Le donne del blues e del jazz

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Nell’ambito del Festival Le Compositrici, organizzato nella capitale dall’Università Roma Tre e della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, si apre domani al pubblico, nei locali del teatro Palladium, a Garbatella, una nuova sezione tematica della mostra Donne e Lavoro, curata dall’associazione Toponomastica femminile.

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Il festival, giunto alla sua terza edizione, vuole mettere in risalto opere scritte da musiciste, spesso rimaste nell’ombra, a cui la storia non ha riservato un posto nella memoria collettiva. Molte opere sono disperse, poche sono pubblicate, e anche quando le loro autrici hanno incontrato successo in vita, sono state spesso dimenticate dopo la morte.

Autrici e autori della nuova sezione della mostra sono per lo più docenti d’ateneo e di conservatorio, musiciste e orchestrali.

Non mancano interventi trasversali al tema della composizione, incursioni in altri territori musicali, sguardi sulla contemporaneità.

E tra questi cade lo sguardo sui pannelli dedicati alle donne del jazz e del blues, opera di Mauro Zennaro, relatore, tra l’altro, di un “duetto” con il docente e sassofonista Eugenio Colombo, alla giornata di studi Le Compositrici (Giovedì 14 aprile – Istituto di Scienze della Formazione, Università Roma Tre).

Saranno le successive immagini a raccontare, in due puntate, la storia di queste grandi artiste.

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“È difficile definire il blues. Come per tutta la musica popolare, ne abbiamo notizie certe solo da quando è stato possibile registrarne i suoni. Sul prima, si possono fare solo ipotesi. La musica popolare nasce dalla voce, lo strumento più universale ed economico, adatto a cantare melodie e parole. Come il flamenco, il fado, il rebetiko e tanti altri generi, il blues parla di amore infelice, di soldi che non bastano mai, di sesso: molto dolore e qualche piacere.”

4.Billie    5. Rosetta

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“Il popolo nero, deportato nel Nuovo continente in schiavitù, adattò i suoi canti alla nuova lingua e inventò modi nuovi di suonare gli strumenti che trovava: qualche semplice percussione, la chitarra, il banjo, l’armonica, l’armonium delle chiese rurali. Nelle piantagioni la gente nera era allevata con criteri zootecnici e i maschi in eccesso venivano venduti. Nasce dunque una canzone tipica: il blues del letto vuoto, quello delle donne che improvvisamente perdevano i loro uomini. Con la fine della schiavitù le donne continuarono a restare, lavorando nelle case bianche come domestiche, mentre gli uomini emigravano seguendo il lavoro stagionale nei campi e quello definitivo nelle industrie del Nord. “Mi sono svegliata questa mattina” e ho trovato il letto vuoto: I woke up this morning è l’incipit più tipico del blues.”

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica “colta” sarebbero impensabili senza il loro canto.”

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ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

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FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

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FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

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FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

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FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

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FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

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FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




SPAGNA – Sulle strade di Barcellona

Di Ina Macina

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FOTO 1 – BARCELLONA (skyline)

Barcellona ha celebrato l’8 marzo con una serie di iniziative che mantengono viva l’attenzione, solitamente già alta, sulle questioni femminili.

A livello istituzionale, oltre ad associazioni e centri che non operano in una esclusiva prospettiva di genere ma che comunque la includono sotto l’ombrello del loro attivismo civico, la città accoglie una spaziosa costellazione di organismi, spesso in congiunzione tra loro, che lavorano su tutti gli aspetti della condizione femminile.

Ricordiamo, tra gli altri, l’Observatori Cultural de Gènere, il Centre de Cultura de Denes Francesca Bonnemaison, il Centre Dona i literatura (sede della Cattedra Unesco Donne, Sviluppo e Cultura, all’interno della Universitat de Barcelona) e l’Institut Català de les Dones-Generalitat de Catalunya.

Quest’ultimo è stato promotore del progetto ‘Carrers de dones’, uno strumento di mappatura digitale che raccoglie tutti i luoghi pubblici dedicati a donne e consente di effettuare ricerche nominative e approfondire la storia della dedicataria.

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Il giornale LaVanguardia ha stilato inoltre un elenco online con le donne che si sono particolarmente distinte nella storia e nella vita culturale del Paese, tra cui emergono i casi di ‘Josefa Sol – la paisana’ (Josefa Subirats), ‘Curandera de personas y animales’ e della scrittrice Caterina Albert, autrice del magniloquente ‘Solitudine’, che si firmava con il maschile Víctor Català. Il libro, di una scrittura potente, è un monumento alla cultura e alla lingua catalana percorso da vene di vibrante femminismo. La dittatura franchista ne ha vietato per decenni la diffusione.

Lo stesso quotidiano, nell’ottobre 2014, ha lanciato un appello alla cittadinanza affinchè emergessero altri nomi di donne cui dedicare nuove vie. http://www.lavanguardia.com/participacion/20140929/54416457074/mujer-mereceria-calle-nombre.html

Nelle strade del centro cittadino dominano incontrastate le intitolazioni a figure religiose. Sant’Eulalia è la dedicataria della cattedrale di Barcellona, cuore pulsante del Gotico, area completamente restaurata nel corso del Novecento e oggetto di un’efficace promozione turistico-culturale.

Eulalia (‘colei che parla bene’) è venerata come la patrona di Barcellona; nell’omonima ‘baixada’, una vicina strada in forte pendenza, si dice che abbia subito un martirio chiusa dentro una botte con pezzi di vetro.

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FOTO 3. BAIXADA DE SANTA EULALIA.

A santa Caterina è intitolato uno dei mercati di Barcellona. Dei trenta mercati alimentari della città, è stato il primo coperto, e forse tra i più famosi, e prende il nome dall’antico convento domenicano che sorgeva nello stesso luogo.

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FOTO 4. MERCATO DI SANTA CATERINA

La via dedicata a Santa Lucia costeggia la cattedrale e si innesta in un tessuto viario su cui sorgono numerosi edifici di rilevanza religiosa (chiese e conventi) e civile (palazzo del comune e della ‘Generalitat’). Sulla strada insiste anche l’archivio storico della città di Barcellona, tra il Palazzo Episcopale e l’Archivio Capitolare della Cattedrale; tutti questi edifici godono di cortili e chiostri magnifici.

A dicembre, la piazza antistante la cattedrale ospita un mercato dedicato alla stessa santa.

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FOTO 5. FIERA DI SANTA LUCIA

Come proporre nomi se non si conosce la loro storia?

Barcellona si è attivata su questo versante, inaugurando, per esempio, un ciclo di incontri, conferenze e documentari dedicato alle donne che hanno avuto un ruolo nella storia della città.

