Caterina Sforza

È giovane e bella Caterina Sforza. Nel quadro La dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi, dipinto presumibilmente tra il 1485 e il 1490 e ritenuto da gran parte degli studi l’unico ritratto certo della nobildonna, è raffigurata una giovane dai capelli biondi con alle spalle un paesaggio. La fanciulla tiene in mano alcuni gelsomini, forse simboli collegabili agli interessi di Caterina per le scienze, sia la botanica che la chimica, che la portarono a ricercare e individuare molti rimedi naturali nella cosmesi e nella medicina.
Ma chi è stata Caterina Sforza e quale ruolo ha avuto nella storia rinascimentale d’Italia?
Era figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e di Lucrezia Landriani. Nell’infanzia della bambina, più che la madre, furono presenti la nonna Bianca Maria Visconti, che si prese cura di lei, la seguì amorevolmente e la educò ai doveri e agli onori del suo ruolo, e Bona di Savoia, la moglie del padre, che la accolse con affetto sincero e gentilezza, riuscendo a instaurare un rapporto affettuoso durato tutta la vita.
La bambina ricevette una buonissima educazione alla quale rispose mostrandosi allieva interessata, dotata di grande memoria, desiderosa di conoscere e comprendere ciò che le veniva insegnato. Vivendo in una corte immersa nel clima raffinato dell’Umanesimo, conobbe gli artisti e i letterati che frequentavano e animavano il ducato di Milano; studiò la lingua latina, la cultura classica, si appassionò alle scienze, in particolar modo alla botanica e alla chimica; subì anche il fascino delle armi, che imparò a usare ereditando il gusto dal padre e dalla nonna Bianca Maria: amò il combattimento, fu coraggiosa e ardita. 

Come era uso nelle famiglie nobili del passato, Caterina venne presto osservata dal padre attraverso le lenti delle politiche matrimoniali e delle alleanze strategiche: Galeazzo Maria, nonostante il sincero affetto per la figlia, la considerò una pedina da manovrare per creare alleanze dinastiche favorevoli ai suoi progetti politici. Di questo Caterina era conscia, diede prova, a tempo debito, di essere ubbidiente e decisa nell’accettare il proprio destino; non si dimostrerò, al contrario, passivo strumento nelle mani altrui, anzi saprò essere protagonista di tante vicende storiche e politiche.

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Una delle prime apparizioni ufficiali di Caterina avvenne a Firenze, nel 1471. Si recò in Toscana insieme al padre Galeazzo e a Bona di Savoia per visitare la famiglia Medici. La corte milanese si mosse con gran pompa: carri rivestiti con tessuti d’oro e d’argento, moltissimi cavalli riccamente bardati, 100 uomini armati, 500 fanti, 50 staffieri vestiti di seta e argento, 500 coppie di cani e moltissimi falconi e sparvieri per la caccia; con la famiglia ducale, inoltre, un lungo seguito di aristocratici e cortigiani. Ad accoglierli tutto il fasto di cui era capace la famiglia medicea, che trasformò la città in un grande palcoscenico teatrale. Non è difficile immaginare il fascino subito da Caterina alla vista degli ingegni di Brunelleschi, straordinarie macchine per “effetti speciali” che animarono gli allestimenti delle rappresentazioni. La città e la famiglia toscana, conosciuti in questa occasione, tornarono nella sua vita ma lei, ancora bambina, questo non poteva ancora saperlo.

