La II Rivoluzione Industriale

Porta il nome di seconda Rivoluzione industriale in generale l’arco di tempo a cavallo tra il 1840 e il 1870, periodo contrassegnato da grandi innovazioni tecnologichee, di conseguenza, forti sommovimenti sociali che partono dall’Inghilterra e si diffondono nell’Europa settentrionale.

Nei settori chimico, farmaceutico, elettrico e siderurgico la scienza fa passi da gigante. La scoperta dell’elettromagnetismo porta all’invenzione del telegrafo e poi del telefono, semplificando e accelerando enormemente le comunicazioni a distanza. L’uso dell’acciaio e del carbone permette il passaggio dalle imbarcazioni a remi e a vela alle navi a nafta e la costruzione delle prime ferrovie: tra queste la transiberiana da Mosca a Vladivostok (porto russo sull’Oceano Pacifico) e la linea New York-San Francisco, costata la vita a intere tribù di pellerossa.

FOTO 1. Le prime ferrovie

In questo periodo Londra e Parigi vedono costruire le prime linee urbane di metropolitane sotterranee, passando da cittadine settecentesche a metropoli moderne. I vecchi piccoli luoghi di lavoro urbani (che nel secolo precedente erano prevalentemente opifici tessili e laboratori di lavorazione di prodotti alimentari) nati con la prima Rivoluzione industriale si sviluppano notevolmente e sorgono in questi anni le grandi fabbrichesiderurgiche e metallurgiche, le fonderie e le acciaierie.

La prima delle grandi conseguenze di questo processo è l’inizio del disastro ambientale. La modernizzazione ottocentesca si basa su un concetto di sviluppo illimitato di origine illuminista, che credeva illimitate anche le risorse su cui questo sviluppo si sarebbe dovuto basare, risorse che invece illimitate non sono. Nel giro di pochi decenni l’aria delle città diventa grigia e irrespirabile e le campagne vengono depredate di suolo, legname, animali e ricchezze sotterranee per alimentare i bisogni industriali. L’Europa del Settecento era occupata prevalentemente da boschi e foreste, interrotte da piccoli centri abitati sparsi e poche città, oggi il vecchio continente è molto densamente popolato e di spazi verdi e incontaminati ne sono rimasti pochissimi.

L’abbondanza di prodotti industriali, realizzati in tempi brevi e a basso costo, determina un netto crollo nelle vendite dei prodotti artigianali, che richiedono tempi più lunghi e forza lavoro maggiore, mandando in miseriai piccoli produttori indipendenti di cui l’Europa preindustriale era piena.

Così cambiano radicalmente anche gli equilibri demografici: gran parte della popolazione rurale si trasferisce nelle città e chi prima era contadino, pastore o artigiano ora diventa operaio nelle nuove grandi fabbriche o disoccupato se le industrie sono al completo. Oltre che dalle campagne alle città, enormi masse si trasferiscono dalle zone più arretrate a quelle più industrializzate.

Mentre i lavori manuali di un tempo prevedevano specifiche conoscenze e abilità, l’impiego dell’operaio è fatto di seriali gesti faticosi, ma semplici e ripetitivi, che abbrutiscono l’essere umano: chi prima costruiva da solo un intero mobile con piallatura, cesellatura e decorazioni eseguite in maniera personale, ora si limita a girare un bullone e un altro operaio farà il passaggio successivo. Mentre il lavoratore dei secoli precedenti usava alcuni strumenti tecnici per facilitare la produzione, l’operaio moderno è quasi un’appendice del macchinario di cui è dipendente: non è più il falegname che ha bisogno della pialla ma è la macchina che per funzionare ha bisogno di un uomo che prema dei tasti. Questo meccanismo disumanizzante prende il nome di catena di montaggio.

FOTO 2. Tempi moderni

A risentirne è anche il salario: mentre la vita di campagna bastava a mantenere una famiglia, ora il padrone paga l’operaio  quel minimo indispensabile a mantenerlo in vita e a farlo tornare a lavorare l’indomani e lo rende costantemente dipendente dal lavoro salariato impedendogli ogni futura emancipazione. La media della giornata lavorativa in fabbrica verso la metà dell’Ottocento dura tra le dodici e le quattordici ore, un orario massacrante.

Una produzione massiccia di beni di consumo ha bisogno di essere smaltita attraverso un altrettanto massiccio consumo di beni: cosa ci si fa con l’ingente quantità di merci prodotte se solo pochissime persone possono acquistarle? E soprattutto, i capitali spesi tra acquisto e manutenzione dei macchinari e salario degli operai devono rientrare attraverso le vendite, altrimenti le aziende falliscono e il sistema crolla su se stesso. Ogni volta che la produzione della merce eccede le vendite e i consumi calano drasticamente, si parla di crisi di sovrapproduzione. Da qui il bisogno di indurre le persone al consumismo con prezzi modici, salari più generosi e incentivi culturali. Ed è proprio la saturazione del mercato locale una delle cause che hanno spinto le potenze europee a espandersi in altre aree geografiche dando origine al fenomeno del colonialismo.

Da qui prende origine il movimento operaio, per rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita. Su quest’onda nel 1864 nasce la prima Associazione Internazionale dei Lavoratori, calderone dei programmi politici di tutti gli schieramenti rivoluzionari d’Europa. Non è un caso che la I Internazionale dei lavoratori venga fondata a Londra, una delle prima città fortemente industrializzate (insieme a gran parte dell’Inghilterra).

Una forma primitiva di lotta operaia già alla fine del Settecento, durante la prima Rivoluzione industriale, era stata il Luddismo: prendendo nome da un misterioso Capitan Ned Ludd (o Generale Nedd Ludd, a seconda delle fonti, uomo la cui reale esistenza non è mai stata accertata), i primissimi operai si ribellavano all’industrializzazione sfasciando i macchinari di cui erano ormai dipendenti, considerati fonte del peggioramento delle loro condizioni. Invece il movimento ottocentesco, sotto la guida marxista, mantiene comportamenti meno spontaneisti e più rigidamente organizzati.

FOTO 3. Luddismo

 

Film consigliato: Charlie Chaplin, Tempi moderni, 1936 (Foto 2)

 

FOTO 4. Schema di date

 




Nord della Striscia di Gaza, 30 marzo 2018

Una marcia pacifica si avvicina alla recinzione di Jabaliya. Non si vedono bandiere di partiti né di fazioni, Al Fatah e Hamas finalmente lavorano insieme. Sono trentamila persone disarmate, di entrambi i sessi e di tutte le età. Non lanciano razzi né impugnano fionde e non hanno il volto coperto dalla tradizionale kefyah. Tra i partecipanti ci sono molti adolescenti, cresciuti in una striscia di terra di circa dieci chilometri per cento chiusa dal filo spinato, dove l’acqua scarseggia e la corrente elettrica viene concessa solo per quattro ore al giorno, dove anche la pesca è sottoposta a restrizioni e il 70% della popolazione è composto da rifugiati le cui famiglie furono allontanate dalle terre su cui nacque lo Stato di Israele. La manifestazione, nota come Marcia del ritorno, chiede che il popolo palestinese possa tornare a quelle terre, a poche settimane dal settantesimo anniversario della fondazione di Israele, ricordata nel mondo arabo come Al Nakba, la catastrofe. La data scelta, indicata come Giornata della terra, ricorda un episodio del 1976, in cui le forze armate uccisero sei persone e ne ferirono altre cento per impedire uno sciopero di arabi con la cittadinanza israeliana che si erano visti requisire le proprie terre.

