Flavia Giulia Elena: da stabularia a imperatrice, da concubina a icona del cristianesimo

Nata nel 248 o nel 250 in un centro della Bitinia, probabilmente Drepanum che in suo onore successivamente venne rinominato Helenopolis dal figlio, l’imperatore Costantino, Flavia Giulia Elena proveniva da una famiglia di umili origini. Il padre era pagano e proprietario di un’osteria con annessa stalla (stabulum) per dare ricovero agli animali. Le fonti la definiscono stabularia, termine che potrebbe essere inteso in due modi: addetta alla pulizia e alla manutenzione della stalla, oppure locandiera che si occupava di servire i clienti e di intrattenerli. In entrambi i casi le fonti, soprattutto quelle cristiane, non forniscono  indicazioni univoche sulle origini della futura imperatrice; solo Ambrogio, vescovo di Milano, sottolinea il fatto che fosse una bona stabularia, cioè che svolgesse al meglio le mansioni affidatele.

Flavia Giulia Elena conobbe Costanzo Cloro, il padre del futuro imperatore Costantino, probabilmente nel 270 durante una campagna militare alla quale lui partecipò, organizzata dall’imperatore Aureliano per piegare le spinte autonomiste del Regno di Palmira. Tra i due si instaurò un legame molto forte, ma la differente condizione sociale, lei plebea, lui graduato dell’esercito romano, non permise loro di sposarsi, sebbene le fonti cristiane parlino di un legame matrimoniale che, in base al costume dell’epoca, risulta alquanto improbabile. I due convissero per 23 anni in una condizione di concubinato e Flavia Giulia Elena dette alla luce un figlio maschio, Costantino, nel 274. 

Costanzo Cloro però dovette abbandonarla per sposare una donna altolocata, Teodora, figliastra dell’imperatore, quando Diocleziano lo nominò Cesare nel sistema tetrarchico da lui ideato. Esso prevedeva la divisione dell’impero in quattro parti, due ad Occidente e due ad Oriente, ognuna affidata a un Augusto e un Cesare; con questo espediente si voleva evitare le lotte per la successione, che avevano determinato più di cinquant’anni di anarchia militare (ogni Cesare avrebbe dovuto subentrare automaticamente al suo Augusto), e amministrare meglio il territorio mediante un’oculata suddivisione dei compiti tra Augusti e Cesari. 

Per ragioni di stato, quindi, Costanzo Cloro fu costretto a rinunciare a quella donna che gli era stata fedele compagna per più di un ventennio e che lui portò sempre nel cuore, se è vero che in punto di morte ne pronunciò il nome. Ma lei fu costretta non solo a rinunciare all’uomo di cui era innamorata, e al quale rimase fedele per sempre visto che non ebbe altre relazioni, ma anche al figlio dal quale venne allontanata, poiché l’ordine dell’imperatore era che l’erede di Costanzo Cloro crescesse alla corte imperiale e ricevesse un’educazione degna del suo futuro regale: Flavia Giulia Elena non vide più il figlio dal 293, anno del matrimonio fra Costanzo Cloro e Teodora, fino al 306, quando Costantino venne nominato imperatore.

Il profondo legame che univa Costantino alla madre, sottolineato anche dal biografo dell’imperatore Eusebio di Cesarea, non venne compromesso dalla distanza. Non appena ebbe libertà d’azione, il nuovo imperatore si riavvicinò alla madre invitandola a risiedere nel palazzo di Treviri; ma lei rifiutò, vista la riluttanza della matrigna di Costantino a vivere sotto lo stesso tetto con la donna che l’aveva sempre resa invisibile agli occhi del marito, rimasto profondamente innamorato di Elena fino alla morte. 

Foto 1. Flavia Iulia Helena ai Musei Capitolini

Flavia Giulia Elena dal punto di vista religioso fu inizialmente vicina all’arianesimo, una corrente interna al cristianesimo, che venne successivamente dichiarata eretica, in base alla quale la natura di Cristo doveva essere intesa non in chiave divina, ma umana. La conversione di Elena al cristianesimo è molto controversa: alcuni sostengono che fu il figlio a convincerla, altri propendono per il contrario. Quello che sappiamo con certezza è che Costantino non si battezzò e la sua redenzione in punto di morte non è per nulla accertata; al contrario Flavia Giulia Elena ricevette il sacramento del battesimo.

