ITALIA – Mantova, il “Vaticano nella palude” protetta dalla Convenzione di Ramsar

L’hanno chiamata il “Vaticano nella palude” perchè il fiume Mincio disceso dal Garda avvolge quasi completamente Mantova, formando tre laghi dai quali sembrano emergere il  castello di San Giorgio, il profilo della Reggia dei Gonzaga, la basilica palatina di Santa Barbara, la Domus Nova. Il rosso vecchio del cotto, il grigio dell’acqua e il verde delle canne creano rare suggestioni alle quali non fu certamente estranea la maga-indovina Manto, figlia di Tiresia che, per fondare questa città stregata, pose il suo antro al “bus dal gat” (una tana situata nella palude, sulla riva sinistra del lago di mezzo). Qui il Mincio si calma, muta il suo colore, si fa palude. Tutelato dalla legge del parco del Mincio, l’ambiente offre rifugio a folaghe, nitticore, aironi, svassi, cormorani e toffetti, mentre sull’acqua galleggiano le ninfee, la Trapa natans o castagna di lago (che si cuoce e si mangia in autunno) e i fiori di loto.

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Un programma di navigazione permette di dedicate l’intera giornata alla visita di Mantova pur senza rinunciare alla navigazione nel suggestivo ambiente naturale che circonda la città.

Dopo la partenza, si naviga sul lago inferiore in vista dello scenario architettonico più classico della città virginiana che si specchia nelle acque dei suoi laghi.

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La navigazione procede poi nella Vallazza fra le caratteristiche presenze di flora e di fauna che vivono in questa zona umida protetta dal Parco naturale del Mincio, dove fioriscono ninfee bianche, gialle, castagne d’acqua.

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Nel pieno dell’estate è da notare la spettacolare fioritura del Fior di loto (Nelumbo nucifera), una splendida pianta esotica con grandi foglie tondeggianti verde smeraldo che si innalzano per oltre un metro sopra il pelo dell’acqua e magnifici fiori dal profumo intenso che mostrano tutte le sfumature del rosa, del crema al magenta.

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Da Pontile Pietole si accede al borgo natio del poeta latino Virgilio, Virgilio di Andes.

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La crociera di un’ora e mezzo consente di confrontare tre tipi di ambienti: quello lacuale, quello palustre e quello squisitamente fluviale.

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A Valdaro è possibile ammirare l’antica fornace in cui erano fabbricati i mattoni della città.

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Arrivati a Governolo, si accede alla chiusa di navigazione che consente al natante di superare il dislivello fra Mincio e Po. E’ un’opera inaugurata nel 1925 dal re Vittorio Emanuele III.

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La zona è ricoperta di vasti canneti, ricca di vegetazione idrofila negli specchi d’acqua aperti; eccezionale presenza di avifauna acquatica, sia nidificante, che svernante (anche aironi e fenicotteri). L’area è stata dichiarata zona umida di interesse internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar.

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ITALIA – La natura a due passi dalla città: Parco dell’Adige Sud

Su una superficie di oltre 1 milione di metri quadrati, il Parco dell’Adige, quale area naturale protetta di interesse locale, rappresenta un polmone verde vicino al centro della città, che ben si presta a divenire luogo di abituale frequentazione per tutti i cittadini che qui possono ritemprarsi in un’incantevole ambiente naturale.

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Nel Parco dell’Adige Sud potrete percorrere un sentiero che inizia da Lungadige Galtarossa e arriva fino a Bosco Buri costeggiando la riva dell’Adige.

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Lungo l’itinerario troverete cartelli informativi che favoriscono la comprensione dell’ambiente fluviale e costituiscono un utile strumento di lavoro per genitori, insegnanti e scolaresche.

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Uno degli elementi naturalistici più interessanti è l’isola del Pestrino. Formatasi con il continuo depositarsi del materiale portato dal fiume e fittamente popolata da specie vegetali e animali essa è l’esempio di un biotopo tipico delle zone umide ormai quasi scomparso lungo il corso del fiume Adige.

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L’isola è il cuore di un’oasi di protezione faunistica che si estende per 790 ettari.

L’itinerario è un percorso sterrato e quello che appare come un normale sasso può rivelarsi un insieme di vividi e lucenti cristalli dalle forme perfette, quel che a prima vista sembra un ramoscello potrebbe essere invece un bellissimo insetto.

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Continuando il percorso si supera la diga di santa Caterina e si raggiunge il ponte del Pestrino.  Da qui si può continuare lungo del fiume verso la fattoria didattica del Giarol Grande dove potrete trovare un punto di ristoro e spaccio di prodotti biologici.

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Ci sarà la possibilità di ammirare da vicino alcuni animali della fattoria e percorrere il sentiero della salute che si snoda vicino alla Fossa Morandina per circa un chilometro.

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Per gli appassionati della mountain bike, 10 Km di percorso sono una piacevole opportunità per una facile pedalata, mentre i più allenati possono spingersi oltre l’itinerario ambientale fino a raggiungere Zevio, per poi ritornare lungo l’altra sponda, toccando vecchie corti rurali immesse nel verde della Bassa veronese.




La memoria femminile au Panthéon

Davanti al Pantheon parigino, la Francia rende onore a Simone Veil.

Per volere di Macron, il primo luglio 2018 le spoglie della madre d’Europa, assieme a quelle del marito, varcano l’entrata al tempio della memoria. 

Con il suo arrivo sono cinque le donne che ricevono quest’onore: 5 donne contro 73 uomini.

Il primo ingresso femminile risale al 1907: fu la scienziata Sophie Niaudet 

Berthelot che ebbe il privilegio di accedervi, non per i suoi talenti ma in quanto moglie del chimico Marcellin Berthelot. Marcellin e Sophie morirono a un’ora di distanza l’uno dall’altra e non si ritenne opportuno separarli, visto il grande amore che li aveva legati in vita. Il governo francese dispose per entrambi la sepoltura al Panthéon.

Sophie dunque accompagnò Marcellin nella sua ultima dimora, mentre oggi è Simone a portare con sé Antoine.

Fig. 1. “Merci Simone” tappezza i muri parigini

Nel 1995, fu la volta di Maria Skłodowska Curie, ivi traslata dal cimitero di Sceaux. François Mitterrand decise di trasferirvi le ceneri dei coniugi Curie grazie alle loro preziose ricerche comuni sul radio. Fino al 2015, la fisica polacca, naturalizzata francese, è stata la sola immortale a entrare al Panthéon per propri meriti. Tuttavia, se l’opinione comune era pronta a un cambiamento e riconosceva in via eccezionale il valore di alcune donne speciali, l’immaginario collettivo resisteva ancora di fronte a una vera e propria rivoluzione culturale e la presenza del marito ha dunque consentito di infrangere il cristallo con mano leggera.

