I municipi femminili del Québec

Le municipalità del Québec intitolate a donne laiche non sembrano essere particolarmente attente alla valorizzazione femminile nella toponomastica. I loro nomi, del resto, raccontano spesso storie di uomini illustri, personalità locali che hanno voluto dedicare un angolo di territorio a moglie, madri o figlie.

FOTO. Passo di Bolton, di William Henry Bartlett (1842)

È così per Katherine Bolton, cui sono dedicati ben due municipi – l’Est e l’Ovest.

Katherine fu la seconda moglie dell’ammiraglio della Marina navale inglese, Henry Powlett e sesto Duca di Bolton, nonché figlia di Robert Lowther – un grosso proprietario terriero che divenne governatore delle Barbados dal 1711 al 1714 – e sorella del I Conte di Lonsdale, James Lowther, che elevò il nome della propria famiglia ai ranghi nobiliari dell’aristocrazia inglese. Katherine era fidanzata con il generale James Wolfe, grande protagonista nella Guerra dei Sette anni tra Francia e Inghilterra, che morì nel 1759 nella battaglia delle Piane di Abraham, dopo aver portato alla vittoria l’esercito britannico, segnando in tal modo il destino del Canada. Wolfe, considerato un eroe nazionale, nominò nel suo testamento come erede la stessa Katherine a riprova del loro fidanzamento (che però non è documentato da altre testimonianze in quanto la loro corrispondenza è andata perduta).

Il municipio di Hudson, invece, prende il nome da Eliza Hudson, la giovane moglie di un importante imprenditore locale che ha voluto onorare la consorte lì dove ha costruito, nel 1845) una vetreria molto redditizia, la “Ottawa Glass Works Company”. In realtà, inizialmente, fu il solo ufficio postale ad avere il nome di sua moglie,  ma da questa nomina è derivato poi il nome dell’intero municipio.

FOTO. Hudson

La municipalità di Maria, è legata Maria Howard, moglie del luogotenente del Québec (1766-1768), Guy Carleton, che divenne secondo Governatore della provincia del Québec (dal 1768 al 1778 e ancora nel 1786), e infine primo governatore generale dell’America britannica del nord (1796). A lui è dedicata la vicina città di Carleton sul mare.

FOTO. Maria

Il municipio Léry (foto in copertina) ricorda Marie-Louise Couillard de l’Espinay, moglie di Joseph-Arthur Trudeau, esponente politico locale che permise la creazione di questo municipio all’epoca della prima guerra mondiale.

Fossambault-sur-le-Lacè dedicato a Catherine Nau, figlia di Jacques Nau de La Boissière e de Fossambault, primo segretario generale del Sovrano Consiglio. Il municipio deve il suo nome al figlio, Alexandre Peuvret de Gaudarville, Capo commesso del Sovrano Consiglio e segretario del Re, che nel 1693 eredita la Signoria di Fossambault e due anni dopo anche quella di Gaudarville, dedicandola a sua madre.

Les Îles-de-la-Madeleine sono un omaggio a Madeleine Fontain da parte di suo marito, il secondo proprietario dell’arcipelago omonimo nel golfo di San Lorenzo, François Doublet, che grazie a un permesso reale ne scelse il nome nel 1663.

FOTO. Fossambault-sur-le-Lac

Infine laRivière-Hévaricorda Éva Girard  de Trois-Rivières, moglie dell’agrimensore Fernand Fafard a cui fu affidato l’esame territoriale della regione dell’Abitibi. Fernand fu anche deputato nella Camera canadese dei comuni in numerose legislature (tra il 1917 e il 1940) e in seguito senatore. Possiamo immaginare quindi la vita di Éva tra viaggi, vita diplomatica e agiatezza sociale grazie alla carriera del marito, cui ha dato importante sostegno.

FOTO. Rivière-Héva

 

 




Emanuela Loi, una vita per la giustizia

Siamo state a Palermo in viaggio d’istruzione, con la guida dell’associazione Libera, che ci ha fatto conoscere i luoghi simbolo della città nella lotta alla mafia e i siti dove, dai beni confiscati, sono sorte imprese pulite che danno lavoro sano e onesto alla gente: dalla cantina Centopassi agli agriturismi del corleonese.