La toponomastica fa emergere, dunque, delle dinamiche strettamente legate tra loro: partendo da un problema di percezione, ovvero lo squilibrio della presenza femminile anche nei luoghi pubblici, solleva a sua volta il problema della conoscenza, dell’informazione e del mancato riconoscimento; fenomeni che rimandando anche alla resistenza nei confronti del femminile, una sfiducia che, nel tempo, ha cercato di ricacciare le donne all’interno dell’ambito domestico, ostacolandone la presenza nel mondo della storia, della cultura, della scienza, della politica…

Resta tuttavia più frequente, ovunque, l’incontro con intitolazioni religiose piuttosto che laiche.

Juliana Morell, definita ‘umanista’ per la sua imponente formazione umanistica, laureata in giurisprudenza, prese i voti nel 1610.

La piazza a lei dedicata si trova in una zona poco frequentata anche se vicina a un grosso centro commerciale.

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FOTO 6 JULIANA

La vicenda di Madrona si colloca tra leggenda e storia. Nata a Salonicco (o, secondo altre fonti, approdatta nella città greca da Barcellona) nel III secolo D.C., la ragazza comincia a lavorare presso la casa di una signora i cui maltrattamenti culmineranno con la morte di Madrona, cristiana devota. In odore di santità, le reliquie diventano oggetto di culto da parte dei fedeli fino al X secolo, quando, per arginare le forme di devozione cristiana, vendono vendute a dei mercanti in viaggio verso la Francia. Durante la navigazione, una tempesta costringe l’imbarcazione a riparare sulla costa nelle vicinanze di Barcellona; gli uomini leggono nella tempesta la volontà della santa di rimanere in territorio iberico, e quindi il corpo viene trasladato in un eremo da cui si diffonde il culto. Secondo alcune fonti la diversa dislocazione del luogo di culto delle due sante più venerate (insieme alla Mare de Déu de la Mercè) ha un significato ‘spaziale’ preciso, in quanto Sant’Eulalia si trova nel centro della città mentre il primo luogo di culto di Madrona si trova in una zona limitrofa – a Montjuïc, l’altura che ‘protegge’ Barcellona.

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Merrell, Capmany, Institut Català de les Dones si dislocano in una zona spiccatamente multiculturale, vivace e centrale, il Raval, dove sono sorti molti centri culturali (biblioteche, cineteche, musei, etc..) che hanno agito sulla riqualificazione del quartiere.

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FOTO 8-9 MERRELL

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FOTO 10 FLORISTES DE LA RAMBLA

La Rambla, ancora oggi costellata da chioschetti di fiori e di mercanzia varia, separa questa zona da quella sopra descritta. Poco distante, una stradina ricorda le fioraie che vi lavoravano.

LaVanguardia scrive di Maria Aurèlia Capmany: ‘scrittrice e assessora alla Cultura di Barcellona. Scrittrice prolifica e dai molti registri: romanzi, saggi, attrice e direttrice di teatro e cabaret… La sua opera ha uno spiccato carattere femminista ed il suo linguaggio, in generale, è semplice e diretto. Tra le sue opere, Un lloc entre els morts, Feliçment jo sóc una dona, El comportamiento amoroso de la mujer o Dona, doneta, donota. È stata assessora per la Cultura per il PSC a Barcellona tra il 1983 e il 1983. La città le dedicò una strada a dicembre del 1996’.

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FOTO 11 CAPMANY

Sulla mappa digitale viene segnalata anche la piazzetta ‘Anna Murià’, alle spalle del Teatro Principale; purtroppo non esiste nessuna targa – o è stata rimossa e mai più risistemata – a indicare questo slargo secondario e abbastanza degradato.

Sebbene la scelta degli abbinamenti tra strade e personaggi lasci trapelare una residuale marginalità della donna nella memoria collettiva, negli ultimi anni Barcellona sta investendo moltissimo nella lotta agli stereotipi di genere con oculate operazioni di recupero e valorizzazione culturale.

Non è dunque possibile pensare a un’azione che non tragga origine e motivazione da uno sforzo corale e che non pensi a un risultato integrato; la specificità degli ambiti di intervento – come Barcellona dimostra – sono la base solida da cui partire e dare finalmente valore al concetto – tanto nobile quanto abusato – di ‘rete’.

 




ITALIA – Il lavoro delle donne in mostra

Di Andrea Zennaro

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Chiude in questi giorni la bella mostra fotografica e documentaria DONNE E LAVORO, esposta al Centro Commerciale EUROMA 2 della capitale: 90 pannelli, curati dall’Associazione Toponomastica femminile, attraversano gli spazi lavorativi delle donne, fra tradizione e modernità.

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Allestita per la prima volta in maggio ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini), l’esposizione ha raggiunto in settembre il Museo Archeologico di Terni e la Biblioteca Comunale della stessa città e, dopo la nuova esperienza romana, sarà presto accolta a Padova, arricchita di nuovi pannelli sulle attività produttive locali: faranno dunque la loro comparsa immagini e testi sulle lavoratricidei bachi da seta e sulle “mistre”, abilissime orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta.

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I pannelli, provenienti da tutta Italia, vogliono sollecitare una riflessione su un impegno femminile, costantemente presente, seppure in forme diverse, e in continua evoluzione: testimoniano la fatica, ma anche i successi delle lotte sostenute dalle donne per raggiungere la parità e intendono sollecitare le amministrazioni a promuovere la memoria dell’operato femminile attraverso l’odonomastica cittadina.

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Le targhe stradali restituiscono infatti storie dimenticate o non raccontate, e contribuiscono a mantenere vivo il ricordo di figure esemplari: ma la presenza di parchi, giardini e aree di circolazione intitolate a donne è ancora marginale e soprattutto mancano dalle nostre vie quei modelli femminili moderni che costituiscono una preziosa fonte d’ispirazione e stimolo per le nuove generazioni.

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La prima mostra fotografica di targhe stradali intitolate a donne risale all’ottobre del 2012 (Roma, Casa Internazionale delle Donne), in occasione del 1° Convegno nazionale di Toponomastica femminile. Da allora, una ventina di esposizioni hanno attraversato la capitale: dai corridoi della Sapienza alle biblioteche, dai centri culturali alle strutture scolastiche. Per le scuole è stata un’occasione di apertura verso la cultura di genere e di collegamento tra contesto formativo e impalcatura istituzionale.

