Si chiamava Razan

Sabato 2 giugno migliaia di persone hanno partecipato ai funerali della ragazza, mentre la bara sfilava per Gaza City avvolta nella sua bandiera. Si chiamava Razan Ashraf al-Najjar l’infermiera palestinese ventunenne uccisa venerdì scorso nella striscia di Gaza. Durante la cerimonia funebre, i genitori hanno mostrato le sue uniche armi: il camice insanguinato e un rotolo di garze. Aveva il volto scoperto e le mani alzate quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco e l’ha colpita al petto. Secondo alcuni (su questo le fonti non concordano), la sua assassina sarebbe una donna, cosa rara per il mondo occidentale, ove a commettere violenza sono quasi sempre gli uomini, ma che non sorprende nello Stato più militarista del mondo in cui il razzismo verso la popolazione araba è fortemente radicato. È in carcere accusata di terrorismo la sedicenne araba che a mani nude ha schiaffeggiato un soldato occupante, armato di mitra, pochi mesi fa, gesto che ha indignato l’opinione pubblica ebraica molto più delle migliaia di vittime fatte da Israele nel corso dei decenni. 

Oltre al quotidiano panarabo Al Jazeera, è il giornale israeliano Haaretz a riportare la notizia secondo cui lo stesso Stato di Israele starebbe aprendo un’inchiesta sui propri soldati per quanto accaduto a Razan. E non è affatto scontato che l’intransigente e spietato governo Netanyahu ammetta i crimini delle cosiddette Forze di Difesa Israeliane (IDF).

La sua uccisione rientra in un contesto molto più ampio. A partire dal 30 marzo la popolazione della striscia di Gaza, esasperata da decenni di umiliazioni e soprusi, ha dato inizio alla Marcia del Ritorno. Tale manifestazione, che ha luogo ogni venerdì, rivendica il diritto delle famiglie palestinesi di tornare nelle terre da cui furono forzatamente allontanate per fare spazio allo Stato ebraico-sionista. Infatti la striscia – una specie di carcere a cielo aperto ove mancano i generi di prima necessità – ospita quasi due milioni di persone, in maggioranza rifugiati e profughi cacciati dal resto della Palestina nel 1948 in occasione di Al Naqba (che significa «la catastrofe»), come è ricordata nel mondo arabo la nascita di Israele. A dare il via a queste manifestazioni è stata la decisione di Donald Trump di spostare a Gerusalemme (e la sua occupazione israeliana viola decine di risoluzioni ONU) la sede dell’ambasciata USA, gesto che umilia gravemente il diritto internazionale e la dignità dei popoli arabi ma che mostra  continuità, nei rapporti con Israele, tra la presidenza Trump e le precedenti amministrazioni statunitensi. La Marcia del Ritorno non è certo una provocazione di Hamas, come invece i vertici politici e militari israeliani vorrebbero far credere: con modalità estremamente pacifiche e nonviolente, la popolazione palestinese sta dimostrando in queste settimane una determinazione incredibile nell’opporsi alla violenza del «popolo eletto». Ma alla resistenza non violenta palestinese Israele risponde con crimini di guerra. Oltre ai gas letali e le bombe al fosforo bianco, le IDF usano spesso proiettili che, una volta penetrati nel corpo della vittima, si aprono diffondendo schegge: per i medici l’unico rimedio a queste ferite consiste nell’amputare gli arti dei sopravvissuti. Scandaloso, anche se giustificato da Netanyahu come «legittima difesa dal terrorismo», è stato lo sparare ai giocatori della squadra di calcio palestinese mirando alle ginocchia. L’ultimo ed ennesimo atto criminale della brutalità sionista, dopo aver sparato persino sulle ambulanze, è stato proprio l’omicidio di Razan, nonostante la sua inconfondibile uniforme da paramedica. Lo sparo è stato effettuato non durante un momento di “scontri” ma a freddo, durante la medicazione dei feriti; nello stesso contesto, una granata ha ferito un altro operatore sanitario. Sparare al personale medico e paramedico è considerato un crimine di guerra gravissimo secondo tutte le convenzioni internazionali. 

Foto Razan

Arriva così a 119 il bilancio dei palestinesi inermi uccisi dal fuoco Israeliano dal 30 marzo a oggi. Dopo il massacro di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila (Libano 1982) sotto la guida diretta di Ariel Sharon, gesto che non trova alcuna giustificazione umana né politica, già l’operazione Piombo Fuso contro la striscia di Gaza del 2008-2009, diretta dallo stesso Netanyahu che siede al governo oggi, aveva comportato per i vertici politici e militari di Tel Aviv (unica legittima capitale israeliana) l’apertura di un procedimento penale presso il tribunale internazionale dell’Aja per «crimini contro l’umanità» e «genocidio»: mai accuse tanto gravi avevano colpito governi sedicenti liberaldemocratici dopo la seconda guerra mondiale.

La cosa più eclatante di quanto sta accadendo è il totale silenzio dei nostri media: se si vuole avere una decente informazione sulla carneficina unilaterale in corso è necessario leggere Le Monde o Al Jazeera o Libération o The Guardian o il Middle East Eye, mentre i giornali e le televisioni italiane si limitano ogni tanto a parlare di «momenti di tensione» o addirittura di «nuovi scontri nel conflitto arabo-israeliano», come se i rapporti di forza tra le due parti fossero pari o quasi. Se invece fosse stato un soldato israeliano ad essere ucciso dai razzi di Hamas, l’Italia avrebbe visto levarsi un coro di slogan di solidarietà con la «vittima del terrorismo islamico».




La Guerra di Crimea e la II Guerra d’indipendenza

Succeduto al padre, Vittorio Emanuele II, per aumentare il proprio prestigio e la propria credibilità, sceglie di mantenere una linea liberale. In un primo momento il nuovo re affida il governo al liberale Massimo D’Azeglio. Bisogna ricordare che lo Statuto Albertino dà al sovrano l’incarico esclusivo di nominare il governo mentre il Parlamento ha funzione soltanto legislativa: se la maggioranza dei deputati e dei senatori è ostile a un governo può bloccare tutte le sue leggi ma non può farlo cadere, ma un governo che gode della fiducia del re ma non di quella del Parlamento difficilmente riuscirà a legiferare. Dunque per le pressioni del Parlamento, Vittorio Emanuele II revoca la nomina a D’Azeglio e la conferisce a Camillo Benso, conte di Cavour, liberale di destra che ha viaggiato tutta l’Europa ed è esperto di questioni internazionali. Proprio a lui si devono importanti infrastrutture piemontesi come la ferrovia Torino-Genova. È con Cavour che nasce la pratica parlamentare del “trasformismo”: i deputati e i senatori, una volta eletti, possono passare da una parte all’altra indipendentemente dalle idee di partenza cono cui sono stati eletti, variando così all’occorrenza le maggioranze parlamentari. 

