memoriae nelle Stolpersteine sono sia vittime innocenti e inconsapevoli della violenza, sia caduti a causa di una propria precisa scelta contro quella stessa violenza; differenti sono le loro scelte di vita, uguale la violenza che annienta le loro vite. Importante è ricordare sia ciò che le accomuna, sia ciò che le distingue; solamente in questo modo, forse, si riuscirà a far passare, una volta per tutte, il passato che non passa.

 




Brescia – Memorie e memoria dal basso (Seconda parte)

La Casa della Memoria è motore di molteplici iniziative e attività, orientate all’apertura verso l’esterno, alla collaborazione con la società civile, allo sviluppo del processo democratico e alla diffusione di una memoria condivisa, favorita dallaconoscenza e dalla rielaborazione.

Già nel 2012,rifacendosi alla legge del 2007 che dichiara quale “Giorno della memoria” il 9 maggio, propone un itinerario urbano, il Percorso della Memoria, che partendo da Piazza Loggia arrivi in Castello, individuato da una sequenza di formelle di granito, su ognuna delle quali incidere il nome di una vittima del terrorismo e della violenza politica. Il progetto viene elaborato da diverse istituzioni (Assessorati alla Cultura, Urbanistica e dei Lavori Pubblici del Comune di Brescia e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Brescia e Mantova) che si coordinano all’interno della Casa della Memoria, e il Consiglio comunale vi aderisce all’unanimità. Il 9 maggio 2012 viene consegnata al Presidente della Repubblica la prima formella come segno di avvio alla realizzazione del progetto e il percorso è inaugurato sotto l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica il 28 maggio, con la posa delle prime formelle dedicate alle vittime bresciane, i cui nomi saranno successivamente seguiti da altri. In totale saranno oltre 400, individuati fra quelli citati dalla pubblicazione del Quirinale Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana e fra i caduti in altri episodi di violenza politica fondamentali della nostra storia (da Piazza Fontana, a Peteano, all’assassinio di Marco Biagi, ecc.) e della storia di altri Paesi (dagli Stati Uniti, alla Spagna, all’Inghilterra, alla Germania).

Viene scelto un percorso in salita, a simbolo della “necessità dell’impegno per il ricordo individuale e cosciente di chi intraprenda questo cammino e […] l’elevazione civile che la memoria di quelle vittime riconsegna alla coscienza”. Si vuole in questo modo confermare “una sorta di patto civile, inciso nella realtà urbana”, non con un monumento, che potrebbe confinare la memoria delle vittime in un singolo manufatto o luogo della città, bensì con un percorso “che coinvolga la città e la cittadinanza nel suo vivere quotidiano, senza enfasi eroiche” e renda Brescia “memoriale vivente ed universale, accessibile a chiunque, in Italia e nel mondo intero, si riconosca in questa condivisione di valori”.

Le spese per la realizzazione del progetto sono coperte in parte dai contributi dei promotori e da quelli di singoli/e cittadini e cittadine, versati in un apposito conto corrente presso la Casa della Memoria.

Nel 2014, con il progetto Una formella per ogni vittima, parte una sottoscrizione alla quale la cittadinanza può contribuire attraverso l’acquisto di una cartolina dedicata, messa a disposizione dalla Casa della Memoriaalle varie associazioni culturali, artistiche, sportive, alle librerie e ai punti vendita associati all’iniziativa. Il 28 maggio 2014, nella ricorrenza del 40° anniversario della strage di Piazza Loggia, la cartolina viene spedita dalla Casa della Memoria a tutte/i coloro che hanno dato il proprio contributo alla sottoscrizione.

Il Percorso della Memoria è dunque un work in progress che riesce a coinvolgere attivamente non solo le istituzioni, ma anche la cittadinanza e a superare la dimensione municipale, per assume rilevanza nazionale, riscuotendo fra gli altri il plauso di Agnese Moro, figlia dell’importante uomo politico assassinato dalle Brigate Rosse, e internazionale, con la consegna, nel settembre 2017, al Consolato generale d’Italia a New York e al museo del Memoriale dell’11 settembre, di una targa che accomuna le vittime dell’attentato alle Twin Towers con i caduti di Piazza Loggia.