Del resto, una rassicurante subordinazione di genere continua a trapelare in altri contesti. Marie è la prima persona al mondo ad aver ricevuto ben due Nobel, è la prima donna ad aver avuto un Nobel ed è la sola francese ad averlo ottenuto due volte, eppure, la strada del quinto arrondissement che porta il suo cognome acquisito la vede in posizione secondaria, contro ogni giustificazione alfabetica: Pierre et Marie Curie. E non solo. Sono bastati tre anni dalla morte di Pierre perché la città gli dedicasse una via, ma ne sono serviti trentatré dal decesso di Marie per far aggiungere il suo nome a quella stessa strada.

Fig. 2. Intitolazione a Parigi

Germaine Tillion e Geneviève de Gaulle-Anthonioz conquistano l’immortalità della memoria il 27 maggio del 2015, su iniziativa di Hollande. Germaine, etnologa in Africa mediterranea fino al 1940, impegnata nella Resistenza in Francia, internata nel campo di Ravensbrück, dove redige segretamente un’operetta sulla detenzione (Le Verfügbar aux Enfers), dopo la liberazione torna in Algeria per occuparsi di formazione popolare e condizione femminile e vi ricopre ruoli di mediazione durante il conflitto con la Francia. Negli anni successivi si dedica soprattutto a cause umanitarie e sociali, contro la tortura e per l’emancipazione delle donne del Mediterraneo. Molte le onorificenze assegnatele e le intitolazioni a suo nome: diverse scuole, mediateche e biblioteche, anfiteatri, un auditorium, un viale a Montpellier, una strada a Ivry sur Seine e a Sotteville lès Rouen. 

Fig. 3. Intitolazione a Sotteville lès Rouen

Anche Geneviève, nipote del generale de Gaulle, viene condotta a Ravensbrück in seguito alle sue azioni politiche. È il suo cognome a salvarle forse la vita: Himmler la tiene isolata in un bunker perché la ritiene un utile bottino per un eventuale negoziato con la Francia.

Nel dopoguerra contribuisce a fondare l’Associazione nazionale dei deportati e internati della Resistenza (ANIR) e la sezione femminile dei combattenti. Impegnata nelle campagne per i diritti umani, si batte per l’adozione di una legge contro la povertà e per più di trent’anni presiede l’ATD, il movimento per la dignità del Quarto mondo.

Le sono state intitolate scuole d’ogni ordine e grado; portano il suo nome un residence, un centro d’accoglienza, un ospedale, un parco. Generosa con lei l’odonomastica, da Parigi a Lione, da Rennes a Limoges, dalla regione del Var alla Senna Marittima, dall’Aveyron all’Essonne, dal Rodano all’Oise e all’Isère, dal Nord ai Vosgi e al Puy de Dôme…

Fig. 4. Intitolazione a Lione

Simone Veil, prima donna presidente del Parlamento europeo e icona della lotta per i diritti delle donne, entra nel Pantheon a un anno dalla sua morte al suono della Marsigliese e dell’Inno alla gioia. 

Tuttavia le strade, le piazze e le scuole francesi ne avevano già da tempo assorbito il nome: così è a Parigi, dove Place de l’Europe e l’omonima stazione metropolitana dell’8° arrondissement dallo scorso maggio sono state ridenominate “Europe – Simone Veil”; così è a Nizza, ad Aix-les Bains, a Nancy, a Bourges e in decine e decine di paesi francesi che in questi pochi mesi di assenza le hanno dedicato una via:  Saint-Ouen, Évry, Lamballe , Clichy, Mormant, Moreuil, Puteaux, Folembray, Rouffignac, Saint Genis Pouilly, Exciteuil, Quincy-Voisins, Vesoul, Brétigny sur Orge, Truyes, Gonfreville-l’Orcher, Omey, Vihiers, Zemlja, Gargenville, Ufaransa, Le Crès, Graulhet, Cormontreuil, Décines-Charpieu, Ploermel, Arleux, Briey, Plescop, Étréchy, Breuil-le-Sec, Hoenheim, Vendin-le-Vieil, La Talaudiere, La Ville-aux-Dames… L’elenco si allunga, di giorno in giorno. 

“Libera e liberatrice”, Simone attraversa e pervade la Francia e porta con sé il bisogno, il desiderio, la speranza di ricostruire il sogno europeo.

Fig. 5. Intitolazione a Nizza

 




Le donne del blues e del jazz

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Nell’ambito del Festival Le Compositrici, organizzato nella capitale dall’Università Roma Tre e della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, si apre domani al pubblico, nei locali del teatro Palladium, a Garbatella, una nuova sezione tematica della mostra Donne e Lavoro, curata dall’associazione Toponomastica femminile.

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Il festival, giunto alla sua terza edizione, vuole mettere in risalto opere scritte da musiciste, spesso rimaste nell’ombra, a cui la storia non ha riservato un posto nella memoria collettiva. Molte opere sono disperse, poche sono pubblicate, e anche quando le loro autrici hanno incontrato successo in vita, sono state spesso dimenticate dopo la morte.

Autrici e autori della nuova sezione della mostra sono per lo più docenti d’ateneo e di conservatorio, musiciste e orchestrali.

Non mancano interventi trasversali al tema della composizione, incursioni in altri territori musicali, sguardi sulla contemporaneità.

E tra questi cade lo sguardo sui pannelli dedicati alle donne del jazz e del blues, opera di Mauro Zennaro, relatore, tra l’altro, di un “duetto” con il docente e sassofonista Eugenio Colombo, alla giornata di studi Le Compositrici (Giovedì 14 aprile – Istituto di Scienze della Formazione, Università Roma Tre).

Saranno le successive immagini a raccontare, in due puntate, la storia di queste grandi artiste.

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“È difficile definire il blues. Come per tutta la musica popolare, ne abbiamo notizie certe solo da quando è stato possibile registrarne i suoni. Sul prima, si possono fare solo ipotesi. La musica popolare nasce dalla voce, lo strumento più universale ed economico, adatto a cantare melodie e parole. Come il flamenco, il fado, il rebetiko e tanti altri generi, il blues parla di amore infelice, di soldi che non bastano mai, di sesso: molto dolore e qualche piacere.”

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“Il popolo nero, deportato nel Nuovo continente in schiavitù, adattò i suoi canti alla nuova lingua e inventò modi nuovi di suonare gli strumenti che trovava: qualche semplice percussione, la chitarra, il banjo, l’armonica, l’armonium delle chiese rurali. Nelle piantagioni la gente nera era allevata con criteri zootecnici e i maschi in eccesso venivano venduti. Nasce dunque una canzone tipica: il blues del letto vuoto, quello delle donne che improvvisamente perdevano i loro uomini. Con la fine della schiavitù le donne continuarono a restare, lavorando nelle case bianche come domestiche, mentre gli uomini emigravano seguendo il lavoro stagionale nei campi e quello definitivo nelle industrie del Nord. “Mi sono svegliata questa mattina” e ho trovato il letto vuoto: I woke up this morning è l’incipit più tipico del blues.”

