Il Cairo – Hud Shaʿrāwīi ash-Shaʿrāwīi, femminista egiziana

Le pioniere del femminismo sono celeberrime nel mondo arabo. La passione per il racconto delle loro vite eccezionali, ha prodotto un genere letterario, che si chiama da nisā’, in arabo donne, le nisā’iyyat. Inversamente alla popolarità queste figure chiave nella storia dei diritti umani del mondo arabo, sono molto poco note in Occidente.

Una delle più belle e vivaci pagine della sociologa marocchina Fatema Mernissi nella sua autobiografia, celebra nel capitolo “Femministe egiziane in terrazza”, la più conosciuta e famosa tra loro, che condusse con successo al riconoscimento di diritti fondamentali per le donne egiziane e arabe, musulmane e non: Hudā ash-Shaʿrāwīi.

Nata a Minya nel 1879, Hudā visse in una famiglia fautrice del costituzionalismo egiziano. All’età di tredici anni dovette sposare il suo cugino e tutore. Dopo le nozze tornò a vivere nella casa materna e qui rimase sette anni durante i quali acquisì una doppia educazione, francese e araba. Consapevole della propria ampia formazione si impegnò nella lotta contro l’occupazione britannica, fino a organizzare la storica marcia delle donne, nel 1919, per le strade del Cairo, per protestare contro l’arresto e l’esilio dei quattro capi principali della resistenza egiziana. Questa marcia divenne la pietra miliare di una lunga successione di gesti politici clamorosi.

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Invitata a Roma nel 1923 dall’Alleanza Internazionale per il Suffragio Femminile, Hudā partecipò con due sue collaboratrici. Al loro ritorno al Cairo, scendendo dal treno, le tre donne si tolsero il velo imitate da tutte le presenti che erano andate ad accoglierle. Shaʿrāwīi  fondò l’Unione Femminista Egiziana (UFE), per protesta contro il nuovo stato egiziano, diventato indipendente nel 1922, e che subito aveva dimenticato, sebbene se ne fosse giovato per avere ragione del colonialismo britannico, le istanze delle donne. UFE fu il fulcro delle attività femministe egiziane che con successo si batté per il diritto di voto. Altri traguardi nel 1924 furono le leggi per l’affido dei figli alla madre in caso di divorzio, e l’innalzamento dell’età legale a sedici anni per il matrimonio e l’istruzione obbligatoria per le ragazze. Si impegnò per un dialogo costruttivo e di pace fra Oriente e Occidente e fu rappresentante dei paesi arabi e africani nelle conferenze dell’Alleanza Internazionale di cui fu vicepresidente per il resto della sua vita.

Una via la ricorda al Cairo, dove morì nel 1947, nella capitale egiziana, dove con tanto fervore condusse le donne a rivendicare nello spazio pubblico, le strade della città, i loro diritti.

 




Tra le vie parigine dell’VIII arrondissement

L’VIII arrondissement, esteso sulla cosiddetta “rive droite” di Parigi, è celebre per il suo lusso: in esso risiede l’alta borghesia francese nonché i luoghi di maggiore potere politico, tra cui l’Eliseo ed il ministero dell’Interno.

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Storicamente parlando, è il risultato dell’espansione ottocentesca della città, sotto la guida dell’urbanista Haussmann, durante l’impero di Napoleone III. Infatti, nonostante oggi abbia assunto un carattere centrale, legato all’importanza degli Champs-Elysees, l’area non venne presa in considerazione a livello urbano fino alla metà del XVIII secolo. Precedentemente, c’erano solo boschi e due villaggi: Roule e Chaillot, su entrambi i lati dei futuri Champs-Elysées. Dal XVII al XVIII secolo, sono stati tracciati dei grandi viali che sarebbero stati di fondamentale importanza per il successivo sviluppo della città.

Dal 1616, venne aperto il Cours-la-Reine, che si estende lungo la Senna e costituisce l’inizio della “strada di Versailles”. In seguito, nel 1628, furono tracciati gli Champs-Élysées.

Le grandi opere del Secondo Impero interessarono l’arrondissement in due modi: furono creati nuovi varchi e ci fu una grande riqualificazione degli spazi pubblici esistenti.

La regola generale era che i nuovi varchi si diramassero a partire da un fulcro centrale, solitamente rappresentato da un importante monumento o centro di interesse: si veda ad esempio il caso del viale Malesherbes, che inizia dalla chiesa della Madeleine. Fu allora che la Place de l’Etoile (oggi Charles-de-Gaulle) assunse la conformazione che possiamo vedere ancora oggi: un monumento centrale di grande rilevanza da cui si dipartono 12 strade in forma radiocentrica.

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La maggior parte del tessuto urbano dell’arrondissement è continuo e regolare. I rari frammenti più irregolari sono localizzati lungo la vecchia strada di Faubourg-Saint-Honoré e attorno al Parc Monceau.