In via D’Amelio, dove si è consumata una delle stragi più terribili della mafia, ci siamo fermate ad ascoltare il racconto dell’esplosione che ha ucciso, davanti all’abitazione della madre, il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Gabriele, il mediatore culturale di Palma Nana (cooperativa aderente all’associazione Libera) che ci accompagna, è commosso nel ricordarci che Borsellino sapeva benissimo di essere in grave pericolo, dopo l’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone, il 23 maggio del 1992, ma che nonostante questo non aveva smesso di continuare quell’impossibile lavoro, con la tremenda consapevolezza di veder incombere la minaccia non solo su di lui, ma anche sulle persone a lui più vicine.

L’Albero di Borsellino, in via D’Amelio (in foto) testimonia la volontà di non dimenticare e lottare finché la mafia non sarà distrutta e il lavoro dei giudici trucidati portato comunque a compimento.

FOTO. L’albero di Borsellino

Fra i tanti ricordi e omaggi, lasciati dalla gente comune, spicca l’immagine di Emanuela Loi (in copertina), la poliziotta agente della scorta, uccisa insieme al giudice e ad altri quattro agenti. Sentendo la sua storia, l’abbiamo riconosciuta come una Giusta, come una donna che ha agito in nome della giustizia e per questo ha sacrificato la sua vita. Certo, si può dire che stesse semplicemente facendo il suo dovere (lo ripeteva sempre ai genitori preoccupati: “è il mio lavoro!”), ma quel giorno, il 19 luglio 1992, avrebbe potuto non essere lì, essere in ferie, lontana da quello che sapeva essere un grande pericolo, lei giovane ragazza di ventiquattro anni, solo da un mese nel servizio scorte: invece decise di voler rimanere a proteggere quel giudice di cui aveva grande stima e che stava combattendo, isolato e malvisto, contro la criminalità. Ciò che ha particolarmente colpito Roberta, della classe 3 E del Liceo Maffeo Vegio di Lodi, ricercando su Emanuela Loi, è stata una frase spiritosa del giudice Borsellino che, vedendo la giovane agente nella sua scorta sbottò: “E lei dovrebbe difendere me? Dovrei essere io a difendere lei”. Il suo coraggio nel non fuggire davanti al pericolo, ma nel rimanergli accanto, dimostrerà che ne era all’altezza!

Emanuela Loi, diplomata maestra e abilitata all’insegnamento, nell’attesa di ottenere la cattedra, decise di tentare anche il concorso in polizia per far compagnia alla sorella Claudia, di due anni più grande: fu lei e non la sorella a superare il concorso e diventare poliziotta, combattendo contro tanti pregiudizi che non la facevano ritenere adatta a quel lavoro, ritenuto troppo pesante fisicamente e psicologicamente per una donna. Non si fece demotivare dalle voci e si preparò con responsabilità ed entusiasmo, partendo dalla sua Sardegna per andare prima a Trieste e poi via via in altri posti fino a Palermo, assegnata al pool antimafia.

La sorella Claudia è testimone indefessa del suo coraggio e della sua determinazione nel contribuire alla sconfitta della mafia, e parla soprattutto nelle scuole e ai giovani perché ne seguano l’esempio sulla via della legalità e della giustizia, perché diventino, come lei, antidoto alla criminalità, nella convinzione che ognuno deve impegnarsi, perché solo quando gli ideali di onestà e giustizia diventeranno patrimonio universale non sarà più necessario morire per difenderli.

A Emanuela, prima donna in polizia a morire in servizio, sono stati dedicati libri, film e moltissime vie in tante parti d’Italia.

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Intitolazione a Bolsena, foto di Livia Capasso

Intitolazione a Olbia, foto di Enrico Grixoni

 

 

 




Parigi – Place de la Reine-Astrid

Siamo ancora nell’8°arrondissement, all’angolo tra Avenue Montaigne e Cours Albert I°, poco distante dal vicino al ponte di Alma. Questa piazza, costruita nel 1936, è dedicata alla regina Astrid di Svezia, moglie di Leopoldo III del Belgio. Nel centro di essa si erge un“monumento di riconoscenza del Belgio alla Francia”, inaugurato nel 1923.

FOTO 1

Nata a Stoccolma il 17 novembre 1905, Astrid Sofia Lovisa Thyra Bernadotte è figlia del principe Carlo di Svezia e di Ingeborg di Danimarca. Discende da Carlo XIV di Svezia (Generale di Napoleone I) e Désirée Clary. Anche se principessa, Astrid è molto lontana dal diventare regina nel suo Paese nativo, penalizzata dall’ordine di successione.