Nel 1473 venne firmato il contratto di fidanzamento con Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, e il matrimonio fu celebrato per procura a Milano; solo nel 1477, quando Caterina raggiunse “un’età conveniente”, si unì al marito.
A Roma, pur ancora molto giovane, divenne un personaggio di spicco nella corte di Sisto IV. Raffinata come era, frequentò artisti, letterati, musicisti, partecipò a cerimonie pubbliche, ricevimenti, visite diplomatiche e si trovò al centro della considerazione anche del papa. Commissionò opere, fece realizzare architetture, collezionò oggetti preziosi; nei territori romagnoli governati dal marito contribuì a trasformare il volto dei centri urbani rafforzando la rocca di Imola, costruendo edifici difensivi, palazzi e ville secondo il gusto elegante del Rinascimento. A Milano, quando tornava per mantenere vivi i legami familiari e politici con la famiglia d’origine, ebbe modo, presumibilmente, di conoscere e seguire i lavori e le ricerche, anche scientifiche, di Leonardo. La passione per le scienze non l’abbandonò mai e, nonostante gli impegni da affrontare, non tralasciò i suoi studi riuscendo via via a conseguire un’esperienza e una conoscenza tali da potersi confrontare con medici e scienziati del tempo.
Di questi interessi scientifici resta un libro, Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì, in cui sono racchiuse 471 ricette. 

Ecco alcuni di quei rimedi: 

Aqua a fare la faccia bianchissima et bella et lucente et colorita: piglia chiara de ove et falla distillar in alambicco et con quella aqua lava la faccia che è perfectissiina a far bella et leva tutti li segni et cicatrici; […] A guarir le mano crepate: piglia succo de ortiga et un poco de sale et nzestica insieme bene et ognete le mano dove sonno crepate; […] A fare aqua de oclmi perfectissimna: piglia aqua vida (acquavite) aqua rosada aqua de imuta aqua de finochi zucaro fino et mestica omnni cosa insieme etpoi mmzetti una goccia ne lo occhio; […]  A far li denti bianchi: piglio un maruio bianco, corallo bianco, osso di seppia, salgetnnma, incenso et mastice. Polverizza bene et metti detta polvere in un sacchetto di tela piccolo, frega i denti poi lava con buon vino et poi frega coli una pezza di panno scarlatto; A fare odorare la bocca et el fiato: piglio scorsa de cedro, noce moscata, garofoni et salvia. Fa polvere, incorpora con vino et fanne pallottole et pigliane prima ti el cibo et de poi del cibo […] A far venir capelli de color castagnaccio se prima fossero bianchi: piglio mela cruda et fanne aqua con alambicco de vetro a fuoco lento et bagna 4 o5 volte la settimana et veniranno eccellenti”.

In una delle prime biografie scritte su Caterina Sforza, Pier Desiderio Pasolini raccontò: 

Era in lei (scrivono i contemporanei) una virtù meravigliosa per trovare tempo per tutto e per tutti. Nonostante le cure della famiglia, dei figlioli, della corte, della politica, trovava modo di leggere molto, e pare che più che altro leggesse libri storici e divoti”. E ancora: “Caterina è l’ideale della virago cantata dal Boiardo, dall’Ariosto e dai poeti romanzeschi. Caterina è l’ultimo, ma forse il perfetto tipo dell’eroina cavalleresca del medioevo. Essa è grande nella storia non già per aver iniziato tempi nuovi, ma per avervi spiccato come figura antica”. 

Come scrive Joyce de Vries nel suo Caterina Sforza and the art of appearances, il termine virago mette in evidenza i tratti duplici del personaggio, quelli femminili e quelli maschili, che si alternano nel corso della sua vita.

