Caterina Sforza

È giovane e bella Caterina Sforza. Nel quadro La dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi, dipinto presumibilmente tra il 1485 e il 1490 e ritenuto da gran parte degli studi l’unico ritratto certo della nobildonna, è raffigurata una giovane dai capelli biondi con alle spalle un paesaggio. La fanciulla tiene in mano alcuni gelsomini, forse simboli collegabili agli interessi di Caterina per le scienze, sia la botanica che la chimica, che la portarono a ricercare e individuare molti rimedi naturali nella cosmesi e nella medicina.
Ma chi è stata Caterina Sforza e quale ruolo ha avuto nella storia rinascimentale d’Italia?
Era figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e di Lucrezia Landriani. Nell’infanzia della bambina, più che la madre, furono presenti la nonna Bianca Maria Visconti, che si prese cura di lei, la seguì amorevolmente e la educò ai doveri e agli onori del suo ruolo, e Bona di Savoia, la moglie del padre, che la accolse con affetto sincero e gentilezza, riuscendo a instaurare un rapporto affettuoso durato tutta la vita.
La bambina ricevette una buonissima educazione alla quale rispose mostrandosi allieva interessata, dotata di grande memoria, desiderosa di conoscere e comprendere ciò che le veniva insegnato. Vivendo in una corte immersa nel clima raffinato dell’Umanesimo, conobbe gli artisti e i letterati che frequentavano e animavano il ducato di Milano; studiò la lingua latina, la cultura classica, si appassionò alle scienze, in particolar modo alla botanica e alla chimica; subì anche il fascino delle armi, che imparò a usare ereditando il gusto dal padre e dalla nonna Bianca Maria: amò il combattimento, fu coraggiosa e ardita. 

Come era uso nelle famiglie nobili del passato, Caterina venne presto osservata dal padre attraverso le lenti delle politiche matrimoniali e delle alleanze strategiche: Galeazzo Maria, nonostante il sincero affetto per la figlia, la considerò una pedina da manovrare per creare alleanze dinastiche favorevoli ai suoi progetti politici. Di questo Caterina era conscia, diede prova, a tempo debito, di essere ubbidiente e decisa nell’accettare il proprio destino; non si dimostrerò, al contrario, passivo strumento nelle mani altrui, anzi saprò essere protagonista di tante vicende storiche e politiche.

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Una delle prime apparizioni ufficiali di Caterina avvenne a Firenze, nel 1471. Si recò in Toscana insieme al padre Galeazzo e a Bona di Savoia per visitare la famiglia Medici. La corte milanese si mosse con gran pompa: carri rivestiti con tessuti d’oro e d’argento, moltissimi cavalli riccamente bardati, 100 uomini armati, 500 fanti, 50 staffieri vestiti di seta e argento, 500 coppie di cani e moltissimi falconi e sparvieri per la caccia; con la famiglia ducale, inoltre, un lungo seguito di aristocratici e cortigiani. Ad accoglierli tutto il fasto di cui era capace la famiglia medicea, che trasformò la città in un grande palcoscenico teatrale. Non è difficile immaginare il fascino subito da Caterina alla vista degli ingegni di Brunelleschi, straordinarie macchine per “effetti speciali” che animarono gli allestimenti delle rappresentazioni. La città e la famiglia toscana, conosciuti in questa occasione, tornarono nella sua vita ma lei, ancora bambina, questo non poteva ancora saperlo.

Nel 1473 venne firmato il contratto di fidanzamento con Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, e il matrimonio fu celebrato per procura a Milano; solo nel 1477, quando Caterina raggiunse “un’età conveniente”, si unì al marito.
A Roma, pur ancora molto giovane, divenne un personaggio di spicco nella corte di Sisto IV. Raffinata come era, frequentò artisti, letterati, musicisti, partecipò a cerimonie pubbliche, ricevimenti, visite diplomatiche e si trovò al centro della considerazione anche del papa. Commissionò opere, fece realizzare architetture, collezionò oggetti preziosi; nei territori romagnoli governati dal marito contribuì a trasformare il volto dei centri urbani rafforzando la rocca di Imola, costruendo edifici difensivi, palazzi e ville secondo il gusto elegante del Rinascimento. A Milano, quando tornava per mantenere vivi i legami familiari e politici con la famiglia d’origine, ebbe modo, presumibilmente, di conoscere e seguire i lavori e le ricerche, anche scientifiche, di Leonardo. La passione per le scienze non l’abbandonò mai e, nonostante gli impegni da affrontare, non tralasciò i suoi studi riuscendo via via a conseguire un’esperienza e una conoscenza tali da potersi confrontare con medici e scienziati del tempo.
Di questi interessi scientifici resta un libro, Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì, in cui sono racchiuse 471 ricette. 

Ecco alcuni di quei rimedi: 

Aqua a fare la faccia bianchissima et bella et lucente et colorita: piglia chiara de ove et falla distillar in alambicco et con quella aqua lava la faccia che è perfectissiina a far bella et leva tutti li segni et cicatrici; […] A guarir le mano crepate: piglia succo de ortiga et un poco de sale et nzestica insieme bene et ognete le mano dove sonno crepate; […] A fare aqua de oclmi perfectissimna: piglia aqua vida (acquavite) aqua rosada aqua de imuta aqua de finochi zucaro fino et mestica omnni cosa insieme etpoi mmzetti una goccia ne lo occhio; […]  A far li denti bianchi: piglio un maruio bianco, corallo bianco, osso di seppia, salgetnnma, incenso et mastice. Polverizza bene et metti detta polvere in un sacchetto di tela piccolo, frega i denti poi lava con buon vino et poi frega coli una pezza di panno scarlatto; A fare odorare la bocca et el fiato: piglio scorsa de cedro, noce moscata, garofoni et salvia. Fa polvere, incorpora con vino et fanne pallottole et pigliane prima ti el cibo et de poi del cibo […] A far venir capelli de color castagnaccio se prima fossero bianchi: piglio mela cruda et fanne aqua con alambicco de vetro a fuoco lento et bagna 4 o5 volte la settimana et veniranno eccellenti”.

In una delle prime biografie scritte su Caterina Sforza, Pier Desiderio Pasolini raccontò: 

Era in lei (scrivono i contemporanei) una virtù meravigliosa per trovare tempo per tutto e per tutti. Nonostante le cure della famiglia, dei figlioli, della corte, della politica, trovava modo di leggere molto, e pare che più che altro leggesse libri storici e divoti”. E ancora: “Caterina è l’ideale della virago cantata dal Boiardo, dall’Ariosto e dai poeti romanzeschi. Caterina è l’ultimo, ma forse il perfetto tipo dell’eroina cavalleresca del medioevo. Essa è grande nella storia non già per aver iniziato tempi nuovi, ma per avervi spiccato come figura antica”. 

Come scrive Joyce de Vries nel suo Caterina Sforza and the art of appearances, il termine virago mette in evidenza i tratti duplici del personaggio, quelli femminili e quelli maschili, che si alternano nel corso della sua vita.