La prima importante intuizione geopolitica di Cavour è l’alleanza con la Francia di Napoleone III in quanto entrambi antiaustriaci: quest’alleanza conviene all’Impero Francese per rovesciare gli equilibri del Congresso di Vienna e al Regno di Sardegna per ottenere il Lombardo-Veneto. 

Nel 1853 esplode la crisi del Mar Nero: l’Impero Ottomano si sta lentamente sgretolando e i suoi pezzi fanno invidia a tutte le potenze europee. La Russia attacca la flotta turca per conquistare la penisola di Crimea nel Mar Nero, destando le preoccupazioni di Francia e Gran Bretagna che vedono in pericolo le proprie colonie nel Mediterraneo a causa dell’espansionismo russo: da qui scoppia la Guerra di Crimea.

FOTO 1. Guerra di Crimea. La battaglia di Balaklava, 25 ottobre 1854.

Attack of the Light Brigade, dipinto di Richard Caton Woodville del 1894

Il Regno di Sardegna, seppur con un ruolo marginale, partecipa alla guerra contro la Russia: così nel 1856 Cavour si può sedere al tavolo dei vincitori e, pur non ottenendo ingrandimenti territoriali, fa sì che il Piemonte sia riconosciuto come Stato rilevante per gli equilibri europei. Davanti alle principali potenze, Cavour denuncia l’occupazione austriaca del Nord Italia, approfittando dell’ostilità già accesa tra gli Asburgo e Napoleone III. 

In un incontro presso Plombières (in Belgio) tra Cavour e Napoleone III viene sancita ufficialmente l’alleanza franco-piemontese: la Francia interverrà in difesa del Piemonte se questo sarà attaccato dall’Austria, ma non se sarà il Piemonte ad attaccare l’Austria per primo. Il tutto a due condizioni: cedere alla Francia la regione alpina della Savoia e la città di Nizza e non toccare in nessun caso la città di Roma che deve rimanere sotto il governo papale in maniera da mantenere l’indiretto controllo francese sull’Italia centrale.

Gli accordi sono pronti e sono favorevoli agli interessi piemontesi. Resta solo un problema: l’alleanza franco-piemontese è di natura solo difensiva, quindi il Regno di Sardegna ha bisogno di essere attaccato dall’Austria. Così Cavour inizia a schierare provocatoriamente le truppe al confine, ricorrendo anche a corpi speciali creati appositamente da Garibaldi. L’Austria cade nel tranello e attacca il Piemonte, suscitando l’intervento francese. Inizia così la II Guerra d’Indipendenza, che per l’Austria ha esiti disastrosi. 

FOTO 2. Carta tratta da: 

http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/mappastorica/164/la-seconda-guerra-d-indipendenza-1859-1860

Intanto in Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Marche le borghesie insorgono chiedendo di entrare nel Regno di Sardegna: salta così il progetto francese di prendere il controllo dell’Italia centrale con l’appoggio del Papa. A questo punto Napoleone III interrompe la guerra firmando trattati di pace separati: ottiene dall’Austria la Lombardia, che cede poi al Piemonte, ma non il Veneto che rimane austriaco.

Ormai Napoleone III è costretto a rinunciare all’Italia centrale: conquistarla vorrebbe dire passare attraverso l’Austria, che non è praticabile, o mettersi di nuovo contro il Piemonte, che non gli conviene.

Questa situazione offre la possibilità di nuove trattative: il Regno di Sardegna cede Nizza e la Savoia alla Francia e in cambio Napoleone III accetta di lasciare che l’Italia centrale passi sotto il dominio sabaudo, sempre a condizione di non toccare il Lazio e la città di Roma. Si rafforza così anche il legame tra Napoleone III e Papa Pio IX. 

Nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena e il Granducato di Toscana entrano a far parte del Regno di Sardegna mentre Umbria e Marche restano pontificie. La decisione viene ratificata attraverso dei plebisciti popolari svolti a suffragio universale maschile.

Il Regno di Sardegna è diventato uno Stato-Nazione moderno.




La I Guerra d’indipendenza e lo Statuto Albertino

Il 1848 è un anno di grande fermento politico e sociale e in tutta Europa, fermento che non manca di farsi sentire anche nella penisola italiana. Napoli e Palermo insorgono chiedendo una Costituzione sul modello di quella di Cadice che limiterebbe il potere assoluto del sovrano, Milano si ribella al dominio austriaco in nome di una monarchia più liberale, a Venezia la rivolta viene egemonizzata dai democratici che danno vita alla Repubblica di San Marco sotto la guida di Daniele Manin, persino a Roma scoppia una rivolta contro il papato che culminerà nell’esperienza democratica della Repubblica Romana del 1849. Ma la repressione non si fa attendere: Ferdinando II di Borbone ripristina l’ordine e attua centinaia di condanne a morte, il Papa Pio IX riprende il potere grazie all’appoggio francese e torna alla precedente politica conservatrice e nel Lombardo-Veneto viene mandato il generale austriaco Joseph Radetzky, noto per la repressione più sanguinosa. 

Nel Regno di Sardegna la situazione è diversa: Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione, che, con il nome di Statuto Albertino, sarà poi confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II. Questa Carta rimarrà in vigore esattamente per cent’anni. È l’unico dei Regni della penisola italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo.