I monumenti sono davvero numerosi.  A quelli già citati, bisogna aggiungere alla lista la chiesa di Saint-Philippe-du Roule, la stazione di Saint Lazare, il Grand Palais e il Petit Palais, e soprattutto il ponte Alexander III (costruito in occasione dell’esposizione universale del 1900).

Oggi l’arrondissement si divide in quattro quartieri:

– il quartiere degli Champs-Elysées, che comprende l’intera parte meridionale dell’arrondissement fino alla Senna;

– il quartiere della Madeleine, che prende il nome dall’omonima chiesa all’estremità occidentale: qui possiamo trovare alcuni dei più importanti uffici di stato della Repubblica francese, tra cui il palazzo presidenziale dell’Eliseo, molte ambasciate e altre aziende e negozi di beni di lusso

– il quartiere di Faubourg-du-Roule, che si estende sul versante settentrionale degli Champs-Elysées;

– il quartiere Europe, che si sviluppa attorno alla Gare Saint-Lazare, la seconda stazione più trafficata di Parigi.

La toponomastica dell’arrondissement lascia davvero poco spazio alle figure femminili: se non fosse per la Madeleine – che tra boulevard, galerie, passage e place, fa notare la sua presenza – bisognerebbe darsi un bel da fare per scovare qualche donna detentrice di intitolazione.

 

 

 

Nelle prossime settimane racconteremo la loro storia.

Buona lettura.

 




Parigi – Cours la Reine

Nell’8° arrondissement di Parigi, subito dopo la Place de la Concorde, si estende il Cours la Reine. Aperta nel 1618 da Maria de’ Medici su antiche coltivazioni di orticoltori, questa “promenade” si estendeva originariamente dal giardino delle Tuileries alla piazza della regina Astrid. Costruita appositamente per la regina Maria e riservata alle sue amicizie alto-borghesi, la passeggiata le permetteva di camminare dal suo castello a Tuileries, lungo la Senna, senza essere disturbata dal traffico cittadino.

Foto 1. La promenade

Il Cours, compreso tra i ponti di Concorde e Invalides, vicino agli Champs Elysees e al Grand Palais è un indirizzo di prestigio e di glorificazione per i personaggi illustri. Sono installate qui, infatti, grandi statue che glorificano: Simon Bolivar, il Marchese de La Fayette e Alberto I del Belgio.

Maria de’ Medici nacque a Firenze il 26 aprile 1573, da Francesco I, granduca di Toscana, e da Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo. Pur non avendo avuto un’infanzia particolarmente allegra – presto orfana di madre, soffrì di solitudine dopo la morte del fratello e di una sorella e il matrimonio della sorella Eleonora – godette di una educazione esemplare. Nel 1600 sposò per procura il re Enrico IV di Borbone principalmente per dare ai Medici lo scettro e abbattere le preoccupazioni dinastiche e finanziarie dei Borbone: la famiglia della sposa, composta da banchieri creditori, condonò infatti il debito e consegnò nelle mani del re una dote pari a seicentomila corone d’oro (da qui il soprannome della regina “la grossa banchiera”).

La loro unione non fu molto felice: Maria dovette sopportare le numerosi amanti del marito e i suoi lati senza scrupoli. Dovette attendere il 13 maggio 1610 per essere incoronata regina, nella Basilica di St. Denis, durante un’assenza del re. Poche ore dopo l’incoronazione, il re venne assassinato e Maria de’ Medici divenne reggente al trono per suo figlio, Luigi XIII, ancora troppo giovane per governare. Le sue abilità diplomatiche le fecero compiere un capolavoro.

Foto 2. Charles Martin (1562-1646). Maria de’ Medici con suo figlio Luigi XIII. Museo delle Belle Arti di Blois

Durante il suo regno, si avvicinò alla Spagna grazie a un’alleanza confermata da un doppio matrimonio: quello di sua figlia, Elisabetta all’infante Filippo IV, ma soprattutto quella di suo figlio, futuro re di Francia, Luigi XIII, ad Anna d’Austria. Inoltre, la figlia Maria Cristina sposò Vittorio Amedeo I di Savoia ed Enrichetta Maria Carlo I d’Inghilterra.
Nel frattempo, la nobiltà francese si ribellò contro di lei. La politica basata sulla corruzione e i favoritismi condotta da Maria de’ Medici fece nascere un sentimento di disaccordo anche da parte di suo figlio Luigi XIII che, il 24 aprile 1617, prese il trono con un colpo di stato ed esiliò sua madre nel castello di Blois.

Nel febbraio 1619, la regina scappò dalla sua prigionia e organizzò una ribellione contro il figlio, seguita da una serie di conflitti che termineranno quando il re decise di perdonare la madre e farla ritornare a corte. Maria de’ Medici, di ritorno dall’esilio, si concentrò nella costruzione del suo Palazzo del Lussemburgo e allo stesso tempo, divenne la mecenate di vari pittori parigini, come Guido Reni e Rubens.