La storia ci ha tramandato anche un altro suo aspetto interessante, emerso soprattutto dopo la morte di Sisto IV, nell’estate del 1484, quando tumulti popolari e disordini terrorizzarono Roma. Le biografie ricordano Caterina audace e determinata mentre cercava di raggiungere Castel Sant’Angelo e rivendicare il ruolo del marito Girolamo Riario a governatore; la sua fu la difesa estrema del potere che sembrava vacillare e, a capo di un contingente di soldati, resistette ben dodici giorni prima di arrendersi.
Gli stessi tratti ardimentosi li mostrò alla morte di Girolamo, ucciso in una congiura il 14 aprile 1488. In pochi giorni passò dalla condizione di prigioniera a Signora dei territori di Forlì e Imola e il 30 dello stesso mese diventò reggente per conto del figlio Ottaviano. Seppe ancora una volta adattarsi alle mutate condizioni proponendo di sé una doppia immagine, quella di vedova fedele e di reggente determinata. Vendicò la morte del marito mettendo in prigione chiunque avesse appoggiato la congiura contro di lui, distrusse le abitazioni delle famiglie avverse al suo potere distribuendo i loro beni fra le persone indigenti.
Dopo la vendetta Caterina, che controllava Imola e Forlì con i loro territori, potè dedicarsi alla politica e al governo, non solo stabilendo alleanze strategiche ma prendendo decisioni per il suo Stato: rivide il sistema fiscale, ridusse o eliminò alcuni dazi, controllò le spese, si dedicò all’approvvigionamento delle truppe militari e al loro addestramento. Per la sicurezza dei suoi possedimenti, situati in una posizione di passaggio obbligato tra Nord e il Sud Italia, pur consapevole del valore strategico degli apparati militari in questo periodo di forti tensioni fra il regno di Napoli e il Ducato di Milano, preferì rimanere neutrale. 

La terribilità e la forza indomabile di Caterina si rivelarono in un’altra occasione, nel 1495, quando fu assassinato in un agguato il suo secondo marito, Giacomo Feo, sposato in gran segreto per non perdere la tutela del figlio e il controllo del governo. Le testimonianze storiche attestano verso i congiurati una severità impressionante nelle punizioni che apparvero, al giudizio dei contemporanei, superiori per durezza alle repressioni dopo la morte di Riario. La Signora di Imola e Forlì fece scelte politiche e svolse compiti con impegno straordinario e, sempre secondo Joyce de Vries, il suo ruolo pubblico fu gestito da lei in modo tale da contrastare la disapprovazione sociale che accompagnava le donne in posizioni di comando.

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La terza fase della vita di Caterina cominciò quando incontrò l’ambasciatore della Repubblica di Firenze Giovanni de’ Medici detto il Popolano, membro di un ramo collaterale della famiglia toscana. Questo matrimonio fu celebrato nel 1497, Caterina aveva 34 anni, Giovanni quattro di meno, dalla loro unione nacque Ludovico.
La loro storia era destinata a durare poco, Giovanni si ammalò improvvisamente, a nulla servirono le cure e il trasferimento a Santa Maria in Bagno, dove si sperava che le acque termali potessero avere un effetto benefico. Caterina era sempre al suo capezzale, lo assistette fino alla fine avvenuta il 14 settembre 1498; da quel momento in poi decise di chiamare il figlio col nome Giovanni, in memoria del padre. Per chi era al comando, il dolore non poteva prendere il sopravvento sui doveri politici e militari e Caterina non fu da meno. Si scontrò con l’esercito di Venezia per la difesa di Forlì, nel 1499 si preparò ad affrontare le truppe del re di Francia Luigi XII rinforzando le rocche, facendo scorte di viveri per sopportare l’assedio, addestrando i soldati e le nuove reclute. “La più bella, la più audace e fiera, la più gloriosa donna d’Italia, pari se non superiore ai grandi condottieri del suo tempo” l’ha definita Cecilia Brogi nel suo libro su Caterina Sforza; le cronache del tempo raccontano che riuscì a contrastare con successo l’assedio dell’esercito francese per molti giorni, cercando di contrattaccare in ogni modo. A capo dell’esercito francese era Cesare Borgia, che aspirava al comando della Romagna: il figlio di Alessandro VI ebbe la meglio solo il 12 gennaio 1500, dopo che la Rocca di Ravaldino fu bombardata per sei giorni consecutivi. Machiavelli definì la strenua difesa di Caterina come una “Magnanima impresa”: ben si capisce quindi l’appellativo di Tygre assegnatole dalle cronache del tempo.
Caterina, al momento della cattura, si dichiarò prigioniera delle truppe francesi, sapendo che una legge in vigore in Francia non consentiva alle donne di essere trattate come detenute di guerra. Se Cesare Borgia abbia fatto buon viso a cattivo gioco a questo guizzo di furbizia non è del tutto accertato, di fatto la donna venne presa in consegna dai suoi uomini, trattata come un’ospite ma trasferita a Roma. In un primo momento fu condotta in Vaticano e alloggiata nel Palazzo del Belvedere; successivamente, incolpata di aver attentato alla vita di papa Borgia, fu rinchiusa nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Anche senza fonti storiche unanimi, non è difficile immaginare che l’irriducibile donna sarebbe stata realmente capace di avvelenare il pontefice pur di riconquistare la libertà e i suoi territori.
Nella fortezza di Castel Sant’Angelo Caterina rimase per circa un anno, fino all’estate del 1501, liberata grazie all’intervento dell’esercito francese. Riacquistata la libertà fu costretta però a firmare un documento di rinuncia a ogni pretesa di governo sui territori di Imola e Forlì.
Ora le restava solo la possibilità di lasciare Roma alla volta di Firenze e raggiungere i suoi figli e la sua unica figlia Bianca. Caterina, ai tempi in cui Giovanni de’ Medici era ambasciatore, aveva ottenuto la cittadinanza fiorentina: questo status le permise di vivere nei possedimenti del suo ultimo marito, soprattutto nella Villa di Castello.
Siamo alla quarta fase della sua esistenza, ancora una volta densa di contrasti.
In primo luogo quelli con il cognato per l’affidamento del figlio più piccolo, Giovanni.
Al momento dell’arresto il bambino le venne sottratto ma, una volta riacquistata la libertà, Caterina sfoderò tutta la determinazione di madre e diede battaglia legale, vedendo alla fine riconosciuti i suoi diritti. La sua detenzione non poteva essere paragonata a quella per un delitto comune e il giudice, nel 1504, le restituì il piccolo, il futuro Giovanni Dalle Bande Nere. Caterina lottò anche per riconquistare i territori sottratti da papa Alessandro VI Borgia, scomparso nel 1503: la sua morte significava la perdita di potere del figlio Cesare e Caterina cominciò a sperare di poter tornare a governare Imola e Forlì; anche il nuovo papa Giulio II non era contrario alla manovra politica. Questa volta però fu il popolo a non volere più il governo della contessa e quindi non le rimase altra possibilità che chiudere definitivamente questa fase della sua esistenza.
Si dedico unicamente alla famiglia, alle relazioni sociali, alle ricerche chimiche, cosmetiche e mediche e alla scoperta di rimedi naturali. Nonostante gli interessi per il mondo medico-scientifico, nulla poté la sua esperienza contro una forte polmonite che la uccise nella primavera del 1509. 

