L’identità multiculturale di Palermo

Di Grazia Mazzè

Pan e Hòrmos, tutto porto: Palermo non ha mai rinnegato l’identità multiculturale contenuta nel suo nome. Porto accogliente, approdo naturale, la sua storia è un crocevia senza pari di civiltà.

I secoli di cultura e tolleranza li troviamo stratificati tra le particolarità del centro storico, come le grandi targhe marroni usate per la toponomastica cittadina, in cui i nomi di piazze e vicoli sono impresse in caratteri bianchi nelle lingua italiana, araba ed ebraica

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Palermo è multietnica, accogliente, in lei si fondono culture, filosofie e religioni diverse.
La sua immagine è singolare, la sua apertura all’immigrazione controcorrente, soprattutto nell’attuale momento storico e politico in cui la chiusura razzista raccoglie consensi.

Nella città capitale della cultura 2018, nella sede di Manifesta 12, del Festival della Letteratura migrante, nel Centro di cultura araba e del Mediterraneo, l’immigrazione è sentita come un bene comune, anche con le sue difficoltà, irregolarità, con il disagio e i tentativi di integrazione.

Il primo cittadino di Palermo, riferendosi agli ultimi avvenimenti dei naufraghi bloccati sulla nave Aquarius a largo dell’isola di Malta, ha condannato la chiusura dei porti italiani imposta dal Governo. 629 donne, bambine/i, uomini, non solo naufraghe, 629 persone sulle quali si è giocata una partita di rimpalli che ha il sapore più della propaganda che della politica.

Ha protestato contro la scelta, il Sindaco, ha aperto alla possibilità di accogliere la nave dell’ONG nel porto di Palermo, sostenendo la disponibilità con l’origine e l’attitudine naturale della città alla mescolanza e alla convivenza. Che affermi l’esistenza di una sola razza non ci stupisce, non stupiscono neanche le sue parole dure, usate senza timore verso chi non riconosce l’essere umano nelle persone migranti.

Negli ultimi anni la città ha lavorato molto sull’integrazione straniera, proponendosi come esempio per l’Italia e l’Europa. La Consulta delle Culture non è uno specchio di attrazione mediatica: è fatta di sostanza, di politica della differenza tra cittadine/i della comunità e non. La Carta di Palermo è la sfida, sintetizzata in un documento, per l’abolizione del permesso di soggiorno, per il diritto alla mobilità come diritto della persona umana.

La città negli ultimi anni ha dato la cittadinanza a circa 3000 stranieri, circa la metà sono di origine asiatica; le etnie si mescolano, si concentrano per quartieri, alcune comunità sono più precarie, altre più inserite, gli uomini sono più delle donne. Sono invece moltissime le bambine e i bambini stranieri nati a Palermo, radicati come seconda generazione nella vita scolastica e professionale della città, esempi concreti di percorsi di integrazione e identità portati a compimento.

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Tutte le comunità possono esprimere la loro forma di credo, addirittura in una delle chiese cattoliche cittadine si celebra la Messa in tredici lingue; l’altare a forma di barca avvicina il sacrificio di Cristo a quello dei tanti esseri umani inghiottiti dal mare, si eleva a simbolo dell’unione tra Gesù e le persone migranti.

Palermo dissente e questa opposizione si avverte nell’aria, tra le vie, sui muri. Ancora più dirompente appare un messaggio che viene dal mondo dell’arte. Igor Palminteri usa lo spazio pubblico per gesti di accusa: con le sue opere rappresenta il pensiero critico della cittadinanza palermitana, innalzando ancora una volta questa città a simbolo di un’integrazione ben radicata nelle coscienze.
L’artista ha realizzato, nel cuore di Ballarò, un murale raffigurante San Benedetto il Moro, il frate nero figlio di schiavi arrivato dall’Africa sulle nostre coste nel 1500, che Palermo celebra come uno dei suoi Santi Patroni. Nel grande dipinto il suo viso ha un aspetto fiero, imponente e bello.

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Igor non vuole dimenticare neanche l’uccisione di Socko Soumaila, avvenuta in Calabria alcuni giorni fa. Lo fa decorando una barriera antiterrorismo in cemento con una scena capace di richiamare l’attenzione, sollecitare la sensibilità e favorire la riflessione di chi passa per il centro storico. L’arte diviene, secondo una missione che le è propria da tempo immemorabile, portatrice di messaggi alti, quelli dell’unità razziale, religiosa e culturale, in grado di demolire i pensieri stereotipati e i tanti e diffusi luoghi comuni.

Palermo, con la sua toponomastica e le sue forme di arte, è qui a dimostrarlo.




Rita Atria, testimone di giusizia

Fra le figure di donne Giuste segnalate dalle scuole nell’ambito della quarta edizione del concorso nazionale “Sulle vie della parità”, la più giovane delle venti selezionate dalla giuria è Rita Atria, appartenente alla categoria delle donne che si sono ribellate alla mafia, hanno lottato contro l’organizzazione e la mentalità mafiosa, hanno rischiato e spesso perso la vita, solo apparentemente sconfitte, in realtà vittoriose contro l’indifferenza, l’omertà e la paura.

Rita Atria, testimone di giustizia, è stata indicata da tre scuole diverse: l’IIS Vaccarini di Catania, l’ITE Bassi e il Liceo Vegio di Lodi; anch’essa è stata poi posizionata, il 10 marzo 2017, all’interno del Viale delle Giuste nella Libera Università di Alcatraz.

Foto 1. Il pannello dedicato a Rita Atria nella Libera Università di Alcatraz

Rita ha 17 anni quando la sua coscienza le impone di denunciare il sistema mafioso che soffoca il territorio di Agrigento, nella cui provincia (Partanna), era nata nel 1974. Aveva solo undici anni quando suo padre, Don Vito, un boss il cui compito consisteva nel mantenere “la pace” fra i vari clan locali, era stato ucciso in un agguato. Dopo sei anni era venuta la volta di suo fratello, Nicola, a cui Rita era molto legata. Dal fratello, “pesce piccolo”, che girava sempre armato e con una grossa moto, aveva appreso importanti informazioni relative agli affari criminali del paese: Rita scrive tutto ciò che sa e che le accade sul suo diario, col quale si sfoga e parla di una vita che non le piace. In quell’ambiente malavitoso, era stata allora sua cognata, Piera Aiello, ad aprire la strada della ribellione e a decidere di mettersi dalla parte della giustizia, denunciando alla polizia gli assassini che aveva visto con i suoi occhi. Grazie alle sue rivelazioni, vennero arrestati diversi mafiosi.

La scelta della denuncia comporta per Rita una terribile solitudine. In quel mondo è ritenuta un’infame, tutti l’abbandonano, anche sua madre, che le ripete: “Rita, non t’immischiare, non fare fesserie”. Quella figlia così poco allineata, per niente assoggettata, le procurava stizza e preoccupazione, non le perdonava di aver “tradito” l’onore della famiglia. L’abbandona anche il fidanzatino, Calogero, un giovane del suo paese, troppo spaventato per poter rimanere legato a chi vuole scontrarsi con i capi mafia. Ma lei non desiste.

