Isola di Pasqua

Sbarchiamo in lancia ad Hanga Roa, saliamo su un minibus con accompagnatore locale – Jorge – e partiamo alla scoperta dei moai. Ce ne sono 887 sull’isola abitata da poco più di cinquemila persone, patrimonio dell’Unesco dal 1996. Ne vediamo subito uno non lontano dal porticciolo. Ma l’emozione è palpabile quando ci fermiamo sul bordo di una vallata e vediamo il moai con gli occhi e l’acconciatura. Poco distante, altra piattaforma (ahu in lingua locale) e quindici giganti senza occhi, imponenti solenni silenziosi giganteschi custodi di… ma cosa dovevano proteggere? Nelle piattaforme (sono nel complesso 270 sparse sul territorio dell’isola) che li sorreggono forse c’erano sepolture di uomini illustri che vivevano lungo la costa; nell’interno invece abitavano i poveri. L’80% dei moai è stato ricavato dalla caldera del vulcano Ranu Ranaku: noi ci andiamo arrampicandoci lungo la collina, accompagnati da moai di varie dimensioni, finché arriviamo all’imboccatura della cava, dove scorgiamo il moai non-finito, volto abbozzato e corpo saldamente ancorato alla pietra. Come un nonfinito michelangiolesco. Forse non è stato scolpito per intero perché gli abitanti sono fuggiti (per andare dove? erano in pericolo? chi li minacciava?). Scendendo verso la pianura vediamo ancora la piattaforma dei quindici, lontani e soli. Incontriamo un moai particolare, forse è inginocchiato: prega? si nasconde? Jorge ci dice che non si sa se sia il primo o l’ultimo… Aggiunge che i moai potrebbero essere espressione di culti religiosi, di luoghi di cerimonie, di allineamenti astronomici, di potere politico. Potrebbero essere semplicemente dei monumenti nei cimiteri. In realtà davanti alle piattaforme ci sono pietre in fila. L’unica cosa certa è che gli abitanti cominciarono a scolpire i moai nel 600 d.C. e si estinsero nel 1630, forse vinti in guerre tribali o vittime di fame e sete. Si dice che per far arrivare i moai vicino al mare li facessero scivolare su tronchi, quindi dalla distruzione della flora deriverebbe anche quella della fauna e della popolazione stessa. I 1000 anni di storia sarebbero rappresentati dai 15 moai, dunque la piattaforma sarebbe cresciuta secolo dopo secolo. Dopo un pranzetto nella trattoria “Tia Berta” a base di empanadas di tonno e formaggio, serviti da una giovane e gentile cameriera dalla pelle ambrata e dagli occhi espressivi, scuri, leggermente a mandorla, camminiamo lungo la strada che porta al molo, intorno alla quale vediamo pochi negozi e qualche bar. La vita è semplice, ragazze e ragazzi, studenti, il lunedì mattina partono per Santiago (5 ore di volo) e il venerdì tornano a casa; le donne forse sono alle prese con i lavori dell’orto o in casa a preparare il pranzo; i turisti vengono qui per amore dell’archeologia o della natura, quindi niente vip da strapazzo. Trascorriamo un po’ di tempo in un bar per connetterci e recuperare il rapporto con il mondo; vado in bagno uscendo dalla porta posteriore del locale e vedo un portico, fiori bellissimi, piccole curatissime case che creano una specie di quadrato verde al loro interno. Fotografo un ibiscus gigantesco. Il w. c. è pulito, pareti dipinte a colori vivaci: pesci coralli fiori. Lungo il mare ci sono piscine naturali dove sguazzano i bambini con le loro tavole. Il mare, appena mosso da un vento leggero e costante, ha un colore intenso, i moai sono lontani, eppure presenti con le loro suggestioni.  Il ricordo un po’ malinconico dei misteriosi custodi del nulla mi fa compagnia. Intorno, silenzio.

 

 

 




ITALIA – Alla scoperta del patrimonio Unesco veronese

La bella Verona è patrimonio dell’umanità.  Per ammirare il suo eccezionale valore è necessario superare un percorso impegnativo, lungo 12 Km, che inizia dal Centro trekking Batteria di Scarpa.

Andando oltre il vallo di Cangrande  e percorrendo la Strada Castellana, tra muretti a secco e pergolati,

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è possibile raggiungere, attraverso i boschi, Poiano 3^ e 4^ Torricella. Il paesaggio che circonda la città di Verona cambia sotto gli occhi di chi si mette in cammino per raggiungere Castel san Felice che, con torri, rondelle, bastioni, fossati e terrapieni, fa parte della cinta muraria urbana, estesa oltre 9 chilometri e per quasi 100 ettari.

La flora costituita prevalentemente  da ornielli profumati, bagolare e carpini neri e bianchi ospita passeri italiani, cince,  scoiattoli, gheppi. I cipressi sono invece frutto delle opere di rimboschimento degli anni Sessanta così come gazze e cornacchie sono ospiti dell’inquinamento urbano a scapito di passeri e cince.

Tuttora rimangono imponenti i resti della città fortificata romana, il perimetro della città murata scaligera con i suoi castelli, la struttura della fortezza veneta, la grandiosa disposizione della piazzaforte asburgica, cardine del Quadrilatero. Per questo motivo nel 2000 Verona è stata decretata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, poiché “rappresenta in modo eccezionale il concetto di città fortificata durante diverse epoche significative della storia Europea”.

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Prima di risalire i colli per raggiungere il Parco delle Torricelle, così chiamato per la presenza di tre torri austriache edificate dall’esercito in ritirata, si attraversa il quartiere di Avesa, caratteristica località delle lavandaie costruita sulle grotte carsiche della Lessinia, preziose anche per i siti archeologici che conservano i resti dell’uomo di Neantherland.

Le case delle lavandaie mantengono un aspetto inalterato. Le acque carsiche fluiscono perennemente in questo angolo  silente tanto da sembrare incantato.

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All’ingresso del piccolo quartiere delle lavandaie, nel 1.200, i monaci Camaldolesi edificarono una chiesetta.

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Anche l’altare fu costruito con un blocco unico di tufo.

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All’interno si conservano gli affreschi e le croci dei Templari.

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Ad Avesa sopravvivono tradizioni dimenticate.

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Le case hanno un aspetto caratteristico determinato  dalle piccole dimensioni.

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Attraverso viuzze lambite dalle acque risorgive si raggiungono i boschi e i sentieri delle colline veronesi.

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In cima a queste alture, si scorgono, in stato di abbandono, le suddette torricelle austriache, utilizzate come base di appoggio per ripetitori e trasmettitori.

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Si prosegue il cammino sulla Strada  del vino della Valpolicella. La leggenda narra che il nome della Valpolicella era composto dalle parole “valle”, “poli” e “cellae”, a significare “valle dalle molte cantine”. La zona comprende i comuni della fascia settentrionale della provincia di Verona, da est a ovest. L’uso della specificazione Classico è riservato al prodotto della zona più antica che comprende i comuni di Negrar, Marano, Fumane, S.Ambrogio, San Pietro in Cariano.

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Il sentiero si immerge nel bosco dell’alta Valdonega.

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Dopo un centinaio di metri ecco comparire la fontana di Sommavalle.

Un imponente costone di roccia pressoché verticale sembra accogliere il visitatore. I rilievi circostanti rappresentano il bacino di carico dell’acqua piovana che poi, continuamente, sgorga dalla sorgente, anche in periodi di siccità seppur in quantità minore.

La conformazione della sorgente sembra risalire all’ epoca romana.

Grazie alla presenza dell’acqua, si è creato un vitale e particolare ambiente naturale. Al piede del citato costone di roccia calcarea, è stata ricavata una grotta con due aperture sovrapposte nella roccia, simili a finestrelle, dotate di inferriate.