Quando Costantino si stabilì a Roma, lei lo seguì e venne insignita del titolo di Augusta, ma anche questa volta preferì non risiedere con il figlio e la corte imperiale, trasferendosi presso il fundus Laurentus, nella parte sud-orientale della città, dove sorse anche un palazzo, il palatium Sessorianum, e una chiesa dedicata ai santi Marcellino e Pietro che lei stessa fece edificare. Oltre al titolo, ricevette dal figlio altri onori, fra i quali essere raffigurata sulle monete dove la sua immagine simboleggiava la Securitas, la sicurezza dello Stato.

Tra il 326 e il 328, alla veneranda età di ottant’anni, Flavia Giulia Elena si recò in pellegrinaggio nei luoghi del Santo Sepolcro. Le ragioni che la spinsero a intraprendere un viaggio tanto lungo e faticoso sono sconosciute, ma sappiamo che in quegli anni l’immagine dell’imperatore venne macchiata da un omicidio e da una morte sospetta. La seconda moglie di Costantino, Fausta, sorpresa in atteggiamenti compromettenti con il figlio di primo letto dell’imperatore, Crispo, accusò quest’ultimo di averla importunata. Costantino, travolto dalla gelosia, ordinò la morte del figlio, condannato anche alla damnatio memoriae, e Fausta morì misteriosamente affogata nel suo bagno. La notizia fece il giro dell’impero e contribuì a gettare ombre su un imperatore molto discusso anche per il suo atteggiamento ambiguo nei confronti del cristianesimo: aveva promosso la tolleranza verso quella religione e l’aveva riconosciuta come predominante nel suo impero, ma sulla sua effettiva conversione non c’erano prove. Forse fu proprio la necessità di riabilitare l’immagine del figlio tra i cristiani che convinse Elena a intraprendere un pellegrinaggio il cui itinerario sarebbe diventato una costante durante il medioevo. 

Foto 2. Il ritrovamento della Croce, di Jan Van Eyck 

A questo punto Flavia Giulia Elena diventa protagonista di una leggenda che contribuirà a renderla un’icona del cristianesimo cattolico, ma anche ortodosso: il ritrovamento della Santa Croce. Sono molteplici le versioni di questo importante episodio, la più famosa è quella di Jacopo da Varagine (Varazze), un frate domenicano vissuto nel XIII secolo e autore della Legenda Aurea. Secondo quest’insigne agiografo, Elena sarebbe giunta sui luoghi della passione e della morte di Cristo proprio con l’intenzione di ritrovare le reliquie di Gesù e, venuta a sapere che un abitante di quei luoghi conosceva il punto esatto della crocifissione, lo interrogò; lui non rispose e per convincerlo a farlo, Elena lo fece calare in un pozzo lasciandolo senza acqua e cibo per sette giorni fino a quando confessò. Recatasi sul posto, riuscì a rinvenire tre croci; per individuare quella  sulla quale era morto Cristo, fece deporre un cadavere su ciascuna delle strutture lignee e, sfiorata quella di Gesù, il morto resuscitò. A quel punto l’imperatrice fece smembrare in varie parti la croce, lasciandone una a Gerusalemme. Questo episodio della vita di Elena è un soggetto rappresentato da molti artisti. Nell’abside della Basilica della Santa Croce di Gerusalemme a Roma esiste un affresco attribuito ad Antoniazzo Romano, ed è famoso il Ciclo delle Storie della Vera Croce nella cappella maggiore della Basilica di San Francesco ad Arezzo, opera insigne di Piero delle Francesca. Inoltre Elena portò con sé a Roma i ferri con cui Cristo era stato inchiodato alla croce, ritrovati anch’essi sul luogo della passione. Di essi la leggenda dice che uno venne inserito nel morso del cavallo, l’altro nell’elmo di Costantino e poi successivamente collocato al centro della Corona Ferrea conservata oggi a Monza, l’ultimo è presente nella Basilica della Santa Croce di Gerusalemme a Roma.

Se il ritrovamento della Santa Croce rimane avvolto nella leggenda, è certo che la madre di Costantino contribuì ad edificare importanti basiliche in Terra Santa, fra le quali spiccano la Basilica della Natività a Betlemme e quelle dell’Ascensione al Monte degli Ulivi e del Santo Sepolcro a Gerusalemme; entrambe vennero riccamente decorate grazie all’intervento dell’imperatore.

