ITALIA – Le risorgimentali sulle strade del Veneto

di Nadia Cario

Il lavoro di ricerca iniziato dalle storiche alcuni anni fa, fa emergere L’altra metà del Risorgimento[1], figure femminili estremamente attive nelle lotte per l’Unità d’Italia, in contrasto con le descrizioni contenute nei libri degli storici del Risorgimento. Nel periodo dal 1848 al 1866, anno in cui il Veneto venne unito all’Italia, c’è stata una grande mobilitazione femminile accanto ai compagni combattenti e/o clandestini. Si è sviluppata inoltre una forte solidarietà femminile oltre i confini degli Stati. Donne portatrici di pensieri politici e sociali, con il desiderio di conquistare i diritti di cittadinanza e di parità a tutti gli effetti. Come forme di protesta nascono i primi “flash-mob”: contemporaneamente, senza nessun avviso pubblico, a Venezia in San Marco e a Padova al Santo, le nobildonne Maddalena Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi organizzano una messa solenne in suffragio del defunto Cavour e vanno tutte vestite a lutto coinvolgendo la cittadinanza e riempiendo entrambe le Basiliche. Oppure organizzano all’improvviso delle passeggiate collettive in Prato della Valle vestite in abiti tricolori sotto al naso della stupita polizia austriaca. Nobildonne che affrontano il carcere a testa alta a cui non viene scontato nulla. Donne che hanno dato fondo ai propri beni e messo a disposizione le proprie reti familiari per far espatriare gli esuli, sono poi ritornate nell’ombra nonostante i riconoscimenti pubblici e i doni del re Vittorio Emanuele che al posto di medaglie conferì loro anelli d’oro con gemme tricolori o bracciali con brillanti. Alcune di loro sono ricordate nelle strade del Veneto.

Foto 1. Via_Antonia Masanello_Padova

Foto 1 Antonia Masanello. Padova

Antonia Masanello (Cervarese Santa Croce 28 luglio 1833 – Firenze 20 o 21 maggio 1862)

Nata in provincia di Padova è l’unica garibaldina dei Mille che, facendosi passare per un uomo perché alle donne non era permesso partecipare alla spedizione, combatté con «disinvoltura e coraggio», ottenendo il brevetto di caporale e il congedo con onore dopo la capitolazione della fortezza di Gaeta (13 novembre 1861). Le sue gesta venivano raccontate nei filò che si facevano nelle nostre campagne diventando una leggenda tramandata attraverso il racconto orale. Fuggita con il marito nel 1860 partirono da Genova con destinazione Marsala e raggiunse i Mille a Salemi. Soltanto un paio di ufficiali erano a conoscenza della sua reale identità ed ebbero a dichiarare che Tonina “avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito”. Finita la missione con i mille si stabilì a Firenze, dove terminò i suoi giorni nella primavera del 1862.

Foto 2. Strada Laura Solera Mantegazza_Padova

Foto 2 Laura Solera Mantegazza. Padova

Laura Solera Mantegazza (Milano, 15 gennaio 1813 – Cannero Riviera, 15 settembre 1873)

Laura Solera è stata, con Teresa Gonfalonieri e Adelaide Cairoli, una delle donne più attive per il progresso civile dell’Italia in epoca risorgimentale. Nata a Milano, dopo la morte della madre e la fuga del padre in Svizzera per motivi politici, viene affidata ad un medico milanese amico di famiglia che la considera come una figlia. Si sposa diciassettenne e si dedica alla loro educazione. Nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano organizza l’assistenza dei feriti. Negli stessi giorni viene pubblicato il suo scritto “Madre Lombard”, un incitamento all’impegno sociale e politico delle donne. In questo periodo fonda il Ricovero dei bambini lattanti, la Scuola per adulte analfabete e la Scuola Professionale femminile. Da ultima crea l’Associazione generale delle opere milanesi, un’associazione comprensiva di tutte le altre precedenti da lei istituite.

Foto 3. Via Adelaide Ristori_Padova

Foto 3 Adelaide Ristori. Padova

Adelaide Ristori (Cividale del Friuli 30 gennaio 1822 – Roma 9 ottobre 1906)

Attrice ammirata e apprezzata, recita nei teatri di tutto il mondo facendo conoscere l’arte drammatica italiana. Recita anche in inglese e in francese. Oltre al successo, guadagna molti soldi, cosa eccezionale per l’epoca. Si sposa con Giuliano Capranica del Grillo che la segue nella sua attività. Nel 1855 fa la sua prima tournée all’estero, a Parigi, dove debutta con Francesca da Rimini di Silvio Pellico e trionfa con Mirra di Vittorio Alfieri. Qui viene in contatto con numerosi fuoriusciti italiani come Daniele Manin. Lei stessa non perde occasione per rivendicare il problema dell’unità nazionale italiana nei teatri in cui si esibisce in terra italiana ma ancora sotto il dominio asburgico o borbonico. Regolarmente i suoi spettacoli vengono interrotti dalla polizia: dal palcoscenico lancia slogan a favore dell’Italia e di Vittorio Emanuele II. Per il suo patriottismo riceve gli elogi da Cavour che le affida nel 1860, in occasione della sua prima tournée a San Pietroburgo, una delicata missione presso la corte dello Zar. In Inghilterra, viene accolta con entusiasmo, soprattutto dagli immigrati italiani che si presentano alle sue recite sventolando nastri con il tricolore. Si ritira dalle scene nel 1855 occupandosi di assistenza ai bisognosi, emancipazione e diritti delle lavoratrici.

Foto 4. Gualberta Alaide Beccari_PD

Foto 4 Gualberta Alaide Beccari. Padova

Gualberta Alaide Beccari (Padova 19.06.1842 – Villa S. Michele in Bosco 09.1906)

Nasce in una famiglia di idee repubblicane nella quale i sentimenti patriottici sono intrecciati con la passione per il teatro e un forte senso di impegno civile. I genitori sospettati di attività rivoluzionaria dalla polizia austriaca, nel 1859 si trasferiscono con la famiglia a Modena tra degli esuli veneti.

Gualberta fin da giovane manifesta il desiderio di diventare giornalista per battersi in favore dei diritti delle donne; diventa così protagonista di un’intensa stagione di dibattiti sull’emancipazione che le istanze risorgimentali incoraggiavano, nei quali rivendica la necessità di un rinnovamento morale della figura femminile quale base per il consolidamento della neonata nazione italiana. Il suo pensiero si basa sull’ideologia politica di Mazzini, che riconosce alle donne la cittadinanza sociale, professionale e politica, affermando che non solo devono essere ammesse al voto, ma possono anche essere votate ed elette come rappresentanti del popolo. Tornata in Veneto dopo l’annessione, strumento di questa battaglia è la rivista La Donna da lei fondata nel 1868 a Padova, riunendo attorno a sé un gruppo di poete, letterate, insegnanti, intellettuali, tra cui Anna Maria Mozzoni, Elena Ballio, Luisa Tosco, Giorgina Saffi. La rivista s’impone fin dal suo esordio come il più importante organo di discussione e informazione del primo movimento emancipazionista italiano, facendosi conoscere e apprezzare in tutta Italia.

Foto 6. Via Erminia Fuà Fusinato_Rovigo

Foto 5 Erminia Fuà Fusinato. Rovigo

Erminia Fuà Fusinato (Rovigo 23.10.1834 – Roma 30.09.1876)

Manifesta fin da ragazza un forte senso patriottico e comportamento deciso, amante delle lettere con la passione per la poesia. Partecipa agli avvenimenti risorgimentali attraverso l’attività cospiratrice del padre. Nel 1856, contro la volontà del padre, sposa Arnaldo Fusinato, poeta e patriota e intraprende l’attività insurrezionale con lui e il cognato Clemente diventando ben presto una loro importante collaboratrice nei collegamenti con il Comitato centrale di Alberto Cavalletto a Torino. E’ attiva tra Padova e Castelfranco. Insieme al marito e all’amica Enrichetta Usuelli Ruzza lavora nella rete cospirativa dei moderati e scrive poesie patriottiche. Nel 1861 si reca in Piemonte con un comitato di patrioti veneti e rivolge al re il famoso appello: “Sire, i Veneti soffrono e vi aspettano”. Nell’ottobre 1864, con i figli raggiunge il marito in esilio a Firenze.Dopo l’annessione del Veneto ricopre diversi ruoli pubblici e ufficiali come Ispettrice delle scuole femminili e come Direttrice della Scuola Superiore femminile della Palombella di Roma.

Foto 8. Via Teresa Casati_Mestre_VE

Foto 6 Teresa Casati Mestre-Venezia

Teresa Casati (Milano 17 settembre 1787 – 26 settembre 1830)

Di nobile famiglia milanese, sposa il conte Federico Confalonieri, carbonaro e massone. Lei è una “giardiniera”, la carboneria femminile, che invece di incontrarsi nelle “vendite” si incontra nei giardini o nei salotti. I due hanno una forte intesa intellettuale testimoniata dalle lettere che si scrivono quando sono lontani. Nel suo salotto Teresa mantiene i contatti con i più autorevoli liberali lombardi, e più frequentemente anche nel foyer della Scala. Dopo la sconfitta di Napoleone, a Milano arrivano gli austriaci che cominciano ad arrestare da subito alcuni cospiratori. La coppia intraprende un viaggio-fuga verso sud pedinati dalla polizia che registra tutti gli spostamenti e gli incontri. In questo viaggio Teresa matura l’idea che la soggezione in cui si trova il popolo, specie nello Stato della Chiesa, è il frutto di una educazione scolastica che fin dai primi anni sottomette il ragazzo impedendogli di pensare. Bisognava perciò sottrarre i giovani al dominio pedagogico esercitato dagli istituti religiosi e promuovere nuove forme di insegnamento. Comincia così a raccogliere fondi per creare nuove scuole che si ispirassero a nuovi modelli pedagogici favorendo idee libertarie, modelli come quelli del maestro Giacinto Mompiani che va a conoscere. Istituisce alcune scuole di insegnamento mutuo con l’aiuto del marito e mobilita le amiche giardiniere per finanziarle. Arrivate a 500 iscritti, le autorità, considerandole pericolose, fanno chiudere le scuole di insegnamento mutuo. Arrestato il marito per alto tradimento, Teresa si spenderà in viaggi a Vienna presso l’imperatore per salvarlo.

Jessie White Mario (Gosport 9.5.1832 – Firenze 5.3.1906)

 Giornalista inglese in Italia per raccontare il nostro risorgimento ne divenne la patriota più ardente. Definita “Miss Uragano”, seguace di Mazzini, infermiera in quattro campagne con Garibaldi, venne incarcerata dove conobbe un altro patriota di Lendinara (RO) Alberto Mario che sposò. Visse anche a Lendinara dove esiste tuttora la casa e la tomba nel cimitero locale. Amica di Carducci, di Anna Kulischioff, di Anna Maria Mozzoni, di Gualberta Beccari. Da rapporti della polizia risulta attiva a Padova nella raccolta di fondi a seguito delle Cinque Giornate di Milano. Dal 1870 si occupa in tre progetti di ricerca riguardanti:

  • il problema della pellagra nelle campagne, dovuta alla cattiva alimentazione dei braccianti.
  • la ricerca sulle condizioni dei poveri di Napoli, vista erroneamente dal governo come una città molto prosperosa. Da questa sua ricerca fu pubblicato un libro – La miseria di Napoli – nel 1877.
  • la salute dei minatori nelle solfatare siciliane. Una denuncia del largo uso di lavoro minorile e delle cattive condizioni di lavoro e di salute dei minatori siciliani che arrivavano ad essere inidonei al servizio militare.

