Paola Lombroso e le favole di zia Mariù

Paola Lombroso nacque a Pavia 14 marzo 1871, prima figlia del famoso antropologo e psichiatra Cesare Lombroso.

Cresciuta a Torino, sviluppò soprattutto interesse per il mondo dell’infanzia, per la psicologia, per la pedagogia e per la letteratura infantile.

Pubblicò, a soli 23 anni, “Saggi di psicologia del bambino” nel 1894 e “La vita dei bambini” nel 1904.

Molto sensibile ai temi sociali fondò, con la sorella Gina, sociologa e antropologa, l’associazione Scuola e Famiglia, una specie di doposcuola per figlie e figli dei lavoratori e, durante la Prima Guerra Mondiale, sempre insieme alla sorella, si prodigò per l’assistenza alla prole dei soldati creando una sorta di asili-ricovero: le Ville per i figli dei soldati si popoleranno in breve tempo di oltre 1500 bambine/i.  Da questi nuclei nascerà “La casa del Sole” per piccole/i tubercolotici in una gran villa donata dal padre di Giorgina Levi, una delle più attive collaboratrici della Lombroso, spentasi prematuramente in giovane età, in memoria della figlia.

Nel 1899 sposa un allievo di suo padre, Mario Carrara, illustre medico e criminologo che le fu sempre al fianco in tutte le sue iniziative.

Feconda scrittrice collaborò a riviste letterarie e culturali quali Il Fanfulla della Domenica e La Gazzetta letteraria, concentrando i suoi interessi sul giornalismo per l’infanzia.

Collaborò fin dai primi numeri al periodico Cenerentola, fondato nel 1893 da Luigi Capuana che tuttavia cessò le pubblicazioni dopo soli due anni, nonostante firme prestigiose quali quelle di Luigi Pirandello e di Ida Baccini.

Il mondo infantile continuò a essere al centro dei suoi interessi.

Collabora con Il Giornalino della Domenica creato da Vamba nel 1906 e con La lettura, il mensile del Corriere della Sera. 

Ispirandosi ai periodici per ragazzi e ragazze, soprattutto anglosassoni, elaborò un progetto culturale ed educativo per una rivista per l’infanzia. Il progetto, rifiutato da altri editori, suscitò l’interesse di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera che lo approvò affidandone però la direzione a Silvio Spaventa Filippi, ritenendolo provvisto di maggiore esperienza e più adatto a ricoprire un tale ruolo.

Nasce così, il 28 dicembre 1908, Il Corriere dei Piccoli in cui Paola Lombroso si occuperà di una rubrica di corrispondenza con lettori e lettrici, intitolata “Piccola posta”, firmandosi “zia Mariù”.

La collaborazione con il Corrierino tuttavia si concluderà nel 1912 per una serie di divergenze di opinioni con la direzione e la Lombroso si dedicherà a potenziare il suo progetto delle “Bibliotechine rurali”, un’esperienza di promozione alla lettura per alunne e  alunni delle scuole di campagna. Questa iniziativa, promossa sulle pagine del Corriere dei Piccoli attraverso una campagna di sensibilizzazione della stessa zia Mariù, impegnava i giovani lettori, chiamati “ Cavalieri del libro”, a raccogliere fondi e libri per le scuole rurali di cui diventavano i “patroni”. L’iniziativa creò legami di amicizia tra bambine/i di provenienze sociali diverse grazie anche all’impegno delle giovani maestre formatesi nel clima di rinnovamento psicologico che caratterizzò gli inizi del secolo ed ebbe un grande successo con la distribuzione di oltre 100.000 libri nelle scuole dei paesi più sperduti d’Italia. Paola Lombroso fondò e diresse il Bollettino delle Bibliotechine fino al 1934 per riprenderne la direzione per un breve periodo negli anni cinquanta.  Pubblica intanto numerosi libri per ragazze/i con vari editori da Paravia a Le Monnier a Bemporad. 

Esce nel 1922 “Storie per voi bambini di zia Mariù” che fa parte di una serie di sei volumetti della collana “Zia Mariù” da lei stessa diretta per la casa editrice Paravia.

Cura anche riduzioni per ragazze e ragazzi di importanti classici, da Peter Pan a Guerino detto il Meschino per la collana “La scala d’oro” della UTET.

Durante la guerra è costretta a lasciare l’Italia per sfuggire alle persecuzioni razziali contro gli ebrei e si rifugia in Svizzera fino alla fine del conflitto.

Tornata a Torino, nel 1950 viene insignita della medaglia d’oro dei benemeriti della Pubblica Istruzione. Viene eletta Presidente del Centro di letteratura infantile di Torino e poco prima di morire nel 1953 dà alle stampe una nuova edizione delle “Storie vere di zia Mariù”.

Muore a Torino il 23 gennaio 1954 e viene sepolta nel Cimitero monumentale della città.

Sulla sua lapide si legge: 

PAOLA CARRARA LOMBROSO

(ZIA MARIU’)

Unendo ardor di affetti a luce d’ingegno

Volle l’infanzia lieta e serena

E con libri diffusi ne le scuole d’Italia

Aprì tenere menti alle vie del sapere

Fotografia di Paola Lombroso




Lina Schwarz. Ancora… e poi basta

Nel panorama delle scrittrici per ragazze e ragazzi vissute a cavallo tra l’800 e il 900 merita un posto d’onore Lina Schwarz, l’indimenticabile Zia Lina, come lei stessa volle venisse scritto sulla sua tomba. 

Nata a Verona il 20 marzo del 1876 si trasferì a Milano all’età di dieci anni. Di costituzione fragile interruppe gli studi iniziati alla scuola pubblica per continuarli privatamente. Si dedicò alla letteratura ma anche a opere di impegno sociale. Infatti si iscrisse all’Unione Femminile e collaborò all’Associazione La Fraterna seguendo le bambine nelle letture e nelle attività ricreative.  Promosse anche l’Associazione Scuola e Famiglia, per aiutare le famiglie bisognose. 