Nel maggio 1926, a Copenaghen, Astrid ebbe un vero e proprio “colpo di fulmine” per il duca di Brabante Leopoldo, principe del Belgio. I due giovani non avevano in comune né la religione né la lingua ma il 4 novembre dello stesso anno, a Stoccolma, si svolse il loro matrimonio (civile). Astrid conquistò rapidamente il popolo belga, grazie alla sua immagine di principessa innamorata. Sempre più unita, la coppia ebbe tre figli: Charlotte-Josephine, Baldwin I e Alberto II. Alla nascita dell’erede al trono, Astrid dichiarò “Ora, sono davvero belga”, conquistando tutta la simpatia della gente. La principessa incantò tutti con i suoi sorrisi e la sua gentilezza, in patria e durante i viaggi ufficiali all’estero. Inoltre, molto vicina al popolo, fu celebre anche per la raccolta di denaro e vestiti a beneficio di coloro che erano stati colpiti dalla crisi economica.

Il 17 febbraio 1934, il re del Belgio Alberto I morì e nominarono sovrano suo figlio primogenito, il duca di Brabante Leopoldo, sotto il nome di Leopoldo III: Astrid diventò a sua volta regina. Fu così che la vita tranquilla da principessa venne sconvolta dai doveri del nuovo ruolo, che le lasciavano ben pochi momenti di libertà.

Nel 1935 la famiglia reale trascorse l’estate in Svizzera, e finalmente Astrid poté dedicarsi ai figli, ma di lì a poco figli, a causa di un’incuria del re, un incidente d’auto mise fine alla vita della giovane regina, a soli ventinove anni. Il 30 agosto il corpo di Astrid fu riportato in Belgio e il 3 settembre venne sepolta nella cripta reale di Nostra Signora di Laeken, a Bruxelles. Leopoldo non si riprese mai dalla morte della moglie, di cui fu indirettamente responsabile. La regina restò nei cuori del suo popolo.

FOTO 2

Tributi

– In Francia, oltre alla Piazza dell’8° arrondissement di Parigi, esiste una Promenade Reine Astrid sul lungomare di Mentone (nelle Alpi Marittime).

– In Belgio troviamo il memoriale della regina Astrid, eretto dall’architetto Bonduelle, a Laeken; nel comune di Anderlecht, nella Regione di Bruxelles-Capitale, l’ex parco Anderlecht è stato ribattezzato Astrid Park nel 1935, in seguito alla sua morte; nel cuore della città di Charleroi, esiste dal 1939 il Reine Astrid Park; al municipio di Liegi, un’opera dello scultore Adelin Salle la rappresenta con suo figlio, il Principe Alberto, a Liegi, il 7 luglio 1935.

– Ci sono anche molti luoghi che rendono omaggio alla regina nelle Fiandre, come la piazza Astrid vicino alla stazione centrale di Anversa, altre piazze a Duinbergen e Wenduine e diverse strade sulla costa belga.

– Anche la Svizzera la ricorda, con una cappella a Küssnacht, sul luogo dell’incidente automobilistico che le costò la vita. A poca distanza, in un museo, sono conservate immagini e reperti dell’incidente.

– In Germania, esiste il Camp Queen Astrid, vecchia caserma belga, eretta dopo la seconda guerra mondiale delle forze di occupazione in Belgio nel 1948.

– E persino nei possedimenti coloniali africani è giunta la sua memoria: la citta di Butare, nel sud del Ruanda, in passato portava il suo nome.

 




Marielle

A Rio de Janeiro, nella notte tra il 14 e il 15 marzo 2018, viene brutalmente assassinata Marielle Francisco da Silva, insieme al suo autista, Anderson Pedro Gomes, in quella che è stata definita come una vera e propria esecuzione.

Attivista per i diritti umani, femminista, difensora di donne, neri, persone LGBT e indigeni, Marielle Franco con coraggio denunciava le violenze contro le donne afroamericane delle favelas (lei stessa era nata e cresciuta a Marè, una favela di Rio, e amava chiamarsi Cria da Marè, Figlia della Marea) e ultimamente aveva aspramente criticato la polizia per le azioni violente che avevano portato all’uccisione di Matheus Melo, l’assistente di un sacerdote, nella favela di Acari.

A febbraio si era pubblicamente dichiarata contraria alla militarizzazione delle forze di polizia decisa dal governo centrale. Forse proprio per questo è stata “giustiziata” a soli trentotto anni, con quattro colpi di pistola alla testa e proiettili provenienti da un lotto venduto alla polizia federale: la sua figura come Giustaci è stata segnalata da moltissime amiche, rimaste attonite e sconvolte di fronte a tanta brutalità per spegnere un impegno e una passione tanto grandi.

A chi dava così tanto fastidio?

Rispondere a questa domanda è trovare i responsabili della sua morte.

