In Sardegna con le costituenti

La mostra itinerante di Toponomastica femminile, che illustra la memoria odonomastica riservata alle ventuno donne dell’Assemblea Costituente, sbarca in questi giorni in Sardegna e, grazie al supporto dell’A.N.P.I., verrà esposta a Cagliari, nello spazio comunale SEARCH, dal 10 al 17 Marzo.

A seguire, l’esposizione raggiungerà le scuole che ne faranno richiesta, per dibattere con ragazze e ragazzi di storia del Paese e di cittadinanza consapevole partendo da un punto di vista inusitato: la storia delle donne, raramente presente nei manuali ufficiali.

Ventuno nomi da ricordare nelle strade cittadine, ventuno modelli di grande impegno civile da offrire alle nuove generazioni.

Portano il loro segno l’art. 3 della Costituzione, che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

L’esordio delle italiane in politica si ebbe con la Consulta Nazionale (1945-1946).

Le quattordici consultrici, nominate dal Governo Parri, si erano distinte per l’impegno antifascista e la partecipazione alla Resistenza: quasi tutte avevano vissuto la clandestinità, il carcere, l’esilio, le persecuzioni e nel dopoguerra ricoprivano incarichi dirigenziali nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni, nei movimenti. Dieci di loro militavano nell’Udi, ma erano stati i rispettivi partiti a designarle: Virginia Quarello Minoletti (liberale), Laura Bianchini e Anna Maria Guidi Cingolani (democristiane), Clementina Caligaris Velletri, Jole Tagliacozzo Lombardi e Claudia Maffioli (socialiste), Gisella Floreanini della Porta, Ofelia Garoia Antonelli, Teresa Noce Longo, Rina Picolato, Elettra Pollastrini (comuniste) e Adele Bei Ciufoli (comunista scelta dalla Cgil), Bastianina Musu (partito sardo d’azione) che morì prima del suo insediamento, e Ada Prospero Marchesini Gobetti, sua sostituta.

La loro formazione politica era solitamente avvenuta in famiglia, con i padri, i mariti, i fratelli e in alcuni casi alla scuola di partito e al sindacato.

Indipendentemente dalla provenienza, tutte avevano a cuore la ricostruzione pacifica, la tutela dei diritti, e l’emancipazione femminile, in un clima di solidarietà che le univa in difesa della neonata democrazia e della vita delle donne in lotta contro altri fascismi.

Entrarono a far parte delle diverse Commissioni: non sempre presero la parola, ma a volte riuscirono a imporre il proprio punto di vista. Come accade ancora oggi, la stampa le derise e fu più interessata al loro abbigliamento che al loro operato.

Il 2 giugno 1946, per la prima volta, le italiane si recarono alle urne per scegliere la forma di governo da dare al Paese ed eleggere l’Assemblea Costituente. Il voto, maschile e femminile, indicò 556 nominativi, di cui 21 donne. Soltanto alcune di loro avevano fatto parte della Consulta e solo cinque delle consultrici, più sostenute dai loro partiti, entrarono in Assemblea.

Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e, a volte, esperienze di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o deportazione.

Provenivano da ogni parte del Paese, lavoravano e possedevano titoli di studio alti: quattordici erano laureate, molte insegnanti, due giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito dell’Uomo Qualunque.

Su di loro pesavano aspettative e diffidenze: parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a gruppi e programmi politici.

In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale era sancita dalla legge, le deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi a casa e al lavoro.

 




Galla Placidia: il sogno dell’inclusione per salvare l’impero

Galla Placidia nasce a Costantinopoli nel 390 dall’imperatore Teodosio e dalla sua seconda moglie Galla, figlia di Valentiniano I: in lei quindi scorre il sangue di due dinastie imperiali quella dei valentiniani e dei teodosiani. La differenza d’età dei suoi genitori è molto significativa: lui 40 anni; lei 16. I due futuri imperatori Arcadio e Onorio sono, quindi, i suoi fratellastri, nati da Teodosio e dalla prima moglie.

Nel 410 si trova a Roma e ha poco più di vent’anni quando viene rapita, come bottino di guerra, da Alarico, re dei Visigoti e responsabile del primo sacco di Roma. É costretta a seguire l’esercito visigoto durante marce estenuanti verso il sud della penisola dove il suo rapitore muore; il successore, Ataulfo, quattro anni più tardi, decide di sposarla per garantirsi la possibilità di essere nominato imperatore d’occidente, è, secondo le cronache dell’epoca, anche perché si innamora di quella donna dal forte temperamento e dalla grande preparazione culturale, conseguita grazie ai suoi studi prima a Costantinopoli e poi a Roma. L’unione con il re visigoto, seppur obbligata, non è completamente sgradita a Galla, che dà alla luce Teodosio e ambisce a farlo riconoscere come imperatore, vista l’incapacità dei fratelli nel guidare l’Impero. Teodosio, però, muore poco dopo la nascita e lo stesso Ataulfo la lascia presto, ucciso da una congiura di palazzo. I successori la trattano in modo indegno, infliggendole punizioni anche umilianti, fino a che re Walla, nel 417, decide di restituirla ai Romani.

Le viene imposto un nuovo matrimonio con il generale romano Flavio Costanzo, da lei aspramente osteggiato perché considerato rozzo e incolto, tanto da farle rimpiangere Ataulfo, che l’aveva sempre rispettata e stimata. Questo suo diverso atteggiamento nei confronti del primo e del secondo marito, differenti per stirpe, origine e soprattutto per il modo di approcciarsi a lei, le ha fatto guadagnare tre titoli: abile, astuta e crudele. Da questa unione nascono due figli: Giusta Grata, che sarà promessa sposa al famoso Attila, re degli Unni, per convincerlo a combattere con i Romani e contro i Burgundi, e Valentiniano, divenuto imperatore d’occidente nel 423, alla sola età di sei anni, coadiuvato dalla madre in qualità di tutrice.