Cominciò nel 1904 a pubblicare una raccolta di filastrocche e poesie intitolata “Il libro dei bimbi” edito da Bemporad, che ebbe grande successo e numerosissime ristampe curate da vari artisti.  In seguito iniziò a collaborare al Giornalino della Domenica di Vamba e al Corriere dei Piccoli.

Ma fu anche un’ottima traduttrice, traducendo dal tedesco le opere dell’antroposofo e pedagogista austriaco Rudolf Steiner e facendole così conoscere in Italia.

Conobbe anche la contessa Augusta Ramponi, in arte Gugù, cui la legava  il comune impegno nel sociale e nell’insegnamento ai meno abbienti e che illustrò la sua raccolta di poesie “Ancora”.

Le sue poesie, riportate spesso anonime in antologie scolastiche e in altri libri di divulgazione, colpiscono per la loro freschezza e originalità. Un esempio per tutti la famosissima “Stella stellina” che tutti conoscono anche se non tutti ne conoscono l’autrice.

Stella stellina

la notte s’avvicina

la lampada traballa,

la mucca è nella stalla

la mucca ed il vitello,

la pecora e l’agnello,

la chioccia ed il pulcino

 e ognuno ha il suo bambino

e ognuno ha la sua mamma 

e tutti fan la nanna.

In quegli anni spesso le poesie per l’infanzia erano leziose e a volte lacrimose con una sfumatura buonista che aveva, nell’intento degli autori, precisi scopi educativi. Le poesie di zia Lina invece sono divertenti, simpaticamente un po’ complici del bambino e delle sue birichinate. Ricordano per certi versi le poesie di Gianni Rodari e non sono esenti da un pizzico di surrealismo sulla falsariga dei nonsense dei poeti inglesi, primo fra tutti Edward Lear. 

Ad esempio:

Il rinoceronte

che passa sul ponte

che salta, che balla

che gioca alla palla,

che sta sull’attenti,

che fa i complimenti

che dice buon giorno

girandosi intorno

e gira e rigira

la testa gli gira

che non ne può più…

e pum casca giù.

L’intento educativo è presente sia pur in modo lieve, la vicinanza a bambini e bambine ai loro problemi piccoli e grandi è costante. Così si possono affrontare anche concetti importanti quali la necessità di porsi dei limiti, l’atteggiamento dei bambini di fronte ai grandi, addirittura l’accettazione della morte come facente parte della natura. 

Riconoscendo gli aspetti educativi della musica scrisse anche “Canzoncine per i bimbi con accompagnamento di pianoforte”, poesie musicate da Elisabetta Oddone  “Cantiamo: 32 canzoncine per bambini con accompagnamento di pianoforte”, poesie musicate da Virginia Mariani Campolieti.

La scrittrice visse a Milano fino al 1943 quando, a causa della guerra, e per sfuggire alle persecuzioni contro gli ebrei, andò ad Arcisate in provincia di Varese. Non sentendosi sicura neanche lì, riparò a Brissago, in Svizzera, fino alla fine della guerra.

Tornata ad Arcisate dove i nipoti si erano stabiliti nella fattoria La Monda, vi rimase fino alla morte avvenuta il 24 novembre 1947.

A Lina Schwarz venne intitolata la scuola elementare di Arcisate con la seguente motivazione:

“ Affinché gli alunni di oggi e di domani ne conservino il ricordo e la sua poesia limpida e fresca parli sempre al loro cuore un linguaggio di pace, di amore e di fratellanza”.




L’uomo di Saccopastore è una donna!

La storia dei ritrovamenti fossili in Paleontologia Umana è ricca di colpi di fortuna e incredibili coincidenze.

È quanto è successo per i reperti di Saccopastore, due crani incompleti ritrovati a circa sei anni l’uno dall’altro in località Saccopastore, in una cava di ghiaia sulla via Nomentana a Roma, sulla riva sinistra dell’Aniene, a circa tre chilometri da Porta Pia.

Nel maggio del 1929 un operaio della cava nel corso dei lavori di scavo urtò col suo piccone uno strano sasso che aveva quasi la forma di un cranio umano. Pensò di avvertire il sovraintendente ai lavori che era affittuario della tenuta appartenente al duca Mario Grazioli. Il duca, che la stampa dell’epoca definiva “generale cultore di studi ed autore di pregevoli monografie che interesano la campagna romana”, conosceva il direttore dell’Istituto di Antropologia della vicina Università La Sapienza.

Il professor Sergio Sergi, prontamente avvertito, riconobbe in quel “sasso” un cranio fossile di un ominide risalente, secondo la datazione radiometrica, a circa 125.000 anni fa.

Si tratta dei resti di un cranio quasi completo, di un individuo di sesso femminile, di un’età approssimativa di circa quarant’anni. Le caratteristiche primitive, quali l’assenza di fronte, le arcate sopraorbitarie molto prominenti, le dimensioni della calotta cranica ridotte portarono il professor Sergi a classificare il reperto come pre-neandertaliano o, come si diceva allora, Homo Sapiens pre-neanderthalensis.

Questa donna di età matura, ritrovata così fortunosamente, era vissuta, come testimoniavano gli strati geologici e i reperti di fauna accompagnante, in un periodo interglaciale, caratterizzato da un clima caldo umido che permetteva nelle campagne laziali la presenza di una fauna tipica di climi caldi quali, elefanti, rinoceronti, ippopotami e una flora che oltre a boschi di querceto misto  presentava ad esempio una specie di olmo attualmente presente in Asia e nell’isola di Creta.. Il paesaggio era molto diverso dall’attuale caratterizzato all’orizzonte dalle sagome dei vulcani laziali in quel periodo ancora in attività oltre a una serie di bacini lacustri di varie dimensioni.