L’area laziale ha avuto molteplici occasioni di presentare alla cittadinanza riflessioni e immagini in chiave di genere sull’odonomastica: Tivoli, Albano, Colonna, Ariccia, Aprilia, Formia, Cori, Sacrofano, Bassiano, Sora…

Altre iniziative in ambito nazionale hanno toccato Palermo e Catania, per poi risalire la costa tirrenica da Napoli a Genova, e visitare infine il capoluogo piemontese. Sul versante adriatico, mostre analoghe hanno preso le mosse dal Veneto – con Padova, Chioggia, Rovigo e Lendinara – per diffondersi in Romagna – da Rimini a Ravenna – e in Friuli Venezia Giulia, da Udine a Trieste.

Dalla scorsa estate una grande mostra itinerante work in progress gira per la Puglia e ha già raggiunto una dozzina di comuni.

Intitolazioni a resistenti e madri costituenti percorrono invece la Lombardia: da Garbagnate a Lodi, da Albino a Scansorosciate e a Melegnano.

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Oltre al ricco repertorio di targhe stradali – che ricordano letterate, poete, giornaliste, politiche, scienziate, artiste, educatrici, operaie, archeologhe eccetera – sono esposte in mostra una serie di immagini sul tema del lavoro femminile: documenti, foto d’epoca, foto attuali, rappresentazioni di opere d’arte.

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Un’ampia sessione è dedicata alle artigiane.

Merlettaie, ricamatrici e sarte, con approfondimenti e specificità regionali, occupano metà lato del quadrilatero.

L’arte femminile del ricamo è stata per lo più convogliata nelle manifatture gestite da uomini. Tuttavia i conventi di clausura hanno creato a volte una rete in grado di offrire alle orfane la possibilità di reinserirsi nel contesto sociale esterno proprio grazie ai proventi realizzati dalla vendita dei ricami.

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La lavorazione del merletto è diffusa a livello capillare nel nostro Paese: in luoghi e tempi diversi ha scelto l’ambiente claustrale, di scuola, bottega e fabbrica, ma soprattutto si è realizzata all’aperto, lungo i vicoli dei borghi, in forma collettiva insieme alle altre donne del vicinato, con cui condividere “l’intreccio dei fili con quello del racconto e dei commenti delle notizie quotidiane”. I Merletti di Burano, Chioggia e Pellestrina, le trine di San Sepolcro, i tomboli di Offida e Isernia, i ricami dell’Aemilia Ars bolognese costituiscono punte di diamante del vasto panorama offerto dalla tradizione. Negli ultimi secoli, il ricamo dei corredi matrimoniali e l’applicazione di merletti e trine, hanno rappresentato un’importante fonte di reddito per le ragazze.

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Un piccolo introito per le famiglie rurali proveniva anche dal lavoro delle giovani lavandaie. Le ragazze di campagna andavano in città a prendere i panni sporchi delle case benestanti, li lavavano a fiume e li riconsegnavano puliti e stirati. “Anche attraverso questi panni che andavano avanti e indietro dalla città al fiume transitava l’emancipazione femminile”: le clienti, che nella loro comunicazione abituale usavano una lingua più evoluta, insegnavano loro malgrado alle contadine, cresciute nel dialetto, espressioni e forme della lingua italiana.

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Nei paesi marinari le attività femminili assumevano caratteri propri. La prolungata assenza degli uomini, rendeva le donne protagoniste incontestate dell’organizzazione familiare e sociale. Ecco dunque che si prodigano in appoggio alle attività di pesca: producono reti e vele, bagnano i cordami, preparano le esche. A Torre del Greco, dove la pesca e la lavorazione del corallo hanno lontane origini, le donne, molto abili nel taglio nella bucatura e nel confezionamento di collane, costituiscono la stragrande maggioranza del personale operaio addetto al settore.

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Non mancano in mostra documentazioni su forme d’arte diverse, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla musica. La storiografia ha cancellato, occultato, sottostimato la presenza delle donne nella musica, eppure, raffigurazioni antichissime le ritraggono alle prese con strumenti e composizioni. Per lungo tempo alle cantanti venne vietata l’esibizione in pubblico e, in tempi non lontani, molti ambienti restarono comunque inospitali. Nel sordido mondo del jazz, ad esempio, viaggiare ed esibirsi rappresentava un rischio per le donne. Ma vi furono ugualmente grandi musiciste, seppure occultate: il loro lavoro, di compositrici e arrangiatrici, è stato spesso attribuito a uomini. Più forte la presenza femminile nel blues. Tra le tante voci nere, se ne distingue una bianca: quella di Janis Joplin.

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili, ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica colta sarebbero impensabili senza il loro canto”.




POLONIA – Poznań, tutto il mondo è paese

Di Justyna B. Walkowiak

Traduzione di Claudia Antolini

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FOTO 1. CARTA POLONIA

Gli odonimi contemporanei in Polonia sono sostanzialmente di due tipi: quelli motivati da un vero significato semantico (ulica Rzeźnicka ‘Via dei Macellai’, antico luogo di residenza dei macellai; ulica Kościelna ‘Via della Chiesa’, porta o è adiacente a una chiesa), e quelli arbitrari. La classe dei nomi commemorativi costituisce, in alcune tra le maggiori città polacche,  tra un quarto e due quinti del totale.

Tanto gli uni, quanto gli altri, hanno lunga vita.

Strade dedicate a figure illustri erano già presenti nell’Antica Roma (Via Flaminia celebra Gaio Flaminio, che ne ordinò la costruzione; la genesi di Via Aurelia è analoga), ma è stato a partire dal XIX secolo che si sono diffuse prepotentemente in tutta Europa.

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Maria Skłodowska-Curie nelle strade di Lublino foto di Giulia Guarnieri Calò Carducci

I nomi commemorativi in Polonia evocano non solo figure storiche ma anche personaggi di leggende, miti o favole (come Czerwony Kapturek ‘Cappuccetto Rosso’). Alcune strade sono dedicate alla letteratura polacca classica; gli odonimi allora non sono soltanto titoli di opere ma anche personaggi (o gruppi di personaggi) tratti dai libri. Esempi includono Calineczki (‘Pollicina’), Krasnali (‘Nani’).

Le prossime foto si riferiscono alla città di Poznań e ne ritraggono alcune strade femminili.

Gertruda Konatkowska (1895-1966) è stata una pianista polacca e co-fondatrice della Scuola Musicale Superiore di Poznań

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FOTO 3. VIA GERTRUDA KONATKOWSKA

Poznań si classifica quinta tra le più grandi città in Polonia, ed è anche una delle più antiche. Secondo ricerche recenti, c’è un’alta probabilità che fu qui che il primo storico governante polacco fu battezzato, nel 966. Poznań ottenne i diritti di comune nel 1253. Alla fine del XVIII secolo divenne parte della Prussia e rimase sotto il comando prussiano – che un secolo dopo sarebbe stato sostituito dalla Germania unificata – fino alla prima guerra mondiale.