La storia ci ha tramandato anche un altro suo aspetto interessante, emerso soprattutto dopo la morte di Sisto IV, nell’estate del 1484, quando tumulti popolari e disordini terrorizzarono Roma. Le biografie ricordano Caterina audace e determinata mentre cercava di raggiungere Castel Sant’Angelo e rivendicare il ruolo del marito Girolamo Riario a governatore; la sua fu la difesa estrema del potere che sembrava vacillare e, a capo di un contingente di soldati, resistette ben dodici giorni prima di arrendersi.
Gli stessi tratti ardimentosi li mostrò alla morte di Girolamo, ucciso in una congiura il 14 aprile 1488. In pochi giorni passò dalla condizione di prigioniera a Signora dei territori di Forlì e Imola e il 30 dello stesso mese diventò reggente per conto del figlio Ottaviano. Seppe ancora una volta adattarsi alle mutate condizioni proponendo di sé una doppia immagine, quella di vedova fedele e di reggente determinata. Vendicò la morte del marito mettendo in prigione chiunque avesse appoggiato la congiura contro di lui, distrusse le abitazioni delle famiglie avverse al suo potere distribuendo i loro beni fra le persone indigenti.
Dopo la vendetta Caterina, che controllava Imola e Forlì con i loro territori, potè dedicarsi alla politica e al governo, non solo stabilendo alleanze strategiche ma prendendo decisioni per il suo Stato: rivide il sistema fiscale, ridusse o eliminò alcuni dazi, controllò le spese, si dedicò all’approvvigionamento delle truppe militari e al loro addestramento. Per la sicurezza dei suoi possedimenti, situati in una posizione di passaggio obbligato tra Nord e il Sud Italia, pur consapevole del valore strategico degli apparati militari in questo periodo di forti tensioni fra il regno di Napoli e il Ducato di Milano, preferì rimanere neutrale. 

La terribilità e la forza indomabile di Caterina si rivelarono in un’altra occasione, nel 1495, quando fu assassinato in un agguato il suo secondo marito, Giacomo Feo, sposato in gran segreto per non perdere la tutela del figlio e il controllo del governo. Le testimonianze storiche attestano verso i congiurati una severità impressionante nelle punizioni che apparvero, al giudizio dei contemporanei, superiori per durezza alle repressioni dopo la morte di Riario. La Signora di Imola e Forlì fece scelte politiche e svolse compiti con impegno straordinario e, sempre secondo Joyce de Vries, il suo ruolo pubblico fu gestito da lei in modo tale da contrastare la disapprovazione sociale che accompagnava le donne in posizioni di comando.