Eletta consigliera comunale del Partito Socialismo e Libertà a Rio de Janeiro, nel 2016, con un impegno politico volto a combattere discriminazioni e diseguaglianze, era in prima linea per difendere i diritti, soprattutto delle donne e della comunità LGBT, da quando a diciannove anni si era trovata ad affrontare la vita da sola con una figlia e l’aiuto della compagna, Mônica Benício.

Orgogliosa della sua condizione di donna, povera, nera e omosessuale, si era laureata in Scienze Sociali, specializzata in responsabilità sociale e settore terziario, conseguendo anche un masterin pubblica amministrazione.

È stata consigliera parlamentare del deputato Marcelo Freixo e coordinatrice della Commissione per la difesa dei diritti umanie della cittadinanza. Nel Consiglio municipale ha presieduto la Commissione per la difesa delle donne ed è entrata anche nella Commissione incaricata di monitorare l’azione della polizia federalea Rio de Janeiro, ricoprendo tale incarico sino al suo assassinio.

Migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città del Brasile per protesta, ma l’ondata di sdegno si è propagata in tutto il mondo, sulle reti sociali. La figlia Luyaraha scritto: “Hanno ucciso mia madre e altri 46 mila elettori! Continueremo la tua lotta! Ti amo”. In un bellissimo video Marielle appare in tutta la sua forza e bellezza, in tutto il suo impegno contro i poteri forti.

“Per te non un minuto di silenzio ma anni di numerose battaglie”

Fino a quando grandi e Giuste donne, come Marielle – e tante altre, attualissime purtroppo, come, per ricordarne qui solo alcune, Ilaria Alpi, Bertha Caceres, Anna Politkovskaja, Daphne Caruana Galizia…- dovranno morire per rivendicare i diritti di tutti e tutte e per combattere la criminalità?

Questo spazio è aperto alle segnalazioni biografiche di lettori e lettrici




Napoli – Buone pratiche toponomastiche/ buone pratiche in Comune

Lo spazio pubblico definisce e identifica una comunità con la sua storia, la sua identità, la sua evoluzione futura. La sistematica rimozione ed eliminazione dalla memoria collettiva delle figure femminili che in ogni campo, nel corso dei secoli, hanno dato lustro a ogni settore delle attività umane, si evidenzia nel denominare gli spazi pubblici, dimenticando le figure femminili rilevanti. Ciò ha determinato una scomparsa della memoria delle donne e ha definito un immaginario collettivo squilibrato e asimmetrico. Il genere femminile viene sistematicamente tralasciato così da non permettere alle giovani generazioni, e in particolare alle ragazze e alle giovani donne, un tessuto culturale di riferimento che dia loro la possibilità di valorizzare le attività e il pensiero femminile.

Quest’idea ha inciso nello spazio pubblico delle città italiane e ha portato a un cambiamento significativo nella politica e nella pratica di intitolazione delle aree pubbliche: in particolare, a Napoli ha avuto risultati significativi nella programmazione dello spazio pubblico nella governance e nel cambio legislativo toponomastico improntato al riequilibrio di genere.

Merita di essere ricordata la data del 3 ottobre 2012,giorno in cuiè stato approvato il Nuovo Regolamento per la Toponomastica cittadina del Comune partenopeo, felice conclusione di un percorso iniziato quasi in contemporanea alla nascita di Toponomastica femminile. Già il 22  marzo 2012 con una riunione congiunta delle Commissioni Pari  Opportunità e della Commissione Beni Comuni, in cui ricade l’argomento Toponomastica, in sinergia con il neonato movimento delle Toponomastica femminile s’incominciò a richiedere una modifica di alcuni passaggi del Regolamento Toponomastico della Città di Napoli.

Al primo punto il riequilibrio di genere, passo indispensabile per un cambiamento stabile e duraturo. Il 23 maggio il Consiglio adottò, quale atto d’indirizzo di accompagnamento alla delibera di Giunta sul nuovo regolamento, la mozionesulla Toponomastica Cittadina, affinché la Giunta Comunale, nell’esercizio dei suoi poteri amministrativi applicasse questiprovvedimenti:

  1. rivedere l’odonomastica cittadina per intitolare anche in breve tempo, tre strade cittadine a tre donne;
  2. avviare attraverso gli uffici competenti la revisione della odonomastica cittadina per verificare la percentuale di genere nell’assegnazione;
  • far precedere l’assegnazione dell’odonimo da un dibattito cittadino nelle Municipalità interessate, favorendo la partecipazione al procedimento amministrativo di cittadinanza, enti e associazioni;
  1. promuovere nel settore scolastico l’iniziativa, anche attraverso l’indizione di concorsi di idee tra studenti che si potranno confrontare sulle scelte dei nomi di donne da assegnare alle strade cittadine;
  2. seguire questi criterigraduali nell’assegnazione degli odonimi:

1) napoletane o comunque campane;

2) italiane o straniere che abbiano avuto un rapporto privilegiato con la città;

3) donne di cultura scientifica o letteraria per le strade e le piazze nelle vicinanze di istituti scolastici, facoltà universitarie e luoghi di formazione.