Durante gli anni di reggenza, ha tre grandi nemici: l’inettitudine del figlio, incapace di prendere adeguate decisioni nella gestione del potere; le invasioni dei popoli germanici, che tenta di contenere con l’aiuto del generale Ezio con cui ha sempre un rapporto conflittuale e oppositivo; e le eresie religiose alle quali si oppone ordinando una politica fortemente repressiva soprattutto nei confronti del paganesimo. A queste sfide risponde mostrando notevoli abilità diplomatiche, una certa capacità di tessere intrighi e alleanze e, infine, la spregiudicatezza nel raggiungere gli obiettivi che si propone.

Galla Placidia è stata anche un’importante committente artistica attiva soprattutto nell’edificazione di chiese fra le quali San Giovanni Evangelista, Santa Croce e il Mausoleo a lei dedicato in Ravenna; Santo Stefano a Rimini e la Cappella di Sant’Aquilino nella Basilica Laurenziana a Milano.

L’importanza storica di questa figura femminile sta soprattutto nel tentativo di evitare la caduta della parte occidentale dell’Impero Romano nelle mani dei popoli germanici attraverso una politica lungimirante, estremamente moderna, basata sull’inclusione e sulla condivisione dell’Altro – per quanto ritenuto portatore di un tessuto economico, sociale e culturale considerato inferiore – attraverso la politica dei matrimoni misti e dell’unione dei vertici romani e germanici.

Galla Placidia, grande protagonista del suo tempo e ultimo freno al decadimento imperiale, elabora dunque un nuovo modello di convivenza tra romani e germanici, attraverso l’accettazione reciproca e la creazione di nuove forme di governo inclusive e non violente.

Il suo nome indica oggi alcune vie e piazze cittadine, a Forlì, Ravenna, Rimini, Roma, Milano.

 




Toponomastica e linguaggio: esempi di visibilità e invisibilità femminile nelle intitolazioni

Il 6 marzo, al palazzo del Bo, in Aula Nievo nel cortile Antico dell’Università di Padova, si è svolto il convegno di studio su “Lingua e toponomastica, Percorsi di toponomastica nell’arco alpino”, organizzato dalla Fondazione Giovanni Angelini – Centro studi sulla montagna, in collaborazione con l’Università di Padova, Dipartimento di Studi linguistici e letterari e la Società Filologica Friulana.

Si è parlato di toponomastica dolomitica, di oronimi bellunesi, di varianti dolomitiche da antiche carte friulane e oronimi del Friuli e del suffisso “-essa, lessico e toponomastica di un femminile”.

Per l’occasione è stata allestita una piccola mostra curata da Toponomastica femminile  con alpiniste scalatrici, botaniche, cartografe e donne di montagna.

Poche sono le intitolazioni femminili nelle strade e nei luoghi deputati al ricordo pubblico, se poi si aggiunge l’uso di un linguaggio corrente e istituzionale che nasconde la presenza femminile attraverso l’uso del così detto maschile-neutro, diventa quasi scontata l’invisibilità delle donne. Eppure il forte legame tra la montagna e il potere femminile di generare viene tramandato dalla notte dei secoli a partire dal nome tibetano della montagna Everest, Chomolungma, che significa Madre dell’Universo, o dal nome della Cho Oyu che significa Dea Turchese, o dell’Annapurna che in nepalese significa Dea dell’Abbondanza. Ma le audaci, per superare i limiti sociali loro imposti, spesso hanno dovuto usare nomi maschili.




La ricerca delle “Giuste”. Anna Paolina Pazzaglia Spazio aperto a contributi esterni

Il viale delle Giuste, inaugurato nella Libera Università di Alcatraz, conta a oggi quaranta figure di donne degne di essere definite tali. I pannelli biografici esposti sono il risultato di una selezione operata dalla giuria nell’ambito del concorso nazionale “Sulle vie della parità.  Centinaia di altre proposte hanno raggiunto il tavolo delle giurate: si tratta soprattutto di personaggi poco noti, segno di una grande ricchezza di vite esemplari femminili nascoste nelle pieghe della storia. In questo spazio vorremmo far uscire dall’ombra quei nomi meritevoli e sconosciuti e raccogliere nel contempo, nuove segnalazioni di donne che hanno combattuto contro ingiustizie, soprusi, criminalità o discriminazioni.

Invitiamo pertanto lettrici e lettori a inviare contributi e profili via mail, scrivendo all’indirizzo baldo.d@impagine.it

Esordiamo oggi con la sintesi della proposta pervenuta dalla classe prima del Liceo Maffeo Vegio di Lodi, guidata dai docenti Laura Coci e Ivano Mariconti.

La biografia, inviata al concorso, è già presente nel viale perugino (foto di copertina).

Anna Paolina Passaglia, nata a Gragnano Trebbiense (Piacenza) l’11 aprile 1902 si avvia in giovanissima età alla professione di sarta. Nel 1920 sposa Giovanni Lanzani e si trasferisce a San Colombano al Lambro, nella casa di famiglia del marito, dove mette al mondo quattro figli.

Anna non frequenta la chiesa e non nasconde le sue opinioni socialiste, maturate grazie al confronto con il padre, e pertanto è isolata e malvista in paese.