Nella stessa località, nel luglio del 1935 altri antropologi tra cui l’Abate H. Breuil, professore del’Istituto di Paleontologia Umana di Parigi ed Alberto Carlo Blanc, giovane antropologo italiano che qualche anno più tardi avrebbe studiato il famoso cranio neandertaliano della Grotta Guattari a San Felice al Circeo (LT), videro affiorare dalle pareti della cava un altro reperto, più incompleto ma sufficiente a riconoscere in esso le stesse caratteristiche del primo. Indicato come Saccopastore II rappresenta un individuo di sesso maschile, di circa 25/30 anni.

Entrambi i reperti, studiati a lungo dal Professor Sergi, sono custoditi nella cassaforte dell’Istituto di Antropologia dell’Università La Sapienza, solo per la consultazione di studiosi e ricercatori italiani e stranieri. Nelle sale del Museo, sono esposti due calchi perfettamente uguali agli originali con alle spalle un diorama che ricrea in modo verosimile le caratteristiche dell’ambiente in cui essi vissero.

Foto 1. Il diorama a La Sapienza di Roma

Per quello che riguarda le attività e lo stile di vita dei nostri Saccopastore ce li dobbiamo immaginare impegnati durante il giorno alla ricerca di cibo, tenendosi vicini ai vari corsi d’acqua della zona, e rifugiati di notte in qualcuna delle caverne disponibili, fiocamente illuminata da piccoli focolari su cui veniva arrostito il cibo. Cibo proveniente dalla caccia e dalla pesca, cui erano adibiti gli uomini del gruppo che utilizzavano a tale scopo alcuni primitivi manufatti in pietra, soprattutto ossidiana di origine vulcanica, e osso (quelli di legno data la deperibilità del materiale non sono stati ritrovati). Sono emersi dagli strati fossili sia strumenti su scheggia appuntita, ritoccati da ambo i lati, chiamati “amigdale” che venivano usati come una specie di ascia a mano per uccidere gli animali, sia una serie di punte più piccole dette “raschiatoi” che servivano a tagliare le carni e a lavorare le pelli.

Foto 2. Gli strumenti

Possiamo quindi immaginare il nostro giovane uomo rientrare nella caverna con una preda da dividere con tutti i membri del gruppo e consegnarla alla donna più anziana che avrebbe provveduto a prepararla per la cottura dividendola in pezzi per i vari commensali.

Compito delle donne era infatti la preparazione del cibo oltre alla raccolta di frutta e altri vegetali che rendevano più varia la dieta, all’accudimento dei piccoli, degli anziani, dei feriti.

Forse queste piccole comunità avevano già dei riti funebri, anche se non è certo che seppellissero i defunti, e qualche forma di religiosità sia pure molto primitiva.

La strada dell’evoluzione era ancora lunga e complessa ma ogni passo avanti è stato un progresso verso l’umanità attuale e in questo lungo cammino la presenza costante delle donne è stata fondamentale e determinante.

 

 




Ida Baccini e le memorie di un pulcino

Ida Baccini nasce a Firenze il 16 maggio 1850 a pochi mesi da Emma Perodi, che era nata a Cerreto Guidi il 31 gennaio 1850. Entrambe quindi toscane in quella regione che è sempre stata patria indiscussa di grandi scrittori e artisti.

Educata come usava allora in una scuola privata gestita da due anziane signorine (l’obbligatorietà della scuola primaria diventò legge solo nel 1877 con la Legge Coppino), conseguì nel 1871 quella che allora si chiamava la “patente” di maestra e insegnò per circa otto anni in varie scuole elementari conoscendo in quel periodo il Professor Pietro Dazzi che, nel 1871, aveva fondato le scuole professionali.

Lasciò però presto l’insegnamento non riconoscendo la validità dei metodi pedagogici allora in vigore, sognando una scuola diversa.

L’esperienza fatta le fu comunque molto utile per il contatto avuto con quel mondo dei piccoli che tenne sempre presente nelle sue successive esperienze di scrittrice e collaboratrice di vari giornali e riviste.

Nel 1875 uscì il suo primo libro “Le memorie di un pulcino” per suggerimento del Professor Dazzi, pubblicato inizialmente con le sole iniziali per lasciare ai lettori il dubbio che l’autore fosse un uomo. I tempi non erano ancora maturi perché avesse successo un libro scritto da una donna!

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Collaborò successivamente con varie testate giornalistiche quali La Vedetta, su cui scriveva sotto lo pseudonimo di Cenerentola, e il Fanfulla della Domenica a cui collaboravano le più prestigiose firme dell’epoca da Carducci a Serao, a Perodi che Ida cominciò a frequentare nella libreria fiorentina dei fratelli Paggi, luogo di ritrovo dell’intellighenzia nazionale.

Nel 1884 diventò Direttrice della rivista Cordelia, fondata nel 1881 da Angelo De Gubernatis e che portava il nome della figlia del fondatore. Nata come rivista per fanciulle, Baccini ne fece un vero successo promuovendo i valori dell’educazione e della famiglia tanto da essere premiata con la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1890 per l’opera di moralizzazione del costume femminile tra le fanciulle di fine Ottocento.

Diresse anche varie riviste per l’infanzia: Il Giornale per i bambini e il Giornale dei Fanciulli.

Pubblicò anche testi scolastici come il fortunato “Lezioni e racconti per i bambini” del 1882 con la prefazione del Professor Dazzi, da sempre suo sostenitore, che osservava come “ I buoni libri non hanno bisogno di raccomandazioni come il buon vino non ha bisogno di frasca”.