Dopo l’incontro con il giudice Paolo Borsellino, che all’epoca era procuratore di Marsala, nel suo animo fiorisce la speranza che la giustizia possa fare il suo corso. Si fida di quell’uomo che diventa per lei come un padre. Gli rivela particolari che tra l’altro consentono di avviare un’indagine sul sindaco di Partanna, Vincenzino Culicchia, esponente della Democrazia Cristiana.

Rita Atria si trasferisce a Roma con la cognata, sotto protezione, ma quando nell’estate del 1992 apprende la notizia dell’assassinio di Paolo Borsellino, in preda alla disperazione si lancia nel vuoto dal settimo piano del palazzo di viale Amelia, in cui viveva in clandestinità, sotto falso nome. Dopo la sua morte viene considerata come una “fimmina dalla lingua longa e amica degli sbirri” e per questo al suo funerale non si presenta nessuno, nemmeno la madre, che l’aveva già ripudiata in vita, e che distruggerà, mesi dopo, a colpi di martello il marmo tombale e la fotografia della figlia. Per 20 anni la sua tomba è rimasta in stato di abbandono.

Foto 2. Intitolazione a Roma. Foto di Barbara Belotti

Le classi hanno riconosciuto in Rita una Giusta, una giovane donna libera, che ha la legge morale dentro di sé e la fa valere ovunque, contro uomini e donne che vogliono spegnere la dignità e la gioia di vivere liberi. È stata vista come un’eroina per la sua capacità di rinunciare a tutto, persino all’affetto della madre. Hanno scritto: “È dovere di tutti noi ricordare la figura di Rita, noi che viviamo in un Paese dove la mentalità omertosa la fa ancora da padrona.”

A lei sono stati dedicati tanti libri, spettacoli teatrali e film. A lei sono state dedicate tante vie e beni confiscati alla mafia, come per esempio il capannone di Calendasco, in provincia di Piacenza, inaugurato il 12 maggio 2018 alla presenza di Enza Rando per l’associazione Libera e don Luigi Ciotti, che di lei ricordò queste parole: «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta».

Foto 3. Intitolazione a Pontefelcino (PG). Foto di Paola Spinelli




Veronica Gambara

Veronica Gambara, assai nota come poetessa tanto da essere accostata a figure quali Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e lodata, ancor prima di conoscerla personalmente, da Pietro Bembo – il quale conclude uno dei suoi sonetti affermando “e la voce udirò, che Brescia onora”- in realtà si caratterizza per uno sfaccettato profilo nel quale coesistono e si integrano la letterata, l’accorta politica e reggente del feudo del marito, la lucida intellettuale profonda conoscitrice del suo tempo e l’instancabile animatrice di cenacoli culturali. La sua cifra essenziale è quella di “poetessa reggente”, come emerge anche dalla sua corrispondenza con Pietro Bembo, che ci presenta l’immagine di una donna intenta a comporre versi e, allo stesso tempo, “politicamente impegnata, sempre attenta a cogliere l’occasione per creare una rete di protezione per la famiglia e il feudo”.  

1. Brescia. Foto di Claudia Speziali

Veronica nasce nel vecchio castello, poi distrutto nel XVIII secolo, di Pratalboino (oggi Pralboino) la notte tra il 29 e il 30 novembre 1485, figlia di Alda dei Pio di Carpi e di Gianfrancesco Gambara, titolare del feudo. La famiglia Gambara, nobile e assai colta, fa crescere figli e figlie in un ambiente nutrito di cultura e profonda ammirazione per i classici e l’antichità. Veronica riceve un’ottima educazione umanistica che comprende lo studio della filosofia, della teologia e del latino.

Per le famiglie nobili vige la consuetudine di cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria e Veronica comincia quindi a scrivere versi già nell’adolescenza, prendendo a modello la lirica petrarchesca e mostrando un notevole talento e un accento personale, una voce poetica unica e privata che si discosta fin dall’inizio dalle tante imitazioni di maniera. La ragazza trascorre l’adolescenza tra Pratalboino e Brescia. All’epoca la città, molto ricca, è caratterizzata da un vivace fermento culturale, che vede, con un gruppo di poetesse petrarchiste, l’affermazione autorevole delle donne delle “corti, tra cui la giovane Gambara.

2. Varese. Foto di Maria Pia Ercolini

Nella ricerca di un marito per Veronica, degno di lei per rango e ricchezze, i genitori si muovono in un ambito parentale e umanistico, scegliendo Gilberto VII (o Giberto), signore di Correggio, già padre di due figlie e vedovo di Violante Pico, nipote del celebre umanista neoplatonico Giovanni Pico della Mirandola. Il matrimonio civile viene celebrato per procura a Brescia il 6 ottobre 1508, mentre quello religioso, ottenuta la dispensa papale dovuta alla parentela, in forma privata ad Amalfi nel 1509. Il matrimonio, per quanto combinato, pare rivelarsi felice: la giovane si stabilisce nel piccolo feudo di Correggio ambientandovisi con facilità e si inserisce a pieno titolo nel fervore culturale e religioso del suo tempo.

Nel 1510 nasce Ippolito, che ha come padrino di battesimo il cardinale Ippolito d’Este e come madrina Isabella Gonzaga, scelta suggerita da ragioni di convenienza politica, visto l’incombere sul piccolo stato dell’ombra del potente ducato estense, e l’anno successivo viene alla luce il secondogenito Girolamo. Nel 1518 Giberto, a causa di un contagio da febbri malariche, muore non prima di averla nominata amministratrice dei beni dei figli e averle conferito la facoltà di coreggente della signoria, affiancandole il nipote Manfredo III.  

3. Correggio. Presunto ritratto di Veronica Gambara  (1517-18)

Il dolore per la morte del marito induce Veronica a escludere qualunque ipotesi di nuove nozze. Si occupa con grande abilità e determinazione dell’amministrazione dello stato, e con familistica lungimiranza dell’educazione dei due figli maschi e della strategia matrimoniale delle figlie femmine di primo letto di Giberto, rivelandosi una delle grandi madri reggenti del XVI secolo. 

Per garantire l’indipendenza della piccola contea di Correggio attua una politica di prudente e guardinga amicizia con i potenti vicini, in continuità con quella del defunto marito, e abbandona il tradizionale atteggiamento filofrancese dei feudatari padani e ricerca l’amicizia e la protezione di Carlo V, cui dedica cinque sonetti. Il suo passaggio da un orientamento filofrancese a uno filoimperiale si colloca sullo sfondo di forti spinte centrifughe, il definitivo tramonto dell’universalismo medievale, la scissione della Cristianità, determinata dalla Riforma protestante, e la minaccia turca. L’imperatore le appare dunque come l’unico garante dell’ordine e baluardo della tradizione e della fede, colui che “duo mondi ha vinto”, ovvero la Francia di Francesco I e i Turchi. Veronica spera inoltre che Carlo V si adoperi per il reintegro dei Gambara nei loro possedimenti di Brescia, confiscati dalla Serenissima. Il suo feudo riceve una nuova investitura dall’imperatore nel 1520 e la restituzione dei possedimenti agognati nel 1532.