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La terza fase della vita di Caterina cominciò quando incontrò l’ambasciatore della Repubblica di Firenze Giovanni de’ Medici detto il Popolano, membro di un ramo collaterale della famiglia toscana. Questo matrimonio fu celebrato nel 1497, Caterina aveva 34 anni, Giovanni quattro di meno, dalla loro unione nacque Ludovico.
La loro storia era destinata a durare poco, Giovanni si ammalò improvvisamente, a nulla servirono le cure e il trasferimento a Santa Maria in Bagno, dove si sperava che le acque termali potessero avere un effetto benefico. Caterina era sempre al suo capezzale, lo assistette fino alla fine avvenuta il 14 settembre 1498; da quel momento in poi decise di chiamare il figlio col nome Giovanni, in memoria del padre. Per chi era al comando, il dolore non poteva prendere il sopravvento sui doveri politici e militari e Caterina non fu da meno. Si scontrò con l’esercito di Venezia per la difesa di Forlì, nel 1499 si preparò ad affrontare le truppe del re di Francia Luigi XII rinforzando le rocche, facendo scorte di viveri per sopportare l’assedio, addestrando i soldati e le nuove reclute. “La più bella, la più audace e fiera, la più gloriosa donna d’Italia, pari se non superiore ai grandi condottieri del suo tempo” l’ha definita Cecilia Brogi nel suo libro su Caterina Sforza; le cronache del tempo raccontano che riuscì a contrastare con successo l’assedio dell’esercito francese per molti giorni, cercando di contrattaccare in ogni modo. A capo dell’esercito francese era Cesare Borgia, che aspirava al comando della Romagna: il figlio di Alessandro VI ebbe la meglio solo il 12 gennaio 1500, dopo che la Rocca di Ravaldino fu bombardata per sei giorni consecutivi. Machiavelli definì la strenua difesa di Caterina come una “Magnanima impresa”: ben si capisce quindi l’appellativo di Tygre assegnatole dalle cronache del tempo.
Caterina, al momento della cattura, si dichiarò prigioniera delle truppe francesi, sapendo che una legge in vigore in Francia non consentiva alle donne di essere trattate come detenute di guerra. Se Cesare Borgia abbia fatto buon viso a cattivo gioco a questo guizzo di furbizia non è del tutto accertato, di fatto la donna venne presa in consegna dai suoi uomini, trattata come un’ospite ma trasferita a Roma. In un primo momento fu condotta in Vaticano e alloggiata nel Palazzo del Belvedere; successivamente, incolpata di aver attentato alla vita di papa Borgia, fu rinchiusa nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Anche senza fonti storiche unanimi, non è difficile immaginare che l’irriducibile donna sarebbe stata realmente capace di avvelenare il pontefice pur di riconquistare la libertà e i suoi territori.
Nella fortezza di Castel Sant’Angelo Caterina rimase per circa un anno, fino all’estate del 1501, liberata grazie all’intervento dell’esercito francese. Riacquistata la libertà fu costretta però a firmare un documento di rinuncia a ogni pretesa di governo sui territori di Imola e Forlì.
Ora le restava solo la possibilità di lasciare Roma alla volta di Firenze e raggiungere i suoi figli e la sua unica figlia Bianca. Caterina, ai tempi in cui Giovanni de’ Medici era ambasciatore, aveva ottenuto la cittadinanza fiorentina: questo status le permise di vivere nei possedimenti del suo ultimo marito, soprattutto nella Villa di Castello.
Siamo alla quarta fase della sua esistenza, ancora una volta densa di contrasti.
In primo luogo quelli con il cognato per l’affidamento del figlio più piccolo, Giovanni.
Al momento dell’arresto il bambino le venne sottratto ma, una volta riacquistata la libertà, Caterina sfoderò tutta la determinazione di madre e diede battaglia legale, vedendo alla fine riconosciuti i suoi diritti. La sua detenzione non poteva essere paragonata a quella per un delitto comune e il giudice, nel 1504, le restituì il piccolo, il futuro Giovanni Dalle Bande Nere. Caterina lottò anche per riconquistare i territori sottratti da papa Alessandro VI Borgia, scomparso nel 1503: la sua morte significava la perdita di potere del figlio Cesare e Caterina cominciò a sperare di poter tornare a governare Imola e Forlì; anche il nuovo papa Giulio II non era contrario alla manovra politica. Questa volta però fu il popolo a non volere più il governo della contessa e quindi non le rimase altra possibilità che chiudere definitivamente questa fase della sua esistenza.
Si dedico unicamente alla famiglia, alle relazioni sociali, alle ricerche chimiche, cosmetiche e mediche e alla scoperta di rimedi naturali. Nonostante gli interessi per il mondo medico-scientifico, nulla poté la sua esperienza contro una forte polmonite che la uccise nella primavera del 1509. 

In copertina: Roma, foto di Linda Zennaro




Galla Placidia: il sogno dell’inclusione per salvare l’impero

Galla Placidia nasce a Costantinopoli nel 390 dall’imperatore Teodosio e dalla sua seconda moglie Galla, figlia di Valentiniano I: in lei quindi scorre il sangue di due dinastie imperiali quella dei valentiniani e dei teodosiani. La differenza d’età dei suoi genitori è molto significativa: lui 40 anni; lei 16. I due futuri imperatori Arcadio e Onorio sono, quindi, i suoi fratellastri, nati da Teodosio e dalla prima moglie.

Nel 410 si trova a Roma e ha poco più di vent’anni quando viene rapita, come bottino di guerra, da Alarico, re dei Visigoti e responsabile del primo sacco di Roma. É costretta a seguire l’esercito visigoto durante marce estenuanti verso il sud della penisola dove il suo rapitore muore; il successore, Ataulfo, quattro anni più tardi, decide di sposarla per garantirsi la possibilità di essere nominato imperatore d’occidente, è, secondo le cronache dell’epoca, anche perché si innamora di quella donna dal forte temperamento e dalla grande preparazione culturale, conseguita grazie ai suoi studi prima a Costantinopoli e poi a Roma. L’unione con il re visigoto, seppur obbligata, non è completamente sgradita a Galla, che dà alla luce Teodosio e ambisce a farlo riconoscere come imperatore, vista l’incapacità dei fratelli nel guidare l’Impero. Teodosio, però, muore poco dopo la nascita e lo stesso Ataulfo la lascia presto, ucciso da una congiura di palazzo. I successori la trattano in modo indegno, infliggendole punizioni anche umilianti, fino a che re Walla, nel 417, decide di restituirla ai Romani.