Un proiettile sibila nell’aria. Cade un ragazzo. Poi un altro. Poi un altro ancora. Immobili, i cecchini israeliani eseguono da lontano gli ordini che arrivano via radio. Alla fine della giornata, il bilancio è di diciassette morti e quattrocento feriti.

I vertici dell’esercito israeliano sostengono che i ragazzi uccisi fossero dei «rivoltosi» e che una manifestazione pacifica a ridosso della Pasqua ebraica costituisca una minaccia per la sicurezza e per l’esistenza stessa del Paese, parlano di «tentativi di attacchi terroristici fatti passare per manifestazioni»; il ministro della difesa Lieberman parla di «provocazione» e sostiene che i partecipanti alla marcia fossero stati istigati e manipolati da Hamas, braccio armato della resistenza e partito maggioritario nella striscia di Gaza.

Le fotografie indicano piuttosto una dimostrazione nonviolenta, non certo un’Intifada, e alcuni dei morti sono stati colpiti alla schiena mentre scappavano dai gas lacrimogeni.

Molti israeliani e sionisti ritengono che le colonie, per quanto illegali, siano indispensabili per la sicurezza di Israele e ne attribuiscono la responsabilità ai tentativi palestinesi di lotta armata. Ma la Marcia del ritorno del 30 marzo dimostra che una lotta pacifica non viene accolta dall’occupante in maniera meno cruenta. I rapporti di forza tra occupante e occupato sono del tutto asimmetrici. Non si tiene conto della violenza costante che i palestinesi hanno sempre subito. ll quotidiano arabo Al Jazeera replica che «pretendere che [i palestinesi] adottino un’ideologia nonviolenta significa dimenticare la storia delle lotte di liberazione, dall’Algeria al Viet Nam».

Mentre il Papa tace, le ONG e l’ONU sono impotenti e Trump strizza l’occhio a Netanyahu, pronto a mettere il veto quando il Consiglio di Sicurezza discuterà un’eventuale commissione di inchiesta, l’unica voce di un capo di Stato che si è paradossalmente levata contro l’ulteriore «atto disumano» commesso viene da un uomo non certo attento ai diritti umani né alla legalità internazionale: il dittatore turco. Negli ultimi giorni Erdogan e Netanyahu hanno inscenato dei grotteschi comizi televisivi dandosi dei terroristi a vicenda.

Secondo varie testate del mondo arabo (in particolare il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi e quello di Ramallah Al Avyam), l’ONU dovrà aprire un’indagine e probabilmente interverrà la Corte penale internazionale per crimini di guerra. Difficilmente però questi organi potranno imporre all’occupante il rispetto dei diritti umani: da oltre cinquant’anni Israele disobbedisce alle ingiunzioni delle Nazioni Unite che vorrebbero il ritiro da tutti i territori occupati e in particolare la città di Gerusalemme, la Cisgiordania e la striscia di Gaza. Già nel 2009, in seguito all’operazione Piombo Fuso, costata la vita a migliaia di civili della striscia, le cui notizie giungevano in Italia grazie ai resoconti di Vittorio Arrigoni, il Tribunale penale internazionale aveva aperto un processo a carico dei vertici politici e militari di Israele, presieduto allora dallo stesso Benjamin Netanyahu che siede oggi al governo, con i capi d’accusa di «crimini contro l’umanità» e «genocidio».




Biji Serok Apo

Il 4 aprile presso il centro culturale curdo Ararat di Roma si è celebrato il sessantanovesimo compleanno di Abdullah Öcalan, noto anche come Apo, presidente e fondatore del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan).

FOTO 1

Öcalan, nato nel Kurdistan turco nel 1949 (anche se alcune fonti sostengono nel 1948), ha studiato scienze politiche all’università di Ankara partecipando alle agitazioni studentesche dei primi anni Settanta. Nel 1978, su posizioni marxiste-leniniste, Apo ha fondato il PKK, il quale nel 1984 è entrato in clandestinità dando inizio a una lotta armata contro Turchia, Iraq e Iran volta a costituire uno stato curdo indipendente.

Tra il 1984 e il 2003 l’esercito turco ha ucciso più di trentamila persone curde, alcuni combattenti ma moltissimi civili, nel tentativo di schiacciare la lotta del PKK. I decenni successivi al 1984 hanno visto il leader curdo peregrinare continuamente alla ricerca di un luogo dove ottenere asilo politico, che nessuno Stato gli ha mai concesso: le pressioni della Turchia, membro della NATO e importante partner commerciale dell’Europa, hanno spinto sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea a inserire il partito curdo nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali.

Giunto in Italia nel 1999 sotto il governo D’Alema, Öcalan si è consegnato alla polizia italiana nella speranza di ottenere asilo politico, ma la Turchia ha minacciato di boicottare le aziende italiane, costringendo il governo a mantenere la prudenza (quando in Italia la facoltà di concedere o negare un asilo politico spetterebbe alla magistratura e non al governo). Su implicito consiglio italiano, Öcalan si è recato in Kenya, dove è stato catturato dai servizi segreti turchi.

Pochi giorni dopo, la magistratura italiana ha riconosciuto che Abdullah Öcalan avrebbe effettivamente avuto diritto all’asilo politico in Italia in quanto i suoi diritti democratici in Turchia non erano garantiti. Peraltro, la Costituzione italiana sancisce chiaramente che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica» (articolo 10) e che l’estradizione «non può in alcun caso essere ammessa per reati politici» (articolo 26). Ad aggravare il tutto, va ricordato che all’epoca dei fatti in Turchia era ancora in vigore la pena di morte (abolita solo nel 2002 su pressioni dell’UE). Da allora Öcalan, condannato prima a morte poi all’ergastolo, è rinchiuso in un’isola-carcere turca nel Mar di Marmara.

Negli anni, il PKK ha abbandonato le posizioni marxiste-leniniste di partenza e, al posto di uno Stato curdo indipendente, ha iniziato a lottare per una convivenza pacifica tra i popoli del Medio Oriente. Dal carcere Öcalan ha elaborato la teoria del confederalismo democratico, proponendo una società basata sul rispetto dell’ambiente e sull’emancipazione delle donne che punti a liberare l’umanità del capitalismo e dal patriarcato. È stata addirittura proposta una commissione d’inchiesta bilaterale che valuti i crimini di guerra commessi sia dall’esercito turco che dalle milizie curde. Ma questo non ha fermato la repressione da parte dello Stato turco.