Nel 1932 Giovanni viene investito da un’automobile guidata da un fascista e muore; l’antifascismo di Anna è rafforzato dall’impunità di cui gode l’uccisore del marito.

Il regime non le rilascia né la tessera alimentare né il materiale scolastico per i figli, uno dei quali, Mario, diventa partigiano dopo l’8 settembre 1943.

Anna entra in contatto con il partito comunista clandestino: procura armi e viveri ai resistenti del territorio e ne accompagna alcuni in montagna, dove andranno a costituire la 167a Brigata Garibaldi. Le viene affidato il delicato compito di ufficiale di collegamento.

Nel 1944 è arrestata e condotta nel carcere di Lodi, dal quale riesce a fuggire. Torna a San Colombano per trasferire i figli in un luogo sicuro e continuare la lotta fino alla Liberazione. Dopo la guerra fonda la sezione ANPI del territorio e si dedica ad aiutare le persone in difficoltà. Muore a San Colombano, il 19 settembre 1998.

La generosità e il coraggio di Anna sono ancor oggi ricordati nelle sue terre, dove le è stata dedicata la sezione locale dell’ANPI.

FOTO 1




Victoriaville: la municipalità della Regina Victoria e non solo

Come ci suggerisce il nome del municipio, questa zona amministrativa del Québec è in onore della Regina Vittoria, l’Imperatrice britannica il cui regno ha dato nome ad un’intera epoca caratterizzata dalla presenza di questa donna dalla forte personalità tanto nella vita privata che in quella politica.
La dedica amministrativa si ebbe grazie alla sua sesta figlia, Louise, che visse come consorte Vicereale in Canada dal 1878 al 1883 a fianco del marito Governatore della provincia canadese e a cui a sua volta è dedicata la municipalità di Louiseville.

FOTO 1. Re Alberto con la sua numerosa prole tra cui Louisa, la futura Consorte del Governatore Generale del Canada

Ma le strade di questo municipio portano i nomi anche di altre illustri donne, nate e vissute a Victoriaville. che hanno arricchito la storia locale come madri di famiglia, educatrici, benefattrici, colonizzatrici. Tra queste anche le artiste Suzanne Bastien e Annette-Bédard.

FOTO 2. Annette (sx) e Suzanne (dx)

Suzanne De LaRochelle-Bastien, ha avuto una strada a lei dedicata, vicino a Notre- Dame Est, nel 2009. È stata un’artista capace di diventare in trent’anni un punto di riferimento nell’educazione artistica del luogo, soprattutto per le ragazze. A lei si deve il Centro d’Arte di Victoriaville, aperto nel 1960, dove la sua attività didattica ha arricchito la conoscenza e il gusto non solo delle sue allieve e allievi ma anche dell’intera popolazione.
Promotrice dagli anni sessanta agli anni novanta dello scorso secolo di mostre, spettacoli, vernissage ha decisamente dato un grande contributo artistico alla sua comunità, che ora ne riconosce i meriti. È stata posta infatti anche una sua targa identificativa, che ne racconta le azioni, nel settore toponomastico vicino alla Via di Sainte-Victoire, pensato per ricordare con placche commemorative e ridare lustro alle donne importanti per il territorio.

FOTO 3. Rue Annette Bedard

Annette-Bédard è stata invece una pioniera dell’arte fotografica: riuscì a fare della sua passione e del suo talento un lavoro, diventando la prima fotografa professionista del Québec. Nata proprio a Vittoriaville aprì un suo studio fotografico intorno al 1925. Lo studio Bédard rimase attivo fino agli anni quaranta del Novecento e ha portato il suo nome sino al 1983. Esempio femminile di realizzazione professionale oltre che imprenditoriale, Annette fu anche la prima donna ad aprire e possedere un conto bancario in città, nonché una tra le prime persone di Victoriaville a possedere e guidare un’auto.

 




Sulle strade genovesi. Il fascino della storia e il bisogno di realtà

Di Francesca Di Caprio Francia

La toponomastica genovese rappresenta non solo un accumulo di memorie passate, ma anche un’operazione culturale di recupero storico realizzata dalla Giunta Municipale poco dopo l’Unità d’Italia. Determinante fu, in tale circostanza, l’apporto di un erudito, Giuseppe Banchero (1815-1874), che esercitava allora l’incarico di funzionario del catasto (catastaro), i cui ideali patriottici chiariscono molte sue scelte. Lo spirito con cui lo studioso propose le nuove denominazioni, infatti, si basava sul recupero di memorie e glorie municipali, in un’ottica di patria esaltazione e di glorificazione di miti nazionali.

Si spiegano così il gran numero di cognomi di antiche famiglie nobiliari, i nomi delle colonie d’oltremare e delle battaglie vinte dai Genovesi, i molti termini legati alle recenti vicende risorgimentali. Banchero creò dunque quel complesso toponomastico di indubbio fascino che ancor oggi dà l’impressione, a chi lo percorre, di attraversare pagine di storia.

Infine, con la proclamazione della Repubblica, si decise di valorizzare episodi e figure della Resistenza e negli ultimi cinquant’anni si incrementò la serie commemorativa, anche con nomi stranieri, di filosofi, poeti, cantautori… il che talvolta induce a proporre personaggi semi-sconosciuti. Sta di fatto che si è andato via via costruendo un immaginario collettivo abitato solo da uomini e, d’altra parte, a mio parere, è forse meglio così piuttosto di vederlo soffocato da anonimi numeri come in uso nelle città d’oltre oceano. Sono però fiduciosa che le cose, con il tempo e la buona volontà, possano e debbano migliorare. È stato così? 