 

Foto 1. Carlo Alberto, re di Sardegna, firma lo Statuto. Arazzo, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Lo Statuto Albertino è una Costituzione concessa dall’alto. Si tratta, ovviamente, di una Carta liberale. Sancisce l’uguaglianza formale ma non sostanziale dei sudditi davanti alla legge senza preoccuparsi di renderla effettiva: è di per sé significativo il fatto che tale eguaglianza non venga menzionata fino all’articolo 24. Lo Statuto Albertino crea un apparente equilibrio tra le parti sociali: il Senato nominato dal Re rappresenta i nobili, mentre la Camera eletta dai sudditi più abbienti tutela gli interessi della borghesia. Il suffragio elettorale è maschile e ristretto: hanno diritto di voto solo gli uomini al di sopra di una certa soglia di ricchezza, le donne e i poveri non sono rappresentati e non hanno diritto di voto. Il Parlamento ha la facoltà di scrivere le leggi e di bloccarle, ma il Governo è responsabile soltanto di fronte al Re: se un governo non ha l’appoggio del Parlamento farà fatica a governare ma non per questo decade. L’elasticità di questa Carta è ciò che le ha permesso di sopravvivere durante un intero secolo ma anche di vedere governi diversissimi alternarsi senza mai infrangerlo. Il testo dello Statuto resterà in vigore fino al 1948, dopo la fine della II guerra mondiale e l’istituzione della Repubblica.

Il Regno di Sardegna comprende la Savoia (regione alpina oggi francese), il Piemonte, la Liguria fino alla città di Nizza (anche questa oggi francese) e la Sardegna. Approfittando della difficile situazione austriaca nel fronteggiare le rivolte di Praga e Budapest, Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria appoggiato da tutti gli Stati del Nord della penisola con l’intento di espandere il proprio Regno e sottrarre il Lombardo-Veneto all’Austria. L’iniziativa prende il nome di I Guerra d’indipendenza. In occasione di questa guerra torna in Italia Giuseppe Garibaldi, prima impegnato nel sostenere le lotte indipendentiste in America Latina. Uno dei motivi che ha spinto casa Savoia a tentare l’espansione è quanto accaduto a Venezia: la guida repubblicana della rivolta potrebbe mettere a rischio il futuro della monarchia. Ma il fronte italiano è diviso e l’evidente volontà espansionistica piemontese preoccupa gli altri sovrani. Così la guerra si rivela un totale fallimento. Sconfitto, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

In copertina

La battaglia del ponte di Goito sul fiume Mincio, durante la Prima guerra d’Indipendenza, in un’incisione del XIX secolo conservata a Roma presso il Museo Storico dei Bersaglieri.

Schema di date




La formazione del Regno d’Italia. La frammentazione della penisola e l’egemonia sabauda

INDICE

Fino al 1848 la penisola italiana è divisa in tanti piccoli regni. A Sud il Regno delle Due Sicilie (ex Regno di Napoli) con i Borbone di Spagna, al Centro lo Stato della Chiesa sotto il diretto controllo papale e il Granducato di Toscana, a Nord i Ducati di Parma, Piacenza e Modena, il Regno di Sardegna a guida sabauda e il Regno Lombardo-Veneto degli Asburgo d’Austria. In tutto il Nord aleggiano le prime aspirazioni indipendentiste e unitarie, ma hanno ancora una forma poco concreta e determinata. In tutti gli Stati vigono ancora la monarchia assoluta o forme di “assolutismo illuminato” (monarchie pressoché assolute con leggeri ammorbidimenti gentilmente concessi dai sovrani).

L’Italia nel 1815

L’unico Stato che sembra fare eccezione è il Regno di Sardegna: qui nel 1848 viene emanata la prima Costituzione scritta; nello stesso anno anche gli altri regni vedono nascere delle carte costituzionali, ma avranno tutte vita breve e saranno ritirate nel giro di pochi mesi.  Tra le monarchie costituzionali, casa Savoia è la prima famiglia italiana ad abbandonare definitivamente l’assolutismo. Inoltre, trattandosi dell’unico Stato con un certo peso non sottomesso a potenze straniere, il Regno di Sardegna viene considerato (anche da intellettuali di idee tutt’altro che monarchiche) di fatto l’unica potenza in grado di unire l’intera penisola e darle finalmente l’indipendenza. Di certo alla famiglia Savoia interessa dare spazio sulla scena internazionale a quello staterello poco rilevante che è il Regno di Sardegna prima del 1848: a questo scopo è sicuramente necessario annettere al proprio territorio, o quantomeno le zone del Nord in fase di sviluppo industriale, prima fra tutte il Regno Lombardo-Veneto, governato dagli Asburgo d’Austria. Inoltre città come Firenze e Roma costituiscono a livello culturale e simbolico le più antiche culle della civiltà italiana, sebbene non esista un sentimento di identità nazionale radicato tra la popolazione. È quindi interesse diretto di casa Savoia annettere al Regno di Sardegna almeno metà della penisola. Ma non è affatto scontato che a Torino interessi prendere anche il Sud, molto meno appetibile sul piano delle risorse economiche. Ovviamente le terre conquistate dovranno diventare parte del Regno sabaudo, e perché questo avvenga è necessaria un’azione militare contro gli altri occupanti della penisola. Massimo D’Azeglio e Camillo Benso conte di Cavour sono i principali sostenitori della politica espansionistica sabauda in vista di un regno unitario, mentre Cesare Balbo è sì favorevole al dominio sabaudo ma a un unico regno preferisce una confederazione di Stati del Nord e non è affatto interessato al Mezzogiorno. Tra le idee di questi anni è degna di considerazione quella che porta il nome di Neoguelfismo, teorizzata principalmente dal sacerdote torinese Vincenzo Gioberti: riprendendo le posizioni dei guelfi medioevali (filopapali, in contrapposizione ai ghibellini filoimperiali), Gioberti immagina una confederazione di Stati italiani sotto la guida del Papa.  Di tutt’altro avviso rispetto agli interessi di casa Savoia è Carlo Cattaneo, fautore di una repubblica federale che unisca gli Stati italiani su modello svizzero o statunitense. Il principale esponente di idee repubblicane e democratiche è il genovese Giuseppe Mazzini, che prende parte all’esperienza della I Internazionale ma ne viene espulso per il suo pensiero spiritualista anziché materialista e di conseguenza antimarxista. Mazzini è il primo a sognare l’Italia «una, libera, indipendente e repubblicana», obiettivo da raggiungere attraverso l’insurrezione popolare. Ma Mazzini, tuttavia, vede l’umanità come una grande famiglia che deve restare unita ed è quindi contrario a ogni forma di lotta di classe, da qui il motto «Dio e popolo». Tragica è stata la sorte dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati nel 1844 in Calabria, dove erano sbarcati nel tentativo di fomentare un’insurrezione di stampo mazziniano tra una popolazione non istruita e non pronta.  Repubblicano è anche Giuseppe Garibaldi, distante da Mazzini in quanto non spiritualista ma attento alle condizioni materiali della popolazione e di idee quasi socialiste (di conseguenza non contrario alla lotta di classe), interessato soprattutto all’abolizione del latifondo e alla redistribuzione delle terre tra le famiglie contadine povere. In questo capitolo non userò le parole Unità o Risorgimento: di solito con questi termini si vuole glorificare l’espansione sabauda facendola passare per una “unificazione nazionale” voluta da chissà quali grandi masse popolari che fervono di patriottismo; la costruzione dello Stato-Nazione moderno in Italia è stata invece la conquista di vari territori da parte di uno Stato già esistente a opera di pochi patrioti, alcuni dei quali hanno agito in buona fede ma molti altri attratti invece da potere e ricchezze. 