Durante le guerre del Golfo la NATO ha continuato ad accusare di terrorismo il PKK ma ha contemporaneamente finanziato la lotta indipendentista del Kurdistan iracheno per indebolire il governo di Saddam Hussein a Baghdad. Per evitare gli attacchi turchi, le basi del PKK sono state trasferite sui monti del Qandil, nel Kurdistan iracheno. Nel frattempo, a partire dal 2011, la guerra civile in Siria ha permesso alla popolazione del Kurdistan siriano di organizzarsi autonomamente approfittando delle difficoltà del governo di Damasco e rendendo così effettivo il confederalismo democratico, grazie anche alle Unità di difesa del popolo curdo (YPG) e alle milizie femminile (YPJ) che si possono considerare sorelle siriane del PKK turco.

Nel 2013 a Parigi sono state assassinate tre donne curde, tra cui la cofondatrice del PKK Sakine Cansiz: i responsabili degli omicidi, molto probabilmente legati ai servizi segreti turchi, non sono mai stati identificati e lo Stato francese non è intervenuto nella vicenda. Per assolversi da ogni responsabilità, il governo di Ankara ha fatto circolare la voce di una resa di conti interna al PKK.

Nel centro culturale Ararat il volto di Öcalan è raffigurato ovunque, insieme alla bandiera rossa del PKK. Nel pomeriggio del 4 aprile in omaggio al leader curdo è stato piantato un albero di ulivo: a mettere la nuova pianta nel terreno del giardino sono state le donne della comunità curda, in quanto le donne, per loro natura, generano la vita.

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Poi le danze si sono protratte fino a sera sotto lo slogan Biji serro Apo (Viva il presidente Apo). Tra le persone presenti alla cerimonia regna l’entusiasmo ma anche la tristezza: Apo è in carcere da diciannove anni e da due non se ne hanno notizie, soffocato da un isolamento che non permette di conoscere nemmeno le sue condizioni di salute.

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Nel 2016 la giunta De Magistris gli ha conferito la cittadinanza onoraria della città di Napoli.

Oggi la nipote di Apo, Dilek Öcalan, eletta nel parlamento turco con l’HDP (Partito democratico dei popoli, disarmato ma filocurdo) è in carcere: secondo il dittatore Erdogan, l’HDP costituirebbe il braccio legale del PKK. Ma la colpa di Dilek Öcalan, formalmente accusata di «propaganda per un’organizzazione terroristica», consiste nell’aver partecipato al funerale di un partigiano curdo ucciso nel 2016 dalle truppe di Ankara.




La Francia, dalla II Repubblica al II Impero

La situazione francese nei decenni a metà dell’Ottocento è complessa. Come si è visto nella precedente puntata, alla morte di Luigi XVIII di Borbone gli succede il figlio Carlo X, che tenta di restaurare l’ordine prerivoluzionario, ma invano. La sua legge, che vuole restituire all’aristocrazia terriera i beni immobiliari espropriati durante la Rivoluzione, viene accolta a Parigi con un’insurrezione popolare nota come «la Rivoluzione di luglio», tanto che è necessario fare marcia indietro: il potere economico dei nobili è ormai svanito. Il suo successore Luigi Filippo d’orleans asseconda le richieste della borghesia per evitare nuove rivolte: il suo essere il primo «Re dei Francesi per volontà della Nazione» cambia poco nel concreto, ma fa capire simbolicamente che ora il potere non può più essere del tutto svincolato dalla volontà generale né del tutto separato da chi detiene il controllo dei mezzi di produzione, come invece era prima del 1789. Orléans è soprannominato «il Re che regna ma non governa» per essere poco repressivo e «Luigi égalité» per aver messo (non di diritto ma di fatto) nobili e borghesi quasi sullo stesso piano. Lo slogan Liberté Égalité Fraternité aveva infatti proprio questo significato: rendere uguali davanti alla legge tutti i cittadini (nonostante il divario economico renda fittizia tale uguaglianza) e garantire alla nuova classe di finanzieri, negozianti, banchieri e imprenditori una libertà economica e commerciale più vasta possibile. Tale obiettivo si realizzerà attraverso una lotta graduale e lunga decenni.

Nel 1830 a Parigi viene istituita la Guardia Nazionale, un corpo armato autonomo incaricato di riportare l’ordine contro le rivolte operaie ma anche contro gli abusi del potere. A tale proposito bisogna però ricordare che Parigi ha una connotazione demografica e culturale assai diversa dal resto della Francia: mentre nella capitale, città operaia e di basso rango sociale, le spinte rivoluzionarie sono sempre rimaste forti, il resto del Paese è popolato da contadini di idee piuttosto conservatrici.

Nel 1848scoppia una nuova rivolta. Orléans è troppo moderato: su questo concordano operai e imprenditori, garzoni e braccianti, uomini e donne, liberali e democratici, socialisti e persino alcuni nobili. I liberali chiedono maggiore autonomia economica, i democratici il suffragio elettorale universale o comunque molto esteso, i socialisti il riconoscimento dei diritti dei poveri.

FOTO 1. Parigi, barricate del giugno 1848. (Musée Carnavalet)

Quando alla Guardia Nazionale viene ordinato di reprimere la rivolta con le armi, questa si rifiuta e appoggia gli insorti. Per giorni Parigi è occupata da barricate e il Re, temendo di fare la stessa fine di Luigi XVI, abbandona la città. Si forma un governo provvisorio cui prendono parte anche i socialisti: viene proclamata la II Repubblica Francese. La Repubblica s’impegna a eliminare ogni restrizione al diritto di stampa e di riunione, abolisce la pena di morte per reati politici, apre fabbriche statali con il nome di ateliers nationaux per dare lavoro ai disoccupati e stabilisce per la prima volta un massimo legale di 11 ore per ogni giornata lavorativa. Ma decide anche di rispettare il principio di equilibrio e rinunciare a “esportare la Rivoluzione” come invece aveva fatto la I Repubblica sotto Napoleone.

Tali riforme sociali infastidiscono l’ala moderata (quella più liberista e meno democratica e socialista) e non interessano alla parte rurale della Francia, rimasta su posizioni conservatrici. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente, svolte a suffragio universale maschile, vincono i moderati. Certamente dare il voto ai contadini ha contribuito a questo esito. Il nuovo governo sancisce così il fallimento della rivolta.

Alle elezioni presidenziali i conservatori vincono di nuovo: è scelto come Presidente della Repubblica Luigi Napoleone Bonaparte, nipote di Napoleone. Abolite le riforme sociali del governo provvisorio, il nuovo Presidente conservatore toglie il diritto di voto ai nullatenenti, ma il Parlamento gli impedisce di ripetere il mandato alla sua scadenza. Così nel 1851, con l’appoggio dell’esercito, Bonaparte attua un colpo di Stato e vara una nuova Costituzione secondo la quale il mandato presidenziale dura dieci anni anziché quattro e la Camera non ha più potere legislativo: ormai la Repubblica è solo una formalità e il potere è tutto nelle mani di un solo uomo. Per allargare il consenso, il suffragio elettorale ritorna a essere universale maschile: un plebiscitopopolare a maggioranza schiacciante conferma la nuova Costituzione. L’anno seguente con un nuovo plebiscito viene restaurato l’Impero. Ora Bonaparte è imperatore con il nome di Napoleone III:la II Repubblica francese muore nello stesso modo in cui era tramontata la Rivoluzione mezzo secolo prima.