Realizzazione probabilmente finalizzata a salvaguardare il corretto attingimento e l’uso dell’acqua. Sopra le finestre, si possono individuare i resti di una scritta romana scolpita nella pietra o forse su una targa.

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Secondo alcuni, all’interno della grotta della sorgente, dovrebbe aver origine un tunnel  perforato dai romani, che condurrebbe in città.

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La sorgente della Fontana di Sommavalle affiora nella zona più alta della valle Valdonega situata subito a nord della città di Verona.

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Dirigendosi verso valle si giunge al castello S. Felice.

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Nello spazio urbano veronese sono visibili ancora oggi opere monumentali che formano un repertorio di quasi 2000 anni di storia dell’arte fortificatoria.

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Secondo le testimonianze storiche, gli antichi Romani costruirono una prima parte delle mura a difesa della città nel I secolo a.C. Decisero di trincerare artificialmente la parte a sud, perché a nord, ad ovest e ad est ci si avvaleva della protezione naturale fornita dal fiume Adige.

Nel 265 d.C. all’epoca dell’imperatore Gallieno, a causa della minaccia rappresentata dagli Alemanni, fu necessaria un’opera di restauro delle mura, la cui conservazione, dopo quasi due secoli di pace, era in pessimo stato. L’Arena venne inglobata nel complesso difensivo perché i nemici non fossero facilitati nell’ingresso in città. Di epoca romana rimangono ben conservate anche porta Borsari e porta Leoni.

Successivamente, in epoca scaligera fu aggiunto un impianto di mura che sosteneva l’azione del fiume a nord e che si estendeva fino a Castel San Felice.

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In epoca veneziana, a sud e ad est, furono aggiunti bastioni, torri e roccaforti grazie all’operato dell’architetto-ingegnere Michele Sanmicheli che realizzò peraltro le imponenti porta Palio, porta San Zeno e porta Nuova. (Nella foto i tipici mattoni veneziani)

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Per il ruolo strategico e prioritario che giocava Verona, l’Impero Austriaco fra il 1833 e il 1866 rinforzò, attraverso un consistente investimento, le fortificazioni della città e le inserì nel più ampio sistema difensivo austriaco, adottando i moderni criteri di difesa contro l’artiglieria pesante e con la capacità di sferrare ritorni controffesivi.

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Le mura di Verona hanno sempre scoraggiato i nemici, per questo la città non è mai stata protagonista di grandi battaglie.




Cicloturismo per un futuro sostenibile. Sui Colli Euganei per le domeniche del Fai: Villa dei Vescovi

Se ti piace la bicicletta come mezzo di trasporto e come stile di vita, se sei animato da una vivace curiosità per i luoghi sconosciuti al grande pubblico e da una grande adattabilità alle situazioni impreviste, il cicloturismo è un modo avventuroso per viaggiare, ma necessita di un’accurata preparazione e organizzazione tecnica. Il viaggiatore deve infatti essere in grado di fronteggiare in modo autonomo il pernottamento e ogni evenienza o guasto meccanico che possano verificarsi durante il tour.

Noi non ci siamo lasciati fermare e abbiamo percorso la Via del Vino nel Parco veneto dei Colli Euganei, partendo da Monselice alle 10 del mattino.

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Abbiamo fatto sosta a Battaglia terme per ammirare, tra fiumi e canali navigabili, il maestoso Catajo:

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La costruzione del Castello del Catajo è stata realizzata, tra il 1570 e il 1573, dal condottiero della Repubblica di Venezia Pio Enea I degli Obizzi, su insediamenti precedenti. Pio Enea II (1592-1674) procedette a delle modifiche; realizzò un teatro, poi trasformato in chiesetta neogotica, al posto delle scuderie e costruì la grotta con la Fontana dell’Elefante. Nel 1768 Tommaso degli Obizzi decorò il grande complesso con reperti archeologici e arredi lapidei, diventato poi di proprietà degli arciduchi d’Austria – Este e duchi di Modena che lo utilizzarono come sede di caccia e villeggiatura. Dopo essere diventato proprietà degli Asburgo (l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, assassinato il 28 giugno 1914 a Sarajevo, la notte prima della sua morte aveva dimorato in questa residenza),  il Cataio appartenne alla famiglia Dalla Francesca.

Si articola su oltre 350 stanze, alcune delle quali affrescate da Giovan Battista Zelotti, allievo del Veronese. E’ circondato da un vastissimo parco di 26 ettari, non tutto aperto al pubblico, e il giardino delle delizie antistante il castello, di impianto romantico esteso su 3 ettari, con una grande peschiera e numerose piante esotiche.

Anche il Cataio ha il suo fantasma ovviamente generato da un episodio drammatico:
“Era la notte del 14 Novembre 1654 quando Lucrezia degli Obizzi (la famiglia Obizzi era proprietaria del maniero) fu uccisa con ferocia da uno spasimante respinto.”
La pietra macchiata del suo sangue è ancora lì, nel castello, e si dice che il suo spirito vaghi ancora tra le mura. Non pochi raccontano di aver visto una figura femminile, vestita di azzurro, affacciarsi dalle finestre dei piani più alti.

Passando tra masserie fortificate

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abbiamo disegnato un  percorso circolare lungo 50 Km, che ci ha condotto a visitare Villa dei Vescovi (dal 2005 parte del patrimonio del Fai) dove abbiamo consumato un gustoso pic-nic.

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Se amate la natura, la visita della Villa non è completa senza una passeggiata nel Parco. Tutto intorno e tra i vigneti si viene incantati da scorci meravigliosi, i visitatori di tutte le età, adulti e bambini, possono rilassarsi, trascorrere momenti gioiosi, scoprirne tutti gli angoli.

Situata in località Luvigliano, frazione di Torreglia (Padova), Villa dei Vescovi è considerata il primo trapianto del gusto per la classicità romana nell’entroterra della Serenissima, custodisce il più straordinario esempio di decorazione ad affresco nel Veneto precedente alla rivoluzione imposta da Paolo Veronese.

Villa dei Vescovi venne edificata tra il 1535 e il 1542 su un terrapieno dei Colli Euganei dalla curia di Padova, per offrire al vescovo una sontuosa casa di villeggiatura estiva.

Il vescovo committente fu Francesco Pisani (episcopato dal 1524 al 1564), mentre per l’esecuzione dell’opera venne incaricato il nobiluomo Alvise Cornaro, amministratore della mensa vescovile dal 1529 al 1537. Cornaro, con l’appoggio del vescovo Pisani, ne affida il progetto al pittore architetto Giovanni Maria Falconetto (Verona 1468 – Padova 1535).
Nella versione originale, la Villa era costituita da un compatto parallelepipedo a base quadrata, alleggerito su due lati del primo piano da due logge aperte sul paesaggio circostante. Abbracciata dalla verde tranquillità dei Colli Euganei,  è immersa in un paesaggio di grande bellezza che riecheggia negli splendidi affreschi interni del fiammingo Lambert Sustris. Sorta nel Cinquecento come buen retiro del vescovo di Padova, la Villa costituisce la più importante dimora pre-palladiana del Rinascimento, frequentata per secoli da artisti e intellettuali che qui trovavano quiete e ispirazione.

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All’interno la parte cinquecentesca prevedeva un ambiente centrale al piano terra, sovrastato da un cortile pensile in corrispondenza del piano nobile. Allontanandosi dai tradizionali canoni costruttivi locali, l’edificio superava quindi i confini regionali per trarre ispirazione dai contemporanei modelli fiorentini o per risalire addirittura agli esempi dell’antichità romana, fornendo così una personale anticipazione della posteriore opera palladiana.

Tale influenza della classicità si inseriva d’altra parte all’interno di un più ampio programma politico di trasformazioni territoriali, teso a ribadire l’origine romana della città di Padova: lo stesso nome di Luvigliano deriva infatti da “Livianum”, che all’epoca veniva identificato come il sito in cui Tito Livio avrebbe edificato la sua villa in campagna.