Flavia Giulia Elena si spense a Treviri nel 329, poco dopo il ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, con accanto l’amorevole figura del figlio. Per celebrare la madre Costantino fece costruire a Roma uno splendido sarcofago in porfido, e un mausoleo a forma circolare sormontato da una cupola che si trovava sulla via Labicana, nella zona che oggi è chiamata Torpignattara.

Foto 3. Il mausoleo di Sant’Elena 

Sia la chiesa cattolica che quella ortodossa celebrano la figura di questa donna in due date diverse: il 18 agosto i cattolici e il 21 maggio gli ortodossi (in Russia si attende questa data per seminare il lino, affinché diventi lungo come i capelli della Santa). La venerazione di Sant’Elena è molto sentita non solo in Italia, dove è patrona di Pesaro e di Ascoli Piceno, ma anche in Germania, soprattutto nella città di Treviri, e in Francia.

Nonostante la diffusione del culto di questa santa, vi è solo una basilica a lei dedicata, a Quartu in Sardegna: la Basilica di Sant’Elena appunto.

A Treviso è presente una via dedicata a Sant’Elena imperatrice (in copertina, foto di Nadia Cario), in cui si sottolinea l’importanza religiosa e insieme politica di questa donna che, non sposata e addirittura abbandonata dal compagno, è diventata paradossalmente l’immagine del trionfo del Cristianesimo.   




Il malinconico “Ricorditi di me” di Pia de’ Tolomei

La morte giunta all’improvviso per mano dell’uomo che le aveva promesso sposandola amore e protezione e l’umile e discreta richiesta di essere ricordata sono i due elementi essenziali che caratterizzano un personaggio dantesco che, probabilmente, non avrebbe avuto voce se a dargliela non fosse stato il grande poeta fiorentino.

 

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via”,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

 

“ricorditi di me, che son la Pia

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ’nnanellata pria

 

disposando m’avea con la sua gemma”.

 

(Purgatorio V, 130-136)

 

Lei è Pia de’ Tolomei, anima penitente che Dante colloca nel secondo balzo dell’Antipurgatorio fra coloro che sono morti a causa della violenza omicida, ma si sono pentiti prima di spirare. La vicenda di questa donna occupa pochissimi versi ed è circondata da un alone di mistero di cui volutamente e sapientemente Dante non analizza i dettagli, fornendoci una delle prove più alte della sua poesia che è capace di stringere e rappresentare in sette versi una storia d’amore e di violenza che rischierebbe di essere dimenticata per sempre.

Pia de’ Tolomei prende la parola dopo aver pazientemente atteso che altre due anime – Jacopo del Cassero e Bonconte di Montefeltro – abbiano concluso il resoconto della loro tragica fine; lo fa in modo mite e discreto chiedendo a Dante solo di essere testimone di una storia che rischia di non essere mai raccontata. Chi sia stata realmente questa donna, è difficile ricostruirlo in modo preciso e, avventurandosi nel labirinto delle varie ipotesi, si rischia di togliere a questo personaggio quel fascino che sta proprio nel fatto di essere circondato da un alone di mistero. Partendo, quindi, dalle parole del poeta fiorentino, possiamo dire che “la Pia”, come lei stessa si nomina, apparteneva a un’importante famiglia senese, i Tolomei, ed ebbe come marito un assassino che fu la causa della sua sventura. Su di lui abbiamo molte informazioni che ci provengono da antichi commentatori: era Paganello, detto Nello, d’Inghiramo dei Pannochieschi, signorotto maremmano che ricoprì vari incarichi fra i quali quello di Capitano del Popolo a Modena (1284), di Podestà prima di Volterra (1277) e poi di Lucca (1313), nonché di Capitano della Taglia Guelfa, l’insieme dei mercenari che ciascun comune della Lega Guelfa forniva per combattere i ghibellini. Di lui le cronache dicono che fosse un cavaliere molto abile e di bell’aspetto (“bello e savio cavaliere”), ma anche un uomo meschino e traditore (“vile uomo e poco leale”). Era inoltre feudatario della potente famiglia degli Aldobrandeschi che gli affidò la gestione del Castello della Pietra, un maniero costruito nella Maremma grossetana nel quale, secondo alcuni, si consumò l’assassinio di Pia.

