Angiola Minella Molinari

Angiola Minella nasce a Torino nel 1920, in una benestante famiglia borghese. Il padre, direttore generale della Reale Mutua di Assicurazioni, cade vittima di un attentato fascista nel 1932, e il luttuoso episodio segna in modo indelebile la vita di Angiola
allora dodicenne.

La ragazza frequenta la migliore scuola di Torino (quel Liceo D’Azeglio dove fino a pochi mesi prima aveva insegnato l’antifascista Augusto Monti, maestro di una straordinaria generazione di allievi) e intanto coltiva il sogno di diventare medica. Ma non sarà possibile; il progetto incontra la ferma opposizione materna e, dopo essersi diplomata, Angiola Minella deve ripiegare su studi letterari, che preludono a un futuro di insegnante: è un lavoro che agli occhi della madre è più adatto per una donna.

Intanto è scoppiata la guerra e nei primi bombardamenti la casa di Torino viene danneggiata, così Minella, insieme alla madre e alla sorella minore, nel maggio del 1942 sfolla a Noli; qui la famiglia possiede un alloggio dove da sempre passa le vacanze estive.

Nel 1943 entra come volontaria nella Croce Rossa, realizzando in qualche modo il suo desiderio
di essere utile al prossimo in difficoltà, e nel 1944 aderisce alla Resistenza, prima in un gruppo badogliano del Cuneese, in seguito nelle brigate Garibaldi che operano nel Savonese. Il suo nome di battaglia è Lola, il soprannome con cui viene chiamata in famiglia e dagli amici. Anche la sorella Maria Pia, diciassettenne, segue le sue orme e diventa staffetta partigiana.

In questo ambiente la giovane conosce Piero Molinari, l’ispettore Vela, operante presso la prima divisione d’assalto Garibaldi. Terminato il conflitto lo sposa civilmente, contravvenendo alle abitudini consolidate dell’ambiente da cui proviene e alle aspettative famigliari. Da questo matrimonio nascerà, nel 1950, la figlia Laura.

Nel primo dopoguerra il Paese è a pezzi: molte fabbriche sono distrutte, mancano le case,
molti sono gli orfani abbandonati a se stessi. Ma le energie non mancano: nel clima fervido del momento Angiola Minella si attiva con passione in favore dei minori in difficoltà. Insieme a Nadia Spano promuove una catena di solidarietà e cinquanta bambini di Napoli trovano ospitalità presso famiglie savonesi. Alcuni vi rimarranno.

Il suo impegno si esprime anche nell’azione politica: è responsabile della Commissione femminile nella segreteria della federazione del Pci di Savona e consigliera comunale (le prime elezioni amministrative a Savona si tengono nel marzo del 1946), nonché dirigente dell’Udi, Unione Donne Italiane.

Nel giugno del 1946 viene eletta per la Costituente e si trova così a far parte della piccola pattuglia di donne (ventuno, il 3,7% del totale dei Costituenti) che per la prima volta nella storia d’Italia hanno la possibilità di contribuire a decidere i destini del Paese. Angiola Minella fa parte del gruppo delle nove comuniste; ci sono poi altrettante democristiane, due socialiste, una qualunquista (esponente del Partito dell’Uomo Qualunque, che nelle prime elezioni ha ottenuto un certo successo, specie nel Sud Italia).

Nell’assemblea Minella non interviene, ma presenta insieme ad altri diverse interrogazioni. È l’inizio di una lunga carriera politica: viene rieletta alla Camera nel 1948 e poi nel 1958, mentre nel 1963 passa al Senato, dove rimane fino al 1972. Sempre nelle liste del Pci.

Tra i suoi interessi c’è sicuramente l’impegno a favore delle donne (rappresenta il Movimento femminile democratico italiano nella segreteria della Federazione internazionale femminile a Berlino tra il 1953 e il 1958); successivamente si occupa di problemi riguardanti la sanità, come vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità dal 1958, poi come segretaria della stessa Commissione del Senato nel 1963 e infine come vicepresidente della stessa nel 1968. A Palazzo Madama si dedica con particolare impegno alla riforma dell’assistenza sanitaria e ospedaliera e del servizio per l’assistenza alla maternità e all’infanzia, coerentemente con il desiderio sopito di fare la medica.

Angiola Minella Molinari muore il 12 marzo del 1988.

 

 

Dalla mostra di Toponomastica femminile: Le madri della Repubblica

 

 




Donne e Lavoro: essere ostetrica

Nasce oggi la rubrica Donne e Lavoro della sezione Toponomastica di ImPagine. Il tema scelto per dare vita alla sequenza non è casuale: levatrici e ostetriche hanno dato la vita a centinaia di generazioni, ai loro consigli e alle loro mani si sono affidate per secoli le donne del mondo.