FOTO 2. Napoleone III, imperatore dei francesi

Un importante elemento di innovazione urbanistica introdotto da Napoleone III nella cartina di Parigi è dato dai grands boulevards di cui il più noto è il boulevard Haussmann (in copertina), dal nome del barone che lo ha ideato: si tratta di maestosi viali lunghi e larghi costruiti al posto di vicoli medievali proprio con l’intento di impedire la costruzione delle barricate che nel 1830, nel 1832 e nel 1848 avevano facilitato le rivolte operaie. Il Bonapartismo sarà caratterizzato da una forte repressione del dissenso ma al tempo stesso da un largo consenso popolare dovuto a politiche demagogiche: potremmo dire che il Bonapartismo ottocentesco è di fatto l’antenato di quello che oggi chiamiamo populismo. Quest’esperienza di governo avrà fine solo nel 1870 con la Guerra franco-prussiana.

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Tina Modotti: fotografia e rivoluzione

Tina Modotti nasce a Udine nel 1896 da una famiglia povera di idee socialiste. Le poche notizie che abbiamo sulla sua biografia sono solo in parte affidabili in quanto provengono dagli archivi dell’OVRA (polizia segreta fascista 1930-1945) e della GPU (polizia segreta sovietica stalinista).

La sua sorprendente bellezza influenzerà il suo modo di vedere il mondo: cresce sapendo bene come gli uomini guardano le donne, anche quelle giovanissime.

Figlia amatissima di un carpentiere, emigra in California per seguire il padre e trova lavoro nel cinema muto: i suoi colori scuri contrastano con il biondo delle protagoniste dei film americani del primo dopoguerra e, di conseguenza, compare sempre nel ruolo di amante passionale e mai in quello di moglie.

 

Trasferitasi a Città del Messico, collabora con i maggiori intellettuali e artisti locali: le sue principali amicizie sono Frida Kahlo, Rafael Alberti, Diego Rivera Álvaro Siqueiros ed Edward Weston. Quest’ultimo, forse il più grande amore della sua vita, è l’autore dei ritratti più belli che tuttora conserviamo di lei. Da lui e dal precedente marito Robo, impara l’arte della fotografia.

 

In copertina: Tina Modotti ritratta da Edward Weston, 1923 (particolare)

 

Quella di Tina è una fotografia sociale e al tempo stesso astratta: nelle immagini scattate sono molto frequenti elementi geometrici (linee, riquadri, curve, cerchi…) di una estrema semplicità. Il modo in cui il vento inarca i fiori da lei fotografati in Messico (foto 3) ricorda il modo in cui lei stessa inarca la schiena nel posare nuda per Weston (foto 1): è un richiamo astratto che difficilmente è casuale, è anzi fedele alle tendenze di quegli anni, in cui vanno di moda il Cubismo e la Bauhaus.

FOTO 1-2

La fotografia di Tina è forse l’opera in assoluto che meglio rappresenta la società messicanadegli anni tra le due guerre, una società fatta di lavoratori sfruttati, di indios depredati della proprie terre, di bambini e bambine di strada, di donne provenienti da classi disagiate e soprattutto di un acceso fermento sociale.

Nelle sue immagini è evidente la povertà delle persone ritratte, accentuata dalla drasticità dei tagli nelle forme e nelle luci. Coglie la miseria e la dignità, la sofferenza e la rabbia, cercando di usare la fotografia per incidere sulla società.

FOTO 3-4-5

L’insurrezione zapatista esploderà oltre mezzo secolo dopo la sua morte, ma accostare una chitarra, una pannocchia di mais e una cartuccera di proiettili sembra già un inno ai popoli del colore della Terra, cancellati dalla Storia (foto 6).

FOTO 6-7

In Messico, nonostante la tanta luce, Tina, eccelsa conoscitrice della tecnica fotografica,tende a usare tempi lenti; predilige le macchine di grande formato, in cui l’immagine va pensata ed elaborata a lungo prima di essere impressa sulla pellicola.

Nei primi anni Trenta torna in Europa. In Germania scopre le macchine fotografiche di piccolo formato, le 35 mm, e i tempi molto veloci, strumenti usati per documentare l’agonia della Repubblica di Weimar in quanto discreti e silenziosi, utilizzabili in fretta e di nascosto. Ma a Tina la Leica non piace, lei non lavora bene nella fretta.

La sua militanza comunista la porta ad allontanarsi sempre più da Edward Weston.

FOTO 8-9

Durante la guerra di Spagna milita nelle Brigate Internazionali, la formazione stalinista responsabile di aver soffocato la nascente Rivoluzione del proletariato spagnolo. È fidanzata con Vittorio Vidali, spietato agente della GPU e importante membro del Komintern, che in quei mesi è a capo del famigerato V Reggimento, noto per aver fucilato più anarchici che fascisti e per non aver fornito l’appoggio promesso alle milizie popolari che combattevano contro Franco. Già nel 1929 Vidali aveva assassinato Juan Antonio Mella, probabilmente amante di Tina, che cercava consensi in Messico per dar vita a una rivoluzione a Cuba.

A questo punto arte e militanza si separano: come già accadde al fotografo francese Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar, con la Comune di Parigi, Tina abbandona la fotografia per concentrarsi integralmente sull’attività politica. Durante il periodo trascorso in Spagna non scatta nessuna foto. Qui incontra intellettuali internazionali di rilievo, come Ernest Hemingway, Robert Capa, Gerda Taro e Pablo Neruda, con cui stringe una forte amicizia. All’arrivo dei franchisti, l’esercito repubblicano lascia Malaga senza tentare alcuna difesa; poi tocca a Madrid cadere, poi a Valencia, a Barcellona è il Komintern a fucilare gli anarchici al posto dei fascisti. Tina non può obiettare ma comincia a capire. Vive la guerra di Spagna con tragicità, vede continuamente i suoi compagni attaccarsi a vicenda, stalinisti contro trozkisti, e questi ultimi sparire nel nulla con frequenza. Alla fine degli anni Trenta è esausta, sfinita. Viaggia a Mosca, che è in preda alla paranoia: chiunque potrebbe essere una spia o un traditore, un trozkista o un controrivolulzionario. Stremata da questo clima, torna in Messico. Poco dopo un sicario mandato da Stalin uccide Lev Trozkij, rifugiato a Città del Messico: da tempo Vidali parlava di un «obiettivo delicato». Poi Stalin firma un patto con Hitler: questo Tina non lo può accettare. In silenzio, lascia Vidali e decide di non rinnovare la tessera del partito comunista.

Nel 1942 viene invitata a una cena a cui è presente Vidali. Subito dopo viene colpita da un misterioso malore. Sarà ritrovata morta sul taxi abbandonato che avrebbe dovuto condurla in ospedale, stessa sorte di numerosi oppositori dello stalinismo. Ma lei è una donna, e per i giornali del Komintern una donna che non sta al proprio posto è sicuramente non solo una controrivoluzionaria ma anche «una zoccola dei trozkisti».