Foto 11. Anita Garibaldi_Rovigo

Foto 7 Anita Garibaldi Rovigo

Anna Maria de Jesus Ribeiro da Silva (Morinhos Brasile 30 agosto 1821 – Mandriole Ravenna 4 agosto 1849)

Rivoluzionaria brasiliana naturalizzata italiana incarna l’ideale di amazzone che lotta per i diritti dei popoli. Nel 1840, in Brasile, combatte nella battaglia di Curitibanos e viene presa prigioniera dalle truppe imperiali brasiliane. Con uno stratagemma riesce a fuggire a cavallo e raggiunge il compagno Garibaldi nel Rio Grande do Sul. Grazie alla sua abilità a cavallo, sfugge ad una nuova cattura. Con il figlio appena nato lasciano il Brasile per andare a vivere in Uruguay dove si fermano sette anni e consolidano il loro rapporto con altre nascite e il matrimonio. Quando giungono dall’Europa notizie delle prime rivoluzioni europee decidono di partire per l’Italia e Anita con i figli si imbarca per raggiungere Nizza dove trova ospitalità dalla madre di Garibaldi. Gli eventi della Repubblica Romana vedono Garibaldi a Roma e Anita lo raggiunge per combattere. Nella fuga verso la Repubblica di Venezia Anita contrae la malaria, che la fermerà a Mandriole di Ravenna. E’ conosciuta come l’Eroina dei Due Mondi.

Foto 12. Via_Maddalena Montalban Comello_Conegliano_TV

Foto 8 Maddalena Montalban Comello. Conegliano (TV)

Maddalena Montalban Comello (Conegliano 16 settembre 1820 – Venezia 31 maggio 1869).

Contessa di idee mazziniane partecipa attivamente alla vita della Repubblica di San Marco (1848-1849) aderisce con Elisabetta Michiel Giustinian, Teresa Manin, Teresa Mosconi Papadopoli e altre, alla Pia associazione pel soccorso ai militari raccogliendo fondi sia per la cura che per l’equipaggiamento dei battaglioni. Mette a disposizione le sale del proprio palazzo per la cura dei feriti. E’ tra le fondatrici del “Circolo delle Donne italiane” uno dei pochi giornali italiani femminili del ’48. Coordina il comitato rivoluzionario di Venezia e promuove iniziative, tra cui quella di far forgiare una spada da donare a Garibaldi a nome delle venete, per far liberare il Veneto che le costerà il carcere. Collabora sia con le organizzazioni democratiche e rivoluzionarie che con le organizzazioni moderate ponendo come ideale il raggiungimento dell’unità d’Italia. Sostiene l’azione di Garibaldi nell’impresa di Mentana spedendo alcune centinaia di camicie rosse fatte confezionare apposta dalle donne del comitato. In una lettera a Garibaldi, afferma: «La natura mi fece il torto di farmi donna perché il nostro sesso è pieno di schiavitù».

Nel 1861 viene arrestata una prima volta con altre cospiratrici unitarie, nel 1863 con Leonilde Lonigo Calvi con l’accusa di perturbazione di pubblica tranquillità e di alto tradimento, facendosi in tutto 28 mesi di reclusione. Definita cospiratrice di tutto rispetto viene inserita, unica donna, tra gli allontanati da Venezia con il bando del 1866. Dopo l’annessione viene ricevuta, assieme a poche altre patriote dal Re Vittorio Emanuele II che le fa omaggio di anello con pietre tricolori. Nel 1867 Garibaldi le rende visita, un anno prima della morte, causata da una malattia contratta in carcere.

[1] Nadia Maria Filippini, Liviana Gazzetta, a cura di, L’altra metà del Risorgimento. Volti e voci di patriote venete, Cierre, 2011




FRANCIA – Finalissima Euro 2016 Francia – Portagallo. Islanda la vincintrice simbolica

L’Europa ha assistito attonita al risultato del referendum sulla Brexit che ha decretato l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea. Contemporaneamente, lo svolgersi dei campionati di calcio Euro 2016 ha in un primo momento distolto l’attenzione delle masse, ciò nonostante l’Europa si è ritrovata frammentata e claudicante, infatti sull’onda della Brexit, altri paesi membri dell’UE, tra cui la Francia, paese ospitante dell’edizione 2016, si sono interrogati sulla probabilità di non essere più parte di un’Europa che pare aver perso la sua identità.
In Italia da alcuni anni si discute su questa tematica, ma in questo momento il coraggio e l’audacia degli azzurri in campo ha distolto l’attenzione degli Italiani. La squadra azzurra sin dal principio era stata data per perdente, infatti in molti non avrebbero scommesso che avrebbe superato la fase preliminare, invece sin dalla prima partita hanno mostrato grinta e valore battendo il Belgio che risultava essere tra le favorite. L’Italia si è classificata prima nel suo girone e negli ottavi ha battuto la Spagna, squadra tra le più temute. Ai quarti si è dovuta arrendere ai rigori contro i teutonici campioni del mondo .
La delusione è giunta proprio quando il sogno europeo covato per 48 anni sembrava trasformarsi in realtà .
Gli azzurri sono tornati a casa con un trofeo simbolicamente più importante, perché grazie al duro lavoro dei giocatori e del loro allenatore Antonio Conte, hanno riportato gli italiani a credere nella nazionale di calcio divenuta sinonimo di unità.
Unica nota negativa è stata dovuta al comportamento semplicistico e irriverente di Pellé nei confronti del portiere tedesco Neuer. L’attaccante italiano nelle precedenti partite si era mostrato decisivo segnando 2 gol decisivi, uno durante la partita col Belgio e l’altro contro la Spagna.
La finale degli europei si disputerà tra la squadra del Portogallo e quella della Francia, domenica 10 luglio alle 21:00 a St Denis presso lo Stade de France che ha ospitato l’apertura di Euro 2016, ma in molti hanno decretato l’Islanda come vincitrice simbolica, che ha per la prima volta partecipato agli europei, strappando la qualificazione, sconfiggendo nel 2014 l’Olanda. L’Islanda è stata sconfitta il 3 Luglio dalla Francia, ma dopo la partita tutti gli spettatori hanno cantato con i calciatori Islandesi l’inno nazionale, nel pieno rispetto di valori quali solidarietà e condivisione.
Non ci resta che incrociare le dita per l’Europa sempre più priva di dignità e, calcisticamente parlando, che vinca la migliore!




ITALIA – Regine in città: Margherita di Savoia

di Livia Capasso

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FOTO 1. Intitolazioni a Torino. Foto di Loretta Junck

Margherita ed Elena, la prima e la seconda regina d’Italia, detengono un primato: insieme alla giudicessa Eleonora d’Arborea sono le uniche laiche tra le prime dieci figure femminili più frequenti nella toponomastica dei comuni italiani.

A Torino la regina Margherita si vide intitolare, ancor prima della sua morte, il lungo corso che attraversa tutta la città, da Ovest a Est, supera la Dora e arriva fino al Po, e il suo nome si ripete su un ponte, una piazza e in più scuole.

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FOTO 2. Roma. Foto di Ginevra Maccarrone

A Roma ci sono ben quattro aree di circolazione a lei dedicate – una galleria, un ponte, una piazza e un viale – ma la regina compare sulle strade di tantissime altre città, grandi e piccole, da Sud a Nord. A volte la si trova associata al suo re, come a Rovigo e Bisceglie, mentre altre volte compare da sola.

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FOTO 3. Rovigo. Foto di Maria Pia Ercolini

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FOTO 4. Bisceglie. Foto di Silvia La Franceschina

Eccola dunque in Sicilia a San Vito Lo Capo; in Basilicata a Corleto Perticara; in Puglia a Taranto; in Sardegna, a Calasetta; in Lombardia a Milano…

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FOTO 5. San Vito Lo Capo. Foto di Barbara Belotti

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FOTO 6. Corleto Perticara. Foto di Caterina Falotico

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FOTO 7. Taranto. Foto di Virginia Mariani

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FOTO 8. Calasetta. Foto di Laura Candiani

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FOTO 9. Milano. Foto di Rosa Enini

Margherita ed Elena sono state anche ampiamente ritratte in incisioni, litografie, fotografie, dipinti, statue, francobolli e copertine illustrate di settimanali. Esaminando questo ricco materiale, è possibile anche valutare la diversa personalità delle due sovrane.

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FOTO 10. Ritratto1

Margherita nacque a Torino nel 1851, da Ferdinando di Savoia ed Elisabetta di Sassonia. Bionda, di carnagione chiara, con due occhi azzurrissimi e un bel decolleté, nascondeva le gambe corte facendosi vedere spesso seduta in carrozza o nei palchi dei teatri. Profondamente cattolica, aveva un carattere forte e deciso, e un grande senso della dignità e del dovere. A diciassette anni sposò il cugino Umberto, primogenito del re Vittorio Emanuele II ed erede al trono dei Savoia; nel 1869 nacque il loro unico figlio, Vittorio Emanuele, futuro Vittorio Emanuele III. Nel 1878 Margherita diventò regina d’Italia.

Questo ritratto, opera di Michele Gordigiani, è forse quello più famoso della regina Margherita, che amava indossare abiti sontuosi, ricami, cappellini, guanti, fiocchi e pizzi. E amava follemente i gioielli: possedeva 16 fili di perle dei quali amò ornarsi, tanto da essere chiamata “La regina delle perle”. Anche se era consapevole che ogni filo di quelle perle, che Umberto le regalò negli anni del loro matrimonio, corrispondeva a un tradimento.

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FOTO 11. Ritratto Gordigiani

Una volta a settimana radunava attorno a sé al Quirinale il meglio della cultura italiana e di quella europea di passaggio nella capitale. Fu amica di Edmondo de Amicis, conobbe Alessandro Manzoni, fu esaltata da Fogazzaro, Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli. Giosuè Carducci le dedicò una delle sue Odi barbare (“Alla Regina d’Italia”). Era attratta dalla musica, soprattutto quella da camera; grazie ad una borsa di studio da lei concessa, il giovane Giacomo Puccini poté completare gli studi al Conservatorio di Milano.

Appassionata alpinista, Margherita scalò, prima donna, una delle più alte vette delle Alpi, il Monte Rosa. Per questo motivo le venne dedicato un rifugio, costruito in prossimità della cima della montagna.

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FOTO 12. Capanna Margherita

Il 29 luglio del 1900 re Umberto I fu assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci , e il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III. La regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. Stabilì la sua residenza a palazzo Piombino in via Veneto che da lei prese il nome di palazzo Margherita (oggi il palazzo ospita l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma) e, finita la guerra, si rifugiò a Bordighera, dove morì nel 1926 a 75 anni.




ITALIA – Memorie femminili a Villa Sciarra

Villa Sciarra, preziosa area verde del quartiere Monteverde Vecchio, non lontana dalla più vasta e celebre Villa Pamphili, conserva memorie storiche femminili assolutamente insospettabili, come un filo continuo che dal mondo antico giunge fino al XX secolo.