In foto. Necropoli di Porto (Fiumicino, RM), tomba 100. La levatrice

Sarà il solo testo di Alessandra Scirdi, letto il 13 maggio alla cerimonia per l’intitolazione di una piazza d’Ausonia all’ostetrica Iliana Tosti, a riempire di parole e poesia questa prima pagina.

Ebbene si … 

Essere Ostetrica è come essere artista.

È qualcosa che si è, non si fa. 

Te lo riconoscono gli altri.

È un’energia che ti porti nelle mani e nel cuore. 

Qualcosa che penetra profondamente nei luoghi più remoti della tua anima e non ti abbandona mai.

È nata con te. E tu con lei. 

Infondo l’arte è questo, 

Lo stare davanti; Il tirare fuori;

peculiarità sia dell’artista che dell’ostetrica.

Tutte le volte in cui mi hanno chiesto di descrivere cosa fosse una nascita, ho sempre descritto l’attimo prima dell’apertura del sipario. 

Quel velluto ROSSO messo a proteggere qualcosa di sacro che sta per accadere. 

La concentrazione. 

Il vocio del pubblico in sala. 

Il corpo che scalpita e la mente fredda, lucida, concentrata. 

Il buio.   

SILENZIO.

E poi il primo respiro. 

La prima battuta di copione. 

Il primo cenno di diaframma.

La prima nota.

Questa è la “mia” nascita: 

La stessa, identica, meravigliosa e terribile tensione che ho ritrovato più volte sul palco. 

Prima che tutto sia commedia, prima che tutto sia Tragedia. 

Quel piccolissimo e infinito lasso di tempo che ti rende Ostetrica e Madre contemporaneamente.

Quel piccolissimo e infinito lasso di tempo in cui tutto è silenzio prima che tutto sia musica, anche il silenzio stesso.

E tu hai già le mani sporche di vita e non te ne sei accorta.

Lo spettacolo è iniziato.

Il sipario … è aperto. 

In copertina. Ausonia (FR). Piazza Iliana Tosti. 

Intitolazione del 13 maggio 2018




Victoriaville: la municipalità della Regina Victoria e non solo

Come ci suggerisce il nome del municipio, questa zona amministrativa del Québec è in onore della Regina Vittoria, l’Imperatrice britannica il cui regno ha dato nome ad un’intera epoca caratterizzata dalla presenza di questa donna dalla forte personalità tanto nella vita privata che in quella politica.
La dedica amministrativa si ebbe grazie alla sua sesta figlia, Louise, che visse come consorte Vicereale in Canada dal 1878 al 1883 a fianco del marito Governatore della provincia canadese e a cui a sua volta è dedicata la municipalità di Louiseville.

FOTO 1. Re Alberto con la sua numerosa prole tra cui Louisa, la futura Consorte del Governatore Generale del Canada

Ma le strade di questo municipio portano i nomi anche di altre illustri donne, nate e vissute a Victoriaville. che hanno arricchito la storia locale come madri di famiglia, educatrici, benefattrici, colonizzatrici. Tra queste anche le artiste Suzanne Bastien e Annette-Bédard.

FOTO 2. Annette (sx) e Suzanne (dx)

Suzanne De LaRochelle-Bastien, ha avuto una strada a lei dedicata, vicino a Notre- Dame Est, nel 2009. È stata un’artista capace di diventare in trent’anni un punto di riferimento nell’educazione artistica del luogo, soprattutto per le ragazze. A lei si deve il Centro d’Arte di Victoriaville, aperto nel 1960, dove la sua attività didattica ha arricchito la conoscenza e il gusto non solo delle sue allieve e allievi ma anche dell’intera popolazione.
Promotrice dagli anni sessanta agli anni novanta dello scorso secolo di mostre, spettacoli, vernissage ha decisamente dato un grande contributo artistico alla sua comunità, che ora ne riconosce i meriti. È stata posta infatti anche una sua targa identificativa, che ne racconta le azioni, nel settore toponomastico vicino alla Via di Sainte-Victoire, pensato per ricordare con placche commemorative e ridare lustro alle donne importanti per il territorio.

FOTO 3. Rue Annette Bedard

Annette-Bédard è stata invece una pioniera dell’arte fotografica: riuscì a fare della sua passione e del suo talento un lavoro, diventando la prima fotografa professionista del Québec. Nata proprio a Vittoriaville aprì un suo studio fotografico intorno al 1925. Lo studio Bédard rimase attivo fino agli anni quaranta del Novecento e ha portato il suo nome sino al 1983. Esempio femminile di realizzazione professionale oltre che imprenditoriale, Annette fu anche la prima donna ad aprire e possedere un conto bancario in città, nonché una tra le prime persone di Victoriaville a possedere e guidare un’auto.