Tra gli architetti che succedettero al Falconetto, oltre all’intervento di Giulio Romano sul bugnato del piano terreno, è certa la presenza dell’istriano Andrea da Valle (?-1577) che, chiamato dai vescovi Alvise Pisani (episcopato dal 1567 al 1570) e Federico Corner (episcopato dal 1577 al 1590), diresse importanti interventi monumentali che modificarono il complesso della Villa, privilegiando e sviluppando il lato ovest. Venne costruito con la sua direzione un nuovo accesso principale costituito dalla corte quadrata e dalla recinzione merlata aperta in tre ampi portali. La facciata stessa della Villa venne arricchita con le scalinate di collegamento tra la loggia e la piattaforma a terrazza.
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La villa poggia su un terrazzamento in sommità del colle, con scalinate sostenute da arcate inserite nel declivio. Fanno parte del complesso edifici rustici, stalla, abitazione del gastaldo e quattro portali monumentali.DSCN27988

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Successivamente Vincenzo Scamozzi (Vicenza 1552 – Venezia 1616) intervenne sulla facciata orientale con l’inserimento di una scalinata e di una grotta con fontana.

Nel Seicento, diversi vescovi dedicarono molta attenzione ai giardini, agli orti e al brolo negli spazi circostanti la Villa. All’episcopato (1697-1722) di Giorgio Corner (o Cornaro), vanno ascritti ulteriori miglioramenti, tra cui il completamento della scalinata dalla loggia orientale alla piattaforma, così come alcuni interventi sono attribuibili a Minotto Ottoboni (vescovo dal 1730 al 1742), mentre all’epoca del benedettino Nicolò Antonio Giustiniani (vescovo dal 1772 al 1796) o del suo predecessore, potrebbe collocarsi la revisione planimetrica con la risistemazione di alcuni spazi interni.

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Nelle logge, finti archi, adornati di pergole e tralci di vite, si aprivano su paesaggi immaginari. Il ciclo risente evidentemente delle teorie di Alvise Cornaro, legate a modelli desunti dal mondo classico, già applicate in altre opere da lui sponsorizzate, come l’Odeo padovano.

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La scoperta del parco prosegue tra le vigne, camminando lungo il perimetro delle mura o nelle vie tra i filari. Dai  grappoli nascono Moscato e Fior d’Arancio.

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Poco si conosce delle vicende di Villa dei Vescovi nell’Ottocento. Nel 1910, il vescovo Luigi Pellizzo decise di privarsi dell’uso della dimora per affittarla a un privato che si facesse carico dei restauri resi necessari. Durante la seconda guerra mondiale la residenza fu messa a disposizione delle famiglie sfollate e per un breve periodo fu anche sede del monastero delle suore Carmelitane Scalze.

Nel dopoguerra, Villa dei Vescovi divenne “Villa San Domenico Savio”, sede degli esercizi spirituali per i giovani.
Nel 1962 esaurita anche quest’ultima funzione la Villa venne quindi ceduta, destinando il ricavato all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio, a Vittorio Olcese e all’allora consorte Giuliana Olcese de Cesare, che ne curarono un primo restauro sia nella struttura architettonica sia nella decorazione interna ad affresco, riportata finalmente alla luce dopo secoli di mascheratura.

Nel 2005 Maria Teresa Olcese Valoti, seconda moglie di Vittorio, e il loro figlio Pierpaolo decisero di donare Villa dei Vescovi al FAI.

Concepita sin dall’inizio come palazzo di città e destinata a ritrovo per intellettuali e circoli umanistici, l’imponente dimora è giunta straordinariamente intatta fino ai nostri giorni, mantenendo a tutt’oggi l’antico rapporto di dialogo e armoniosa

convivenza col paesaggio circostante.

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A 20 minuti da Padova e a un’ora da Venezia, Villa dei Vescovi si trova nel cuore del Parco regionale dei Colli Euganei. Qui non mancano le occasioni di svago come il trekking tra i sentieri del Parco, le passeggiate a cavallo, il golf, il relax nei rinomati centri termali, l’itinerario gastronomico della Strada del Vino e la possibilità di visitare le splendide ville palladiane.

Prima di rimettervi sulla strada del ritorno vi consigliamo di fermarvi all’abbazia di santa Maria Assunta di Praglia destinata alla coltivazione delle piante officinali per la farmacia e alla preparazione di unguenti, creme e saponi naturali.

L’abbazia benedettina di Praglia sorge ai piedi dei Colli Euganei, a 12 Km da Padova, lungo l’antica strada che conduceva a Este. Il suo nome deriva dal toponimo Pratalea: località tenuta a prati.

La fondazione del monastero è databile agli anni tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo: dell’originario impianto medioevale oggi rimane soltanto la torre campanaria.

Dopo le due interruzioni ottocentesche – la prima per decreto napoleonico (1810), la seconda per la legislazione sabauda (1867) – il 26 aprile 1904 riprende a Praglia la vita di preghiera e lavoro, secondo la Regola di san Benedetto.




Due giorni ad Auckland

Siamo ad Auckland, in Nuova Zelanda, terra di pecore e lana, di giocatori di rugby, di coni vulcanici spenti, su cui sorge la città che è tutto un salire e uno scendere. La guida che ci accompagna si chiama Nadia, è milanese e da otto anni vive qui. Racconta molto bene gli elementi che differenziano questo Paese dall’Italia, fa notare il sentimento forte di democrazia e il rispetto attento delle regole da parte di tutti. Ci sono bei quartieri con costruzioni vittoriane, visitiamo un giardino d’inverno dal sapore antico e dall’esterno ammiriamo il grande Museo che rappresenta tutta la  storia dei neozelandesi, dai colonizzatori Maori a quelli inglesi, fino alla prima guerra mondiale. La città è molto estesa, la baia assai ampia, percorsa da frequentissimi ferry. La gente preferisce vivere lontano dal centro, in case singole, più o meno grandi, con giardino. Estesi e ben tenuti sono i parchi, con vegetazione rigogliosa. I campi da cricket si affittano gratis. Dove c’era acqua, ora ci sono mangrovie, piuttosto invasive. Piccolo quartiere elegante e raffinato è Davenport, con case ben tenute, spiaggia e giardini.

Foto 1. Victoria Street

La strada principale è la Victoria Street, su cui si affaccia una bella biblioteca dalle grandi vetrate e dal tetto in legno. C’è un settore dedicato alle scrittrici, scovo Alcott e Austen, Allende e Bronte. Nessuna scrittrice italiana, credo. Con un atto di grande presunzione, lascio in regalo il mio saggio sulle scrittrici italiane. Mi ringraziano con un dubbio negli occhi: qualcuno lo leggerà?

Foto 2. La biblioteca

Il centro di Auckland è attraversato dalla Queen Street, che noi percorriamo varie volte: ci sono negozi di lusso (Prada Dior Vuitton Gucci) ed empori cinesi; da una via laterale, in salita, si arriva alla Sky Tower, solito gigante in cemento e acciaio, alta 328 metri. Naturalmente ci andiamo, ammiriamo il panorama mare-terra-cielo da tutti i punti e livelli possibili e assistiamo anche al lancio di uno jumper che, percorsa una breve passerella, debitamente attrezzato, si lancia nel vuoto. Che bello essere giovani e che peccato essere stati giovani quando queste emozioni forti non si potevano provare! Una volta tornati a livello strada, ci sediamo a guardare altri ragazzi che si lanciano giù.

Certamente qui la qualità della vita è buona. La guida ci ha detto di non sentire nostalgia per l’Italia, dove vivono i suoi due figli. Torna a Milano una volta all’anno ed è contenta così.

Il giorno successivo, di nuovo, Queen Street.