Il parco era in passato il Lucus Furrinae, un bosco sacro dedicato a Furrina, una delle prime divinità di Roma. Legata probabilmente alle acque sotterranee e ai pozzi utilizzati per il loro sfruttamento, le era dedicata una fonte sacra qui e una ad Arpino, ricordata anche da Cicerone, e il suo culto si celebrava il 25 luglio con le Furrinalia.
Il nome di Furrina, che per assonanza fu anche associato alle Furie, si trasformò presto tanto che cominciò a essere ricordato con il plurale Furrinae o nymphae Forrinae; in età imperiale il culto si era già disperso probabilmente assorbito dal quello per il dio Nettuno.
Gran parte del parco di Villa Sciarra costituiva gli Horti di Cesare, la villa suburbana in cui venne ospitata Cleopatra, insieme al figlio Cesarione, durante il soggiorno a Roma tra il 46 e il 44 a. C.
La regina d’Egitto, di vasta e raffinata cultura, trasformò gli Horti in una vera corte, realizzando opere edilizie di grande sfarzo, sontuosi mosaici pavimentali e affreschi parietali ispirati a temi mitologici. Quelli che dovevano essere campi coltivati vennero mutati da Cleopatra in giardini delle delizie e la villa ospitò cenacoli intellettuali in cui si parlava greco, si discuteva di filosofia e si declamavano versi. Sallustio, Orazio ancora molto giovane e un altrettanto giovane Virgilio furono fra i letterati ammessi a questa discussa e controversa “corte imperiale”.

Se nel Medioevo la villa fece parte dei possedimenti del convento di san Pancrazio, in seguito appartenne a numerose e importanti famiglie romane, dai Frangipane ai Mignanelli che ebbero la fortuna di veder realizzati, proprio durante il periodo di loro possesso, le Mura Gianicolensi; grazie alla nuova cinta muraria crebbe il valore economico della proprietà che, protetta da un bastione murario, si trasformò da villa suburbana in villa urbana. L’accresciuto valore consentì a Alessandro Mignanelli di assegnare il possedimento alla figlia Margherita che, nel 1647 sposò Domenico Vaini. Donata dal Vaini al cardinale Antonio Barberini “vita natural durante”, dopo la morte del cardinale fu oggetto di contesa fra le due famiglie e nel 1672 tornò nelle mani della legittima proprietaria, come si legge nell’atto di concordia stipulato tra Margherita Mignanelli, il cardinale Francesco Barberini e il principe Maffeo Barberini.

La grande storia ha in seguito attraversato la villa romana e l’ha trasformata in uno degli scenari di scontro fra garibaldini e truppe francesi durante i giorni di resistenza della Repubblica Romana nel 1849.

Foto.1.ROMA.VILLA SCIARRA. MPE.ORIZZ

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A ricordo di quelle giornate uno dei viali del parco, quello che sale dall’entrata di via Dandolo, ricorda Margaret Fuller Ossoli, giornalista americana che si impegnò con coraggio nelle vicende della Repubblica Romana, prima donna degli Stati Uniti a ricoprire il ruolo di corrispondente dall’estero. Giunta a Roma nel 1847, Margaret abbracciò le idee mazziniane per l’indipendenza italiana e, durante le vicende della Repubblica Romana, divenne responsabile del servizio di ambulanza e regolatrice dell’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina.

La villa fu seriamente danneggiata da quei combattimenti e gli interventi di restauro sulle costruzioni e sul parco furono voluti da Carolina d’Andrea di Pescopagano, moglie di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra proprietario della tenuta. A lei si deve l’inserimento nel giardino di elementi esotici, come prescriveva il gusto di fine Ottocento, come un padiglione cinese e la creazione di serre in vetro e ghisa.
In questo parco Gabriele D’Annunzio, amico di Maffeo II figlio della principessa Carolina, ambientò il duello fra Andrea Sperelli e Giannetto Rutolo de Il Piacere.
Al giovane rampollo Maffeo II si deve invece il declino della proprietà che, dopo una fallita speculazione edilizia e il passaggio alla Banca Tiberina e alla Banca d’Italia, molto ridimensionata nell’estensione, fu acquistata nel 1902 dal diplomatico statunitense George Washington Wurts.

Foto.2- piazzale Wurts.Foto Barbara Belotti

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A lui e a sua moglie Henriette Tower

Foto.3- Henrietta Tower Wurts con il marito George W. Wurts

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si deve l’aspetto attuale. Entrambi appassionati dell’Italia e della sua arte, vollero riportare la proprietà ai fasti passati conferendole un aspetto eclettico. Henriette, ricchissima ereditiera della Pennsylvania, appassionata di arte e di botanica, contribuì sensibilmente, e non solo in termini economici, alla nuova sistemazione.
Furono inserite nel verde numerose statue settecentesche in arenaria, realizzate da Giovanni Ruggeri e provenienti dal Palazzo Visconti di Brignano Gera d’Adda, in Lombardia, come la bella Fontana dei Satiri

alla cui sommità sono riprodotti un biscione ondulante e un fanciullo, simboli dello stemma dei Visconti; di fronte alla fontana si erge una grande voliera in ferro realizzata per l’allevamento dei pavoni bianchi.

Foto.4- Fontana dei Satiri.Foto Barbara Belotti

Foto.5. MPE

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Questa parte del parco ha un aspetto che richiama la tradizione del giardino all’italiana, con sculture, aiuole, siepi e vialetti dall’impianto regolare. Due di questi viali sono dedicati ad altrettanti figure femminili: Rosa Vagnozzi e Antonietta Klitsche.
Rosa, nata a Roma nel 1857, era una giovane colta e intelligente che si laureò in Lettere dedicandosi in seguito all’insegnamento in una scuola magistrale. Come educatrice pensò a una letteratura rivolta alle giovani e ai giovani e scrisse racconti e romanzi storici. Collaborò con l’Osservatore Romano e con altri periodici cattolici firmando i suoi interventi con lo pseudonimo “Myrmica parva” (piccola formica). Fece parte, come socia, dell’Accademia Tiberina, una prestigiosa istituzione fondata a Roma nel 1813 con lo scopo di studiare e promuovere “le scienze e le belle lettere”. Rosa Vagnozzi è morta a Roma nel 1935.

Foto.6-Viale Rosa vagnozzi. Foto di barbara Belotti

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Anche Antonietta Klitsche de la Grange collaborò con l’Osservatore Romano. La sua carriera letteraria vanta più di 100 titoli, fra romanzi, racconti storici e saggi. Nata a Roma nel 1832, Antonietta venne nominata dal Comune di Allumiere Ispettrice delle scuole elementari femminili. Fece parte dell’Arcadia firmando i suoi contributi letterari con il nome di Asteria Cidonia. Antonietta Klitsche de la Grange morì nel 1912.

Foto.7-Viale A.Klitsche.scrittrice. Foto di Barbara Belotti

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Camminando lungo i viali si incontrano statue allegoriche e fontane come quella decorata con piccoli tritoni e lo stemma araldico dei Visconti

Foto.8-Fontana con stemma Visconti. Barbara Belotti

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o quella delle Sfingi, di fronte al Casino Nobile;

Foto.9-Casino nobile e fontana delle Sfingi. Foto Barbara belotti

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più in alto, sulla cosiddetta Montagnola all’altezza della cinta muraria, la gloriette, un padiglione circolare con cupola metallica originariamente rivestita di porporina dorata, si apre sull’ampio panorama verso i Castelli Romani.

Foto.10- la gloriette. Foto di Barbara Belotti

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Il Casino Nobile ospitò numerosi ricevimenti della coppia Wurts-Tower fino al 1914 quando, durante la Prima Guerra mondiale, la villa fu utilizzata come ospedale per i militari affetti da disturbi psichici.
Nel 1930 l’intera proprietà fu donata da Henriette Tower allo Stato Italiano, insieme alla somma di 50.000 dollari per il suo mantenimento; unica condizione posta dalla ricchissima americana fu che Villa Sciarra-Wurts diventasse un parco pubblico aperto alla cittadinanza;l’anno successivo il Casino nobile fu consegnato all’Istituto Italiano di Studi Germanici, che ancora oggi ha qui la sua sede.
Una lapide ricorda la donazione e i nomi di George Wurts e di Henriette Tower Wurts, mentre uno scalpello ha cancellato il riferimento al nome di Benito Mussolini.

Foto.11-Lapide.Barbara belotti

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Henriette Tower, morta a Lucerna nel 1933, è stata seppellita nel Cimitero acattolico di Testaccio accanto a suo marito.

FOTO:

  1. Villa Sciarra – Viale Margatet Fuller Ossoli – Foto di Maria Pia Ercolini
  2. Villa Sciarra – Piazzale Wurts – Foto di Barbara Belotti
  3. George W. Wurts e Henriette Tower Wurts
  4. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana dei Satiri, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  5. Villa Sciarra – la Voliera – Foto di Maria Pia Ercolini
  6. Villa Sciarra – Viale Rosa Vagnozzi – Foto di Barbara Belotti
  7. Villa Sciarra – Viale Antonietta Klitsche – Foto di Barbara Belotti
  8. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana con stemma dei Visconti, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  9. Villa Sciarra – Il Casino Nobile e la Fontana delle Sfingi – Foto di Barbara Belotti
  10. Villa Sciarra – La gloriette – Foto di Barbara Belotti
  11. Villa Sciarra – Lapide commemorativa – Foto di Barbara Belotti




ITALIA – Le corti femminili e maschili di Venezia e Mestre

di Nadia Cario

 A Mestre, nel rione di Viale San Marco, esistono due quartieri chiamati Corti femminili e Corti maschili. Ideati nel dopoguerra per rispondere al sovraffollamento del centro storico di Venezia, l’intenzione di realizzare questo villaggio nasce dall’idea di ricreare il paesaggio urbano veneziano in terraferma, con case aperte sulle corti che da sempre hanno facilitato la socializzazione, per consentire alle persone che dovevano abbandonare Venezia, di poter ritrovare a Mestre condizioni simili di vita.

Il progetto viene realizzato a metà degli anni ’50.

Le Corti femminili intorno a cui vengono costruite le case – sviluppate al massimo su due piani, con ampie corti collegate da calli – hanno i nomi di figure tratte dalle opere del drammaturgo veneziano Carlo Goldoni, che nel suo teatro ha introdotto un linguaggio preso dalla quotidianità, dando voce a popolane piene di freschezza e vitalità: attive, vivaci, intraprendenti che agiscono amministrando e curando interessi e reputazione.

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Foto 1 – Corti Femminili

Rosaura è La vedova scaltra, giovane e ricca, che ha vari pretendenti tra i quali sceglie, dopo varie “messe alla prova” da lei ideate, chi le è più fedele.

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Foto 2 – Corte Rosaura

 Mirandolina è la famosa protagonista de La locandiera: fiorentina esuberante, complessa, intelligente, sempre lucida e capace di autocontrollo, riesce a superare ogni ostacolo per badare ai propri interessi assicurandosi benessere economico e mantenendo un costante equilibrio tra reputazione, tornaconto e libertà.