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FOTO 4. Città di POZNAN

Oggi è un importante centro industriale, commerciale e soprattutto universitario, in termini di numero di studenti secondo solo a Varsavia.

Il numero dei suoi odonimi è 2.422. Come individuato da Justyna B. Walkowiak nel suo studio in uscita sugli Atti del 3° Convegno di Toponomastica Femminile.

Probabilmente l’unico incrocio di due strade con odonimi femminili è formato dalle vie Janina Omańkowska (1859-1927), giornalista politica, e Maria Wicherkiewicz (1875-1962), scrittrice, giornalista e storica amatoriale della città.

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FOTO 5: Vie Janina Omańkowska e Maria Wicherkiewicz

A Poznań, i nomi commemorativi individuali costituiscono il 28.7% di tutti gli odonimi: 613 uomini e 83 donne.

Non sono stati conteggiate le intitolazioni plurali, perché danno adito a interpretazioni troppo spesso soggettive: ad esempio odonimi quali Traktorzystów ‘i trattoristi’, Okulistów ‘gli oculisti’,registrati rispettivamente a Warsaw e a Cracow, sono nomi esclusivamente maschili? E del resto, anche dove il genere maschile è certamente predominante, come nel caso delle unità militari, non è mai da escludere che qualche donna ne abbia fatto parte.

La percentuale di strade femminili in città si aggira attorno al 3,4%: un indice che non si discosta molto dai valori registrati nelle grandi città italiane.

Tra le figure storiche, che sono la maggioranza delle intitolazioni femminili, soltanto quattro rappresentano sante, mentre cinquanta si riferiscono a laiche.

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FOTO 6.  VIA DZIEWANNA

Due strade richiamano donne mitologiche e leggendarie: per contro sono 11 gli uomini della stessa categoria.

La via Dziewanna è attribuita a una divinità di cui è incerta l’appartenenza al Pantheon slavo.

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FOTO 7. Bratumiła

Un particolare esempio di denominazioni tematica a Poznań, è dato dai gruppi di nomi propri accomunati da una lettera iniziale. È il caso di “Ulica Bratumiły” (via di Bratumiła). La via è l’unica testimone femminile dell’insieme di dodici intitolazioni in B. È il caso di Bratumiła. La via è l’unica testimone femminile dell’insieme di dodici intitolazioni in B.

Curioso anche il significato del nome: “piacevole per suo fratello”.

Delle 27 restanti intitolazioni femminili fanno parte anche le letterate.

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FOTO 8. VIA SAFONY (SAFFO)

Per avere un quadro generale della toponomastica polacca si può consultare il database TERYT – disponibile dal sito governativo http://www.stat.gov.pl – che offre una lista completa di tutti gli toponimi in uso correntemente in Polonia: nomi di strade, viali, passaggi, piazze, ponti, rotonde, piazze del mercato, parchi e giardini cittadini, stazioni ferroviarie e della metropolitana.

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FOTO 9.  VIA BIBIANNA MORACZEWSKA

Una strada a Poznań che ricorda Bibianna Moraczewska (1811-1877), scrittrice locale, attivista nel sociale ed una delle prime femministe polacche.

Tentarne una classificazione per categorie non sempre è semplice. Ad esempio, Marzanna può essere sia il nome di una divinità femminile slava e baltica – associata con la morte e gli incubi – sia un nome proprio; come del resto Wanda, oltre a nome proprio femminile, ricorda anche l’eroina di una leggenda polacca molto famosa e, in quanto tale, anche figura letteraria.

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FOTO 10. MARZANNA




ITALIA – Periferia romana: donne di spettacolo

di Barbara Belotti

Il III municipio di Roma, con i suoi numerose quartieri, negli ultimi decenni ha visto cambiamenti straordinari. Dalla fine degli anni Settanta sono cresciuti in maniera rapida nuovi insediamenti residenziali che hanno “divorato” in breve un’ampia zona di campagna romana trasformandola in “mattoni e cemento”, come canta Celentano nel “Il Ragazzo della via Gluck”. In questa zona si è deciso di intitolare le strade a figure femminili e maschili del mondo dello spettacolo italiano.

Cercando su Google Map le strade corrono e si snodano sullo schermo del computer formando curve, angoli retti, linee diagonali e i nomi rimandano, nella maggior parte dei casi, a personaggi maschili. Nonostante la recente formazione dei quartieri e dei reticoli viari, la scelta è ancora una volta sbilanciata in favore degli uomini di spettacolo. Si va da via Mario Del Monaco a via Nanni Loy, da via Gian Maria Volontè a via Rino Gaetano, largo Luchino Visconti o viale Antonio De Curtis, poco meno di sessanta nomi per altrettanti spazi pubblici. C’è anche un parco ed è stato dedicato all’attore Angelo Musco.

1.Cavalieri. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO LINA CAVALIERI di Marta Rossi Doria

2.Borelli.Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO LYDA BORELLI di Marta Rossi Doria

Le protagoniste femminili sono meno della metà. Sono donne che si sono distinte nel canto (Lina Cavalieri), nella rivista (Wanda Osiris) o che hanno contribuito allo sviluppo del cinema muto come Dina Galli, Rina De Liguoro, Maria Melato o Lyda Borelli, considerata l’ideale della femminilità liberty e dannunziana, caratterizzata da gesti e pose enfatiche. I loro volti sono un po’ sbiaditi nella memoria collettiva, eppure la loro carriera è stata importante e alcune di loro sono state vere e proprie dive.

3.Koscina.Foto di Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO SYLVA KOSCINA di Denisa Nistor Podar

Altre figure sono più note e sono quelle che hanno fatto vivere e crescere il cinema italiano nel corso del Novecento. Troviamo fra loro Sylva Koscina: il mondo dello spettacolo le ha ritagliato addosso il ruolo di donna seducente e ammaliatrice; la sua bellezza, gli atteggiamenti da diva, le pagine di cronaca rosa l’hanno consegnata al grande pubblico come un mito senza età. Ma riferendosi a se stessa Sylva Koscina parlava di infelicità e di mancanza di amore, di successo ma anche di scelte sbagliate pagate a caro prezzo.