L’azione dal basso ha spinto la Giunta il Sindaco e il Consiglio Comunale della città ad accogliere le istanze della cittadinanza.

I due provvedimenti più incisivi nel formulare il nuovo regolamento, sono senza dubbio il criterio che, nell’assegnazione dei nomi alle strade cittadine, si tenga conto della necessità del riequilibrio di genere e che la compilazione delle targhe stradali rispetti le regole della lingua italiana, indicando nella targa il nome per esteso, il cognome, date di nascita e morte e la professione declinata nel giusto genere.

Foto

 

A Napoli nel 2012 le intitolazioni a figure femminili realmente esistite erano circa l’1,2% a fronte del 31% degli uomini e con una solo intitolazione a una scienziata Maria Bakunin, in un viale interno di un parco residenziale. Oggi sono quarantaquattrole personalità individuate e per le quali è stata decretata l’intitolazione di una via. Si aggiungono poi le altre intitolazioni: scuole, auditorium, sale consiliari, giardini  targhe commemorative.

Regolamento Toponomastica delibera_n.42_del_3.10.2012

 

 

 

 




Marcelle Ferron: l’artista controcorrente di Louisville

Prosegue il viaggio nel municipio di Louisville, dove la maggior parte delle strade intitolate a donne indica nomi di battesimo con una sola eccezione: la dedica a Marcelle Ferron, un’artista che ha portato lustro al municipio e al Paese.

Marcelle nasce proprio a Louisville, nel 1924. Dimostra subito un carattere deciso e volitivo che le farà lasciare gli studi alla Scuola di Belle Arti per seguire una sua personale ricerca artistica, culminata nell’adesione alla corrente rivoluzionaria degli Automatisti, un movimento creato nel 1942 a Montréal da Paul-Émile Borduas, ispirato ai surrealisti francesi. Marcelle sarà la più giovane firmataria del manifesto “Refus Global” (1948), una dichiarazione che rifiutava le regole e i valori dell’arte tradizionale del Québec e anche della religione. Inevitabilmente questa presa di posizione susciterà molto scandalo ma sarà fondamentale per la crescita culturale del Quebéc: inaugura una nuova era nell’arte moderna, imprimendo una modernizzazione artistica di cui Marcelle sarà sempre una grande protagonista. Con il movimento rivoluzionario, nel 1951, Marcelle espone le sue opere a Parigi.
Due anni più tardi tornerà nella capitale francese per dedicarsi al disegno e alla realizzazione di vetrate artistiche, riconosciute da tutti un’espressione del suo grande talento. Il tratto distintivo delle sue opere – quadri, vetrate e sculture – è caratterizzato da una grande luminosità cromatica. Esporrà le sue opere al Louvre nel 1960 e al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Parigi, nel 1962 e 1965. Esporrà poi nel resto d’Europa a Bruxelles, Monaco, Milano, Zurigo, Roma, Torino ma anche a San Paolo e a Città del Messico.

Espulsa dalla Francia per le sue azioni politiche, nel 1966 decide di tornare in Québec dove insegnerà per vent’anni all’Università Laval, tra i più antichi e prestigiosi atenei canadesi.

Dal suo rientro in Canada, la sua arte riflette l’impegno sociale in favore di lotte sindacali e indipendentiste e il suo talento viene messo a servizio della collettività. Una sua vetrata artistica tra le più note è visibile nella metro Champ-de-Mars (in copertina): è la prima vetrata a soggetto astratto mai installata in un metrò canadese. Nello stesso anno (1968), in ricordo dei sei milioni di vittime ebree dell’Olocausto, realizza per il Congresso ebraico un’altra vetrata, ancor oggi visibile nella hall dell’Università Concordia. Segue una committenza religiosa per la Chiesa del Sacro Cuore (1969) e per il Palazzo dell’Organizzazione dell’Aviazione civile internazionale (1975).