Schema di date




12 maggio. A Giorgiana

Su iniziativa del Partito Radicale, sabato 12 maggio, Roma ha ricordato l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi, diciannovenne colpita a morte presso ponte Garibaldi nel 1977.

Foto 1. Roma, ponte Garibaldi. Targa in memoria di Giorgiana Masi

 

La grande Rivoluzione degli anni Settanta è stata segnata dall’irruzione nella Storia di soggetti nuovi, prima relegati ai margini della società. In particolare, la partecipazione delle donne è ancora più forte che nel decennio precedente. Femministe e lesbiche prendono la parola, combattono il maschilismo radicato nella società e spesso anche nello stesso movimento, chiedono la parità di salari, l’abolizione del diritto di famiglia patriarcale, il sesso libero senza essere giudicate. La presenza di così tante donne in piazza costringe la società a farci i conti, ad accettarle e, lentamente e gradualmente, le rivendicazioni femministe si diffondono e si normalizzano. A decenni di distanza, anche se la violenza domestica contro le donne non è finita, la società è mutata: che una ragazza esca la sera, magari da sola, oggi è un fatto normale mentre negli anni Cinquanta sarebbe stato scandaloso.

 

Il 1977 in Italia è un anno incandescente per i giovani. Rispetto a dieci anni prima, il mondo del lavoro è cambiato e la rappresentanza politica è stata superata da nuove forme di partecipazione. Le nuove leve, studenti e futuri precari, in gran parte provenienti dal Sud Italia, non si sentono più rappresentate dal partito e dal sindacato in cui le persone più anziane hanno creduto: la generazione che ha fatto la Resistenza si sente tradita da quella successiva che a sua volta si vede tagliata fuori da istituzioni vecchie. Gli scioperi e i cortei sono sempre più frequenti, l’assenteismo sul lavoro è ai massimi storici, occupazioni di scuole e fabbriche ed espropri nei negozi sono all’ordine del giorno e la polizia non ha più il monopolio della violenza. Il PCI di Berlinguer si sta avvicinando sempre di più al governo democristiano. Eppure, nonostante l’ostilità dei movimenti, continua a crescere nei sondaggi elettorali. Il comizio del segretario della CGIL Luciano Lama all’università di Roma, occupata da giovani ostili al sindacato, è una provocazione: il forte dissenso, tradotto nella cacciata del sindacalista, diventa il pretesto per sgomberare l’ateneo.

 

Il 12 marzo a Roma, come risposta all’omicidio a Bologna, da parte dei Carabinieri, di un venticinquenne di Lotta Continua, tutte le anime del movimento prendono parte a un corteo che invade le vie del centro e riesce ad assaltare la sede centrale della DC in piazza del Gesù. Il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga vieta tutte le manifestazioni nelle città. Lo stesso Cossiga, nei giorni successivi, definisce «illegale ed extra legem» il divieto dichiarandolo una forzatura costituzionale non prevista da nessuna legge repubblicana ma in questo caso necessaria, secondo il parere di tutte le forze parlamentari.

Due mesi dopo, mentre è ancora in vigore l’ordinanza che vieta di manifestare, il Partito Radicale sfida il divieto e indice un presidio femminista e un concerto in piazza Navona. È il 12 maggio.

I radicali intendono ricordare la vittoria del referendum sul divorzio e raccogliere le firme per abrogare la Legge Reale – un provvedimento estremamente repressivo che aumenta a dismisura i poteri della polizia – approvata in Parlamento grazie ai voti dei fascisti dell’MSI.

Sono presenti in piazza anche alcuni deputati. I militanti dell’Autonomia operaia non partecipano alla manifestazione. La giornata è all’insegna della nonviolenza, ma la polizia attacca i manifestanti sparando lacrimogeni. Dopo ore di cariche ingiustificate e grazie alla mediazione di un gruppo di parlamentari, viene concesso a chi è in piazza di defluire verso Trastevere. Ma durante la fuga le cariche continuano. Da ponte Garibaldi gli agenti sparano con pistole probabilmente fuori ordinanza. Sul lato di piazza Belli adiacente al ponte, un proiettile colpisce Giorgiana Masi all’addome, tutti i soccorsi sono inutili.

La sera stessa Cossiga dichiara di non aver inviato agenti in borghese nella manifestazione e che la polizia non ha fatto uso di armi da fuoco. Uno scatto del fotografo Tano D’Amico è sufficiente a smentirlo.

 

Giovanni Santone, il poliziotto in borghese ripreso armato duranti gli scontri finiti con la morte di Giorgiana Masi in una fotografia scattata il 12 maggio 1977 da Tano D’Amico. ANSA/ PER GENTILE CONCESSIONE DI TANO D’AMICO

Foto 2. 12 maggio 1977, di Tano D’Amico

La pubblicazione di tale immagine costringerà Cossiga ad ammettere lapresenza di «corpi speciali addetti alla pubblica sicurezza».

Il referendum sulla Legge Reale indetto dal Partito Radicale si tiene a giugno del 1978, un mese dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro che colpisce profondamente l’opinione pubblica italiana. Su pressione di tutti i partiti di governo, tra cui lo stesso PCI, la maggioranza delle persone votanti si schiera contro l’abrogazione della legge e quindi per il mantenimento dello stato di polizia.

Nel 1981 la magistratura chiude il procedimento sull’omicidio della ragazza archiviandolo perché «rimasti ignoti i responsabili del delitto». Eppure Cossiga ha sempre ammesso apertamente e senza vergogna di essere una tra le cinque persone a sapere il nome dell’assassino di Giorgiana Masi. Ha ricoperto le cariche di ministro, di presidente della Repubblica e di senatore a vita nascondendo al Paese informazioni importanti sui crimini di cui lo Stato si è reso responsabile e impedendo alla magistratura di svolgere il proprio operato.