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Foto 3 – Corte Mirandolina

Diverso è il ruolo di Clorinda presente nell’opera Gl’innamorati; è una figura secondaria che si trova ad essere di ostacolo, senza volerlo, tra l’amore di Fulgenzio (presente nelle Corti maschili) e l’innamorata Eugenia, amore che andrà a buon fine.

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Foto 4 – Corte Clorinda

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Foto 5 – Corte Fulgenzio

I personaggi delle opere di Goldoni sono frutto di un’attenta osservazione della realtà veneziana del ‘700 nelle sue multiformi manifestazioni, portando così in scena caratteri che si destreggiano nell’arte di vivere mescolando gioie, dolori, imbarazzi, fraintendimenti e ironia.

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Foto 6 – Corte Marina

Marina, Lunardo e Lucietta sono tre soggetti de I Rusteghi: Lucietta è figlia di Lunardo che ha deciso di farle sposare un giovane senza prima farli incontrare, mentre Marina è la zia del futuro sposo che lo aiuta, attraverso lo stratagemma di farlo travestire da donna, a incontrare la promessa sposa.

Foto 7 – Corte Lunardo

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Foto 8 – Corte Lucietta

Goldoni ha dato voce e intelligenza all’agire femminile nel secolo dei lumi: Corallina è La serva amorosa e nella prefazione all’opera l’autore scrive «Non ostante che la mia Serva Amorosa abbia avuto sì bell’incontro a Bologna, a Milano, e a Venezia, non manca a lei la sua critica. Dicesi che Corallina parla più che da Serva, ed opera con troppo ingegno e con troppo fina condotta. Ciò è vero, se tutte le Serve hanno ad essere quelle sciocche, che tali Critici avranno praticato sol tanto; ma io ne ho conosciute delle bene educate, delle pronte di spirito, capaci de’ più difficili, de’ più delicati maneggi. Io non imbarazzo questa mia Serva in cose superiori al femminile talento: ella è una femmina più accorta di molte altre, siccome lo è effettivamente l’Attrice medesima, che ha tal carattere rappresentato.»

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Foto 9 – Corte Corallina

La vivace Smeraldina è la servetta di Clarice nell’opera Il servitore di due padroni che si fa portavoce delle donne, ribadendone l’importanza e denunciando i soprusi degli uomini.

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Foto 10 – Corte Smeraldina

Orsetta la troviamo ne Le baruffe chiozzotte che raccontano del “popolino” di Chioggia: donne sedute per strada a ricamare e cucire che litigano aspettando il ritorno dal mare dei fidanzati pescatori con i quali la gelosia li fa litigare in un crescendo che si conclude poi in lieto fine.

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Foto 11 – Corte Orsetta

Zanetta, oltre ad essere presente in un’opera, è il nome dell’attrice Giovanna Maria Farussi (Venezia 27.8.1707 – Dresda 29.11.1776) detta appunto Zanetta. Questa attrice talentuosa fu anche abile amministratrice dei propri interessi, che gestiva direttamente. Si esibì in Italia e all’estero. A Verona conobbe Goldoni che nel 1734 scrisse per lei La pupilla. Recitò a San Pietroburgo e venne chiamata a Dresda, dove si stabilì definitivamente. Sposò a 16 anni Gaetano: il loro primo figlio fu Giacomo Casanova.

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Foto 12 – Corte Zanetta

Accanto alle figure delle opere goldoniane nel 2012 sono state intitolate due strade delle Corti femminili a importanti letterate del ‘700 veneziano, contemporanee di Goldoni. Anche loro ebbero a che fare con il teatro e le opere teatrali.

Elisabetta Caminer (Venezia 29.7.1751 – Orgiano 7.6.1796) fu editrice, giornalista, letterata, traduttrice e poeta. Grazie all’attività svolta con l’Europa letteraria – foglio di tendenza impegnato a diffondere la letteratura moderna francese e a riunire l’intelligenza italiana contemporanea – e alla traduzione delle commedie francesi – che attraverso la loro rappresentazione in teatro educavano il popolo alla libertà – è stata una delle protagoniste dell’illuminismo veneto e veneziano. Il suo salotto divenne centro di raccolta intellettuale e culturale.

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Foto 13 – Via Elisabetta Caminer

La colta Luisa Bergalli (Venezia 10.04.1703 – 18.7.1779), dalla vita sociale molto intensa, fu poeta, drammaturga, traduttrice e critica letteraria. Spaziò in diversi generi teatrali quali il melodramma, la tragedia, la commedia, frequentando la bottega della pittrice Rosalba Carriera.

A ventidue anni una sua opera venne messa in scena al teatro San Moisè e ne aveva 23 quando debuttò nella critica letteraria con un’antologia dal titolo I componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo, considerata la prima antologia della poesia femminile realizzata da una donna che suggerisce, di fatto, un nuovo canone di lettura.

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Foto 14 – Via Luisa Bergalli

Il personaggio Cristofolo è lo zio di Anzoletto, novello sposo nell’opera La casa nova alle prese con una serie di disavventure.

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Foto 15 – Corte Cristofolo

Lindoro è l’innamorato ricambiato di Zelinda ne Gli amori di Zelinda e di Lindoro. Il loro amore viene contrastato da rivalità e gelosie.

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Foto 16 – Corte Lindoro

 Todero è il nome del vecchio fastidioso della commedia Sior Todero Brontolon che oltre ad essere brontolone è avaro e superbo. Nipote di Todero è la giovane Zanetta (presente nelle Corti femminili) e Giovanna Maria Farussi. La morale della Commedia consiste nel mostrare l’odiosità del protagonista, affinché quelli che si trovano, per loro disgrazia, da questa malattia attaccati, se ne correggano.

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Foto 17 – Corte Todero

Ridolfo è il caffettiere-padrone ne La bottega del caffè: dal centro della piazza vede e partecipa a ciò che succede intorno, prendendosi a cuore la sorte di un giovane mercante che si sta rovinando la vita perdendo tutto al gioco.

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Foto 18 – Corte Ridolfo

Vite che si intrecciano tra realtà, storia e fantasia, riscritte ed esposte sul territorio veneziano.

 

 




Le donne di Maggio

Di Paola Spinelli e Maria Pia Ercolini

Dalla rubrica SIGNORE SI NASCE di Toponomastica femminile

Io mi sentivo libera e leggera
come quei fiocchi bianchi di pelurie
che si sprigionano dai pioppi, in maggio
e cercan l’alto.

Antonia Pozzi ci introduce con questi versi alle donne nate a maggio che “cercan l’alto”.

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“Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia”, così scrive di sé Laura Betti, che in realtà inaugura il nostro mese perché nata il primo giorno di maggio. La ammiriamo come cantante e attrice, donna intelligentissima e dal carattere difficile, ideatrice e direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini.

2.2-9 MAGGIO

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Il 2 di maggio ci regala ancora due attrici: Fiammetta Baralla, grande caratterista del cinema e della televisione, ma anche interprete del teatro d’avanguardia e Norma Aleandro, la “pasionaria” argentina, combattente dello schermo e della vita, attrice e intellettuale di posizioni progressiste.

Il 3 ci porta Mary Astor, un’attrice che ha saputo reinterpretarsi più di una volta, da femme fatale, alla più classica delle dark lady (Il mistero del falco) fino a diventare la madre saggia di Piccole donne (edizione del 1949) o di Incontriamoci a Saint Louis di Vincente Minnelli.

Il giorno 4 è la volta di Audrey Hepburn, troppo fragile per realizzare il suo sogno di fare la ballerina, ma che divenne invece un’attrice talentuosa che impose un nuovo modello di bellezza femminile. Fu ambasciatrice dell’UNICEF e icona dell’eleganza. L’abito bianco a fiori che Givenchy creò per lei quando vinse l’Oscar per “Vacanze romane” è considerato ancor oggi il migliore abito di tutti i tempi indossato alla premiazione degli Oscar.

Voglio ricordare Anna Maria Mozzoni, nata il 5 maggio, attraverso queste sue parole del 1906: “tutto ci ha ormai persuaso che la giustizia non riguarda che gli elettori e non si estenderà a noi se non quando e in quanto saremo elettrici perché siamo cittadine, perché paghiamo tasse e imposte, perché siamo produttrici di ricchezza, perché paghiamo l’imposta del sangue nei dolori della maternità, perché infine portiamo il contributo dell’opera e del denaro al funzionamento dello Stato”.

Il giorno 6 abbiamo un volto noto: Lianella Carell. Era l’epoca del neorealismo e degli attori presi dalla strada. Lei, giornalista, andò da De Sica per fargli un’intervista. Lui, colpito dall’intensità del suo volto, la scelse per fare la moglie di Lamberto Maggiorani in”Ladri di biciclette” e in quel ruolo l’abbiamo conosciuta tutti.

Giorno 7: Ruth Prawer Jhabvala che come sceneggiatrice ha avuto 3 nomination e ha vinto 2 Oscar con “Camera con vista” e “Casa Howard”e come scrittrice ha vinto il Booker Prize con “Calore e polvere”.

Quando ero bambina le magliette e i cappellini con stampati i marchi delle ditte erano capi da lavoro che muratori e contadini indossavano per non rovinare i vestiti buoni. Te li regalavano al giro d’Italia o nei negozi di sementi o di ferramenta. Nessuno si sarebbe sognato di spendere dei soldi per fare pubblicità a qualcuno. Poi è cambiato tutto e i marchi sono diventati status symbol. Poi è uscito NO LOGO. Il giorno 8 è il compleanno di Naomi Klein.

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Il 9 maggio nascono a distanza di circa cento anni l’una dall’altra due donne assolutamente diverse ma simili, credo, per l’intraprendenza e il coraggio, tutte e due francesi, tutte due, a modo loro, eroine.

La prima, Olympe Pélissier all’età di 15 anni fu venduta dalla madre a un giovane aristocratico. Oggi queste cose non avvengono più? Non saprei. E comunque Olympe da lì iniziò il suo faticoso percorso di formazione da cortigiana a modella, e poi da “cortigiana cattiva”, come la definì Balzac, a moglie devota di Gioacchino Rossini.

La seconda donna del giorno 9 è Marise Hilsz, che da modista, presa dalla passione per il volo, diventa prima paracadutista poi aviatrice. È una donna dai molti record e dai molti meritati riconoscimenti: le sono stati dedicati un campo sportivo, una scuola, diverse vie, un monumento e almeno tre francobolli.

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Il 10 maggio è il giorno di Rosanna Benzi che ha trascorso gran parte della sua vita a Genova, dentro un polmone d’acciaio, ma che sorprendentemente diceva di sé: “La mia vita tutto sommato è normale, anche se me ne sto qua dentro, immobile. Faccio le cose che fanno tutti. Studio, lavoro, dirigo una rivista, GLI ALTRI. Faccio politica”.

6.11-19 MAGGIO

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11 maggio: “Le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali”. E sembravano ali le braccia di Martha Graham che fu per la danza quello che Picasso rappresentò per la pittura e Stravinsky per la musica.

Il 12 maggio il sipario è per Giulietta Simionato, una signora del Bel Canto che si ritirò dalle scene “in bellezza”, quando la sua voce non aveva ancora incrinature, perché il suo pubblico potesse ricordarla al meglio, ma che nella sua lunga vita non cessò mai di occuparsi di musica.