Foto 1

Negli anni contribuirà al decoro degli spazi pubblici del Quebéc con una vetrata per il Palazzo di Giustizia di Granby (1979), per il metro di Place Vendôme (1981 – foto 1)e per l’Ospedale di Santa Giustina (1994). È presente con la sua arte anche al centro direzionale Palace du Patronage, che ospita la sede del Governo federale, dell’Ufficio della proprietà intellettuale e il Centro per le operazioni emergenziali. Commemora inoltre il massacro del Politecnico del 1989 in una vetrata per la Biblioteca dell’Università Bishop’s, un’università di lingue tra le più piccole ma antiche del Quebéc.

Il Museo d’Arte Contemporanea di Monréal le dedica, a inizio del millennio, una retrospettiva delle sue maggiori opere. Muore nel 2001 a Monréal e viene sepolta al cimitero di Mont-Royal (foto 2).

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Nel 1983 per i suoi meriti artistici aveva ottenuto il premio Paul-Émile Borduas, prima artista a riceverlo, nel 1985 era stata proclamata Cavaliere dell’Ordine Nazionale del Quebéc e nel 2000 Grande Ufficiale dell’Ordine.

L’università di Monréal ha creato una borsa di studio in suo onore nella Facoltà di Storia dell’Arte e nel 2017 le è stata intitolata la strada nel municipio dove nacque, Louisville appunto. Diverse strade canadesi portano oggi il suo nome.

Foto 3. Intitolazioni odonomastiche a Marcelle Ferron

 

 




La ricerca delle “Giuste”. Anna Paolina Pazzaglia Spazio aperto a contributi esterni

Il viale delle Giuste, inaugurato nella Libera Università di Alcatraz, conta a oggi quaranta figure di donne degne di essere definite tali. I pannelli biografici esposti sono il risultato di una selezione operata dalla giuria nell’ambito del concorso nazionale “Sulle vie della parità.  Centinaia di altre proposte hanno raggiunto il tavolo delle giurate: si tratta soprattutto di personaggi poco noti, segno di una grande ricchezza di vite esemplari femminili nascoste nelle pieghe della storia. In questo spazio vorremmo far uscire dall’ombra quei nomi meritevoli e sconosciuti e raccogliere nel contempo, nuove segnalazioni di donne che hanno combattuto contro ingiustizie, soprusi, criminalità o discriminazioni.

Invitiamo pertanto lettrici e lettori a inviare contributi e profili via mail, scrivendo all’indirizzo baldo.d@impagine.it

Esordiamo oggi con la sintesi della proposta pervenuta dalla classe prima del Liceo Maffeo Vegio di Lodi, guidata dai docenti Laura Coci e Ivano Mariconti.

La biografia, inviata al concorso, è già presente nel viale perugino (foto di copertina).

Anna Paolina Passaglia, nata a Gragnano Trebbiense (Piacenza) l’11 aprile 1902 si avvia in giovanissima età alla professione di sarta. Nel 1920 sposa Giovanni Lanzani e si trasferisce a San Colombano al Lambro, nella casa di famiglia del marito, dove mette al mondo quattro figli.

Anna non frequenta la chiesa e non nasconde le sue opinioni socialiste, maturate grazie al confronto con il padre, e pertanto è isolata e malvista in paese.

Nel 1932 Giovanni viene investito da un’automobile guidata da un fascista e muore; l’antifascismo di Anna è rafforzato dall’impunità di cui gode l’uccisore del marito.

Il regime non le rilascia né la tessera alimentare né il materiale scolastico per i figli, uno dei quali, Mario, diventa partigiano dopo l’8 settembre 1943.

Anna entra in contatto con il partito comunista clandestino: procura armi e viveri ai resistenti del territorio e ne accompagna alcuni in montagna, dove andranno a costituire la 167a Brigata Garibaldi. Le viene affidato il delicato compito di ufficiale di collegamento.

Nel 1944 è arrestata e condotta nel carcere di Lodi, dal quale riesce a fuggire. Torna a San Colombano per trasferire i figli in un luogo sicuro e continuare la lotta fino alla Liberazione. Dopo la guerra fonda la sezione ANPI del territorio e si dedica ad aiutare le persone in difficoltà. Muore a San Colombano, il 19 settembre 1998.

La generosità e il coraggio di Anna sono ancor oggi ricordati nelle sue terre, dove le è stata dedicata la sezione locale dell’ANPI.