Foto 3. Queen Street

Mi piacerebbe girare in un supermercato per vedere cosa compra la gente del posto. Entro in uno, decorato con felci, tipica vegetazione del luogo. Vorrei comprare le bustine per fare la bevanda al lime, le ho viste a Tonga, ma siccome erano made in New Zelandnon le ho comprate. E ho fatto male, perché qui non le trovo. Ci sono prodotti di multinazionali, Garnier, Oreal, Nivea, Ferrero, Lindt. I prezzi mi sembrano molto alti, non compro nulla.

Vedo scolaresche in fila, ordinate. Tutte in divisa, senza cellulari in mano. Gli insegnanti accompagnatori li precedono e qualcuno li segue. Nessuno urla, nessuno schiamazza. I maschi hanno i berretti in testa con il coprinuca per evitare i raggi solari. Le femmine hanno capelli lunghi. Tutte e tutti coprono le braccia con giubbini o polo.

All’interno del porto mi fermo per scegliere magneti e altre sciocchezze.

Alle 13.00 si parte. Ciao, Auckland, città di mare e vele!

Foto 4. Volvo Ocean Race in Auckland

 

 

 




ITALIA – Mantova, il “Vaticano nella palude” protetta dalla Convenzione di Ramsar

L’hanno chiamata il “Vaticano nella palude” perchè il fiume Mincio disceso dal Garda avvolge quasi completamente Mantova, formando tre laghi dai quali sembrano emergere il  castello di San Giorgio, il profilo della Reggia dei Gonzaga, la basilica palatina di Santa Barbara, la Domus Nova. Il rosso vecchio del cotto, il grigio dell’acqua e il verde delle canne creano rare suggestioni alle quali non fu certamente estranea la maga-indovina Manto, figlia di Tiresia che, per fondare questa città stregata, pose il suo antro al “bus dal gat” (una tana situata nella palude, sulla riva sinistra del lago di mezzo). Qui il Mincio si calma, muta il suo colore, si fa palude. Tutelato dalla legge del parco del Mincio, l’ambiente offre rifugio a folaghe, nitticore, aironi, svassi, cormorani e toffetti, mentre sull’acqua galleggiano le ninfee, la Trapa natans o castagna di lago (che si cuoce e si mangia in autunno) e i fiori di loto.

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Un programma di navigazione permette di dedicate l’intera giornata alla visita di Mantova pur senza rinunciare alla navigazione nel suggestivo ambiente naturale che circonda la città.

Dopo la partenza, si naviga sul lago inferiore in vista dello scenario architettonico più classico della città virginiana che si specchia nelle acque dei suoi laghi.

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La navigazione procede poi nella Vallazza fra le caratteristiche presenze di flora e di fauna che vivono in questa zona umida protetta dal Parco naturale del Mincio, dove fioriscono ninfee bianche, gialle, castagne d’acqua.

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Nel pieno dell’estate è da notare la spettacolare fioritura del Fior di loto (Nelumbo nucifera), una splendida pianta esotica con grandi foglie tondeggianti verde smeraldo che si innalzano per oltre un metro sopra il pelo dell’acqua e magnifici fiori dal profumo intenso che mostrano tutte le sfumature del rosa, del crema al magenta.

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Da Pontile Pietole si accede al borgo natio del poeta latino Virgilio, Virgilio di Andes.

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La crociera di un’ora e mezzo consente di confrontare tre tipi di ambienti: quello lacuale, quello palustre e quello squisitamente fluviale.

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A Valdaro è possibile ammirare l’antica fornace in cui erano fabbricati i mattoni della città.

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Arrivati a Governolo, si accede alla chiusa di navigazione che consente al natante di superare il dislivello fra Mincio e Po. E’ un’opera inaugurata nel 1925 dal re Vittorio Emanuele III.

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La zona è ricoperta di vasti canneti, ricca di vegetazione idrofila negli specchi d’acqua aperti; eccezionale presenza di avifauna acquatica, sia nidificante, che svernante (anche aironi e fenicotteri). L’area è stata dichiarata zona umida di interesse internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar.

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Brescia. Memorie e memoria dal basso (parte terza)

In copertina. Brescia. Pietre d’inciampo

In ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti e di coloro che si sono opposti al progetto di sterminio, salvando, a rischio della propria vita, altre vite e proteggendo i perseguitati, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 istituisce come “Giorno della Memoria” il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. L’approvazione della legge è stata preceduta da una lunga discussione sulla data simbolica di riferimento, che ha visto emergere come principali opzioni il 16 ottobre, anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, con maggiore enfasi sulla Shoah, e il 5 maggio, anniversario della liberazione di Mauthausen, a sottolineare la centralità dell’antifascismo e delle deportazioni politiche. Con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale dell’ONU del 1° novembre 2005, il Giorno della Memoria (27 gennaio) diviene una ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah.

Nel 2012, su iniziativa della Cooperativa Cattolico Democratica di Cultura, vengono posate a Brescia le prime “pietre d’inciampo” (Stolpersteine), un monumento diffuso e partecipato ideato e realizzato dall’artista tedesco Gunter Demnig, a partire dal 1997, per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista. L’artista produce piccole targhe di ottone poste su cubetti della dimensione dei porfidi delle pavimentazioni stradali, che sono poi incastonati nel selciato davanti all’ultima abitazione scelta liberamente dalla vittima. Stolpersteineè il monumento dal basso più diffuso a livello europeo: sono state posate fino ad ora oltre 55.000 pietre in tutta Europa; in Italia sono presenti oltre che a Brescia, in diverse città fra cui Roma, Viterbo, Siena, Reggio Emilia, Meina, Padova, Venezia, Livorno, Prato, Ravenna, Torino, Genova, L’Aquila, Bolzano, Ostuni, Chieti, Casale Monferrato, Teramo. Le loro dimensioni, i materiali di cui sono fatte e la loro stessa collocazione rimandano alle storie della “piccola gente”, spesso calpestata, umiliata e dimenticata dalla grande Storia; quelle “piccole persone ” come le definisce Svetlana Aleksievic nel suo discorso pronunciato al conferimento del Nobel, nel 2015; anzi “Le piccole grandi persone […] perché la sofferenza le ingrandisce. Nei miei libri le persone raccontano le loro piccole storie, e allo stesso tempo raccontano la grande storia”. I nazisti hanno ucciso attraverso uno sterminio di massa, mentre le Stolpersteinevogliono ridare a ogni vittima il suo nome e farci ricordare ogni singolo destino, analogamente al Libro della memoria di Liliana Picciotto, e perciò ogni pietra è realizzata manualmente, come pure manualmente è collocata là dove viveva la persona ricordata. “Volutamente ci rifiutiamo di realizzare la posa come azione di massa, perché così vogliamo contrapporre la nostra opera allo sterminio di massa” dichiara l’artista. Secondo Gunter Demnig “Le Pietre d’inciampo devono far inciampare la testa e il cuore delle persone”e l’artista sceglie di riportare sulle incisioni il termine “assassinato” anziché “morto” a sottolineare che tutte le morti neiLager sono la conseguenza delle vessazioni inflitte ai prigionieri, frutto di una precisa e deliberata volontà assassina. A Brescia leStolpersteineportano a un appuntamento con un passato scomodo e ingombrante, quello della “guerra civile” del 1943-1945 e della Repubblica Sociale Italiana, uno stato che sancisce l’antisemitismo come una delle proprie basi ideologiche nel proprio atto fondante, il Manifesto di Verona, dichiarando all’articolo 7: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». La persecuzione antiebraica, iniziata con le leggi razziste del 1938, prosegue nello stato fantoccio di Salò con rinnovato vigore; secondo i dati di Liliana Picciotto più di un terzo degli ebrei italiani deportati sarebbe stato catturato da funzionari o militari italiani della RSI. Il 3 novembre 1943 la Prefettura di Brescia della RSI trasmette ai tedeschi un elenco di novanta persone: sono gli ebrei residenti nella provincia. Benché la presenza ebraica a Brescia risalga all’epoca romana, vi si consolida solo a partire dal XV secolo grazie all’apporto degli askenaziti, e riveste durante il periodo rinascimentale un ruolo culturale di primo piano, in particolare nell’editoria, fino all’espulsione definitiva dalla città, nel 1572. A partire da quella data la comunità ebraica locale si dissolve e negli anni Trenta del secolo scorso gli ebrei residenti nell’intera provincia sono 118, perfettamente integrati, alcuni anche nel regime fascista; molti appartengono a famiglie “miste” e diversi sono convertiti e battezzati. Esemplare il caso della famiglia Orefici, di cui fa parte Gerolamo, sindaco di Brescia dal 1906 al 1912, che aderisce poi nel 1924 al “listone” del Blocco nazionale, e viene eletto deputato nello stesso anno. Secondo i dati di Marino Ruzzenenti (La capitale della RSI e la Shoah. La persecuzione degli ebrei nel bresciano 1938-1945, Rudiano, BS, GAM Editrice, 2006), integrati con quelli di Liliana Picciotto, fra gli ebrei residenti nella provincia di Brescia ne sarebbero stati deportati nei campi di concentramento, fra il 1943 e il 1945, complessivamente ventisei, di cui ben venticinque a opera delle autorità della RSI.

