Ricordi di levatrici nel Veneto. La savia co-madre che allevia gli affanni del parto

Tra le intitolazioni toponomastiche femminili dei comuni, la figura delle levatrici con condotta, riceve riconoscimento e ricordo. È una figura sociale importante quella della levatrice, tra le più antiche della storia, il cui ruolo e considerazione ha sofferto nel tempo fasi alterne. 

Nell’XI secolo la levatrice diventa la specialista della gravidanza, la sapiente, sia riguardo a gestazioni complesse che a parti difficili. 

In epoca tardo medievale, nel periodo della caccia alle streghe per intenderci, si apre una fase oscura della storia dell’ostetricia e di persecuzioni, mentre nel periodo rinascimentale gli uomini iniziano a manifestare un interesse verso lo studio dell’anatomia femminile. Con il XVII secolo, il genere maschile entra ufficialmente nell’ambito dell’assistenza alla gravidanza e al parto che cessano così di essere considerati eventi sociali trasformandosi in questioni mediche, dove gli uomini insegnano alle donne l’arte dei parti, soppiantando ufficialmente la sapienza femminile.

È in questo periodo che la Repubblica di Venezia dà rilievo professionale alla categoria delle sue mammane, tanto da essere annesse al Collegio dei medici, a condizione che sostengano con esito positivo un esame di idoneità davanti a un medico del Magistrato della Sanità e a due levatrici esperte e riconosciute. Successivamente viene imposta anche la partecipazione a lezioni teoriche e pratiche e lo studio, come primo testo, del libro La commare o raccoglitrice, del medico Scipione Mercurio. Altri testi apparvero successivamente, nei quali non solo di questioni mediche si trattava, ma di un complesso di comportamenti e azioni che le commari-levatrici dovevano adottare sulla scorta del prontuario dell’arte ostetrica.

Oltre alle professioniste levatrici-ostetriche che superano l’esame, esistono le levatrici di fatto, donne che con conoscenza ed esperienza aiutano e assistono a partorire altre donne. Esiste a questo proposito una illuminante pubblicazione dal titolo Le levatrici a Battaglia dal XVII al XIX secolo, in cui l’autore, Luciano Donato, individua i nomi di 211 levatrici nei registri della parrocchia di Battaglia (PD), dal 24.11.1607 al 12.8.1871, donne che hanno dato assistenza a un solo parto, a due parti, fino al record di 948 parti nel periodo tra il 1846 e il 1871 raggiunto da Adelaide Simonetto. 

Esistono pertanto le levatrici autorizzate e quelle tollerate come Anna Pauletti Rech, nata il 25 marzo 1831, che a Pedavena (BL) aveva imparato ad assistere le partorienti da Corona Spada, altra mammana tollerata. Anna emigrerà con la famiglia nel 1876 in Brasile, dove metterà la sua sapienza a servizio delle donne emigranti, restando spesso lontana da casa per giorni per i parti più impegnativi. La zona dell’insediamento della sua comunità, nel Rio Grande do Sul, prenderà il suo nome. Il comune di Pedavena la ricorda con l’intitolazione di una scuola elementare e il comune di Seren del Grappa con un vicolo.

Foto 1. Seren del Grappa

Le levatrici vengono ricordate con molto affetto e stima dalla cittadinanza. Non di rado si trovano dipendenti comunali, quando telefoniamo per avere informazioni e dati sulle loro vite, che si ricordano di loro e a volte dicono: “mi ha fatto nascere!” con un senso di orgoglio.

Foto 2. Loria

Tra le levatrici ricordate nel nord-est c’è Maria Fontana a Loria (TV), classe 1885 che ha vissuto fino al 1970, Regina Moro, classe 1896 che ha lavorato a Curtarolo, Onorina Scanferla, classe 1912, vissuta a Bagnoli di Sopra, Nella Rezza, classe 1916 vissuta a Limena, comuni nella provincia di Padova. 

Foto 3. Curtarolo

Tra le curiosità troviamo che Onorina Scanferla e Nella Rezza hanno partecipato allo stesso concorso per il posto di ostetrica condotta per la provincia di Padova il 28 febbraio 1941 e Nella Rezza piazzandosi 5ª in graduatoria vince la condotta di Limena dove svolgerà la sua attività, mentre Onorina, pur piazzandosi 10ª non vince la condotta. Avrà la condotta di Bagnoli di Sopra.

Foto 4. Limena

Foto 5. Bagnoli di Sopra

Sempre in questa provincia, il comune di Sant’Angelo di Piove di Sacco intitola nel 1998 una via alla Cavalier* Maria Artusi, classe 1902, da poco scomparsa, per la professione svolta per oltre 40 anni di ostetrica nel comune e per i valori sempre dimostrati nella sua attività di solidarietà e assistenza alle partorienti, con il suo agire e la sua vita è entrata nel patrimonio della memoria collettiva come viene attestato dalla delibera di intitolazione della via.

Foto 6. Sant’Angelo di Piove di Sacco

Tutte le levatrici fin qui ricordate hanno vissuto lungamente e tra i motivi che possono contribuire a ciò si ritiene sia la soddisfazione nel proprio operato. Eloquente è quanto ha dichiarato in una recente intervista di Giusi Fasano a Maria Pollacci, classe 1924, vivente a Pedavena, 

«se voi aveste idea di quanto sia stupendo quello che faccio quando assisto un bambino che viene alla luce, sapreste come so io che la mia è una missione, che quando sono lì davanti a un esserino che sta nascendo non sto lavorando. Sto amando. Ci vuole amore, passione, professionalità. Non mi è mai morto un bambino e ormai, con la pratica che ho, capisco subito se è il caso di andare in ospedale, come ogni tanto succede» (articolo pubblicato il 9.2.2017 da Corriere.it). 

Sì, perché l’ostetrica del bellunese dal 3.9.1945 al 13.01.2017 ha fatto nascere 7642 tra bambine e bambini.

Ma ha anche un’altra particolarità Maria Pollacci, nel 1961 fece nascere un bambino, chiamata dal circo appena arrivato in paese a Cles, e con il neonato in braccio scortata dal domatore, lo presentò al pubblico dalla gabbia dei leoni, come fosse una cosa normale, riscuotendo un lungo applauso.

Ma la levatrice non assiste solo al parto, accompagna la donna in gravidanza, insegna alla puerpera come maneggiare la nuova creatura venuta al mondo, dà consigli igienici e sanitari, indicazioni su cosa mangiare, sul riposo, consola e rincuora, segue nella crescita chi ha aiutato venire alla luce. 

Così si hanno delle caratterizzazioni di levatrici come Elodia Cecuta levatrice del comune di Marano Lagunare (UD), paese di pescatori molto carino da visitare, che entrata nella storia del paese, non solo con l’intitolazione di una via, ma la si ricorda anche nel sito del comune http://www.comune.maranolagunare.ud.it/index.php?id=14345&L=0 nella pagina dedicata in dialetto a “Le Done Maranese” dove Bruno Rossetto racconta di quando era piccolo e aveva bisogno di fare delle punture “ricostituenti”, punture che gli faceva regolarmente Sora Ludia e al momento di pagare la prestazione con i soldi che la mamma gli aveva dato, Elodia Cecuta diceva al bambino “benedetto figlio, va a casa e salutami tanto tua madre!”. Nel periodo del fascismo, l’importanza sociale che Elodia aveva per la professione svolta, era vista con fastidio. È morta povera, anche se le donne del posto la ricordano signora perché ha aiutato tutte e tutti. Le donne che l’hanno conosciuta, ogni volta che leggono il suo nome segnato sulla strada oltre le saline, pensano che il Comune abbia scelto una strada larga e grande, così com’era largo e grande il suo cuore.