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica “colta” sarebbero impensabili senza il loro canto.”

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ITALIA – Alta finanza e ambientalismo: gli “Amici di villa Buri” a Verona

Piacque a Marina Salamon e Marco Benatti, imprenditori veronesi attenti alle vicende sociali e politiche della città,  il progetto  di salvaguardare l’ambiente e il parco di Villa Buri, attraverso la conservazione ambientale e la promozione di interventi ed esperienze basate sull’incontro, il confronto e il dialogo di carattere interculturale e interreligioso; la difesa e la promozione dei diritti umani e di una cultura di pace; una economia di giustizia, per uno sviluppo equo, solidale e ecosostenibile, che consenta all’intera umanità di esercitare il diritto ad una vita dignitosa; un equilibrato rapporto tra la persona umana e la natura per la promozione di una società fondata sulla tutela dell’ambiente e sull’uso appropriato delle risorse naturali. Il risultato dell’incontro alla celebre Festa dei Popoli  del 2002,  fu la sottoscrizione di un contratto di comodato tra i coniugi Benatti, Salamon e l’Associazione Villa Buri onlus costituitasi nel 2003.

Tra le iniziative previste vi sono in particolare la promozione culturale di manifestazioni ed eventi di vario genere: formativi, educativi, di spettacolo e ricreativi, rivolti anche a soggetti svantaggiati.

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Villa Buri, nota anche come villa Spolverini o villa Bernini Buri, è una villa veneta ubicata in località Bosco Buri nei pressi del borgo di San Michele Extra, in provincia di Verona.

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È un complesso monumentale formato dalla casa patronale, dalla cappella, dai rustici, dalle scuderie, dalle stalle, dalla casa del fattore, dalla barchessa, circondata da 300 ettari di campagna e da un parco all’inglese in gran parte alberato anche con alberi esotici che, dalle sponde del fiume Adige, si estende per circa 25 ettari. È tradizione che abbia costruito la villa Gian Antonio Spolverini agli inizi del ‘600 su disegno di Domenico Brugnoli, nipote del Sanmicheli, ma sul luogo i Buri erano presenti già dal 1574.

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La prima notizia della proprietà Buri si riferisce al dicembre 1738 quando il duca di Lorena e la consorte Maria Teresa, regina d’Ungheria e Arciduchessa d’Austria, giunsero con dame e cavalieri per “fare la quarantia di giorni vent’otto” richiesta dalla epidemia pestilenziale che si andava diffondendo a Verona.

La villa divenne salotto dell’aristocrazia del Settecento, centro culturale nell’Ottocento e fiorente azienda agricola nel Novecento.  Nel 1921 l’ultimo conte che risiedette nella villa, Giuseppe Bernini Buri, si iscrisse al Partito Nazionale Fascista.

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Dopo la fine della seconda guerra mondiale, per otto giorni circa, dal 25 aprile ai primi del maggio successivo, fuggiti i tedeschi insediatisi in alcuni locali del palazzo, ancora sfollati i proprietari, la villa fu oggetto di saccheggio da parte della popolazione civile locale: vennero distrutti la biblioteca e l’archivio; venne asportato tutto il patrimonio artistico (comprendente 280 quadri circa); sparirono il mobilio e le suppellettili; il parco venne devastato e gli arredi sacri della cappella trovarono nuovi possessori.

Nel 1961 i Bernini Buri affittarono e poi vendettero (1971) la proprietà (20 ettari) ai Fratelli della Sacra Famiglia, che trasformarono la villa in un seminario. I nuovi proprietari vendettero in seguito la parte del parco a ridosso dell’Adige detta oggi Bosco Buri al Comune di Verona ed alcuni ettari di seminativo ad un privato. Per anni il palazzo fu casa di formazione, per poi divenire scuola media diocesana, fino al 1997, anno in cui la Diocesi di Verona decise la chiusura di tali istituti. I Fratelli della Sacra Famiglia svolgono tuttora attività di catechesi e di insegnamento in diocesi.

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Nel 1994 aprirono un Centro Diurno per minori in difficoltà.

A loro si deve il restauro della villa e dei fabbricati rurali, la realizzazione di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria: esemplare, per la cura della struttura e dell’ambiente di villa e parco, fra tutte la realizzazione dello scantinato, per eliminare infiltrazioni d’acqua dal sottosuolo, e scavato senza l’utilizzo di mezzi meccanici per evitare che le vibrazioni potessero recare pregiudizio alla struttura.

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Nel 2000 i fratelli decisero di vendere la proprietà diventata troppo grande e “ricca” per la piccola comunità che vi viveva. Nel 2001 si riunirono i rappresentanti di varie associazioni e discussero sull’eventualità di acquistare la villa. Il progetto, che queste associazioni si erano prefissate di portare a termine, era quello di creare un “Grande parco Culturale” a villa Buri.

Dal 1992 il parco fu sede della celebre Festa dei Popoli e proprio durante l’evento del 2002 avvenne un incontro del tutto casuale tra Marina Salamon e Marco Benatti, imprenditori veronesi attenti alle vicende sociali e politiche della città.

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Il progetto piacque anche a loro e il risultato dell’incontro fu la sottoscrizione di un contratto di comodato tra i coniugi Benatti e Salamon e l’Associazione Villa Buri onlus costituitasi nel 2003.

Nel 2004 venne costituita l’Associazione Amici di Villa-Bosco Buri che ha il compito di mantenere e valorizzare il parco.

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A fianco alla villa c’è quella che era la casa della servitù. L’orologio che possiede è privo di lancette, queste ultime portate via dai tedeschi nella guerra. Oggi all’interno c’è un centro di accoglienza.

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Vicino alla barchessa c’è quella che era la casa dei lavoranti, ossia le persone che lavoravano le terre dei Buri intorno al parco. Oggi è di proprietà di un privato.

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Come tutte le ville venete anche villa Buri aveva una barchessa. Questa posta dietro alla casa della servitù e dentro a dei portici possedeva le stalle, le cucine, i magazzini e altri locali di servizio. Oggi è magazzino dell’associazione Amici di Villa-Bosco Buri.

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Nel 1776 Girolamo Buri sposò Isotta Spolverini e dal loro matrimonio nacque Giovanni Danese Buri, che strutturò il parco a giardino all’inglese guadagnandosi l’encomio di intellettuali famosi ed esperti del settore come Ippolito Pindemonte e Luigi Mabil.

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Il giardino prevedeva viali curvilinei e raggruppamenti liberi di piante, si ispirava cioè a un pittoresco bosco naturale.