4.de' Giorgi. Foto di  Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO ELSA DE’ GIORGI di Marta Rossi Doria

Fra i nomi presenti anche quello di Elsa De’ Giorgi. Amatissima attrice del Novecento, scrittrice e preziosa testimone del movimento partigiano italiano, Elsa de Giorgi dimostra senza dubbio di avere, oltre che un indiscusso talento recitativo, saldi valori democratici che le consentono di rifiutare apertamente il regime fascista. Per potersi esprimere più liberamente, sceglie di dedicarsi al mondo della prosa, meno soggetto alla censura di Benito Mussolini, e, già famosa per i numerosi successi cinematografici, decide di porre fine alla sua carriera sul grande schermo. Nel 1955 dà alle stampe il libro I coetanei, in cui affronta temi legati alla lotta partigiana intrecciati ai ricordi del mondo cinematografico romano durante la guerra.
È una donna colta, raffinata, dalla personalità complessa e profonda che, negli anni del secondo dopoguerra, riesce ad affascinare Italo Calvino. Lui, che le dedicherà il romanzo Il Barone Rampante, è un brillante e giovane intellettuale poco più che trentenne. Elsa, più grande di lui, è bella, famosa, protagonista della cultura e della mondanità romane. Il loro è un amore clandestino che si scontra con la morale rigida dell’Italia degli anni Cinquanta. È però un amore intenso e complesso, scandito dalle centinaia di lettere che lo scrittore le invia; l’influenza che Elsa ha su di lui è tangibile nelle parole di Italo: “Amore mio, non avrei mai pensato che innamorarmi di te, incidesse così profondamente in me, fino a toccare, ad aprire una crisi anche nella strumentazione più tecnica del mio lavoro, cioè nel mio stile”.

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FOTO TINA PICA di Marta Rossi Doria

Anche Tina Pica ha una strada in suo onore. Un’attrice dal corpo minuto, al quale si contrappone una voce cavernosa che diviene in breve la sua particolare caratteristica. Simpatia e indubbio talento le consentono di affiancare attori già affermati come, per esempio, Totò. Diventa beniamina del grande pubblico nelle vesti di Caramella, la governante del film Pane, Amore e Fantasia, interpreta negli anni ruoli che le vengono ritagliati addosso quasi su misura. I suoi personaggi sono del tutto diversi dalle dive hollywoodiane e dalle maggiorate nazionali: sono donne dal carattere burbero e spigoloso, ma di profonda umanità, irascibili e petulanti, con una grande saggezza di fondo. Per aver dato vita, in alcune pellicole, a figure di zitelle bigotte, è stata considerata l’emblema di questo stereotipo femminile, quasi non ci fosse differenza fra film da lei interpretati e realtà. Al contrario Tina ha avuto due mariti: il primo, Luigi, muore giovanissimo; il secondo, Vincenzo, è il suo amato compagno di vita per oltre quarant’anni.

6.Masina. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO GIULIETTA MASINA di Marta Rossi Doria

Di fronte al grande centro commerciale “Porte di Roma” uno slargo ricorda Giulietta Masina. Non è proprio una piazza, quanto uno snodo di traffico che ruota intorno ad un’aiuola, non sempre ben curata e mantenuta. Federico Fellini è ricordato invece all’inizio della “sua” via Veneto, appena varcate le mura di Porta Pinciana. Certo, quella è la strada che lui ha reso celebre, ma quanti film di Federico sono stati resi unici da Giulietta? Eppure a lei non è toccato lo stesso onore.

7.Maggio.Foto di Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO PUPELLA MAGGIO di Denisa Nistor Podar

L’odonomastica del III municipio rievoca anche molte attrici di teatro, per esempio Pupella Maggio, il cui vero nome era Giustina. Come lei stessa racconta, a due anni venne portata in scena dentro uno scatolone, legata proprio come una bambola perché non scivolasse fuori. Così il suo destino fu segnato: da “Pupatella”, attraverso la poupée francese, divenne per tutti “Pupella” nel teatro e nella vita.

8.Morelli.Foto di .Denisa Nistor Podar.ridotto

FOTO RINA MORELLI di Denisa Nistor Podar

Rina Morelli ha avuto l’onore di un’intitolazione. Definita da Visconti la più grande di tutte, un mostro sacro del teatro contemporaneo, antidiva per eccellenza, Rina è stata scrupolosa nell’aderire ai personaggi che interpretava, da Cechov a Shakespeare, da Goldoni a Pirandello; la sua voce, duttile ed espressiva, è stata prestata nei doppiaggi delle pellicole hollywoodiane e così molte attrici, da Bette Davis a Katharine Hepburn, da Ginger Rogers a Judy Holliday, sono diventate per il pubblico italiano delle beniamine.

9.Valori.Foto di Cecilia Mazzarotto.ridotto

FOTO MARIA BICE VALORI di Cecilia Mazzarotto

Per uno strano caso dovuto alla definizione dei confini dei Municipi, il nome di Bice Valori, solo soletto, rientra nel territorio del IV e non del III. Donna e attrice di immediata simpatia, spontanea nella verve comica, ha calcato con successo anche i palcoscenici del teatro di rivista, legando il suo nome agli anni d’oro del teatro Sistina, dove recita nelle commedie musicali di Garinei e Giovannini come Rugantino (1962), Aggiungi un posto a tavola (1975), Accendiamo la lampada (1979). Il suo volto è diventato celebre soprattutto con la televisione, quella in bianco e nero degli anni Sessanta, sia da sola sia al fianco del marito, l’attore Paolo Panelli, con cui forma una coppia comica brillante e di notevole successo. Il talento e la carriera sono stati stroncati molto presto da un tumore: Bice Valori muore il 17 marzo del 1980, a soli cinquantadue anni.

10.Ninchi. Foto di Marta Rossi Doria.ridotto

FOTO AVE NINCHI di Marta Rossi Doria

Nel 2012 due viali del III Municipio sono stati dedicati ad Ave Ninchi e a Elena Fabrizi, più conosciuta come la Sora Lella. Sono state queste le prime intitolazioni deliberate dal Campidoglio e derivate dalle numerose proposte inoltrate dal gruppo di Toponomastica femminile all’Ufficio Toponomastica della capitale. A distanza di quasi quattro anni, ancora i nomi delle due attrici non sono stati inseriti su Google Maps e rintracciare le strade, per me che non abito nelle vicinanze e conosco poco la zona, è stato impossibile.
Il navigatore GPS, ormai imprescindibile strumento di orientamento, ha girato a lungo a vuoto, perso anche lui, come me, nell’odissea cittadina.
La mancata affissione delle targhe, il loro danneggiamento o la loro soppressione portano a un nuovo oblio della memoria femminile. La fotografia, un cartello umano in sostituzione delle indicazioni introvabili, vuole essere il tentativo di far tornare in vita ciò che l’incuria e la disattenzione hanno fatto scomparire di nuovo.