 




Yoryanis Isabel Bernal Varela

I popoli indigeni dell’America Latina stanno combattendo una battaglia impari contro gli ingenti interessi economici delle multinazionali che sfruttano e distruggono il loro ambiente naturale, spesso con la connivenza dei governi locali che si spartiscono “la torta”. Donne e uomini, leader nella difesa delle loro terre e dei diritti umani, lottano per una sopravvivenza culturale che diventa sempre più anche fisica: è solo di venti giorni fa l’assassinio di Olivia Arevalo Lomas, ma le persone uccise sono centinaia e per la maggior parte di esse non c’è stata giustizia.

Una Giusta è stata senz’altro Yoryanis Isabel Bernal Varela, leader della comunità indigena Golkuche del popolo Wiwa, uccisa il 26 gennaio 2017, a soli quarantatré anni, con un colpo di pistola alla testa (anche questa, come altre, una vera e propria efferata esecuzione) vicino a Valledupar, città situata nella Sierra Nevada, all’estremità settentrionale delle Ande, nel nord della Colombia.

Nella Sierra Nevada di Santa Marta il territorio è ordinato da bacini, l’acqua è sacra, i cicli della Madre Terra vanno rispettati e l’equilibrio dell’universo va mantenuto. Gli indios devono prendersi cura del cuore del mondo (per esempio si oppongono con forza alle dighe idroelettriche che già esistono o che sono progettate nella loro regione, perché interferiscono col ciclo naturale dell’acqua, minacciando le colture e il bestiame delle tribù), devono ricompensare la natura di ciò che viene tolto per il sostentamento umano… se la natura viene saccheggiata, derubata, colpita… ciò è vissuto come un sacrilegio. Contro tutto ciò, mantenendosi fedele alla grande spiritualità del suo popolo, lottava Isabel Varela e per questo è stata assassinata.

FOTO 01

Il segretario dell’organizzazione Wiwa Golkuche, José Gregorio Rodríguez,ha denunciato fortemente tutte le intimidazioni e le minacce che subiscono i popoli indigeni, e ha affermato: “Hanno assassinato una nostra compagna e violato i nostri diritti. Gli altri leader devono essere protetti.” Infatti le ricchezze naturali della Sierra Nevada attirano sempre di più pericolosi progetti di “sviluppo”, che occidentalizzano quei popoli, militarizzano alcuni gruppi per farsene degli alleati, distruggendone l’atavica cultura e impossessandosi anche di tutti i profitti. Isabel difendeva i diritti delle donne, tutt’uno con l’origine, il nutrimento, la cura del mondo. “Hanno portato via una grande leader, e quando questo accade, la nostra cultura corre gravi pericoli, perché non ci sono molte persone abbastanza coraggiose da affrontare i nostri problemi di ordine pubblico, rischiando la vita”, ha detto il capo del consiglio tribale dell’Arhuaco, Kogui e popoli Wiwa, Jose de los Santos.

FOTO 02

“Si vive una violenza selettiva, che colpisce esponenti politici ed attivisti e che molto si accanisce sulle donne: quelle che hanno conquistato visibilità sono uno schiaffo in faccia a chi storicamente in Colombia ha mescolato l’azione criminale con la sottomissione psicologica e morale della popolazione. Il corpo della donna e il territorio, violare il primo per sottomettere il secondo: è stato il tratto distintivo anche di questa guerra, che ha lasciato almeno 300.000 morti e cinque milioni di sfollati. Metà delle vittime sono donne. Innumerevoli i casi di stupro – almeno 550.000 – perpetrati per la stragrande maggioranza da paramilitari (67%), seguiti da esercito (23%) e guerriglia (8%)di cui solo il 10% fra quelli denunciati ha avuto un processo.” Così si legge in un interessante articolo uscito su Il manifesto del 18 aprile 2017 (http://www.yaku.eu/2017/05/02/la-pace-sul-corpo-delle-donne-in-colombia/)

E noi che cosa possiamo fare? Continuare l’informazione, la denuncia, non dimenticare…

 




Le madri della Repubblica

Sono passati settantadue anni da quel 2 giugno 1946, quando gli italiani, e per la prima volta le italiane, si recarono alle urne per scegliere la forma di governo da dare al Paese ed eleggere l’Assemblea Costituente.

IL voto, maschile e femminile, indicò 556 nominativi, di cui 21 donne.

Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e, a volte, esperienze di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o deportazione.

Provenivano da ogni parte del Paese, lavoravano e possedevano titoli di studio alti: quattordici erano laureate, molte insegnanti, due giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito dell’Uomo Qualunque.