Foto 3. Palazzo e Giardini del Lussemburgo

Pochi anni dopo (1622), venne riammessa al Consiglio di Stato. Grazie al nuovo ruolo acquisito e ai privilegi riottenuti, Maria tentò di riottenere anche la corona, e per questo sostenne il più possibile l’ascesa del duca di Richelieu, che viene nominato cardinale ed entrò a far parte del Consiglio reale. Tuttavia, Richelieu da subito si mostrò decisamente ostile alla politica estera progettata da Maria, decidendo di ribaltare tutte le alleanze strette con la Spagna fino a quel momento. L’ex regina tentò di opporsi e di indurre il re a non approvare il piano progettato da Richelieu. La congiura, tuttavia, non ebbe esito positivo, perché il cardinale venne a conoscenza dei vari complotti, e nel corso di un colloquio con Luigi XIII lo indusse a punire i congiurati e a ritornare sulle proprie decisioni. L’11 novembre del 1630 (quello che passerà alla storia come “Journée des Dupes”, la “giornata degli ingannati”), Richelieu fu riconfermato primo ministro, i suoi nemici definitivamente rovesciati e Maria de’ Medici costretta all’esilio. Dopo aver perso qualunque autorità, la regina madre all’inizio del 1631 venne condotta a Compiègne, agli arresti domiciliari; poco dopo, inviata a Bruxelles in esilio. Per diversi anni visitò molte corti europee per perorare la sua causa e tornare in Francia, ma non vi riuscì e visse nella casa del pittore Rubens, autore del ciclo di Maria de’  Medici, esposto al Louvre (Ala Richelieu).

Foto 4. Ciclo Maria de’ Medici.

  1. Il matrimonio per procura di Maria de’ Medici e Enrico IV, a Firenze il 5 ottobre 1600
  2. Lo sbarco della regina a Marsiglia, il 3 novembre 1600

Maria de’ Medici morirà in circostanze poco chiare il 3 luglio del 1642 a Colonia.

Omaggi:è presente una statua di Maria de Médicis, realizzata da Louis-Denis Caillouette, nei giardini del Lussemburgo, a Parigi.

Foto 5. Statua di Maria de Medici ai Giardini del Lussemburgo

 

 




Parigi – Place de la Reine-Astrid

Siamo ancora nell’8°arrondissement, all’angolo tra Avenue Montaigne e Cours Albert I°, poco distante dal vicino al ponte di Alma. Questa piazza, costruita nel 1936, è dedicata alla regina Astrid di Svezia, moglie di Leopoldo III del Belgio. Nel centro di essa si erge un“monumento di riconoscenza del Belgio alla Francia”, inaugurato nel 1923.

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Nata a Stoccolma il 17 novembre 1905, Astrid Sofia Lovisa Thyra Bernadotte è figlia del principe Carlo di Svezia e di Ingeborg di Danimarca. Discende da Carlo XIV di Svezia (Generale di Napoleone I) e Désirée Clary. Anche se principessa, Astrid è molto lontana dal diventare regina nel suo Paese nativo, penalizzata dall’ordine di successione.

Nel maggio 1926, a Copenaghen, Astrid ebbe un vero e proprio “colpo di fulmine” per il duca di Brabante Leopoldo, principe del Belgio. I due giovani non avevano in comune né la religione né la lingua ma il 4 novembre dello stesso anno, a Stoccolma, si svolse il loro matrimonio (civile). Astrid conquistò rapidamente il popolo belga, grazie alla sua immagine di principessa innamorata. Sempre più unita, la coppia ebbe tre figli: Charlotte-Josephine, Baldwin I e Alberto II. Alla nascita dell’erede al trono, Astrid dichiarò “Ora, sono davvero belga”, conquistando tutta la simpatia della gente. La principessa incantò tutti con i suoi sorrisi e la sua gentilezza, in patria e durante i viaggi ufficiali all’estero. Inoltre, molto vicina al popolo, fu celebre anche per la raccolta di denaro e vestiti a beneficio di coloro che erano stati colpiti dalla crisi economica.

Il 17 febbraio 1934, il re del Belgio Alberto I morì e nominarono sovrano suo figlio primogenito, il duca di Brabante Leopoldo, sotto il nome di Leopoldo III: Astrid diventò a sua volta regina. Fu così che la vita tranquilla da principessa venne sconvolta dai doveri del nuovo ruolo, che le lasciavano ben pochi momenti di libertà.

Nel 1935 la famiglia reale trascorse l’estate in Svizzera, e finalmente Astrid poté dedicarsi ai figli, ma di lì a poco figli, a causa di un’incuria del re, un incidente d’auto mise fine alla vita della giovane regina, a soli ventinove anni. Il 30 agosto il corpo di Astrid fu riportato in Belgio e il 3 settembre venne sepolta nella cripta reale di Nostra Signora di Laeken, a Bruxelles. Leopoldo non si riprese mai dalla morte della moglie, di cui fu indirettamente responsabile. La regina restò nei cuori del suo popolo.