TERRORISMO – Gli ultimi attentati in Egitto, Libia e Francia

EGITTO – Tre uomini armati hanno assaltato un resort a Hurghada, sulla costa egiziana del Mar Rosso. Lo scrive il sito del quotidiano egiziano Al Ahram. I tre sarebbero arrivati dal mare, hanno sparato all’ingresso di un hotel di lusso usato da turisti a Hurghada, il Bella Vista.

Il commando avrebbe cominciato a sparare all’entrata dell’hotel contro i presenti, per poter penetrare all’interno. Alcuni uomini della polizia presenti sul posto avrebbero ucciso uno, o forse più, uomini armati.

Un attentato simile a quello del giugno scorso a Sousse, in Tunisia, che aveva fatto 38 vittime.

LIBIA – Sarebbero decine le vittime dell’attentato messo a segno  contro un centro di addestramento della Guardia costiera a Zliten, a Ovest di Misurata, in Libia.

E’ quanto riporta il sito Libya Observer, secondo cui erano circa 400 le reclute presenti nel campo al momento dell’esplosione. “E’ un massacro”: così testimoni hanno descritto l’attacco suicida.

Nell’attacco sono morte almeno 40 persone, ha scritto Reuters citando il sindaco di Zliten. Altre fonti parlano di un numero di vittime molto maggiore. Alcuni siti libici riferiscono di oltre 100 vittime. Secondo l’agenzia di stampa libica Lana, vicina al governo di Tobruk, ci sarebbero almeno 15 morti e 30 feriti, mentre l’agenzia rivale del governo di Tripoli ha riferito di almeno 50 morti e 127 feriti.

Lo Stato islamico (Isis) ha rivendicato l’attacco kamikaze. Sull’agenzia Amaq, uno dei media ufficiali del califfato, si afferma che l’attentato è stato messo a segno “da uno degli eroi dello Stato islamico a Zliten”.

Il ministero della Sanità ha dichiarato lo stato di emergenza a Tripoli e Misurata per fronteggiare l’alto numero di morti e feriti. Immediata la condanna dell’inviato dell’Onu per la Libia, Martin Kobler.

L’attentato è avvenuto attorno alle 8 quando circa 400 reclute erano impegnate nelle esercitazioni nel campo di addestramento della Guardia costiera; l’esplosione è stata avvertita anche a Misurata, secondo quanto riportato dal Libya Observer, che si trova 60 chilometri a Est di Zliten.

FRANCIA – Ha scelto il giorno dell’anniversario della strage di Charlie Hebdo un ventenne di origini marocchine che oggi ha cercato di introdursi all’interno del commissariato di rue de la Goutte d’Or, nel 18esimo arrondissement, a Parigi. Un tentativo che è stato subito fermato. Erano le 11,30 quando ha urlato “Allah Akbar”, “Allah è grande”, nel tentativo di aggredire un agente. Voleva vendicare le vittime siriane, ma è stato ucciso dai proiettili della polizia. Aveva una cintura esplosiva finta, un’imitazione, un coltello, un pezzo di carta con disegnata la bandiera dell’Is e una rivendicazione manoscritta in arabo. Nel testo parlava della sua volontà di “vendicare i morti in Siria”, e giurava fedeltà all’autoproclamato califfo dell’Is.




ITALIA – Stampace, tra scienza e religione

Di Agnese Onnis

 

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FOTO 1 – STAMPACE

Il centro storico di Cagliari risponde ancora oggi alla conformazione assegnatagli dalle genti pisane, che nel XIII secolo fortificarono Castello e murarono parte dei tre quartieri circostanti.

Stampace fu probabilmente l’insediamento più antico e se ne ha notizia a partire dall’XI secolo: la sua rete viaria, a pettine, lascia presumere un impianto pre-medioevale.

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FOTO 2 – STAMPACE PIANTA

Lasciata alle spalle Porta Cristina, si scende da Castello per la passeggiata del Buoncammino e si prosegue sul viale Giussani.  Sulla sinistra, percorrendo via Nicolodi, e a seguire via Ignazio da Laconi, si costeggiano da un lato le facoltà giuridiche dell’Ateneo e  la biblioteca di Scienze Politiche, dall’altro l’Orto botanico e il Museo botanico, inaugurato nel 2008 e diretto dalla dottoressa Cristina Delunas.

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FOTO 3 – STAMPACE  ORTO PANORAMICA

Molti nomi di studiose, prive di riconoscimenti odonomastici, gravitarono intorno all’ateneo di Cagliari tra fine Ottocento e primo Novecento.

Particolarmente interessante è la loro presenza nelle facoltà scientifiche, in un’epoca che limitava l’immaginario collettivo femminile alle sole discipline umanistiche.

Maria Sacchi fu assistente al Museo di Zoologia e al Gabinetto di Anatomia e Fisiologia comparata nel 1889-90; Lucia Cartasegna, nel 1909-10, fu assistente nell’Istituto di Geometria descrittiva.

Pia Nalli insegnò analisi matematica all’Università di Cagliari tra il 1921 e il 1927. Roma e Palermo le hanno intitolato una strada, ma il capoluogo sardo pare averla dimenticata.

Molte furono le assistenti dell’Istituto matematico negli anni Venti: Silvia Martis, Giorgina Madia, Angelina Cabras, Isabella Biasi, Maria Sole, Anita Testa, Ernesta Porcu Tortrini.

L’Istituto di Mineralogia registrò invece tra le assistenti la studiosa Giulia Martinez.

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FOTO 4. RITA BRUNETTI

 

Rita Brunetti, presente nella toponomastica romana ma assente dalle strade dell’isola, diresse l’Istituto di Fisica dal 1928 al 1936. Sue assistenti furono Zaira Ollano e Teresa Mundula Crespellani.

L’Istituto di Geologia, dal 1926 al 1933, si avvalse del contributo di Fanny Fontana, che operò anche nella Stazione biologica con Gina Flores e Iole Bellisai. Quest’ultima fu ricercatrice nella facoltà di Medicina, ove emersero altri nomi femminili: Lombardi, Ferraris, Gennari, Atzori.

In campo giuridico va ricordata Anna Maria Sotgia, autrice di diverse pubblicazioni degli anni Trenta su tassazioni, imposte e finanza tedesca.

L’Orto Botanico di Cagliari sorge su un’area archeologica, compresa tra l’Anfiteatro romano, l’Orto dei Cappuccini e la Villa di Tigellio, che ingloba edifici termali e domus romane; diversi sono dunque i motivi di interesse per una visita: dalle piante tropicali al giardino dei semplici – con le erbe medicinali corredate di notizie su cure e rimedi – dalle cisterne romane alle cave e alle opere idrauliche ad esse connesse.