Foto 7. Marano Lagunare

Come non ricordare, a questo punto, il film di Luigi Comencini del 1953 Pane, amore e fantasia con la figura di Annarella, la levatrice che, nell’immediato dopoguerra, quando ancora il parto avveniva in casa, ha una condotta che non finisce mai, rispettata e stimata nel paese del centro Italia?

A comprova di quanto le levatrici siano parte del tessuto sociale e della storia dei luoghi, almeno fino a quando si partoriva regolarmente in casa, sono gli articoli di giornale sulla scomparsa dell’ultima levatrice del paese come Flora Mucchietto, spentasi il 22 agosto 2014 all’età di 92 anni che ha fatto nascere centinaia di bambine e bambini tra Montegaldella, Grisignano di Zocco e Cervarese, nota anche per la sua trattoria a conduzione familiare, o Genoveffa Girardi, levatrice comunale di Santa Lucia di Piave per 31 anni, deceduta nel 2015 a 91 anni, amata da tutto il paese che ha fatto nascere anche l’ex sindaco. È stata un vero punto di riferimento in un periodo di trasformazione del territorio da società prevalentemente agricola a sviluppata industrialmente, a ridosso dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale avvenuta nel 1978.

O ancora Alia De Nardo, morta a Tricesimo (UD) il 4.9.2017 a 101 anni, i cui tre figli erano cresciuti vedendola uscire di casa a tutte le ore, con la valigetta nera piena di ferri misteriosi, e avevano imparato a riconoscere nella luce dei suoi occhi, al rientro, la meraviglia della vita. Levatrice del paese, importante quanto il sindaco o il parroco, Alia De Nardo ha lavorato a San Vito, Pozzuolo, Treppo Carnico e Ligosullo.

L’affetto che i territori esprimono nei confronti delle levatrici è la testimonianza della legittimazione sociale verso chi ha svolto questa professione con tanta competenza, costanza, passione e dedizione, in un passato improntato alla socialità, quando ancora si partoriva tra le mura domestiche, rispetto all’attuale sopravvenuta esasperata medicalizzazione degli eventi quali la gestazione, la nascita e il puerperio che, se da una parte garantisce il minor tasso di rischio, dall’altra estranea dal contesto sociale di cura gli eventi. 




Ansa, regina longobarda

Le regine longobarde sono figure poco conosciute; di loro si sa che sono donne la cui condizione è quella di consorte del re, priva di un ruolo definito sul piano formale, senza poteri specifici, né un particolare cerimoniale specificamente riservatole; uno status però in evoluzione, poiché la cultura longobarda assimila rapidamente il concetto della trasmissione del potere per via femminile, uno dei fondamenti della regalità delle donne, e, già nel corso del suo stanziamento in Italia, nel VI secolo d.C.  questo popolo si caratterizza per la funzione chiave svolta dalle sue  regine in tale ambito. Al consolidamento della pratica potrebbero aver contribuito i notabili romani che accettano di collaborare con la monarchia longobarda, eredi non solo delle tradizioni romane, ma anche di quelle dei Goti, che prevedono la prassi della reggenza del potere da parte della madre; un altro fattore importante è la tendenza all’ereditarietà della dignità regia, che si sovrappone nel tempo al criterio elettivo. Le regine longobarde sono attive in ambito religioso e impegnate a favore dei poveri, una funzione tipica di sovrane e imperatrici, derivante dall’estensione della dimensione materna all’insieme dei sudditi. Il nome della regina appare spesso accanto a quello del re in atti e donazioni, mentre il suo mantenimento viene assicurato dalle rendite di alcune proprietà terriere, le “curtes domnae regiae, situate probabilmente presso la capitale Pavia.

Foto 1. Via Regina Ansa, a Brescia

Ansa, ultima regina longobarda, sarebbe nata a Brescia, tra il 715 e il 720, sotto il regno di Liutprando (712-744). In città la sede del ducato è la Curia Ducis (Cordusio), situata appena fuori le mura romane, tra la Chiesa di Sant’Agata, di fondazione longobarda (tra VI e VII secolo), e la Piazza del Mercato.

Foto 2. Cordusio a Brescia, parzialmente demolito negli anni ’30 e ricostruito negli anni ’70 come grande magazzino, da Brescia Vintage (Ugo Allegri) 

In longobardo Ansa deriva da Ans, un nome di dio, e significa divina. Il padre invece, benché Longobardo, porta un nome latino, Verissimo, ed è uno dei nobili più in vista di Brescia, proprietario di molte curtes, e di una splendida abitazione, nella quale fa impartire una certa istruzione ad Ansa e ai suoi due fratelli. Non ci sono pervenute immagini di Ansa, definita da Paolo Diacono nel suo epitaffio “coniux pulcherrima regis” (bellissima sposa del re), ma pare sia una bella donna, alta e robusta, e sicuramente è molto religiosa, giudiziosa nonché istruita.

Il suo matrimonio con Desiderio è presumibilmente da collocarsi all’epoca di Liutprando (712-744), durante il quale la coppia occupa una posizione prestigiosa nell’aristocrazia bresciana. Nel 753 Desiderio, non ancora re, promuove la fondazione di un monastero, voluto soprattutto da Ansa, della cui comunità femminile diviene successivamente badessa la figlia Anselperga o Ansberga.

Ansa riesce a svolgere un ruolo determinante durante il regno del marito (756-774), operando nel tradizionale ambito del culto religioso. Nel 759 e negli anni seguenti è spesso menzionata nei diplomi del monastero e appare come protagonista di quella politica di provvidenza a favore di enti religiosi destinata a consolidare il regno. In particolare fonda i monasteri di Leno (in copertina frammento del portale) e Sirmione e contribuisce a trasformare la basilica dei Santi Michele e Pietro, a Brescia, nella grande basilica regia di San Salvatore, alla cui giurisdizione viene sottomessa un’intera rete di complessi monastici tra Lombardia, Emilia e Toscana, una vera e propria federazione direttamente controllata dal sovrano. La regina ottiene la traslazione da Livorno delle reliquie di santa Giulia a Brescia, rinominando di conseguenza la basilica.

Foto 3. Le reliquie di Santa Giulia, conservate dal 1969 presso la chiesa parrocchiale del Villaggio Prealpino, nel sarcofago dell’altare maggiore

Presumibilmente la regina riesce a giocare un ruolo non secondario nella politica matrimoniale che rafforza, nel contesto europeo, la posizione della monarchia longobarda. Sono storicamente note altre tre figlie di Ansa e Desiderio, oltre alla badessa Anselperga: Adelperga, sposata ad Arechi, imposto come duca a Benevento; Liutperga, che va in sposa al duca di Baviera, Tassilone, e una terza figlia, il cui nome non è indicato dalle fonti del tempo, che invece convola a nozze con Carlo, non ancora Magno, re dei Franchi. 

Quando Desiderio, assediato a Pavia nell’inverno 773–774, viene abbandonato da molti duchi e si arrende ai Franchi, secondo le cronache sia il re sconfitto, sia Ansa sono condotti prigionieri in Francia e rinchiusi in un monastero, a Liegi o forse a Corbi. Esiste tuttavia una tradizione locale che vuole Ansa sepolta nel monastero di San Salvatore a Brescia, in una tomba decorata da mosaici, posta in un grande arcosolio nella navata laterale destra della basilica.