Su di loro pesavano aspettative e diffidenze: parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a gruppi e programmi politici.

In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale era sancita dalla legge, le deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi a casa e al lavoro.

Portano il loro segno l’art. 3 della Costituzione, che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 37 che regola il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

Toponomastica femminile racconta in quindici pannelli itineranti la loro storia.

Una convenzione siglata in questi giorni con l’Istituto Comprensivo Santa Caterina di Cagliari consente alla mostra di raggiungere le scuole dell’isola che ne faranno richiesta.

L’inaugurazione avverrà sabato 5 maggio 2018 e da tale data l’esposizione sarà visitabile c/o l’Istituto Comprensivo Santa Caterina, in via Canelles, 1.

Locandina presentazione Cagliari

Per informazioni ed eventuali richieste:

caic89300g@tiscali.it– Tel. 070/662525

 




Primo maggio a Napoli: intitolazione a Sacco e Vanzetti

Agli anarchici vittime dell’ordine costituto Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, recita l’invito del Sindaco Luigi de Magistris all’intitolazione della già I Traversa Ammiraglio Aubry, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio. Celebrazione del Primo Maggio in ricordo dei due emigrati italiani, figure vive nel ricordo popolare, vittime del clima di sospetto e di rancore che nonostante i molti dubbi sulla loro colpevolezza furono giustiziati il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown.

A cinquant’anni esatti dalla loro morte, il 23 agosto 1977, Michael Dukakis governatore dello Stato del Massachussets riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. I due, per l’epoca della storia statunitense, erano le vittime perfette di una politica avversa al pacifismo e alla propaganda contro la guerra che caratterizzava l’attività degli anarchici e di un terrore viscerale delle autorità locali verso il comunismo. In aggiunta erano immigrati italiani, con una scarsa conoscenza della lingua inglese, diversi e, nell’immaginario dell’epoca, individui incivili, inferiori; in aggiunta, erano di idee politiche radicali. Né Sacco né Vanzetti si consideravano comunisti e Vanzetti non aveva nemmeno precedenti con la giustizia, ma entrambi erano conosciuti dalle autorità locali come militanti radicali coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e manifestazioni contro la guerra. Il giudice del processo li definì senza mezze parole due bastardi anarchici.

Foto 1. Sacco e Vanzetti. La stampa internazionale

Il Governatore del Massachusetts avrebbe potuto impedire l’esecuzione ma si rifiutò. Una condanna unanime di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria colma di pregiudizi e sostenuta da una politica del terrore, che si nutriva di odio e sosteneva la politica delle espulsioni di ogni persona straniera sospetta. La condanna e la morte sulla sedia elettrica fin dalla sua esecuzione ai giorni nostri hanno consegnato alla memoria Sacco e Vanzetti quali simboli e vittime del pregiudizio sociale e politico.

Per ricordare, e affinché sia di monito la fine ingiusta dei due anarchici italiani, il significato dell’intitolazione a loro nome di una strada del Comune di Napoli. La diversità di origine, di lingua, di cultura non siano mai pretesti di esclusione e persecuzione e ancor meno lo siano le idee di giustizia pace e libertà che ancora oggi evocano i nomi di Nick e Bart. La ballata celeberrima a loro diretta da una delle militanti per i diritti civili della nostra epoca, la cantautrice Joan Baez, che ha marciato per un mondo migliore senza barriere e segregazioni, contro le guerre, è la dedica migliore che si possa loro porgere: “Onore a voi Nicola e Bart, riposiate in pace qui nei nostri cuori, il momento estremo e finale è vostro, questo sacrificio doloroso è il vostro trionfo”.

Foto 2. La canzone di Joan Baez su youtube

https://www.youtube.com/watch?v=7oday_Fc-Gc

Il trionfo della giustizia, della verità, del rispetto che ogni comunità deve coltivare per impedire che nuovi Sacco e Vanzetti siano vittime di un vento di pregiudizio e preconcetto che poco rende onore alla nostra democrazia. Primo Maggio di memoria e impegno civile a Napoli, dunque, la toponomastica cittadina si arricchisce di altre figure importanti nella crescita della cultura democratica e resistente della città.

Foto 3. Cerimonia di intitolazione

È intervenuta alla cerimonia la nipote di Sacco, Maria Fernanda, chiamata così in onore dello zio mai conosciuto, giunta dalla Puglia luogo originario della famiglia. Il racconto emozionante che ristabilisce la verità storica dell’innocenza dei due anarchici, la sua gioia per un’intitolazione attesa da trent’anni, hanno reso ancor più significativa e indimenticabile questa giornata.