Maria Teresa d’Asburgo, 13 maggio, dimostra che per una donna, a tutti i livelli, è difficile far valere i propri diritti. Pur potendo succedere al padre grazie alla Prammatica Sanzione, Maria Teresa dovette combattere sette anni, rinunciare a diversi territori per vedersi riconosciuto alla fine il titolo di sovrana ma non di imperatrice. Fu il marito a diventare imperatore e lei dovette accontentarsi del titolo di imperatrice consorte.

Spesso la narrazione storica si dimentica delle donne, ma può anche succedere che le racconti male o che le diffami scientemente. È il caso di Margherita di Valois, 14 maggio, consegnata alla memoria collettiva come la bellissima, scaltra e intelligente ma dissoluta “regina Margot”. D’altra parte, essendo Margherita l’ultima dei Valois, per legittimare ancor più la successiva dinastia dei Borboni, si volle vedere in lei l’ultimo frutto di una dinastia marcia e depravata.

Il 15 maggio è il giorno di Maria Reiche, famosa per le sue ricerche sulle linee di Nazca, proclamate nel 1995 dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Di lei si dice: “vive di certo ancora a Nasca. Ed è il vento, qua onnipresente, che lo racconta.”

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16 maggio: ecco Gaetana Agnesi, matematica, filosofa e benefattrice, alla quale sono stati tributati tanti riconoscimenti e sono intitolate tante strade in tutta Italia, “una delle più grandi matematiche di tutti i tempi, fu la prima donna autrice di un libro di matematica e la prima a ottenere una cattedra universitaria di matematica”.

Ed ecco, il 17 maggio, Candida Mara, cantadora sarda, che fu la prima donna a partecipare alle gare a chitarra, fino ad allora riservate ai soli uomini. Girava in calesse di paese in paese armata di pistola e ci viene descritta dal musicologo Gavino Gabriel come un “vulcano di passioni che ha sconvolto cuori e famiglie”. Dal suo canto traeva “un potere di dominio che piegava ogni volontà”, con una voce che le dava “una strana personalità di fattucchiera e di dea”.

Chi ha una certa età, come me, ha molti ricordi in bianco e nero. Nella colonna sonora di questi ricordi non possono mancare i Cetra. Lucia Mannucci, 18 maggio, era la voce femminile del quartetto Cetra, ma è stata anche cantante solista, attrice di musical, presentatrice di programmi televisivi e doppiatrice. Inoltre assieme al marito, Virgilio Savona, svolse attività di ricerca nell’ambito della musica popolare.

19 maggio: cambia completamente il quadro, è la scena del finto orgasmo di “Harry ti presento Sally”. Solo una donna la poteva scrivere, la stessa che ha detto: “E soprattutto cerca di essere l’eroina della tua vita, non la vittima” e cioè Nora Ephron, scrittrice, sceneggiatrice, regista, giornalista, saggista che, attraverso le lenti dell’arguzia e dell’ironia seppe trarre ispirazione da tutto: i tradimenti del marito Carl Bernstein, la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia e il dolore.

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20 maggio: due donne durante il regime fascista. La prima, Paola Masino, è una scrittrice malvista dal regime, ma il cui romanzo “Nascita a morte della massaia” è ancora attualissimo. La seconda, Ondina Valla, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, a soli 20 anni, diventa un simbolo per le ragazze in un’Italia che dava molta importanza all’esercizio fisico, per fare dei maschi dei forti guerriere e delle femmine delle sane riproduttrici. Racconta Ondina: “avrei dovuto partecipare anche all’Olimpiade precedente, quella del 1932 a Los Angeles. Ma sarei stata l’unica donna della squadra di atletica e così mi dissero che avrei creato dei problemi su una nave piena di uomini. La realtà è che il Vaticano era decisamente contrario allo sport femminile”.

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Il 21 maggio abbiamo una donna che è addirittura finita sulla banconota da 5 sterline inglesi: è Elisabeth Fry, la filantropa che promosse la riforma del sistema carcerario inglese.

Il 22 nasce Elvira Badaracco, politica, pubblicista, femminista, che ha lasciato tutto il suo patrimonio economico, scientifico e politico alla Fondazione che porta il suo nome e che ha la finalità di raccogliere, organizzare, conservare e rendere fruibile il patrimonio di conoscenze e pratiche elaborato dal movimento delle donne.

Il 23 maggio ci porta la voce di Marilyn Monroe e di tantissime altre attrici famose: è Rosetta Calavetta, esempio della grande professionalità dei nostri doppiatori, talmente bravi che a volte riescono a dare un tocco in più ai film e all’interpretazione degli attori che doppiano.

Il 24 è il giorno di Felicia Bartolotta Impastato, che aveva aperto la sua casa a quanti volevano conoscere il suo Peppino. Ai giovani che le chiedevano come si fa a combattere la mafia dava questo consiglio: “Tenete la testa alta e la schiena dritta” e, aggiungeva: “Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto”. Costituitasi parte civile, riuscì ad ottenere giustizia e a vedere condannati i mandanti dell’omicidio del figlio.

Colette Rosselli, giorno 25, autrice di libri per ragazzi, illustratrice di moda, pittrice, giornalista, come Donna Letizia, raccolse le confessioni, i timori, le speranze le angosce, le inquietudini di almeno quattro generazioni di italiani, quando, piuttosto che all’analista, ci si rivolgeva alla posta del cuore.

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“Mia sete grande era poter dire in versi tutto ciò che mi passava per l’anima”, sono parole di Vittoria Aganoor Pompilj, la donna del 26 maggio. I temi delle le sue liriche sono la vita, la morte, la natura, i ricordi, i temi sociali, ma su tutti domina l’amore, che è per Vittoria bisogno di superare la condizione esistenziale della solitudine.

Con Amelia Bloomer, 27 maggio, si coniugano insieme abbigliamento e impegno femminista. Nella sua lotta a favore dei diritti delle donne, la Bloomer volle riformare l’abbigliamento femminile con una sorta di pantaloni, i bloomers. L’epoca non era matura. Si pensò che la donna volesse indossare i pantaloni in senso metaforico e che all’interno della famiglia si potesse realizzare una rivoluzione di ruoli senza precedenti, perciò Amelia fu coperta di improperi e di ridicolo.

Il 28 è il giorno di Giuliana Dal Pozzo che nel 1988, quando il termine femminicidio non era di moda e non si parlava della violenza sulle donne, specie di quella domestica, si inventò il Telefono Rosa: cinque volontarie con un quaderno e una penna che si alternavano in una stanza nell’ascolto di donne che chiamavano chiedendo aiuto da tutta Italia

29 maggio: Alfonsina Storni, una poetessa così importante che ora la poesia femminile argentina viene divisa in due tappe: prima e dopo Alfonsina Storni. La sua ultima poesia “Voy a dormir”, scritta prima del suicidio in mare, ispirò la notissima canzone “Alfonsina y el mar”, una canzone struggente e malinconica, dolce e triste, tragica ed epica allo stesso tempo.

L’attrice Anna Proclemer, 30 maggio, negli ultimi suoi anni si era organizzata un sito web interessante, intelligente e divertente, con tanto di istruzioni per l’uso, insomma è obbligatorio andarci anche perché, confessa, è l’autobiografia che si era sempre rifiutata di scrivere e, aggiunge, “Il prodotto può essere conservato a temperatura ambiente e non ha data di scadenza. Vale a dire che quando l’attrice “tirerà il calzino”, come dicono magnificamente a Firenze, il Sito resterà qui, per vostro uso e consumo”.

Il mese di maggio si chiude in bellezza con Alida Maria Altenburger von Markenstein und Frauenberg, nota come Alida Valli, attrice straordinaria e intensa che ha dato il suo splendido volto a personaggi indimenticabili.

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Queste sono le donne di maggio, messe una dopo l’altra, come le perle di una preziosissima collana:

“Il giardino era fiorito, tutte le porte erano aperte sul cielo azzurro di maggio.”

(Anna Maria Ortese)




ITALIA – Targhe femminili a Pinerolo e nelle Valli valdesi

Pinerolo, meno di quaranta chilometri da Torino, quasi 36000 abitanti. Tra i palazzi dignitosi, sotto i portici pulitissimi, nel fascinoso centro storico, nei viali che conservano il ricordo di un’aristocratica eleganza circola un’aria un po’ d’antan, di chi non ha bisogno di mostrarsi troppo alla moda.

Porta del Piemonte, ha sempre avuto un rapporto stretto ma non facile con la Francia e dell’ingombrante vicina si scoprono facilmente i segni passeggiando nel centro dove, per esempio, è facile imbattersi in iscrizioni nella lingua d’Oltralpe.

Della sua storia millenaria fa parte il rapporto privilegiato con tre valli del suo circondario, la Val Pellice, la Val Germanasca e la Val Chisone, abitate da secoli da una popolazione di religione protestante: i Valdesi. Perseguitati prima e confinati poi a lungo nel loro ghetto alpino, dopo l’editto di Carlo Alberto, che ne sanciva la liberazione, molti scesero a Pinerolo. Ne segnalano la presenza i tanti cognomi tronchi che si leggono nelle insegne dei negozi e sulle targhe dei professionisti.

Nella storia di Pinerolo e del suo circondario sono poche le figure femminili salvate dall’oblio. Indubbiamente il taglio storico del passato, incentrato sul maschile, non ha aiutato le donne a mettersi in evidenza; e per quanto riguarda le donne valdesi, è stato notato che la loro è una esperienza corale, che ha lasciato poco spazio all’emergere di singoli personaggi. Pertanto se qualcuna, nonostante tutto, si è meritata uno spazio nella toponomastica, l’impresa o la vicenda che la vide protagonista doveva avere veramente qualcosa di sensazionale.

Un paio di personaggi storici del Medioevo presenti nell’odonomastica pinerolese sono donne. La prima, in ordine di tempo, è Adelaide di Torino (1016- 1091), marchesa di Torino e Susa, che andò sposa a un Savoia, e fu proprio questo matrimonio che diede origine all’influenza dei Savoia in Piemonte. Sopravvissuta al marito e pure ai figli, esercitò il potere praticamente fino alla morte, rivelando capacità politiche non comuni. Fu temuta dagli avversari e amata dal popolo, incoraggiò le arti e fondò chiostri e monasteri, come quello di Santa Maria Assunta ad Abbadia Alpina, che ora fa parte del comune di Pinerolo: proprio in questa località si trova infatti la targa che le è stata dedicata.

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L’altra figura femminile che ricorda la storia medievale della cittadina è quella di Margherita d’Acaia, che a Pinerolo nacque nel 1390. La via a lei intitolata si trova nella periferia Nord, in una zona di nuova costruzione. Margherita, figlia di Amedeo di Savoia principe d’Acaia, divenuta poi per matrimonio marchesa del Monferrato, rimasta vedova si ritirò con parecchie giovani donne di nobili origini in un palazzo di Alba, per condurvi vita monacale, prima come terziaria domenicana e poi come monaca, fino alla sua morte che avvenne nel 1464. La Chiesa cattolica l’ha elevata al rango di Beata.