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Tributi

– In Francia, oltre alla Piazza dell’8° arrondissement di Parigi, esiste una Promenade Reine Astrid sul lungomare di Mentone (nelle Alpi Marittime).

– In Belgio troviamo il memoriale della regina Astrid, eretto dall’architetto Bonduelle, a Laeken; nel comune di Anderlecht, nella Regione di Bruxelles-Capitale, l’ex parco Anderlecht è stato ribattezzato Astrid Park nel 1935, in seguito alla sua morte; nel cuore della città di Charleroi, esiste dal 1939 il Reine Astrid Park; al municipio di Liegi, un’opera dello scultore Adelin Salle la rappresenta con suo figlio, il Principe Alberto, a Liegi, il 7 luglio 1935.

– Ci sono anche molti luoghi che rendono omaggio alla regina nelle Fiandre, come la piazza Astrid vicino alla stazione centrale di Anversa, altre piazze a Duinbergen e Wenduine e diverse strade sulla costa belga.

– Anche la Svizzera la ricorda, con una cappella a Küssnacht, sul luogo dell’incidente automobilistico che le costò la vita. A poca distanza, in un museo, sono conservate immagini e reperti dell’incidente.

– In Germania, esiste il Camp Queen Astrid, vecchia caserma belga, eretta dopo la seconda guerra mondiale delle forze di occupazione in Belgio nel 1948.

– E persino nei possedimenti coloniali africani è giunta la sua memoria: la citta di Butare, nel sud del Ruanda, in passato portava il suo nome.

 




Victoriaville: la municipalità della Regina Victoria e non solo

Come ci suggerisce il nome del municipio, questa zona amministrativa del Québec è in onore della Regina Vittoria, l’Imperatrice britannica il cui regno ha dato nome ad un’intera epoca caratterizzata dalla presenza di questa donna dalla forte personalità tanto nella vita privata che in quella politica.
La dedica amministrativa si ebbe grazie alla sua sesta figlia, Louise, che visse come consorte Vicereale in Canada dal 1878 al 1883 a fianco del marito Governatore della provincia canadese e a cui a sua volta è dedicata la municipalità di Louiseville.

FOTO 1. Re Alberto con la sua numerosa prole tra cui Louisa, la futura Consorte del Governatore Generale del Canada

Ma le strade di questo municipio portano i nomi anche di altre illustri donne, nate e vissute a Victoriaville. che hanno arricchito la storia locale come madri di famiglia, educatrici, benefattrici, colonizzatrici. Tra queste anche le artiste Suzanne Bastien e Annette-Bédard.

FOTO 2. Annette (sx) e Suzanne (dx)

Suzanne De LaRochelle-Bastien, ha avuto una strada a lei dedicata, vicino a Notre- Dame Est, nel 2009. È stata un’artista capace di diventare in trent’anni un punto di riferimento nell’educazione artistica del luogo, soprattutto per le ragazze. A lei si deve il Centro d’Arte di Victoriaville, aperto nel 1960, dove la sua attività didattica ha arricchito la conoscenza e il gusto non solo delle sue allieve e allievi ma anche dell’intera popolazione.
Promotrice dagli anni sessanta agli anni novanta dello scorso secolo di mostre, spettacoli, vernissage ha decisamente dato un grande contributo artistico alla sua comunità, che ora ne riconosce i meriti. È stata posta infatti anche una sua targa identificativa, che ne racconta le azioni, nel settore toponomastico vicino alla Via di Sainte-Victoire, pensato per ricordare con placche commemorative e ridare lustro alle donne importanti per il territorio.

FOTO 3. Rue Annette Bedard

Annette-Bédard è stata invece una pioniera dell’arte fotografica: riuscì a fare della sua passione e del suo talento un lavoro, diventando la prima fotografa professionista del Québec. Nata proprio a Vittoriaville aprì un suo studio fotografico intorno al 1925. Lo studio Bédard rimase attivo fino agli anni quaranta del Novecento e ha portato il suo nome sino al 1983. Esempio femminile di realizzazione professionale oltre che imprenditoriale, Annette fu anche la prima donna ad aprire e possedere un conto bancario in città, nonché una tra le prime persone di Victoriaville a possedere e guidare un’auto.

 




I municipi femminili del Québec

Le municipalità del Québec intitolate a donne laiche non sembrano essere particolarmente attente alla valorizzazione femminile nella toponomastica. I loro nomi, del resto, raccontano spesso storie di uomini illustri, personalità locali che hanno voluto dedicare un angolo di territorio a moglie, madri o figlie.

FOTO. Passo di Bolton, di William Henry Bartlett (1842)

È così per Katherine Bolton, cui sono dedicati ben due municipi – l’Est e l’Ovest.