Foto 4. Presunta tomba di Ansa




Caterina Sforza

È giovane e bella Caterina Sforza. Nel quadro La dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi, dipinto presumibilmente tra il 1485 e il 1490 e ritenuto da gran parte degli studi l’unico ritratto certo della nobildonna, è raffigurata una giovane dai capelli biondi con alle spalle un paesaggio. La fanciulla tiene in mano alcuni gelsomini, forse simboli collegabili agli interessi di Caterina per le scienze, sia la botanica che la chimica, che la portarono a ricercare e individuare molti rimedi naturali nella cosmesi e nella medicina.
Ma chi è stata Caterina Sforza e quale ruolo ha avuto nella storia rinascimentale d’Italia?
Era figlia naturale di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, e di Lucrezia Landriani. Nell’infanzia della bambina, più che la madre, furono presenti la nonna Bianca Maria Visconti, che si prese cura di lei, la seguì amorevolmente e la educò ai doveri e agli onori del suo ruolo, e Bona di Savoia, la moglie del padre, che la accolse con affetto sincero e gentilezza, riuscendo a instaurare un rapporto affettuoso durato tutta la vita.
La bambina ricevette una buonissima educazione alla quale rispose mostrandosi allieva interessata, dotata di grande memoria, desiderosa di conoscere e comprendere ciò che le veniva insegnato. Vivendo in una corte immersa nel clima raffinato dell’Umanesimo, conobbe gli artisti e i letterati che frequentavano e animavano il ducato di Milano; studiò la lingua latina, la cultura classica, si appassionò alle scienze, in particolar modo alla botanica e alla chimica; subì anche il fascino delle armi, che imparò a usare ereditando il gusto dal padre e dalla nonna Bianca Maria: amò il combattimento, fu coraggiosa e ardita. 

Come era uso nelle famiglie nobili del passato, Caterina venne presto osservata dal padre attraverso le lenti delle politiche matrimoniali e delle alleanze strategiche: Galeazzo Maria, nonostante il sincero affetto per la figlia, la considerò una pedina da manovrare per creare alleanze dinastiche favorevoli ai suoi progetti politici. Di questo Caterina era conscia, diede prova, a tempo debito, di essere ubbidiente e decisa nell’accettare il proprio destino; non si dimostrerò, al contrario, passivo strumento nelle mani altrui, anzi saprò essere protagonista di tante vicende storiche e politiche.

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Una delle prime apparizioni ufficiali di Caterina avvenne a Firenze, nel 1471. Si recò in Toscana insieme al padre Galeazzo e a Bona di Savoia per visitare la famiglia Medici. La corte milanese si mosse con gran pompa: carri rivestiti con tessuti d’oro e d’argento, moltissimi cavalli riccamente bardati, 100 uomini armati, 500 fanti, 50 staffieri vestiti di seta e argento, 500 coppie di cani e moltissimi falconi e sparvieri per la caccia; con la famiglia ducale, inoltre, un lungo seguito di aristocratici e cortigiani. Ad accoglierli tutto il fasto di cui era capace la famiglia medicea, che trasformò la città in un grande palcoscenico teatrale. Non è difficile immaginare il fascino subito da Caterina alla vista degli ingegni di Brunelleschi, straordinarie macchine per “effetti speciali” che animarono gli allestimenti delle rappresentazioni. La città e la famiglia toscana, conosciuti in questa occasione, tornarono nella sua vita ma lei, ancora bambina, questo non poteva ancora saperlo.

Nel 1473 venne firmato il contratto di fidanzamento con Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, e il matrimonio fu celebrato per procura a Milano; solo nel 1477, quando Caterina raggiunse “un’età conveniente”, si unì al marito.
A Roma, pur ancora molto giovane, divenne un personaggio di spicco nella corte di Sisto IV. Raffinata come era, frequentò artisti, letterati, musicisti, partecipò a cerimonie pubbliche, ricevimenti, visite diplomatiche e si trovò al centro della considerazione anche del papa. Commissionò opere, fece realizzare architetture, collezionò oggetti preziosi; nei territori romagnoli governati dal marito contribuì a trasformare il volto dei centri urbani rafforzando la rocca di Imola, costruendo edifici difensivi, palazzi e ville secondo il gusto elegante del Rinascimento. A Milano, quando tornava per mantenere vivi i legami familiari e politici con la famiglia d’origine, ebbe modo, presumibilmente, di conoscere e seguire i lavori e le ricerche, anche scientifiche, di Leonardo. La passione per le scienze non l’abbandonò mai e, nonostante gli impegni da affrontare, non tralasciò i suoi studi riuscendo via via a conseguire un’esperienza e una conoscenza tali da potersi confrontare con medici e scienziati del tempo.
Di questi interessi scientifici resta un libro, Experimenti della excellentissima signora Caterina da Forlì, in cui sono racchiuse 471 ricette. 

Ecco alcuni di quei rimedi: 

Aqua a fare la faccia bianchissima et bella et lucente et colorita: piglia chiara de ove et falla distillar in alambicco et con quella aqua lava la faccia che è perfectissiina a far bella et leva tutti li segni et cicatrici; […] A guarir le mano crepate: piglia succo de ortiga et un poco de sale et nzestica insieme bene et ognete le mano dove sonno crepate; […] A fare aqua de oclmi perfectissimna: piglia aqua vida (acquavite) aqua rosada aqua de imuta aqua de finochi zucaro fino et mestica omnni cosa insieme etpoi mmzetti una goccia ne lo occhio; […]  A far li denti bianchi: piglio un maruio bianco, corallo bianco, osso di seppia, salgetnnma, incenso et mastice. Polverizza bene et metti detta polvere in un sacchetto di tela piccolo, frega i denti poi lava con buon vino et poi frega coli una pezza di panno scarlatto; A fare odorare la bocca et el fiato: piglio scorsa de cedro, noce moscata, garofoni et salvia. Fa polvere, incorpora con vino et fanne pallottole et pigliane prima ti el cibo et de poi del cibo […] A far venir capelli de color castagnaccio se prima fossero bianchi: piglio mela cruda et fanne aqua con alambicco de vetro a fuoco lento et bagna 4 o5 volte la settimana et veniranno eccellenti”.

In una delle prime biografie scritte su Caterina Sforza, Pier Desiderio Pasolini raccontò: 

Era in lei (scrivono i contemporanei) una virtù meravigliosa per trovare tempo per tutto e per tutti. Nonostante le cure della famiglia, dei figlioli, della corte, della politica, trovava modo di leggere molto, e pare che più che altro leggesse libri storici e divoti”. E ancora: “Caterina è l’ideale della virago cantata dal Boiardo, dall’Ariosto e dai poeti romanzeschi. Caterina è l’ultimo, ma forse il perfetto tipo dell’eroina cavalleresca del medioevo. Essa è grande nella storia non già per aver iniziato tempi nuovi, ma per avervi spiccato come figura antica”. 

Come scrive Joyce de Vries nel suo Caterina Sforza and the art of appearances, il termine virago mette in evidenza i tratti duplici del personaggio, quelli femminili e quelli maschili, che si alternano nel corso della sua vita.

La storia ci ha tramandato anche un altro suo aspetto interessante, emerso soprattutto dopo la morte di Sisto IV, nell’estate del 1484, quando tumulti popolari e disordini terrorizzarono Roma. Le biografie ricordano Caterina audace e determinata mentre cercava di raggiungere Castel Sant’Angelo e rivendicare il ruolo del marito Girolamo Riario a governatore; la sua fu la difesa estrema del potere che sembrava vacillare e, a capo di un contingente di soldati, resistette ben dodici giorni prima di arrendersi.
Gli stessi tratti ardimentosi li mostrò alla morte di Girolamo, ucciso in una congiura il 14 aprile 1488. In pochi giorni passò dalla condizione di prigioniera a Signora dei territori di Forlì e Imola e il 30 dello stesso mese diventò reggente per conto del figlio Ottaviano. Seppe ancora una volta adattarsi alle mutate condizioni proponendo di sé una doppia immagine, quella di vedova fedele e di reggente determinata. Vendicò la morte del marito mettendo in prigione chiunque avesse appoggiato la congiura contro di lui, distrusse le abitazioni delle famiglie avverse al suo potere distribuendo i loro beni fra le persone indigenti.
Dopo la vendetta Caterina, che controllava Imola e Forlì con i loro territori, potè dedicarsi alla politica e al governo, non solo stabilendo alleanze strategiche ma prendendo decisioni per il suo Stato: rivide il sistema fiscale, ridusse o eliminò alcuni dazi, controllò le spese, si dedicò all’approvvigionamento delle truppe militari e al loro addestramento. Per la sicurezza dei suoi possedimenti, situati in una posizione di passaggio obbligato tra Nord e il Sud Italia, pur consapevole del valore strategico degli apparati militari in questo periodo di forti tensioni fra il regno di Napoli e il Ducato di Milano, preferì rimanere neutrale. 