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Un personaggio storico entrato per i propri meriti nella leggenda è quello di Ortensia di Piossasco, moglie di Carlo, conte di Rivara, governatore di Pinerolo sul finire del XVI secolo. Le cronache la descrivono come una donna molto attiva che collaborava intensamente con il marito, sostituendosi a lui quando doveva assentarsi, come nella notte del 25 settembre 1592, quando Ortensia sventò un assalto ai bastioni della città da parte delle truppe francesi, dando subito l’allarme e accendendo, secondo la tradizione, lei stessa i cannoni. A seguito di questo avvenimento la sua figura, probabilmente già popolare, assunse tra i suoi concittadini sempre più le connotazioni di eroina guerriera, a scapito forse della sua personalità storica. La romantica via acciottolata che la ricorda parte da piazza Santa Croce, nel centro storico, e sale verso la collina di San Maurizio, dove sorgeva parte dei bastioni della città, difesi da Ortensia con tanta determinazione.

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Giulia Molino Colombini invece, bella figura di donna del Risorgimento, letterata e pedagoga (1812 -1879), si spese per promuovere il ruolo femminile nella società. Torinese di nascita, di buona famiglia borghese, sposò il medico condotto di Miradolo, frazione del Comune di San Secondo di Pinerolo. Vedova in giovane età, rimase a vivere nel piccolo centro ma non si isolò, anzi: attenta ai suoi tempi, prese a interessarsi all’emancipazione femminile e alla politica e a occuparsi di pedagogia. La sua casa di Miradolo diventò un cenacolo letterario frequentato da intellettuali come Gioberti, Pellico, Tommaseo e Mamiani. Le è stata intitolata una via in un quartiere periferico della città, dove un gruppo di palazzine di nuova costruzione si affianca a una zona dove sorgono fabbriche in parte ristrutturate.

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Non un’area di circolazione, ma una scuola di Pinerolo è stata dedicata alla memoria di Lidia Poët, valdese della Val Germanasca (1855- 1949), che fu la prima donna a laurearsi in giurisprudenza, ma non poté mai esercitare la professione di avvocata. Infatti, a causa del suo sesso le fu negata l’iscrizione all’Albo degli avvocati di Torino, anche se aveva superato brillantemente l’esame di abilitazione e svolto il prescritto periodo di praticantato nello studio di un collega a Pinerolo. Soltanto nel 1920, a sessantacinque anni, Lidia Poët poté fare ingresso nell’Ordine grazie a una legge del 1919 che aveva aperto alle donne tutte le carriere professionali, tranne la Magistratura.

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Ancora in un quartiere periferico di nuova costruzione, tra villette e piccoli condomini, si trova la via che la città ha recentemente dedicato a un’illustre concittadina, Noemi Gabrielli (1901- 1979), che durante la guerra aveva avuto un ruolo rilevante nel mettere in salvo il patrimonio artistico dei Musei piemontesi. Profonda conoscitrice del patrimonio artistico piemontese e attenta ai problemi della tutela (fondamentali ancora oggi i suoi volumi sulla pittura romanica in Piemonte e sull’arte a Casale Monferrato) nel 1952 fu nominata Soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Piemonte. Seguì direttamente importanti restauri e fu coinvolta a pieno titolo nei grandi appuntamenti scientifici organizzati negli anni ’50 e ’60.

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È praticamente un parcheggio il Largo Staffette partigiane, all’estrema periferia Est della città, che ricorda collettivamente le tante donne il cui ruolo di portaordini e supporto logistico fu di fondamentale importanza per l’azione dei combattenti.

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Una di loro, la ventottenne Jenny Cardon Peyronel, nata a Torre Pellice nel 1917, moriva durante l’ultimo combattimento con le truppe della Repubblica di Salò, mentre portava ordini a una postazione partigiana. Medaglia di bronzo alla memoria, la sua città le ha dedicato una via.

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Nelle Valli valdesi, oltre a Torre Pellice, anche il comune di Pomaretto ha ritenuto di dover ricordare l’opera delle donne. Sono due, anzi, le targhe femminili di questo piccolo e grazioso centro posto all’imbocco della Val Germanasca. Una è stata deliberata per onorare la bella figura di Charlotte Peyrot (1764- 1841), che riuscì a coinvolgere le comunità protestanti d’Oltralpe per realizzare il suo sogno di costruire un ospedale per i Valdesi: questi, infatti, quando venivano ricoverati negli ospedali cattolici subivano forti pressioni perché abbandonassero la loro fede. Il primo nucleo di quello che sarebbe diventato l’Ospedale Valdese di Torre Pellice sorse nel 1826 per merito di questa donna di eccezionale energia.

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L’altra targa femminile di Pomaretto è Piazza delle Diaconesse. Le diaconesse erano donne valdesi che consacravano la loro vita al servizio degli orfani, degli anziani, dei malati e venivano impiegate negli orfanotrofi, nelle case di riposo, negli ospedali. L’istituzione, che affonda le sue radici in un’usanza dei primi secoli del cristianesimo, fu riportata in auge nel mondo protestante nel sec. XIX, ma oggi si può oggi considerare superata. L’intitolazione di Pomaretto sembra rendere in qualche modo onore alla funzione esercitata in passato da queste donne e, nello stesso tempo, prendere atto della loro scomparsa.

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ITALIA – Le mistre orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta

Di Nadia Cario

 Il sistema calzaturiero in Riviera del Brenta si estende nell’area geografica da Padova a Venezia operando in innumerevoli ambiti al servizio delle aziende calzaturiere del Veneto.

Per la maggior parte si tratta di PMI, che grazie all’azione collettiva affrontano con successo il mercato mondiale, proponendo calzature di alta qualità, alla moda e con esecuzione “Made in Italy”.

Per valutare la bontà delle scarpe prodotte nel distretto aiuta sapere che molte griffes della moda mondiale vi si rivolgono per far creare e produrre le loro collezioni di calzature trovando tecnologia, organizzazione e innovazione in un distretto che ha alle spalle una scuola artigianale nata nel 1923 a Stra (VE).

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FOTO 1. Lavorazione

Alla fine dell’800, con la nascita della prima fabbrica di scarpe lungo la Riviera del Brenta, in un territorio a vocazione prevalentemente agricola, si intravide la possibilità di migliorare le condizioni economiche delle famiglie. Oltre all’occupazione in fabbrica, con il tempo si adottò il sistema del cottimo, eseguito a casa dalle donne che così potevano arrotondare le entrate senza tralasciare le quotidiane mansioni di accudimento familiare.

Era un sistema utile alla fabbrica, perché tutte le spese relative alla produzione – energia elettrica, macchina da cucire, attrezzi, mastice e masticione – erano per lo più a carico delle lavoratrici.

 2.Macchina da cucire a colonna_20x30.

FOTO 2. Macchina da cucire a colonna

In un tempo in cui la scolarizzazione si fermava alla licenza elementare, le bambine venivano iniziate, tra la quarta e la quinta classe, ad essere garzone, e per un periodo di cinque anni apprendevano il lavoro da sorelle maggiori, madri, zie e nonne.

Acquisita l’abilità di incollare, battere la pelle, cucirla, attaccare la fettuccina, riconoscere gli aghi da usare in base alla lavorazione, usare gli attrezzi quali il martello da mistra (che non è quello da calzolaio), valutare la larghezza del punto e le finezze necessarie per mettere insieme i vari pezzi, alla ragazza veniva affidato il compito di cucire delle scarpe di prova per valutare se fosse una mistra finita.

 3.Attrezzi   4.Attrezzi per bucare la pelle

FOTO 3-4. Gli attrezzi del mestiere

Superato l’esame, la giovinetta doveva trovare i soldi per la caparra necessaria a comprare a rate la sua macchina da cucire, che la ditta non forniva giustificandosi con la frase “chi mi dice che tu non lavori per qualcun altro con la mia macchina?”.

In ciascuna famiglia nella zona c’era almeno una persona che lavorava nel settore: o in fabbrica o a casa, o addirittura un po’ a casa e un po’ in fabbrica.

Ogni fabbrica, aveva il suo modellista e il suo tagliatore, rigorosamente uomini. In estate la produzione si concentrava sulle scarpe invernali e l’inverno su quelle estive, lavorando sempre in anticipo sui tempi, come d’uso nella moda. Nel periodo di passaggio tra due stagioni c’erano dei fermi produttivi in cui le lavoratrici a cottimo non guadagnavano.

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FOTO 5. 1959

Il modellista creava il disegno, preparava la camicetta e aveva la “sua” mistra, che realizzava materialmente la scarpa ideata sulla base delle sue spiegazioni, creando così, una volta approvato, il prototipo per la nuova stagione.

Nel dizionario del dialetto veneziano (1829) di Giuseppe Boerio (1754-1832) c’è il significato di Mistra, s.f. Maestra o Maestressa: donna che fa scuola a fanciulli o Capomaestra di qualche arte. Come Mistra da libri è la cucitrice di pagine di libri per Legatori, Mistra da scarpe è l’orlatrice che costruisce la tomaia.

Nel 1961, l’accordo tra l’azienda Rossimoda e la Maison Dior e nel 1963 con Yves Saint Laurent faranno decollare la produzione di calzature di lusso di altissima qualità e tutto l’indotto, mistre comprese, contribuendo così al famoso boom economico del Nord-Est e in particolare della Riviera del Brenta.

L’imprenditrice Maud Frizon

Sito 30.01.2016 http://gesta.scuoladottorato.it/joomla/images/ALLEGATI/archivio/2012/canazei-2012/Scalabrin_paper.pdf

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FOTO 6. Frizon

L’imprenditrice Maud Frizon nasce a Parigi nel 1941. Intorno al 1960 inizia la sua carriera come modella per case di moda.

All’epoca le modelle dovevano fornire le calzature per le sfilate, che non erano considerate da parte degli stilisti, dei veri e propri oggetti di moda, ma semplicemente un complemento da abbinare all’abito che era l’unico e indiscusso protagonista.

In vari testi di moda si narra che la modella Maud Frizon non amasse molto le calzature in voga in quegli anni e che quindi intorno al 1968 decidesse di disegnare le calzature da indossare alle sfilate.

Nel 1969, insieme al marito Gigi De Marco, inaugura a Parigi il primo negozio di calzature del marchio Maud Frizon e all’inizio degli anni ’70 sposta la produzione proprio in Riviera del Brenta. […]

Per comprendere il fenomeno della produzione Maud Frizon all’interno della storia della moda è utile soffermarsi su che cosa fossero e rappresentassero le calzature Maud Frizon negli anni settanta ed ottanta. […] Maud Frizon ha avuto il grande merito di inventare delle soluzioni stilistiche, trasformandole in soluzioni tecnologiche. Il processo che attualmente tutti gli stilisti di calzature richiedono alle aziende produttrici, ovvero l’innovazione tecnologica, Maud Frizon lo applicava nelle sue collezioni già agli inizi degli anni ’70, creando il tacco a cono e lo stivale senza cerniere.

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FOTO 8. 1970

 Intervista a Maria, che ha lavorato per un periodo alla fabbrica Maud Frizon.

È stato il periodo lavorativo più bello, mi trattavano bene, mi sentivo rispettata e mi pagavano con soldi sicuri, non come gli altri. Venivo pagata con l’assegno con le stelline (circolare).