Passeggiando per Genova ci si accorge subito che le strade intitolate alle donne sono ben poche, anche se rimarco la difficoltà di fare calcoli esatti per vari motivi, quali l’uso di riportare negli elenchi cittadini il cognome privo del nome o con la sola iniziale, collocare lo stesso nome sotto lettere alfabetiche diverse (es. Santa Chiara e Chiara Beata); inoltre i nomi di famiglie patrizie possono riferirsi a diverse persone anche femminili (es. via Brignole De Ferrari ricorda le due benefiche famiglie imparentate con il matrimonio di Maria Brignole Sale e Raffaele De Ferrari), alcune strade sono scomparse o sono nuove oppure mutate nell’intitolazione (l’attuale piazza Giacomo Matteotti già piazza della Signoria, poi piazza Nuova, in seguito Umberto I e infine Ettore Muti), per concludere sorridendo con piazza Battistina Rivara a Rivarolo che è invece intitolata… a un uomo, il fondatore del locale asilo, appunto Battistino Rivara!

Nel libro Genova risorgimentale di Leo Morabito risultano inserite solo una decina di donne, incluse quelle ricordate non per la dedica di una via ma per la casa dove vissero, come Bianca Milesi Mojon con abitazione in via Balbi, o Teresina Schenone con bottega in via XXV Aprile.

Nella recente Guida alla toponomastica risorgimentale curata da Nicolò Bonacasa, l’autore presenta, tra gli oltre cento personaggi elencati ai quali Genova ha dedicato una via o una piazza, solo sei donne (Carolina Benettini, Adelaide Bono Cairoli, Anita Garibaldi, Antonietta Mazzini Massuccone, Giuditta Tavani) mentre Maria Drago Mazzini è ricordata con un busto in bronzo e la dedica di una scuola.

Tre sole tra le tante donne presentate nel mio ultimo libro, risultano elencate in uno Stradario di Genova: Santa Limbania, Santa Caterina Fieschi Adorno e Virginia Centurione Braccelli.

Se si considerano esatti i dati forniti dal Comune di Genova esistono a Genova 3800 strade/vie/piazze ecc. delle quali 1507 intitolate a uomini e 136 a donne con il significativo rapporto del 39% di maschi contro il 3% di donne!

Quaranta risultano dedicate alla Madonna e quarantadue a sante e beate, di preferenza scalinate e salite forse con intento figurativo e simbolico; sarebbe bello che analoga finalità suggerisse anche di ricordare, ad esempio, maestre di vita, educatrici, donne impegnate nel sociale che sicuramente hanno indicato la via a molte generazioni.

Tralascio i numerosi altri esempi di sessismo maschilista nella toponomastica perché mi sembra più utile essere propositiva con possibili iniziative, qualcuna già attuata.

È noto che le storie delle donne sono spesso storie frammentarie, storie dimenticate o addirittura rimosse o cancellate: ebbene, per rompere questo velo che le avvolge, si potrebbero raccogliere biografie femminili che possano ispirare ed essere d’esempio; a tal fine si potrebbe anche proporre un concorso, e non solo per scuole – come già fa l‘associazione Toponomastica femminile con il concorso didattico Sulle vie della parità, patrocinato da istituzioni nazionali e giunto ormai alla sua sesta edizione – mirato a individuare e proporre nuovi nomi.

Incontri, conferenze attive, gruppetti di lavoro potrebbero svegliare da una sonnacchiosa indifferenza tante donne facendo loro conoscere, o presentando loro stesse, azioni e opere di semplici donne benemerite, frutto di fatica, ingegno, talento, solidarietà: esse propongono un nuovo modo di stare insieme, un modo che tenga conto della diversità femminile e delle proprie attitudini.

Al Convegno nazionale, indetto annualmente da “Toponomastica femminile”, si potrebbe aggiungerne un incontro a carattere regionale o locale; mostre fotografiche, anche itineranti, sul lavoro delle donne nel passato e nel presente; un premio che valorizzi la loro creatività espressa attraverso la rete lodando accuratezza e approfondimento dell’informazione; dopo Roma, Terni, Palermo, Versilia, Pistoia, Albano Laziale, Valdinievole (già realizzati direttamente dalle associate a Toponomastica femminile o con un loro diretto contributo),  nuovi itinerari lungo i luoghi che mantengono ricordi e tracce di donne protagoniste (il nostro centro storico con i suoi immediati dintorni ne è particolarmente ricco); dialogo aperto con le Amministrazioni per proporre e sostenere nuove intitolazioni… Queste e tante altre iniziative di toponomastica femminile possono essere proposte poiché in continuo divenire in quanto si arricchiscono di volta in volta con ulteriori progetti, suggerimenti, spunti, collegamenti, tenendo ben presente che la quantità non vada a scapito della qualità. E non si venga a dire che non ci sono donne genovesi, di ieri o di oggi, cui dedicare una via, una piazza o comunque un luogo che rappresenti il loro ricordo: maliziosamente posso far presente che i libri, come il presente, ci sono anche per questo…




Marcelle Ferron: l’artista controcorrente di Louisville

Prosegue il viaggio nel municipio di Louisville, dove la maggior parte delle strade intitolate a donne indica nomi di battesimo con una sola eccezione: la dedica a Marcelle Ferron, un’artista che ha portato lustro al municipio e al Paese.