«La morte di Giorgiana Masi – ha aggiunto Cossiga – è stata presa a simbolo di molte lotte giovanili contro presunte ingiustizie della polizia e della politica».

Quando nel 2001 lo Stato ha nuovamente ucciso un manifestante e mai aperto un processo sul caso, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni dell’allora ministro dell’interno Claudio Scajola: Cossiga ha difeso il collega con un intervento furioso rivendicando la repressione feroce del 1977.

Nel 2008, davanti a un vasto movimento studentesco non certo violento che protestava contro i tagli alla scuola pubblica, Cossiga, in una delirante intervista edita da Repubblica, ha di nuovo sostenuto che «il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Link all’intervista: http://temi.repubblica.it/micromega-online/francesco-cossiga-%C2%ABvoglio-sentire-il-suono-delle-ambulanze%C2%BB/

Foto 3. 12 maggio 2018, di Andrea Zennaro

 

Ogni 12 maggio ponte Garibaldi rende omaggio alla ragazza «uccisa dalla violenza del regime» – come recita la targa stabilmente affissa in sua memoria – e il marciapiede si riempie di fotografie, fiori e ricordi.

Durante tutto il giorno di sabato molte storie si sono alternate sul posto, militanti di vecchia data e semplici passanti, tante giovani ma anche tante persone adulte che allora erano presenti e ricordano bene quegli anni e quella giornata. Contemporaneamente, un pensiero «alla compagna Giorgiana Masi» è stato mandato anche dall’esponente COBAS il cui intervento ha concluso la manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese giunta in quelle ore a piazza Venezia.

 

In copertina, foto di Andrea Zennaro




La Chiesa al passo con i tempi: l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII

Quando la Rivoluzione industriale è già andata pienamente a regime, è ora che anche la Chiesa cattolica prenda posizione. E non può non farlo, trattandosi della potenza più influente del mondo sul piano culturale, soprattutto in Europa (ma in realtà anche in America). Nel nuovo contesto sociale è palese l’ingiustizia dello sfruttamento, e nessuno può più far vinta di non vedere.

In un primo momento la Chiesa era stata ostile alla modernizzazione della società europea e alla conflittualità sociale che ne derivava, vedendo in pericolo la propria supremazia morale a causa di subbugli e novità difficilmente controllabili. Ma, volendo o non volendo la realtà è destinata a evolversi, e a lungo andare la Chiesa non può fare altro che accettarlo, rischiando altrimenti di essere tagliata fuori dalla società stessa.

Nel 1891, quando l’Europa è già pienamente industrializzata e non è possibile tornare indietro, Papa Leone XIII (in copertina) pubblica l’enciclica intitolata Rerum Novarum (Delle cose nuove), titolo tanto significativo quanto ambiguo. Il Pontefice accetta i cambiamenti ma cerca di limitarne gli eccessi. 

Foto 1. L’enciclica Rerum Novarum

Nel testo si condannano sia lo sfruttamento che la lotta di classe. 

La Chiesa è contraria al Socialismo e riconosce il diritto alla proprietà privata ma di ognuno e non solo di pochi, al tempo stesso però condanna lo sfruttamento e non si identifica con le classi padronali e conservatrici, sostenendo la necessità di una collaborazione tra capitalisti e classi lavoratrici: è compito dello Stato prendersi cura del benessere degli operai, mancando di adempiere a tale compito si offende la giustizia sociale e la dignità umana.

Scendendo nel concreto, a partire da questo momento nasce il movimento cristiano-sociale e sorgono numerose associazioni cattoliche di propaganda antisocialista ma al tempo stesso di aiuti agli operai e alle persone indigenti: così i cattolici mettono in atto una propaganda controrivoluzionaria più efficace di leggi speciali e polizia ma realizzano anche un sistema di tutela sociale più efficace di quello statale praticamente inesistente.

Foto 2. Schema di date




La Guerra di secessione americana: da schiavi a operai

Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna, i primi tredici membri degli Stati Uniti si espandono verso Ovest nelle praterie, fino alle Montagne Rocciose e all’Oceano Pacifico, spazzando via le popolazioni native che abitavano le grandi pianure occidentali del continente con una cultura ricchissima, quasi interamente distrutta. In vari casi le tribù Sioux e Cheyenne riescono a opporre resistenza in difesa delle proprie terre ancestrali, ma frecce e cavalli non possono competere con le armi da fuoco industriali sostenute alle spalle da ferrovie e telegrafi; peraltro l’aver sterminato gli animali (in particolare i bisonti), fonte di sussistenza degli indigeni, impedisce la loro futura sopravvivenza.

Così le civiltà native vengono spinte verso l’estremo Ovest sui climi inospitali delle montagne, private di ogni diritto. D’ora in avanti, quando si parla di Americani ci si riferisce ai bianchi discendenti dei coloni europei e non più a coloro che popolavano l’America originariamente, che prendono erroneamente il nome di «Indiani».

FOTO 1 – Indios Pah-Ute, Utah, 1872

L’altro numeroso gruppo sociale di cui non si tiene conto è costituito dai neri,  pronipoti degli schiavi deportati dall’Africa e usati come manodopera gratuita nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti. La Costituzione americana prevede la schiavitù e sancisce per legge la disuguaglianza sociale non riconoscendo diritti alle categorie etniche minoritarie. All’interno della “razza” bianca vige il suffragio universale maschile e la società è molto aperta e tollerante: i bianchi che hanno fatto richiesta della cittadinanza hanno diritto di voto prima ancora di averla ottenuta. La contraddizione sta nel fatto che verso la metà dell’Ottocento gli Stati Uniti d’America sonoil Paese meno autoritario del mondoe con il piùalto tasso di libertà individuali, ma anche l’unico Paese a conservare la schiavitù.

FOTO 2 – Carta degli Stati americani dell’Unione e della Confederazione

Tra le varie zone dello Stato federale che si va formando sono presenti grosse differenze climatiche ed economiche. A Sud, intorno al Golfo del Messico, si estendono enormi piantagioni di tabacco e cotone, gestite da pochissimi ricchi e lavorate da schiavi neri: dato che a migrare verso l’America un secolo prima non erano certo gli aristocratici, che quindi in America sono mancati, l’élite di latifondisti costituisce in qualche modo l’equivalente della nobiltà europea. Invece a Nord, nelle terre vicine al Canada e all’Oceano Atlantico, con scambi culturali e commerciali con l’Europa, sorgono complessi industriali gestiti da una borghesia simile a quella europea e mantenuti da operai salariati, come in Inghilterra. Ne consegue una forte divergenza di interessi.