Le Stolpersteineci fanno inciampare sulla soglia di persone semplici, che, quasi tutte, al di fuori della loro stretta cerchia di familiari e amici hanno lasciato poche tracce, e sono accomunate dalla loro deportazione e morte nei campi nazisti come gli internati militari Mario Ballerio(1918-1944), Angelo Cottinelli(1909-1944), ed Emilio Falconi(1911-1945); gli oppositori politici Alessandro Gentilini(1916-1944) e Ubaldo Migliorati(1923-1945); i partigiani Roberto Carrara(1915-1944), Severino Fratus(1891-1945), Domenico Pertica(1923-1945), Rolando Petrini(1921-1945), Pietro Piastra(1891-1945), Federico Rinaldini(1923-1945), Silvestro Romani(1923-1945), e Andrea Trebeschi(1887-1945); gli ebrei Guido (1894-1944) e Alberto Dalla Volta(1922-1945), padre e figlio. Quest’ultimo, compagno di prigionia e amico di Primo Levi, al quale ha salvato la vita, prima che nelle pietre d’inciampo, lascia le sue tracce in Se questo è un uomo, nel quale è presentato semplicemente come Alberto, che “è entrato nel Lager a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo”.Con una cerimonia pubblica il 26 gennaio 2008 il Liceo Scientifico Calini di Brescia, che nel 1940 lo aveva accettato come allievo, dopo la sua espulsione, in quanto ebreo, dal Liceo Classico Arnaldo della stessa città, intitola l’aula magna ad Alberto Dalla Volta, “la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte”.

Le persone ricordate dal basso nel Percorso della Memoriae nelle Stolpersteine sono sia vittime innocenti e inconsapevoli della violenza, sia caduti a causa di una propria precisa scelta contro quella stessa violenza; differenti sono le loro scelte di vita, uguale la violenza che annienta le loro vite. Importante è ricordare sia ciò che le accomuna, sia ciò che le distingue; solamente in questo modo, forse, si riuscirà a far passare, una volta per tutte, il passato che non passa.

 




Melbourne

Nel 2013 arrivammo a Melbourne dopo un volo faticoso; che fosse lungo, lo sapevamo… ma ignoravamo che nella fila davanti a noi avremmo trovato una giovanissima mamma con una bimba di pochi mesi. Pianse per tutta la durata del viaggio, benché la mamma cercasse di cullarla, di darle il biberon, di farla “camminare” nei corridoi… Dunque, scesi dall’aereo, avremmo solo voluto dormire, invece la città ci accolse all’alba: l’aria era così tersa e luminosa che la stanchezza (con il nervosismo) sparì. Eravamo preparati a trovarci in una città grande – ma non come Sidney – e vivace, attraversata da un lungo fiume, abitata da genti provenienti dai Paesi più diversi, attenta alle politiche giovanili, ricca di verde e di attività culturali. Tutto vero, ma “di più”. Ci piacquero le strade e le piazze che conservavano – più di Sidney – elementi europei; ci affascinarono i bianchi discendenti dei britannici, i gialli, i neri, tutti ugualmente sorridenti e cortesi, pronti a cedere il posto in tram, a indicarci la direzione ecc. ecc. Quando partimmo, dicemmo che saremmo ritornati. Promessa mantenuta!

Quattro milioni di abitanti convivono civilmente, accolgono gli studenti che arrivano da tutto il mondo nella “città letteraria” dell’Unesco, una delle città più vivibili del mondo. Il fiume Yarra è percorribile con battelli, i vari quartieri sono ben collegati con il centro, con la grande Federation Square, dominata dalla Stazione, dalla Cattedrale e dal grande Centro Visitatori.

FOTO 1. Melbourne Museum

Prima tappa è il Melbourne Museum, ricca collezione di manufatti che raccontano la storia dello Stato di Victoria, di cui Melbourne è la capitale. L’esposizione è ricca e ben organizzata, si vedono gli animali, le piante, le abitazioni, le armi, gli utensili del passato più lontano, e si può approfondire ogni aspetto della civiltà aborigena con strumenti moderni, adatti soprattutto alle numerose scolaresche che incontriamo. Ma noi abbiamo l’appuntamento con Francesca e Virginia, due giovani giornaliste italiane che ho conosciuto per motivi di lavoro, quindi, dopo una visita piuttosto breve, ci precipitiamo a prendere il mitico tram 35, quello che attraversa il centro città ad uso dei turisti e dei residenti. È un tram “storico”, la corsa è gratuita. Arriva, saliamo contenti, una signora ci fa posto, ci sediamo e poi… rumori sinistri, il tram non parte e noi scendiamo. Vorremmo prenderne un altro, che è già arrivato, ma è bloccato dal nostro. Quindi, a piedi – anche a Melbourne ci sentiamo di casa – raggiungiamo Federation Square, incontriamo le due amiche, pranziamo insieme al ristorante giapponese che è sulla piazza, nel cuore della città, nello stesso modernissimo fabbricato in cui ha sede la radio per cui Francesca e Virginia lavorano, la SBS. Queste due giovani donne dall’Italia sono arrivate quaggiù, all’altro capo del mondo: sono serene, lavorano bene, rispettate e adeguatamente retribuite. Virginia ha due bimbi, ma gli asili funzionano e lei non ha problemi; la radio per cui lavora le consente di utilizzare orari flessibili. E così anche suo marito, che lavora altrove, ma trova nella sua azienda uguale comprensione. Ci raccontano che si trovano bene e non hanno intenzione di tornare. In Italia si recano una volta all’anno, in genere tra luglio e agosto. Qui la vita a loro sembra più “facile”, i mezzi pubblici circolano regolarmente rispettando gli orari; dalle 5 p.m. sono libere, incontrano gli amici in un clima familiare e informale. Alla loro radio, lavorano tanti giovani che arrivano dai luoghi più disparati, si sentono come in famiglia. La gente è serena, non c’è disoccupazione e lo stato sociale esiste davvero. Io e Piero le ascoltiamo molto volentieri, mangiamo il gyu tataki nigiri, ma rifiutiamo decisamente le bacchette. Intorno a noi, tante persone che vanno e vengono, gruppi di studenti che si fermano sul muretto che circonda il centro visitatori, bambini che giocano… voci sommesse, nessuno disturba.

Famous Landmark of Architectural Building Design at Australian Federation Square in Melbourne.