Marcelle nasce proprio a Louisville, nel 1924. Dimostra subito un carattere deciso e volitivo che le farà lasciare gli studi alla Scuola di Belle Arti per seguire una sua personale ricerca artistica, culminata nell’adesione alla corrente rivoluzionaria degli Automatisti, un movimento creato nel 1942 a Montréal da Paul-Émile Borduas, ispirato ai surrealisti francesi. Marcelle sarà la più giovane firmataria del manifesto “Refus Global” (1948), una dichiarazione che rifiutava le regole e i valori dell’arte tradizionale del Québec e anche della religione. Inevitabilmente questa presa di posizione susciterà molto scandalo ma sarà fondamentale per la crescita culturale del Quebéc: inaugura una nuova era nell’arte moderna, imprimendo una modernizzazione artistica di cui Marcelle sarà sempre una grande protagonista. Con il movimento rivoluzionario, nel 1951, Marcelle espone le sue opere a Parigi.
Due anni più tardi tornerà nella capitale francese per dedicarsi al disegno e alla realizzazione di vetrate artistiche, riconosciute da tutti un’espressione del suo grande talento. Il tratto distintivo delle sue opere – quadri, vetrate e sculture – è caratterizzato da una grande luminosità cromatica. Esporrà le sue opere al Louvre nel 1960 e al Museo Nazionale d’Arte Moderna di Parigi, nel 1962 e 1965. Esporrà poi nel resto d’Europa a Bruxelles, Monaco, Milano, Zurigo, Roma, Torino ma anche a San Paolo e a Città del Messico.

Espulsa dalla Francia per le sue azioni politiche, nel 1966 decide di tornare in Québec dove insegnerà per vent’anni all’Università Laval, tra i più antichi e prestigiosi atenei canadesi.

Dal suo rientro in Canada, la sua arte riflette l’impegno sociale in favore di lotte sindacali e indipendentiste e il suo talento viene messo a servizio della collettività. Una sua vetrata artistica tra le più note è visibile nella metro Champ-de-Mars (in copertina): è la prima vetrata a soggetto astratto mai installata in un metrò canadese. Nello stesso anno (1968), in ricordo dei sei milioni di vittime ebree dell’Olocausto, realizza per il Congresso ebraico un’altra vetrata, ancor oggi visibile nella hall dell’Università Concordia. Segue una committenza religiosa per la Chiesa del Sacro Cuore (1969) e per il Palazzo dell’Organizzazione dell’Aviazione civile internazionale (1975).

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Negli anni contribuirà al decoro degli spazi pubblici del Quebéc con una vetrata per il Palazzo di Giustizia di Granby (1979), per il metro di Place Vendôme (1981 – foto 1)e per l’Ospedale di Santa Giustina (1994). È presente con la sua arte anche al centro direzionale Palace du Patronage, che ospita la sede del Governo federale, dell’Ufficio della proprietà intellettuale e il Centro per le operazioni emergenziali. Commemora inoltre il massacro del Politecnico del 1989 in una vetrata per la Biblioteca dell’Università Bishop’s, un’università di lingue tra le più piccole ma antiche del Quebéc.

Il Museo d’Arte Contemporanea di Monréal le dedica, a inizio del millennio, una retrospettiva delle sue maggiori opere. Muore nel 2001 a Monréal e viene sepolta al cimitero di Mont-Royal (foto 2).

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Nel 1983 per i suoi meriti artistici aveva ottenuto il premio Paul-Émile Borduas, prima artista a riceverlo, nel 1985 era stata proclamata Cavaliere dell’Ordine Nazionale del Quebéc e nel 2000 Grande Ufficiale dell’Ordine.

L’università di Monréal ha creato una borsa di studio in suo onore nella Facoltà di Storia dell’Arte e nel 2017 le è stata intitolata la strada nel municipio dove nacque, Louisville appunto. Diverse strade canadesi portano oggi il suo nome.

Foto 3. Intitolazioni odonomastiche a Marcelle Ferron

 

 




Intitolazioni agrigentine

In questo mese di marzo, in cui ricade la Giornata Internazionale della Donna, in provincia di Agrigento si sono concretizzate alcune intitolazioni al femminile.

A Licata, la piazzetta della villa comunale è diventata “Piazzetta Otto Marzo”. Inoltre sono stati intitolati tre vialetti. Uno alla poliziotta Emanuela Loi, vittima di mafia, morta nell’attentato al giudice Paolo Borsellino; uno a Clotilde Terranova, giovane migrante licatese, perita nel rogo della fabbrica “Triangle”a New York il 25 marzo 1911, evento che si ricorda proprio nella giornata dell’otto Marzo.

Il terzo vialetto è stato intitolato ad Alina Condurache vittima di femminicidio.

Alina era nata a Lupeni, in Romania il 5 Maggio del 1993. Nel suo Paese frequentava con ottimi risultati la scuola e inoltre svolgeva volontariato in un’associazione denominata “la Vita” che si occupa tuttora dell’assistenza agli anziani negli ospedali, ai bambini negli asili e svolge anche varie attività culturali. Fu proprio in questa associazione, che era anche frequentata da americani, che Alina imparò bene l’inglese. A diciotto anni raggiunse qui in Sicilia, a Naro, il fratello e la madre che erano emigrati precedentemente. Si iscrisse al Liceo Pedagogico di Favara e apprese subito la lingua italiana. Il suo sogno era di laurearsi in Psicologia. Ottenne pure una borsa di studio per recarsi a Londra ma il ragazzo con cui si era nel frattempo fidanzata osteggiò questo suo percorso e lei commise l’errore di rifiutare questa grande opportunità. Iniziò così con lui a lavorare in campagna ma il rapporto si deteriorò e le liti diventarono più frequenti a causa della gelosia ossessiva e morbosa del compagno. Alina decise così di lasciarlo ma Angelo Azzarello il 3 dicembre del 2014 le sparò due colpi di pistola: uno all’addome e uno all’inguine. La ragazza a ventuno anni morì all’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata.