Vi si trovavano reparti e installazioni speciali, come piazzali da gioco, campi di sport, padiglioni per caffè, chioschi e recicinti per spettacoli all’aperto e audizioni. Anche la natura diventava spettacolo, come dimostra la collina artificiale costruita per osservare l’Adige.

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Prevedeva, naturalmente, ampia presenza di piante coltivate, tra cui molte esotiche.

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Per questo sono ancora presenti numerosi alberi anche di ragguardevoli dimensioni e in qualche caso plurisecolari: “platano, sequoia, tuja, sofora, libocedro, farnia, carpine, olmo, magnolia, faggio, tiglio, betulla, acero, frassino”, per un totale di oltre 80 specie diverse.

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A volte  le api scelgono bosco Buri  per la costruzione del loro favo.

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Ai giorni nostri il Parco ha perso parte delle sue caratteristiche originarie mantenendo tuttavia il suo fascino e dando spazio a laboratori di erboristeria e corsi di yoga.

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Un posto da conoscere, adatto a chi desidera vivere a contatto con la natura e conoscere i suoi segreti, a chi ama passeggiare e ristorarsi all’ombra di grandi alberi e respirare aria fresca e profumata, cibarsi e utilizzare prodotti naturali.

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ITALIA – Memorie femminili a Villa Sciarra

Villa Sciarra, preziosa area verde del quartiere Monteverde Vecchio, non lontana dalla più vasta e celebre Villa Pamphili, conserva memorie storiche femminili assolutamente insospettabili, come un filo continuo che dal mondo antico giunge fino al XX secolo.

Il parco era in passato il Lucus Furrinae, un bosco sacro dedicato a Furrina, una delle prime divinità di Roma. Legata probabilmente alle acque sotterranee e ai pozzi utilizzati per il loro sfruttamento, le era dedicata una fonte sacra qui e una ad Arpino, ricordata anche da Cicerone, e il suo culto si celebrava il 25 luglio con le Furrinalia.
Il nome di Furrina, che per assonanza fu anche associato alle Furie, si trasformò presto tanto che cominciò a essere ricordato con il plurale Furrinae o nymphae Forrinae; in età imperiale il culto si era già disperso probabilmente assorbito dal quello per il dio Nettuno.
Gran parte del parco di Villa Sciarra costituiva gli Horti di Cesare, la villa suburbana in cui venne ospitata Cleopatra, insieme al figlio Cesarione, durante il soggiorno a Roma tra il 46 e il 44 a. C.
La regina d’Egitto, di vasta e raffinata cultura, trasformò gli Horti in una vera corte, realizzando opere edilizie di grande sfarzo, sontuosi mosaici pavimentali e affreschi parietali ispirati a temi mitologici. Quelli che dovevano essere campi coltivati vennero mutati da Cleopatra in giardini delle delizie e la villa ospitò cenacoli intellettuali in cui si parlava greco, si discuteva di filosofia e si declamavano versi. Sallustio, Orazio ancora molto giovane e un altrettanto giovane Virgilio furono fra i letterati ammessi a questa discussa e controversa “corte imperiale”.

Se nel Medioevo la villa fece parte dei possedimenti del convento di san Pancrazio, in seguito appartenne a numerose e importanti famiglie romane, dai Frangipane ai Mignanelli che ebbero la fortuna di veder realizzati, proprio durante il periodo di loro possesso, le Mura Gianicolensi; grazie alla nuova cinta muraria crebbe il valore economico della proprietà che, protetta da un bastione murario, si trasformò da villa suburbana in villa urbana. L’accresciuto valore consentì a Alessandro Mignanelli di assegnare il possedimento alla figlia Margherita che, nel 1647 sposò Domenico Vaini. Donata dal Vaini al cardinale Antonio Barberini “vita natural durante”, dopo la morte del cardinale fu oggetto di contesa fra le due famiglie e nel 1672 tornò nelle mani della legittima proprietaria, come si legge nell’atto di concordia stipulato tra Margherita Mignanelli, il cardinale Francesco Barberini e il principe Maffeo Barberini.

La grande storia ha in seguito attraversato la villa romana e l’ha trasformata in uno degli scenari di scontro fra garibaldini e truppe francesi durante i giorni di resistenza della Repubblica Romana nel 1849.

Foto.1.ROMA.VILLA SCIARRA. MPE.ORIZZ

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A ricordo di quelle giornate uno dei viali del parco, quello che sale dall’entrata di via Dandolo, ricorda Margaret Fuller Ossoli, giornalista americana che si impegnò con coraggio nelle vicende della Repubblica Romana, prima donna degli Stati Uniti a ricoprire il ruolo di corrispondente dall’estero. Giunta a Roma nel 1847, Margaret abbracciò le idee mazziniane per l’indipendenza italiana e, durante le vicende della Repubblica Romana, divenne responsabile del servizio di ambulanza e regolatrice dell’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina.

La villa fu seriamente danneggiata da quei combattimenti e gli interventi di restauro sulle costruzioni e sul parco furono voluti da Carolina d’Andrea di Pescopagano, moglie di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra proprietario della tenuta. A lei si deve l’inserimento nel giardino di elementi esotici, come prescriveva il gusto di fine Ottocento, come un padiglione cinese e la creazione di serre in vetro e ghisa.
In questo parco Gabriele D’Annunzio, amico di Maffeo II figlio della principessa Carolina, ambientò il duello fra Andrea Sperelli e Giannetto Rutolo de Il Piacere.
Al giovane rampollo Maffeo II si deve invece il declino della proprietà che, dopo una fallita speculazione edilizia e il passaggio alla Banca Tiberina e alla Banca d’Italia, molto ridimensionata nell’estensione, fu acquistata nel 1902 dal diplomatico statunitense George Washington Wurts.

Foto.2- piazzale Wurts.Foto Barbara Belotti

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A lui e a sua moglie Henriette Tower

Foto.3- Henrietta Tower Wurts con il marito George W. Wurts

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si deve l’aspetto attuale. Entrambi appassionati dell’Italia e della sua arte, vollero riportare la proprietà ai fasti passati conferendole un aspetto eclettico. Henriette, ricchissima ereditiera della Pennsylvania, appassionata di arte e di botanica, contribuì sensibilmente, e non solo in termini economici, alla nuova sistemazione.
Furono inserite nel verde numerose statue settecentesche in arenaria, realizzate da Giovanni Ruggeri e provenienti dal Palazzo Visconti di Brignano Gera d’Adda, in Lombardia, come la bella Fontana dei Satiri

alla cui sommità sono riprodotti un biscione ondulante e un fanciullo, simboli dello stemma dei Visconti; di fronte alla fontana si erge una grande voliera in ferro realizzata per l’allevamento dei pavoni bianchi.