 

 




Roma – E la scuola impara. Un giardino autogestito per Rosa Luxemburg

Il cortile di una scuola è un luogo insolito per un’intitolazione a una donna. E invece nel Liceo classico Socrate di Roma il giardino interno è stato dedicato a Rosa Luxemburg, importante filosofa tedesca e militante comunista del primo Novecento.

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L’esistenza di questo giardino è frutto di anni di lotte studentesche per una gestione della scuola più democratica e partecipativa e meno autoritaria e coercitiva. Il giardino, liberamente accessibile fino al 2010, è stato chiuso senza che le motivazioni fossero mai rese pubbliche.

Nel frattempo, dopo decenni di politiche devastanti e tagli che hanno svenduto la scuola pubblica, il governo Renzi e la ministra Giannini hanno varato una riforma che trasforma gli istituti scolastici in aziende di cui il/la preside è un/a manager con pieni poteri e dove al tempo stesso le famiglie costituiscono la clientela da assecondare e le/gli studenti la manodopera a basso costo per i privati. L’elemento più eclatante della «Buona Scuola» porta il nome di «alternanza scuola-lavoro»: pena la non ammissione all’esame di Stato, i ragazzi e le ragazze sono costrette a lavorare gratis per enti, principalmente privati ma non solo, i quali potranno così assumere meno lavoratori o lavoratrici retribuite.

Al Socrate la lotta nazionale contro la Buona Scuola si è unita a quella interna per la partecipazione democratica nei processi decisionali e soprattutto per la sicurezza e l’agibilità, in una struttura che ospita circa 950 studenti su 650 posti disponibili. Tra i vari temi rivendicati dalla componente studentesca vi era proprio la riapertura del cortile interno, ottenuto in seguito all’occupazione dell’autunno 2017. Protagonista di queste lotte è il collettivo politico Galeano, che ora si occupa autonomamente di gestire il giardino.

L’8 marzo 2018, in occasione della giornata delle donne, i ragazzi e le ragazze del collettivo Galeano hanno usato l’intervallo tra le lezioni per affiggere lo striscione che dedica il giardino da loro ottenuto alla rivoluzionaria tedesca uccisa nel 1919 dalla polizia del governo socialdemocratico della Repubblica di Weimar.

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«Marx lo amo ma non è sufficiente – spiega uno dei militanti di Galeano – invece Rosa Luxemburg l’abbiamo scelta perché lei, come filosofa e come letterata, parla non solo dello Stato ma della bellezza dell’essere umano a tutto tondo. Ed è importante anche perché è stata una donna, filosofa della politica e martire in un’epoca in cui raramente le donne ricoprivano questi ruoli e si esponevano nella società.»

Rosa Luxemburg, uscita dal Partito Socialdemocratico Tedesco per dar vita al movimento spartachista nella Germania distrutta dalla prima guerra mondiale e umiliata nei trattati di pace, fu la prima interna al Comintern a criticare l’autoritarismo leninista sostenendo il diritto delle masse all’autodeterminazione e contestando il ruolo egemone del partito bolscevico costituito da pochi professionisti di una Rivoluzione che si sarebbe presto trasformata in dittatura. Lei, insieme a Karl Liebknecht, guidò l’insurrezione di Berlino che portò alla fine della guerra. I suoi scritti sono pilastri del pensiero comunista e della storia del movimento operaio europeo e la sua figura non è meno importante di persone a lei contemporanee ma molto più celebrate come Antonio Gramsci o Friederich Engels. Pur non rinnegando lo storicismo dialettico alla base del pensiero marxista, la sua fu una delle pochissime voci socialiste a far notare l’importanza della spontaneità delle azioni di lotta nel processo rivoluzionario. Dissidente rispetto alla socialdemocrazia, Rosa Luxemburg sostenne la partecipazione diretta sul modello dei soviet, consapevole che il riformismo e la democrazia borghese non avrebbero mai portato a una vera emancipazione delle masse. Nella sua analisi, inoltre, viene dato molto peso al militarismo, colonna portante del capitalismo e fondamentale per lo sviluppo industriale, che conduce alla conquista di territori non ancora industrializzati le cui popolazioni indigene saranno poi proletarizzate; gli anni in cui Rosa Luxemburg ha vissuto mostrano chiaramente la stretta connessione che lega capitalismo industriale, guerra imperialista e Rivoluzione sociale.

Oggi l’accesso al cortile posteriore del Liceo Socrate le rende omaggio con un grande murale dove al suo volto è accostata la frase «Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene». L’altro graffito, adiacente alla porta che dà sul giardino liberato, reca scritto «You are now entering free giardino», citando quel «You are now entering free Garbatella» che, per chi sale da via della Villa di Lucina venendo da San Paolo, dà il benvenuto al quartiere popolare e antifascista dove ha sede l’istituto.