In copertina: Roma, foto di Linda Zennaro




Bologna la “Dotta”, attenta e rispettosa della memoria femminile

Nel panorama piuttosto uniforme dell’odonomastica urbana, non sempre sensibile a valorizzare la storia e la memoria delle donne, fa piacere osservare come alcune amministrazioni cerchino di invertire la rotta e di dare giusta visibilità alle figure femminili del passato e del presente ricordandole nelle aree pubbliche cittadine.
Il Comune di Bologna ha realizzato un’applicazione cartografica denominata “Toponimi Femminili” attraverso la quale vengono evidenziati tutti i luoghi cittadini (vie, aree verdi, percorsi pedonali, piazze, rotatorie stradali) cui è stato dato un nome femminile.
L’applicazione, attiva dalla fine di aprile, invita le persone a scoprire la città secondo prospettive poco usuali, quelle di genere.
In ordine alfabetico sono presentate tutte le intitolazioni femminili della città: ci sono i nomi delle Sante e i numerosi appellativi della Madonna, espressioni di denominazioni più antiche in cui la devozione popolare mostrava caratteri incisivi e dominanti anche nella definizione degli spazi urbani; ci sono le scrittrici, le artiste, le cantanti liriche e le donne dello spettacolo, le politiche, le partigiane, le donne di scienza e di sport; alcune intitolazioni sono dedicate a donne comuni che hanno attraversato la Storia in modo drammatico senza volerlo, come le vittime della strage alla stazione della città del 2 agosto 1980.

http://sitmappe.comune.bologna.it/ToponimiFemminili/src/index.html?appid=d17f07c016ca4f018157d278e4dd7c08

Sulla foto aerea della città ognuno di questi luoghi viene evidenziato a seconda della sua tipologia: le strade sono individuate da un segmento rosso, giardini e parchi con il colore verde intenso, piazze e rotatorie da un disco rosso, i percorsi pedonali con linee gialle.
Nella parte sinistra dell’applicazione appaiono le descrizioni di tutte le figure femminili ricordate ‒ben 99 ‒accompagnate quasi sempre con la loro immagine, la loro biografia, la loro classificazione e tutti i dati toponomastici utili a conoscere la storia di quell’intitolazione. Per completare le note biografiche sono stati presi spunti anche dalle ricerche svolte dall’Enciclopedia delle donne e da Toponomastica femminile, primo passo di una collaborazione che ci si augura ricca di attività positive.

L’applicazione è ancora in fase di completamento e si presenta come uno spazio di memoria in divenire: quando tutti i dati utili saranno inseriti, il quadro di ciò che esiste sarà definito e si potrà procedere con aggiornamenti periodici, in base alle nuove intitolazioni decise dalla Commissione Toponomastica.
Il Comune di Bologna appare sensibile nei confronti di una odonomastica cittadina rispettosa della storia e della memoria delle donne: nei prossimi mesi, tra giugno e ottobre, sono previste le intitolazioni a Alida Valli, Margherita Guidacci, Ilaria Alpi, Maria Montessori.
Molte delle donne ricordate nelle targhe stradali hanno legami con la città, sono nate, o vissute o morte a Bologna, come la scultrice e intagliatrice di gemme Properzia de’ Rossi, attiva nella prima metà del XVI secolo, considerata da Vasari un’importantissima femmina scultoratanto da inserirla nelle pagine delle sue Vite; accanto a lei la pittrice Elisabetta Sirani, la matematica Matia Gaetana Agnesi, che a Bologna nel 1748 ebbe da Papa Benedetto XIV la cattedra di Matematica dell’Università di Bologna in sostituzione del padre. E ancora: la sindacalista emiliana Argentina Altobelli, prima Segretaria della Federazione dei Lavoratori della Terra di Bologna, l’attrice e poeta Isabella Andreini Canali che, nella seconda metà del XVI secolo, entrò a far parte della compagnia teatrale di Bologna detta dei «Comici Gelosi», la medica Edmea Pirani che, pur nata ad Ascoli Piceno, esercitò nel capoluogo emiliano la professione di pediatra e qui si dedicò a numerose attività filantropiche.

Molte le partigiane, da Irma Bandiera, nata a Bologna nel 1915 e trucidata nel ’44 e insignita della Medaglia d’oro alla Resistenza, a Francesca Edera De Giovanni, detta Edera, fucilata il 1° aprile del 1944 dai fascisti contro il muro della Certosa della città.

Foto di Maria Pia Ercolini. Via Irma Bandiera

Alcune figure hanno un carattere più nazionale se non internazionale come la regina Margherita di Savoia, la principessa Mafalda di Savoia, madre Teresa di Calcutta, Nilde Iotti, le attrici Eleonora Duse, Greta Garbo e Anna Magnani, la giornalista Tina Merlin, la scrittrice premio Nobel Grazia Deledda. Un giardino è stato dedicato anche alla cantante statunitense Janis Joplin ricordata per l’intensità delle sue interpretazioni.

Davvero una buona pratica quella avviata dal Comune di Bologna, un percorso non scontato che si pone come un’azione positiva e propositiva verso una storia e una memoria riequilibrate, un esempio replicabile, ci si augura, da molte altre amministrazioni pubbliche.




Roma, 25 maggio. Un nuovo salotto letterario toponomastico

I salotti letterari, tanto cari agli ambienti illuministi, avevano precedenti illustri nella storia dell’antica Grecia, quando i cittadini maschi adulti davano vita ai simposi, si intrattenevano in banchetti e li animavano con discussioni colte, musica, danze e la presenza di ragazzi e ragazze che facevano da contorno alle dotte riflessioni degli uomini.

Foto 1. Lettura di Moliere in un salotto letterario del ‘700

Quello che si terrà venerdì 25 maggio alle ore 18 nella sala al piano terra della Biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma è il 4° salotto letterario romano di Toponomastica femminile. Qui, al contrario del mondo greco, le protagoniste sono le donne: Toponomastica femminile vuole infatti accendere la luce, attraverso l’interpretazione di brani e di versi di scrittrici, poete, giornaliste, filosofe ricordate nella toponomastica italiana e straniera, su quanto l’immaginazione femminile ha saputo creare con le parole.
Si tratta di un’occasione per entrare all’interno del mondo letterario femminile, così tanto sacrificato in nome dei canoni letterari alti,e riscoprire il pensiero e la scrittura delle donne; è anche un momento in cui riconquistare la bellezza dell’ascolto, quell’ascolto che incanta sempre bambine e bambini e che molto spesso, crescendo, perdiamo e dimentichiamo.