In ambito locale, tuttavia, le critiche, benché minoritarie, non mancano; la Rete Antifascista, vicina agli ambienti della sinistra antagonista, per esempio, in un dossier autoprodotto, critica il desiderio di pacificazione e omologazione delle memorie sotteso all’iniziativa, insieme alla scelta di fare riferimento alla pubblicazione del Quirinale Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana e di assumere come data di inizio il 1962 per l’individuazione dei nominativi da incidere sulle formelle, espungendo di conseguenza dalle vittime “i proletari, gente che lottava per i propri diritti: la strage di Portella delle Ginestre (1947), l’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena (1950), gli undici morti ammazzati durante le manifestazioni antifasciste di Reggio Emilia, Licata, Palermo, Catania (1960) e l’assassinio di Giovanni Ardizzone (1962)”. Il dossier sottolinea inoltre “l’esclusione di Luca Rossi, studente assassinato dai fascisti nel 1986, o quella di Tito Tobegia, mitico capo partigiano bresciano, morto in seguito a un’aggressione fascista nel 1968. E ancora tanti altri, perché di sangue proletario e rivoluzionario ne è corso a fiumi, fino a Carlo Giuliani o a Samb Modou e Diop Mor, i due lavoratori assassinati a Firenze il 13 dicembre 2011 da un cecchino di Casa Pound e il bresciano di nascita Davide “Dax” Cesare nel 2003”.

 

 

 




Brescia – Memorie e memoria dal basso (Parte prima)

Passeggiando per Brescia è importante guardare anche per terra per non perdersi l’orizzontale museo diffuso che dal 2012 ha iniziato a dipanarsi per le vie della città con le formelle per le vittime del terrorismo e le pietre di inciampo, realizzate per iniziativa rispettivamente della Casa della Memoriae della Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura.

La città, fondata nel IX secolo a.C. sul colle Cidneo, è stata soggetta nel corso della storia a numerosi e differenti dominatori, dai Romani alla Repubblica di Venezia, dai Longobardi ai Visconti, dai Francesi agli Austriaci. A partire dalla dominazione romana, iniziata nel I secolo d.C., il centro urbano inizia a svilupparsi anche nella piana ai piedi del Cidneo, mentre il nucleo primitivo sul colle viene in parte a perdere di importanza, fino a quando, nel XIII secolo, vi si inizia la costruzione di una fortezza, di impianto prevalentemente veneziano-visconteo, comunemente conosciuta come il “Castello”.

Foto 1. Il castello di Brescia

Questo imponente complesso fortificato, uno dei più vasti in Italia, domina sulla città e perciò è anche noto come il “Falcone d’Italia”. Proprio grazie alla sua posizione e all’evoluzione delle tecniche militari, nel corso dei secoli diventa un sistema difensivo inespugnabile e un perfetto strumento di controllo sulla città da parte dei vari dominatori. Gastone di Foix nel febbraio 1512, dopo avere inutilmente intimato la resa alla città assediata, fedele ai Veneziani, vi fa irrompere dal Castello e da una delle porte cittadine 12.000 soldati francesi, che la mettono a ferro e fuoco per diversi giorni, causando migliaia di vittime in un tragico “carnevale di sangue” ricordato anche come “sacco di Brescia”. Nel 1849, durante l’insurrezione delle Dieci Giornate di Brescia, la guarnigione austriaca del generale Nugent, acquartierata in Castello, spara sulla città, che si arrende solamente il 1° aprile, dopo che il maresciallo Haynau la notte precedente ha raggiunto con le sue truppe la fortezza, attraverso la Strada del Soccorso, un percorso segreto di età viscontea che collega la sommità del Cidneo al centro urbano. La repressione è durissima; gli insorti fatti prigionieri sono rinchiusi in Castello e molti di loro fucilati nei fossati e sugli spalti, fino al 12 agosto, data dell’amnistia voluta da Radetzky. Tra la fine del XIX e l’inizio del secolo, le pendici del colle, fino allora brulle per permettere l’avvistamento di eventuali nemici, cambiano completamente volto; vengono creati viali alberati e collocati monumenti e steli commemorative e il Castello comincia ad assumere una funzione pubblica di carattere ricreativo e culturale-scientifico, a partire dal suo rilancio, che inizia ospitando nel 1904 l’Esposizione Industriale Bresciana e nel 1909 l’Esposizione internazionale di applicazione dell’elettricità. Dal 1943 al 1945 Brescia è parte della Repubblica Sociale Italiana, e nei “600 giorni di Salò” in città hanno sede alcuni ministeri e in Castello le compagnie Lazio, Ausiliaria, Ordine Pubblico, Pronto Intervento, qualche plotone delle SS tedesche, la guardia personale di Graziani, la commissione permanente di disciplina della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana). Sempre in Castello sono fucilati numerosi esponenti della Resistenza nella cosiddetta Fossa dei Martiri (foto 2); l’ultima esecuzione ha luogo il 24 marzo 1945 con la fucilazione alla schiena del partigiano Giacomo Cappellini, della quale recano testimonianza una lapide commemorativa e il muro scheggiato dai proiettili.