Quando si trattava di creare i nuovi modelli di stagione una decina di maestranze (modellista, tagliatore, mistre), le migliori, si spostavano nel castello di Maude Frizon vicino a Parigi dove era stato allestito il laboratorio con la linea di produzione nella dependance.

Rimanevano fino a quando non fossero stati realizzati i modelli per la nuova stagione.

Quando lavoravo in casa, il mio lavoro consisteva nell’andare in fabbrica, a piedi o in bici, farmi dare dalla referente le borse piene di tomaie in pezzi numerati; mi preparavano la bolletta con tutti i numeri e le quantità della consegna. Era la referente che mi dava i quantitativi e i tempi per la restituzione del lavoro fatto.

Quando erano le scarpe decolleté ero contenta perché sono le più semplici nella loro realizzazione. La referente, se la volta prima avevo consegnato delle scarpe con la cucitura il cui filo non era tirato alla perfezione, la volta successiva mi faceva saltare il turno lasciandomi senza lavoro per un po’. Poi ritornava come prima, ma l’attenzione, la precisione e la competenza tecnica richiesta erano altissime.

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FOTO 9. Marilisa Segalina. Mistra anni ’80.

Lavoravo, oltre che con la macchina da cucire, con il maccarolo che serviva per piegare le tomaie facendo aderire le due parti da incollare sulle quali avevo steso il mastice e poi la cordella, il compasso da scarpe per segnare la traccia delle cuciture parallele che avrei dovuto fare ad esempio sui cinturini, la forbice che mi serviva per tagliare ma anche, se usata di taglio, a schiacciare la pelle della tomaia con la pelle delle fodera, una lama per incidere e tagliare a filo, una base di marmo su cui poggiavo le tomaie in lavorazione e poter fare leva, ad es, per fare i buchi dei cinturini con l’apposito attrezzo e il martello.

Quando c’erano delle consegne urgenti, da un giorno per l’altro, mettevo tutta la famiglia a lavorare.

A fianco di ciascuna mistra c’era sempre la moka del caffè per tenerle sveglie a lavorare fino all’ultima scarpa.

Il lavoro in fabbrica, invece, aveva gli orari fissi con chiusura alle 17,30. Ma nessuna andava a casa a quell’ora. Si stava in fabbrica mezz’ora in più per la pulizia delle macchine, dei pavimenti e dei bagni, a turno. I ritmi della manovia erano pressanti, la manovia non aspettava, quando avevi il ciclo dovevi metterti le mutande contenitrici e due o tre assorbenti. Per andare in bagno dovevi chiamare il cambio, che stentava ad arrivare.

 9.Marilisa Segalina_Mistra_Anni 80

FOTO 10. Uso del maccarolo

 Intervista a Luisa, che da tempo non lavora più come mistra.

Anche lei ha fatto apprendistato per cinque anni, dalla quarta elementare, come garzona per la sorella più grande. È figlia d’arte, in un certo senso, oltre alla sorella anche lo zio era nel settore e le regalò il compasso che ha usato per tutta la sua carriera e che conserva ancora. Lei cuciva principalmente scarpe da uomo e aveva la macchina “a colonna”, comprata a rate.

Una volta definito il modello di scarpa da mettere in produzione, il passaggio più importante spetta all’orlatrice, la mistra che riceve le pelli scarnite e preparate per unione, cucitura e foderatura. Da queste abilità dipendono la bellezza delle scarpe e soprattutto la loro comodità.

Racconta Luisa anche lei delle ore notturne al lavoro e di quando, una volta finite delle scarpe che le piacevano particolarmente, le disegnava per ricordo. Una soddisfazione che nel lavoro in fabbrica non si poteva avere: fermarsi qualche minuto a contemplare il risultato del proprio lavoro e della propria opera. Ricorda l’odore del mastice e quando, per la sua tossicità, la fabbrica aveva introdotto il mastice ad acqua, che non garantiva la stessa adesione e tenuta nell’incollaggio, tanto che si è trovata più volte con le pelli che si aprivano, vanificando il suo lavoro di ore e ore. A questo punto le stesse mistre richiedevano il prodotto tossico, che garantiva la migliore finitura.

Dopo circa quarant’anni di lavoro tra un po’ di fabbrica e molto a casa, dice con orgoglio: ho fatto studiare le mie figlie e ho costruito casa! Ha dovuto smettere per l’artrosi alle mani.

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FOTO 11. Alle macchine

Nel 1961 nasce ACRIB (Associazione Calzaturieri Riviera Brenta) su iniziativa di un gruppo di imprenditori del settore con l’intento di accompagnare gli associati su un mercato competitivo e internazionale, e garantire loro un’assistenza specifica nell’intricata normativa del lavoro: dall’ambiente della fabbrica agli organismi rappresentativi, dall’apprendistato al lavoro a domicilio, dai trattamenti economici alle vertenze individuali e collettive.

Si viene a creare così una rete di collaborazioni e iniziative, come la fondazione del Politecnico calzaturiero (2001) che si occupa di formazione, ricerca e innovazione tecnologica. Questa scuola professionale privata, autofinanziata da calzaturiere/i, è nata per il trasferimento del know-how. Le lezioni si tengono al sabato e il corpo docente è formato da imprenditrici e imprenditori e da tecniche e tecnici delle imprese calzaturiere della zona. Tra le docenti anche una mistra finita.

 12.riviera Brenta

FOTO 12. Riviera del Brenta

Oggi operano nel settore quasi 500 PMI che coprono l’intera filiera produttiva. In esse trovano occupazione 10.000 addetti/e. La produzione annua si attesta su 19 milioni di paia: per il 95% sono calzature femminili di tipo lusso o fine e per il restante 5% calzature per uomo di tipo fine. Il giro d’affari attualmente supera 1,6 miliardi di euro, il 91% dei quali di export.




UK – Obama: “L’accordo tra Ue e Usa porterà miliardi alle nostre economie e farà da modello per il resto del mondo”

Il Regno Unito deve rimanere nella Ue non solo per ragioni economiche ma anche per permettere di combattere “più efficacemente” il terrorismo. Lo ha detto Barack Obama, a Londra con la moglie Michelle, dalle colonne del Daily Telegraph che oggi pubblica un suo messaggio all’alleato britannico. Parole nette, al di là di ogni diplomazia: con il presidente americano che oltre ai vantaggi economici del legame di Londra con Bruxelles, sottolinea l’interesse degli Stati Uniti che guardano con apprensione al referendum britannico sulla Brexit del prossimo 23 giugno, per decidere se restare o meno in Europa. Concetti poi ripetuti parlando a Londra durante la conferenza stampa congiunta con il primo ministro del Regno Unito, David Cameron e che hanno scatenato la dura reazione del sindaco di Londra che è arrivato a definire il presidente “un mezzo keniano”. Un attacco evidentemente non condiviso dal premier Cameron che ha definito Obama “un uomo che dà saggi consigli ed un grande amico del Regno Unito”.

All’intervento di Barack Obama sul Daily Telegraph, il sindaco Johnson ha risposto con un articolo sul Sun. Dove non solo definisce l’appello del presidente americano “incoerente, inconsistente e assolutamente ipocrita” aggiungendo che “gli Stati Uniti chiedono alla Gran Bretagna di restare nell’Ue ma non cederebbero mai il controllo di così tanta parte della loro democrazia come ha fatto il Regno Unito con Bruxelles”. Ma si appropria anche del celebre slogan elettorale di Obama “Yes we can”, piegandolo alla campagna referendaria degli euroscettici per dire che la Gran Bretagna “può riprendersi il controllo dei suoi confini, del suo denaro e del suo sistema di governo”.
Ma la polemica non finisce qui: nell’articolo sul Sun Johnson ricorda infatti un episodio, secondo cui Obama avrebbe fatto rimuovere dallo Studio Ovale un busto del celebre premier inglese Winston Churchill. Per il sindaco di Londra “l’esempio dell’avversione ancestrale del presidente mezzo keniano per l’impero britannico, di cui Churchill fu uno dei più ferventi difensori”. Peccato che l’episodio citato sia in realtà falso: la decisione di rimuovere il busto fu presa, in realtà, dal predecessore di Obama, George W. Bush, e certo non per motivi politici.

“Adoro Winston Churchill, un suo busto è appena fuori il mio ufficio”, è stata la risposta di Obama.

La gaffe di Johnson fa insorge il Labour che le definisce parole “offensive e razziste”. Prende le distanze anche il premier David Cameron, in una conferenza stampa a Londra con il presidente Usa, senza citare esplicitamente la Brexit e le affermazioni del sindaco di Londra: Barack Obama “è un uomo che dà saggi consigli ed è un grande amico”, ha detto. Per Cameron la Gran Bretagna resterà un forte alleato degli Stati uniti e dell’Europa. Il premier ha comunque fatto riferimento all’accordo di libero scambio tra Ue e Usa: “Porterà miliardi alle nostre economie e sarà da modello per il resto del mondo”, ha detto il premier riguardo all’intesa da cui il Regno Unito rischia di essere escluso qualora decidesse di uscire dall’Unione Europea al referendum in programma a giugno.

“Legittime le opinioni di leader stranieri”. Il premier britannico ha spiegato che la presenza o meno della Gran Bretagna nell’Ue ha conseguenze anche sugli altri Paesi europei e “su partner come gli Usa”, per questo le opinioni di leader stranieri sul referendum del 23 giugno (“che non è un’elezione politica”) sono legittime. Poi, semplificando, Cameron ha ricordato il ruolo avuto dal suo Paese per garantire, d’intesa con Washington, l’imposizione recente di sanzioni contro Mosca per quella che ha definito “l’aggressione della Russia” in Ucraina e ha aggiunto di non essere “sicuro” che tali sanzioni sarebbero state imposte e mantenute nello stesso modo se il Regno Unito fosse stato fuori dal Club dei 28.

Obama ribadisce: “No alla Brexit”. Durante la conferenza stampa, il presidente americano ha sottolineato che decidere se restare o meno nell’Unione Europea è una questione che riguarda i cittadini britannici, ciò premesso ha ribadito la sua contrarietà alla Brexit e ha rimarcato il vantaggio politico ed economico, anche per gli Stati Uniti, di una permanenza del Regno Unito nel Club dei 28: gli Usa “vogliono che l’influenza britannica cresca, anche nella Ue”, ha detto il presidente americano sottolineando di aver “parlato onestamente” al riguardo: “Il risultato del referendum è di grande interesse per gli Stati Uniti. Perché gli Stati Uniti vogliono un Regno Unito forte e il Regno Unito dà il suo meglio quando è all’interno di un’Europa forte. E questo avviene facendo parte dell’Unione europea”.

“Benefici se Londra nella Ue”. Secondo il presidente Usa “l’Unione europea amplifica i valori britannici, il mercato unico porta benefici al Regno Unito e per gli Usa è meglio quando uno dei suoi più forti alleati ha un’economia in crescita. Gli americani vogliono vederla crescere anche dentro l’Europa. Nel mondo di oggi servono azioni collettive. Gli Usa riconoscono che si rafforza la sicurezza e la prosperità con la Nato, col G20. E il Regno Unito si rafforza attraverso l’Unione europea”. Oggi, ha sottolineato Obama, “non sono le nazioni che fanno da sole a far sentire la loro voce ma quelle che fanno squadra. Vogliamo fare in modo che l’influenza della Gran Bretagna venga ascoltata perché quando il Regno Unito è coinvolto in un problema riesce ad affrontarlo e risolverlo nel modo giusto”.