FOTO 2. Federation Square

Dopo pranzo Francesca ci fa salire alla radio: è un insieme di “isole”, da ciascuna delle quali si trasmette in una lingua. Le “isole” sono 74, quanto le lingue. Dunque, c’è il mondo. Questa è secondo me la dimensione di Melbourne, una città dal sapore europeo, aperta a tutti.

Salutate le amiche, il nostro giro continua; ogni tanto bisogna pure dedicarsi allo shopping: compriamo quattro bottiglie di vino e, passeggiando nel verde, troviamo il bus che ci porta a bordo.

 

 




Brescia – Memorie verticali (seconda parte)

Proseguendo lungo via Sant’Urbano si trovano altre lapidi, fra cui una, collocata in occasione del centenario delle Dieci Giornate che ne ricorda con fierezza i combattimenti che hanno visto protagonisti gli abitanti dello storico rione, e un’altra apposta nel decimo anniversario della Liberazione, sull’edificio nel quale il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) locale emana il 26 aprile 1945 il suo primo atto ufficiale.

Foto 1. Targa nel centenario delle Dieci Giornate

Ridiscendendo lungo la strada tracciata dalle formelle delle vittime del terrorismo, si raggiunge nuovamente Piazza della Loggia, punto d’inizio del Percorso della Memoria. Esattamente di fronte al punto in cui è esplosa la bomba il 28 maggio 1974 si trova il Palazzo Comunale, sotto il cui ampio portico una serie di lapidi, risalenti a epoche differenti, celebra i caduti per la libertà nel Risorgimento e nella Resistenza, intrecciando memorie diverse. 

Foto 2. Palazzo Loggia

In Largo Formentone, su un lato del Palazzo della Loggia, in ideale continuità con il portico del palazzo, nel 1988 viene collocata una lapide in marmo per ricordare i caduti del primo eccidio che si consuma a Brescia per mano fascista, proprio in quella piazza. 

La lapide è censita nell’ambito del progetto nazionale Pietre della Memoria, messo a punto dal Comitato regionale umbro dell’ANMIG (Associazione Nazionale dei Mutilati e Invalidi di Guerra), che appunto censisce, cataloga, fotografa e rende pubblici i dati e le iscrizioni relative a monumenti, lapidi, steli, cippi commemorativi delle due guerre mondiali e della guerra civile del ’43-‘45. L’ANMIG, sorta già durante la prima guerra mondiale, a Milano nell’aprile 1917 e a settembre dello stesso anno a Brescia, inizialmente con fini solidaristici e assistenziali, nel febbraio 2002 costituisce una propria fondazione per “conservare la memoria storica di lotte, di sacrifici e di conquiste che hanno consentito all’Italia di crescere nella libertà, nella democrazia e nella giustizia sociale”. 

Foto 3. Lapide di Largo Formentone ai Caduti per la libertà

Piazza Rovetta, cuore popolare della Brescia storica situata a nord di piazza della Loggia, è il risultato di una serie di diversi sventramenti tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento. Nelle piante di Brescia del 1826 e del 1852 la zona tra piazza della Loggia e via S. Faustino è occupata da una serie di fabbricati che si affacciano direttamente sul corso del fiume Garza. Fino al 1865 esiste una contrada Ruetta che trasferisce il nome a una piazzetta Ruetta ricavata dalle demolizioni degli edifici posti lungo l’attuale via S. Faustino. Il nome deriva dal diffuso toponimo rua (strada) poi rova e quindi Rovetta (piccola strada). In conseguenza della completa apertura del tratto sud di via San Faustino, la piazzetta scompare e si apre invece un primo slargo a nord della Loggia che assume il vecchio toponimo di piazza Rovetta. Ulteriori interventi demolitori si verificano nel 1904, con l’abbattimento del caseggiato su vicolo Cogome (caffettiere nel dialetto locale, dal latino cucuma), nel 1906 e nel 1939. Con quest’ultimo sventramento si libera completamente il lato nord del palazzo della Loggia, sfrattandone gli abitanti e relegandoli nelle periferie, per procurare la superficie necessaria alla costruzione di un edificio che ospiti gli uffici comunali, finalizzata alla ridefinizione della morfologia di buona parte del quartiere e al completamento della nuova immagine della città, iniziata con la realizzazione di piazza Vittoria. In questo modo scompare definitivamente la suggestiva gola urbana, al cui fondo scorre, scoperto, tra antiche case, il torrente Garza. Le progettate costruzioni non vengono realizzate poiché nel 1940 l’Italia entra in guerra e la realizzazione dei progetti urbanistici cede il passo alle esigenze belliche e piazza Rovetta mostra ancora oggi la sua origine caotica con la parete cieca a nord e l’informe quadro urbano sul quale continuano a esercitarsi numerosi progettisti. 

Nel 2001, durante l’amministrazione di centrosinistra guidata da Paolo Corsini, vengono installate nel lato sud una serie di panchine in pietra  bianca sui sedimi delle epoche precedenti e, sul lato nord, tra via Rua Sovera e via San Faustino, una struttura metallica, sotto la cui copertura, sorretta da colonne alte 8,42 metri, trovano posto le bancarelle degli ambulanti. 

Foto 4. La pensilina

(dal Giornale di Brescia online, 30 marzo 2016)

Si vuole in questo modo ricreare il profilo dei volumi degli edifici demoliti, limitandosi a suggerirne il volume e lasciando libero spazio alle tradizionali attività della piazza. Il costo dell’intervento ammonta a 270.000 euro e la pensilina suscita una serie di polemiche. Nel 2008 si insedia in città la nuova amministrazione di centrodestra di Adriano Paroli , la quale subito  propone di eliminare da piazza Rovetta, ribattezzata piazza Kabul, le panchine in pietra bianca,  “diventate un bivacco di perdigiorno”, frequentato soprattutto da cittadini extracomunitari,  suscitando non poche reazioni e polemiche da parte di diverse associazioni di supporto agli immigrati, sindacati e forze politiche,  che organizzano iniziative di protesta contro la decisione della Loggia. A dicembre, dopo che le panchine “contestate” sono state rimosse, durante una manifestazione di protesta alcuni attivisti del Magazzino 47, espressione della “sinistra antagonista”, sfidando la decisione di Palazzo Loggia, fissano al terreno tre panche in legno e ferro, che vengono però prontamente rimosse. L’anno successivo, il 2009, dall’altro lato della piazza spariscono prima i banchi dei commercianti, destinatari di un contributo comunale di oltre 100.000 euro, e poi, nel 2010, la pensilina. Smontare la copertura metallica e rimontarla al parco Pescheto comporta un pesante onere per le casse comunali: per smontarla e trasferirla nei magazzini comunali vengono spesi 80.000 euro; 22.000 euro per studiarne la ricollocazione al Pescheto; 51.000 euro per le opere di carpenteria necessarie a erigerla nel parco di via Corsica; 185.000 per le opere edili richieste dal progetto;  complessivamente 338.000 euro, che, sommati al contributo agli ambulanti, diventano oltre 438.000. La pensilina viene prima trasferita momentaneamente nei magazzini comunali e solo due anni dopo, nel 2012,  rimontata al parco Pescheto. Nel 2010 viene bandito un concorso d’idee da cui esce vincitore il «Cubo bianco» o aula studio (con un premio di 12.000 euro all’ideatore, 8.000 al secondo classificato e 6.000 al terzo), ma l’opera, che sarebbe costata 1,4 milioni,  non viene realizzata. Alla fine del 2012 si decide di allestire un teatrino di burattini destinato a spettacoli per bambini, rapidamente abbandonato a se stesso (40.000 euro). 