Foto.4- Fontana dei Satiri.Foto Barbara Belotti

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Questa parte del parco ha un aspetto che richiama la tradizione del giardino all’italiana, con sculture, aiuole, siepi e vialetti dall’impianto regolare. Due di questi viali sono dedicati ad altrettanti figure femminili: Rosa Vagnozzi e Antonietta Klitsche.
Rosa, nata a Roma nel 1857, era una giovane colta e intelligente che si laureò in Lettere dedicandosi in seguito all’insegnamento in una scuola magistrale. Come educatrice pensò a una letteratura rivolta alle giovani e ai giovani e scrisse racconti e romanzi storici. Collaborò con l’Osservatore Romano e con altri periodici cattolici firmando i suoi interventi con lo pseudonimo “Myrmica parva” (piccola formica). Fece parte, come socia, dell’Accademia Tiberina, una prestigiosa istituzione fondata a Roma nel 1813 con lo scopo di studiare e promuovere “le scienze e le belle lettere”. Rosa Vagnozzi è morta a Roma nel 1935.

Foto.6-Viale Rosa vagnozzi. Foto di barbara Belotti

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Anche Antonietta Klitsche de la Grange collaborò con l’Osservatore Romano. La sua carriera letteraria vanta più di 100 titoli, fra romanzi, racconti storici e saggi. Nata a Roma nel 1832, Antonietta venne nominata dal Comune di Allumiere Ispettrice delle scuole elementari femminili. Fece parte dell’Arcadia firmando i suoi contributi letterari con il nome di Asteria Cidonia. Antonietta Klitsche de la Grange morì nel 1912.

Foto.7-Viale A.Klitsche.scrittrice. Foto di Barbara Belotti

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Camminando lungo i viali si incontrano statue allegoriche e fontane come quella decorata con piccoli tritoni e lo stemma araldico dei Visconti

Foto.8-Fontana con stemma Visconti. Barbara Belotti

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o quella delle Sfingi, di fronte al Casino Nobile;

Foto.9-Casino nobile e fontana delle Sfingi. Foto Barbara belotti

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più in alto, sulla cosiddetta Montagnola all’altezza della cinta muraria, la gloriette, un padiglione circolare con cupola metallica originariamente rivestita di porporina dorata, si apre sull’ampio panorama verso i Castelli Romani.

Foto.10- la gloriette. Foto di Barbara Belotti

(foto 10)

Il Casino Nobile ospitò numerosi ricevimenti della coppia Wurts-Tower fino al 1914 quando, durante la Prima Guerra mondiale, la villa fu utilizzata come ospedale per i militari affetti da disturbi psichici.
Nel 1930 l’intera proprietà fu donata da Henriette Tower allo Stato Italiano, insieme alla somma di 50.000 dollari per il suo mantenimento; unica condizione posta dalla ricchissima americana fu che Villa Sciarra-Wurts diventasse un parco pubblico aperto alla cittadinanza;l’anno successivo il Casino nobile fu consegnato all’Istituto Italiano di Studi Germanici, che ancora oggi ha qui la sua sede.
Una lapide ricorda la donazione e i nomi di George Wurts e di Henriette Tower Wurts, mentre uno scalpello ha cancellato il riferimento al nome di Benito Mussolini.

Foto.11-Lapide.Barbara belotti

(foto 11)

Henriette Tower, morta a Lucerna nel 1933, è stata seppellita nel Cimitero acattolico di Testaccio accanto a suo marito.

FOTO:

  1. Villa Sciarra – Viale Margatet Fuller Ossoli – Foto di Maria Pia Ercolini
  2. Villa Sciarra – Piazzale Wurts – Foto di Barbara Belotti
  3. George W. Wurts e Henriette Tower Wurts
  4. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana dei Satiri, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  5. Villa Sciarra – la Voliera – Foto di Maria Pia Ercolini
  6. Villa Sciarra – Viale Rosa Vagnozzi – Foto di Barbara Belotti
  7. Villa Sciarra – Viale Antonietta Klitsche – Foto di Barbara Belotti
  8. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana con stemma dei Visconti, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  9. Villa Sciarra – Il Casino Nobile e la Fontana delle Sfingi – Foto di Barbara Belotti
  10. Villa Sciarra – La gloriette – Foto di Barbara Belotti
  11. Villa Sciarra – Lapide commemorativa – Foto di Barbara Belotti




ITALIA – A Cagliari, tra regnanti, artiste e letterate di Villanova

Di Agnese Onnis

 Nella prima metà del XX secolo, la città di Cagliari ha visto espandere il suo abitato a partire dai due quartieri storici di Villanova, ad est di Castello, e Stampace, ad ovest, che già da secoli accoglievano le famiglie contadine emigrate dalla vicina pianura del Campidano.

FOTO1.MAPPAVillanova

FOTO 1. MAPPA

La parte più antica di Villanova si riconosce dalle sue casette basse e colorate, che nascondono orti e giardini interni, e da ciò che resta delle minuscole botteghe artigianali sopravvissute alla crisi. Le vigne e i frutteti che circondavano l’area fino alla prima metà dello scorso secolo hanno lasciato gradualmente posto dapprima a villini liberty e palazzine discrete, e infine ad alti edifici abitativi e chiassose strade.

FOTO2.Villanova_vecchia

FOTO 2. VILLANOVA VECCHIA

A fungere da raccordo fra il quartiere arroccato di Castello e il piano di Villanova è il Terrapieno, utilizzato nel XVIII secolo come avamposto delle fortificazioni militari legate ai Savoia e trasformato, negli anni Trenta, in passeggiata panoramica, a un metro e mezzo di altezza al di sopra del viale Regina Elena.

FOTO3.Terrapieno_Villanova

FOTO 3. TERRAPIENO

La regina Elena è dunque la prima figura femminile che s’incontra nel percorso, cara al popolo e rispettata per la sua generosità. Non amava la vita di corte: indossava il grembiule per dirigere le cameriere, curava personalmente tutti i particolari dei ricevimenti, insegnava alle figlie a cucire, a lavorare a maglia, a fare i dolci. Aveva un gran senso del dovere e della dignità, tanto che per il tragico terremoto di Messina del 1908, si dedicò personalmente ai soccorsi. Durante la prima guerra mondiale fece l’infermiera a tempo pieno e trasformò il Quirinale in un ospedale.  Si interessò alla medicina, fino a meritare una laurea ad honorem; ancora oggi molti ospedali e reparti ospedalieri portano il suo nome. Finanziò opere benefiche e sembra fosse anche intervenuta presso il re a favore degli ebrei, ai tempi delle leggi razziali.

FOTO4.ReginaElena

FOTO 4. VIALE REGINA ELENA

Il Terrapieno si chiude con l’ingresso ai Giardini pubblici, dove, nella palazzina della ex Polveriera, ha sede la Galleria Comunale d’arte diretta da Anna Maria Montaldo, che l’ha valorizzata e fatta emergere a livello nazionale guadagnandole, per la buona gestione, il titolo di secondo museo civico.