4. Roma. Foto di Barbara Belotti

Nella politica familiare l si appoggia ai potenti fratelli per consolidare le sorti dello Stato attraverso la scalata a cariche prestigiose. Con l’obiettivo di non dividere l’esiguo patrimonio, destina il primogenito Ippolito alla successione e lo fa avviare al mestiere delle armi, mentre Girolamo viene indirizzato alla carriera ecclesiastica. Quando nel 1528 il Papa Clemente VII nomina Uberto Gambara governatore di Bologna, Gerolamo viene inviato presso lo zio per impratichirsi nei maneggi diplomatici, e Veronica stessa, alla fine dell’anno, si trasferisce a Bologna, occupando una posizione di primo piano grazie alla stretta parentela con il governatore, che le consente di godere di un rango prestigioso in occasione dell’incoronazione imperiale di Carlo V da parte del Papa e a ottenere una condotta per Ippolito nell’esercito imperiale. Per l’occasione si recano a Bologna molti nobili e uomini di cultura, tra i quali Francesco Guicciardini, Pietro Bembo, Francesco Maria Molza, Gian Giorgio Trissino, Francesco Berni, e la reggente di Correggio coglie l’opportunità di rinsaldare i suoi legami con il mondo delle lettere e dare  vita a un ben frequentato salotto nella città emiliana. La corte di Correggio, del resto, proprio grazie a Veronica, è un centro di rilievo nel panorama culturale del Rinascimento e vanta ospiti eccellenti quali Lodovico Ariosto, Pietro Bembo, Pietro Aretino, Bernardo Tasso e Carlo V, che si reca a Correggio in due occasioni, nel 1530 e nel 1533. 

Al fine di concentrare nelle mani del figlio le sorti patrimoniali e dinastiche del piccolo stato, inizia le trattative per il matrimonio di Ippolito, con Chiara di Correggio, figlia ed erede universale del cugino Gianfrancesco. 

Dagli anni Quaranta il governo del feudo passa nelle mani di Ippolito e dunque Veronica può concentrarsi maggiormente sull’attività letteraria, da lei mai davvero trascurata. 

È del 1549 il suo ultimo viaggio, a Mantova, per le nozze del duca Francesco III con Caterina d’Asburgo; muore, infatti, il 13 giugno 1550.  

Secondo il letterato correggese Rinaldo Corso, sarebbe stata sepolta con un ramo di ulivo e in bocca uno di lauro, a simboleggiare l’indole pacifica e il culto delle Muse.

5. Viterbo. Foto di Maria Pia Ercolini

Della sua produzione letteraria ci restano le Rime, molto amate dai lirici contemporanei e da poeti successivi come Giacomo Leopardi, e le Lettere, dalle quali emerge una figura capace di reggere il confronto con le grandi donne del suo tempo, prima fra tutte Isabella d’Este con cui condivide la vivace partecipazione alla vita culturale e politica del primo Cinquecento.  

Numerose sono le intitolazioni stradali in tutta Italia, da Milano a Roma, da Palermo a Brescia, dove esiste anche un liceo con il suo nome, e un premio del Museo Musicale, conferito a donne che si sono distinte nella valorizzazione e promozione culturale in città.

In copertina: Milano, foto di Paola Bortolani




Napoli, città rifugio

Un porto del Mediterraneo è aperto per definizione all’arrivo di genti da ogni dove. 

Napoli stessa è una città fondata da migranti. Il suo nome di “città nuova” è tale rispetto all’Acropoli di Lindos, madrepatria dei Rodii, giunti dal mare Egeo, che qui vollero stabilirsi.

Le presenze di tanti popoli di ogni origine e nazione si affollano e sgomitano: tanto numerosi da ricordare, se non in maniera arbitraria e casuale. 

Lungo il decumano maggiore si incontrano via e piazzetta Nilo, rimembranze del Vicus alexandrino, quartiere egizio, e a San Ferdinando  via Serapide, divinità egizia. 

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La santa Patrizia, co-patrona di Napoli, che nella chiesa di via San Gregorio Armeno, straniero lui pure, regala il miracolo dello scioglimento del sangue ogni martedì, giunse da Costantinopoli: dopo aver donato i beni ai poveri scampò alla tempesta che la conduceva verso la Terra Santa e qui trovò rifugio. 

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E molte altre sante straniere si fermarono qui: Brigida di Svezia, “che si prende il disturbo di venire a salvare Napoli”, o Maria Lorenza Longo, catalana di Lleida, fondatrice del complesso degli Incurabili. 

Tante vie del centro antico raccontano delle innumerevoli presenze e dei continui nuovi arrivi a Napoli dall’antichità a oggi.

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Le strade raccontano degli scambi commerciali: loggia dei Pisani, la rua (lemma catalano per strada) Francesca frequentata dai francesi e poco distante proprio la rua Catalana. 

Dei diversi regni e governi che portarono con sé l’autorità e il dominio straniero, ma anche l’inevitabile commistione di usi tradizioni e culture diverse, ci restano viale degli Svevi, via Aragonesi e i” Quartieri Spagnoli”, i Fondaci di San Paolo, dei Bianchi, di San Sossio e Severino, Speranzella rivelano la loro origine orientale fin dal nome fondaco – dal funduq arabo per albergo, acquartieramento. 

E poi i nomi di rifugiati famosi in città: Michelangelo Merisi da Caravaggio e la portoghese Eleonora Pimentel de Fonseca, che a lungo abitò in via Santa Teresella degli Spagnoli. E ancora, i residenti illustri: i pittori della scuola fiamminga, Anton van Pitloo e la famiglia di architetti e artisti van Vittel più conosciuti come Vanvitelli, gli studiosi polacchi in città, tra cui i Gustaw Herling genero di Croce, lo scrittore ungherese Sandor Marai che abitò a Posillipo, le famiglie svizzere e viennesi di pasticcieri tra cui spiccarono Caflish e van Houten. E si potrebbe non finire mai. 

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Napoli ha un sindaco, Luigi de Magistris, che conosce bene la toponomastica cittadina, e che condivide la stessa battaglia culturale della sindaca di Barcellona, Ada Colau. Le due città, in controtendenza rispetto a un sentimento di chiusura diffuso in tutta Europa, sono città rifugio per i migranti. 

Lo scorso 19 gennaio 2018, un protocollo d’intesa promosso dal Comune di Napoli e firmato dal sindaco – con la Comunità di Sant’Egidio, gli atenei Federico II e l’Orientale di Napoli, gli Ospedali AORN Santobono-Pausillipon e l’Ospedale evangelico Betania, la Fondazione Pausillipon, la GVC onlus e l’Associazione “Chi rom… e chi no”, la Fondazione evangelica Betania, la Chiesa cristiana del Vomero e la Chiesa metodista di Napoli – ha stabilito l’elaborazione e la sperimentazione di un nuovo modello di accoglienza che punta sull’autonomia delle persone ospitate, rendendo Napoli un porto e un approdo sicuro. 

Napoli resta ancora una porta spalancata sul Mediterraneo.

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/12/13/news/citta_rifugio_da_napoli_il_progetto_umanitario_per_aleppo-154028012/




Da Trani a Fasano: Maria Teresa Stella e le altre

Il 4 giugno 2011 l’Amministrazione comunale di Fasano (BR), nei festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, scopre la targa in marmo di notevoli dimensioni, in memoria di Anna Teresa Stella, eroina fasanese:

Il 27 aprile 1799 qui cadde barbaramente assassinata dalla canaglia reazionaria borbonica

Anna Teresa Stella

creatura eccelsa glorioso vessillo di libertà e giustizia sociale

1. Fasano. Targa in memoria di Anna Teresa Stella

Anna Teresa Stella, originaria di Trani, diventa cittadina di Fasano dopo il matrimonio con il possidente fasanese Lorenzo Goffredi: da Trani a Fasano sono solo 100 chilometri ed entrambe le cittadine si affacciano sul mare Adriatico. 