Gli imprenditori del Nord hanno bisogno di una classe operaia “libera” ed elastica con una facile mobilità lavorativa, mentre i proprietari terrieri del Sud invece necessitano di una manodopera permanente e gratuita di cui poter disporre a proprio piacimento senza diritti né intralci alla produzione. L’interesse settentrionale è il protezionismo, per favorire lo sviluppo delle nuove fabbriche senza che siano schiacciate dalla concorrenza europea, mentre quello meridionale è il liberismo, per commerciare agevolmente i prodotti che in Europa mancano. Nascono così due grandi partiti: il Partito Repubblicano, espressione degli interessi del Nord, e il Partito Democratico, che rappresenta le istanze del Sud.

Diversamente dall’Europa, i partiti americani non fanno riferimento ad aree ideologiche e culturali ma solo a interessi di specifici gruppi affaristici: mentre in Europa si diventa cattolici o socialisti a seconda dell’educazione ricevuta, in America si diventa repubblicani o democratici a seconda della propria posizione sociale, che è variabile e mai statica. Il Partito Repubblicano è abolizionista, ovvero per l’abolizione legale e sostanziale della schiavitù: non è certo una questione morale di dignità umana o di magnanimità, quanto di favorire le richieste delle fabbriche rispetto a quelle dei latifondi.

FOTO 3 – Abraham Lincoln

Nel 1861 il Partito Repubblicano riesce a far eleggere Presidente federale Abraham Lincoln, un uomo di origini sociali modeste. Immediatamente gli Stati del Sud dichiarano la secessione staccandosi dalla federazione. Gli Stati del Nord reagiscono muovendo guerraai separatisti. Dopo un conflitto durato quattro anni, il Nord ottiene una vittoria schiacciante e il potere dell’élite agraria meridionale viene ridimensionato. Nel 1863 Lincoln pubblica The Emancipation Proclamation(Proclama di emancipazione – immagine di copertina):la schiavitù viene almeno formalmente abolita e gli ex schiavi ottengono i diritti civili e politici. Dal punto di vista teorico e legale è sicuramente un grande passo in avanti, ma non sempre affrancarsi dalla schiavitù comporta un reale miglioramento della propria esistenza: per chi prima aveva assicurate fatica e spesso frustate ma anche vitto e alloggio inizia l’odissea del dover cercare lavori stagionali o addirittura giornalieri altrettanto faticosi con una libertà formale che non garantisce la sopravvivenza.

FOTO 4 – Dorothea Lange, Mississippi Delta, 1939: Water Boy

L’altra questione mai risolta è quella del razzismo. Sia al Nord che al Sud, la parità dura poco: mentre il governo federale si disinteressa al problema, i bianchi riprendono potere, fino ad arrivare a una situazione di totale apartheidche andrà avanti per oltre un secolo: i neri non hanno diritto di voto e chiese, scuole, quartieri, mezzi pubblici e posti di lavoro vengono separati. Questi provvedimenti che legalizzano la segregazione, il più importante dei quali approvato nel 1877, portano il nome di Leggi di Jim Crow, dal personaggio inventato da un comico teatrale noto come Daddy Rice che nei decenni precedenti faceva satira sulla popolazione afroamericana, diffondendo lo stereotipo del “negro” pigro, imbroglione, bugiardo e ladro. Giornalisti, teologi e scienziati contribuiscono a diffondere falsi miti sulla presunta inferiorità naturale dei neri. La mentalità comune americana è sempre stata intrisa di razzismo e persino la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato la validità giuridica della segregazione razziale. La situazione cambierà solo negli anni Sessanta del Novecento.

FOTO 5 – Russell Lee, Oklahoma City, 1939:”Colored” drinking fountain

 




La Repubblica Romana, l’emancipazione femminile e la reazione francese

Nel 1848 è stata concessa una Costituzione scritta anche nello Stato Pontificio, che dal 1846 è retto dal Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti), esponente della nobiltà romana di idee moderate e liberali. L’elezione di Pio IX è stata accolta con entusiasmo sia a Roma che in tutta Italia: il nuovo pontefice concede immediatamente un’amnistia per i prigionieri e si dichiara favorevole all’unificazione della penisola, vedendo di buon occhio in particolare il cosiddetto neoguelfismo teorizzato da Vincenzo Gioberti. Ma nel 1848 il Papa si rifiuta di partecipare alla guerra sabauda contro l’Austria per non inimicarsi gli Asburgo cattolici, sostenendo che il Cattolicesimo debba essere universale e che quindi non possa schierare uno Stato contro un altro. Inoltre, appena si calmano le agitazioni, ritira la Costituzione concessa pochi mesi prima. Questo gesto allontana dal pontefice gran parte delle simpatie di chi spera di vedere l’Italia unita. La situazione a Roma è estremamente tesa.

  1. Assalto del popolo al Quirinale, 16 novembre 1848

A novembre viene assaltato il palazzo del Quirinale e ucciso il ministro papale Pellegrino Rossi. Pio IX riesce a fuggire e trova rifugio nel castello di Gaeta, nel Regno delle Due Sicilie, ospitato dal Re Ferdinando II di Borbone. La fuga del Papa sancisce di fatto la fine del suo potere politico. A Roma vengono indette elezioni a suffragio universale maschile per scrivere una nuova Costituzione. Clericali e legittimisti non riconoscono la legittimità delle elezioni e si astengono dal voto, lasciando una enorme maggioranza alle fasce più povere della popolazione. Nonostante le minacce di scomunica, il 21 gennaio 1849 centinaia di migliaia di romani eleggono un’Assemblea Costituente a maggioranza fortemente democratica.

A febbraio nasce formalmente la Repubblica Romana.