FOTO5.GALLd'ARTE

FOTO 5. GALLERIA COMUNALE D’ARTE

La Galleria espone, tra le tante opere, alcune produzioni di artiste. Al piano terra sono in mostra diverse tele della pittrice umbra Deiva De Angelis (Veduta romana, Paesaggio con alberi, Nudo femminile).

FOTO6.Mafai

FOTO 6. TESTA DI CONTADINA

Al primo piano sono presenti lavori di Antonietta Raphael Mafai (Testa di contadina, foto 6), Rosanna Rossi (Composizione), Mirella Mibelli (Bagnante), Maria Lai (Ritratto di Salvatore Cambosu), Rita Thermes (Coro a tre voci, foto 7).

FOTO7.RitaThermes_Coro a tre voci

FOTO 7. CORO A TRE VOCI

Per ritrovare tracce femminili nella toponomastica dell’area bisogna procedere a ritroso e percorrere viale Regina Elena in direzione della piazza Costituzione. Da lì, imboccata via Garibaldi e voltato subito a destra su via San Lucifero, s’incrocia la strada dedicata alla grande giudicessa Eleonora d’Arborea, a cui è peraltro intitolato anche l’Istituto Magistrale, oggi Liceo psico-pedagogico.

FOTO8.Eleonora d'Arborea Daniela serra.ridotta

FOTO 8. ELEONORA (foto di Daniela Serra)

Alla morte di suo padre, il giudice Mariano IV, Eleonora esercitò il ruolo di reggente per i figli minorenni nel giudicato di Arborea.

La sua forte personalità le permise di ottenere il consenso popolare e di imporsi come legislatrice saggia e capace che alla ‘sardesca repubblica’’ applicò nuove regole e leggi incorporate ai Codici paterni, nella famosa Carta de Logu.

Eleonora detiene, insieme a Grazia Deledda, il primato di intitolazione di strade e piazze nei comuni sardi.

A Cagliari, tra le due protagoniste della storia e della cultura isolana, la distanza è breve.

Imboccata la via Iglesias verso piazza Gramsci, e attraversata via Sidney Sonnino (un tempo via Nuova), s’incontra via Grazia Deledda, di poco esterna all’area originaria di Villanova.

Merita una piccola nota la prima traversa di via Iglesias (oggi via Oristano), un tempo conosciuta come arruga de is Panetteras, la via delle panificatrici, di cui purtroppo non è rimasta traccia.

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FOTO 9. DELEDDA (foto di Daniela Serra)

 Con la Deledda l’Isola entra a far parte dell’immaginario europeo, scrive Dino Manca nella sua introduzione critica e filologica al romanzo L’edera.

Grazia, premio Nobel per la letteratura, nacque nel 1871 a Nuoro. La sua biografia è nota e i suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo.

Quale riconoscimento alla fama della scrittrice, la città di Nuoro ha trasformato la sua casa natale nel bel Museo Grazia Deledda.

Anche Cagliari, con l’intitolazione della strada, testimonia il suo omaggio alla grande scrittrice.

La passeggiata si conclude con un’altra dedica letteraria che compare nella seconda traversa destra di via Deledda.

FOTO10.ADA NEGRI

FOTO 10. ADA NEGRI

Beneficiaria ne è Ada Negri, lodigiana di umili origini che rivolse gran parte delle sue liriche ai temi sociali, tanto da essere definita la poetessa del Quarto Stato. Vicina alle posizioni mussoliniane, e dunque intellettuale di regime, non rinnegò mai le sue idee. Morì nel 1945 a Milano.

Seppure esuli dal tema del percorso e non abbia riferimenti diretti al mondo femminile, va segnalata, a breve distanza dall’ultima meta, la basilica di San Saturnino e l’adiacente necropoli, considerata uno dei più importanti complessi paleocristiani dell’isola. Anche qui, come sempre, si cela una presenza femminile significativa: furono soprattutto tre donne – Renata Serra, Tatiana Kirova, Letizia Pani Ermini – a fissare e divulgare la datazione della fabbrica originaria tra il V e il VI secolo.

Villanova conserva molti edifici di culto interessanti per la storia e l’architettura cittadina, ma nessuno dei tanti è intitolato a donne. Sarà invece il quartiere di Stampace, oggetto della prossima passeggiata, a riportarci nel mondo delle sante.

 




L’ultimo spartito di Rossini

Simona Baldelli (in copertina), pesarese residente a Roma, ha esordito qualche anno fa con Evelina e le fate, un romanzo ambientato nella campagna marchigiana durante la seconda guerra mondiale. L’opera, finalista al Premio Calvino nel 2012 e pubblicata nel 2013 da Giunti, ha vinto il premio John Fante Opera Prima. Il secondo lavoro di Baldelli, Il tempo bambino, (Giunti 2014), affronta il tema caldo della pedofilia, ma con un taglio originale. La vita a rovescio (Giunti 2016), è invece un romanzo storico incentrato su una storia vera, quella di Caterina Vizzani, un’avventuriera che nell’Italia del 1700 visse alcuni anni travestita da uomo.

L’ultimo spartito di Rossini, la più recente fatica della scrittrice, è un omaggio al suo grande conterraneo nel 150esimo della sua morte. Ma cosa si può scrivere di un personaggio di cui si è già detto tutto? A questa domanda la brava Simona Baldelli risponde attraverso un romanzo storico ambientato nell’Italia dell’Ottocento. Come recita l’avvertimento iniziale, L’ultimo spartito di Rossini è un’opera di fantasia dove “i fatti storici narrati sono liberamente interpretati”, ma nello stesso tempo è un lavoro molto attento alla cultura, anche materiale, dell’epoca, e l’ambientazione è costruita attraverso una rigorosa indagine condotta sui documenti: l’ampia bibliografia ricordata alla fine non fa che confermare l’impressione avvertita durante tutta la lettura.

La vicenda si snoda sulla base dell’epistolario rossiniano e dei documenti conservati presso la Fondazione Rossini di Pesaro ed è aderente alla realtà storica, ma si presenta anche come una riflessione sul fenomeno, purtroppo sempreverde, dell’invidia e della calunnia contro chi raggiunge il successo. “L’invidia non è l’aspirazione a innalzarci, ma la speranza che l’altro precipiti. Il desiderio di un orizzonte piatto, in cui nessuno emerga”: questo il giudizio – che investe il pubblico, ma anche le persone competenti e la critica dei giornali – messo in bocca a un personaggio, il pittore Camuccini, che compare in un episodio del romanzo. Il musicista lo incontra, insieme allo scrittore Stendhal, durante uno dei suoi numerosi (e detestati) viaggi, scambia qualche opinione e, secondo l’usanza del tempo, condivide con lui una stanza per la notte alla stazione di posta. Il tema dell’invidia sociale ritorna altre volte, costituendo una sorta di leitmotiv della narrazione.