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Sulla scia del successo delle Memorie di un pulcino uscì anche il seguito “Le memorie di un pulcino. Come andò a finire” mentre ci furono una serie di scrittrici ispirate dal suo testo: Maria Bertolini, che scrisse “Il mio pulcino”, Caterina Lorenzoni, che pubblicò “Il pulcino verde”, e Milla Vignini Palaschi, con “Ciò Ciò”. Quanto all’invenzione dell’animale come protagonista era già stata sperimentata in Francia dalla Contessa de Segur, scrittrice russa naturalizzata francese, con le sue Memoires d’un Ane nel 1860 e da Zenaide Fleuriot con la sua gallinella. Guarda caso sempre scrittrici donne.

Altri celebri romanzi furono “Una famiglia di Gatti”, in risposta al romanzo della Contessa Lara “Una famiglia di Topi, “Una famiglia di saltimbanchi” e “Il Romanzo di una Maestra” nel 1901. Dieci anni prima Edmondo de Amicis aveva pubblicato “Il romanzo di un maestro”.

FOTO 3. Intitolazione fiorentina. Foto di Laura Ciuccetti

Il 28 febbraio 1911 moriva a Firenze, stroncata da un enfisema polmonare.

La sua fu una particolare letteratura per l’infanzia che iniziò a puntare sull’intimismo e la tenerezza coniugate al fantastico. Il dialogo con i giovani lettori è mantenuto sempre in modo diretto e pervaso di tenerezza materna.

 




Mary Leakey, la signora della paleoantropologia

La Paleoantropologia è una disciplina a retaggio prevalentemente maschile, ma in questo firmamento di illustri scienziati brilla l’astro di una ricercatrice inglese, Mary Leakey, che con determinazione e passione nel corso di oltre cinquant’anni di vita in Africa ha fatto, insieme al marito Louis Leakey, alcune tra le più importanti scoperte sulle tappe dell’evoluzione umana.

Mary Douglas Nicol Leakey nasca a Londra il 6 febbraio 1913. Il padre, Erskine Nicol era un famoso pittore paesaggista e da lui la piccola Mary prende la passione per il disegno e per la pittura.

L’interesse per la preistoria e l’archeologia lo sviluppò successivamente grazie alle frequenti visite agli scavi dell’archeologo francese Elie Peyrony in Dordogna.

Tornata a Londra dopo la morte del padre, venne iscritta dalla madre in un collegio cattolico da cui fu espulsa mal sopportandone la disciplina. I suoi studi proseguirono in modo irregolare e si trovò a seguire, da esterna, alcune lezioni di archeologia all’Università di Cambridge che la affascinarono molto. In quella sede si fece valere per le sue capacità di disegnare reperti fossili tanto che le fu chiesto di illustrare un libro intitolato Adam’s Ancestors (Gli Antenati di Adamo) del noto paleoantropologo Louis Leakey che conobbe in quell’occasione. Leakey la invitò a seguirlo in Africa per disegnare i reperti che andava trovando nel corso dei suoi scavi e così Mary partì; da allora rimase sempre al fianco di Louis che sposò dopo qualche anno. 

I due formarono un team perfetto e nel settore della paleontologia umana divennero inseparabili sotto il nome de i Leakeys. Ben presto le loro ricerche, concentratesi nella Gola di Olduvai in Tanzania, cominciarono a dare i loro frutti.

Foto. La Gola di Olduvai 

La Gola di Olduvai si estende per circa 40 km nella piana del Serengeti nella Tanzania settentrionale.  

Il suo nome in lingua Masai significa “sisal” e infatti questo tipo di agave, insieme all’acacia arbustiva, è molto diffusa nella zona. Scoperta casualmente da un entomologo tedesco William Kattwinkel che vi cadde accidentalmente inseguendo una farfalla è uno dei più importanti siti archeologici dell’Africa.  Vi si possono studiare sette strati sovrapposti che vanno dal più profondo, datato con il metodo del potassio-argo a circa 2,5 milioni di anni fa, al più recente, risalente a 25.000 anni fa. Dopo una serie di ritrovamenti di utensili fossili Mary Leakey vi rinvenì, nel 1959, un primo importante reperto: un cranio preistorico cui lei e il marito diedero il nome di “Zinjanthropus boisei” detto “Zinj”, dal nome medioevale della regione dell’Africa orientale. Successivamente fu riclassificato come “Paranthropus boisei” detto anche “Lo Schiaccianoci” per le dimensioni eccezionali della mandibola e dei denti. Si tratta di un cranio quasi completo di un ominide con fronte sfuggente, arcate sopraorbitarie molto pronunciate e una cresta sporgente al centro del cranio, dove si attaccavano i potenti muscoli masticatori che servivano per triturare dure radici e noci. I ritrovamenti continuarono nel 1960 con fossili classificati come “Homo abilis” cioè capace di costruire intenzionalmente utensili di pietra che infatti vennero ritrovati nello stesso giacimento.  Nonostante l’assenza di fronte e di mento, la capacità cranica di questi individui superava i 600 cm cubici, valori decisamente umani.

Mary fu sempre autonoma come ricercatrice e sviluppò anche un sistema di classificazione degli utensili ritrovati a Olduvai. La sua attività continuò con successo anche dopo la morte del marito avvenuta nel 1972. Nel 1979 vennero alla luce le Orme di Laetoli (vedi precedente articolo – ImPagine 25 aprile 2018) lasciate più di tre milioni di anni fa da un gruppo di Australopithecus afarensis. Nello stesso anno Mary cominciò a scrivere le sue esperienze nel libro Olduvai Gorge: My search for Early Man (La Gola di Olduvai. La mia ricerca del Primo Uomo) seguita, nel 1984 dalla sua biografia: Disclosing the Past (Scoprendo il passato).