Il 4° salotto letterario presenta autrici molto diverse fra loro: si leggeranno versi di Saffo accanto a testi più recenti come quelli di Alda Merini; si andrà dalle riflessioni tardo ottocentesche di Matilde Serao sulla canzone popolare alle ricostruzioni storiche di Anna Banti, di Marguerite Yourcenar e Miriam Mafai, dalla forza vitale di Goliarda Sapienza alle profonde riflessioni di Alba De Céspedes, dai pensieri di Virginia Woolf e Natalia Ginzburg alle malinconiche vicende descritte da Paola Drigo e Grazia Deledda fino alle gioiose storie di Giana Anguissola.
Esiste un filo conduttore che lega fra loro pagine e parole così diverse, ed è la musica.
Ogni brano o verso scelto per la lettura ad alta voce avrà come tema il fascino e la suggestione della musica, suonata, ascoltata, evocata, immaginata.
Perché questa scelta? Perché la musica, in passato, rientrava nell’educazione delle giovani donne, insieme al disegno, al cucito, alla lettura, era presente nella loro vita e nella loro formazione. Alle ragazze veniva impartito l’insegnamento di uno strumento musicale, eppure era un insegnamento senza sbocchi futuri, che non portava a carriere artistiche e alla possibilità di affermarsi. Quel sapere musicale rimaneva chiuso all’interno delle mura domestiche, non spiccava il volo, era buono solo per allietare qualche occasione di incontro e le serate di ricevimenti.
E, come è stato per la sfera letteraria, anche quella musicale ha visto l’ingegno femminile adattarsi alle convenienze e sacrificarsi in nome delle regole sociali.

Come negli antichi simposi anche nel corso del salotto letterario toponomastico del 25 maggio si lascerà spazio alla musica, e non soltanto quella evocata nelle pagine scritte. Verranno eseguiti alcuni brani musicali scritti da donne contemporanee molto famose, Consuelo Velázquez, Jony Mitchel e Cindy Lauper, proposti ed eseguiti da un uomo, il musicista Massimo Fedeli, al pianoforte.

Foto 2. La Biblioteca comunale di Villa Leopardi a Roma

 

 




ITALIA – Memorie femminili a Villa Sciarra

Villa Sciarra, preziosa area verde del quartiere Monteverde Vecchio, non lontana dalla più vasta e celebre Villa Pamphili, conserva memorie storiche femminili assolutamente insospettabili, come un filo continuo che dal mondo antico giunge fino al XX secolo.

Il parco era in passato il Lucus Furrinae, un bosco sacro dedicato a Furrina, una delle prime divinità di Roma. Legata probabilmente alle acque sotterranee e ai pozzi utilizzati per il loro sfruttamento, le era dedicata una fonte sacra qui e una ad Arpino, ricordata anche da Cicerone, e il suo culto si celebrava il 25 luglio con le Furrinalia.
Il nome di Furrina, che per assonanza fu anche associato alle Furie, si trasformò presto tanto che cominciò a essere ricordato con il plurale Furrinae o nymphae Forrinae; in età imperiale il culto si era già disperso probabilmente assorbito dal quello per il dio Nettuno.
Gran parte del parco di Villa Sciarra costituiva gli Horti di Cesare, la villa suburbana in cui venne ospitata Cleopatra, insieme al figlio Cesarione, durante il soggiorno a Roma tra il 46 e il 44 a. C.
La regina d’Egitto, di vasta e raffinata cultura, trasformò gli Horti in una vera corte, realizzando opere edilizie di grande sfarzo, sontuosi mosaici pavimentali e affreschi parietali ispirati a temi mitologici. Quelli che dovevano essere campi coltivati vennero mutati da Cleopatra in giardini delle delizie e la villa ospitò cenacoli intellettuali in cui si parlava greco, si discuteva di filosofia e si declamavano versi. Sallustio, Orazio ancora molto giovane e un altrettanto giovane Virgilio furono fra i letterati ammessi a questa discussa e controversa “corte imperiale”.

Se nel Medioevo la villa fece parte dei possedimenti del convento di san Pancrazio, in seguito appartenne a numerose e importanti famiglie romane, dai Frangipane ai Mignanelli che ebbero la fortuna di veder realizzati, proprio durante il periodo di loro possesso, le Mura Gianicolensi; grazie alla nuova cinta muraria crebbe il valore economico della proprietà che, protetta da un bastione murario, si trasformò da villa suburbana in villa urbana. L’accresciuto valore consentì a Alessandro Mignanelli di assegnare il possedimento alla figlia Margherita che, nel 1647 sposò Domenico Vaini. Donata dal Vaini al cardinale Antonio Barberini “vita natural durante”, dopo la morte del cardinale fu oggetto di contesa fra le due famiglie e nel 1672 tornò nelle mani della legittima proprietaria, come si legge nell’atto di concordia stipulato tra Margherita Mignanelli, il cardinale Francesco Barberini e il principe Maffeo Barberini.

La grande storia ha in seguito attraversato la villa romana e l’ha trasformata in uno degli scenari di scontro fra garibaldini e truppe francesi durante i giorni di resistenza della Repubblica Romana nel 1849.

Foto.1.ROMA.VILLA SCIARRA. MPE.ORIZZ

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A ricordo di quelle giornate uno dei viali del parco, quello che sale dall’entrata di via Dandolo, ricorda Margaret Fuller Ossoli, giornalista americana che si impegnò con coraggio nelle vicende della Repubblica Romana, prima donna degli Stati Uniti a ricoprire il ruolo di corrispondente dall’estero. Giunta a Roma nel 1847, Margaret abbracciò le idee mazziniane per l’indipendenza italiana e, durante le vicende della Repubblica Romana, divenne responsabile del servizio di ambulanza e regolatrice dell’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina.

La villa fu seriamente danneggiata da quei combattimenti e gli interventi di restauro sulle costruzioni e sul parco furono voluti da Carolina d’Andrea di Pescopagano, moglie di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra proprietario della tenuta. A lei si deve l’inserimento nel giardino di elementi esotici, come prescriveva il gusto di fine Ottocento, come un padiglione cinese e la creazione di serre in vetro e ghisa.
In questo parco Gabriele D’Annunzio, amico di Maffeo II figlio della principessa Carolina, ambientò il duello fra Andrea Sperelli e Giannetto Rutolo de Il Piacere.
Al giovane rampollo Maffeo II si deve invece il declino della proprietà che, dopo una fallita speculazione edilizia e il passaggio alla Banca Tiberina e alla Banca d’Italia, molto ridimensionata nell’estensione, fu acquistata nel 1902 dal diplomatico statunitense George Washington Wurts.