Le viene imposto un nuovo matrimonio con il generale romano Flavio Costanzo, da lei aspramente osteggiato perché considerato rozzo e incolto, tanto da farle rimpiangere Ataulfo, che l’aveva sempre rispettata e stimata. Questo suo diverso atteggiamento nei confronti del primo e del secondo marito, differenti per stirpe, origine e soprattutto per il modo di approcciarsi a lei, le ha fatto guadagnare tre titoli: abile, astuta e crudele. Da questa unione nascono due figli: Giusta Grata, che sarà promessa sposa al famoso Attila, re degli Unni, per convincerlo a combattere con i Romani e contro i Burgundi, e Valentiniano, divenuto imperatore d’occidente nel 423, alla sola età di sei anni, coadiuvato dalla madre in qualità di tutrice.

Durante gli anni di reggenza, ha tre grandi nemici: l’inettitudine del figlio, incapace di prendere adeguate decisioni nella gestione del potere; le invasioni dei popoli germanici, che tenta di contenere con l’aiuto del generale Ezio con cui ha sempre un rapporto conflittuale e oppositivo; e le eresie religiose alle quali si oppone ordinando una politica fortemente repressiva soprattutto nei confronti del paganesimo. A queste sfide risponde mostrando notevoli abilità diplomatiche, una certa capacità di tessere intrighi e alleanze e, infine, la spregiudicatezza nel raggiungere gli obiettivi che si propone.

Galla Placidia è stata anche un’importante committente artistica attiva soprattutto nell’edificazione di chiese fra le quali San Giovanni Evangelista, Santa Croce e il Mausoleo a lei dedicato in Ravenna; Santo Stefano a Rimini e la Cappella di Sant’Aquilino nella Basilica Laurenziana a Milano.

L’importanza storica di questa figura femminile sta soprattutto nel tentativo di evitare la caduta della parte occidentale dell’Impero Romano nelle mani dei popoli germanici attraverso una politica lungimirante, estremamente moderna, basata sull’inclusione e sulla condivisione dell’Altro – per quanto ritenuto portatore di un tessuto economico, sociale e culturale considerato inferiore – attraverso la politica dei matrimoni misti e dell’unione dei vertici romani e germanici.

Galla Placidia, grande protagonista del suo tempo e ultimo freno al decadimento imperiale, elabora dunque un nuovo modello di convivenza tra romani e germanici, attraverso l’accettazione reciproca e la creazione di nuove forme di governo inclusive e non violente.

Il suo nome indica oggi alcune vie e piazze cittadine, a Forlì, Ravenna, Rimini, Roma, Milano.

 




Laura Bianchini Dalla mostra di Toponomastica femminile: Le madri della Repubblica

Di Rossana Laterza

Nata a Castenedolo (BS) nel 1903 e spentasi a Roma all’età di ottant’anni, Laura Bianchini ha vissuto da “cristiana militante” ogni momento privato e pubblico della sua vita. Si distingue come protagonista e animatrice dell’Azione cattolica e diventa Presidente del Circolo femminile bresciano della FUCI (Federazione universitaria cattolica) da cui nascerà il Movimento
Laureati, fondato da Igino Righetti e Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI). Il Movimento, proponendosi di elaborare linee guida etico-professionali per i cattolici neolaureati in procinto di affrontare il mondo del lavoro, diventa un vero e proprio laboratorio di idee che nel luglio del 1943, alla caduta del fascismo, arriverà a produrre (con Giorgio La Pira) il “Codice di Camaldoli”, documento fondamentale nell’apporto dei cattolici all’elaborazione della Costituzione. Dunque un cristianesimo sociale che affonda le sue radici nella Rerum Novarum e nel PPI di Don Sturzo e che sarebbe poi giunto alle formulazioni di Dossetti per il quale la solidarietà, lungi dal restare relegata all’ambito caritativo, avrebbe dovuto tradursi in concrete azioni di governo a favore di un’equità distributiva.