Per capire cosa sia successo e il perché di questa dedica così particolare bisogna andare indietro nel tempo. 

Siamo nel 1799. Il 21 gennaio, a Napoli capitale del Regno, viene dichiarata la Repubblica napoletana. Re Ferdinando e Regina Carolina sono già fuggiti a Palermo il mese prima con il tesoro della corona, e a Napoli viene piantato dalle truppe francesi l’albero della libertà con la sua portata di idee giacobine. Per diffondere i nuovi ideali repubblicani e gli avvenimenti del nuovo corso esce, il 2 febbraio, il primo numero del “Monitore Napoletano”, periodico bisettimanale, di cui è direttrice Eleonora De Fonseca Pimentel, patriota, politica e giornalista.

Nel contempo, a Fasano, Anna Teresa, di idee repubblicane si distingue per leggere in pubblico le lettere dei liberali napoletani. Le legge in piazza, nel luogo dove è stata posta la targa, la stessa piazza che prenderà il nome di Ignazio Ciaia, anche lui fasanese, anche lui patriota, che fu membro nel primo governo provvisorio repubblicano del 1799.

Anna Teresa, con le letture pubbliche, anima la lotta per la libertà, la fraternità, l’uguaglianza, argomenti rivolti più alle persone colte con alti ideali che al popolo contadino, sempre più spremuto, non da ultimo, proprio dalle truppe francesi che pretendono quanto necessita al loro sostentamento. Non si tratta solo di cibo: le truppe si lasciano andare a saccheggi quale “incasso” per la loro prestazione di guerra. D’altronde, Bonaparte per primo ha spogliato palazzi, ville, conventi di opere d’arte, stature, obelischi e pezzi di pareti affrescate che hanno preso la strada di Parigi durante le campagne d’Italia.

I francesi, dunque, sono sì portatori di un nuovo modo di pensare, ma anche di vecchi comportamenti predatori. Quando partono e viene meno un presidio armato in difesa delle nuove idee, Anna Teresa viene catturata e imprigionata. È vedova, e questo molto probabilmente fa la differenza per la crudeltà usatale. Con il consenso delle autorità, il 27 aprile 1799 un gruppo di popolani a lei ostili, aizzati da un giacobino rinnegato, Cataldo De Santis, la preleva dalla cella, la espone alla berlina su di un asino. Viene ripetutamente frustata e poi fucilata nel luogo dove leggeva le lettere. Come se non bastasse, viene decapitata con un coltellaccio. Il cadavere, trascinato per le strade, è fatto selvaggiamente a pezzi e sparso, come monito ai cittadini di idee liberali. 

Il tutto sotto alla statua della Madonna del Pozzo.

È così che a distanza di 212 anni, il Comune di Fasano onora ancora una volta la concittadina che a pieno titolo dovrebbe essere inserita nei testi di storia adottati nelle scuole, insieme a tanti patrioti e patriote che hanno lottato per l’unità d’Italia. 

Anna Teresa Stella ha una strada dedicata sia a Fasano che a Trani (foto di copertina). 

2. Fasano. Via Stella

Nello stradario di quest’ultima cittadina sono presenti tre strade intitolate a donne collegate all’azione predatoria delle truppe francesi e agli avvenimenti del 1° aprile 1799.

Negli anni 1940-1950, il Comune intitola queste tre strade che da via Statuti Marittimi, al porto, vanno verso il centro per ricordare nella toponomastica tranese alcuni nomi di eroine protagoniste di vari episodi luminosi di dignità e sacrificio verificatisi durante i tragici avvenimenti del 1799, quando le truppe francesi comandate dal generale Broussier misero Trani a ferro e fuoco, portando morte e danni ingenti. 

Si tratta di via Felicia Nigretti, vico Maria Ciardi e via Vincenza Fabiano: tre donne che nella loro possibilità di scelta, se così si può dire, tra l’essere preda dei soldati o il sottrarsi all’aggressione a tutti i costi, hanno optato per quest’ultima, gettandosi nelle acque del porto, in un pozzo o in una cisterna trovandovi la morte.

3. Trani. Vico Maria Ciardi

Un’altra intitolazione toponomastica attira l’attenzione, stavolta a Molfetta: via Rosa Picca. Siamo duecentosettanta anni prima del 1799 di Trani, ma troviamo ancora i soldati francesi in azione.

Rosa Picca ha anche una targa a suo nome, posta dal Municipio: A Rosa Picca, che nel sacco di Molfetta presa d’assalto da’ francesi a 18 luglio del 1529 fuggì la violenza d’un soldato precipitandosi volontaria dal tetto di sua casa, il Municipio pose questa memoria nel 1890 per onorare il nome dell’eroica donna a cui più della vita fu cara la pudicizia.

Una storia, forse, come tante altre che la Puglia, però, non ha voluto dimenticare.

4. Molfetta. Via Rosa Picca




Sulle strade genovesi. Il fascino della storia e il bisogno di realtà

Di Francesca Di Caprio Francia

La toponomastica genovese rappresenta non solo un accumulo di memorie passate, ma anche un’operazione culturale di recupero storico realizzata dalla Giunta Municipale poco dopo l’Unità d’Italia. Determinante fu, in tale circostanza, l’apporto di un erudito, Giuseppe Banchero (1815-1874), che esercitava allora l’incarico di funzionario del catasto (catastaro), i cui ideali patriottici chiariscono molte sue scelte. Lo spirito con cui lo studioso propose le nuove denominazioni, infatti, si basava sul recupero di memorie e glorie municipali, in un’ottica di patria esaltazione e di glorificazione di miti nazionali.

Si spiegano così il gran numero di cognomi di antiche famiglie nobiliari, i nomi delle colonie d’oltremare e delle battaglie vinte dai Genovesi, i molti termini legati alle recenti vicende risorgimentali. Banchero creò dunque quel complesso toponomastico di indubbio fascino che ancor oggi dà l’impressione, a chi lo percorre, di attraversare pagine di storia.

Infine, con la proclamazione della Repubblica, si decise di valorizzare episodi e figure della Resistenza e negli ultimi cinquant’anni si incrementò la serie commemorativa, anche con nomi stranieri, di filosofi, poeti, cantautori… il che talvolta induce a proporre personaggi semi-sconosciuti. Sta di fatto che si è andato via via costruendo un immaginario collettivo abitato solo da uomini e, d’altra parte, a mio parere, è forse meglio così piuttosto di vederlo soffocato da anonimi numeri come in uso nelle città d’oltre oceano. Sono però fiduciosa che le cose, con il tempo e la buona volontà, possano e debbano migliorare. È stato così? 