Foto.2- piazzale Wurts.Foto Barbara Belotti

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A lui e a sua moglie Henriette Tower

Foto.3- Henrietta Tower Wurts con il marito George W. Wurts

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si deve l’aspetto attuale. Entrambi appassionati dell’Italia e della sua arte, vollero riportare la proprietà ai fasti passati conferendole un aspetto eclettico. Henriette, ricchissima ereditiera della Pennsylvania, appassionata di arte e di botanica, contribuì sensibilmente, e non solo in termini economici, alla nuova sistemazione.
Furono inserite nel verde numerose statue settecentesche in arenaria, realizzate da Giovanni Ruggeri e provenienti dal Palazzo Visconti di Brignano Gera d’Adda, in Lombardia, come la bella Fontana dei Satiri

alla cui sommità sono riprodotti un biscione ondulante e un fanciullo, simboli dello stemma dei Visconti; di fronte alla fontana si erge una grande voliera in ferro realizzata per l’allevamento dei pavoni bianchi.

Foto.4- Fontana dei Satiri.Foto Barbara Belotti

Foto.5. MPE

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Questa parte del parco ha un aspetto che richiama la tradizione del giardino all’italiana, con sculture, aiuole, siepi e vialetti dall’impianto regolare. Due di questi viali sono dedicati ad altrettanti figure femminili: Rosa Vagnozzi e Antonietta Klitsche.
Rosa, nata a Roma nel 1857, era una giovane colta e intelligente che si laureò in Lettere dedicandosi in seguito all’insegnamento in una scuola magistrale. Come educatrice pensò a una letteratura rivolta alle giovani e ai giovani e scrisse racconti e romanzi storici. Collaborò con l’Osservatore Romano e con altri periodici cattolici firmando i suoi interventi con lo pseudonimo “Myrmica parva” (piccola formica). Fece parte, come socia, dell’Accademia Tiberina, una prestigiosa istituzione fondata a Roma nel 1813 con lo scopo di studiare e promuovere “le scienze e le belle lettere”. Rosa Vagnozzi è morta a Roma nel 1935.

Foto.6-Viale Rosa vagnozzi. Foto di barbara Belotti

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Anche Antonietta Klitsche de la Grange collaborò con l’Osservatore Romano. La sua carriera letteraria vanta più di 100 titoli, fra romanzi, racconti storici e saggi. Nata a Roma nel 1832, Antonietta venne nominata dal Comune di Allumiere Ispettrice delle scuole elementari femminili. Fece parte dell’Arcadia firmando i suoi contributi letterari con il nome di Asteria Cidonia. Antonietta Klitsche de la Grange morì nel 1912.

Foto.7-Viale A.Klitsche.scrittrice. Foto di Barbara Belotti

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Camminando lungo i viali si incontrano statue allegoriche e fontane come quella decorata con piccoli tritoni e lo stemma araldico dei Visconti

Foto.8-Fontana con stemma Visconti. Barbara Belotti

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o quella delle Sfingi, di fronte al Casino Nobile;

Foto.9-Casino nobile e fontana delle Sfingi. Foto Barbara belotti

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più in alto, sulla cosiddetta Montagnola all’altezza della cinta muraria, la gloriette, un padiglione circolare con cupola metallica originariamente rivestita di porporina dorata, si apre sull’ampio panorama verso i Castelli Romani.

Foto.10- la gloriette. Foto di Barbara Belotti

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Il Casino Nobile ospitò numerosi ricevimenti della coppia Wurts-Tower fino al 1914 quando, durante la Prima Guerra mondiale, la villa fu utilizzata come ospedale per i militari affetti da disturbi psichici.
Nel 1930 l’intera proprietà fu donata da Henriette Tower allo Stato Italiano, insieme alla somma di 50.000 dollari per il suo mantenimento; unica condizione posta dalla ricchissima americana fu che Villa Sciarra-Wurts diventasse un parco pubblico aperto alla cittadinanza;l’anno successivo il Casino nobile fu consegnato all’Istituto Italiano di Studi Germanici, che ancora oggi ha qui la sua sede.
Una lapide ricorda la donazione e i nomi di George Wurts e di Henriette Tower Wurts, mentre uno scalpello ha cancellato il riferimento al nome di Benito Mussolini.

Foto.11-Lapide.Barbara belotti

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Henriette Tower, morta a Lucerna nel 1933, è stata seppellita nel Cimitero acattolico di Testaccio accanto a suo marito.

FOTO:

  1. Villa Sciarra – Viale Margatet Fuller Ossoli – Foto di Maria Pia Ercolini
  2. Villa Sciarra – Piazzale Wurts – Foto di Barbara Belotti
  3. George W. Wurts e Henriette Tower Wurts
  4. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana dei Satiri, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  5. Villa Sciarra – la Voliera – Foto di Maria Pia Ercolini
  6. Villa Sciarra – Viale Rosa Vagnozzi – Foto di Barbara Belotti
  7. Villa Sciarra – Viale Antonietta Klitsche – Foto di Barbara Belotti
  8. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana con stemma dei Visconti, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  9. Villa Sciarra – Il Casino Nobile e la Fontana delle Sfingi – Foto di Barbara Belotti
  10. Villa Sciarra – La gloriette – Foto di Barbara Belotti
  11. Villa Sciarra – Lapide commemorativa – Foto di Barbara Belotti




ITALIA – Le Madri della Repubblica

Nel 1946, per la prima volta in Italia, si consentì alle donne l’esercizio del voto attivo e passivo, prima nelle elezioni amministrative di marzo e successivamente con il Referendum istituzionale monarchia-repubblica del 2 giugno. Il diritto di votare e di essere votate costituiva una reale svolta nell’Italia ferita e lacerata da anni di regime e di guerra: le donne potevano scrivere pagine nuove e significative della loro storia e della storia della nazione.
Le 21 neo-deputate elette, meno del 4% dell’intero Parlamento, hanno contribuito a fissare nella Carta Costituzionale principi fondamentali, nuove solide basi con cui ripartire e creare una nuova società, quella in cui viviamo.
Di certo l’apporto delle Madri della nostra Repubblica al riconoscimento del valore e della dignità del pensiero femminile e alla sua libera espressione è stato decisivo. Si devono al loro pensiero e alla loro determinazione l’art. 3 che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.
Se alle idee dei Padri della Costituzione si è sempre dato il giusto riconoscimento, minor considerazione è stata rivolta alle Madri Costituenti: pochissimo spazio – se non silenzio assoluto – sui loro nomi nei libri di storia, negli articoli dei giornali, nelle trasmissioni televisive.

La stessa disattenzione emerge nelle intitolazioni stradali che indicano le figure degne di essere ricordate e celebrate e che concorrono a definire il volto di un popolo.

Nonostante il valore di quelle pagine di storia nazionale, le Costituenti non sono celebrate in tutti i comuni d’Italia e le vie loro dedicate costituiscono un interessante osservatorio della misoginia che ancora pervade il modo di pensare e di ricordare la storia.