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A Sambuca di Sicilia, sempre l’otto Marzo, è stata apposta una targa commemorativa sul prospetto della casa dove erano nate Rosa e Caterina Bona, le due sorelle emigrate e morte nell’incendio della Triangle del 1911 a New York. L’edificio rientrerà così nei luoghi dell’Identità e della Memoria.

Sempre con riferimento a quell’episodio, a Villafranca Sicula è stata apposta nell’atrio del Municipio una targa che ricorda le ventiquattro vittime siciliane e Gaspare Mortillaro, emigrato villafranchese che lavorando come ascensorista in quell’edificio, al momento dell’incendio, eroicamente riuscì a salvare molte vite. Oltre alla targa è stato realizzato un bassorilievo dall’artista Giovanni Smeraldi.

La cerimonia è avvenuta alla presenza della grande fotografa Letizia Battaglia.

 

Infine a Palma di Montechiaro è stata intitolata l’aula magna dell’I.C. “Angelo D’Arrigo-G. Tomasi di Lampedusa” ad Alexandra Wolff Stomersee, la prima donna presidente della Società Psicanalitica Italiana. Fu una donna coltissima e poliglotta che introdusse le teorie di Freud in Sicilia, molto amata dai suoi pazienti e stimata dai suoi allievi. Nel 1932 sposò Giuseppe Tomasi di Lampedusa e quando rimase vedova si dedicò alla pubblicazione postuma e alla diffusione del romanzo “Il Gattopardo”.

 

Tutte queste intitolazioni che restituiscono memoria storica, onore e dignità alle donne, sono ovviamente il frutto della volontà di tante persone sensibili. In particolare, per Licata, va segnalato l’impegno del CIF, del gruppo Toponomastica femminile locale e della commissaria Maria Grazia Brandara.

Per Sambuca di Sicilia si devono ringraziare il sindaco Leo Ciaccio e l’assessore Giuseppe Cacioppo; per Villafranca Sicula il sindaco Domenico Balsamo, per Palma di Montechiaro la dirigente scolastica Laura Sanfilippo. Quest’ultima intitolazione è avvenuta alla presenza di Gioacchino Lanza Tomasi, del sindaco Stefano Castellino, dell’assessora alla cultura Angela Rinollo e della presidente del Consiglio Letizia Pace.

 

 

 

 




Flavia Giulia Elena: da stabularia a imperatrice, da concubina a icona del cristianesimo

Nata nel 248 o nel 250 in un centro della Bitinia, probabilmente Drepanum che in suo onore successivamente venne rinominato Helenopolis dal figlio, l’imperatore Costantino, Flavia Giulia Elena proveniva da una famiglia di umili origini. Il padre era pagano e proprietario di un’osteria con annessa stalla (stabulum) per dare ricovero agli animali. Le fonti la definiscono stabularia, termine che potrebbe essere inteso in due modi: addetta alla pulizia e alla manutenzione della stalla, oppure locandiera che si occupava di servire i clienti e di intrattenerli. In entrambi i casi le fonti, soprattutto quelle cristiane, non forniscono  indicazioni univoche sulle origini della futura imperatrice; solo Ambrogio, vescovo di Milano, sottolinea il fatto che fosse una bona stabularia, cioè che svolgesse al meglio le mansioni affidatele.

Flavia Giulia Elena conobbe Costanzo Cloro, il padre del futuro imperatore Costantino, probabilmente nel 270 durante una campagna militare alla quale lui partecipò, organizzata dall’imperatore Aureliano per piegare le spinte autonomiste del Regno di Palmira. Tra i due si instaurò un legame molto forte, ma la differente condizione sociale, lei plebea, lui graduato dell’esercito romano, non permise loro di sposarsi, sebbene le fonti cristiane parlino di un legame matrimoniale che, in base al costume dell’epoca, risulta alquanto improbabile. I due convissero per 23 anni in una condizione di concubinato e Flavia Giulia Elena dette alla luce un figlio maschio, Costantino, nel 274. 

Costanzo Cloro però dovette abbandonarla per sposare una donna altolocata, Teodora, figliastra dell’imperatore, quando Diocleziano lo nominò Cesare nel sistema tetrarchico da lui ideato. Esso prevedeva la divisione dell’impero in quattro parti, due ad Occidente e due ad Oriente, ognuna affidata a un Augusto e un Cesare; con questo espediente si voleva evitare le lotte per la successione, che avevano determinato più di cinquant’anni di anarchia militare (ogni Cesare avrebbe dovuto subentrare automaticamente al suo Augusto), e amministrare meglio il territorio mediante un’oculata suddivisione dei compiti tra Augusti e Cesari. 

Per ragioni di stato, quindi, Costanzo Cloro fu costretto a rinunciare a quella donna che gli era stata fedele compagna per più di un ventennio e che lui portò sempre nel cuore, se è vero che in punto di morte ne pronunciò il nome. Ma lei fu costretta non solo a rinunciare all’uomo di cui era innamorata, e al quale rimase fedele per sempre visto che non ebbe altre relazioni, ma anche al figlio dal quale venne allontanata, poiché l’ordine dell’imperatore era che l’erede di Costanzo Cloro crescesse alla corte imperiale e ricevesse un’educazione degna del suo futuro regale: Flavia Giulia Elena non vide più il figlio dal 293, anno del matrimonio fra Costanzo Cloro e Teodora, fino al 306, quando Costantino venne nominato imperatore.