FOTO 10. Diego Rivera. La distribuzione delle armi, 1928. Mexico City

Oggi a Città del Messico un murale di Diego Rivera la ritrae (ultima a destra) mentre distribuisce armi agli insorti, come ringraziamento per la magnifica rappresentazione della società messicana che questa donna ha lasciato all’umanità.

 

Testo consigliato: Pino Cacucci, Tina, Feltrinelli, 2005

 

 




I moti del 1830

Nel 1830 un nuovo terremoto politico e sociale fa tremare la pace europea. Di nuovo il fermento ha inizio nella periferia del continente, dove il Congresso di Vienna ha imposto un equilibrio lontano dalla volontà popolare.

La prima rivolta scoppia in Polonia, che aspira all’indipendenza dall’impero russo, e nell’Italia centrosettentrionale (Ducati di Parma e di Modena) per sottrarsi al dominio austriaco, ma i due imperi danno il via a un’altra sanguinosa repressione che mette a tacere i moti in breve tempo.

Stavolta però la scintilla dell’insurrezione si estende in fretta al resto del continente. La Francia insorge contro la situazione che la Restaurazione ha imposto e il Belgio vuole un proprio Regno, separato da quello dei Paesi Bassi. Alla repressione tra le strade di Parigi la popolazione oppone una strenua resistenza e il re è costretto ad abbandonare la città; Austria e Prussia vorrebbero intervenire per sedare le rivolte in Belgio ma Francia e Inghilterra negano il loro appoggio proponendo il principio di non intervento negli affari interni di altri Paesi: la Santa Alleanza ha perso il suo potere.

In Francia, molto più che altrove, né la repressione né l’imperialismo sono riusciti a cancellare gli ideali del 1789. Con la Rivoluzione la borghesia (commercianti, banchieri, imprenditori delle prime piccole fabbriche, padroni di botteghe con lavoratori dipendenti) ha definitivamente affermato il proprio primato economico nella società e di conseguenza ha ottenuto un ruolo politico di primo piano cui ora non è più disposta a rinunciare. In questi anni le richieste della borghesia contro i privilegi della nobiltà raccolgono un vasto seguito anche tra le classi sociali più basse (garzoni, primi operai, donne, parte dei contadini), quelle che qualche decennio più tardi prenderanno il nome di proletariato. La principale richiesta della borghesia europea, già realizzata in Inghilterra, è una Costituzione scritta che sancisca chiaramente i limiti del potere del re, mettendo quindi fine alla monarchia assoluta.

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Il nuovo re Carlo X di Borbone, succeduto al padre Luigi XVIII, limita i diritti sanciti dalla Costituzione, elimina la libertà di stampa e stabilisce il risarcimento dei beni espropriati alla nobiltà durante la Rivoluzione, mandando così su tutte le furie la popolazione parigina fiera e bellicosa che di quella Rivoluzione era stata protagonista. Non riuscendo a sedare la rivolta, Carlo X lascia la città e, in nome del principio di equilibrio, per placare le acque il suo posto viene dato a Luigi Filippo d’Orléans, giovane di famiglia nobile ma di idee filoborghesi. Il nuovo sovrano è il primo a farsi nominare non più «Re di Francia per grazia di Dio» ma «Re dei Francesi per volontà della Nazione».

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Luigi Filippo vara una Costituzione che allarga il suffragio elettorale e aumenta il potere decisionale della borghesia sulle questioni economiche a discapito della vecchia aristocrazia: da qui gli deriva il soprannome di «Re borghese», nonostante le sue origini siano ancora aristocratiche. Ormai l’ascesa della nuova classe sociale non è più arginabile. Tuttavia, quando nel 1832 la popolazione operaia parigina insorge nuovamente per reclamare più diritti sociali, la rivolta viene di nuovo repressa nel sangue dalle autorità francesi, stavolta senza intervento straniero

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Il Kurdistan a Roma

Biji berxwedana Afrine (Viva la resistenza di Afrin) scandiscono insieme le centinaia di persone che danzano in cerchio mentre le punte delle fiamme illuminano la stella al centro della bandiera rossa issata sull’ex mattatoio della capitale. Siamo ad Ararat, centro culturale e luogo di ritrovo della comunità curda nel quartiere romano di Testaccio, dove si celebra il Newroz, il tradizionale capodanno curdo. Arrivando ad Ararat l’atmosfera è accogliente e calorosa, non manca mai qualcuno pronto a offrire a chi arriva un çay, l’immancabile tè caldo, e a raccontare la propria storia, spesso facendosi capire pur non sapendo una parola di italiano né d’inglese. Molti dei presenti ad Ararat vivono in Italia con lo statuto di rifugiati, dato che nella propria terra sarebbero perseguitati in quanto curdi.

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Oggi il Kurdistan si presenta diviso in quattro Stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran), in ognuno dei quali è vietato parlare il curdo e celebrare le proprie tradizioni, prima fra tutte il Newroz, ed è imposta la fede musulmana; eppure, in nome dello stesso Corano cui si appellano gruppi di fanatici ed esaltati terroristi, il popolo curdo ha costruito una società basata sul rispetto dell’ambiente, sull’emancipazione delle donne e sulla convivenza pacifica tra i popoli.

Nel Kurdistan turco (Bakur), da cui proviene la maggior parte delle persone che si incontrano ad Ararat, l’ostilità verso l’identità curda è sempre stata forte. Il principale soggetto guida della lotta in Bakur è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fondato da Abdullah Öcalan nel 1978 e dichiarato illegale dal governo di Ankara. Negli ultimi anni il governo sunnita di Erdogan si è fatto sempre più autoritario e la repressione sempre più spietata ma il PKK, pur avendo abbandonato le idee marxiste-leniniste di partenza e rinunciato a uno Stato curdo indipendente, continua la lotta armata perché il popolo curdo possa vivere in pace e dignitosamente sulle proprie montagne. Recentemente, Erdogan ha dato il via a una campagna di arresti di magistrati, docenti, giornalisti e deputati e varato una nuova Costituzione che aumenta enormemente i propri poteri. I deputati e le deputate del Partito Democratico dei Popoli (HDP), principale opposizione parlamentare al regime turco, sono attualmente in carcere con l’accusa di costituire il braccio legalitario del PKK.

FOTO 2. CARTA DEL KURDISTAN

Allo scoppiare della guerra civile in Siria contro il tiranno Bashar Al Assad, la popolazione del Kurdistan siriano (Rojava) ha approfittato della difficoltà del governo di Damasco per attuare il sistema di democrazia diretta ecologista e femminista, noto come confederalismo democratico, proposto da Abdullah Öcalan, recluso in un carcere turco dal 1998. Frequentando la comunità curda è evidente il rispetto e la centralità di cui le donne godono, elementi che costituiscono una lezione di civiltà per l’Occidente tanto evoluto, dove centinaia di donne vengono assassinate ogni anno anche dentro le mura domestiche. Jin Jiyan Azadî (Donna Vita Libertà), recita uno dei principali slogan curdi.