Passeggiando per Genova ci si accorge subito che le strade intitolate alle donne sono ben poche, anche se rimarco la difficoltà di fare calcoli esatti per vari motivi, quali l’uso di riportare negli elenchi cittadini il cognome privo del nome o con la sola iniziale, collocare lo stesso nome sotto lettere alfabetiche diverse (es. Santa Chiara e Chiara Beata); inoltre i nomi di famiglie patrizie possono riferirsi a diverse persone anche femminili (es. via Brignole De Ferrari ricorda le due benefiche famiglie imparentate con il matrimonio di Maria Brignole Sale e Raffaele De Ferrari), alcune strade sono scomparse o sono nuove oppure mutate nell’intitolazione (l’attuale piazza Giacomo Matteotti già piazza della Signoria, poi piazza Nuova, in seguito Umberto I e infine Ettore Muti), per concludere sorridendo con piazza Battistina Rivara a Rivarolo che è invece intitolata… a un uomo, il fondatore del locale asilo, appunto Battistino Rivara!

Nel libro Genova risorgimentale di Leo Morabito risultano inserite solo una decina di donne, incluse quelle ricordate non per la dedica di una via ma per la casa dove vissero, come Bianca Milesi Mojon con abitazione in via Balbi, o Teresina Schenone con bottega in via XXV Aprile.

Nella recente Guida alla toponomastica risorgimentale curata da Nicolò Bonacasa, l’autore presenta, tra gli oltre cento personaggi elencati ai quali Genova ha dedicato una via o una piazza, solo sei donne (Carolina Benettini, Adelaide Bono Cairoli, Anita Garibaldi, Antonietta Mazzini Massuccone, Giuditta Tavani) mentre Maria Drago Mazzini è ricordata con un busto in bronzo e la dedica di una scuola.

Tre sole tra le tante donne presentate nel mio ultimo libro, risultano elencate in uno Stradario di Genova: Santa Limbania, Santa Caterina Fieschi Adorno e Virginia Centurione Braccelli.

Se si considerano esatti i dati forniti dal Comune di Genova esistono a Genova 3800 strade/vie/piazze ecc. delle quali 1507 intitolate a uomini e 136 a donne con il significativo rapporto del 39% di maschi contro il 3% di donne!

Quaranta risultano dedicate alla Madonna e quarantadue a sante e beate, di preferenza scalinate e salite forse con intento figurativo e simbolico; sarebbe bello che analoga finalità suggerisse anche di ricordare, ad esempio, maestre di vita, educatrici, donne impegnate nel sociale che sicuramente hanno indicato la via a molte generazioni.

Tralascio i numerosi altri esempi di sessismo maschilista nella toponomastica perché mi sembra più utile essere propositiva con possibili iniziative, qualcuna già attuata.

È noto che le storie delle donne sono spesso storie frammentarie, storie dimenticate o addirittura rimosse o cancellate: ebbene, per rompere questo velo che le avvolge, si potrebbero raccogliere biografie femminili che possano ispirare ed essere d’esempio; a tal fine si potrebbe anche proporre un concorso, e non solo per scuole – come già fa l‘associazione Toponomastica femminile con il concorso didattico Sulle vie della parità, patrocinato da istituzioni nazionali e giunto ormai alla sua sesta edizione – mirato a individuare e proporre nuovi nomi.

Incontri, conferenze attive, gruppetti di lavoro potrebbero svegliare da una sonnacchiosa indifferenza tante donne facendo loro conoscere, o presentando loro stesse, azioni e opere di semplici donne benemerite, frutto di fatica, ingegno, talento, solidarietà: esse propongono un nuovo modo di stare insieme, un modo che tenga conto della diversità femminile e delle proprie attitudini.

Al Convegno nazionale, indetto annualmente da “Toponomastica femminile”, si potrebbe aggiungerne un incontro a carattere regionale o locale; mostre fotografiche, anche itineranti, sul lavoro delle donne nel passato e nel presente; un premio che valorizzi la loro creatività espressa attraverso la rete lodando accuratezza e approfondimento dell’informazione; dopo Roma, Terni, Palermo, Versilia, Pistoia, Albano Laziale, Valdinievole (già realizzati direttamente dalle associate a Toponomastica femminile o con un loro diretto contributo),  nuovi itinerari lungo i luoghi che mantengono ricordi e tracce di donne protagoniste (il nostro centro storico con i suoi immediati dintorni ne è particolarmente ricco); dialogo aperto con le Amministrazioni per proporre e sostenere nuove intitolazioni… Queste e tante altre iniziative di toponomastica femminile possono essere proposte poiché in continuo divenire in quanto si arricchiscono di volta in volta con ulteriori progetti, suggerimenti, spunti, collegamenti, tenendo ben presente che la quantità non vada a scapito della qualità. E non si venga a dire che non ci sono donne genovesi, di ieri o di oggi, cui dedicare una via, una piazza o comunque un luogo che rappresenti il loro ricordo: maliziosamente posso far presente che i libri, come il presente, ci sono anche per questo…




Ricordi di levatrici nel Veneto. La savia co-madre che allevia gli affanni del parto

Tra le intitolazioni toponomastiche femminili dei comuni, la figura delle levatrici con condotta, riceve riconoscimento e ricordo. È una figura sociale importante quella della levatrice, tra le più antiche della storia, il cui ruolo e considerazione ha sofferto nel tempo fasi alterne. 

Nell’XI secolo la levatrice diventa la specialista della gravidanza, la sapiente, sia riguardo a gestazioni complesse che a parti difficili. 

In epoca tardo medievale, nel periodo della caccia alle streghe per intenderci, si apre una fase oscura della storia dell’ostetricia e di persecuzioni, mentre nel periodo rinascimentale gli uomini iniziano a manifestare un interesse verso lo studio dell’anatomia femminile. Con il XVII secolo, il genere maschile entra ufficialmente nell’ambito dell’assistenza alla gravidanza e al parto che cessano così di essere considerati eventi sociali trasformandosi in questioni mediche, dove gli uomini insegnano alle donne l’arte dei parti, soppiantando ufficialmente la sapienza femminile.

È in questo periodo che la Repubblica di Venezia dà rilievo professionale alla categoria delle sue mammane, tanto da essere annesse al Collegio dei medici, a condizione che sostengano con esito positivo un esame di idoneità davanti a un medico del Magistrato della Sanità e a due levatrici esperte e riconosciute. Successivamente viene imposta anche la partecipazione a lezioni teoriche e pratiche e lo studio, come primo testo, del libro La commare o raccoglitrice, del medico Scipione Mercurio. Altri testi apparvero successivamente, nei quali non solo di questioni mediche si trattava, ma di un complesso di comportamenti e azioni che le commari-levatrici dovevano adottare sulla scorta del prontuario dell’arte ostetrica.

Oltre alle professioniste levatrici-ostetriche che superano l’esame, esistono le levatrici di fatto, donne che con conoscenza ed esperienza aiutano e assistono a partorire altre donne. Esiste a questo proposito una illuminante pubblicazione dal titolo Le levatrici a Battaglia dal XVII al XIX secolo, in cui l’autore, Luciano Donato, individua i nomi di 211 levatrici nei registri della parrocchia di Battaglia (PD), dal 24.11.1607 al 12.8.1871, donne che hanno dato assistenza a un solo parto, a due parti, fino al record di 948 parti nel periodo tra il 1846 e il 1871 raggiunto da Adelaide Simonetto. 