Del personaggio Rossini, Baldelli ricerca l’umanità e la complessità oltre l’immagine stereotipata che lo stesso compositore, in qualche modo, aveva contribuito a costruire, quella di un uomo gioviale dalla battuta pronta, amante delle belle donne e della buona tavola, del buontempone, del bon vivant. Dietro questa maschera si nasconde un uomo perseguitato dal timore di non essere veramente all’altezza della sua fama, nonostante il successo ottenuto già in vita in tutta Italia e in Europa; un uomo di genio capace di creare grandi capolavori, che però per tutta la vita sogna di comporre l’opera perfetta che lo renda immortale e metta d’accordo tutti, un “ultimo spartito” che faccia finalmente tacere i  detrattori da cui si sente perseguitato. Per superare l’angoscia che le critiche gli procurano Gioachino si costruisce una “scorza” che possa difenderlo rendendolo insensibile a ciò che avviene fuori. È questa scorza che gli consente di superare la disastrosa prima del Barbiere, al teatro Argentina di Roma, quando i suoi nemici organizzano una ignobile gazzarra durante lo spettacolo e sul palco viene lanciato di tutto, persino un gatto; oppure l’umiliazione subita nella sua stessa città natale, all’inaugurazione del Teatro Nuovo di Pesaro con La gazza ladra, opera che ha già riscosso un successo strepitoso a Vienna. Travolto dalle angosce morali causate dalle critiche (Stendhal scrive una Vita di Rossini piena di ingiuste accuse, oltre che di inesattezze) ma soprattutto dalla morte della madre amatissima, e dai tormenti fisici provocati dalla sua malattia, a trentasette anni Rossini, dopo aver composto il Guglielmo Tell, smette di scrivere opere liriche e sprofonda in una penosa depressione, da cui esce a fatica, con l’aiuto determinante della sua seconda moglie, la giovane e bellissima – ma anche tostissima – Olympe Pélissier. È questo personaggio meno scontato, questa parte in ombra dell’uomo Rossini che viene indagata da Baldelli, con delicatezza, con affetto anche, ma senza tacere sulle realtà scomode; e alla luce di questa dolorante umanità acquistano un valore diverso anche gli aspetti più noti e scontati della biografia rossiniana: le bisbocce, le bizzarrie, gli eccessi.

Un tocco di surreale, che non manca mai nei romanzi della nostra autrice, è costituito dai colloqui di Rossini con Mozart e Beethoven, che per l’occasione oltrepassano le cornici dei ritratti esposti nella villa di Passy, oppure da invenzioni felici come quella delle dita di Paganini che si staccano, muovendosi per conto loro, dalle mani del grande violinista: splendido il sulfureo ritratto che ne fa Baldelli, ma non è l’unico in queste pagine in cui prendono vita gli ambienti e le persone che il compositore frequentò nelle diverse città dove visse: Pesaro, Bologna, Napoli, Roma, Parigi, Vienna, Londra, ovunque acclamatissimo e riconosciuto come un genio musicale, nonostante la presenza dei detrattori.

Un romanzo che si fa leggere anche dai non melomani, che ci troveranno un personaggio colto da un’angolatura originale e più di un motivo di riflessione, oltre a una narrazione sapiente, felicemente scorrevole, che sa divertire e commuovere.

Simona Baldelli

L’ultimo spartito di Rossini

Piemme 2018

Pagg. 381

€ 18,50




Da Trani a Fasano: Maria Teresa Stella e le altre

Il 4 giugno 2011 l’Amministrazione comunale di Fasano (BR), nei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, scopre la targa in marmo di notevoli dimensioni, in memoria di Anna Teresa Stella, eroina fasanese:

Il 27 aprile 1799 qui cadde barbaramente assassinata dalla canaglia reazionaria borbonica

Anna Teresa Stella

creatura eccelsa glorioso vessillo di libertà e giustizia sociale

1. Fasano. Targa in memoria di Anna Teresa Stella

Anna Teresa Stella, originaria di Trani, diventa cittadina di Fasano dopo il matrimonio con il possidente fasanese Lorenzo Goffredi: da Trani a Fasano sono solo 100 chilometri ed entrambe le cittadine si affacciano sul mare Adriatico. 

Per capire cosa sia successo e il perché di questa dedica così particolare bisogna andare indietro nel tempo. 

Siamo nel 1799. Il 21 gennaio, a Napoli capitale del Regno, viene dichiarata la Repubblica napoletana. Re Ferdinando e Regina Carolina sono già fuggiti a Palermo il mese prima con il tesoro della corona, e a Napoli viene piantato dalle truppe francesi l’albero della libertà con la sua portata di idee giacobine. Per diffondere i nuovi ideali repubblicani e gli avvenimenti del nuovo corso esce, il 2 febbraio, il primo numero del “Monitore Napoletano”, periodico bisettimanale, di cui è direttrice Eleonora De Fonseca Pimentel, patriota, politica e giornalista.

Nel contempo, a Fasano, Anna Teresa, di idee repubblicane si distingue per leggere in pubblico le lettere dei liberali napoletani. Le legge in piazza, nel luogo dove è stata posta la targa, la stessa piazza che prenderà il nome di Ignazio Ciaia, anche lui fasanese, anche lui patriota, che fu membro nel primo governo provvisorio repubblicano del 1799.

Anna Teresa, con le letture pubbliche, anima la lotta per la libertà, la fraternità, l’uguaglianza, argomenti rivolti più alle persone colte con alti ideali che al popolo contadino, sempre più spremuto, non da ultimo, proprio dalle truppe francesi che pretendono quanto necessita al loro sostentamento. Non si tratta solo di cibo: le truppe si lasciano andare a saccheggi quale “incasso” per la loro prestazione di guerra. D’altronde, Bonaparte per primo ha spogliato palazzi, ville, conventi di opere d’arte, stature, obelischi e pezzi di pareti affrescate che hanno preso la strada di Parigi durante le campagne d’Italia.

I francesi, dunque, sono sì portatori di un nuovo modo di pensare, ma anche di vecchi comportamenti predatori. Quando partono e viene meno un presidio armato in difesa delle nuove idee, Anna Teresa viene catturata e imprigionata. È vedova, e questo molto probabilmente fa la differenza per la crudeltà usatale. Con il consenso delle autorità, il 27 aprile 1799 un gruppo di popolani a lei ostili, aizzati da un giacobino rinnegato, Cataldo De Santis, la preleva dalla cella, la espone alla berlina su di un asino. Viene ripetutamente frustata e poi fucilata nel luogo dove leggeva le lettere. Come se non bastasse, viene decapitata con un coltellaccio. Il cadavere, trascinato per le strade, è fatto selvaggiamente a pezzi e sparso, come monito ai cittadini di idee liberali. 