Nilde Iotti, una delle cinque deputate che entrarono a far parte della Commissione dei 75 incaricata di formulare la proposta di Costituzione da dibattere e approvare in aula, è la più commemorata.
Vie, piazze e aree verdi la ricordano a Bellaria, Bologna, Calderara di Reno, Canicattì, Carbonia, Carpi, Colbordolo, Genazzano, Modica, Moncalieri, Monterotondo, Olbia, Ozzano dell’Emilia, Pescara, Pianezza, Piombino, Pomigliano d’Arco, Pontedera, Ravenna, Reggio Emilia, Ragusa, Rivalta, Roma, San Quirico d’Orcia…
É la sola Costituente ad aver ricevuto tante intitolazioni sul territorio nazionale.
In molti casi però, e questo vale per esempio per Roma, la sua figura si lega al ruolo successivo di prima donna a presiedere la Camera dei Deputati e a diventare la terza carica dello Stato. Nel 2007 venne inaugurato, dall’allora amministrazione capitolina, un viale all’interno del parco pubblico di Villa Celimontana. Nelle motivazioni presenti nella delibera della Giunta Comunale non si fa alcun accenno al suo impegno nella Commissione dei 75 e al ruolo svolto in quel primo fondamentale momento della vita nazionale. La scelta del luogo, suggestiva ma certamente un po’ appartata per una protagonista della Repubblica, appare legata più alla sfera privata che politica di Nilde Iotti che, nel verde del parco romano, amava passeggiare con Togliatti.

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Fecero parte della Commissione dei 75 anche Teresa Noce, Angelina Merlin, Angela Gotelli, Maria Agamben Federici (di cui si è parlato in un precedente articolo). Pur se in misura minore, anche loro sono ricordate in alcuni comuni italiani. Teresa Noce, militante insieme a Nilde Iotti nel PCI, è entrata nella memoria odonomastica con intitolazioni a Carpi, Lecce, Milano, Mosciano Sant’Angelo (TE), Pessano con Bornago, Pisa e Ravenna; Lina Merlin ha una piazza intitolata ad Adria, vie a Chioggia, Crotone, Ravenna, Rovigo, un giardino a Padova; Maria Agamben Federici strade a L’Aquila, suo luogo d’origine, a Monteleone Sabino e Perugia; una piazza è stata dedicata a Angela Gotelli a Varese Ligure, in provincia di La Spezia, e una via si trova nel paese di Albareto dove nacque nel 1905.

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Altre deputate sono ricordate qua e là in giro per l’Italia con intitolazioni spesso, ma non sempre, nei rispettivi luoghi natali: Adele Bei a Cantiano, Bianca Bianchi a Vicchio, Laura Bianchini a Castenedolo e a Brescia, Maria De Unterrichter Jervolino a Salerno, Angela Guidi Cingolani a Ravenna, Ottavia Penna a Caltagirone, Elettra Pollastrini a Rieti, Maria Maddalena Rossi a Codevilla…

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Tutti riconoscimenti giusti, anche se centellinati, che le relegano in ambiti locali senza alcuna prospettiva ampia e nazionale, loro che invece hanno difeso e immaginato un futuro nuovo per un’intera nazione.
Per altre non c’è spazio né memoria in alcuna città, grande o piccola, d’Italia.
È il caso di Maria Nicotera Fiorini, nata a Catania nel 1913 ed eletta nel gruppo parlamentare della DC, o di Nadia Gallico Spano, classe 1916 e deputata del PCI. Anche ad Angela Minella Molinari non hanno intitolato strade ma a Noli, in provincia di Savona dove si rifugiò nel ’42 con la madre e la sorella dopo i bombardamenti di Torino, le è stata dedicata una biblioteca.

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Fino a poco tempo fa anche Rita Montagnana non aveva ricevuto riconoscimenti odonomastici. Ma qui comincia una nuova storia.

Nell’estate dello scorso anno la Giunta del Comune di Roma ha deliberato l’intitolazione di 7 nuovi percorsi ciclopedonali ad altrettante Madri costituenti, fra queste proprio Rita Montagnana che nella capitale ha a lungo vissuto come parlamentare del PCI e fondatrice dell’UDI. Insieme a lei sono state ricordate Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Angelina Merlin, Teresa Noce, Maria Maddalena Rossi e Elettra Pollastrini.

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La delibera è stato l’atto conclusivo del concorso Sulle vie della parità @ Roma, organizzato da Toponomastica femminile in collaborazione con Legambiente e il Comune di Roma, che ha dato vita a un interessante laboratorio di collaborazione fra istituzioni scolastiche e istituzioni politico-amministrative. La proposta di commemorare nell’odonomastica cittadina le sette deputate è partita dalle alunne e dagli alunni di una scuola romana ed è stata accolta dal Comune di Roma, che ha avviato le procedute tecniche per le intitolazioni di sette tratti consecutivi della pista ciclabile di Monte Mario. Le targhe stradali sono state affiancate da pannelli esplicativi sui quali sono trascritte le biografie redatte dalle/dagli studenti: un’interessante opportunità di rileggere la storia nazionale attraverso uno sguardo di genere.




ITALIA – Storie di modelle

Il desiderio di rievocare nei quadri suggestivi scorci della campagna romana o delle memorie archeologiche portò gli artisti, attivi a Roma nei secoli passati, a cercare modelle e modelli capaci di incarnare lo stereotipo di bellezza naturale e selvaggia attribuito alle genti italiche.

Le modelle sono tutte indistintamente chiamate “Ciociare”, per via del costume indossato, ma molte di loro provengono da un triangolo di particolare magia artistica, quello formato dai paesi laziali di Anticoli Corrado, Saracinesco e Sambuci.

Lo sguardo fiero e profondo, la carnagione olivastra e i capelli scuri, il portamento regale diventano l’emblema della bellezza italiana per molti artisti stranieri. Queste giovani donne passano attraverso l’avvenenza fisica e il fascino per uscire da un’esistenza senza sbocchi e sicuramente non facile: tanta fatica, numerosi figli e ancor più numerose gravidanze.

Il mestiere di posa diventa una sorta di promozione di sé, ma anche del resto della famiglia: il numero considerevole di modelle, provenienti da questa area del Lazio, si spiega non solo con la bellezza fisica, ma anche con la disponibilità dei parenti (e di tutta la popolazione locale) ad accettare questa attività. Il legame fra l’arte e la popolazione diventa, di anno in anno, sempre più forte e intenso, tanto che fare la modella (o il modello) diventa un lavoro vero e proprio.

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FOTO 1. Modella di Anticoli Corrado

2. Angela Toppi, modella di Anticoli Corrado

Foto 2. Angela Toppi, modella di Anticoli Corrado

Per le donne però la realtà è più difficile e complessa.

Nei registri parrocchiali si trovano i nomi “ delle giovani immigrate dai paesi della provincia che, dietro il velo dei mestieri più disparati – stiratrice, sarta, ricamatrice, serva, contadina …” nascondono un lavoro universalmente condannato e giudicato immorale per una donna. Lo status di lavoratrice, nubile o vedova che fosse, priva della “protezione” e del controllo di un uomo, è di per sé – a prescindere dal tipo di lavoro – condizione “atipica” per una donna. Lo è maggiormente se questa attività rientra fra le professioni legate al mondo dello spettacolo o dell’arte e si espone il corpo, contravvenendo alle regole di onestà e castità che ogni donna deve osservare. Se i modelli posavano nudi nelle Accademie senza incorrere nella riprovazione generale, le modelle, ammesse unicamente all’Accademia di Francia, ebbero riconoscimento ufficiale solo nel 1870 con Roma Capitale.