A questo cristianesimo sociale Laura Bianchini si forma e si ispira coerentemente, dagli studi universitari all’attività professionale d’insegnante, pedagogista e pubblicista fino all’impegno politico di antifascista nella lotta partigiana, di membro prima della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente e infine di Deputata della Camera durante la Prima Legislatura.

A Brescia vive le prime esperienze professionali come maestra elementare, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo classico “Arnaldo” e preside dell’Istituto magistrale. Collabora inoltre, come segretaria di redazione con la casa editrice “La Scuola” per la quale pubblica Il Focolare (antologia di scuola media per le ragazze) e il saggio L’educazione al senso sociale.

«Era piuttosto scorbutica e scostante, burbera, ma sprizzava vita e intelligenza, passione politica, civile e cristiana da ogni poro». Questa la professoressa Bianchini in un ricordo di Paolo Giuntella, il più illustre dei suoi ex allievi, che talvolta invitato con altri compagni a
via della Chiesa Nuova per essere sottoposto a interrogazioni supplementari, veniva invece coinvolto in nuove lezioni più interessanti. In queste animate lezioni la professoressa Bianchini, da “cristiana integerrima”, amava ripetere che «un cristiano non può non essere anticlericale»” perché «il libro più anticlericale della storia» non era certo il Candide di Voltaire, ma piuttosto «il Vangelo di Gesù Cristo».

Dopo l’8 settembre, entra nella lotta partigiana mettendo a disposizione la sua casa per le prime riunioni del CLN di Brescia e per allestire una piccola tipografia in cui si stampano alcuni numeri di “Brescia Libera”, il foglio clandestino dal motto: “esce come può e quando può”, che verrà presto soppresso.

Sospettata e sorvegliata dalla polizia repubblichina, ripara a Milano dove, ospite delle Suore poverelle, intensifica la sua attività con le formazioni partigiane cattoliche (Fiamme verdi): presta assistenza ai detenuti di San Vittore, aiuta ebrei e ricercati dai nazifascisti e coordina la stampa clandestina. Usa pseudonimi come Don Chisciotte, Battista e Penelope per firmare gli articoli de “Il Ribelle”, da cui esorta gli italiani a lottare per conquistare la propria libertà usando “la forza in difesa del diritto” per contrapporsi a chi ripone “il loro diritto nella forza”. Tra il ‘44 e il ’46 il periodico pubblicherà 25 numeri e 11 Quaderni di analisi e proposte politiche.

Designata membro della Consulta Nazionale dalla Democrazia Cristiana, è fra le donne (13 in tutto) che per la prima volta in Italia entrano a far parte di un’assemblea parlamentare. Avrà l’incarico di segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti.

A Roma Laura Bianchini vive in via della Chiesa Nuova 14, dalle sorelle Portoghesi che aprono la loro grande casa a costituenti democristiani fra cui Gotelli, La Pira, Fanfani, Lazzati, Dossetti e a politici dello schieramento dossettiano. Nel gruppo, denominato Comunità del Porcellino per il fatto che la “burbera” Laura Bianchini – nelle accese discussioni politiche – finiva spesso per dare del porco all’interlocutore malcapitato, si viveva in un clima amichevole e talvolta goliardico, si confrontavano ed elaboravano idee nuove e diverse fra loro, ma tutte finalizzate alla rifondazione di una vera democrazia dopo il fascismo. Finita la prima legislatura Laura Bianchini si fa da parte e torna all’insegnamento, questa volta al Liceo “Virgilio” di Roma.