“In Libia abbiamo l’opportunità di sostenere un nuovo governo” e di contrastare l’infiltrazione “degli estremisti” dell’Isis, ha detto Obama. “Non ci sono piani per l’invio di truppe di terra in Libia” ha chiarito il presidente degli Stati Uniti. “Non credo che sia necessario. Non credo” che i soldati “sarebbero i benvenuti”. L’invio dei soldati “manderebbe il segnale sbagliato”, ha aggiunto Obama sottolineando la sintonia e gli sforzi comuni di Usa e Gran Bretagna anche su altri dossier mediorientali, a cominciare dalla Siria. A questo proposito Obama non ha nascosto di essere “gravemente preoccupato” per la tenuta della tregua e di essere “scettico” sulle intenzioni del presidente russo Vladimir Putin, indicato come uno dei maggiori sostenitori del “regime assassino” di Bashar al-Assad. Ma allo stesso tempo ha sottolineato che una riduzione della violenza c’è stata nel Paese dopo gli accordi di cessate il fuoco e che la crisi siriana non può essere risolta senza un negoziato politico che coinvolga anche interlocutori “con i quali non siamo d’accordo” su diversi punti.

Durante il vertice i due leader hanno anche parlato della questione migranti: una sfida, a livello europeo e internazionale, da affrontare valutando la possibilità di un impiego della Nato anche nel “Mediterraneo centrale”, vale a dire a largo della Libia. Ma della questione migranti e di come colpire i trafficanti di persone “si parlerà meglio nel summit di lunedì ad Hannover con Francia, Germania e Italia”, ha aggiunto Cameron.

“La regina è un gioiello”. Inevitabile, poi, un riferimento a Elisabetta II: “La vostra regina è stata una fonte di ispirazione per me come lo è per tanta gente nel mondo. È una delle mie persone preferite. È sbalorditiva e fantastica. È un gioiello per il mondo intero e non solo per il Regno Unito”.

Sabato, ultimo giorno della sua visita nel Regno Unito prima di partire per la Germania dove incontrerà Angela Merkel, Obama parteciperà a una riunione municipale con giovani londinesi dove si parlerà proprio dei rapporti tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Ben Rhodes ha riferito che durante la riunione di sabato Obama potrebbe ancora una volta esprimere il suo punto di vista su “Brexit”.




UK – Britain exit? Perchè il referendum

Tra due mesi si terrà nel Regno Unito un importante referendum per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “Brexit” (“Britain exit”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione, che si terrà giovedì 23 giugno, è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione e i suoi rapporti diplomatici internazionali. Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore David Cameron impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è da oggi in visita a Londra ufficialmente per festeggiare i 90 anni della regina Elisabetta II, ma ha già fatto diverse dichiarazioni invitando esplicitamente il Regno Unito a votare per confermare la sua presenza nell’Unione Europea.
Perché si fa un referendum
Durante la campagna elettorale del 2015, Cameron promise che se fosse stato rieletto avrebbe organizzato un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, accogliendo le richieste presentate da diversi suoi colleghi di partito e da quello per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage, secondo i quali era tempo di organizzare una nuova consultazione, considerato che l’ultima risaliva al 1975 e che da allora molte cose sono cambiate in Europa. Cameron disse che avrebbe fatto campagna a favore dell’uscita se le autorità europee non avessero accolto le sue richieste su vari temi di politica estera ed economica. Dopo la sua elezione, i leader dell’Unione sono stati al gioco e hanno concesso buona parte delle richieste formulate da Cameron, che quindi ora è un convinto sostenitore della necessità di rimanere all’interno dell’UE.
L’accordo tra UK e UE
• Sussidi: Cameron aveva chiesto che fosse interrotta la pratica prevista dalle leggi europee che consente ai migranti con figli di inviare i soldi dei sussidi ricevuti nel loro paese di origine, ma la proposta è stata respinta e si è trovato un compromesso per cui l’entità dei sussidi sarà basata sul costo della vita nel paese natale del migrante e non su quello nel Regno Unito.
• Euro: Cameron ha riconfermato che il suo paese non si unirà al gruppo di nazioni che usano l’euro e ha ottenuto rassicurazioni e impegni sul fatto che questo non comporti una discriminazione da parte degli altri stati che fanno parte della moneta unica. Inoltre, il denaro messo dal Regno Unito nei fondi per salvare gli stati in difficoltà economiche dovrà essere rimborsato, se utilizzato.
• Politica estera: È stato formalizzato che il Regno Unito non fa parte dell’impegno per collaborare a “un’Unione sempre più stretta” come previsto nei trattati europei. Cameron ha anche ottenuto un nuovo meccanismo per consentire agli stati contrari a un nuovo regolamento di intervenire per bloccarlo, a patto che ci sia il 55 per cento dei parlamenti nazionali contro le nuove norme. Il meccanismo non è molto chiaro e secondo diversi osservatori sarà difficile, se non impossibile, metterlo veramente in pratica.
• Migranti: è stato concordato che i migranti che si trasferiscono per cercare lavoro nel Regno Unito accederanno più gradualmente ai sussidi e con modulazioni, ancora da definire, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici.
Cameron ha detto che l’accordo soddisfa buona parte delle richieste formulate dal suo governo, di conseguenza si è schierato a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. In realtà, diversi osservatori ritengono che il governo conservatore abbia ottenuto ben poco dalle autorità europee e che molte delle richieste non siano state soddisfatte.
Cosa dice il quesito
“Il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea o deve lasciare l’Unione Europea?”
Che succede se vince la Brexit
Il referendum non ha quorum è di tipo consultivo e non è legalmente vincolante. In linea del tutto teorica, se vincesse la Brexit, il Parlamento potrebbe quindi intervenire per approvare una legge che impedisca l’uscita dall’Unione Europea, ma andare contro la volontà degli elettori sarebbe un suicidio politico. Per uscire dall’UE, il Regno Unito dovrà ridiscutere tutti i trattati e concordare le condizioni per il suo ritiro, processo che richiederà come minimo un paio di anni di lavoro. In questo periodo di tempo, il Regno Unito sarà formalmente parte dell’UE, ma non potrà partecipare alla creazione di nuove regole e leggi in ambito europeo.
Chi vuole che il Regno Unito resti nell’UE
Come abbiamo visto Cameron è a favore della permanenza nell’Unione Europea e la maggioranza dei ministri del suo governo è con lui. Il Partito Conservatore ufficialmente si è dichiarato neutrale sul tema, lasciando libertà di voto ai suoi elettori. Il Partito Laburista, il Partito Nazionale Scozzese, il Partito del Galles e i Liberal Democratici stanno facendo attivamente campagna contro la Brexit. A loro si sono aggiunti molti leader europei, come il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, e capi di governo del mondo come di recente Obama. Dicono che i benefici della permanenza nell’UE superano di gran lunga gli svantaggi, di cui si fa del resto carico ogni stato membro, e tra questi ci sono: la possibilità di esportare con più facilità le merci, quella di avere più facilmente lavoratori qualificati e che contribuiscono a mantenere lo stato sociale, tramite il pagamento delle imposte, e di coordinare meglio le politiche di sicurezza nazionale integrandole con quelle degli altri stati.

Chi vuole che il Regno Unito lasci l’UE
Lo UKIP è il partito che sostiene più di tutti la necessità di uscire dall’Unione Europea, e fece già campagna su questo tema alle elezioni politiche dello scorso anno. È stato fondato nel 1993, ma ha ottenuto il suo primo seggio nel Parlamento britannico solamente dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando ha ottenuto il 12,6 per cento dei voti, mentre era andato molto bene alle elezioni Europee del 2014, quando risultò primo partito con il 27,5 per cento dei voti. L’obiettivo dichiarato dello UKIP è il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea, ma ce ne sono altri legati a fermare l’immigrazione, anche con soluzioni drastiche che hanno portato diversi osservatori a definire il partito di Farage xenofobo, populista e di estrema destra.
Il Partito Conservatore è diviso al suo interno, con circa metà dei parlamentari e cinque ministri del governo favorevoli all’uscita; ci sono anche alcuni esponenti politici del Labour e del Partito Unionista Democratico. Anche il sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, è a favore dell’uscita dalla UE. Con sfumature diverse, dicono che l’UE impone il suo controllo sulle politiche del paese e chiede ogni anno miliardi di sterline, dando indietro poco o niente, sono inoltre contrari alla libera circolazione delle persone e vogliono ridurre il flusso di migranti in cerca di lavoro.

Chi ha ragione
È difficile dirlo e i commenti di osservatori politici ed esperti sono inevitabilmente divisi, tra chi vuole o non vuole la Brexit. Chi crede nelle potenzialità di un’Europa unita è convinto che tutto debba restare così com’è, anche se negli ultimi decenni non ci sono stati molti progressi verso una vera unione politica. Chi ha fiducia nella condizione di privilegio e potere politico ed economico del Regno Unito sostiene da sempre che questa venga limitata dall’appartenenza all’Unione Europea. In quest’ottica è comunque indubbio che senza il Regno Unito il progetto di unificazione perderebbe parte della sua credibilità. Molti analisti ritengono inoltre che dal punto di vista economico l’uscita dall’Unione Europea potrebbe avere serie ripercussioni sulla sterlina, complicando i rapporti commerciali del paese.
Come sta andando la campagna
Ci sono due campagne elettorali ufficiali, una a favore dell’uscita che si chiama “Vote Leave” e una contro che si chiama “Britain Stronger in Europe”, che possono spendere un massimo di 7 milioni di sterline ciascuna per fare propaganda. A queste si possono aggiungere altri comitati spontanei, che però non potranno spendere più di 700mila sterline ciascuno e devono registrarsi presso la Commissione elettorale, i comitati non registrati hanno la possibilità di spendere solo fino a 10mila sterline. I partiti possono fare campagna elettorale, ma anche per loro ci sono limiti di spesa stabiliti in base alla percentuale dei voti ricevuti alle ultime elezioni politiche. Ufficialmente, la campagna elettorale è iniziata il 15 aprile scorso.
Cosa dicono i sondaggi
Secondo i sondaggi più recenti, ottenuti aggregando consultazioni svolte da diverse società demoscopiche, il 54 per cento della popolazione è a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, mentre il 46 per cento è contro. Negli ultimi mesi il dato è oscillato di continuo e per lunghi periodi il divario tra favorevoli e contrari è stato minimo. Gli elettori più giovani sono tendenzialmente a favore della permanenza, mentre quelli più anziani sono per la Brexit. C’è una percentuale ancora alta di indecisi, che oscilla tra il 17 e il 20 per cento, su cui le due campagne si concentreranno nelle prossime settimane.
Precedenti
Non ce ne sono: se vincessero gli elettori a favore della Brexit, il Regno Unito sarebbe il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea nella storia. La cosa che si avvicina di più a questo scenario avvenne nel 1982, quando la Groenlandia – uno dei territori della Danimarca – approvò con un referendum l’uscita dall’UE nell’ambito delle maggiori autonomie concesse al suo governo locale da quello centrale danese.