La terribilità e la forza indomabile di Caterina si rivelarono in un’altra occasione, nel 1495, quando fu assassinato in un agguato il suo secondo marito, Giacomo Feo, sposato in gran segreto per non perdere la tutela del figlio e il controllo del governo. Le testimonianze storiche attestano verso i congiurati una severità impressionante nelle punizioni che apparvero, al giudizio dei contemporanei, superiori per durezza alle repressioni dopo la morte di Riario. La Signora di Imola e Forlì fece scelte politiche e svolse compiti con impegno straordinario e, sempre secondo Joyce de Vries, il suo ruolo pubblico fu gestito da lei in modo tale da contrastare la disapprovazione sociale che accompagnava le donne in posizioni di comando.

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La terza fase della vita di Caterina cominciò quando incontrò l’ambasciatore della Repubblica di Firenze Giovanni de’ Medici detto il Popolano, membro di un ramo collaterale della famiglia toscana. Questo matrimonio fu celebrato nel 1497, Caterina aveva 34 anni, Giovanni quattro di meno, dalla loro unione nacque Ludovico.
La loro storia era destinata a durare poco, Giovanni si ammalò improvvisamente, a nulla servirono le cure e il trasferimento a Santa Maria in Bagno, dove si sperava che le acque termali potessero avere un effetto benefico. Caterina era sempre al suo capezzale, lo assistette fino alla fine avvenuta il 14 settembre 1498; da quel momento in poi decise di chiamare il figlio col nome Giovanni, in memoria del padre. Per chi era al comando, il dolore non poteva prendere il sopravvento sui doveri politici e militari e Caterina non fu da meno. Si scontrò con l’esercito di Venezia per la difesa di Forlì, nel 1499 si preparò ad affrontare le truppe del re di Francia Luigi XII rinforzando le rocche, facendo scorte di viveri per sopportare l’assedio, addestrando i soldati e le nuove reclute. “La più bella, la più audace e fiera, la più gloriosa donna d’Italia, pari se non superiore ai grandi condottieri del suo tempo” l’ha definita Cecilia Brogi nel suo libro su Caterina Sforza; le cronache del tempo raccontano che riuscì a contrastare con successo l’assedio dell’esercito francese per molti giorni, cercando di contrattaccare in ogni modo. A capo dell’esercito francese era Cesare Borgia, che aspirava al comando della Romagna: il figlio di Alessandro VI ebbe la meglio solo il 12 gennaio 1500, dopo che la Rocca di Ravaldino fu bombardata per sei giorni consecutivi. Machiavelli definì la strenua difesa di Caterina come una “Magnanima impresa”: ben si capisce quindi l’appellativo di Tygre assegnatole dalle cronache del tempo.
Caterina, al momento della cattura, si dichiarò prigioniera delle truppe francesi, sapendo che una legge in vigore in Francia non consentiva alle donne di essere trattate come detenute di guerra. Se Cesare Borgia abbia fatto buon viso a cattivo gioco a questo guizzo di furbizia non è del tutto accertato, di fatto la donna venne presa in consegna dai suoi uomini, trattata come un’ospite ma trasferita a Roma. In un primo momento fu condotta in Vaticano e alloggiata nel Palazzo del Belvedere; successivamente, incolpata di aver attentato alla vita di papa Borgia, fu rinchiusa nelle prigioni di Castel Sant’Angelo. Anche senza fonti storiche unanimi, non è difficile immaginare che l’irriducibile donna sarebbe stata realmente capace di avvelenare il pontefice pur di riconquistare la libertà e i suoi territori.
Nella fortezza di Castel Sant’Angelo Caterina rimase per circa un anno, fino all’estate del 1501, liberata grazie all’intervento dell’esercito francese. Riacquistata la libertà fu costretta però a firmare un documento di rinuncia a ogni pretesa di governo sui territori di Imola e Forlì.
Ora le restava solo la possibilità di lasciare Roma alla volta di Firenze e raggiungere i suoi figli e la sua unica figlia Bianca. Caterina, ai tempi in cui Giovanni de’ Medici era ambasciatore, aveva ottenuto la cittadinanza fiorentina: questo status le permise di vivere nei possedimenti del suo ultimo marito, soprattutto nella Villa di Castello.
Siamo alla quarta fase della sua esistenza, ancora una volta densa di contrasti.
In primo luogo quelli con il cognato per l’affidamento del figlio più piccolo, Giovanni.
Al momento dell’arresto il bambino le venne sottratto ma, una volta riacquistata la libertà, Caterina sfoderò tutta la determinazione di madre e diede battaglia legale, vedendo alla fine riconosciuti i suoi diritti. La sua detenzione non poteva essere paragonata a quella per un delitto comune e il giudice, nel 1504, le restituì il piccolo, il futuro Giovanni Dalle Bande Nere. Caterina lottò anche per riconquistare i territori sottratti da papa Alessandro VI Borgia, scomparso nel 1503: la sua morte significava la perdita di potere del figlio Cesare e Caterina cominciò a sperare di poter tornare a governare Imola e Forlì; anche il nuovo papa Giulio II non era contrario alla manovra politica. Questa volta però fu il popolo a non volere più il governo della contessa e quindi non le rimase altra possibilità che chiudere definitivamente questa fase della sua esistenza.
Si dedico unicamente alla famiglia, alle relazioni sociali, alle ricerche chimiche, cosmetiche e mediche e alla scoperta di rimedi naturali. Nonostante gli interessi per il mondo medico-scientifico, nulla poté la sua esperienza contro una forte polmonite che la uccise nella primavera del 1509. 

In copertina: Roma, foto di Linda Zennaro




Da levatrici a ostetriche

In copertina: Il bagno, dipinto del 1902 di Leopoldo García Ramón 

L’ostetrica, chiamata anche levatrice perché leva il neonato dal corpo della donna, è stato un tradizionale mestiere femminile, frutto di una cultura secolare, dell’esperienza diretta di donne, basato su conoscenze empiriche del corpo femminile. La levatrice nella civiltà contadina godeva di un grande prestigio, poiché aiutava a dare la vita. 

Trotula de’ Ruggiero, medica dell’antica Scuola Salernitana, scrisse nell’XI secolo un trattato di ostetricia, De passionibus mulierum ante in et post partum, nel quale si danno precetti, consigli e norme che attraversano tutta la vita della donna. Da sempre guaritrici, le donne sapevano coltivare le erbe medicinali scambiandosi i segreti del loro uso, procurare gli aborti, fungere da infermiere. Per secoli sono state in breve mediche senza laurea: apprendevano e trasmettevano oralmente un patrimonio di conoscenze, da madre a figlia, da parente a parente. E al momento del parto, tutte le donne della famiglia offrivano il loro aiuto: protagoniste assolute di quegli eventi operavano in un clima di complicità e collaborazione. 