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La straordinaria banalità delle donne di Amos

Il municipio di Amos ha due strade dedicate a donne dalla vita tanto quotidiana quanto eccezionale. Considerate pioniere di frontiera, agli inizi del XX secolo hanno portato la loro esperienza di vita ordinaria ai confini di terre impervie e disabitate.

Albertine Chalifaux sposa Ernest Turcotte e nel 1910 si stabilisce con lui nell’Ovest del Québec sulla riva del fiume Harricana, in quello che diventerà negli anni proprio il centro della municipalità di Amos. Parte con quattro figli, l’ultimo dei quali ha nove mesi e affronta un viaggio che ha dell’incredibile ma che per l’epoca è l’unico possibile: la navigazione in canoa. Accetta la sfida di vivere in un territorio selvaggio come l’Abitibi, da conquistare e domare, crescervi la prole e provvedere alla sua istruzione.

FOTO 1. Albertine con i suoi primi quattro figli e il marito Ernest nel 1911 ad Amos

Durante il viaggio, tappa dopo tappa, riesce a scrivere delle pagine autobiografiche che esprimono speranza e umanità – grazie all’aiuto degli ingegneri della linea ferroviaria Transcontinentale in costruzione proprio in quel periodo o degli indiani della tribù degli Algonquins, curiosi di sentire i racconti di viaggio e di scambiare pellicce con provviste – ma anche angoscia e sconforto – per quei giacigli notturni di fortuna sulle rive del fiume Ottawa, per i disagi e i timori, per i ripari da tuoni e fulmini nei boschi sfuggendo alle tempeste, per la neve da cui non si sa come difendersi. Arrivata in pieno inverno a destinazione, la coppia monta un campo provvisorio ma già due settimane dopo ha costruito con tronchi e tavole quella che sarà la propria casa e in primavera organizza l’orto. Pochi anni più tardi, nel 1914, è già in grado di acquistare numerosi appezzamenti di terreno da colonizzare e coltivare.  Da qui Albertine non si muoverà più e avrà altri quattro figli.
Nel 2010, in occasione del centenario dell’arrivo delle prime famiglie colonizzatrici su queste terre, ad Albertine Chalifaux è stata intitolata una strada per ricordare il suo coraggio e la sua forza.

Anche la strada intitolata a Alexina Godon è dedicata a una pioniera.

FOTO 2. Alexina Godon

Rimasta vedova con quindici figli – di cui ben cinque coppie gemellari di età compresa tra i cinque e i quindici anni – decide di trasferirsi nelle terre d’Amos nel 1916 e cercare di cogliere l’occasione di rifarsi una vita. Il trasferimento era stato già deciso con il marito, che nel frattempo era deceduto. Alexina non abbandona l’idea. Nella futura Amos  diventa un punto di riferimento e di ammirazione per la tenacia con cui alleva la sua numerosa prole e diventa l’emblema della donna capace di gestire e risollevare con successo le sorti avverse. Partecipa attivamente alle semine, ai raccolti, all’allevamento del bestiame. Partita con cinquanta dollari per il viaggio, in undici anni riesce a disporre di un suo capitale di quarantaduemila dollari, ha due macchine, una casa dotata di luce e telefono e oltre duemila acri di terreni.  Grazie alle sue capacità è la prima donna a essere premiata nel 1927 con l’Ordine di merito agricolo. E nello stesso anno viene scelta tra le personalità del luogo, come simbolo, per posare accanto all’acclamato campione di sollevamento pesi Victor Delamarre in tour con la sua roulotte per tutto il Canada.

FOTO 3. Alexina Godon, al centro, con l’atleta Victor Lamarre nel 1927

Anche oggi Alexina è un simbolo: rappresenta tutte le donne che vogliono o debbono ricominciare da zero e ce la fanno con successo, tenacia e caparbietà. A lei, infatti, le donne del Raggruppamento territoriale di Abitibi-Témiscamingue, nel 1998, hanno dedicato un premio annuale.

 

In copertina: Il centro di Amos




Parigi – Cours la Reine

Nell’8° arrondissement di Parigi, subito dopo la Place de la Concorde, si estende il Cours la Reine. Aperta nel 1618 da Maria de’ Medici su antiche coltivazioni di orticoltori, questa “promenade” si estendeva originariamente dal giardino delle Tuileries alla piazza della regina Astrid. Costruita appositamente per la regina Maria e riservata alle sue amicizie alto-borghesi, la passeggiata le permetteva di camminare dal suo castello a Tuileries, lungo la Senna, senza essere disturbata dal traffico cittadino.