Esistono pertanto le levatrici autorizzate e quelle tollerate come Anna Pauletti Rech, nata il 25 marzo 1831, che a Pedavena (BL) aveva imparato ad assistere le partorienti da Corona Spada, altra mammana tollerata. Anna emigrerà con la famiglia nel 1876 in Brasile, dove metterà la sua sapienza a servizio delle donne emigranti, restando spesso lontana da casa per giorni per i parti più impegnativi. La zona dell’insediamento della sua comunità, nel Rio Grande do Sul, prenderà il suo nome. Il comune di Pedavena la ricorda con l’intitolazione di una scuola elementare e il comune di Seren del Grappa con un vicolo.

Foto 1. Seren del Grappa

Le levatrici vengono ricordate con molto affetto e stima dalla cittadinanza. Non di rado si trovano dipendenti comunali, quando telefoniamo per avere informazioni e dati sulle loro vite, che si ricordano di loro e a volte dicono: “mi ha fatto nascere!” con un senso di orgoglio.

Foto 2. Loria

Tra le levatrici ricordate nel nord-est c’è Maria Fontana a Loria (TV), classe 1885 che ha vissuto fino al 1970, Regina Moro, classe 1896 che ha lavorato a Curtarolo, Onorina Scanferla, classe 1912, vissuta a Bagnoli di Sopra, Nella Rezza, classe 1916 vissuta a Limena, comuni nella provincia di Padova. 

Foto 3. Curtarolo

Tra le curiosità troviamo che Onorina Scanferla e Nella Rezza hanno partecipato allo stesso concorso per il posto di ostetrica condotta per la provincia di Padova il 28 febbraio 1941 e Nella Rezza piazzandosi 5ª in graduatoria vince la condotta di Limena dove svolgerà la sua attività, mentre Onorina, pur piazzandosi 10ª non vince la condotta. Avrà la condotta di Bagnoli di Sopra.

Foto 4. Limena

Foto 5. Bagnoli di Sopra

Sempre in questa provincia, il comune di Sant’Angelo di Piove di Sacco intitola nel 1998 una via alla Cavalier* Maria Artusi, classe 1902, da poco scomparsa, per la professione svolta per oltre 40 anni di ostetrica nel comune e per i valori sempre dimostrati nella sua attività di solidarietà e assistenza alle partorienti, con il suo agire e la sua vita è entrata nel patrimonio della memoria collettiva come viene attestato dalla delibera di intitolazione della via.

Foto 6. Sant’Angelo di Piove di Sacco

Tutte le levatrici fin qui ricordate hanno vissuto lungamente e tra i motivi che possono contribuire a ciò si ritiene sia la soddisfazione nel proprio operato. Eloquente è quanto ha dichiarato in una recente intervista di Giusi Fasano a Maria Pollacci, classe 1924, vivente a Pedavena, 

«se voi aveste idea di quanto sia stupendo quello che faccio quando assisto un bambino che viene alla luce, sapreste come so io che la mia è una missione, che quando sono lì davanti a un esserino che sta nascendo non sto lavorando. Sto amando. Ci vuole amore, passione, professionalità. Non mi è mai morto un bambino e ormai, con la pratica che ho, capisco subito se è il caso di andare in ospedale, come ogni tanto succede» (articolo pubblicato il 9.2.2017 da Corriere.it). 

Sì, perché l’ostetrica del bellunese dal 3.9.1945 al 13.01.2017 ha fatto nascere 7642 tra bambine e bambini.

Ma ha anche un’altra particolarità Maria Pollacci, nel 1961 fece nascere un bambino, chiamata dal circo appena arrivato in paese a Cles, e con il neonato in braccio scortata dal domatore, lo presentò al pubblico dalla gabbia dei leoni, come fosse una cosa normale, riscuotendo un lungo applauso.

Ma la levatrice non assiste solo al parto, accompagna la donna in gravidanza, insegna alla puerpera come maneggiare la nuova creatura venuta al mondo, dà consigli igienici e sanitari, indicazioni su cosa mangiare, sul riposo, consola e rincuora, segue nella crescita chi ha aiutato venire alla luce. 

Così si hanno delle caratterizzazioni di levatrici come Elodia Cecuta levatrice del comune di Marano Lagunare (UD), paese di pescatori molto carino da visitare, che entrata nella storia del paese, non solo con l’intitolazione di una via, ma la si ricorda anche nel sito del comune http://www.comune.maranolagunare.ud.it/index.php?id=14345&L=0 nella pagina dedicata in dialetto a “Le Done Maranese” dove Bruno Rossetto racconta di quando era piccolo e aveva bisogno di fare delle punture “ricostituenti”, punture che gli faceva regolarmente Sora Ludia e al momento di pagare la prestazione con i soldi che la mamma gli aveva dato, Elodia Cecuta diceva al bambino “benedetto figlio, va a casa e salutami tanto tua madre!”. Nel periodo del fascismo, l’importanza sociale che Elodia aveva per la professione svolta, era vista con fastidio. È morta povera, anche se le donne del posto la ricordano signora perché ha aiutato tutte e tutti. Le donne che l’hanno conosciuta, ogni volta che leggono il suo nome segnato sulla strada oltre le saline, pensano che il Comune abbia scelto una strada larga e grande, così com’era largo e grande il suo cuore.

Foto 7. Marano Lagunare

Come non ricordare, a questo punto, il film di Luigi Comencini del 1953 Pane, amore e fantasia con la figura di Annarella, la levatrice che, nell’immediato dopoguerra, quando ancora il parto avveniva in casa, ha una condotta che non finisce mai, rispettata e stimata nel paese del centro Italia?

A comprova di quanto le levatrici siano parte del tessuto sociale e della storia dei luoghi, almeno fino a quando si partoriva regolarmente in casa, sono gli articoli di giornale sulla scomparsa dell’ultima levatrice del paese come Flora Mucchietto, spentasi il 22 agosto 2014 all’età di 92 anni che ha fatto nascere centinaia di bambine e bambini tra Montegaldella, Grisignano di Zocco e Cervarese, nota anche per la sua trattoria a conduzione familiare, o Genoveffa Girardi, levatrice comunale di Santa Lucia di Piave per 31 anni, deceduta nel 2015 a 91 anni, amata da tutto il paese che ha fatto nascere anche l’ex sindaco. È stata un vero punto di riferimento in un periodo di trasformazione del territorio da società prevalentemente agricola a sviluppata industrialmente, a ridosso dell’istituzione del Servizio sanitario nazionale avvenuta nel 1978.

O ancora Alia De Nardo, morta a Tricesimo (UD) il 4.9.2017 a 101 anni, i cui tre figli erano cresciuti vedendola uscire di casa a tutte le ore, con la valigetta nera piena di ferri misteriosi, e avevano imparato a riconoscere nella luce dei suoi occhi, al rientro, la meraviglia della vita. Levatrice del paese, importante quanto il sindaco o il parroco, Alia De Nardo ha lavorato a San Vito, Pozzuolo, Treppo Carnico e Ligosullo.

L’affetto che i territori esprimono nei confronti delle levatrici è la testimonianza della legittimazione sociale verso chi ha svolto questa professione con tanta competenza, costanza, passione e dedizione, in un passato improntato alla socialità, quando ancora si partoriva tra le mura domestiche, rispetto all’attuale sopravvenuta esasperata medicalizzazione degli eventi quali la gestazione, la nascita e il puerperio che, se da una parte garantisce il minor tasso di rischio, dall’altra estranea dal contesto sociale di cura gli eventi. 