Foto 2. La fossa dei martiri

Un filo rosso di sangue, dolore e violenza, che intreccia tempi e memorie diverse, si dipana dal Castello, percorre la città e si coagula in alcuni luoghi precisi. Il Salone Vanvitelliano della Loggia, il palazzo comunale di Brescia situato nell’omonima piazza (in copertina), conserva in una parete interna il foro provocato da una granata austriaca durante le Dieci giornate del 1849, mentre una delle colonne dei portici che si affacciano su Piazza Loggia, esattamente di fronte al palazzo, mostra ancora le ferite dell’esplosione del 28 maggio 1974. Quel giorno Brescia è drammaticamente ferita dal terrorismo neofascista, colluso con apparati dello Stato; un ordigno esplosivo, collocato in un cestino portarifiuti sotto i portici che costeggiano Piazza Loggia, provoca una strage. Si contano 102 feriti e otto morti: un pensionato, ex partigiano, Euplo Natali, 69 anni; due operai, Bartolomeo Talenti, 56 anni, e Vittorio Zambarda, 60 anni; e cinque insegnanti, Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, Livia Bottardi Milani, 32 anni, Alberto Trebeschi, 37 anni, Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni e Luigi Pinto, 25 anni. Dopo depistaggi nelle indagini e un iter processuale lungo 43 anni si arriva al giudizio definitivo in Cassazione nel giugno 2017, che conferma la condanna all’ergastolo nei confronti di Carlo Maria Maggi, medico, ex ispettore veneto dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo, e di Maurizio Tramonte, l’ex fonte ‘Tritone’ dei servizi segreti. Alla lettura del verdetto è presente in aula, tra gli altri, Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei familiari dei caduti di Piazza Loggia, e fondatore nel 2000, con il Comune e la Provincia di Brescia, della Casa della Memoria, centro di documentazione sulla strage bresciana e la violenza terroristica, in particolare quella neofascista.

Foto 3. La stele e il manifesto a ricordo della strage

 




Sul limite

Nella Divina commedia Ulisse, secondo Piero Boitani, “non è una statua, ma una fiamma: è la lingua di fuoco che dice di un greco condannato a morte dal Dio di un’altra cultura” (Piero Boitani, Parole alate, Milano, Mondadori, 2004, p. 241).

Nel finale della trasposizione cinematografica di Frankenstein di Mary Shelley realizzata da Kenneth Branagh nel 1994, in uno scenario ghiacciato, ai limiti del mondo, lo scienziato, che ha osato sfidare le leggi della natura e di dio, giace morto sulla banchina che, improvvisamente comincia a spaccarsi, proprio durante la cerimonia funebre, inducendo il capitano Richard Walton e il suo equipaggio a mettersi in fuga per raggiungere la nave. Sarà l’essere da lui creato a sottrarsi alla salvezza – ma è possibile per il “mostro” la salvezza? una vita tra gli esseri umani? – e a nuotare fino a raggiungere il banco di ghiaccio su cui è coricato il corpo del suo creatore, brandendo una fiaccola con la quale gli dà fuoco e perendo insieme a lui nel rogo. Anziché Ulisse e Diomede, creatore e creatura, uniti nella stessa fiamma, che arde in un paesaggio livido come il Cocito dantesco, cupo e senza speranza. Il capitano Walton, che attraverso mille perigli voleva insieme ai suoi uomini raggiungere il Polo Nord, invece di proseguire verso la meta come Ulisse, interrompe il folle volo e decide di volgere la prua verso casa.