Katherine fu la seconda moglie dell’ammiraglio della Marina navale inglese, Henry Powlett e sesto Duca di Bolton, nonché figlia di Robert Lowther – un grosso proprietario terriero che divenne governatore delle Barbados dal 1711 al 1714 – e sorella del I Conte di Lonsdale, James Lowther, che elevò il nome della propria famiglia ai ranghi nobiliari dell’aristocrazia inglese. Katherine era fidanzata con il generale James Wolfe, grande protagonista nella Guerra dei Sette anni tra Francia e Inghilterra, che morì nel 1759 nella battaglia delle Piane di Abraham, dopo aver portato alla vittoria l’esercito britannico, segnando in tal modo il destino del Canada. Wolfe, considerato un eroe nazionale, nominò nel suo testamento come erede la stessa Katherine a riprova del loro fidanzamento (che però non è documentato da altre testimonianze in quanto la loro corrispondenza è andata perduta).

Il municipio di Hudson, invece, prende il nome da Eliza Hudson, la giovane moglie di un importante imprenditore locale che ha voluto onorare la consorte lì dove ha costruito, nel 1845) una vetreria molto redditizia, la “Ottawa Glass Works Company”. In realtà, inizialmente, fu il solo ufficio postale ad avere il nome di sua moglie,  ma da questa nomina è derivato poi il nome dell’intero municipio.

FOTO. Hudson

La municipalità di Maria, è legata Maria Howard, moglie del luogotenente del Québec (1766-1768), Guy Carleton, che divenne secondo Governatore della provincia del Québec (dal 1768 al 1778 e ancora nel 1786), e infine primo governatore generale dell’America britannica del nord (1796). A lui è dedicata la vicina città di Carleton sul mare.

FOTO. Maria

Il municipio Léry (foto in copertina) ricorda Marie-Louise Couillard de l’Espinay, moglie di Joseph-Arthur Trudeau, esponente politico locale che permise la creazione di questo municipio all’epoca della prima guerra mondiale.

Fossambault-sur-le-Lacè dedicato a Catherine Nau, figlia di Jacques Nau de La Boissière e de Fossambault, primo segretario generale del Sovrano Consiglio. Il municipio deve il suo nome al figlio, Alexandre Peuvret de Gaudarville, Capo commesso del Sovrano Consiglio e segretario del Re, che nel 1693 eredita la Signoria di Fossambault e due anni dopo anche quella di Gaudarville, dedicandola a sua madre.

Les Îles-de-la-Madeleine sono un omaggio a Madeleine Fontain da parte di suo marito, il secondo proprietario dell’arcipelago omonimo nel golfo di San Lorenzo, François Doublet, che grazie a un permesso reale ne scelse il nome nel 1663.

FOTO. Fossambault-sur-le-Lac

Infine laRivière-Hévaricorda Éva Girard  de Trois-Rivières, moglie dell’agrimensore Fernand Fafard a cui fu affidato l’esame territoriale della regione dell’Abitibi. Fernand fu anche deputato nella Camera canadese dei comuni in numerose legislature (tra il 1917 e il 1940) e in seguito senatore. Possiamo immaginare quindi la vita di Éva tra viaggi, vita diplomatica e agiatezza sociale grazie alla carriera del marito, cui ha dato importante sostegno.

FOTO. Rivière-Héva

 

 




Il Québec e la memoria femminile

Il riconoscimento del ruolo delle donne nella storia e nelle società è un aspetto che riguarda anche Paesi ritenuti più sensibili a questa questione.
Il Canada, infatti, patria di valenti scrittrici e attiviste politiche come Lucy Montgomery e Nellie McLung, non fa differenza rispetto ad altre realtà dove si mortifica il contributo che le donne hanno da sempre saputo dare alla comunità.

Tuttavia, già da qualche anno, questo stato federale, e nel contempo monarchia costituzionale, si è fatto promotore di iniziative volte al riconoscimento delle donne canadesi. Per la giornata internazionale delle donne nel 2016, ad esempio, le autorità hanno indetto un sondaggio cittadino per individuare le figure femminili ritenute protagoniste attive del progresso sociale canadese.

Questa iniziativa, oltre a far conoscere biografie poco note ma fondamentali per la crescita della nazione, ha anche sviluppato un vivace dibattito a riguardo, sia nell’opinione pubblica che a livello politico. Lo scopo del sondaggio era quello di dedicare una banconota alla donna scelta. E così è stato. La vincitrice, ‘a furor di popolo’, è stata l’attivista abrogazionista di colore Viola Desdmond che apparirà proprio da questo anno sulle banconote da 10 dollari canadesi diventando così la prima canadese ad essere raffigurata su una banconota regolarmente in circolazione.

Nel 2012 la sua vita è diventata un libro per bambini e le è stato dedicato un francobollo commemorativo.

Le sarà inoltre intitolata una nuova strada a Montréal dopo l’approvazione formale avvenuta la scorsa estate da parte del Comune.