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In Rojava sono nate le YPG, unità di difesa del popolo curdo, e le YPJ, milizie femminili. Ma il confederalismo democratico ha attirato l’ostilità degli islamici più intolleranti. La questione delle donne in particolare è stata molto rilevante: scardinare il patriarcato ha infastidito non solo la Turchia sunnita ma anche gli integralisti sciiti di Daesh, gruppo terroristico nato in seno alla guerra civile siriana ma con armi e finanziamenti occidentali.

Noto per la sua brutalità, Daesh ha attaccato il Rojava spingendosi fino al confine turco-siriano, il che ha portato le milizie curde sotto i riflettori di tutto il mondo durante i mesi dell’assedio di Kobane. Con l’appoggio solo formale della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, le YPG e le YPJ hanno cacciato Daesh da Kobane e ripreso la città da sole. Nel frattempo, Kobane era attaccata anche alle spalle, dal lato turco. Insieme alle Forze Democratiche Siriane, un esercito misto arabo-curdo, le milizie curde hanno lanciato l’offensiva che ha portato a liberare anche la città di Raqqa, ultima roccaforte di Daesh.

Sembrava che i sogni curdi stessero vincendo. E invece, violando a sorpresa il diritto internazionale, secondo il quale il Rojava è sotto la giurisdizione esclusiva di Damasco, Erdogan ha iniziato a bombardare il cantone di Afrin, dove avevano trovato rifugio migliaia di civili in fuga dalla guerra. L’ONU è intervenuta chiedendo un immediato cessate il fuoco ma il dittatore turco continua indisturbato la carneficina. La cosa più eclatante è che ad attaccare Afrin è non soltanto la Turchia da Nord-Ovest, ma anche da Sud-Est le bande jihadiste di Al Qaeda, Al Nusra e ciò che resta di Daesh. Un Paese della NATO è alleato dei gruppi terroristici che hanno costituito il pretesto per cui la NATO stessa ha dato inizio alle guerre in Medio Oriente.

In simili occasioni di gravi crisi internazionali la Chiesa è intervenuta a tutelare la pace ma stavolta il Papa ha stretto la mano al dittatore turco responsabile del genocidio in corso. Il Pontefice, di solito tanto attento ai casi di pedofilia, non ha criticato nemmeno la nuova legge turca che autorizza il matrimonio delle bambine a partire dai nove anni di età.

L’altra realtà che ha gravemente taciuto sui fatti di Afrin è l’Unione Europea, che ha firmato un accordo con Erdogan in base al quale la Turchia blocca i flussi migratori dal Medio Oriente verso l’Europa in cambio di sei miliardi di euro all’anno e del silenzio sulla questione curda: sotto la continua minaccia di rompere l’accordo e far affluire i profughi in Europa, Bruxelles e Strasburgo non possono ricordare al sultano il rispetto dei diritti umani. Lo Stato italiano in particolare, oltre a sostenere diplomaticamente la Turchia e a venderle armi, cerca di impedire ogni iniziativa di solidarietà con il popolo curdo: domenica scorsa un corteo spontaneo di poche decine di persone che tentavano di raggiungere l’ambasciata turca a volto scoperto e a mani nude è stato fermato dalla polizia, che ha ferito alla testa una giovane manifestante.

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Il 24 marzo a Roma è una giornata importante perché ricorre l’anniversario dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine. La mattina un corteo cittadino ha attraversato la Garbatella, quartiere popolare dove abitavano numerosi partigiani, ed è giunto fino al luogo della strage.

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La comunità curda si è unita alla commemorazione portando l’attenzione sulla pulizia etnica in corso oggi in un Paese in cui, di nuovo come nell’Europa degli anni Quaranta, le opposizioni sono in carcere e un’intera etnia viene sterminata.

La sera ad Ararat si balla intorno al fuoco e vari gruppi musicali sia italiani che curdi intrattengono le persone presenti. L’aria è festosa e allegra, il Newroz è un momento importantissimo nella vita curda. Eppure una notizia recentissima crea nell’aria un’amarezza di fondo: dopo alcune settimane di cannonate turche e colpi di mortai jihadisti, Afrin è caduta. Tra un çay e l’altro ci si chiede cosa fare, come continuerà la resistenza.

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L’esercito turco ha mandato i superstiti di Daesh e le bande di Al Nusra (sorella siriana dell’araba Al Qaeda) in avanscoperta e solo dopo, fuggita quasi tutta la popolazione civile, i carri armati di Ankara sono entrati nella città. Fonti militari turche si vantano di aver annientato alcune migliaia di «terroristi», ovvero civili inermi, prevalentemente minori. Ora su Afrin sventola la bandiera turca con la mezzaluna al posto dei vessilli delle milizie popolari.

Difficile prevedere cosa accadrà da adesso in poi. Stando a quanto dichiarato dalle YPG, una cosa è chiara: la resistenza continua.

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Servizio fotografico realizzato a Roma, il 24 marzo 2018




L’indipendenza dell’America Latina e la “dottrina Monroe”

Nei secoli successivi alla conquista europea, l’America Latina sviluppa un’economia basata sui latifondi (haciendas in spagnolo e fazendas in portoghese) e una società in cui sono presenti forti discriminazioni razziali al suo interno.

I colonizzatori spagnoli e portoghesi hanno imposto il Cattolicesimo in tutto il continente e sterminato delle popolazioni indigene. Il ceto sociale egemone è costituito dai creoli, discendenti dei coloni europei; numerosissimi sono anche gli indios, i pochi originari di quelle terre sopravvissuti alla conquista, e i neri, pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa come manodopera gratuita da sfruttare nei campi e nelle miniere. Gli schiavi più fortunati sono usati per mansioni domestiche anziché per lavori pesanti, ma sempre di schiavi si tratta.

Durante i secoli XVII e XVIII, i Borbone hanno instaurato in Spagna un’economia imperiale di totale sfruttamento delle risorse minerarie e agricole americane, costringendo le colonie ad attuare la cosiddetta economía hacia afuera, ovvero una produzione tutta incentrata sulle esportazioni in funzione dei bisogni europei e soffocata dalle tasse che lascia pochissimo spazio ai consumi interni.

Tra i creoli, prevalentemente ricchi o comunque benestanti che amministrano le ricchezze per conto delle famiglie imperiali di Spagna e Portogallo, cresce il desiderio di una maggiore autonomia fiscale dalla madrepatria. Il momento migliore per realizzare tale desiderio si presenta quando Spagna e Portogallo sono in difficoltà a causa dell’invasione napoleonica, vale a dire rispettivamente nel 1807 e nel 1808.

A questo punto le storie dell’America Latina spagnola e di quella portoghese prendono strade diverse.

Il Re di Spagna viene fatto prigioniero dalla Francia napoleonica, lasciando quindi in America un vuoto politico: in assenza di una figura di riferimento che si ponga come garante formale dell’ordine costituito, gestire la situazione diventa impossibile. Ed è proprio di questo vuoto che si approfitta l’élite coloniale creola, la quale peraltro usa in chiave antispagnola e antifrancese quell’ideale di libertà economica e commerciale nato proprio dalla borghesia inglese e francese durante la Rivoluzione Atlantica. Alla notizia della prigionia del Re, le famiglie creole istituiscono delle Juntas (unità locali di autogoverno) che proclamano la sospensione dei doveri fiscali verso la Spagna. Quando il Congresso di Vienna riporta sul trono il legittimo sovrano, ormai i creoli non hanno nessuna intenzione di rinunciare alle libertà conquistate. Il Re cancella la Costituzione di Cadice e pretende di restaurare l’assolutismo anche nelle colonie. Ma sono le sue stesse truppe a ribellarsi, dando inizio ai moti europei del 1820.