Morì a Nairobi in Kenia nel 1996 ma la tradizione di famiglia continua con il figlio Richard, la nuora Meave e la nipote Louise. I Leakey sono ancora presenti in Africa e c’è sempre una “signora” della paleoantropologia.




Le orme di Laetoli: primi passi femminili nella preistoria

I reperti paleoantropologici non sono costituiti solo da ossa e da manufatti. A volte la presenza dei primi ominidi è testimoniata da altre tracce altrettanto significative. È il caso delle “orme di Laetoli”, impronte perfettamente conservate nel tufo solidificato formatosi dalle ceneri di un antico vulcano.

Cosa ci dicono queste orme rinvenute nella località di Laetoli in Tanziania a circa 45 km a sud di Olduvai, uno dei più importanti siti archeologici africani, ricco di ritrovamenti che hanno avuto un ruolo determinante per quello che riguarda la comprensione dell’origine dell’Umanità?  Nel 1977, durante una spedizione guidata dalla famosissima paleoantropologa inglese Mary Leakey (di cui parleremo nel prossimo numero), ad opera di un membro del team, il dottor Paul I Abel, vennero alla luce queste impronte dalle caratteristiche morfologiche tipicamente umane. Si possono infatti rilevare il tallone moderno,  l’arco plantare perfettamente formato e l’allineamento dell’alluce con le altre dita, a differenza delle scimmie antropomorfe che hanno l’alluce divergente del piede prensile. Poi le orme: due tracce facilmente distinguibili, di due individui di dimensioni diverse, che camminavano affiancati. Le più grandi appartenevano a un maschio adulto, quelle più piccole a una femmina di corporatura più minuta. Ma non è tutto: si possono mettere in evidenza altre orme ancora più piccole probabilmente appartenenti a un cucciolo che cammina, quasi saltellando, mettendo i piedini nelle impronte del grande maschio. Si può ipotizzare che sia una famigliola preistorica composta da un padre, una madre e un figlio che proseguono la loro marcia in un territorio ostile e pericoloso. Ma si tratta di un avanzare tranquillo: l’intervallo tra le orme indica l’ampiezza di un passo normale. La famigliola si spostava senza fretta, probabilmente alla ricerca di cibo e acqua, mentre all’orizzonte il vulcano rumoreggiava emettendo ogni tanto sbuffi di cenere,

Si tratta del vulcano Sadiman, attivo in quell’epoca, ossia quasi tre milioni e mezzo di anni fa, secondo le datazioni radiologiche al potassio-argo. A seguito di un’eruzione, nel luogo si depositò uno strato di cenere di circa 1,5 cm; una breve pioggia trasformò la cenere in fango su cui si impressero le impronte di quei lontani viandanti (circa una cinquantina) per un tratto di quasi 23 metri. Successivamente il sole solidificò il fango trasformandolo in tufo. Un’ulteriore eruzione seppellì il tutto sotto uno strato di cenere conservando intatte le orme.

I metodi di datazione radiometrica al potassio-argo hanno confermato l’antichità di queste orme che dovevano appartenere a individui del genere Australopithecus afarensis, insomma, parenti di Lucy!

 




Emma Perodi: la Signora delle Fate

Iniziamo questa lunga carrellata di scrittrici italiane per ragazze e ragazzi da un’autrice della fine Ottocento/inizi Novecento cui è stato attribuito, per la sua prolifica produzione fantastica, l’appellativo di Signora delle Fate. 

Si tratta di Emma Perodi, nata a Cerreto Guidi (FI) il 31 gennaio del 1850. La famiglia, padre ingegnere, madre di nobili origini, aveva notevoli risorse economiche che permisero a Emma di studiare e viaggiare in Italia e all’estero imparando le lingue. Ciò si rivelò fondamentale per la sua attività di traduttrice dal tedesco (tradusse tra l’altro le Affinità elettive di Goethe), dall’inglese e dal francese.

Le origini toscane hanno notevolmente influenzato le sue storie, in particolare quelle che sono considerate il suo capolavoro: le “Novelle della Nonna” pubblicate prima in settanta dispense e poi raccolte in cinque volumi tra il 1882 e il 1883 con il sottotitolo di Fiabe fantastiche, nella Biblioteca fantastica dell’editore romano Eduardo Perino.

Si tratta di quarantacinque novelle che rielaborano, rivisitandole, fiabe e leggende della tradizione toscana soprattutto casentina. Sono, infatti, tutte ambientate (tranne una) nel Casentino di epoca medioevale (XII – XIII secolo) e vengono narrate, nell’arco di un anno, la domenica sera intorno al fuoco, dalla matriarca Regina Marcucci, la nonna del titolo.

In un doppio registro narrativo lettori e lettrici seguono da un lato le vicende della famiglia Marcucci, mezzadri del podere di Farneta, un piccolo borgo sulla via di Camaldoli, e dall’altro si appassionano alle varie novelle goticheggianti, dove la fanno da padroni fate e streghe, maghi e fattucchiere, re e principesse, angeli e demoni, scheletri e mostri, gatti neri e barbagianni. Si tratta di un magnifico affresco medioevale che cattura l’attenzione dei lettori piccoli e grandi che ne restano affascinati. In uno stile quasi horror che non sarebbe dispiaciuto al re dei romanzi horror Stephen King, l’autrice recupera fiabe e leggende contadine sulla scia di quanto avevano fatto i fratelli Grimm in Germania o Perrault in Francia. 

Il Casentino, regione montuosa dell’alta valle dell’Arno, dalle sorgenti del fiume alla piana d’Arezzo, è il luogo dove si svolgono le vicende di questa specie di Decameron rustico, dove i piani narrativi della cornice e dei racconti si compenetrano.