Questa esperienza è caratterizzata da una delle Costituzioni più avanzate del tempo. Vengono nazionalizzati i beni ecclesiastici, istituita totale libertà di stampa senza censura e abolito il tribunale della Santa Inquisizione; la Chiesa mantiene la libertà di culto ma nessun potere politico; il potere esecutivo, da cui dipende l’istruzione pubblica, è affidato a un triumvirato con pieni poteri formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, insieme a un governo provvisorio e alla stessa Assemblea Costituente. Il provvedimento più rilevante della Repubblica Romana è l’abolizione della norma che escludeva le donne dalle successioni ereditarie e l’istituzione di un codice civile che prevedetotale parità di diritti tra i sessi.

Un atto del genere nella prima metà del XIX secolo è estremamente rivoluzionario.

Nella Repubblica Romana spicca la figura di Cristina Trivulzio, viaggiatrice e conoscitrice di tutte le lingue europee, responsabile dell’assistenza medica nella Roma liberata. Proprio lei, con grande attenzione all’igiene e alla dignità umana, permette la resistenza della Repubblica. Da lei viene istituito un corpo femminile specializzato in assistenza infermieristica e su sue pressioni viene creato dal triumvirato un servizio ospedaliero ufficiale e organizzato; inoltre i tetti degli ospedali sono coperti da drappi neri perché siano riconoscibili e non toccati.

Ma questi sogni durano poco. Da Gaeta Pio IX chiede l’intervento di tutte le potenze cattoliche europee per riprendere Roma. Francia, Austria, Spagna e Regno delle Due Sicilie rispondono alla chiamata. L’esercito reazionario più numeroso è quello francese: Napoleone III è fortemente interessato all’alleanza con il Papa per mantenersi l’appoggio dei conservatori e dei cattolici francesi e soprattutto per impedire che si rafforzi la presenza austriaca nella penisola. Sotto la guida del generale Oudinot, un ingente esercito cinge d’assedio Roma. Sono Giuseppe Garibaldi e Giuditta Tavani Arquati a guidare la resistenza.

  1. Giuditta Tavani Arquati

Gli ospedali, riconoscibili per i drappi neri, sono i primi a essere bombardati dai cannoni francesi. In un primo momento, le truppe garibaldine riescono a sconfiggere le truppe francesi a Porta San Pancrazio costringendoli a ritirarsi e chiedere una tregua. Ma i rapporti di forza sono schiaccianti e la resistenza non può durare. All’inizio di luglio Oudinot viola la tregua a sorpresa. Perduta l’ultima battaglia sulle alture del Gianicolo, la Repubblica Romana è costretta a capitolare. Per alcuni decenni ancora, Roma rimarrà papale.

Carlo De Paris (1800-1861), Pio IX ritorna da Gaeta, olio su tela, 1850, Musei Vaticani,Museo Storico, Vaticano, Palazzo Aspotolico Lateranense, scalone

  1. Carlo De Paris. Il ritorno di Pio IX a Roma (12 aprile 1850)
  2. Schema di date




Roma – E la scuola impara. Un giardino autogestito per Rosa Luxemburg

Il cortile di una scuola è un luogo insolito per un’intitolazione a una donna. E invece nel Liceo classico Socrate di Roma il giardino interno è stato dedicato a Rosa Luxemburg, importante filosofa tedesca e militante comunista del primo Novecento.

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L’esistenza di questo giardino è frutto di anni di lotte studentesche per una gestione della scuola più democratica e partecipativa e meno autoritaria e coercitiva. Il giardino, liberamente accessibile fino al 2010, è stato chiuso senza che le motivazioni fossero mai rese pubbliche.

Nel frattempo, dopo decenni di politiche devastanti e tagli che hanno svenduto la scuola pubblica, il governo Renzi e la ministra Giannini hanno varato una riforma che trasforma gli istituti scolastici in aziende di cui il/la preside è un/a manager con pieni poteri e dove al tempo stesso le famiglie costituiscono la clientela da assecondare e le/gli studenti la manodopera a basso costo per i privati. L’elemento più eclatante della «Buona Scuola» porta il nome di «alternanza scuola-lavoro»: pena la non ammissione all’esame di Stato, i ragazzi e le ragazze sono costrette a lavorare gratis per enti, principalmente privati ma non solo, i quali potranno così assumere meno lavoratori o lavoratrici retribuite.

Al Socrate la lotta nazionale contro la Buona Scuola si è unita a quella interna per la partecipazione democratica nei processi decisionali e soprattutto per la sicurezza e l’agibilità, in una struttura che ospita circa 950 studenti su 650 posti disponibili. Tra i vari temi rivendicati dalla componente studentesca vi era proprio la riapertura del cortile interno, ottenuto in seguito all’occupazione dell’autunno 2017. Protagonista di queste lotte è il collettivo politico Galeano, che ora si occupa autonomamente di gestire il giardino.

L’8 marzo 2018, in occasione della giornata delle donne, i ragazzi e le ragazze del collettivo Galeano hanno usato l’intervallo tra le lezioni per affiggere lo striscione che dedica il giardino da loro ottenuto alla rivoluzionaria tedesca uccisa nel 1919 dalla polizia del governo socialdemocratico della Repubblica di Weimar.

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«Marx lo amo ma non è sufficiente – spiega uno dei militanti di Galeano – invece Rosa Luxemburg l’abbiamo scelta perché lei, come filosofa e come letterata, parla non solo dello Stato ma della bellezza dell’essere umano a tutto tondo. Ed è importante anche perché è stata una donna, filosofa della politica e martire in un’epoca in cui raramente le donne ricoprivano questi ruoli e si esponevano nella società.»

Rosa Luxemburg, uscita dal Partito Socialdemocratico Tedesco per dar vita al movimento spartachista nella Germania distrutta dalla prima guerra mondiale e umiliata nei trattati di pace, fu la prima interna al Comintern a criticare l’autoritarismo leninista sostenendo il diritto delle masse all’autodeterminazione e contestando il ruolo egemone del partito bolscevico costituito da pochi professionisti di una Rivoluzione che si sarebbe presto trasformata in dittatura. Lei, insieme a Karl Liebknecht, guidò l’insurrezione di Berlino che portò alla fine della guerra. I suoi scritti sono pilastri del pensiero comunista e della storia del movimento operaio europeo e la sua figura non è meno importante di persone a lei contemporanee ma molto più celebrate come Antonio Gramsci o Friederich Engels. Pur non rinnegando lo storicismo dialettico alla base del pensiero marxista, la sua fu una delle pochissime voci socialiste a far notare l’importanza della spontaneità delle azioni di lotta nel processo rivoluzionario. Dissidente rispetto alla socialdemocrazia, Rosa Luxemburg sostenne la partecipazione diretta sul modello dei soviet, consapevole che il riformismo e la democrazia borghese non avrebbero mai portato a una vera emancipazione delle masse. Nella sua analisi, inoltre, viene dato molto peso al militarismo, colonna portante del capitalismo e fondamentale per lo sviluppo industriale, che conduce alla conquista di territori non ancora industrializzati le cui popolazioni indigene saranno poi proletarizzate; gli anni in cui Rosa Luxemburg ha vissuto mostrano chiaramente la stretta connessione che lega capitalismo industriale, guerra imperialista e Rivoluzione sociale.