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Il Cairo – Hud Shaʿrāwīi ash-Shaʿrāwīi, femminista egiziana

Le pioniere del femminismo sono celeberrime nel mondo arabo. La passione per il racconto delle loro vite eccezionali, ha prodotto un genere letterario, che si chiama da nisā’, in arabo donne, le nisā’iyyat. Inversamente alla popolarità queste figure chiave nella storia dei diritti umani del mondo arabo, sono molto poco note in Occidente.

Una delle più belle e vivaci pagine della sociologa marocchina Fatema Mernissi nella sua autobiografia, celebra nel capitolo “Femministe egiziane in terrazza”, la più conosciuta e famosa tra loro, che condusse con successo al riconoscimento di diritti fondamentali per le donne egiziane e arabe, musulmane e non: Hudā ash-Shaʿrāwīi.

Nata a Minya nel 1879, Hudā visse in una famiglia fautrice del costituzionalismo egiziano. All’età di tredici anni dovette sposare il suo cugino e tutore. Dopo le nozze tornò a vivere nella casa materna e qui rimase sette anni durante i quali acquisì una doppia educazione, francese e araba. Consapevole della propria ampia formazione si impegnò nella lotta contro l’occupazione britannica, fino a organizzare la storica marcia delle donne, nel 1919, per le strade del Cairo, per protestare contro l’arresto e l’esilio dei quattro capi principali della resistenza egiziana. Questa marcia divenne la pietra miliare di una lunga successione di gesti politici clamorosi.

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Invitata a Roma nel 1923 dall’Alleanza Internazionale per il Suffragio Femminile, Hudā partecipò con due sue collaboratrici. Al loro ritorno al Cairo, scendendo dal treno, le tre donne si tolsero il velo imitate da tutte le presenti che erano andate ad accoglierle. Shaʿrāwīi  fondò l’Unione Femminista Egiziana (UFE), per protesta contro il nuovo stato egiziano, diventato indipendente nel 1922, e che subito aveva dimenticato, sebbene se ne fosse giovato per avere ragione del colonialismo britannico, le istanze delle donne. UFE fu il fulcro delle attività femministe egiziane che con successo si batté per il diritto di voto. Altri traguardi nel 1924 furono le leggi per l’affido dei figli alla madre in caso di divorzio, e l’innalzamento dell’età legale a sedici anni per il matrimonio e l’istruzione obbligatoria per le ragazze. Si impegnò per un dialogo costruttivo e di pace fra Oriente e Occidente e fu rappresentante dei paesi arabi e africani nelle conferenze dell’Alleanza Internazionale di cui fu vicepresidente per il resto della sua vita.

Una via la ricorda al Cairo, dove morì nel 1947, nella capitale egiziana, dove con tanto fervore condusse le donne a rivendicare nello spazio pubblico, le strade della città, i loro diritti.

 




Parigi – Allée de la Comtesse de Ségur

Il viale, situato all’interno del Parc Monceau, nell’VIII arrondissement parigino, è dedicato dal 1978 a Sophie Rastopcìn, contessa di Segur. Un tempo chiamato Velasquez Lane, il percorso si estende da avenue Velasquez ad avenue Van-Dyck.

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Sophie Rostopchine (in russo Sofia Fiodorovna Rostopchina), russa di nascita e francese per matrimonio, nacque a San Pietroburgo il primo agosto del 1799.

 

Considerata “il Balzac della gioventù”, scrisse molte commedie per l’infanzia, considerate dei veri e propri capolavori, e, come Balzac, venne illuminata dalla luce di due torce: la religione e la monarchia.

 

Appartenente a una grande famiglia aristocratica russa, risalente al Khanato dell’Orda d’Oro e a Gengis Khan, trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella campagna di Voronovo, nell’imponente tenuta di famiglia prossima alla capitale, dove ricevette l’educazione tipica dell’aristocrazia russa, che prevedeva l’insegnamento di varie lingue straniere tra cui il francese. Da adulta divenne una poliglotta in grado di parlare ben cinque lingue.

Il padre, governatore generale di Mosca, e dunque personaggio politico di rilievo durante il regime zarista, fu ritenuto responsabile dell’incendio di Mosca del 1812 durante l’invasione napoleonica e cadde in disgrazia. Costretto ad abbandonare la Russia insieme alla sua famiglia, giunse in Francia nel 1817, con Sophie diciottenne.

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L’anno successivo la giovane sposò il conte de Ségur, divenendo così contessa. Dall’unione nacquero ben otto figli e, a seguire, numerosi nipoti, che ispireranno i suoi romanzi.

Sophie, infatti, iniziò a comporre all’età di cinquantacinque anni, quando era già nonna.