L’emergere poi del professionismo maschile, l’esclusione delle donne dal sistema di istruzione, soppiantarono la cultura medica femminile empirica e orale. Lo Stato unitario, per far fronte alla necessità di debellare pregiudizi e malsane abitudini, si adoperò per creare un’ostetrica istruita, fiduciosa nella medicina. La morte per parto era diffusa, come la febbre puerperale e altre patologie dovute a scarse precauzioni igieniche. Le scoperte batteriologiche e immunologiche hanno rivoluzionato il parto, introducendo norme antisettiche e protocolli sanitari totalmente nuovi, su luoghi, persone e strumenti. Venne messa al bando allora la sedia da parto e prescritta la posizione litotonica dorsale delle donne, certamente più agevole per il personale sanitario, ma poco favorevole all’espulsione naturale. Fu definita e regolamentata l’istruzione della levatrice, seguendo un processo di medicalizzazione del parto, e le ostetriche furono scolarizzate e subordinate ai medici e ai principi della scienza, dell’igiene e della salute pubblica. 

Scrive a tal proposito Rosanna Basso nel suo volume Levatrici (Viella, 2015):

[…] l’intervento statale ha precostituito lo scenario entro cui le levatrici, come segmento sociale, hanno potuto collocarsi ed evolvere, con una singolarità, però, che non si può sottacere: le levatrici, diversamente da altri gruppi professionali, non hanno avuto per lungo tempo la possibilità di determinate quel passaggio, perché, per disparità di potere, di sapere e di genere, non sono riuscite a far giungere ai decisori politici il loro punto di vista, né negoziare qualche richiesta. Ha interloquito in loro vece, ma non per loro conto, la categoria dei chirurghi ostetrici che, nelle vesti di tutori della scienza, e prima ancora degli interessi della propria professione, hanno potuto dialogare con i rappresentanti delle istituzioni, ragionare sui termini e sui confini delle competenze da attribuire a se stessi e alle levatrici, determinare la gerarchia dei ruoli e delle posizioni.

Negli anni ’60 la figura dell’ostetrica non era solo la professionista che presiedeva alle nascite, che avvenivano allora prevalentemente in casa, ma stabiliva con la comunità presso la quale operava un forte legame di empatia.

L’ostetrica odierna, oltre ad assistere alla gravidanza e al parto, cura il neonato dopo la nascita e segue la donna dal menarca alla menopausa, offrendo consulenza contraccettiva e sessuologica.

Molti comuni hanno intitolato vie e piazze a chi ha fatto nascere intere generazioni.

Il 13 maggio è stata Ausonia (FR) a intitolare una piazza a Iliana Tosti (Roma, 1928 – Ausonia, 2004).

Iliana si diplomò in Ostetricia presso l’Università degli studi di Roma nel 1956 e svolse il servizio prima a Spigno Saturnia, poi a Sant’Ambrogio sul Garigliano. Nel 1965 vinse il concorso per ostetrica condotta presso la Prefettura di Frosinone, e scelse come destinazione Ausonia e ha prestato il suo servizio all’ospedale di Cassino. Iliana era una donna profondamente innamorata del suo lavoro, che considerava una vera e propria missione di vita. Il suo ruolo andò ben oltre la semplice “assistenza” alla partoriente, ma fu piuttosto di partecipazione ai problemi di ciascuna, tanto da diventare, di volta in volta, mamma, sorella o figlia di chi si rivolgeva a lei. Il suo esempio rimane un modello di abnegazione e di umanità, che è giusto onorare e far conoscere alle giovani generazioni anche attraverso l’intitolazione di una piazza del paese dove tutti la stimavano. 

Come Iliana, molte altre levatrici/ostetriche hanno dedicato la vita all’assistenza di gestanti, partorienti e puerpere.

Il comune di Sant’Angelo di Piove di Sacco (PD) nel 1998 ha intitolato una via a Maria Artusi, insignita del titolo di Cavaliere del Lavoro, che ha svolto la professione di ostetrica nel territorio per oltre quarant’anni.

Per rimanere nella provincia di Padova, a Limena è ricordata Nella Rezza, che nel 1941 vinse la condotta di ostetricia. 

Nello stesso anno prese la condotta Onorina Scanferla, ricordata a Bagnoli di Sopra.

A Marano Lagunare (UD), una strada è dedicata a Elodia Cecuta, che tutti ricordano come una donna bassa e robusta, sorda e con i capelli raccolti sulla nuca e tenuti fermi sopra le orecchie da due forcine, per sentire meglio. Sempre disponibile ad aiutare bambine e bambini di famiglie povere, provvedeva a rifornirle anche di quaderni e pennini. Nonostante una vita di lavoro, è morta povera. 

A Loria, in provincia di Treviso, una via ricorda Maria Fontana, levatrice del paese, morta nel 1970.

A Cimolais (PN) una targa apposta nel 1999 ricorda Eva Pielli, cavaliere della Repubblica, e il viale a lei dedicato.

A Bologna un giardino ricorda un’ostetrica di guerra, Medea Zanardi. Le cronache la descrivono in stivali, gonna pantalone, occhialoni gialli e cuffia bianca, che vola ovunque ci sia bisogno, a cavallo di una Moto Guzzi 250, sotto le bombe dell’ultima guerra, violando il coprifuoco, armata soltanto di quattro croci rosse dipinte sul serbatoio e sui paraurti.

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A Sansepolcro, provincia di Arezzo, è ricordata Rosina Gennaioli

A Fregene (RM) Bruna Pierlorenzi Ceotto

A Terranova di Pollino, in provincia di Potenza, è ricordata Ines Zurlini, morta nel 1977.

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A Rieti, una strada ricorda Maria Fiore

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Cosenza dedica un’area di circolazione ad Anna Morrone e Nardò (LE) a Filomena Leopizzi.




Galla Placidia: il sogno dell’inclusione per salvare l’impero

Galla Placidia nasce a Costantinopoli nel 390 dall’imperatore Teodosio e dalla sua seconda moglie Galla, figlia di Valentiniano I: in lei quindi scorre il sangue di due dinastie imperiali quella dei valentiniani e dei teodosiani. La differenza d’età dei suoi genitori è molto significativa: lui 40 anni; lei 16. I due futuri imperatori Arcadio e Onorio sono, quindi, i suoi fratellastri, nati da Teodosio e dalla prima moglie.

Nel 410 si trova a Roma e ha poco più di vent’anni quando viene rapita, come bottino di guerra, da Alarico, re dei Visigoti e responsabile del primo sacco di Roma. É costretta a seguire l’esercito visigoto durante marce estenuanti verso il sud della penisola dove il suo rapitore muore; il successore, Ataulfo, quattro anni più tardi, decide di sposarla per garantirsi la possibilità di essere nominato imperatore d’occidente, è, secondo le cronache dell’epoca, anche perché si innamora di quella donna dal forte temperamento e dalla grande preparazione culturale, conseguita grazie ai suoi studi prima a Costantinopoli e poi a Roma. L’unione con il re visigoto, seppur obbligata, non è completamente sgradita a Galla, che dà alla luce Teodosio e ambisce a farlo riconoscere come imperatore, vista l’incapacità dei fratelli nel guidare l’Impero. Teodosio, però, muore poco dopo la nascita e lo stesso Ataulfo la lascia presto, ucciso da una congiura di palazzo. I successori la trattano in modo indegno, infliggendole punizioni anche umilianti, fino a che re Walla, nel 417, decide di restituirla ai Romani.

Le viene imposto un nuovo matrimonio con il generale romano Flavio Costanzo, da lei aspramente osteggiato perché considerato rozzo e incolto, tanto da farle rimpiangere Ataulfo, che l’aveva sempre rispettata e stimata. Questo suo diverso atteggiamento nei confronti del primo e del secondo marito, differenti per stirpe, origine e soprattutto per il modo di approcciarsi a lei, le ha fatto guadagnare tre titoli: abile, astuta e crudele. Da questa unione nascono due figli: Giusta Grata, che sarà promessa sposa al famoso Attila, re degli Unni, per convincerlo a combattere con i Romani e contro i Burgundi, e Valentiniano, divenuto imperatore d’occidente nel 423, alla sola età di sei anni, coadiuvato dalla madre in qualità di tutrice.