Oggi l’accesso al cortile posteriore del Liceo Socrate le rende omaggio con un grande murale dove al suo volto è accostata la frase «Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene». L’altro graffito, adiacente alla porta che dà sul giardino liberato, reca scritto «You are now entering free giardino», citando quel «You are now entering free Garbatella» che, per chi sale da via della Villa di Lucina venendo da San Paolo, dà il benvenuto al quartiere popolare e antifascista dove ha sede l’istituto.

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I moti del 1848 e la nascita della I Internazionale: «uno spettro si aggira per l’Europa»

Oltre ai fatti francesi, il 1848 è un anno esplosivo per tutta l’Europa.

Nell’Impero Austroungarico la lotta liberale per una Costituzione scritta che ponga fine alla monarchia assoluta degli Asburgo si sovrappone alle spinte indipendentiste di tutte le minoranze culturali ed etniche inglobate nell’impero. Ungheria, Boemia e Regno Lombardo-Veneto insorgono ma vengono duramente schiacciate. Il Regno di Sardegna tenta una prima guerra contro l’Austria per ottenere il Nord della penisola italiana, ma tale avventura, nota come I guerra d’Indipendenza, si rivela un clamoroso fallimento per l’abissale dislivello militare tra i due Stati.

Non si può certo dire invece che l’insurrezione nel Regno di Sardegna, per quanto di breve durata, sia stata inutile: il Re Carlo Alberto di Savoia, invece di ricorrere alla repressione militare, concede una Costituzione liberale, nota appunto come Statuto Albertino, confermata dal suo successore Vittorio Emanuele II.

FOTO 1. La prima pagina dello Statuto Albertino

Invece la volontà di trasformare la grande Confederazione Germanica a guida austriaca in un moderno Stato federale naufraga, sostituita da una confederazione più piccola a guida prussiana da cui l’Austria rimane esclusa. Ma a lungo si continuerà a inseguire il desiderio di unificare anche politicamente l’identità culturale tedesca. Intanto però, con l’estensione del suffragio elettorale, gli interessi dei commercianti e dei banchieri entrano in Parlamento.

Sui moti del 1848 e sulla direzione che questi hanno dato alla Storia è necessario fare alcune considerazioni. Fino a questo momento le richieste della borghesia hanno raccolto un seguito notevole anche tra lavoratori dipendenti (braccianti, garzoni, operai…) e persino nullatenenti in quanto andavano contro i vecchi privilegi nobiliari di origine feudale; a partire dalla Rivoluzione Francese è chiaro che la colonna portante della società moderna non è più la vecchia aristocrazia di proprietari terrieri e latifondisti, ora accusati di parassitismo, bensì la nuova classe imprenditoriale: anche se la Rivoluzione non è riuscita a imporre tale passaggio in via definitiva, ne ha comunque gettato le basi in maniera ormai indelebile. Luigi Filippo d’Orléans, pur essendo di famiglia nobile, ha facilitato gli interessi borghesi fino a rendersi conto che tornare indietro era ormai impossibile; Napoleone III ha tolto tutte le libertà politiche ma non ha potuto toccare quelle economiche; persino la Prussia, molto autoritaria al suo interno e ancora legata all’Ancien Régime, deve ormai fare i conti con la società mutata. La borghesia in questa prima metà di secolo è riuscita a far passare i propri interessi come bene universale: le libertà economiche diffuse, il diritto alla proprietà privata, una Costituzione scritta che garantisca tali conquiste e l’obbligo del Re di trattare con rappresentanti dei suddetti interessi attraverso il Parlamento. Solo l’Austria e gli Stati della penisola italiana sono ancora aggrappati a un’economia feudale. Ma nel 1848 qualcosa inizia a cambiare. La scintilla che ha dato il via all’insurrezione di Parigi fino a far scappare il «Re borghese» era stata causata da alcune restrizioni tra cui la chiusura degli ateliers nationaux, che davano lavoro ai disoccupati e ai nullatenenti: la rivolta contro un provvedimento che danneggia gli operai ma non la borghesia si può considerare uno dei primi episodi della moderna lotta di classe ottocentesca, influenzata dalla Rivoluzione industriale che ormai è andata a regime. Nel 1848 vediamo l’ultimo dei momenti in cui la nuova borghesia e il futuro proletariato lottano insieme contro la nobiltà e contro il clero e al tempo stesso il primo elemento della loro insanabile imminente separazione e il loro primo scontro. Proprio in quest’anno a Londra Karl Marx e Friederich Engels pubblicano Il manifesto del Partito Comunista, testo guida delle future lotte antiborghesi. 

FOTO 2. Copertina originale del Manifesto del Partito Comunista (Londra, 1 febbraio 1848)

Il saggio di Marx ed Engels si apre con la celebre frase «uno spettro si aggira per l’Europa»: secondo loro questo spettro è il Comunismo che nel giro di qualche decennio farà tremare il mondo, più in generale lo spettro è questo conflitto che si sta aprendo. Il 1848 è l’anno della rottura più grande della Storia moderna.

FOTO 3. Kyrgyzstan, Bishkek. Monumento a Karl Marx e Friedrich Engels in Oak park

La I Internazionale, associazione creata a Londra nel 1864 che coordina le realtà protagoniste della lotta di classe e ne rappresenta le istanze, nasce proprio dall’ala operaia dei moti del 1848, raccogliendo gli ideali anarchici, comunisti, socialisti e democratici: di fatto i liberali sono diventati oppositori del movimento operaio, nato in seno alla stessa borghesia liberale. In un primo momento fazioni così diverse riescono a convivere all’interno dell’organizzazione, ma ben presto tale convivenza diventerà impossibile proprio per le idee inconciliabili che questi diversi schieramenti portano avanti. 

Schema di date