Frequente era il caso di giovani donne povere e non sposate, dedite ai lavori dei campi e alla pastorizia, che in inverno si trasferivano in città, accompagnate da un familiare o dalle stesse madri, come nel caso di Vittoria Caldoni, per continuare a lavorare come modelle allo scopo di integrare il bilancio familiare o farsi la dote.

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FOTO 3. Friedrich Overbeck, Ritratto di Vittoria Caldoni, 1821

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FOTO 4. Angela Colasanti, modella di Anticoli Corrado

Per risparmiare sull’affitto le giovani modelle si riuniscono in gruppi, trovando sistemazioni precarie in locali fatiscenti e dormendo su pagliericci stesi a terra. Ogni mattina si recano a piedi a Trinità dei Monti trasportando ceste cariche di fiori, di cicoria o di prodotti artigianali che sperano di vendere mentre aspettano di essere reclutate per una posa. Chi non riesce ad entrare in un circuito di ingaggi alterna l’attività saltuaria a servizi domestici e a lavori di cucito; altre, nell’attesa dell’ingaggio, vendono fiori – spesso violette – sulla scalinata di Trinità dei Monti.

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FOTO 5. Alexander Cabanel, La Chiaruccia, 1848

I mazzetti che offrono non sono belli come quelli dei fioristi, spesso sono sciupati o appassiti perché sono tenuti per tutto il giorno in un cesto.

Con lo pseudonimo di Lila Bisquit, D’Annunzio nella rubrica Cronache mondane tratteggia un paesaggio d’altri tempi: “Intanto la piazza di Spagna si va riempiendo di rose e di violette, miracolosamente. Tutta al sol, come un rosaio, la gran piazza aulisce in fiore. Dai novelli fochi accesa, tutta al sol, la Trinità su la tripla scala ride ne la pia serenità”.

Molti anni dopo le venditrici ambulanti di fiori sono una visione nitida anche per Pier Paolo Pasolini sulle pagine di Squarci di notti romane (1950). Si muovono con fierezza “[…] le venditrici di violette, lungo Via del Tritone o Piazza di Spagna, con la cesta delle viole violentemente colorite sulla testa, che schiacciano loro la statura e le fanno stare erette come regine, il mento proteso come quello dei ciechi – e un mazzo di viole in mano; così colorite che sembrano esplodere […]”.

Alcune di queste modelle hanno intrapreso il cammino dell’arte e si sono affermate.

È il caso di , figlia di contadini di Anticoli Corrado, nata nel 1896. Povera e bella ha solo sedici anni quando, seguendo un’usanza comune alle ragazze del paese, si trasferisce a Roma per posare.

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FOTO 6. Pasquarosa da piccola a Anticoli Corrado

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FOTO 7. Pasquarosa Marcelli Bertoletti

Conosce il pittore Nino Bertoletti, il grande amore di tutta la vita, che la indirizza verso l’arte e che, caso più unico che raro, mette in secondo piano la propria carriera per l’affermazione della moglie. Pasquarosa non ha formazione artistica né esperienza ma in lei scatta qualcosa.

Nel 1913 pone le basi di una pittura istintuale e originale, lontana da ogni accademismo, partecipando alla Terza Secessione Romana. Guadagna il favore di critica e pubblico con i suoi colori densi e accesi che danno vita a gioiose nature morte e vivaci ritratti.

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Foto 8. Pasquarosa, Angelina, 1915

La personale all’Arlington Gallery di Londra del 1929 consacra il suo talento a livello internazionale e ulteriori conferme del successo raggiunto vengono dalla partecipazione regolare, fino agli anni Cinquanta, alle esposizioni collettive più importanti, dalle Quadriennali romane alle Biennali di Venezia.

La pittrice muore a Camaiore nel 1973.

Anticoli Corrado, il suo paese di origine, e Roma, la città che ha visto fiorire il suo talento pittorico, le hanno dedicato una via e una piazza.

Foto 9. Anticoli Corrado, Via Pasquarosa Marcelli Bertoletti, foto di Rossana Laterza

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Foto 10. Roma, Largo Pasquarosa Marcelli Bertoletti, foto di Barbara Belotti




ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

3.Monumento alla retara.San Benedetto del tronto

FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

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FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

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FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

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FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

8.Donne al rientro delle barche.San benedetto

FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

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FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




ITALIA – Periferia romana: donne di spettacolo

di Barbara Belotti

Il III municipio di Roma, con i suoi numerose quartieri, negli ultimi decenni ha visto cambiamenti straordinari. Dalla fine degli anni Settanta sono cresciuti in maniera rapida nuovi insediamenti residenziali che hanno “divorato” in breve un’ampia zona di campagna romana trasformandola in “mattoni e cemento”, come canta Celentano nel “Il Ragazzo della via Gluck”. In questa zona si è deciso di intitolare le strade a figure femminili e maschili del mondo dello spettacolo italiano.

Cercando su Google Map le strade corrono e si snodano sullo schermo del computer formando curve, angoli retti, linee diagonali e i nomi rimandano, nella maggior parte dei casi, a personaggi maschili. Nonostante la recente formazione dei quartieri e dei reticoli viari, la scelta è ancora una volta sbilanciata in favore degli uomini di spettacolo. Si va da via Mario Del Monaco a via Nanni Loy, da via Gian Maria Volontè a via Rino Gaetano, largo Luchino Visconti o viale Antonio De Curtis, poco meno di sessanta nomi per altrettanti spazi pubblici. C’è anche un parco ed è stato dedicato all’attore Angelo Musco.

1.Cavalieri. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO LINA CAVALIERI di Marta Rossi Doria

2.Borelli.Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO LYDA BORELLI di Marta Rossi Doria

Le protagoniste femminili sono meno della metà. Sono donne che si sono distinte nel canto (Lina Cavalieri), nella rivista (Wanda Osiris) o che hanno contribuito allo sviluppo del cinema muto come Dina Galli, Rina De Liguoro, Maria Melato o Lyda Borelli, considerata l’ideale della femminilità liberty e dannunziana, caratterizzata da gesti e pose enfatiche. I loro volti sono un po’ sbiaditi nella memoria collettiva, eppure la loro carriera è stata importante e alcune di loro sono state vere e proprie dive.

3.Koscina.Foto di Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO SYLVA KOSCINA di Denisa Nistor Podar

Altre figure sono più note e sono quelle che hanno fatto vivere e crescere il cinema italiano nel corso del Novecento. Troviamo fra loro Sylva Koscina: il mondo dello spettacolo le ha ritagliato addosso il ruolo di donna seducente e ammaliatrice; la sua bellezza, gli atteggiamenti da diva, le pagine di cronaca rosa l’hanno consegnata al grande pubblico come un mito senza età. Ma riferendosi a se stessa Sylva Koscina parlava di infelicità e di mancanza di amore, di successo ma anche di scelte sbagliate pagate a caro prezzo.