Nel 1946 viene eletta nella Costituente e, coerentemente con la sua impostazione “personalista
e comunitaria”, nel gruppo democristiano aderisce allo schieramento cristiano sociale di
Giuseppe Dossetti. In Assemblea interviene nella discussione generale sui temi dell’educazione, dell’istruzione e della scuola pubblica dichiarandosi, in nome del pluralismo, favorevole all’azione educatrice degli istituti privati, ma senza oneri per lo Stato e richiamando l’attenzione sulla necessità di potenziare l’istruzione tecnica e professionale in armonia con le esigenze del modo del lavoro.

Deputata della Camera nella I Legislatura, fa parte della Commissione Istruzione e Belle Arti e della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla.




Regnanti, reggenti e regine. Introduzione

La natura femminile è stata a lungo definita “debole”, quindi inadatta al governo di regni, imperi e domini. In realtà nel corso della storia ci sono state figure di grande valore, che hanno lasciato tracce indelebili del loro operato. In diversi casi la storiografia ha nascosto o criticato le protagoniste femminili del potere, ritenendole incapaci e subdole, dedite alla lussuria e al complotto.
Osteggiate per questioni dinastiche e di successione, molte regnanti – regine, imperatrici, giudicesse, duchesse, contesse, marchese – e molte reggenti, chiamate a governare in vece dei loro mariti e dei loro figli, hanno saputo vincere i pregiudizi dimostrando carattere forte, lungimiranza e capacità politiche. Né ingenue, né sprovvedute hanno amministrato con giustizia e imparzialità i loro territori, giocando importanti partite nello scacchiere politico-militare del proprio tempo. Va detto inoltre che tante, tantissime consorti e concubine, seppure sottovoce e senza titolo, hanno caratterizzato una corona o un’epoca ed esercitato enorme potere all’interno e all’esterno delle corti. In alcuni luoghi è la toponomastica cittadina a ravvivarne la memoria.

ImPagine dedica loro una nuova rubrica, accompagnandone i singoli profili alle targhe stradali presenti sul territorio nazionale

I prossimi numeri:

1. Galla Placidia. Imperatrice romana – V secolo (in copertina, a sinistra)

2. Caterina Sforza. Signora di Imola e di Forlì – XV secolo (in copertina, a destra)

3. Ansa. Regina dei Longobardi e d’Italia (VIII secolo)

A seguire, le giudicesse sarde.




Angiola Minella Molinari

Angiola Minella nasce a Torino nel 1920, in una benestante famiglia borghese. Il padre, direttore generale della Reale Mutua di Assicurazioni, cade vittima di un attentato fascista nel 1932, e il luttuoso episodio segna in modo indelebile la vita di Angiola
allora dodicenne.

La ragazza frequenta la migliore scuola di Torino (quel Liceo D’Azeglio dove fino a pochi mesi prima aveva insegnato l’antifascista Augusto Monti, maestro di una straordinaria generazione di allievi) e intanto coltiva il sogno di diventare medica. Ma non sarà possibile; il progetto incontra la ferma opposizione materna e, dopo essersi diplomata, Angiola Minella deve ripiegare su studi letterari, che preludono a un futuro di insegnante: è un lavoro che agli occhi della madre è più adatto per una donna.

Intanto è scoppiata la guerra e nei primi bombardamenti la casa di Torino viene danneggiata, così Minella, insieme alla madre e alla sorella minore, nel maggio del 1942 sfolla a Noli; qui la famiglia possiede un alloggio dove da sempre passa le vacanze estive.

Nel 1943 entra come volontaria nella Croce Rossa, realizzando in qualche modo il suo desiderio
di essere utile al prossimo in difficoltà, e nel 1944 aderisce alla Resistenza, prima in un gruppo badogliano del Cuneese, in seguito nelle brigate Garibaldi che operano nel Savonese. Il suo nome di battaglia è Lola, il soprannome con cui viene chiamata in famiglia e dagli amici. Anche la sorella Maria Pia, diciassettenne, segue le sue orme e diventa staffetta partigiana.