Tra il 1820 e il 1824 si scatena la guerra anche oltreoceano: sotto la guida di Simón Bolívar a Nord (attuali Colombia, Venezuela, Ecuador e Perù) e a Sud di José de San Martín (attuali Cile e Argentina) e José Artigas (attuale Uruguay) tutto il continente ottiene l’indipendenza definitiva dalla Spagna. In questi eserciti a guida creola confluiscono anche numerose popolazioni indigene con la speranza (mai esaudita) di veder riconosciuti i propri diritti sulle loro ancestrali terre. A onor del vero va però detto che Bolívar e San Martín riescono solo in minima parte nei loro intenti: non bisogna dimenticare che il sogno dei due libertadores non è solo la cacciata degli spagnoli ma soprattutto l’unificazione dell’intera America meridionale in un unico grande Stato federale, cosa che non sarà mai realizzata.

FOTO 1. Monumento a Los Liberadores Simón Bolívar y José de San Martín, Guayaquil, Ecuador

La famiglia reale portoghese invece, fiutando l’imminente pericolo, aveva trasferito la sede governativa da Lisbona a Rio de Janeiro prima dell’invasione napoleonica, riconoscendo così l’importanza per l’impero delle terre d’oltreoceano (ovvero l’attuale Brasile) ed evitando la crescita dei sentimenti antieuropeisti in seno alle élite locali. Dopo la Restaurazione, la famiglia reale torna a Lisbona, lasciando a Rio un reggente per niente ostile alle rivendicazioni locali. Così il Brasile è l’unico Stato sudamericano a raggiungere l’indipendenza nel 1822 attraverso un processo indolore.

Foto 2. L’indipendenza degli Stati latinoamericani

Particolarmente conservatrici sono sempre state le élite messicane, legate non solo al latifondismo ma anche alla Chiesa cattolica e, non da ultimo, agli interessi degli Stati Uniti, a danno dei piccoli contadini e soprattutto degli Indios.

Negli stessi anni gli USA, costituiti da tredici Stati tra loro federati e indipendenti dalla Gran Bretagna già dal 1777, si stanno espandendo verso Ovest in zone considerate terra di nessuno. Dove per “nessuno” si intendono vari e numerosi popoli indigeni (i cosiddetti «pellerossa») con proprie usanze e ricche culture. Quando non con le armi, gli “indiani” sono stati decimati distruggendo il loro habitat secolare e facendo estinguere gli animali che costituivano la loro fonte di sostentamento primaria.

Dopo aver sostenuto militarmente l’indipendenza messicana dalla Spagna, il presidente statunitense James Monroe pronuncia un celebre discorso datato 1823 che sarà ricordato con il suo nome e che si può riassumere nello slogan «l’America agli americani». La particolarità della dottrina Monroe è che cambierà di significato nel corso del tempo: la stessa frase, che in un primo momento aveva una connotazione antimperialista volta a scacciare le potenze europee, diventerà nel Novecento il pretesto per permettere agli Stati Uniti di intervenire economicamente e militarmente sugli affari degli Stati latinoamericani con la scusa di tutelare i propri interessi, andando a violare proprio quel principio di autodeterminazione dei popoli di cui il presidente Monroe si faceva portavoce.

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I moti del 1820

A soli cinque anni di distanza dal Congresso di Vienna la stabilità inizia a scricchiolare.

La prima rivolta nasce nelle periferie d’Europa.

Gli anni Dieci dell’Ottocento avevano visto sorgere e rafforzarsi un notevole fermento politico e sociale in America Latina che porterà numerose colonie spagnole e portoghesi a ottenere l’indipendenza, privando la madrepatria di gran parte delle entrate che derivavano dalle miniere e dai latifondi sudamericani. Inoltre, la Spagna è stata il Paese più duramente colpito dalla Restaurazione. Contagiati dai fatti d’oltreoceano, i primi a insorgere sono i soldati che stavano per imbarcarsi a Cadice per andare a reprimere i tentativi di liberazione latinoamericani. E la loro ribellione incontra subito l’appoggio popolare. Il Re è costretto a ripristinare la Costituzione di Cadice del 1812, carta di tendenze liberali (in copertina: Dia 10 de marzo de 1820 en Cadiz, Puerta de Tierra).

La notizia fa il giro d’Europa in fretta.

Un’altra rivolta scoppia in Portogallo, dove il Re concede una Costituzione simile a quella di Cadice. La popolazione insorge anche in Piemonte e a Napoli: il Re Vittorio Emanuele I di Savoia abdica e il successore Carlo Alberto concede anche lui una Costituzione, una legge inviolabile che sancisca diritti e doveri dei sudditi e del sovrano, limitando di fatto il potere di quest’ultimo.

Con grande fatica gli eserciti restauratori ripristinano l’ordine. Con una brutale repressione, la Francia interviene in Spagna, l’Austria in Italia e l’Inghilterra in Portogallo. Ma ormai è chiaro che la pace di Vienna è sotto scacco.

L’altra periferia d’Europa che insorge è la Grecia, stavolta per liberarsi dell’Impero Ottomano, unico Stato islamico. Già nel 1815 la Serbia aveva ottenuto l’indipendenza con l’appoggio russo, e anche in questo caso la Russia aiuta la Grecia, insieme a tutta la Quadruplice Alleanza.

La spiegazione di questo fatto si trova in due motivi fondamentali: il primo è che una potenza islamica in Europa non piace affatto agli imperi cristiani e ogni pezzo di terra che le viene sottratto toglie peso a tale preoccupazione, il secondo è che la Russia ortodossa punta all’egemonia su tutti i Paesi slavi e su tutti i popoli di cultura cristiana ma non cattolica (ovviamente fatta eccezione per l’Inghilterra), quindi sull’intera area balcanica.

In cambio di accettare l’imposizione di un Re austriaco, le potenze europee aiutano la lotta per l’indipendenza greca, che viene ottenuta nel 1823.

I moti ottocenteschi vedono nascere in Europa società segrete di idee liberali e democratiche avanzate, vietate e represse dai rispettivi governi per le loro finalità insurrezionali. La più nota di queste è la Carboneria, così chiamata perché i suoi membri agiscono camuffati da venditori di carbone. Le donne legate a questa società sono invece dette giardiniere. La storiografia ufficiale da un lato ha cancellato del tutto la partecipazione femminile ai moti e dall’altro ha raccontato quella maschile solo in chiave nazionalistica e patriottica, non menzionando il carattere rivoluzionario di tali organizzazioni.