Questa sensibilità verso la riscoperta, e in alcuni casi si può parlare di una vera e propria scoperta, di figure femminili di valore riguarda anche più in particolare la provincia  del Québec, che ha deciso di riconoscere alle proprie patriote, attiviste, scrittrici, artiste, lavoratrici…, un segno tangibile della loro appartenenza nella storia e nel territorio della provincia. La Commissione toponomastica del Québec infatti intende valorizzare in modo permanente la toponomastica femminile, dedicandole uno spazio stabile nel più ampio riquadro dell’ufficio preposto. Sarà un’occasione per scoprire interessanti storie.

Il Québec ha spesso derivato i nomi delle sue municipalità dalle parrocchie religiose già presenti sul territorio dal XVIII -XIX secolo, secondo la tradizione che voleva rendere omaggio al nome di un uomo o di una donna ricorrendo al relativo santo o santa di riferimento. Ne consegue che la maggior parte dei toponimi siano riferiti a figure santificate o beatificate, come nella tradizione più diffusa e consolidata da cui anche l’Italia, a maggior ragione, non sfugge.

Su 1133 municipi 515 hanno nomi santificati: in particolare sono 139 le municipalità che rievocano figure religiose, se includiamo anche la Vergine Maria e le sue declinazioni come Nostra Signora (Notre- Dame), cioè il 12% sul totale dei municipi. In dettaglio, 103 sono dedicati a sante dichiarate venerabili e 36 a donne ‘santificate’ ma laiche, spesso mogli, figlie di signori importanti nella società e nell’economia locale.

Il numero delle municipalità dedicate a donne meritevoli estranee alla religione è ben più esiguo: se ne contano appena undici. Il totale dei municipi femminili raggiunge quota 150, superando di poco il 13% dell’intero Québec.




Parigi. Viale Bertie Albrecht

Il viale, situato nell’8° arrondissement di Parigi, si estende dal 14, rue Beaujon al 29, avenue Hoche. Inizialmente inaugurato, nel 1908, con il nome di Park Avenue-Monceau, a partire dal 1944 rende omaggio alla patriota protestante Bertie Albrecht (1893 – 1943).

Bertie Albrecht, alias Victoria, nata Berthe, Pauline, Mariette Wild, venne alla luce il 15 febbraio 1893 a Marsiglia, in una famiglia borghese e protestante di origine svizzera. Dopo aver studiato a Marsiglia e Losanna per laurearsi come infermiera, partì per Londra alla vigilia della Grande Guerra, ma con lo scoppio delle ostilità tornò a Marsiglia dove lavorò per la Croce Rossa in diversi ospedali militari.

Nel 1918 sposò a Rotterdam il banchiere olandese Frédéric Albrecht, con il quale avrà due figli, Frédéric e Mireille. La coppia si trasferì a Londra nel 1924 ed è qui che Bertie entrò in contatto con le femministe inglesi ed inizió ad interessarsi alla condizione sociale delle donne. Separata da suo marito, si trasferì a Parigi nel 1931. In un Paese in cui le donne non avevano diritto al voto, la contraccezione era rudimentale, inefficace e inaccessibile e l’aborto pesantemente sanzionato, nel 1933 creò una rivista femminista, “The Sexual Problem”, nella quale difese il diritto all’aborto.

Benché contraria al nazismo, si occupò anche dei rifugiati tedeschi accogliendoli nella sua casa di Sainte-Maxime, Villa “La Farigoulette”. Fu allora che incontrò il capitano Henri Frenay. Dopo l’armistizio del giugno 1940, Bertie Albrecht entrò nelle fabbriche di Fulmen come sovrintendente e approfittò di questa situazione per far passare la linea di demarcazione ai prigionieri evasi. Inoltre a Vichy e a Lione, partecipò a tutte le iniziative della Resistenza di Frenay che aveva fondato il Movimento di liberazione nazionale, in seguito ribattezzato Movimento di liberazione francese.

All’inizio del 1941, iniziò a scrivere i primi volantini di propaganda del Movimento (MLN) e a raccogliere adesioni e fondi per il suddetto. Nel maggio del 1941 si trasferì a Lione, incaricata dal Ministero della Produzione Industriale e del Lavoro di risolvere i problemi della disoccupazione femminile della città. Diventata funzionaria dello Stato francese, nonché nota militante del periodo prebellico, fu strettamente sorvegliata dalla polizia francese e, senza dubbio, dai servizi segreti tedeschi. Alla fine del 1941, Albrecht e Frenay riconobbero il generale De Gaulle come simbolo della Resistenza e successivamente lanciarono tre giornali tra cui “Combat” dal quale  prenderà il nome il movimento.

Continuando la sua lotta contro i tedeschi, organizzò il servizio sociale che, in zona franca, aiutò gli attivisti imprigionati e le loro famiglie; gli uffici di Villeurbanne, comune limitrofo di Lione, divennero rapidamente gli uffici del movimento. L’andirivieni negli uffici attirò l’attenzione della polizia, che arrestò Bertie per la prima volta a metà gennaio 1942; liberata dopo tre giorni, fu costretta a dimettersi.