Roma – E la scuola impara. Un giardino autogestito per Rosa Luxemburg

Il cortile di una scuola è un luogo insolito per un’intitolazione a una donna. E invece nel Liceo classico Socrate di Roma il giardino interno è stato dedicato a Rosa Luxemburg, importante filosofa tedesca e militante comunista del primo Novecento.

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L’esistenza di questo giardino è frutto di anni di lotte studentesche per una gestione della scuola più democratica e partecipativa e meno autoritaria e coercitiva. Il giardino, liberamente accessibile fino al 2010, è stato chiuso senza che le motivazioni fossero mai rese pubbliche.

Nel frattempo, dopo decenni di politiche devastanti e tagli che hanno svenduto la scuola pubblica, il governo Renzi e la ministra Giannini hanno varato una riforma che trasforma gli istituti scolastici in aziende di cui il/la preside è un/a manager con pieni poteri e dove al tempo stesso le famiglie costituiscono la clientela da assecondare e le/gli studenti la manodopera a basso costo per i privati. L’elemento più eclatante della «Buona Scuola» porta il nome di «alternanza scuola-lavoro»: pena la non ammissione all’esame di Stato, i ragazzi e le ragazze sono costrette a lavorare gratis per enti, principalmente privati ma non solo, i quali potranno così assumere meno lavoratori o lavoratrici retribuite.

Al Socrate la lotta nazionale contro la Buona Scuola si è unita a quella interna per la partecipazione democratica nei processi decisionali e soprattutto per la sicurezza e l’agibilità, in una struttura che ospita circa 950 studenti su 650 posti disponibili. Tra i vari temi rivendicati dalla componente studentesca vi era proprio la riapertura del cortile interno, ottenuto in seguito all’occupazione dell’autunno 2017. Protagonista di queste lotte è il collettivo politico Galeano, che ora si occupa autonomamente di gestire il giardino.

L’8 marzo 2018, in occasione della giornata delle donne, i ragazzi e le ragazze del collettivo Galeano hanno usato l’intervallo tra le lezioni per affiggere lo striscione che dedica il giardino da loro ottenuto alla rivoluzionaria tedesca uccisa nel 1919 dalla polizia del governo socialdemocratico della Repubblica di Weimar.

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«Marx lo amo ma non è sufficiente – spiega uno dei militanti di Galeano – invece Rosa Luxemburg l’abbiamo scelta perché lei, come filosofa e come letterata, parla non solo dello Stato ma della bellezza dell’essere umano a tutto tondo. Ed è importante anche perché è stata una donna, filosofa della politica e martire in un’epoca in cui raramente le donne ricoprivano questi ruoli e si esponevano nella società.»

Rosa Luxemburg, uscita dal Partito Socialdemocratico Tedesco per dar vita al movimento spartachista nella Germania distrutta dalla prima guerra mondiale e umiliata nei trattati di pace, fu la prima interna al Comintern a criticare l’autoritarismo leninista sostenendo il diritto delle masse all’autodeterminazione e contestando il ruolo egemone del partito bolscevico costituito da pochi professionisti di una Rivoluzione che si sarebbe presto trasformata in dittatura. Lei, insieme a Karl Liebknecht, guidò l’insurrezione di Berlino che portò alla fine della guerra. I suoi scritti sono pilastri del pensiero comunista e della storia del movimento operaio europeo e la sua figura non è meno importante di persone a lei contemporanee ma molto più celebrate come Antonio Gramsci o Friederich Engels. Pur non rinnegando lo storicismo dialettico alla base del pensiero marxista, la sua fu una delle pochissime voci socialiste a far notare l’importanza della spontaneità delle azioni di lotta nel processo rivoluzionario. Dissidente rispetto alla socialdemocrazia, Rosa Luxemburg sostenne la partecipazione diretta sul modello dei soviet, consapevole che il riformismo e la democrazia borghese non avrebbero mai portato a una vera emancipazione delle masse. Nella sua analisi, inoltre, viene dato molto peso al militarismo, colonna portante del capitalismo e fondamentale per lo sviluppo industriale, che conduce alla conquista di territori non ancora industrializzati le cui popolazioni indigene saranno poi proletarizzate; gli anni in cui Rosa Luxemburg ha vissuto mostrano chiaramente la stretta connessione che lega capitalismo industriale, guerra imperialista e Rivoluzione sociale.

Oggi l’accesso al cortile posteriore del Liceo Socrate le rende omaggio con un grande murale dove al suo volto è accostata la frase «Chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene». L’altro graffito, adiacente alla porta che dà sul giardino liberato, reca scritto «You are now entering free giardino», citando quel «You are now entering free Garbatella» che, per chi sale da via della Villa di Lucina venendo da San Paolo, dà il benvenuto al quartiere popolare e antifascista dove ha sede l’istituto.

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Adelaide. Una vip del Medioevo

Se ne parla in molte cronache benedettine come della “Beata Adelaide”, ma su di lei non risulta alcun processo di canonizzazione. Probabilmente furono le generose donazioni a favore di chiese, conventi e abbazie che fruttarono una solida fama di santità alla contessa Adelaide, grande feudataria dell’XI secolo; anche se forse a spingerla verso queste  elargizioni non fu solo la devozione religiosa, ma la necessità di crearsi una rete di alleati potenti che le garantissero il controllo dei valichi alpini. Di lei d’altra parte si è detto di tutto, che cavalcava meglio di un uomo, vestiva l’armatura e interveniva personalmente sul campo di battaglia in mezzo ai soldati. Per certo sappiamo che governò per trent’anni lo stato dei Savoia da poco approdato in Italia e fu rispettata e amata dal popolo, tanto che la sua figura è diventata quasi leggendaria.

Ma chi era questa donna? Conosciuta anche come Adelaide di Susa o Adelaide di Savoia, nasce probabilmente nel 1016 (la data non è certa) forse a Torino, forse nel castello di Susa (foto di copertina) ed è figlia di Olderico, conte di Torino e marchese di Susa, della stessa famiglia di Arduino.

Nel 1045, ancor giovane ma già due volte vedova – in controtendenza rispetto al suo tempo, quando la vedovanza era una condizione in prevalenza maschile, perché spesso le donne morivano di parto – Adelaide si risposa in terze nozze con Oddone conte di Savoia, figlio di Umberto Biancamano, capostipite della famiglia d’Oltralpe. Matrimonio importante, dal momento che la sposa reca in dote un vasto territorio di confine che comprende la Valle di Susa, Torino e il Canavese e permette al giovane e ancora oscuro casato savoiardo il controllo di importanti vie di comunicazione e, in prospettiva, quell’espansione in terra d’Italia che sarà il suo destino. Il destino personale di Oddone invece è quello di lasciare ancora una volta vedova Adelaide, che si trova così a reggere lo stato per conto dei figli minori: Pietro, Amedeo (che sarà il futuro conte di Savoia) e Oddone. Delle due femmine, Berta andrà sposa a Enrico IV di Franconia, futuro imperatore, mentre l’ultimogenita, che porta lo stesso nome della madre, Adelaide, si unirà giovanissima a Rodolfo di Svevia.