Foto 1. La promenade

Il Cours, compreso tra i ponti di Concorde e Invalides, vicino agli Champs Elysees e al Grand Palais è un indirizzo di prestigio e di glorificazione per i personaggi illustri. Sono installate qui, infatti, grandi statue che glorificano: Simon Bolivar, il Marchese de La Fayette e Alberto I del Belgio.

Maria de’ Medici nacque a Firenze il 26 aprile 1573, da Francesco I, granduca di Toscana, e da Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo. Pur non avendo avuto un’infanzia particolarmente allegra – presto orfana di madre, soffrì di solitudine dopo la morte del fratello e di una sorella e il matrimonio della sorella Eleonora – godette di una educazione esemplare. Nel 1600 sposò per procura il re Enrico IV di Borbone principalmente per dare ai Medici lo scettro e abbattere le preoccupazioni dinastiche e finanziarie dei Borbone: la famiglia della sposa, composta da banchieri creditori, condonò infatti il debito e consegnò nelle mani del re una dote pari a seicentomila corone d’oro (da qui il soprannome della regina “la grossa banchiera”).

La loro unione non fu molto felice: Maria dovette sopportare le numerosi amanti del marito e i suoi lati senza scrupoli. Dovette attendere il 13 maggio 1610 per essere incoronata regina, nella Basilica di St. Denis, durante un’assenza del re. Poche ore dopo l’incoronazione, il re venne assassinato e Maria de’ Medici divenne reggente al trono per suo figlio, Luigi XIII, ancora troppo giovane per governare. Le sue abilità diplomatiche le fecero compiere un capolavoro.

Foto 2. Charles Martin (1562-1646). Maria de’ Medici con suo figlio Luigi XIII. Museo delle Belle Arti di Blois

Durante il suo regno, si avvicinò alla Spagna grazie a un’alleanza confermata da un doppio matrimonio: quello di sua figlia, Elisabetta all’infante Filippo IV, ma soprattutto quella di suo figlio, futuro re di Francia, Luigi XIII, ad Anna d’Austria. Inoltre, la figlia Maria Cristina sposò Vittorio Amedeo I di Savoia ed Enrichetta Maria Carlo I d’Inghilterra.
Nel frattempo, la nobiltà francese si ribellò contro di lei. La politica basata sulla corruzione e i favoritismi condotta da Maria de’ Medici fece nascere un sentimento di disaccordo anche da parte di suo figlio Luigi XIII che, il 24 aprile 1617, prese il trono con un colpo di stato ed esiliò sua madre nel castello di Blois.

Nel febbraio 1619, la regina scappò dalla sua prigionia e organizzò una ribellione contro il figlio, seguita da una serie di conflitti che termineranno quando il re decise di perdonare la madre e farla ritornare a corte. Maria de’ Medici, di ritorno dall’esilio, si concentrò nella costruzione del suo Palazzo del Lussemburgo e allo stesso tempo, divenne la mecenate di vari pittori parigini, come Guido Reni e Rubens.

Foto 3. Palazzo e Giardini del Lussemburgo

Pochi anni dopo (1622), venne riammessa al Consiglio di Stato. Grazie al nuovo ruolo acquisito e ai privilegi riottenuti, Maria tentò di riottenere anche la corona, e per questo sostenne il più possibile l’ascesa del duca di Richelieu, che viene nominato cardinale ed entrò a far parte del Consiglio reale. Tuttavia, Richelieu da subito si mostrò decisamente ostile alla politica estera progettata da Maria, decidendo di ribaltare tutte le alleanze strette con la Spagna fino a quel momento. L’ex regina tentò di opporsi e di indurre il re a non approvare il piano progettato da Richelieu. La congiura, tuttavia, non ebbe esito positivo, perché il cardinale venne a conoscenza dei vari complotti, e nel corso di un colloquio con Luigi XIII lo indusse a punire i congiurati e a ritornare sulle proprie decisioni. L’11 novembre del 1630 (quello che passerà alla storia come “Journée des Dupes”, la “giornata degli ingannati”), Richelieu fu riconfermato primo ministro, i suoi nemici definitivamente rovesciati e Maria de’ Medici costretta all’esilio. Dopo aver perso qualunque autorità, la regina madre all’inizio del 1631 venne condotta a Compiègne, agli arresti domiciliari; poco dopo, inviata a Bruxelles in esilio. Per diversi anni visitò molte corti europee per perorare la sua causa e tornare in Francia, ma non vi riuscì e visse nella casa del pittore Rubens, autore del ciclo di Maria de’  Medici, esposto al Louvre (Ala Richelieu).

Foto 4. Ciclo Maria de’ Medici.