In questo ambiente la giovane conosce Piero Molinari, l’ispettore Vela, operante presso la prima divisione d’assalto Garibaldi. Terminato il conflitto lo sposa civilmente, contravvenendo alle abitudini consolidate dell’ambiente da cui proviene e alle aspettative famigliari. Da questo matrimonio nascerà, nel 1950, la figlia Laura.

Nel primo dopoguerra il Paese è a pezzi: molte fabbriche sono distrutte, mancano le case,
molti sono gli orfani abbandonati a se stessi. Ma le energie non mancano: nel clima fervido del momento Angiola Minella si attiva con passione in favore dei minori in difficoltà. Insieme a Nadia Spano promuove una catena di solidarietà e cinquanta bambini di Napoli trovano ospitalità presso famiglie savonesi. Alcuni vi rimarranno.

Il suo impegno si esprime anche nell’azione politica: è responsabile della Commissione femminile nella segreteria della federazione del Pci di Savona e consigliera comunale (le prime elezioni amministrative a Savona si tengono nel marzo del 1946), nonché dirigente dell’Udi, Unione Donne Italiane.

Nel giugno del 1946 viene eletta per la Costituente e si trova così a far parte della piccola pattuglia di donne (ventuno, il 3,7% del totale dei Costituenti) che per la prima volta nella storia d’Italia hanno la possibilità di contribuire a decidere i destini del Paese. Angiola Minella fa parte del gruppo delle nove comuniste; ci sono poi altrettante democristiane, due socialiste, una qualunquista (esponente del Partito dell’Uomo Qualunque, che nelle prime elezioni ha ottenuto un certo successo, specie nel Sud Italia).

Nell’assemblea Minella non interviene, ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni. È l’inizio di una lunga carriera politica: viene rieletta alla Camera nel 1948 e poi nel 1958, mentre nel 1963 passa al Senato, dove rimane fino al 1972. Sempre nelle liste del Pci.

Tra i suoi interessi c’è sicuramente l’impegno a favore delle donne (rappresenta il Movimento femminile democratico italiano nella segreteria della Federazione internazionale femminile a Berlino tra il 1953 e il 1958); successivamente si occupa di problemi riguardanti la sanità, come vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità dal 1958, poi come segretaria della stessa Commissione del Senato nel 1963 e infine come vicepresidente della stessa nel 1968. A Palazzo Madama si dedica con particolare impegno alla riforma dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e del servizio per l’assistenza alla maternità e all’infanzia, coerentemente con il desiderio sopito di fare la medica.

Angiola Minella Molinari muore il 12 marzo del 1988.

 

 

Dalla mostra di Toponomastica femminile: Le madri della Repubblica

 

 




Le madri della Repubblica

Sono passati settantadue anni da quel 2 giugno 1946, quando gli italiani, e per la prima volta le italiane, si recarono alle urne per scegliere la forma di governo da dare al Paese ed eleggere l’Assemblea Costituente.

IL voto, maschile e femminile, indicò 556 nominativi, di cui 21 donne.

Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e, a volte, esperienze di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o deportazione.

Provenivano da ogni parte del Paese, lavoravano e possedevano titoli di studio alti: quattordici erano laureate, molte insegnanti, due giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito dell’Uomo Qualunque.

Su di loro pesavano aspettative e diffidenze: parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a gruppi e programmi politici.

In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale era sancita dalla legge, le deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi a casa e al lavoro.

Portano il loro segno l’art. 3 della Costituzione, che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 37 che regola il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

Toponomastica femminile racconta in quindici pannelli itineranti la loro storia.

Una convenzione siglata in questi giorni con l’Istituto Comprensivo Santa Caterina di Cagliari consente alla mostra di raggiungere le scuole dell’isola che ne faranno richiesta.

L’inaugurazione avverrà sabato 5 maggio 2018 e da tale data l’esposizione sarà visitabile c/o l’Istituto Comprensivo Santa Caterina, in via Canelles, 1.

Locandina presentazione Cagliari

Per informazioni ed eventuali richieste:

caic89300g@tiscali.it– Tel. 070/662525