Foto 5. Il teatrino

(dal Giornale di Brescia online, 30 marzo 2016)

In sintesi: 270.00 euro per fare, oltre 504.000 per disfare, in totale oltre 774.000 euro di denaro pubblico. Nel 2013, con la giunta di Emilio Del Bono, Brescia, dopo la sua unica amministrazione di centrodestra, torna a una di centrosinistra, che, nel dicembre 2013,  smonta il teatrino per far spazio alla pista di ghiaccio per il pattinaggio,  allestita durante il periodo natalizio. 

Foto 6. La pista di pattinaggio

 (dal Giornale di Brescia online, 30 marzo 2016)

Nel gennaio 2014, il Giornale di Brescia, uno dei quotidiani locali propone, consultati i propri lettori, una piazza alberata con tavolini e bancarelle sotto i tigli. Nel 2015 la vicesindaca Laura Castelletti propone di trasformare la facciata spoglia di Largo Formentone in una palestra d’arrampicata, ma non se ne fa nulla. 

In copertina:

Piazza Rovetta alla fine degli anni ‘40




Brescia – Memorie divise, memorie non dette (parte terza)

Elemento costitutivo e caratterizzante dell’arredo urbano di Piazza della Vittoria, concepita nel progetto di Marcello Piacentini come “foro” dell’era fascista”, è l’installazione, circa a metà del lato ovest della piazza, di un’opera monumentale: una fontana esagonale, dal cui basamento emerge, straripante di vitalismo, un colosso alto circa sette metri scolpito dal carrarese Arturo Dazzi, che raffigura un aitante giovane nudo, leggermente proteso in avanti. La statua, ufficialmente intitolata “L’Era Fascista” e alternativamente “Alla giovinezza d’Italia”, ma popolarmente nota come il “Bigio”, diminutivo dialettale di Luigi, non è unanimemente apprezzata dalla cittadinanza, tanto che il Caffè Impero, cui la scultura dà le terga, è per questo motivo ribattezzato Bar de le ciàpe, mentre il vescovo proibisce al clero di passare davanti all’oscena nudità dell’opera. Piazza della Vittoria “interpreta […] il nuovo ordine fascista” ed esprime “fisicamente la pervasività dello Stato fascista”; viene usata soprattutto per manifestazioni del regime e le sue “adunate oceaniche”, ma, come il Bigio, non incontra il favore della cittadinanza e non riesce a diventare il “foro” dell’era fascista, il nuovo centro alternativo a tutte le altre piazze. 

Al crollo del fascismo, l’amministrazione comunale decide di eliminare dalla piazza bombardata la scultura di Arturo Dazzi, la fontana sulla quale è eretta e gli altri simboli fascisti. La statua è collocata in un magazzino comunale, nel quale rimane per quasi settant’anni, finché l’amministrazione di centro-destra (2009-2013) ne delibera la ricollocazione nella sede originaria. Molte voci di persone di cultura, di esponenti del mondo antifascista e ambientalista si levano contro questa operazione nostalgica, destinataria di un consistente investimento di fondi pubblici, mentre si riducono le risorse a disposizione del welfare per l’assistenza ai cittadini in difficoltà, e divampa una vivace e duratura polemica sulla ricollocazione della statua, che supera gli angusti confini municipali per approdare sulle pagine del Guardian. Di fatto il Bigio/l’Era fascista/Alla giovinezza d’Italia continua a restare in magazzino, poiché l’amministrazione comunale di centro-sinistra, eletta nel 2013, non ha dato seguito alla deliberazione di quella precedente. Alla fine dello stesso anno, in concomitanza con la realizzazione della stazione Vittoria della metropolitana, viene ultimata la generale ristrutturazione della piazza, resa completamente pedonale, con una nuova pavimentazione e la costruzione di una nuova fontana, simile a quella del 1932, al cui centro è posizionato un piedestallo da usare come base di appoggio per opere scultoree. 

Foto 1. La stazione delle metropolitana di piazza Vittoria

Attualmente piazza Vittoria ospita la sede centrale delle Poste, è sede del mercato settimanale del sabato, insieme alle piazze contigue, e del mercato dell’antiquariato ogni seconda domenica del mese, di numerosi eventi pubblici nel corso dell’anno, dalle corse podistiche alle iniziative musicali, dalla fiera del libro alla punzonatura delle auto storiche che partecipano ogni anno alla Mille Miglia storica, dalle estive “cene in bianco” a iniziative di solidarietà come quelle di Viva Vittoria, durante la quale centinaia di donne bresciane hanno rivestito l’omonima piazza con le coperte da loro realizzate per contribuire alla ricostruzione della scuola di Gualdo (MC), danneggiata dal sisma nel 2016. 

Foto 2. Il mercato settimanale 

Foto 3. Viva Vittoria

Nel 2017 l’amministrazione comunale, insieme alla Fondazione Brescia Musei, dà inizio a Brixia Contemporary, un progetto pluriennale che si propone l’ambizioso obiettivo di trasformare la città con uno sguardo, quello di un artista contemporaneo che sveli un nuovo punto di vista sullo spazio urbano del centro storico, mettendo a colloquio Brixia con Brescia, le origini con il tempo presente, attraverso le opere selezionate per l’occasione e i luoghi che le accolgono. L’artista scelto per il 2017 è Mimmo Paladino, le cui opere sono ospitate dal 6 maggio 2017 al 2 settembre 2018 in un percorso che si espande da Piazza della Vittoria al Tempio Capitolino per raggiungere il Museo di Santa Giulia, sito UNESCO.

 

Foto 4. Opere di Mimmo Paladino 

In Piazza della Vittoria sono posizionati ben sei tra i più celebri totem della sua poetica: una riedizione bresciana del Sant’Elmo e lo Scriba, poi il gigantesco Zenith, la scultura equestre in bronzo e alluminio del 1999, alta quasi cinque metri, il grande Anello, la Stella e, a campeggiare sul basamento che fu del contrastato Bigio di Arturo Dazzi, un’imponente figura in marmo nero, realizzata appositamente per l’occasione, che riporta alla tradizione della grande avanguardia del Novecento. Con questa mostra Brescia vuole anche celebrare i novant’anni della Mille Miglia, competizione automobilistica che si svolge dal 1927 e perciò in Piazza della Vittoria i bolidi leggendari sfilano al cospetto proprio delle opere monumentali di Paladino. 

La piazza bresciana è presente anche nella mostra, aperta fino al 25 giugno, Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, curata da Germano Celant, presso la Fondazione Prada di Milano. Il percorso espositivo si snoda in ventiquattro sale, ricostruzioni parziali di sale istituzionali, studi e gallerie private, ottenute dall’ingrandimento in scala reale di immagini storiche, nelle quali le opere d’arte dell’epoca dialogano con progetti architettonici e piani urbanistici coevi. Come esempio degli spazi centrali delle città, ridisegnati dal fascismo a veicolare un’estetica che ne trasmetta il messaggio politico, viene esposto in una delle sale  il modello di Piazza della Vittoria di Brescia nel rifacimento di Marcello Piacentini.

A quasi novant’anni dall’inaugurazione, questa piazza, metafisica come un dipinto di De Chirico, si mostra a pieno nel suo carattere di lenta costruzione collettiva, risultato di differenti apporti individuali e stratificazione di linguaggi diversi, e pare finalmente avviarsi a divenire “il nucleo spaziale ove si realizza l’intersezione di storia civile, movimenti culturali, tendenze artistiche, cultura materiale, immaginazione collettiva, proiezioni simboliche, ritualità consolidate, tradizioni popolari e consuetudini comportamentali”. Paiono esserne inconsapevoli testimoni e attori il costante flusso quotidiano degli utenti della metropolitana, chi sorseggia un caffè o un aperitivo accompagnato da stuzzichini o consuma un pasto veloce in uno dei tanti locali della piazza, le ragazze e i ragazzi che si danno appuntamento in piazza e si siedono sulla scalinata del palazzo delle Poste, accanto a numerosi cittadini di recente immigrazione – il maschile è d’obbligo perché, purtroppo, ancora le donne non compaiono – oppure, ai ritmi emessi da potenti “radioloni” si esibiscono in improvvisate sfide di breakdance nei portici sotto il grattacielo, e chi schizza veloce nella piazza a bordo del proprio skateboard, suscitando talvolta apprensione o fastidio negli umani e spesso uno spaventato abbaiare dei cani al loro guinzaglio. 