Dal 1060 in poi Adelaide sceglie di governare da sola, dimostrando un’abilità politica di tutto rispetto. Sono i tempi in cui i nascenti comuni e i vescovati mirano a rendersi indipendenti rispetto alle gerarchie feudali, e la contessa gioca fino in fondo la sua partita nel difficile scacchiere politico italiano, che vede anche la contrapposizione tra le due massime autorità del papato e dell’impero. È proprio un episodio di questa contesa, quello drammatico che ha come protagonisti il papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV, a offrire ad Adelaide l’occasione di assumere un ruolo politico di primo piano. Quando nel 1077 l’imperatore scomunicato è costretto a valicare il Moncenisio e scendere in Italia attraverso la via Francigena per tentare l’indispensabile riconciliazione con il papa, è Adelaide, sua suocera, a permettergli di transitare nelle sue terre e poi ad accompagnarlo a Canossa, dove sua cugina Matilde di Toscana ospita il pontefice. Qui Enrico riesce a ottenere il perdono papale grazie al carisma di Adelaide, la cui mediazione è fondamentale. Da quel momento la Marchesa delle Alpi Cozie (così la chiama il popolo) vede aumentare molto il suo prestigio e il fatto di Canossa segna il primo, significativo intervento della Casa di Savoia nella politica internazionale.

Un enigma accompagna l’ultimo periodo della vita di Adelaide. Venuta a conflitto con Enrico IV, che spinge il figlio Corrado a rivendicare il Canavese come erede di Berta, Adelaide, molto anziana per i tempi e sopravvissuta a quasi tutta la sua discendenza, non si sa se malata, stanca e presaga della prossima fine oppure abbandonata dai propri sostenitori, rinuncia alla lotta. Si rifugia a Canischio, sopra Cuorgné, nella Valle dell’Orco, e in questo sperduto villaggio fra le montagne muore in solitudine il 19 dicembre 1091. La sua sepoltura non è mai stata individuata.

 Intitolazione a Pinerolo. Foto di Loretta Junck




Ansa, regina longobarda

Le regine longobarde sono figure poco conosciute; di loro si sa che sono donne la cui condizione è quella di consorte del re, priva di un ruolo definito sul piano formale, senza poteri specifici, né un particolare cerimoniale specificamente riservatole; uno status però in evoluzione, poiché la cultura longobarda assimila rapidamente il concetto della trasmissione del potere per via femminile, uno dei fondamenti della regalità delle donne, e, già nel corso del suo stanziamento in Italia, nel VI secolo d.C.  questo popolo si caratterizza per la funzione chiave svolta dalle sue  regine in tale ambito. Al consolidamento della pratica potrebbero aver contribuito i notabili romani che accettano di collaborare con la monarchia longobarda, eredi non solo delle tradizioni romane, ma anche di quelle dei Goti, che prevedono la prassi della reggenza del potere da parte della madre; un altro fattore importante è la tendenza all’ereditarietà della dignità regia, che si sovrappone nel tempo al criterio elettivo. Le regine longobarde sono attive in ambito religioso e impegnate a favore dei poveri, una funzione tipica di sovrane e imperatrici, derivante dall’estensione della dimensione materna all’insieme dei sudditi. Il nome della regina appare spesso accanto a quello del re in atti e donazioni, mentre il suo mantenimento viene assicurato dalle rendite di alcune proprietà terriere, le “curtes domnae regiae, situate probabilmente presso la capitale Pavia.

Foto 1. Via Regina Ansa, a Brescia

Ansa, ultima regina longobarda, sarebbe nata a Brescia, tra il 715 e il 720, sotto il regno di Liutprando (712-744). In città la sede del ducato è la Curia Ducis (Cordusio), situata appena fuori le mura romane, tra la Chiesa di Sant’Agata, di fondazione longobarda (tra VI e VII secolo), e la Piazza del Mercato.

Foto 2. Cordusio a Brescia, parzialmente demolito negli anni ’30 e ricostruito negli anni ’70 come grande magazzino, da Brescia Vintage (Ugo Allegri) 

In longobardo Ansa deriva da Ans, un nome di dio, e significa divina. Il padre invece, benché Longobardo, porta un nome latino, Verissimo, ed è uno dei nobili più in vista di Brescia, proprietario di molte curtes, e di una splendida abitazione, nella quale fa impartire una certa istruzione ad Ansa e ai suoi due fratelli. Non ci sono pervenute immagini di Ansa, definita da Paolo Diacono nel suo epitaffio “coniux pulcherrima regis” (bellissima sposa del re), ma pare sia una bella donna, alta e robusta, e sicuramente è molto religiosa, giudiziosa nonché istruita.

Il suo matrimonio con Desiderio è presumibilmente da collocarsi all’epoca di Liutprando (712-744), durante il quale la coppia occupa una posizione prestigiosa nell’aristocrazia bresciana. Nel 753 Desiderio, non ancora re, promuove la fondazione di un monastero, voluto soprattutto da Ansa, della cui comunità femminile diviene successivamente badessa la figlia Anselperga o Ansberga.

Ansa riesce a svolgere un ruolo determinante durante il regno del marito (756-774), operando nel tradizionale ambito del culto religioso. Nel 759 e negli anni seguenti è spesso menzionata nei diplomi del monastero e appare come protagonista di quella politica di provvidenza a favore di enti religiosi destinata a consolidare il regno. In particolare fonda i monasteri di Leno (in copertina frammento del portale) e Sirmione e contribuisce a trasformare la basilica dei Santi Michele e Pietro, a Brescia, nella grande basilica regia di San Salvatore, alla cui giurisdizione viene sottomessa un’intera rete di complessi monastici tra Lombardia, Emilia e Toscana, una vera e propria federazione direttamente controllata dal sovrano. La regina ottiene la traslazione da Livorno delle reliquie di santa Giulia a Brescia, rinominando di conseguenza la basilica.

Foto 3. Le reliquie di Santa Giulia, conservate dal 1969 presso la chiesa parrocchiale del Villaggio Prealpino, nel sarcofago dell’altare maggiore

Presumibilmente la regina riesce a giocare un ruolo non secondario nella politica matrimoniale che rafforza, nel contesto europeo, la posizione della monarchia longobarda. Sono storicamente note altre tre figlie di Ansa e Desiderio, oltre alla badessa Anselperga: Adelperga, sposata ad Arechi, imposto come duca a Benevento; Liutperga, che va in sposa al duca di Baviera, Tassilone, e una terza figlia, il cui nome non è indicato dalle fonti del tempo, che invece convola a nozze con Carlo, non ancora Magno, re dei Franchi. 

Quando Desiderio, assediato a Pavia nell’inverno 773–774, viene abbandonato da molti duchi e si arrende ai Franchi, secondo le cronache sia il re sconfitto, sia Ansa sono condotti prigionieri in Francia e rinchiusi in un monastero, a Liegi o forse a Corbi. Esiste tuttavia una tradizione locale che vuole Ansa sepolta nel monastero di San Salvatore a Brescia, in una tomba decorata da mosaici, posta in un grande arcosolio nella navata laterale destra della basilica.

Foto 4. Presunta tomba di Ansa