Da un lato l’Adesso rappresentato dal podere dei Marcucci, tipo ideale della famiglia contadina della Toscana di fine ottocento e dall’altro l’Altrove di un Casentino medioevale in cui Cristo e la Vergine scendono in terra a combattere il Diavolo, l’eterno nemico; dove schiere di santi aiutano i devoti fedeli e dove spettri, scheletri e fantasmi sono presenti in un passaggio continuo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, in un crescendo di terrore in cui tuttavia la paura non è mai fine a se stessa e la morale finale è sempre presente.

La carriera di scrittrice di Emma Perodi nasce qualche anno prima delle Novelle, “facendosi le ossa” come giornalista.  Le prime prove giornalistiche furono di collaborazione alla Gazzetta d’Italia nella cui Biblioteca comparve nel 1877 il suo primo romanzo: “Il Cavalier Puccini”. Dal luglio al novembre 1880 curò sulle pagine di “Cornelia” – rivista letteraria, educativa, dedicata principalmente agli interessi morali e materiali delle donne italiane – la rubrica “Le idee di Elena”. La rivista, pubblicata con cadenza quindicinale, era diretta da Aurelia Folliero de Luna Cimino, fervente patriota e sostenitrice dell’emancipazione delle donne italiane.

Trasferitasi a Roma, Emma Perodi collaborò con il “Fanfulla della domenica” e poi nel 1881 divenne collaboratrice, e successivamente direttrice, del “Giornale per i bambini”, fondato e inizialmente diretto da Ferdinando Martini. Un’altra esperienza giornalistica la ebbe come collaboratrice dal 1896 al settimanale illustrato “Il tesoro dei bambini” e al “Messaggero della Gioventù”, dal 1899 al 1902. 

Ebbe anche una vasta produzione di romanzi per adulti da “Sull’Appennino” a “Il Principe della Marsigliana”, da “Romanzo romano”, a “La tragedia di un cuore”.

Ma la massima popolarità la scrittrice la raggiunse con le fiabe, dalle “Novelle a mano libera” alle “Fiabe fantastiche”, dalle “Fiabe elettriche” alle “Fate d’oro”. Seguirono tutta una serie di libri di fate (Le fate belle, le Fate e i bimbi, Le Fate dei fiori) e vari altri libri per l’infanzia di cui ricordiamo solo alcuni titoli: “Cuoricino ben fatto”, “Nel canto del fuoco”, “I bambini di diverse nazioni a casa loro” in cui l’autrice, in un contesto di multiculturalità, sottolinea i caratteri universali dei racconti per le giovanissime generazioni pur nelle diversità dei singoli Paesi. 

Nell’ultima parte della sua produzione letteraria emergono l’interesse per la storia e la realtà della Sicilia. Escono così le ampie raccolte “Al tempo dei tempi: Fiabe e leggende del mare, dei monti e delle città di Sicilia”, omaggio all’isola e alla città di Palermo dove si trasferì negli ultimi vent’anni della sua vita morendovi di polmonite il 5 marzo 1918, esattamente cento anni fa. 




Le donne nella preistoria. Lucy

La storia dei ritrovamenti paleontologici umani è fatta di tanto lavoro, pazienza e fortuna, come quella che ebbe il paleoantropologo statunitense Donald C. Johanson quando si accorse che dal terreno vicino al campo base africano dove era iniziata una campagna di scavi emergeva un fossile di osso umano. Era il 24 novembre del 1974 e dopo quel primo reperto ne emersero vari altri che risultarono appartenere allo stesso individuo di sesso femminile, come testimoniava la struttura del bacino. Questa femmina di circa tre milioni e duecentomila anni fa, in base alle datazioni più attendibili, venne familiarmente chiamata dai ricercatori Lucy perché in quei giorni al campo base si ascoltava una famosa canzone dei Beatles: Lucy in The Sky With Diamonds. Nella lingua locale, l’aramaico, Lucy è chiamata Dinginesh che vuol dire “Tu sei meravigliosa” mentre il suo nome in codice è: A.L.288 (cioè Afar Locality 288).

Da allora quel reperto è passato alla storia come Lucy, anche se il suo nome scientifico è Australopithecus afarensis. Il nome è composto da due parti: la prima, con l’iniziale maiuscola, indica il Genere – Australopithecus ossia scimmia dell’emisfero australe; la seconda, con l’iniziale minuscola, indica la specie – afarensis ossia della regione dell’Afar in Etiopia, a circa 60 km da Addis Abeba, dove venne ritrovata.

Si tratta di una femmina adulta, alta circa un metro e del peso approssimativo di 30 kg.

Lo scheletro, completo al 40%, presenta alcune caratteristiche sicuramente umane, come la statura eretta e la locomozione bipede, testimoniate dalla struttura delle ossa lunghe degli arti inferiori. Accanto a questi caratteri se ne trovano altri ancora primitivi quali l’assenza del mento, la fronte sfuggente e la piccola capacità cranica, circa 350 centimetri cubici, di poco superiore a quella di uno scimpanzé.

FOTO. Lo scheletro di Lucy

Lucy doveva avere circa 18/20 anni quando morì e, considerando che la vita media degli Australopiteci era di circa venticinque anni, la si può ritenere una femmina adulta.

Dalla dimensione dei denti e dallo spessore dello smalto si può ipotizzare che avesse una dieta prevalentemente a base di cibi coriacei, probabilmente radici, raccolti nei continui spostamenti alla ricerca di cibo.

Probabilmente nel corso di uno di questi spostamenti venne sorpresa, insieme ad altri membri del suo gruppo (nello stesso strato geologico sono stati rinvenuti i resti di altri tredici individui) da un’improvvisa inondazione. Il corpo, sommerso dal fango, si fossilizzò restando quasi intatto e attraverso milioni di anni, giunse fino ai giorni nostri.