Il tutto sotto alla statua della Madonna del Pozzo.

È così che a distanza di 212 anni, il Comune di Fasano onora ancora una volta la concittadina che a pieno titolo dovrebbe essere inserita nei testi di storia adottati nelle scuole, insieme a tanti patrioti e patriote che hanno lottato per l’unità d’Italia. 

Anna Teresa Stella ha una strada dedicata sia a Fasano che a Trani (foto di copertina). 

2. Fasano. Via Stella

Nello stradario di quest’ultima cittadina sono presenti tre strade intitolate a donne collegate all’azione predatoria delle truppe francesi e agli avvenimenti del 1° aprile 1799.

Negli anni 1940-1950, il Comune intitola queste tre strade che da via Statuti Marittimi, al porto, vanno verso il centro per ricordare nella toponomastica tranese alcuni nomi di eroine protagoniste di vari episodi luminosi di dignità e sacrificio verificatisi durante i tragici avvenimenti del 1799, quando le truppe francesi comandate dal generale Broussier misero Trani a ferro e fuoco, portando morte e danni ingenti. 

Si tratta di via Felicia Nigretti, vico Maria Ciardi e via Vincenza Fabiano: tre donne che nella loro possibilità di scelta, se così si può dire, tra l’essere preda dei soldati o il sottrarsi all’aggressione a tutti i costi, hanno optato per quest’ultima, gettandosi nelle acque del porto, in un pozzo o in una cisterna trovandovi la morte.

3. Trani. Vico Maria Ciardi

Un’altra intitolazione toponomastica attira l’attenzione, stavolta a Molfetta: via Rosa Picca. Siamo duecentosettanta anni prima del 1799 di Trani, ma troviamo ancora i soldati francesi in azione.

Rosa Picca ha anche una targa a suo nome, posta dal Municipio: A Rosa Picca, che nel sacco di Molfetta presa d’assalto da’ francesi a 18 luglio del 1529 fuggì la violenza d’un soldato precipitandosi volontaria dal tetto di sua casa, il Municipio pose questa memoria nel 1890 per onorare il nome dell’eroica donna a cui più della vita fu cara la pudicizia.

Una storia, forse, come tante altre che la Puglia, però, non ha voluto dimenticare.

4. Molfetta. Via Rosa Picca




ITALIA – Regine in città: Margherita di Savoia

di Livia Capasso

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FOTO 1. Intitolazioni a Torino. Foto di Loretta Junck

Margherita ed Elena, la prima e la seconda regina d’Italia, detengono un primato: insieme alla giudicessa Eleonora d’Arborea sono le uniche laiche tra le prime dieci figure femminili più frequenti nella toponomastica dei comuni italiani.

A Torino la regina Margherita si vide intitolare, ancor prima della sua morte, il lungo corso che attraversa tutta la città, da Ovest a Est, supera la Dora e arriva fino al Po, e il suo nome si ripete su un ponte, una piazza e in più scuole.

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FOTO 2. Roma. Foto di Ginevra Maccarrone

A Roma ci sono ben quattro aree di circolazione a lei dedicate – una galleria, un ponte, una piazza e un viale – ma la regina compare sulle strade di tantissime altre città, grandi e piccole, da Sud a Nord. A volte la si trova associata al suo re, come a Rovigo e Bisceglie, mentre altre volte compare da sola.

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FOTO 3. Rovigo. Foto di Maria Pia Ercolini

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FOTO 4. Bisceglie. Foto di Silvia La Franceschina

Eccola dunque in Sicilia a San Vito Lo Capo; in Basilicata a Corleto Perticara; in Puglia a Taranto; in Sardegna, a Calasetta; in Lombardia a Milano…

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FOTO 5. San Vito Lo Capo. Foto di Barbara Belotti

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FOTO 6. Corleto Perticara. Foto di Caterina Falotico

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FOTO 7. Taranto. Foto di Virginia Mariani

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FOTO 8. Calasetta. Foto di Laura Candiani

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FOTO 9. Milano. Foto di Rosa Enini

Margherita ed Elena sono state anche ampiamente ritratte in incisioni, litografie, fotografie, dipinti, statue, francobolli e copertine illustrate di settimanali. Esaminando questo ricco materiale, è possibile anche valutare la diversa personalità delle due sovrane.

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FOTO 10. Ritratto1

Margherita nacque a Torino nel 1851, da Ferdinando di Savoia ed Elisabetta di Sassonia. Bionda, di carnagione chiara, con due occhi azzurrissimi e un bel decolleté, nascondeva le gambe corte facendosi vedere spesso seduta in carrozza o nei palchi dei teatri. Profondamente cattolica, aveva un carattere forte e deciso, e un grande senso della dignità e del dovere. A diciassette anni sposò il cugino Umberto, primogenito del re Vittorio Emanuele II ed erede al trono dei Savoia; nel 1869 nacque il loro unico figlio, Vittorio Emanuele, futuro Vittorio Emanuele III. Nel 1878 Margherita diventò regina d’Italia.

Questo ritratto, opera di Michele Gordigiani, è forse quello più famoso della regina Margherita, che amava indossare abiti sontuosi, ricami, cappellini, guanti, fiocchi e pizzi. E amava follemente i gioielli: possedeva 16 fili di perle dei quali amò ornarsi, tanto da essere chiamata “La regina delle perle”. Anche se era consapevole che ogni filo di quelle perle, che Umberto le regalò negli anni del loro matrimonio, corrispondeva a un tradimento.

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FOTO 11. Ritratto Gordigiani

Una volta a settimana radunava attorno a sé al Quirinale il meglio della cultura italiana e di quella europea di passaggio nella capitale. Fu amica di Edmondo de Amicis, conobbe Alessandro Manzoni, fu esaltata da Fogazzaro, Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli. Giosuè Carducci le dedicò una delle sue Odi barbare (“Alla Regina d’Italia”). Era attratta dalla musica, soprattutto quella da camera; grazie ad una borsa di studio da lei concessa, il giovane Giacomo Puccini poté completare gli studi al Conservatorio di Milano.

Appassionata alpinista, Margherita scalò, prima donna, una delle più alte vette delle Alpi, il Monte Rosa. Per questo motivo le venne dedicato un rifugio, costruito in prossimità della cima della montagna.

FOTO12.capanna Regina Margherita

FOTO 12. Capanna Margherita

Il 29 luglio del 1900 re Umberto I fu assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci , e il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III. La regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. Stabilì la sua residenza a palazzo Piombino in via Veneto che da lei prese il nome di palazzo Margherita (oggi il palazzo ospita l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma) e, finita la guerra, si rifugiò a Bordighera, dove morì nel 1926 a 75 anni.