Per conoscerlo si consiglia una prima visita virtuale sul sito ufficiale (http://www.ccb-sardegna.it/hbk/hbk.htm), segnalando, tuttavia, che vi si ignora l’apporto dato da una grande donna: Eva Mameli Calvino diresse e recuperò l’Orto botanico trascurato durante la grande guerra.

Le fu di aiuto, nella direzione, la studiosa Angela Agostini.

Con loro comparvero nell’Orto le palme, i Pedocarpus neritalia ed Encephalartos ellensteini, l’austaliana Icus magnolioides, la messicana Yucca elephantipes, la marocchina Argana syderoylon; i pini, gli eucalipti e i lecci, che coprivano un tempo tutta l’isola.

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FOTO 5 – EVA

Giuliana Luigia Evelina Mameli Cubeddu, originaria di Sassari, fu la prima studiosa sarda a conseguire la laurea in Matematica all’Università di Cagliari e fu lì che ottenne – dopo la sua seconda laurea in Scienze Naturali, a Pavia, e la ricerca nel laboratorio crittogamico dell’ateneo lombardo – la cattedra di Botanica.

Eva è stata una scienziata rigorosa e meticolosa, la cui vita fu legata principalmente alla ricerca su muffe e funghi delle piante.

Antifascista e anticlericale, fu forse un po’ austera e rigida, tanto nel lavoro quanto nella vita familiare.

 Di lei scrive suo figlio Italo:

Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva; cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva.

La sua figura, intrappolata spesso nel ruolo materno del grande scrittore, solo recentemente è uscita dal cono d’ombra grazie all’attenzione mostrata dagli atenei dell’isola, che le hanno finalmente dedicato meritate giornate di studio.

L’Istituto Tecnico Commerciale di via Sulcis, che pochi anni or sono ricordava nel nome la scienziata, a causa del ridimensionamento scolastico è stato inglobato in altre strutture, perdendone la memoria. La città di Iglesias, invece, le ha dedicato una strada e Sassari le ha intitolato i giardini pubblici di via Tavolara.

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FOTO 6 – ANNUNZIATA

Stampace è il quartiere delle sette chiese tra cui non mancano intitolazioni femminili.

La Santissima Annunziata, in stile neoclassico, si trova all’estremità del corso Vittorio Emanuele. Conserva un’interessante pala d’altare, con un’Annunciazione di primo Ottocento, e un antico dipinto dell’Annunziata, di gusto spagnolo, ritenuta miracolosa e collocata nella sagrestia. Nostra Signora del Carmine, ricostruita nel dopoguerra sui resti di una chiesa gotico-catalana, si trova invece in viale Trieste, nella parte bassa di Stampace.  Non resta traccia della chiesa di Santa Margherita, ormai sepolta sotto la strada che collega Castello con piazza Jenne.

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FOTO 7 – SANT’ANNA

La collegiata di Sant’Anna, in stile barocco piemontese, è il principale edificio di culto del quartiere. Situata nella parte più alta di Stampace, è caratterizzata da un’imponente scalinata, due campanili e tre cupole.

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FOTO 8 – SANTA RESTITUTA

A breve distanza, costeggiando il fianco sinistro della collegiata, s’incontra il complesso rupestre di Santa Restituta, frequentata dall’età romana sino alla seconda guerra mondiale,durante la quale venne utilizzata come rifugio antiaereo.

 La cripta, in parte naturale, in parte scavata nella roccia calcarea, è costituita da un grande ambiente centrale, collegato all’esterno da due rampe di scale, e da stanzette e cunicoli che raccolgono gesti di devozione, leggende e pagine di storia.

Tra le tante, si racconta che in cripta rotolassero nella polvere i bambini per essere liberati dal vaiolo.

In essa si venerava la martire di origine africana, le cui reliquie approdarono sull’isola intorno al V secolo. Nel XVII secolo Restituta si trasformò in una figura locale, madre di sant’Eusebio.

Le pareti ipogee erano decorate con dipinti, di cui si conserva un frammento del XIII secolo. Sull’altare maggiore è collocata la statua marmorea di Santa Restituta, mentre in quello minore erano accolti i simulacri delle Sante Giusta, Giustina ed Enedina. 

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FOTO 9 – piazza SANTA RESTITUTA

 L’omonima stradina, che da via Azuni conduce alla piazzetta della chiesa e prosegue parallela alla via dell’Ospedale, era chiamata un tempo S’Arruga de Is Barbarixinus, perché vi alloggiavano i mercanti provenienti specialmente da Aritzo per vendere castagne, legna e neve per fare il gelato in estate detto Sa Carapigna.

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 FOTO 11 – via SANTA RESTITUTA

 

 

 

 

 




LIBIA – Firmato a Roma l’accordo per la pace. Kobler: “E’ una giornata storica per la Libia”

“Una firma molto importante per la pace in Libia. C’è ancora da lavorare ma è un ottimo inizio. Grazie Paolo Gentiloni”. Così il premier Matteo Renzi, su twitter sul nuovo governo di Tripoli.

“E’ una giornata storica per la Libia”, ha affermato invece l’inviato speciale Onu, Martin Kobler, parlando a Skhirat. “Tutte le parti hanno fatto delle concessioni mettendo l’interesse del Paese davanti a tutto. La comunità internazionale continuerà il suo appoggio al futuro governo libico”. “Le porte rimangono aperte anche per quelli che oggi non erano presenti” a Skhirat, ha scritto su twitter Kobler. “Il nuovo governo si deve muovere urgentemente per rispondere alle preoccupazioni di coloro che si sentono marginalizzati”. “L’Isis rappresenta una sfida per il futuro governo di intesa nazionale. C’è bisogno di un dialogo nazionale globale per trovare un modo per lottare contro i terroristi”, ha rilevato Kobler. “State cambiando le pagine della storia”, ha aggiunto rivolgendosi ai delegati a Skhirat.

La nuova leadership libica, alla conferenza sulla Libia svoltasi questa settimana “a Roma, ha firmato un accordo che non è solo un pezzo di carta”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alla cerimonia di Skhirat. “E’ un impegno solenne per aiutare il popolo” libico, ha detto ancora il ministro. “Ora è prioritario ampliare la base di consenso” al nuovo governo libico nato a Skhirat in Marocco. “L’Italia è pronta a fare la sua parte – ha ribadito il ministro – per dare stabilità e sicurezza al paese”.