Dopo aver scontato sei mesi di prigionia al St. Joseph di Lione, riprese immediatamente le attività clandestine e, all’inizio del febbraio 1943, si unì a Henri Frenay a Cluny. Arrestata nuovamente a Mâcon il 28 maggio 1943 dalla Gestapo, venne torturata e trasferita nella prigione di Fort Monluc a Lione e poi, il 31 maggio 1943, a Fresnes.. Sfuggendo alla sorveglianza, si diede la morte impiccandosi quella stessa notte. Il suo corpo fu ritrovato nell’orto della prigione solo nel maggio del 1945.

Bertie Albrecht oggi è sepolta nella cripta del “Memoriale della Francia combattente” a Mont Valérien.

Oltre al viale parigino, esistono diverse strade in Francia intitolate a Bertie – a Sainte-Maxime, Nangis, Saint Gratien, Mions e nel comune di Saint-Raphaël – euna piazza a Marsiglia, di fronte all’abbazia Saint-Victor.

Altri tributi:

-Una targa al 16 della rue de l’Université, Parigi 7° arrondissement, dove Bertie Albrecht ha vissuto;

  • -Un francobollo con la sua effige, pubblicato il 7 novembre 1983 nella serie Heroines de la Résistance;
  • -Il college di Sainte-Maxime porta il suo nome;
  • -Una scuola a Caluire-et-Cuire porta il suo nome.

 

 

 

 




Le benefattrici di Victoriaville

Proseguiamo il nostro viaggio nelle strade e piazze di Victoriaville, una tra le municipalità più attente al ricordo delle donne che ne hanno fatto la storia. 

Nella rosa di figure femminili celebrate con riconoscenza nonostante il tempo trascorso, ci sono anche quelle donne che con il loro operato hanno significativamente impresso un’identità al luogo: benefattrici, suore e laiche, che hanno impostato la loro vita all’aiuto concreto della popolazione in difficoltà, lanciando e gestendo importanti testimonianze istituzionali ancora in essere sul territorio.
Al di là infatti della motivazione religiosa o laica, queste donne hanno saputo risolvere situazioni economiche, ereditarie edilizie proprie di imprenditrici determinate e risolute che hanno valso loro il ricordo e la stima della comunità locale fino ai nostri giorni.

Tra queste c’è sicuramente Jeanne-Mance cui è stata dedicata una strada già nel 1990. 

Jeanne nasce in Francia nel 1606 e raggiunge i territori della nuova Francia nel XVII secolo a seguito dell’evangelizzazione delle nuove terre, pur restando sempre laica. Considerata una pioniera fu una delle prime abitanti  e fondatrici della nuova colonia Ville Marie, futura città di Monréal.

Qui nel 1642 dedica il suo operato alla cura delle bisognose e dei poveri, fondando l’Ospedale Dieu di Monréal, il primo ospedale dell’America del Nord, di cui seguirà i lavori di realizzazione e ne diventerà direttrice dal 1659 al 1673 accettando la presenza di religiose a servizio. 

FOTO 1. Rue de Mère Marie Pagé e rue Jeanne Mance

Mère Marie Pagé, invece, diventa direttrice dell’Ospedale Saint Dieu di Monréal di cui è responsabile del trasferimento sull’Avenue des Pins nel 1858, dove ancora si trova.
Esperienza e capacità le portano grande riconoscenza non solo da parte dei malati che soccorre e aiuta ma da tutta la popolazione locale, soprattutto quando, nel 1884, a settantatré anni, viene eletta, direttrice-fondatrice dell’Ospedale Saint Dieu di Arthabaska, un piccolo sobborgo di Victoriaville.
Nonostante la sua avanza età sarà in grado di gestire le scarse finanze dell’istituto ospedaliero e mirando alla tutela della popolazione più povera. Anche a lei, nel 1996 è stata dedicata una via, in un’area ricca di intitolazioni femminili

FOTO 2. Ospedale Arthabaska 

Nel 1890 le succede alla guida del nosocomio Mère Montbleau, che fin dagli inizi aveva affiancato la superiora negli affari interni dell’ospedale e si era fatta promotrice di una sorta di tassa parrocchiale per il sostentamento della struttura e del suo soccorso medico in favore delle classi meno abbienti.
Anche madre Montbleau si fa apprezzare per la sua risolutezza gestionale e nonostante le enormi difficoltà economiche riesce a mantenere in vita la struttura sanitaria. Dopo una momentanea chiusura, infatti, viene riaperta nel 1884 e otto anni dopo la suora riesce a far stipulare il passaggio di proprietà dell’immobile e del terreno dalla ricca vedova che ne era proprietaria, alla comunità di Arthabaska.