Durante gli anni di reggenza, ha tre grandi nemici: l’inettitudine del figlio, incapace di prendere adeguate decisioni nella gestione del potere; le invasioni dei popoli germanici, che tenta di contenere con l’aiuto del generale Ezio con cui ha sempre un rapporto conflittuale e oppositivo; e le eresie religiose alle quali si oppone ordinando una politica fortemente repressiva soprattutto nei confronti del paganesimo. A queste sfide risponde mostrando notevoli abilità diplomatiche, una certa capacità di tessere intrighi e alleanze e, infine, la spregiudicatezza nel raggiungere gli obiettivi che si propone.

Galla Placidia è stata anche un’importante committente artistica attiva soprattutto nell’edificazione di chiese fra le quali San Giovanni Evangelista, Santa Croce e il Mausoleo a lei dedicato in Ravenna; Santo Stefano a Rimini e la Cappella di Sant’Aquilino nella Basilica Laurenziana a Milano.

L’importanza storica di questa figura femminile sta soprattutto nel tentativo di evitare la caduta della parte occidentale dell’Impero Romano nelle mani dei popoli germanici attraverso una politica lungimirante, estremamente moderna, basata sull’inclusione e sulla condivisione dell’Altro – per quanto ritenuto portatore di un tessuto economico, sociale e culturale considerato inferiore – attraverso la politica dei matrimoni misti e dell’unione dei vertici romani e germanici.

Galla Placidia, grande protagonista del suo tempo e ultimo freno al decadimento imperiale, elabora dunque un nuovo modello di convivenza tra romani e germanici, attraverso l’accettazione reciproca e la creazione di nuove forme di governo inclusive e non violente.

Il suo nome indica oggi alcune vie e piazze cittadine, a Forlì, Ravenna, Rimini, Roma, Milano.

 




Laura Bianchini Dalla mostra di Toponomastica femminile: Le madri della Repubblica

Di Rossana Laterza

Nata a Castenedolo (BS) nel 1903 e spentasi a Roma all’età di ottant’anni, Laura Bianchini ha vissuto da “cristiana militante” ogni momento privato e pubblico della sua vita. Si distingue come protagonista e animatrice dell’Azione cattolica e diventa Presidente del Circolo femminile bresciano della FUCI (Federazione universitaria cattolica) da cui nascerà il Movimento
Laureati, fondato da Igino Righetti e Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI). Il Movimento, proponendosi di elaborare linee guida etico-professionali per i cattolici neolaureati in procinto di affrontare il mondo del lavoro, diventa un vero e proprio laboratorio di idee che nel luglio del 1943, alla caduta del fascismo, arriverà a produrre (con Giorgio La Pira) il “Codice di Camaldoli”, documento fondamentale nell’apporto dei cattolici all’elaborazione della Costituzione. Dunque un cristianesimo sociale che affonda le sue radici nella Rerum Novarum e nel PPI di Don Sturzo e che sarebbe poi giunto alle formulazioni di Dossetti per il quale la solidarietà, lungi dal restare relegata all’ambito caritativo, avrebbe dovuto tradursi in concrete azioni di governo a favore di un’equità distributiva.

A questo cristianesimo sociale Laura Bianchini si forma e si ispira coerentemente, dagli studi universitari all’attività professionale d’insegnante, pedagogista e pubblicista fino all’impegno politico di antifascista nella lotta partigiana, di membro prima della Consulta Nazionale e poi dell’Assemblea Costituente e infine di Deputata della Camera durante la Prima Legislatura.

A Brescia vive le prime esperienze professionali come maestra elementare, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo classico “Arnaldo” e preside dell’Istituto magistrale. Collabora inoltre, come segretaria di redazione con la casa editrice “La Scuola” per la quale pubblica Il Focolare (antologia di scuola media per le ragazze) e il saggio L’educazione al senso sociale.

«Era piuttosto scorbutica e scostante, burbera, ma sprizzava vita e intelligenza, passione politica, civile e cristiana da ogni poro». Questa la professoressa Bianchini in un ricordo di Paolo Giuntella, il più illustre dei suoi ex allievi, che talvolta invitato con altri compagni a
via della Chiesa Nuova per essere sottoposto a interrogazioni supplementari, veniva invece coinvolto in nuove lezioni più interessanti. In queste animate lezioni la professoressa Bianchini, da “cristiana integerrima”, amava ripetere che «un cristiano non può non essere anticlericale»” perché «il libro più anticlericale della storia» non era certo il Candide di Voltaire, ma piuttosto «il Vangelo di Gesù Cristo».

Dopo l’8 settembre, entra nella lotta partigiana mettendo a disposizione la sua casa per le prime riunioni del CLN di Brescia e per allestire una piccola tipografia in cui si stampano alcuni numeri di “Brescia Libera”, il foglio clandestino dal motto: “esce come può e quando può”, che verrà presto soppresso.

Sospettata e sorvegliata dalla polizia repubblichina, ripara a Milano dove, ospite delle Suore poverelle, intensifica la sua attività con le formazioni partigiane cattoliche (Fiamme verdi): presta assistenza ai detenuti di San Vittore, aiuta ebrei e ricercati dai nazifascisti e coordina la stampa clandestina. Usa pseudonimi come Don Chisciotte, Battista e Penelope per firmare gli articoli de “Il Ribelle”, da cui esorta gli italiani a lottare per conquistare la propria libertà usando “la forza in difesa del diritto” per contrapporsi a chi ripone “il loro diritto nella forza”. Tra il ‘44 e il ’46 il periodico pubblicherà 25 numeri e 11 Quaderni di analisi e proposte politiche.

Designata membro della Consulta Nazionale dalla Democrazia Cristiana, è fra le donne (13 in tutto) che per la prima volta in Italia entrano a far parte di un’assemblea parlamentare. Avrà l’incarico di segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti.

A Roma Laura Bianchini vive in via della Chiesa Nuova 14, dalle sorelle Portoghesi che aprono la loro grande casa a costituenti democristiani fra cui Gotelli, La Pira, Fanfani, Lazzati, Dossetti e a politici dello schieramento dossettiano. Nel gruppo, denominato Comunità del Porcellino per il fatto che la “burbera” Laura Bianchini – nelle accese discussioni politiche – finiva spesso per dare del porco all’interlocutore malcapitato, si viveva in un clima amichevole e talvolta goliardico, si confrontavano ed elaboravano idee nuove e diverse fra loro, ma tutte finalizzate alla rifondazione di una vera democrazia dopo il fascismo. Finita la prima legislatura Laura Bianchini si fa da parte e torna all’insegnamento, questa volta al Liceo “Virgilio” di Roma.

Nel 1946 viene eletta nella Costituente e, coerentemente con la sua impostazione “personalista
e comunitaria”, nel gruppo democristiano aderisce allo schieramento cristiano sociale di
Giuseppe Dossetti. In Assemblea interviene nella discussione generale sui temi dell’educazione, dell’istruzione e della scuola pubblica dichiarandosi, in nome del pluralismo, favorevole all’azione educatrice degli istituti privati, ma senza oneri per lo Stato e richiamando l’attenzione sulla necessità di potenziare l’istruzione tecnica e professionale in armonia con le esigenze del modo del lavoro.

Deputata della Camera nella I Legislatura, fa parte della Commissione Istruzione e Belle Arti e della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla.