ITALIA – A Cagliari, tra regnanti, artiste e letterate di Villanova

Di Agnese Onnis

 Nella prima metà del XX secolo, la città di Cagliari ha visto espandere il suo abitato a partire dai due quartieri storici di Villanova, ad est di Castello, e Stampace, ad ovest, che già da secoli accoglievano le famiglie contadine emigrate dalla vicina pianura del Campidano.

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FOTO 1. MAPPA

La parte più antica di Villanova si riconosce dalle sue casette basse e colorate, che nascondono orti e giardini interni, e da ciò che resta delle minuscole botteghe artigianali sopravvissute alla crisi. Le vigne e i frutteti che circondavano l’area fino alla prima metà dello scorso secolo hanno lasciato gradualmente posto dapprima a villini liberty e palazzine discrete, e infine ad alti edifici abitativi e chiassose strade.

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FOTO 2. VILLANOVA VECCHIA

A fungere da raccordo fra il quartiere arroccato di Castello e il piano di Villanova è il Terrapieno, utilizzato nel XVIII secolo come avamposto delle fortificazioni militari legate ai Savoia e trasformato, negli anni Trenta, in passeggiata panoramica, a un metro e mezzo di altezza al di sopra del viale Regina Elena.

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FOTO 3. TERRAPIENO

La regina Elena è dunque la prima figura femminile che s’incontra nel percorso, cara al popolo e rispettata per la sua generosità. Non amava la vita di corte: indossava il grembiule per dirigere le cameriere, curava personalmente tutti i particolari dei ricevimenti, insegnava alle figlie a cucire, a lavorare a maglia, a fare i dolci. Aveva un gran senso del dovere e della dignità, tanto che per il tragico terremoto di Messina del 1908, si dedicò personalmente ai soccorsi. Durante la prima guerra mondiale fece l’infermiera a tempo pieno e trasformò il Quirinale in un ospedale.  Si interessò alla medicina, fino a meritare una laurea ad honorem; ancora oggi molti ospedali e reparti ospedalieri portano il suo nome. Finanziò opere benefiche e sembra fosse anche intervenuta presso il re a favore degli ebrei, ai tempi delle leggi razziali.

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FOTO 4. VIALE REGINA ELENA

Il Terrapieno si chiude con l’ingresso ai Giardini pubblici, dove, nella palazzina della ex Polveriera, ha sede la Galleria Comunale d’arte diretta da Anna Maria Montaldo, che l’ha valorizzata e fatta emergere a livello nazionale guadagnandole, per la buona gestione, il titolo di secondo museo civico.

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FOTO 5. GALLERIA COMUNALE D’ARTE

La Galleria espone, tra le tante opere, alcune produzioni di artiste. Al piano terra sono in mostra diverse tele della pittrice umbra Deiva De Angelis (Veduta romana, Paesaggio con alberi, Nudo femminile).

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FOTO 6. TESTA DI CONTADINA

Al primo piano sono presenti lavori di Antonietta Raphael Mafai (Testa di contadina, foto 6), Rosanna Rossi (Composizione), Mirella Mibelli (Bagnante), Maria Lai (Ritratto di Salvatore Cambosu), Rita Thermes (Coro a tre voci, foto 7).

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FOTO 7. CORO A TRE VOCI

Per ritrovare tracce femminili nella toponomastica dell’area bisogna procedere a ritroso e percorrere viale Regina Elena in direzione della piazza Costituzione. Da lì, imboccata via Garibaldi e voltato subito a destra su via San Lucifero, s’incrocia la strada dedicata alla grande giudicessa Eleonora d’Arborea, a cui è peraltro intitolato anche l’Istituto Magistrale, oggi Liceo psico-pedagogico.

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FOTO 8. ELEONORA (foto di Daniela Serra)

Alla morte di suo padre, il giudice Mariano IV, Eleonora esercitò il ruolo di reggente per i figli minorenni nel giudicato di Arborea.

La sua forte personalità le permise di ottenere il consenso popolare e di imporsi come legislatrice saggia e capace che alla ‘sardesca repubblica’’ applicò nuove regole e leggi incorporate ai Codici paterni, nella famosa Carta de Logu.

Eleonora detiene, insieme a Grazia Deledda, il primato di intitolazione di strade e piazze nei comuni sardi.

A Cagliari, tra le due protagoniste della storia e della cultura isolana, la distanza è breve.

Imboccata la via Iglesias verso piazza Gramsci, e attraversata via Sidney Sonnino (un tempo via Nuova), s’incontra via Grazia Deledda, di poco esterna all’area originaria di Villanova.

Merita una piccola nota la prima traversa di via Iglesias (oggi via Oristano), un tempo conosciuta come arruga de is Panetteras, la via delle panificatrici, di cui purtroppo non è rimasta traccia.

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FOTO 9. DELEDDA (foto di Daniela Serra)

 Con la Deledda l’Isola entra a far parte dell’immaginario europeo, scrive Dino Manca nella sua introduzione critica e filologica al romanzo L’edera.

Grazia, premio Nobel per la letteratura, nacque nel 1871 a Nuoro. La sua biografia è nota e i suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo.

Quale riconoscimento alla fama della scrittrice, la città di Nuoro ha trasformato la sua casa natale nel bel Museo Grazia Deledda.

Anche Cagliari, con l’intitolazione della strada, testimonia il suo omaggio alla grande scrittrice.

La passeggiata si conclude con un’altra dedica letteraria che compare nella seconda traversa destra di via Deledda.

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FOTO 10. ADA NEGRI

Beneficiaria ne è Ada Negri, lodigiana di umili origini che rivolse gran parte delle sue liriche ai temi sociali, tanto da essere definita la poetessa del Quarto Stato. Vicina alle posizioni mussoliniane, e dunque intellettuale di regime, non rinnegò mai le sue idee. Morì nel 1945 a Milano.

Seppure esuli dal tema del percorso e non abbia riferimenti diretti al mondo femminile, va segnalata, a breve distanza dall’ultima meta, la basilica di San Saturnino e l’adiacente necropoli, considerata uno dei più importanti complessi paleocristiani dell’isola. Anche qui, come sempre, si cela una presenza femminile significativa: furono soprattutto tre donne – Renata Serra, Tatiana Kirova, Letizia Pani Ermini – a fissare e divulgare la datazione della fabbrica originaria tra il V e il VI secolo.

Villanova conserva molti edifici di culto interessanti per la storia e l’architettura cittadina, ma nessuno dei tanti è intitolato a donne. Sarà invece il quartiere di Stampace, oggetto della prossima passeggiata, a riportarci nel mondo delle sante.