Gli Australopiteci, nella classificazione paleoantropologica, non sono ancora Genere Homo ma appartengono alla stessa Famiglia, quella degli Hominidi.

Si tratta di una linea evolutiva partita circa sette milioni di anni fa in Africa dove, in quel periodo, grandi sconvolgimenti climatici avevano portato a un progressivo diradamento delle foreste e a un aumento delle savane. In questo nuovo habitat la strategia evolutiva vincente fu l’acquisizione della statura eretta e della locomozione bipede, che permisero di osservare meglio i dintorni, dare l’allarme in presenza di predatori e correre velocemente avendo liberi gli arti superiori per trasportare, per esempio, i cuccioli.

Inoltre, la locomozione bipede ebbe il fondamentale risultato di liberare la mano, permettendo l’acquisizione di tutta una serie di capacità che contribuirono allo sviluppo del cervello.

In questo lungo cammino, durato milioni di anni e costellato da tutta una serie di ritrovamenti altamente significativi è di fondamentale importanza la presenza di reperti femminili che andremo a esaminare nei prossimi articoli.

 

 




Scrittrici italiane per ragazzi e ragazze: da Emma Perodi a Bianca Pistorno

La letteratura destinata alle generazioni in erba è stata spesso definita una letteratura di serie B senza considerarne l’importanza culturale e pedagogica e l’obiettiva difficoltà che si incontra per suscitare in loro interesse e partecipazione.

Come sosteneva la scrittrice piacentina Giana Anguissola (Piacenza 1906- Milano, 1966), la letteratura per ragazzi e ragazze dovrebbe seguire regole ben precise: essere portatrice di valori etici, essere divertente/accattivante; avere una forma comunicativa salda e vivace.

E la stessa, rivolgendosi agli autori, li esortava dicendo: “Beati coloro che sulle loro ali sollevano i piccoli lettori….”.

In Italia la letteratura giovanile vera e propria (senza considerare le favole della tradizione orale, spesso di origine contadina), trova il suo inizio nella seconda metà dell’Ottocento quando sempre maggior attenzione si presta all’infanzia e al suo armonioso sviluppo psico-fisico e quando una sempre maggiore scolarizzazione aumenta il numero di potenziali lettori e lettrici.

In questo campo compaiono nomi insigni come quello di Carlo Collodi, Emilio Salgari, Giuseppe Fanciulli, Vamba, ecc. ma non mancano le figure di scrittrici, anche se spesso tenute in ombra da una prevalenza maschile dilagante in questo come negli altri campi delle lettere, delle arti, della scienza.

Nomi, da rivalutare e far conoscere, di autrici che furono spesso insegnanti e quindi a diretto contatto con l’universo infantile e adolescenziale di cui conoscevano bisogni e gusti. Furono anche educatrici, spesso pedagogiste, impegnate a trasmettere, attraverso i loro scritti, valori etici e morali.

Furono giornaliste, spesso direttrici di giornalini per la fascia giovanile, autrici di opere teatrali per i più piccoli muovendosi in un universo variegato e complesso con grande professionalità e passione.

Attraverso brevi biografie e accenni ai loro romanzi più famosi si procederà alla loro riscoperta partendo dalle prime e più famose scrittrici della seconda metà dell’ottocento, come Emma Perodi e Ida Baccini, continuando con le varie autrici del Novecento, da Giana Anguissola a Lina Schwrtz, fino ad arrivare alle attuali: da Bianca Pistorno a Paola Mastrocola.




Attualità di “Violetta la timida” (terza parte)

Così la ex timida Violetta viene scelta come portavoce delle compagne e l’Autrice descrive una trasmissione della tv di quegli anni in cui i microfoni erano appesi al collo delle cosiddette “giraffe” piccole gru montate su un carrello guidato da un tecnico in camice bianco, che portavano il microfono sulle teste di chi doveva parlare. Su altri carrelli erano trasportate le ingombranti telecamere, il regista faceva accendere e spegnere le luci e tracciava cerchi a terra per indicare a ognuno il suo posto.

Il civile dibattito che vede impegnata da un lato Violetta e dall’altro i professori, moderato da un pedagogista, si conclude con la schiacciante vittoria dei professori stessi che con valide ragioni contestano tutte le obiezioni indicate dalle allieve di cui Violetta si fa portavoce. D’altra parte i ragionamenti sono inoppugnabili e la stessa ragazzina deve ammettere che gli insegnanti hanno pienamente ragione. Così vengono rapidamente smontate le obiezioni fatte dalle allieve.

Non sono troppi i compiti assegnati da svolgere a casa o durante le vacanze, ma il vero problema è la mancanza di metodo da parte delle allieve che tendono a rimandarli all’ultimo momento col risultato di sentirsi oppresse dalla mole dei compiti stessi.

Non è eccessiva la quantità di testi/poesie da mandare a memoria anzi essa in questo modo viene efficacemente esercitata per evitare che si atrofizzi come ogni facoltà non tenuta in esercizio. Del resto lo stesso Italo Calvino raccomandava: “Imparate delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi.  Le poesie fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente e poi lo sviluppo della memoria è molto importante.”.[1]

Non sono i compiti dati per castigo a essere indice di un metodo antiquato per una scuola moderna ma è l’indisciplina delle scolaresche a essere un atteggiamento incompatibile con la presa di coscienza che si auspicherebbe fosse ormai raggiunta dai giovani i quali dovrebbero convenire che a scuola si va per imparare.

Quanto  al fatto che, per la loro giovane età non è giusto che gli studenti siano per tante ore costretti nei banchi e curvi sui libri, riconoscendo che non sempre viene tenuta in giusta considerazione la vivacità propria dell’età, i professori alla fine si impegnano a dare maggior libertà ai ragazzi quanto più dimostreranno di saper studiare razionalmente.