Si dice che le sue opere siano nate in parte mettendo per iscritto le fiabe e i racconti che narrava ai suoi tanti nipotini e in parte ispirandosi alla loro vita quotidiana.

Il suo primo romanzo “Nouveaux contes de fées pour les pétits enfants” (in italiano “Nuovi racconti di fate per bambini”), venne stampato da Hachette nel 1856 e, sulla scia del successo ottenuto, l’editore francese decise di pubblicare tutte le opere che la contessa scrisse tra il 1856 e il 1871.

Sophie fu una scrittrice molto prolifica: la sua produzione letteraria vanta più di venti romanzi, a cui si aggiungono altre opere di saggistica e di carattere epistolare.

Nel 1866, divenne terziaria francescana, sotto il nome di Suor Marie-Françoise, ma continuò a scrivere. La sua vedovanza e il conseguente crollo delle vendite dei libri la costrinsero a vendere il castello di Aube, in Normadia (Château des Nouettes) e a ritirarsi a Parigi, al 27 rue Casimir Perier, nel VII arrondissement, dove morì, il 9 febbraio del 1874, come recita la targa a memoria.

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Le sue spoglie furono sepolte a Pluneret, in Bretagna. La città di Aube le ha dedicato una scuola e un museo.

In Italia, purtroppo, ben pochi dei suoi romanzi sono stati tradotti e le rare edizioni sono piuttosto datate.




Québec – Louiseville: la municipalità della principessa Luisa di Sassonia

Inizia il nostro viaggio negli undici municipi del Québec dedicati a figure di donne laiche.

A queste donne sono state intitolate municipalità in onore del loro ruolo al fianco di illustri uomini locali. La maggior parte di loro sono state le mogli di esponenti importanti dell’economia o della politica del luogo o figlie di funzionari reali quando non proprio di Regine, come Luisa Carolina Alberta di Sassonia Coburgo Gotha, figlia della Regina Vittoria, la Principessa cui è dedicata la municipalità di “Louiseville”.

La sesta figlia della Regina Vittoria e del Principe Albert fu tra le figlie più amate dai reali britannici. Dal carattere allegro ma deciso e indipendente, dalle spiccate capacità artistiche amava dipingere e avrebbe voluto dedicarsi a una carriera da pittrice tuttavia il suo ruolo non le permise tali aspirazioni e rimasta nubile tra le sorelle divenne, seppur informalmente, la segretaria personale della Regina nel 1866. Nel 1970 decide di sposare il Duca di Argyll, scegliendolo indipendentemente dalle varie candidature che i pretendenti di rango superiore delle maggiori case regnanti europee avevano proposto.

Luisa arriverà in Canada nel 1878 come Consorte Vicereale quando suo marito viene nominato Governatore Generale e proprio in questa data le viene dedicato il municipio nel Québec.

Stabilisce a Ottawa la residenza ufficiale che grazie al suo talento acquisisce opere d’arte anche personali tra quadri e sculture della Principessa Luisa stessa. Fonda inoltre ben due Società dedicate all’Arte, l’Accademia Canadese delle Arti e la Società delle Arti Decorative e dell’associazione artistica.

Ma l’apporto che la Principessa Luisa darà alla sua terra d’oltreoceano non sarà esclusivamente dedicato all’arte. Presiede, infatti, l’Associazione educativa femminile della Società per la Protezione delle Donne Immigrate di Montréal.

Rimasta vittima di un incidente in carrozza nel 1880 per le strade di Ottawa, decide di affrontare il rigido inverno alle Bermuda dove in suo onore viene costruito un hotel a lei intitolato. Luisa inaugura così la vocazione turistica dell’isola tuttora in auge. 
Ripresasi dai postumi dei traumi solo due anni dopo decide, nel 1883, di lasciare il Canada e di tornare in patria dove abbraccia la causa delle suffragette. 
Non scorderà tuttavia mai il suo periodo canadese e durante la ribellione degli aborigeni Mètis del 1885 invia aiuti medici a supporto sia delle truppe filo governative che degli aborigeni.

Nel 1900 diventa Duchessa di Argyll e nel 1905 la regione Alberta viene intitolata in suo onore. Nonostante fosse stato scelto il suo primo nome di battesimo, essa stessa indica invece il suo ultimo nome per omaggiare a sua volta il suo adorato padre Albert e così fu anche per il nome del Monte Alberta.  Anche un lago in Canada porta il suo nome e appunto il municipio di Louisville in cui su dieci strade dedicate a donne, la metà è dedicata a nomi di battesimo di donna e a storie di artiste che scopriremo poco alla volta.