Bologna la “Dotta”, attenta e rispettosa della memoria femminile

Nel panorama piuttosto uniforme dell’odonomastica urbana, non sempre sensibile a valorizzare la storia e la memoria delle donne, fa piacere osservare come alcune amministrazioni cerchino di invertire la rotta e di dare giusta visibilità alle figure femminili del passato e del presente ricordandole nelle aree pubbliche cittadine.
Il Comune di Bologna ha realizzato un’applicazione cartografica denominata “Toponimi Femminili” attraverso la quale vengono evidenziati tutti i luoghi cittadini (vie, aree verdi, percorsi pedonali, piazze, rotatorie stradali) cui è stato dato un nome femminile.
L’applicazione, attiva dalla fine di aprile, invita le persone a scoprire la città secondo prospettive poco usuali, quelle di genere.
In ordine alfabetico sono presentate tutte le intitolazioni femminili della città: ci sono i nomi delle Sante e i numerosi appellativi della Madonna, espressioni di denominazioni più antiche in cui la devozione popolare mostrava caratteri incisivi e dominanti anche nella definizione degli spazi urbani; ci sono le scrittrici, le artiste, le cantanti liriche e le donne dello spettacolo, le politiche, le partigiane, le donne di scienza e di sport; alcune intitolazioni sono dedicate a donne comuni che hanno attraversato la Storia in modo drammatico senza volerlo, come le vittime della strage alla stazione della città del 2 agosto 1980.

http://sitmappe.comune.bologna.it/ToponimiFemminili/src/index.html?appid=d17f07c016ca4f018157d278e4dd7c08

Sulla foto aerea della città ognuno di questi luoghi viene evidenziato a seconda della sua tipologia: le strade sono individuate da un segmento rosso, giardini e parchi con il colore verde intenso, piazze e rotatorie da un disco rosso, i percorsi pedonali con linee gialle.
Nella parte sinistra dell’applicazione appaiono le descrizioni di tutte le figure femminili ricordate ‒ben 99 ‒accompagnate quasi sempre con la loro immagine, la loro biografia, la loro classificazione e tutti i dati toponomastici utili a conoscere la storia di quell’intitolazione. Per completare le note biografiche sono stati presi spunti anche dalle ricerche svolte dall’Enciclopedia delle donne e da Toponomastica femminile, primo passo di una collaborazione che ci si augura ricca di attività positive.

L’applicazione è ancora in fase di completamento e si presenta come uno spazio di memoria in divenire: quando tutti i dati utili saranno inseriti, il quadro di ciò che esiste sarà definito e si potrà procedere con aggiornamenti periodici, in base alle nuove intitolazioni decise dalla Commissione Toponomastica.
Il Comune di Bologna appare sensibile nei confronti di una odonomastica cittadina rispettosa della storia e della memoria delle donne: nei prossimi mesi, tra giugno e ottobre, sono previste le intitolazioni a Alida Valli, Margherita Guidacci, Ilaria Alpi, Maria Montessori.
Molte delle donne ricordate nelle targhe stradali hanno legami con la città, sono nate, o vissute o morte a Bologna, come la scultrice e intagliatrice di gemme Properzia de’ Rossi, attiva nella prima metà del XVI secolo, considerata da Vasari un’importantissima femmina scultoratanto da inserirla nelle pagine delle sue Vite; accanto a lei la pittrice Elisabetta Sirani, la matematica Matia Gaetana Agnesi, che a Bologna nel 1748 ebbe da Papa Benedetto XIV la cattedra di Matematica dell’Università di Bologna in sostituzione del padre. E ancora: la sindacalista emiliana Argentina Altobelli, prima Segretaria della Federazione dei Lavoratori della Terra di Bologna, l’attrice e poeta Isabella Andreini Canali che, nella seconda metà del XVI secolo, entrò a far parte della compagnia teatrale di Bologna detta dei «Comici Gelosi», la medica Edmea Pirani che, pur nata ad Ascoli Piceno, esercitò nel capoluogo emiliano la professione di pediatra e qui si dedicò a numerose attività filantropiche.

Molte le partigiane, da Irma Bandiera, nata a Bologna nel 1915 e trucidata nel ’44 e insignita della Medaglia d’oro alla Resistenza, a Francesca Edera De Giovanni, detta Edera, fucilata il 1° aprile del 1944 dai fascisti contro il muro della Certosa della città.

Foto di Maria Pia Ercolini. Via Irma Bandiera

Alcune figure hanno un carattere più nazionale se non internazionale come la regina Margherita di Savoia, la principessa Mafalda di Savoia, madre Teresa di Calcutta, Nilde Iotti, le attrici Eleonora Duse, Greta Garbo e Anna Magnani, la giornalista Tina Merlin, la scrittrice premio Nobel Grazia Deledda. Un giardino è stato dedicato anche alla cantante statunitense Janis Joplin ricordata per l’intensità delle sue interpretazioni.

Davvero una buona pratica quella avviata dal Comune di Bologna, un percorso non scontato che si pone come un’azione positiva e propositiva verso una storia e una memoria riequilibrate, un esempio replicabile, ci si augura, da molte altre amministrazioni pubbliche.




Ferrara – A scuola di toponomastica negli uffici comunali

Ferrara, città d’arte, di letteratura, di castelli e delizie, duchi e cardinali, artiste e artisti, scrittori e scrittrici; vie contorte, strette e acciottolate, vie diritte e ariose, viali e piazze, giardini e parchi: una città ricca di ideali, battaglie e persone che ne hanno fatto la storia e dato lustro, rendendola faro del Rinascimento italiano. Tracce di questa storia si trovano ancora nei monumenti, negli edifici, nelle chiese e nelle intitolazioni dei luoghi.

 Sono tante le donne e gli uomini che popolano simbolicamente le vie e le strade di Ferrara: un patrimonio di vite ed esperienze spesso dimenticate nella frenesia delle giornate, dove i nomi della toponomastica diventano semplicemente spazi e smettono di essere anche testimonianze e stimolo all’emulazione di foscoliana memoria; tra queste 1.557 intitolazioni, figurano ben settantuno denominazioni al femminile, poche in rapporto alle 693 dedicate agli uomini, ma molte in confronto ad altre realtà italiane. 

Sono state queste riflessioni che hanno portato le ragazze e i ragazzi dell’Istituto di Istruzione Superiore “O. Vergani-F.lli Navarra” della sede di Ostellato ad approfondire quest’anno i temi dell’odonomastica e della toponomastica e a partecipare al concorso nazionale “Sulle vie della parità” indetto dall’associazione Toponomastica femminile. 

Conseguenza, non ovvia né scontata, di queste riflessioni scolastiche, è stata l’esperienza diretta all’Ufficio Toponomastica del Comune di Ferrara: studenti e docenti sono state accolte negli uffici comunali venendo in contatto con la pubblica amministrazione per apprendere l’iter di denominazione delle strade. 

Il gruppo, guidato dalle professoresse Federica Pintus e Francesca Venturoli e ricevuto dal dirigente dei Sistemi Informativi e Statistica, ingegner Fabio De Luigi, e dalla dottoressa Rosa Fogli, responsabile dell’ufficio Anagrafe Immobiliare e Toponomastica, ha visitato il servizio e appreso il funzionamento dei diversi settori. Condotta dall’ingegner Jacopo Zanella del reparto sistemistico, la giovane squadra ha ispezionato l’area dedicata alla gestione delle macchine e dei sistemi operativi, osservato il cuore pulsante del servizio e conosciuto i meccanismi che consentono alle applicazioni di funzionare in totale sicurezza. La dottoressa Ilaria Franciosi, segretaria della Commissione di Toponomastica, ha illustrato il funzionamento e il ruolo della Commissione, nonché le procedure e gli atti istituzionali necessari per denominare un’area di circolazione, un’area verde o altro. Rosa Fogli ha raccontato le origini dell’Ufficio Anagrafe Immobiliare e Toponomastica, l’utilità della Banca dati degli immobili (ACI), gestita dall’ufficio in sinergia con la regione Emilia Romagna – con la catalogazione di edifici, strade, civici, interni delle unità abitative e delle loro relazioni con il Catasto – e ha descritto il ruolo dell’Istat, dell’Agenzia delle Entrate – Dipartimento del Territorio – di ANCI e IFEL e l’importanza che avrà sul panorama nazionale l’ANNCSU (Archivio Nazionale dei Numeri Civici e delle Strade Urbane) di prossima istituzione. Infine l’ingegner Luca Previati ha spiegato nei dettagli, dal punto di vista operativo, le operazioni svolte dall’ufficio e le funzionalità dei software a disposizione.