Da un punto di vista pedagogico e di trasmissione dei valori l’Autrice da un lato manifesta una grande modernità prevedendo la possibilità dei ragazzi di esprimere i loro pareri e far valere le loro ragioni ma dall’altro, attraverso un inoppugnabile ragionamento, li porta a convenire che gli insegnanti, e in altre situazioni educative, i genitori e in generale gli adulti con il loro bagaglio di esperienza hanno il ruolo di indirizzare e istruire i giovani pur tenendo conto delle loro necessità e legittime esigenze.

Pedagogia e psicanalisi

L’aspetto psicologico cui si inspira l’Autrice è messo bene in evidenza anche per quello che riguarda la questione, particolarmente di attualità in una classe tutta femminile, dell’abbigliamento e del trucco. Sarà compito dell’insegnante di matematica, la professoressa Cantoni, cercare di conciliare il risvegliarsi dell’istinto femminile di voler essere belle e desiderabili delle sue giovani allieve e l’atteggiamento di genitori e insegnanti in generale che disapprovano queste tendenze.

La classica risposta “non è ancora l’età per queste cose non può essere considerata soddisfacente, troppo debole“ in rapporto alla forza della vanità, del desiderio di apparire che sorge in voi”. D’altra parte le proibizioni degli adulti hanno una loro ragion d’essere ma l’errore è di volerle imporre e di non volerle spiegare. Con fine dialettica la giovane insegnante che si rifà come lei stessa sostiene, a quelle conoscenze di psicologia ormai indispensabili per un buon rapporto con le giovani generazioni, definisce “L’adolescenza un’età che non è più infanzia e non è ancora giovinezza”. Un’età da rispettare senza voler né indulgere negli istinti dell’infanzia né anticipare quelli della giovinezza. Un’età di attesa, una primavera della vita una breve età in cui si è belle senza alcun ornamento, un’età invidiabile di naturale eleganza e agilità. Per bocca della docente parla la stessa Autrice che attraverso questo personaggio esprime le sue personali opinioni dettate da un sano buonsenso e da saldi principi morali espressi in modo analogo in altri suoi romanzi quasi tutti imperniati su personaggi di giovinette che si trovano a vivere le contraddizioni e gli entusiasmi di quell’età definita “terra di nessuno” che è l’adolescenza.

Consigli e suggerimenti

In pratica qual è il metodo segreto perché Violetta, Terenzio e i tanti timidi, disseminati nel romanzo riescano a superare le loro paure e a diventare sicuri di sé recuperando l’autostima che tante circostanze ed anche tanti atteggiamenti di critica da parte degli altri avevano contribuito a distruggere? Semplicemente, come dice la Signora A, affrontare ogni situazione che intimorisca o faccia soggezione, affrontare le proprie paure, imporsi di fare esattamente quello che si teme di fare. Che si tratti di chiedere all’insegnante di matematica di spiegar più lentamente le lezioni, di ottenere il permesso di invitare le amiche a casa per una festicciola, farsi portavoce delle compagne nell’incontro studenti- professori, o affrontare il primo servizio giornalistico intervistando alcune compagne e compagni di scuola l’importante è non tirarsi indietro, mai.

In questo modo la ex-timida Violetta si prepara a un futuro di giovane donna consapevole delle proprie capacità e pronta ad affrontare quello che la vita vorrà riservarle.

Conclusioni

Il personaggio di Violetta, che ha conquistato negli anni Sessanta un’intera generazione di adolescenti timide, ha mantenuto intatta la sua attualità.

Nonostante siano mutati i tempi e gli scenari in cui si svolgono le vite dei giovani di adesso, alcuni atteggiamenti dell’essere umano sono sempre uguali e sempre lo saranno. La timidezza, la mancanza di autostima si riscontrano anche nelle generazioni del XXI secolo malgrado comportamenti più o meno aggressivi per cercare di mascherarli.

Il rimedio, che consiste nel vincere la timidezza imponendosi di fare le cose che si teme di dover fare, è qualcosa di cui l’Autrice parla per esperienza personale se pensiamo che lei stessa, poco più che adolescente (aveva sedici anni) affrontò un viaggio a Milano e la difficoltà di chiedere e ottenere un colloquio con il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini per sottoporgli una sua novella sorretta dalla determinazione che le veniva dal desiderio di realizzare il suo sogno di diventare giornalista e scrittrice.

Una lettura attenta della biografia di Giana Anguissola dei suoi numerosi racconti, novelle e romanzi sia per adulti che per ragazzi, dei molti articoli pubblicati su vari giornali dell’epoca, dalla Domenica del Corriere a Libertà ecc. ci fanno capire in che ricco panorama di esperienze personali, conoscenze culturali, si siano maturate le sue profonde convinzioni e siano scaturiti i suoi insegnamenti validi per tutte le stagioni.

E sono le avventure di Violetta, ma anche delle varie Priscilla, Giulietta, Marilù, Pierpaola, Giana, eroine di tanti romanzi, che testimoniano la volontà dell’Autrice, attraverso quella che si può considerare la vita normale di normalissime ragazzine di varia estrazione sociale, di dare delle linee guida di comportamento che possano aiutare nella delicata fase della crescita le giovani protagoniste e, attraverso di loro, le giovani lettrici.

Un intento e una volontà che, a distanza di oltre sessant’anni dalla morte della scrittrice piacentina, e con tutti i cambiamenti che si sono verificati nella Società, mantiene ancora una sua intramontabile attualità.

 

 

[1] In un’intervista nel libro di Alberto Sinigaglia Vent’anni al Duemila Eri, Torino, 1982.