Il profondo legame che univa Costantino alla madre, sottolineato anche dal biografo dell’imperatore Eusebio di Cesarea, non venne compromesso dalla distanza. Non appena ebbe libertà d’azione, il nuovo imperatore si riavvicinò alla madre invitandola a risiedere nel palazzo di Treviri; ma lei rifiutò, vista la riluttanza della matrigna di Costantino a vivere sotto lo stesso tetto con la donna che l’aveva sempre resa invisibile agli occhi del marito, rimasto profondamente innamorato di Elena fino alla morte. 

Foto 1. Flavia Iulia Helena ai Musei Capitolini

Flavia Giulia Elena dal punto di vista religioso fu inizialmente vicina all’arianesimo, una corrente interna al cristianesimo, che venne successivamente dichiarata eretica, in base alla quale la natura di Cristo doveva essere intesa non in chiave divina, ma umana. La conversione di Elena al cristianesimo è molto controversa: alcuni sostengono che fu il figlio a convincerla, altri propendono per il contrario. Quello che sappiamo con certezza è che Costantino non si battezzò e la sua redenzione in punto di morte non è per nulla accertata; al contrario Flavia Giulia Elena ricevette il sacramento del battesimo.

Quando Costantino si stabilì a Roma, lei lo seguì e venne insignita del titolo di Augusta, ma anche questa volta preferì non risiedere con il figlio e la corte imperiale, trasferendosi presso il fundus Laurentus, nella parte sud-orientale della città, dove sorse anche un palazzo, il palatium Sessorianum, e una chiesa dedicata ai santi Marcellino e Pietro che lei stessa fece edificare. Oltre al titolo, ricevette dal figlio altri onori, fra i quali essere raffigurata sulle monete dove la sua immagine simboleggiava la Securitas, la sicurezza dello Stato.

Tra il 326 e il 328, alla veneranda età di ottant’anni, Flavia Giulia Elena si recò in pellegrinaggio nei luoghi del Santo Sepolcro. Le ragioni che la spinsero a intraprendere un viaggio tanto lungo e faticoso sono sconosciute, ma sappiamo che in quegli anni l’immagine dell’imperatore venne macchiata da un omicidio e da una morte sospetta. La seconda moglie di Costantino, Fausta, sorpresa in atteggiamenti compromettenti con il figlio di primo letto dell’imperatore, Crispo, accusò quest’ultimo di averla importunata. Costantino, travolto dalla gelosia, ordinò la morte del figlio, condannato anche alla damnatio memoriae, e Fausta morì misteriosamente affogata nel suo bagno. La notizia fece il giro dell’impero e contribuì a gettare ombre su un imperatore molto discusso anche per il suo atteggiamento ambiguo nei confronti del cristianesimo: aveva promosso la tolleranza verso quella religione e l’aveva riconosciuta come predominante nel suo impero, ma sulla sua effettiva conversione non c’erano prove. Forse fu proprio la necessità di riabilitare l’immagine del figlio tra i cristiani che convinse Elena a intraprendere un pellegrinaggio il cui itinerario sarebbe diventato una costante durante il medioevo. 

Foto 2. Il ritrovamento della Croce, di Jan Van Eyck 

A questo punto Flavia Giulia Elena diventa protagonista di una leggenda che contribuirà a renderla un’icona del cristianesimo cattolico, ma anche ortodosso: il ritrovamento della Santa Croce. Sono molteplici le versioni di questo importante episodio, la più famosa è quella di Jacopo da Varagine (Varazze), un frate domenicano vissuto nel XIII secolo e autore della Legenda Aurea. Secondo quest’insigne agiografo, Elena sarebbe giunta sui luoghi della passione e della morte di Cristo proprio con l’intenzione di ritrovare le reliquie di Gesù e, venuta a sapere che un abitante di quei luoghi conosceva il punto esatto della crocifissione, lo interrogò; lui non rispose e per convincerlo a farlo, Elena lo fece calare in un pozzo lasciandolo senza acqua e cibo per sette giorni fino a quando confessò. Recatasi sul posto, riuscì a rinvenire tre croci; per individuare quella  sulla quale era morto Cristo, fece deporre un cadavere su ciascuna delle strutture lignee e, sfiorata quella di Gesù, il morto resuscitò. A quel punto l’imperatrice fece smembrare in varie parti la croce, lasciandone una a Gerusalemme. Questo episodio della vita di Elena è un soggetto rappresentato da molti artisti. Nell’abside della Basilica della Santa Croce di Gerusalemme a Roma esiste un affresco attribuito ad Antoniazzo Romano, ed è famoso il Ciclo delle Storie della Vera Croce nella cappella maggiore della Basilica di San Francesco ad Arezzo, opera insigne di Piero delle Francesca. Inoltre Elena portò con sé a Roma i ferri con cui Cristo era stato inchiodato alla croce, ritrovati anch’essi sul luogo della passione. Di essi la leggenda dice che uno venne inserito nel morso del cavallo, l’altro nell’elmo di Costantino e poi successivamente collocato al centro della Corona Ferrea conservata oggi a Monza, l’ultimo è presente nella Basilica della Santa Croce di Gerusalemme a Roma.

Se il ritrovamento della Santa Croce rimane avvolto nella leggenda, è certo che la madre di Costantino contribuì ad edificare importanti basiliche in Terra Santa, fra le quali spiccano la Basilica della Natività a Betlemme e quelle dell’Ascensione al Monte degli Ulivi e del Santo Sepolcro a Gerusalemme; entrambe vennero riccamente decorate grazie all’intervento dell’imperatore.