Il romanzo epistolare di Mary Shelley si chiude invece sul “mostro” che, raggiunto Frankenstein, ormai morto, sulla nave di Walton, si allontana poi dall’imbarcazione camminando sulla banchisa per darsi fuoco, affinché dai suoi resti carbonizzati non sia possibile comprendere come dare vita a un altro essere come lui.

Entrambi i finali, quello del libro e quello del film, sono drammatici; entrambe le opere si concludono con un rogo, elemento di catarsi, nel romanzo solamente evocato dalle parole del Demone, come Frankenstein era solito definire l’essere che aveva creato, mentre nel film il fuoco è mostrato a rischiarare la cupa notte artica, sottolineando in questo modo il contrasto tra la luce e le tenebre, il calore del fuoco e il gelo dei ghiacci. È un’immagine di sapore dantesco che richiama in modo immediato e potente uno dei Leitmotiv dell’Inferno, il contrasto tra luce e oscurità, caldo e freddo, l’occhio luminoso del Creatore e il buio cui sono dannati per l’eternità coloro che hanno vissuto nelle tenebre del peccato. Nell’Inferno il Creatore è Dio, in Frankenstein è l’omonimo scienziato, ovvero un uomo, alla fine punito per la sua hybris, come l’Ulisse dantesco. Il titolo integrale del romanzo di Mary Shelley è Frankenstein, o il moderno Prometeo, a richiamare la figura dell’eroe mitologico orribilmente punito dagli dei per avere condiviso con i mortali il dono del fuoco. Prometeo, l’Ulisse dantesco e Frankenstein incarnano in modo diverso il tema del limite umano e del suo superamento, ma sono tutti egualmente e tragicamente sconfitti. Prometeo e l’Ulisse di Dante oltrepassano il limite segnato per i mortali dalle entità divine, mentre Frankenstein addirittura si sostituisce a Dio nell’atto della creazione della vita. In epigrafe a Frankenstein, o il moderno Prometeo Mary Shelley pone la seguente citazione dal Paradiso perduto di John Milton: «Ti ho forse chiesto io, Creatore, di farmi uomo dall’argilla? Ti ho forse chiesto io di trarmi fuori dall’oscurità?». È Adamo che parla a Dio, ma le sue parole non stonerebbero se fossero rivolte dal Demone a Frankenstein, il suo creatore.  La prima edizione del romanzo esce esattamente duecento anni fa, nel 1818, seguita da quella definitiva, in parte rimaneggiata, nel 1831.

Negli stessi anni Giacomo Leopardi fa poesia delle sue riflessioni sull’infelicità.

Il piacere, illimitato e assoluto è agli esseri umani inattingibile, se non nell’immaginazione, poiché il limite è insito nella condizione umana; la continua e sempre frustrata ricerca della felicità, sancita pochi decenni prima addirittura come diritto inalienabile dalla Dichiarazione dei Diritti, si trova tutta in questo impari scontro tra finito e infinito, nell’impossibile superamento del limite. L’antagonista della “letteratura del limite” di cui sono protagonisti Prometeo, l’Ulisse dantesco e anche Frankenstein si incarna negli dei dell’Olimpo oppure nel dio cristiano; in Leopardi invece lo sguardo si sposta e la potente e invincibile nemica è la “natura matrigna”. Combatterla è impossibile e inutile, stolto è confidare nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, saggio è accettare la propria umana insignificanza nel cosmo poiché alle stelle “L’uomo non pur, ma questo/ Globo ove l’uomo è nulla, / Sconosciuto è del tutto”.

Dal tentativo di superamento del limite si passa all’accettazione dolorosa del limite, sia pure in parte lenita dall’immaginazione; dalla dialettica essere umano/divino si passa a quella essere umano/natura, ma il problema del limite resta. Anche oggi; e forse proprio per questo le figure di Prometeo e dell’Ulisse di Dante e l’opera di Mary Shelley e di Giacomo Leopardi, una giovane donna e un giovane uomo di duecento anni fa, ci parlano così da vicino e ancora ci interrogano.

Su noi stessi e le grandi questioni del nostro presente.

 

In copertina. Particolare di Ritratto di Mary Shelley (Richard Rothwell, 1840)