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FOTO ELSA DE’ GIORGI di Marta Rossi Doria

Fra i nomi presenti anche quello di Elsa De’ Giorgi. Amatissima attrice del Novecento, scrittrice e preziosa testimone del movimento partigiano italiano, Elsa de Giorgi dimostra senza dubbio di avere, oltre che un indiscusso talento recitativo, saldi valori democratici che le consentono di rifiutare apertamente il regime fascista. Per potersi esprimere più liberamente, sceglie di dedicarsi al mondo della prosa, meno soggetto alla censura di Benito Mussolini, e, già famosa per i numerosi successi cinematografici, decide di porre fine alla sua carriera sul grande schermo. Nel 1955 dà alle stampe il libro I coetanei, in cui affronta temi legati alla lotta partigiana intrecciati ai ricordi del mondo cinematografico romano durante la guerra.
È una donna colta, raffinata, dalla personalità complessa e profonda che, negli anni del secondo dopoguerra, riesce ad affascinare Italo Calvino. Lui, che le dedicherà il romanzo Il Barone Rampante, è un brillante e giovane intellettuale poco più che trentenne. Elsa, più grande di lui, è bella, famosa, protagonista della cultura e della mondanità romane. Il loro è un amore clandestino che si scontra con la morale rigida dell’Italia degli anni Cinquanta. È però un amore intenso e complesso, scandito dalle centinaia di lettere che lo scrittore le invia; l’influenza che Elsa ha su di lui è tangibile nelle parole di Italo: “Amore mio, non avrei mai pensato che innamorarmi di te, incidesse così profondamente in me, fino a toccare, ad aprire una crisi anche nella strumentazione più tecnica del mio lavoro, cioè nel mio stile”.

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FOTO TINA PICA di Marta Rossi Doria

Anche Tina Pica ha una strada in suo onore. Un’attrice dal corpo minuto, al quale si contrappone una voce cavernosa che diviene in breve la sua particolare caratteristica. Simpatia e indubbio talento le consentono di affiancare attori già affermati come, per esempio, Totò. Diventa beniamina del grande pubblico nelle vesti di Caramella, la governante del film Pane, Amore e Fantasia, interpreta negli anni ruoli che le vengono ritagliati addosso quasi su misura. I suoi personaggi sono del tutto diversi dalle dive hollywoodiane e dalle maggiorate nazionali: sono donne dal carattere burbero e spigoloso, ma di profonda umanità, irascibili e petulanti, con una grande saggezza di fondo. Per aver dato vita, in alcune pellicole, a figure di zitelle bigotte, è stata considerata l’emblema di questo stereotipo femminile, quasi non ci fosse differenza fra film da lei interpretati e realtà. Al contrario Tina ha avuto due mariti: il primo, Luigi, muore giovanissimo; il secondo, Vincenzo, è il suo amato compagno di vita per oltre quarant’anni.

6.Masina. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO GIULIETTA MASINA di Marta Rossi Doria

Di fronte al grande centro commerciale “Porte di Roma” uno slargo ricorda Giulietta Masina. Non è proprio una piazza, quanto uno snodo di traffico che ruota intorno ad un’aiuola, non sempre ben curata e mantenuta. Federico Fellini è ricordato invece all’inizio della “sua” via Veneto, appena varcate le mura di Porta Pinciana. Certo, quella è la strada che lui ha reso celebre, ma quanti film di Federico sono stati resi unici da Giulietta? Eppure a lei non è toccato lo stesso onore.

7.Maggio.Foto di Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO PUPELLA MAGGIO di Denisa Nistor Podar

L’odonomastica del III municipio rievoca anche molte attrici di teatro, per esempio Pupella Maggio, il cui vero nome era Giustina. Come lei stessa racconta, a due anni venne portata in scena dentro uno scatolone, legata proprio come una bambola perché non scivolasse fuori. Così il suo destino fu segnato: da “Pupatella”, attraverso la poupée francese, divenne per tutti “Pupella” nel teatro e nella vita.

8.Morelli.Foto di .Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO RINA MORELLI di Denisa Nistor Podar

Rina Morelli ha avuto l’onore di un’intitolazione. Definita da Visconti la più grande di tutte, un mostro sacro del teatro contemporaneo, antidiva per eccellenza, Rina è stata scrupolosa nell’aderire ai personaggi che interpretava, da Cechov a Shakespeare, da Goldoni a Pirandello; la sua voce, duttile ed espressiva, è stata prestata nei doppiaggi delle pellicole hollywoodiane e così molte attrici, da Bette Davis a Katharine Hepburn, da Ginger Rogers a Judy Holliday, sono diventate per il pubblico italiano delle beniamine.

9.Valori.Foto di Cecilia Mazzarotto.ridotto

FOTO MARIA BICE VALORI di Cecilia Mazzarotto

Per uno strano caso dovuto alla definizione dei confini dei Municipi, il nome di Bice Valori, solo soletto, rientra nel territorio del IV e non del III. Donna e attrice di immediata simpatia, spontanea nella verve comica, ha calcato con successo anche i palcoscenici del teatro di rivista, legando il suo nome agli anni d’oro del teatro Sistina, dove recita nelle commedie musicali di Garinei e Giovannini come Rugantino (1962), Aggiungi un posto a tavola (1975), Accendiamo la lampada (1979). Il suo volto è diventato celebre soprattutto con la televisione, quella in bianco e nero degli anni Sessanta, sia da sola sia al fianco del marito, l’attore Paolo Panelli, con cui forma una coppia comica brillante e di notevole successo. Il talento e la carriera sono stati stroncati molto presto da un tumore: Bice Valori muore il 17 marzo del 1980, a soli cinquantadue anni.

10.Ninchi. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO AVE NINCHI di Marta Rossi Doria

Nel 2012 due viali del III Municipio sono stati dedicati ad Ave Ninchi e a Elena Fabrizi, più conosciuta come la Sora Lella. Sono state queste le prime intitolazioni deliberate dal Campidoglio e derivate dalle numerose proposte inoltrate dal gruppo di Toponomastica femminile all’Ufficio Toponomastica della capitale. A distanza di quasi quattro anni, ancora i nomi delle due attrici non sono stati inseriti su Google Maps e rintracciare le strade, per me che non abito nelle vicinanze e conosco poco la zona, è stato impossibile.
Il navigatore GPS, ormai imprescindibile strumento di orientamento, ha girato a lungo a vuoto, perso anche lui, come me, nell’odissea cittadina.
La mancata affissione delle targhe, il loro danneggiamento o la loro soppressione portano a un nuovo oblio della memoria femminile. La fotografia, un cartello umano in sostituzione delle indicazioni introvabili, vuole essere il tentativo di far tornare in vita ciò che l’incuria e la disattenzione hanno fatto scomparire di nuovo.