FOTO 3. Una concentrazione di strade femminili

Merita un ricordo anche la laica Marguerite Beauchesne, soprannominata Mère  Simon. Con suo marito, il futuro fondatore dell’ospedale San Cristoforo, è considerata tra le prime pioniere di questa zona che prenderà il nome di Pointes Bulstrode, l’attuale Santa Vittoria. 
Il suo ricordo è ancora vivo e ci parla di una donna risoluta che nonostante le impervie vie di comunicazione ottocentesche di una zona da poco colonizzata, i rigidi inverni e le scarse risorse non esita a salire a cavallo, anche durante la notte, o ad attraversare a piedi strade innevate o foreste rigogliose per andare a soccorrere soprattutto donne partorienti, malate o in difficoltà.
Alla sua morte, nel 1880, Victoriaville ne conserva le spoglie e nel 1996, il quartiere numero sette, le intitola una strada (1996).

In copertina

Jeanne Mance in un francobollo commemorativo del 1973




Intitolazioni agrigentine

In questo mese di marzo, in cui ricade la Giornata Internazionale della Donna, in provincia di Agrigento si sono concretizzate alcune intitolazioni al femminile.

A Licata, la piazzetta della villa comunale è diventata “Piazzetta Otto Marzo”. Inoltre sono stati intitolati tre vialetti. Uno alla poliziotta Emanuela Loi, vittima di mafia, morta nell’attentato al giudice Paolo Borsellino; uno a Clotilde Terranova, giovane migrante licatese, perita nel rogo della fabbrica “Triangle”a New York il 25 marzo 1911, evento che si ricorda proprio nella giornata dell’otto Marzo.

Il terzo vialetto è stato intitolato ad Alina Condurache vittima di femminicidio.

Alina era nata a Lupeni, in Romania il 5 Maggio del 1993. Nel suo Paese frequentava con ottimi risultati la scuola e inoltre svolgeva volontariato in un’associazione denominata “la Vita” che si occupa tuttora dell’assistenza agli anziani negli ospedali, ai bambini negli asili e svolge anche varie attività culturali. Fu proprio in questa associazione, che era anche frequentata da americani, che Alina imparò bene l’inglese. A diciotto anni raggiunse qui in Sicilia, a Naro, il fratello e la madre che erano emigrati precedentemente. Si iscrisse al Liceo Pedagogico di Favara e apprese subito la lingua italiana. Il suo sogno era di laurearsi in Psicologia. Ottenne pure una borsa di studio per recarsi a Londra ma il ragazzo con cui si era nel frattempo fidanzata osteggiò questo suo percorso e lei commise l’errore di rifiutare questa grande opportunità. Iniziò così con lui a lavorare in campagna ma il rapporto si deteriorò e le liti diventarono più frequenti a causa della gelosia ossessiva e morbosa del compagno. Alina decise così di lasciarlo ma Angelo Azzarello il 3 dicembre del 2014 le sparò due colpi di pistola: uno all’addome e uno all’inguine. La ragazza a ventuno anni morì all’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata.

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A Sambuca di Sicilia, sempre l’otto Marzo, è stata apposta una targa commemorativa sul prospetto della casa dove erano nate Rosa e Caterina Bona, le due sorelle emigrate e morte nell’incendio della Triangle del 1911 a New York. L’edificio rientrerà così nei luoghi dell’Identità e della Memoria.

Sempre con riferimento a quell’episodio, a Villafranca Sicula è stata apposta nell’atrio del Municipio una targa che ricorda le ventiquattro vittime siciliane e Gaspare Mortillaro, emigrato villafranchese che lavorando come ascensorista in quell’edificio, al momento dell’incendio, eroicamente riuscì a salvare molte vite. Oltre alla targa è stato realizzato un bassorilievo dall’artista Giovanni Smeraldi.

La cerimonia è avvenuta alla presenza della grande fotografa Letizia Battaglia.

 

Infine a Palma di Montechiaro è stata intitolata l’aula magna dell’I.C. “Angelo D’Arrigo-G. Tomasi di Lampedusa” ad Alexandra Wolff Stomersee, la prima donna presidente della Società Psicanalitica Italiana. Fu una donna coltissima e poliglotta che introdusse le teorie di Freud in Sicilia, molto amata dai suoi pazienti e stimata dai suoi allievi. Nel 1932 sposò Giuseppe Tomasi di Lampedusa e quando rimase vedova si dedicò alla pubblicazione postuma e alla diffusione del romanzo “Il Gattopardo”.

 

Tutte queste intitolazioni che restituiscono memoria storica, onore e dignità alle donne, sono ovviamente il frutto della volontà di tante persone sensibili. In particolare, per Licata, va segnalato l’impegno del CIF, del gruppo Toponomastica femminile locale e della commissaria Maria Grazia Brandara.

Per Sambuca di Sicilia si devono ringraziare il sindaco Leo Ciaccio e l’assessore Giuseppe Cacioppo; per Villafranca Sicula il sindaco Domenico Balsamo, per Palma di Montechiaro la dirigente scolastica Laura Sanfilippo. Quest’ultima intitolazione è avvenuta alla presenza di Gioacchino Lanza Tomasi, del sindaco Stefano Castellino, dell’assessora alla cultura Angela Rinollo e della presidente del Consiglio Letizia Pace.