Flavia Giulia Elena si spense a Treviri nel 329, poco dopo il ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, con accanto l’amorevole figura del figlio. Per celebrare la madre Costantino fece costruire a Roma uno splendido sarcofago in porfido, e un mausoleo a forma circolare sormontato da una cupola che si trovava sulla via Labicana, nella zona che oggi è chiamata Torpignattara.

Foto 3. Il mausoleo di Sant’Elena 

Sia la chiesa cattolica che quella ortodossa celebrano la figura di questa donna in due date diverse: il 18 agosto i cattolici e il 21 maggio gli ortodossi (in Russia si attende questa data per seminare il lino, affinché diventi lungo come i capelli della Santa). La venerazione di Sant’Elena è molto sentita non solo in Italia, dove è patrona di Pesaro e di Ascoli Piceno, ma anche in Germania, soprattutto nella città di Treviri, e in Francia.

Nonostante la diffusione del culto di questa santa, vi è solo una basilica a lei dedicata, a Quartu in Sardegna: la Basilica di Sant’Elena appunto.

A Treviso è presente una via dedicata a Sant’Elena imperatrice (in copertina, foto di Nadia Cario), in cui si sottolinea l’importanza religiosa e insieme politica di questa donna che, non sposata e addirittura abbandonata dal compagno, è diventata paradossalmente l’immagine del trionfo del Cristianesimo.   




Adelaide. Una vip del Medioevo

Se ne parla in molte cronache benedettine come della “Beata Adelaide”, ma su di lei non risulta alcun processo di canonizzazione. Probabilmente furono le generose donazioni a favore di chiese, conventi e abbazie che fruttarono una solida fama di santità alla contessa Adelaide, grande feudataria dell’XI secolo; anche se forse a spingerla verso queste  elargizioni non fu solo la devozione religiosa, ma la necessità di crearsi una rete di alleati potenti che le garantissero il controllo dei valichi alpini. Di lei d’altra parte si è detto di tutto, che cavalcava meglio di un uomo, vestiva l’armatura e interveniva personalmente sul campo di battaglia in mezzo ai soldati. Per certo sappiamo che governò per trent’anni lo stato dei Savoia da poco approdato in Italia e fu rispettata e amata dal popolo, tanto che la sua figura è diventata quasi leggendaria.

Ma chi era questa donna? Conosciuta anche come Adelaide di Susa o Adelaide di Savoia, nasce probabilmente nel 1016 (la data non è certa) forse a Torino, forse nel castello di Susa (foto di copertina) ed è figlia di Olderico, conte di Torino e marchese di Susa, della stessa famiglia di Arduino.

Nel 1045, ancor giovane ma già due volte vedova – in controtendenza rispetto al suo tempo, quando la vedovanza era una condizione in prevalenza maschile, perché spesso le donne morivano di parto – Adelaide si risposa in terze nozze con Oddone conte di Savoia, figlio di Umberto Biancamano, capostipite della famiglia d’Oltralpe. Matrimonio importante, dal momento che la sposa reca in dote un vasto territorio di confine che comprende la Valle di Susa, Torino e il Canavese e permette al giovane e ancora oscuro casato savoiardo il controllo di importanti vie di comunicazione e, in prospettiva, quell’espansione in terra d’Italia che sarà il suo destino. Il destino personale di Oddone invece è quello di lasciare ancora una volta vedova Adelaide, che si trova così a reggere lo stato per conto dei figli minori: Pietro, Amedeo (che sarà il futuro conte di Savoia) e Oddone. Delle due femmine, Berta andrà sposa a Enrico IV di Franconia, futuro imperatore, mentre l’ultimogenita, che porta lo stesso nome della madre, Adelaide, si unirà giovanissima a Rodolfo di Svevia.

Dal 1060 in poi Adelaide sceglie di governare da sola, dimostrando un’abilità politica di tutto rispetto. Sono i tempi in cui i nascenti comuni e i vescovati mirano a rendersi indipendenti rispetto alle gerarchie feudali, e la contessa gioca fino in fondo la sua partita nel difficile scacchiere politico italiano, che vede anche la contrapposizione tra le due massime autorità del papato e dell’impero. È proprio un episodio di questa contesa, quello drammatico che ha come protagonisti il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, a offrire ad Adelaide l’occasione di assumere un ruolo politico di primo piano. Quando nel 1077 l’imperatore scomunicato è costretto a valicare il Moncenisio e scendere in Italia attraverso la via Francigena per tentare l’indispensabile riconciliazione con il papa, è Adelaide, sua suocera, a permettergli di transitare nelle sue terre e poi ad accompagnarlo a Canossa, dove sua cugina Matilde di Toscana ospita il pontefice. Qui Enrico riesce a ottenere il perdono papale grazie al carisma di Adelaide, la cui mediazione è fondamentale. Da quel momento la Marchesa delle Alpi Cozie (così la chiama il popolo) vede aumentare molto il suo prestigio e il fatto di Canossa segna il primo, significativo intervento della Casa di Savoia nella politica internazionale.

Un enigma accompagna l’ultimo periodo della vita di Adelaide. Venuta a conflitto con Enrico IV, che spinge il figlio Corrado a rivendicare il Canavese come erede di Berta, Adelaide, molto anziana per i tempi e sopravvissuta a quasi tutta la sua discendenza, non si sa se malata, stanca e presaga della prossima fine oppure abbandonata dai propri sostenitori, rinuncia alla lotta. Si rifugia a Canischio, sopra Cuorgné, nella Valle dell’Orco, e in questo sperduto villaggio fra le montagne muore in solitudine il 19 dicembre 1091. La sua sepoltura non è mai stata individuata.

 Intitolazione a Pinerolo. Foto di Loretta Junck