  1. Il matrimonio per procura di Maria de’ Medici e Enrico IV, a Firenze il 5 ottobre 1600
  2. Lo sbarco della regina a Marsiglia, il 3 novembre 1600

Maria de’ Medici morirà in circostanze poco chiare il 3 luglio del 1642 a Colonia.

Omaggi:è presente una statua di Maria de Médicis, realizzata da Louis-Denis Caillouette, nei giardini del Lussemburgo, a Parigi.

Foto 5. Statua di Maria de Medici ai Giardini del Lussemburgo

 

 




Olivia Arevalo Lomas

Appena saputa la notizia, anche sulla pagina fb di Toponomastica femminile, quasi in diretta, sono apparsi i primi affranti, increduli e indignati commenti sull’ennesima uccisione di leader che lottano contro la corruzione e lo sfruttamento criminale delle risorse ambientali del pianeta: giovedì 19 aprile 2018 la Federazione delle comunità native di Ucayali e Affluentes (FECONAU) fa sapere a tutto il mondo (almeno a quella parte che vuole ascoltare e non nasconde queste notizie) che è stata uccisa Olivia Arevalo Lomas, insegnante e attivista nella difesa delle terre ancestrali e dei popoli dell’Amazzonia, a Yarinacoa, nella regione Ucayali, in Perù. “Cade un’altra sostenitrice dei diritti umani!” scrive Anna Luisa, “Ma è una strage, una dopo l’altra” è il grido indignato di Maria Pia, e “Addio, eroina dei diritti della natura e dei popoli indigeni” è il commosso saluto sulla pagina fb di GreenMe. Aveva 80 anni e da una vita combatteva contro le crudeltà e le ingiustizie che subiva la sua gente, massacrata dai Narcos e dai disboscatori illegali, ma non si arrendeva, nonostante il pericolo evidente, finché la sua vita non è stata fermata!

Olivia, chiamata “maraya” la saggia, apparteneva al popolo Shipibo-Konibo del Perù. In uno dei suoi ultimi video, pubblicato sul sito https://www.greenme.it/, Olivia canta immersa nella splendida natura lussureggiante alle sue spalle, in cui si notano già però gli interventi distruttivi umani, e prega che tutto ciò si fermi e si lasci in pace la natura. Difende la sua foresta, la sua cultura, le sue tradizioni. Si sentono i cinguettii degli uccelli unirsi al suo canto: anch’essi in pericolo di estinzione per la scomparsa del loro territorio, così come i popoli indigeni.

Molte altre organizzazione, insieme a FECONAU, hanno condannato quella che definiscono una vera e propria esecuzione, purtroppo da parte di sconosciuti che si teme non verranno mai identificati e condannati, nonostante lo stato peruviano abbia detto di aver iniziato immediatamente la ricerca dei responsabili! Come lei altri leader indigeni sono costantemente oggetto di minacce di morte e persecuzioni, per le loro denunce nei confronti delle multinazionali che saccheggiano in modo incontrollato le risorse ambientali. Sono ben 197 le persone uccise in America Latina, solo nel 2017, “per essersi opposte ai governi e alle imprese che saccheggiano le loro terre e danneggiano l’ambiente tramite corruzione e pratiche inique”, come afferma una ricerca della ONG Global Witness.

FOTO 2

Noi qui vogliamo ricordare alcune delle altre Giuste assassinate in America Latina: da Bertha Isabel Caceres Flores, ambientalista honduregna, a cui è già stata dedicata una ricerca da parte delle scuole, presente nel Viale delle Giuste nella libera Università di Alcatraz, uccisa nel marzo 2016 (foto 3) a Yoryanis Isabel Bernal Varela, leader della tribù Wiwa e attivista per i diritti delle donne indigene in Columbia, colpita a soli quarantatré anni nel febbraio 2017; da Laura Leonor Vásquez Pineda, fiera oppositrice del settore minerario in Guatemala, uccisa nel gennaio 2017 a Miriam Rodriguez Martinez, attivista per gli “scomparsi” in Messico, uccisa nel maggio 2017, dopo che, minacciata di morte dai cartelli della droga, lo Stato non è riuscito a proteggerla.

Loro, di cui parleremo nelle prossime settimane, e tante altre, di esempio per l’impegno volto a difendere interessi collettivi, non devono essere dimenticate e soprattutto devono diventare materia di studio e conoscenza della società globalizzata da parte dei e delle giovani studenti.

FOTO 3

Chi di voi, lettrici e lettori di ImPagine, volesse segnalare e vedere qui ricordata una figura di donna Giusta, che abbia messo a repentaglio la propria vita in difesa della giustizia, contro soprusi, discriminazioni e crimini, può scrivere a questa rubrica oppure sulla pagina fb di Toponomastica femminile.

FOTO 4