Foto 5. Skateboard in piazza della Vittoria

Piazza della Vittoria non è diventata il cuore pulsante di Brescia e, nonostante il masso dell’Adamello in bella vista, labile è il ricordo di una guerra finita cento anni fa; nell’immaginario collettivo locale, sopra tutto di chi è più giovane, Vittoria è semplicemente una stazione della metropolitana, eppure, lentamente, sta trovando posto nel cuore di cittadini e cittadine vecchie e nuove, benché memorie divisive permangano, coesistenti, ma non pacificate, in questa piazza. 

Sotto, insieme al torrente Garza, scorre il fiume carsico di una memoria non detta, ma non per questo meno ingombrante: il ritmo cadenzato dei passi della folla che rimbomba sulla pavimentazione della piazza, i suoi eia eia alalà di dannunziana memoria, il braccio destro teso nel saluto, i suoi applausi ai discorsi retorici degli oratori ufficiali che la arringano dall’arengario in occasione delle “adunate oceaniche”, mentre bandiere e gagliardetti garriscono al vento. Dopo il crollo del fascismo da Piazza della Vittoria la politica e i suoi riti collettivi imposti dall’alto sono rimasti assenti; il luogo della politica come libera partecipazione dal basso, in una parola democrazia, e ritualità civile e civica è Piazza della Loggia, non solo a causa della strage che nel 1974 l’ha, letteralmente, insanguinata.

Foto 6. Festa di laurea in piazza della Loggia




Roma. La Lungara (prima parte)

MAPPA LUNGARA

Dalla doppia rampa che dà il nome a Santa Croce alle Scaletta e consente l’accesso alla Casa internazionale delle donne, lo sguardo domina il lungo rettifilo chiuso a destra da porta Settimiana e a sinistra da porta Santo Spirito.

Il tracciato ricalca in parte l’antica via Sub Ianiculensis, detta ancheSantaper il continuo passaggio dei pellegrini, che dal porto fluviale s’apprestavano a raggiungere la basilica di San Pietro.

La strada, voluta da Alessandro VI ma portata a compimento da Giulio II, rientra in un sistema viario doppio, progettato dal Bramante, che corre quasi parallelo sulle due sponde del fiume: sulla riva destra la Lungara, sulla sinistra via Giulia. Prima che l’innalzamento dei muraglioni ne stravolgesse l’intero assetto, ville, chiese, palazzi e giardini adiacenti s’affacciavano direttamente sul Tevere, dove le barche navigavano costeggiando il piano stradale.

Santa Croce è una chiesetta seicentesca conosciuta anche con il nome di complesso Buon Pastore, perché parte integrante di un conservatorio, nato “per togliere dal peccato le donne di vita disonesta” e diretto dalle Dame di Carità del Buon Pastore d’Angers. Il monastero mantenne un ruolo di reclusione e recupero per oltre tre secoli e, prima di ospitare l’attuale Casa internazionale delle donne, fu utilizzato per un trentennio come carcere femminile per reati minori.

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

La chiesa, ad unica navata, conserva un’Annunciazionedi Francesco Troppa, e una Maddalenadi Ciccio da Napoli: due modelli femminili che assumono, in questo luogo particolare, valore simbolico.

Sul lato opposto, superato il basamento delle demolite scuderie Chigi, attribuite a Raffaello, s’aprono i giardini della Farnesina. La villa fu realizzata dall’architetto Baldassarre Peruzzi su commissione del ricco mecenate senese Agostino Chigi e affrescata da grandi artisti del ‘500: Raffaello, Sebastiano del Piombo, Sodoma. Scegliendo quest’area periferica Agostino Chigi aveva voluto raggiungere un preciso scopo: la villa suburbanasi trovava di fatto in un luogo isolato, volutamente ispirato agli ideali di vita agreste dei latini, ma nello stesso tempo vicino alla sede dei papi, fra i massimi interlocutori d’affari del banchiere. Gli ospiti, oltrepassato l’ingresso principale, si trovavano davanti un’armonia perfetta tra esterno e interno: le storie affrescate di Amore e Psiche sono inserite in un lussureggiante motivo ornamentale, composto da festoni di fiori e frutti, in un giocoso rimando tra reali pergolati, logge del giardino e la raffinatissima “architettura vegetale” dipinta.

VILLA FARNESINA

Dopo lo scempio compiuto dai Lanzichenecchi durante il sacco di Roma, la villa venne ceduta ad Alessandro Farnese, che le dette l’attuale nome femminile per distinguerla dal palazzo di famiglia sull’altra sponda, al quale avrebbe dovuto collegarsi tramite un ponte progettato da Michelangelo e mai realizzato.

Due dei personaggi mirabilmente ritratti meritano particolare attenzione in un’ottica di genere: Psiche, nel suo sofferto percorso alla ricerca della verità e di se stessa, e Galatea, che solo col pianto ha potuto sfuggire l’aggressività di un amore non corrisposto.

La favola di Psiche, dalla trama drammatica ma dalla conclusione lieta, può essere letta come il racconto della curiositas di Psiche, del suo desiderio di far luce e di vedere la verità. La giovane si trasforma da oggetto passivo di volontà superiori, che ubbidisce alla famiglia, accetta il terribile responso dell’oracolo, subisce il divieto di vedere in volto l’amato, in soggetto attivo. Illuminare il viso di Amore corrisponde a un passaggio che la porta ad affrontare le vicende che la riguardano. La ricerca del dio scomparso la conduce verso abissi di disperazione, in cui cerca la morte, e verso le punizioni di Venere. Le prove impossibili che le impone la dea sono ogni volta superate e indicano la volontà di un riscatto che la porterà al raggiungimento della felicità e dell’immortalità. Psiche per due volte guarda ciò che le è stato proibito, per due volte oppone ad atteggiamenti di umiltà, obbedienza e fede il proprio sguardo, la propria curiosità.

[…]

In Galatea si apre lo scenario di un triangolo d’amore che presto si trasforma in gelosia cieca e in follia omicida. Rivivono nella storia di Ovidio gli orrori nati dall’incapacità di molti uomini di riconoscere e comprendere la volontà dell’altro, di accettare il rifiuto, la delusione amorosa. Sembra di assistere a uno dei tanti racconti di crudeltà contro le donne da parte di uomini respinti. Polifemo incarna il senso primitivo del possesso maschile sulle donne. Galatea è bella e giovane, la sua bellezza lo ha incantato. Il ciclope non comprende perché la ninfa si permetta di ignorarlo, perché voglia rimanere indipendente e libera di amare chi desidera, di non corrispondere il suo desiderio maschile, preferendo scegliere e vivere un altro amore. Vuole appropriarsi di lei, tutto il resto non conta. Ogni desiderio della ninfa è annullato, lei non esiste più, la sua volontà di amare Aci scompare. Il desiderio maschile appare più forte di qualsiasi cosa, incapace di guardare e comprendere la felicità, la passione per un altro. Fino alla distruzione di tutto.

(Barbara Belotti[1]).

La villa, acquistata dallo stato italiano nel 1927, è oggi sede di rappresentanza dell’Accademia dei Lincei, la più antica accademia scientifica del mondo che oppone al suo enorme prestigio, una scarsa considerazione per i talenti femminili.

 

[1]Estratto da: Maria Pia Ercolini, Roma. Percorsi di genere femminile. Volume 1.Iacobelli edizioni (2011)