ITALIA – Muore l’attore Manrico Gammarota. Noi lo ricordiamo così
Barletta città mecenate della cultura, piange uno dei suoi figli prediletti, l’attore Manrico Gammarota, morto suicida all’età di sessant’anni. Il corpo senza vita del noto attore è stato rinvenuto il 10 febbraio scorso a Palo del Colle, paesino collocato nella provincia di Bari. Nato a Barletta l’8 febbraio del 1955, Gammarota era un noto attore cinematografico, autore teatrale e regista. Tra le sue collaborazioni più note vi è quella con Alessandro Gassman che peraltro è stato il primo tra i personaggi di spettacolo a ricordarlo dal suo profilo di Twitter dedicandogli queste parole: “È morto un amico. Aveva un cuore troppo fragile per affrontare l’avventura della vita. Ciao Manrico, grande essere umano“.
Gammarota nel corso della sua carriera artistica ha ricevuto numerosi riconoscimenti di prestigio tra cui
il premio Persefone ricevuto nel 2009 come migliore attore per l’interpretazione dell’opera teatrale diretta da Alessandro Gassman “La parola ai giurati”, nel 2010 ottenne il premio alla critica per la rappresentazione “Roman e il suo cucciolo” sempre con la regia di Gassman. Grazie alla sua esperienza e al suo talento ottenne il ruolo di direttore artistico del Teatro Curci situato proprio nella città che gli diede i natali.
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Dipartite: dopo Pino Daniele, Rosi e Anita Ekberg
Ci sono immagini, suoni e parole che rimarranno impresse nella mente di milioni di persone,poiché chi le ha interpretate le ha rese eterne. Il 2014 ha portato via con sé personalità conosciute tra cui il cantante Giuseppe Mango, morto stroncato da un infarto, durante il concerto che stava tenendo al Pala Ercole di Policoro, in provincia di Matera, gli attori americani Robin Williams e Philip Seymour Hoffman, il premio nobel per la letteratura Gabriel García Márquez,La bimba prodigio di Hollywood Shirley Temple, e l’attrice nazionalpopolare Virna Lisi.
Il 2015 non ha compiuto il suo primo “complemese”, ma ha già visto tre importanti personaggi di fama mondiale spegnersi lasciando in chi li ha sempre sostenuti e amati un vuoto incolmabile caratterizzato da grande incredulità,perché alcune persone sembrano immortali. Il 4 gennaio, il cantautore partenopeo Pino Daniele che attraverso canzoni come Napule ha reso onore alla sua città è stato stroncato da un infarto.
Il 10 gennaio è deceduto il regista Francesco Rosi, profondo innovatore del linguaggio cinematografico e fautore di un grande impegno sociale e politico, ha prodotto film quali: Il caso Mattei e Le mani sulla città. Il suo operato ha ispirato registi del calibro di Coppola e Scorsese. Esemplare e degna di rispetto è stata l’iniziativa promossa dalla figlia di Rosi, Carolina che ha invitato sostenitori e amici attraverso il suo necrologio pubblicato sul quotidiano “Il Corriere della sera” a non rendere omaggio a suo padre mediante dei fiori, ma con “la solidarietà agli immigrati”. Dopo sole ventiquattro ore si è spenta Anita Ekberg, meglio conosciuta come la femme fatale dalla chioma color oro che con andatura elegante interpretò la scena girata nella fontana di Trevi del film “La Dolce Vita” di Federico Fellini.
Resta un’incognita sulla sorte dell’ex presidente cubano Fidel Castro; c’è chi sostiene la sua dipartita, chissà se questa tesi sia veritiera e se anche lui abbia sette sosia pronti a sostituirlo.
In Her l’inganno della solitudine
Di K.S.
Se inganni, inganna la morte, dice un proverbio irlandese.
L’ inganno della solitudine è il filo rosso che Spike Jonze ci regala in HER. La genialità della contemporaneità che il regista americano (ha diretto Be John Malcovich) raffigura attraverso un continuo di piani sequenza fatto di selfie e panoramiche su città futuribili, dove regina indiscussa è la tecnologia di un mondo prossimo ad essere.
Tra sguardi malinconici su panorami metropolitani dipinti di verde e di grigio come la pellicola degli anni 70, gente distratta e veloce s’aggira per strade e palazzi vestita di pantaloni, girocollo e camicie colorate di giallo e arancione, come fossero quelle si, l unica nota vivace di quotidianità ripetitive e piatte, dentro appartamenti magnifici con viste mozzafiato. Per delegare poi la nostra fantasia ad ologrammi che si agitano discreti in salone, al posto della televisione e del caminetto. Joaquin Phoenix il protagonista sul cui primo piano il film campa e si giustifica, per vivere scrive lettere d amore, per chi non può farlo, per chi non è capace come un antico scrivano dentro un’ abbazia di vetro o ai bordi di una stazione ferroviaria. Theodoro è bello e triste, è buono e asociale. Tutto è concesso in questa modernità tecnologica tranne la realizzazione fisica del desiderio che si nasconde inevitabilmente nella perfezione di una normalità che pure è fatta ancora di gite al mare tra amici, di divorzi dolorosi e di separazioni inevitabili. L’amore allora diventa una voce, accudente e attenta, presente ma distante, eterea, tanto da esistere e consistere se non in quella, una voce senza corpo senza odori senza gesti senza sguardi alla quale si può finanche rimproverare un sospiro. Come gli amori reali anche l’amore virtuale se ne andrà, finirà di esistere nella sua non esistenza reale, come se anche l ultimo baluardo di speranza di potere finalmente avere un amore in tutta quella solitudine, sia appunto un abbaglio, fatto di ricordi che rimandano solo a te stesso. Ma non è forse così, sempre? La virtualità delle relazioni prende forma in una realtà bucata, nella incolmabile solitudine sentimentale, quella si, senza tempo. Theodoro abbandonato a quel punto fa l unica cosa concreta e reale s affaccia sui tetti della città illuminata con la sua amica, anch’ella in preda alla devastazione abbandonica prima reale, il marito la lascia per farsi Monaco buddista, poi virtuale, quella con la voce di un’ amica che esiste soltanto in un suono fatto da algoritmi, e restano lì, insieme, seduti su un tetto a guardare il mondo, quel mondo che seppure ingrato e lontano è l unico dato, e per i tanti modi attraverso i quali lo si possa rappresentare, reale. Se vivi, possa tu vivere per ciò che sei, nella tua fallace contraddittoria insostituibile tangibilità, perché niente e nessuno può sostituirsi e sostituirci nell’ineffabile avventura del rapporto umano fatto, quello si, di stupidi abbracci, di inevitabili baci.