Foto 1.

Foto 2.

È stata un’esperienza formativa e costruttiva, che ha avuto il merito di avvicinare reciprocamente studenti e istituzioni locali. L’eccitazione e la curiosità per questa anomala giornata di studio sono chiaramente emerse dalle domande e dalle osservazioni di carattere urbanistico, toponomastico e immobiliare espresse della classe, che ha trovato molti punti di contatto tra il vissuto quotidiano, le informazioni teoriche apprese sui banchi di scuola e la gestione concreta delle norme. 

Se l’incontro da un lato ha permesso a ragazze e ragazzi di percepire le Istituzioni non come qualcosa di avulso ed estraneo, ma come persone che intervengono direttamente nella loro vita, che sono presenti nelle loro giornate e partecipi di quanto è nel loro mondo, dall’altro ha dato modo a operatori e operatrici dell’Amministrazione di percepire e di leggere nell’entusiasmo giovanile e in quegli occhi ancora avidi di scoperte, l’utilità del servizio offerto alla cittadinanza.

Da questo fruttuoso incontro, e dal sostegno di Toponomastica femminile, è nato il progetto di realizzare una guida atipica, che ripercorra tracce e storie ferraresi in ottica di genere: siamo già al lavoro!

 




Le benefattrici di Victoriaville

Proseguiamo il nostro viaggio nelle strade e piazze di Victoriaville, una tra le municipalità più attente al ricordo delle donne che ne hanno fatto la storia. 

Nella rosa di figure femminili celebrate con riconoscenza nonostante il tempo trascorso, ci sono anche quelle donne che con il loro operato hanno significativamente impresso un’identità al luogo: benefattrici, suore e laiche, che hanno impostato la loro vita all’aiuto concreto della popolazione in difficoltà, lanciando e gestendo importanti testimonianze istituzionali ancora in essere sul territorio.
Al di là infatti della motivazione religiosa o laica, queste donne hanno saputo risolvere situazioni economiche, ereditarie edilizie proprie di imprenditrici determinate e risolute che hanno valso loro il ricordo e la stima della comunità locale fino ai nostri giorni.

Tra queste c’è sicuramente Jeanne-Mance cui è stata dedicata una strada già nel 1990. 

Jeanne nasce in Francia nel 1606 e raggiunge i territori della nuova Francia nel XVII secolo a seguito dell’evangelizzazione delle nuove terre, pur restando sempre laica. Considerata una pioniera fu una delle prime abitanti  e fondatrici della nuova colonia Ville Marie, futura città di Monréal.

Qui nel 1642 dedica il suo operato alla cura delle bisognose e dei poveri, fondando l’Ospedale Dieu di Monréal, il primo ospedale dell’America del Nord, di cui seguirà i lavori di realizzazione e ne diventerà direttrice dal 1659 al 1673 accettando la presenza di religiose a servizio. 

FOTO 1. Rue de Mère Marie Pagé e rue Jeanne Mance

Mère Marie Pagé, invece, diventa direttrice dell’Ospedale Saint Dieu di Monréal di cui è responsabile del trasferimento sull’Avenue des Pins nel 1858, dove ancora si trova.
Esperienza e capacità le portano grande riconoscenza non solo da parte dei malati che soccorre e aiuta ma da tutta la popolazione locale, soprattutto quando, nel 1884, a settantatré anni, viene eletta, direttrice-fondatrice dell’Ospedale Saint Dieu di Arthabaska, un piccolo sobborgo di Victoriaville.
Nonostante la sua avanza età sarà in grado di gestire le scarse finanze dell’istituto ospedaliero e mirando alla tutela della popolazione più povera. Anche a lei, nel 1996 è stata dedicata una via, in un’area ricca di intitolazioni femminili

FOTO 2. Ospedale Arthabaska 

Nel 1890 le succede alla guida del nosocomio Mère Montbleau, che fin dagli inizi aveva affiancato la superiora negli affari interni dell’ospedale e si era fatta promotrice di una sorta di tassa parrocchiale per il sostentamento della struttura e del suo soccorso medico in favore delle classi meno abbienti.
Anche madre Montbleau si fa apprezzare per la sua risolutezza gestionale e nonostante le enormi difficoltà economiche riesce a mantenere in vita la struttura sanitaria. Dopo una momentanea chiusura, infatti, viene riaperta nel 1884 e otto anni dopo la suora riesce a far stipulare il passaggio di proprietà dell’immobile e del terreno dalla ricca vedova che ne era proprietaria, alla comunità di Arthabaska.

FOTO 3. Una concentrazione di strade femminili

Merita un ricordo anche la laica Marguerite Beauchesne, soprannominata Mère  Simon. Con suo marito, il futuro fondatore dell’ospedale San Cristoforo, è considerata tra le prime pioniere di questa zona che prenderà il nome di Pointes Bulstrode, l’attuale Santa Vittoria. 
Il suo ricordo è ancora vivo e ci parla di una donna risoluta che nonostante le impervie vie di comunicazione ottocentesche di una zona da poco colonizzata, i rigidi inverni e le scarse risorse non esita a salire a cavallo, anche durante la notte, o ad attraversare a piedi strade innevate o foreste rigogliose per andare a soccorrere soprattutto donne partorienti, malate o in difficoltà.
Alla sua morte, nel 1880, Victoriaville ne conserva le spoglie e nel 1996, il quartiere numero sette, le intitola una strada (1996).

In copertina

Jeanne Mance in un francobollo commemorativo del 1973




Regnanti, reggenti e regine. Introduzione

La natura femminile è stata a lungo definita “debole”, quindi inadatta al governo di regni, imperi e domini. In realtà nel corso della storia ci sono state figure di grande valore, che hanno lasciato tracce indelebili del loro operato. In diversi casi la storiografia ha nascosto o criticato le protagoniste femminili del potere, ritenendole incapaci e subdole, dedite alla lussuria e al complotto.
Osteggiate per questioni dinastiche e di successione, molte regnanti – regine, imperatrici, giudicesse, duchesse, contesse, marchese – e molte reggenti, chiamate a governare in vece dei loro mariti e dei loro figli, hanno saputo vincere i pregiudizi dimostrando carattere forte, lungimiranza e capacità politiche. Né ingenue, né sprovvedute hanno amministrato con giustizia e imparzialità i loro territori, giocando importanti partite nello scacchiere politico-militare del proprio tempo. Va detto inoltre che tante, tantissime consorti e concubine, seppure sottovoce e senza titolo, hanno caratterizzato una corona o un’epoca ed esercitato enorme potere all’interno e all’esterno delle corti. In alcuni luoghi è la toponomastica cittadina a ravvivarne la memoria.

ImPagine dedica loro una nuova rubrica, accompagnandone i singoli profili alle targhe stradali presenti sul territorio nazionale

I prossimi numeri:

1. Galla Placidia. Imperatrice romana – V secolo (in copertina, a sinistra)

2. Caterina Sforza. Signora di Imola e di Forlì – XV secolo (in copertina, a destra)

3. Ansa. Regina dei Longobardi e d’Italia (VIII secolo)

A seguire, le giudicesse sarde.