È giusto precisare che c’è chi ritiene che la donna non fu sposata a Nello Pannochieschi, ma ad altri uomini: le ipotesi a riguardo si accavallano e probabilmente la diatriba non avrà mai fine.

Così come l’identità del marito di Pia de’ Tolomei non è ancora stata definita in modo univoco, allo stesso modo sia le cause che il movente del suo omicidio sono sconosciute e fonte di continue ipotesi. Un anonimo fiorentino del XIV – XV secolo sostiene che Nello mandò un suo fante nelle stanze della moglie che venne presa per i piedi e defenestrata sprofondando nella valle su cui sorgeva il castello in modo da non far sapere più nulla di lei. Altri ritengono che la violenza venne commessa nel territorio della Maremma grossetana mediante strangolamento; altri ancora parlano di abbandono della donna malata di malaria.

La scelta di Dante di collocare l’anima di Pia fra le anime penitenti, morte in modo violento e le parole della donna ci fanno optare più per l’anonimo fiorentino anche se ciò su cui il poeta vuole porre l’accento non sono le cause della morte, bensì l’atteggiamento di Pia di rassegnata accettazione della propria fine senza rancore, né desiderio di rivalsa; è questo, infatti, che fa scaturire in Dante un sentimento di affettuosa pietà nei suoi confronti.

Anche il movente non viene indicato forse perché Dante non ne era a conoscenza oppure non ne era certo: alcuni commentatori dell’epoca, sono propensi a pensare al desiderio di Nello di liberarsi della prima moglie per potersi poi risposare con Margherita Aldobrandeschi, un ottimo partito; altri parlano, invece, di gelosia del marito per un presunto o reale tradimento della donna.

Quello che oggi rimane della vicenda di Pia de’ Tolomei nella toponomastica femminile è il “salto della contessa”, il nome di un dirupo presso i resti dell’antico Castello di Pietra dove  il 10 di agosto di ogni anno termina la ricostruzione storica della tragica vicenda organizzata dal comune di Gavorrano.

Foto 1. Gavorrano (GR). Castel di Pietra

Non è tutto! Il personaggio dantesco ha ispirato la letteratura, il teatro, l’arte e il cinema. Nel 1554 Matteo Brandello, autore di una raccolta di novelle fra le quali quella dalla quale Shakespeare trasse ispirazione per il suo Romeo e Giulietta, ne dedicò una a Pia accusandola di essere un’adultera. Poi fu Bartolomeo Sestini nel 1882 a scrivere in suo onore un poemetto in ottave che diede al librettista Cammarano l’opportunità di realizzare, insieme a Donizzetti, l’opera lirica “

”, rappresentata per la prima volta nel 1837 presso l’allora Teatro Apollo di Venezia. Infine, una scrittrice, Carolina Invernizio, nel 1879 diede alle stampe un romanzo storico con la Tolomei protagonista. I pittori che la rappresentarono furono quasi tutti influenzati dalla corrente romantica, tra di essi troviamo il fiorentino Stefano Ussi, il romano Vincenzo Cabianca, ma anche uno dei principali esponenti del movimento preraffaelita e cioè Dante Gabriel Rossetti che ne realizzò un ritratto utilizzato spesso come copertina delle edizioni scolastiche del Purgatorio dantesco. Anche in ambito cinematografico Pia de’ Tolomei è stata protagonista di due pellicole: una del 1941 diretta da Esodo Pratelli, uno dei fondatori di Cinecittà; l’altra del 1958 girata da Sergio Grieco.

La Pia di Dante rimane comunque unica sia per le emozioni che trasmette l’essenzialità del suo ritratto enigmatico e della violenza patita che affiorano appena dal silenzio; ma anche e soprattutto per la sua testimonianza. Dante infatti le affida un compito molto importante e cioè quello di ricordarci che i morti sono vivi fino a quando abitano nei nostri pensieri, ma la materna raccomandazione che Pia rivolge al poeta, al quale dice di parlare di lei ai vivi non prima però di essersi adeguatamente riposato per il lungo viaggio, va oltre e conferma un’illusione senza la quale i vivi farebbero fatica a sopravvivere: i morti ci pensano e si preoccupano per noi.