Schema di date




Restaurazione e moti rivoluzionari. Il Congresso di Vienna

INDICE

 Dopo la Rivoluzione, Napoleone Bonaparte dà il via all’espansionismo francese ottenendo in un primo momento numerose vittorie e conquiste territoriali. Con queste diffonde in Europa l’imperialismo e il militarismo, ma anche gli ideali rivoluzionari che pochi decenni prima avevano scosso la Francia e abbattuto la monarchia assoluta, creando una situazione di subbuglio politico e sociale difficilmente controllabile. Sebbene gestiti da parenti dello stesso Napoleone, i piccoli Stati da lui creati in Italia, Spagna e Portogallo con il nome di “Repubbliche giacobine” contribuiscono a diffondere i sentimenti di Liberté Égalité e Fraternité in tutta l’Europa.

Nel 1812 la Campagna di Russia aperta da Napoleone si conclude con un esito disastroso: la popolazione russa arretra facendo trovare ai soldati francesi solo terra bruciata e città vuote, lasciando che la fame e l’inverno distruggessero l’invasore. L’anno dopo le armate napoleoniche subiscono un’altra clamorosa sconfitta a Lipsia, nell’Europa centrale, questa volta da parte di una coalizione formata da Austria, Prussia, Russia e Svezia.

Nel 1814 Napoleone, confinato all’isola d’Elba, riesce a tornare in Francia e armare nuovamente l’esercito. L’ultima e definitiva battaglia persa è quella di Waterloo (nell’attuale Belgio) contro l’Inghilterra. Napoleone viene recluso nuovamente, stavolta sull’isola di Sant’Elena, in mezzo all’Oceano Atlantico, dove morirà nel 1821.

La grande paura che ha spinto tutte le potenze europee a coalizzarsi contro la Francia è sicuramente quella di perdere territori, ma anche e soprattutto di veder diffondere gli ideali della grande Rivoluzione del 1789.

Con questo spirito nel novembre 1814, pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, si apre il Congresso di Vienna. Qui si riuniscono i rappresentanti di tutti gli Stati che hanno contribuito a sconfiggere la Francia e di tutti gli interessi che l’espansione napoleonica ha turbato. L’obiettivo è ristabilire l’ordine che regnava in Europa prima della Rivoluzione: azzerare le conquiste di Napoleone, restaurare la monarchia assoluta e rimettere sul trono i sovrani spodestati.

Fino a quel momento alla fine delle guerre vincitori e vinti si riunivano intorno a un tavolo per trattare le condizioni della futura pace: ovvio che la parola del vincitore contava di più, ma anche la parte sconfitta la sua parte di voce in capitolo ce l’aveva. Con il Congresso di Vienna, per la prima volta nella Storia moderna, le potenze vincitrici si riuniscono da sole e decidono le condizioni per punire la nazione sconfitta senza consultarla né coinvolgerla nelle trattative: la Francia è considerata l’unica responsabile di aver sconvolto la pace europea prima vigente.

Il primo dei criteri che guida il Congresso è il cosiddetto principio di legittimità: si vuole ristabilire l’assetto europeo prerivoluzionario in virtù del fatto che, secondo gli artefici della Restaurazione, la presunta legittimità della monarchia assoluta sarebbe basata sull’origine divina del potere. Quindi l’Austria deve tornare agli Asburgo, il Portogallo ai Braganza e la Francia e la Spagna ai Borbone; l’Italia meridionale viene restituita ai Borbone con il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) e quella settentrionale agli Asburgo con il Regno Lombardo-Veneto, mentre al centro della penisola restano lo Stato Pontificio sotto il diretto controllo papale e i Ducati di Parma, Piacenza e Modena e il Granducato di Toscana dati in mano a famiglie legate agli Asburgo ma di fatto autonomi.

L’altro importante elemento guida del Congresso di Vienna è il principio di equilibrio. Le ultime guerre hanno dimostrato notevoli fragilità e squilibri nella cartina europea lasciando ad alcuni Stati la possibilità di espandersi facilmente a danno dei vicini: riportare la situazione esattamente al punto di partenza rischia di far ripetere le esperienze appena vissute. Inoltre, le mire imperialiste di Napoleone si sono servite di soldati che credevano in buona fede negli ideali rivoluzionari ed erano convinti di star esportando proprio quei valori, che hanno comunque lasciato un segno nella mentalità comune non solo francese: con queste premesse, è forte il rischio di nuove rivolte e tentativi rivoluzionari. E allora la nuova mappa dell’Europa dovrà essere a prova di insurrezione.

Con questo criterio vengono creati degli Stati-cuscinetto, in particolare intorno alla Francia, utili per arginare in tempo eventuali nuove espansioni e tamponare ogni spinta libertaria. Così tra Francia e Prussia nasce il Regno dei Paesi Bassi dalla fusione di Belgio e Olanda, troppo piccole da sole per resistere ad attacchi o attutire colpi; con la stessa intenzione, tra Francia e Austria, il Piemonte, la Sardegna e la ex Repubblica di Genova vengono unite a formare il Regno di Sardegna, affidato alla famiglia Savoia; l’Impero Russo si espande fino alla Polonia in cambio di alcune concessioni territoriali al Regno di Svezia; al posto della ricostituzione del Sacro Romano Impero Germanico viene sancita un’alleanza tra Austria e Prussia con il nome di Confederazione Germanica; l’Impero Ottomano non viene toccato e l’Inghilterra non avanza alcuna pretesa territoriale sull’Europa continentale (nonostante abbia gran parte del merito della sconfitta di Napoleone) ma ottiene invece di allargare il proprio impero coloniale oltreoceano. La Spagna è il luogo dove la repressione è più forte: viene perseguitato chiunque abbia tendenze liberali ed è sospesa la Costituzione di Cadice del 1812, principale eredità delle Repubbliche Giacobine. In Francia sale sul trono con il beneplacito asburgico e papale Luigi XVIII di Borbone, nipote di Luigi XVI (il Re ghigliottinato durante la Rivoluzione) e figlio di Luigi XVII (scomparso nel nulla senza lasciare traccia).

A suggellare il tutto viene stabilito il principio di intervento: ogni tentativo insurrezionale che metta a repentaglio l’ordine costituito deve essere duramente represso. A questo scopo nasce la Santa Alleanza: Austria, Russia e Prussia, legate dal Cattolicesimo e accompagnate dalla benedizione papale, formano una coalizione militare che interverrà a sedare le future rivolte.

Nonostante ne condivida i contenuti, l’Inghilterra protestante rifiuta l’ingresso in uno schieramento i cui principi sono ritenuti eccessivamente mistici: così nello stesso 1815 nasce la Quadruplice Alleanza, simile alla prima, ma senza la forte connotazione cattolica, con il preciso intento di isolare la Francia in cui potrebbero facilmente risorgere sentimenti rivoluzionari. In seguito, proprio per inseguire l’equilibrio ed evitare nuove guerre, i sovrani francesi rimessi sul trono entreranno nella Quintuplice Alleanza insieme agli altri quattro imperi.

 

L’unica volontà totalmente calpestata è quella popolare: non viene dato nessun ascolto, ad esempio, alle spinte indipendentiste polacche e alle idee libertarie spagnole.

Una pace fondata su questi pilastri non può avere vita lunga.

 

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