Galla Placidia: il sogno dell’inclusione per salvare l’impero

Galla Placidia nasce a Costantinopoli nel 390 dall’imperatore Teodosio e dalla sua seconda moglie Galla, figlia di Valentiniano I: in lei quindi scorre il sangue di due dinastie imperiali quella dei valentiniani e dei teodosiani. La differenza d’età dei suoi genitori è molto significativa: lui 40 anni; lei 16. I due futuri imperatori Arcadio e Onorio sono, quindi, i suoi fratellastri, nati da Teodosio e dalla prima moglie.

Nel 410 si trova a Roma e ha poco più di vent’anni quando viene rapita, come bottino di guerra, da Alarico, re dei Visigoti e responsabile del primo sacco di Roma. É costretta a seguire l’esercito visigoto durante marce estenuanti verso il sud della penisola dove il suo rapitore muore; il successore, Ataulfo, quattro anni più tardi, decide di sposarla per garantirsi la possibilità di essere nominato imperatore d’occidente, è, secondo le cronache dell’epoca, anche perché si innamora di quella donna dal forte temperamento e dalla grande preparazione culturale, conseguita grazie ai suoi studi prima a Costantinopoli e poi a Roma. L’unione con il re visigoto, seppur obbligata, non è completamente sgradita a Galla, che dà alla luce Teodosio e ambisce a farlo riconoscere come imperatore, vista l’incapacità dei fratelli nel guidare l’Impero. Teodosio, però, muore poco dopo la nascita e lo stesso Ataulfo la lascia presto, ucciso da una congiura di palazzo. I successori la trattano in modo indegno, infliggendole punizioni anche umilianti, fino a che re Walla, nel 417, decide di restituirla ai Romani.

Le viene imposto un nuovo matrimonio con il generale romano Flavio Costanzo, da lei aspramente osteggiato perché considerato rozzo e incolto, tanto da farle rimpiangere Ataulfo, che l’aveva sempre rispettata e stimata. Questo suo diverso atteggiamento nei confronti del primo e del secondo marito, differenti per stirpe, origine e soprattutto per il modo di approcciarsi a lei, le ha fatto guadagnare tre titoli: abile, astuta e crudele. Da questa unione nascono due figli: Giusta Grata, che sarà promessa sposa al famoso Attila, re degli Unni, per convincerlo a combattere con i Romani e contro i Burgundi, e Valentiniano, divenuto imperatore d’occidente nel 423, alla sola età di sei anni, coadiuvato dalla madre in qualità di tutrice.

Durante gli anni di reggenza, ha tre grandi nemici: l’inettitudine del figlio, incapace di prendere adeguate decisioni nella gestione del potere; le invasioni dei popoli germanici, che tenta di contenere con l’aiuto del generale Ezio con cui ha sempre un rapporto conflittuale e oppositivo; e le eresie religiose alle quali si oppone ordinando una politica fortemente repressiva soprattutto nei confronti del paganesimo. A queste sfide risponde mostrando notevoli abilità diplomatiche, una certa capacità di tessere intrighi e alleanze e, infine, la spregiudicatezza nel raggiungere gli obiettivi che si propone.

Galla Placidia è stata anche un’importante committente artistica attiva soprattutto nell’edificazione di chiese fra le quali San Giovanni Evangelista, Santa Croce e il Mausoleo a lei dedicato in Ravenna; Santo Stefano a Rimini e la Cappella di Sant’Aquilino nella Basilica Laurenziana a Milano.

L’importanza storica di questa figura femminile sta soprattutto nel tentativo di evitare la caduta della parte occidentale dell’Impero Romano nelle mani dei popoli germanici attraverso una politica lungimirante, estremamente moderna, basata sull’inclusione e sulla condivisione dell’Altro – per quanto ritenuto portatore di un tessuto economico, sociale e culturale considerato inferiore – attraverso la politica dei matrimoni misti e dell’unione dei vertici romani e germanici.

Galla Placidia, grande protagonista del suo tempo e ultimo freno al decadimento imperiale, elabora dunque un nuovo modello di convivenza tra romani e germanici, attraverso l’accettazione reciproca e la creazione di nuove forme di governo inclusive e non violente.

Il suo nome indica oggi alcune vie e piazze cittadine, a Forlì, Ravenna, Rimini, Roma, Milano.