‘Gatta Cenerentola’, dal ventre di Napoli del domani (o di oggi)

Il bouquet di iniziative volte a promuovere la cultura italiana all’estero da quest’anno potrà contare anche sull’omaggio alla sezione cinematografica. Dal 21 al 27 maggio, cento città ospiteranno ‘Fare cinema’, la rassegna frutto della collaborazione di molteplici attori (tra cui il MIBACT, la rete consolare e gli Istituti italiani di cultura), dedicata alle professionalità che si muovono in questo ambito.

Barcellona, presso lo storico Cinema Verdi, ospita la prima edizione all’insegna della tradizione napoletana: ‘Loro di Napoli’ raccoglie dieci lungometraggi legati alla città partenopea.

La proiezione dell’unico lungometraggio animato, Gatta Cenerentola (2017, Rak/Cappiello/Guarnieri/Sansone), viene presentato dal direttore dell’Istituto italiano di cultura e dalla Console Gaia Lucilla Danese. Per il senso della nostra rivista, non è fuori luogo rilevare come la Console abbia parlato di attori e attrici, registi e registe, sceneggiatori e sceneggiatrici e così via, oltre che a definirsi, appunto, ‘la’ Console.

In veste di ambasciatore culturale per l’evento e portavoce della produzione del film, interviene in sala il musicista e compositore napoletano Antonio Fresa che, con Luigi Scialdone, ha curato le musiche del lungometraggio.

Fresa introduce il film come il richiamo a un archetipo – quella della donna sulla via dell’emancipazione – presente in quasi tutte le culture; in occidente, la prima versione scritta si colloca proprio in ambito partenopeo, per opera di Giambattista Basile (1634).

Il film – una favola per adulti – è disseminato di rimandi e citazioni colte o pop, tanto che seguirle tutte trasformerebbe il film in gioco intellettuale (a partire dal nome del padre della protagonista, Vittorio Basile, un omaggio allo scrittore e a De Sica, ma anche per alcuni dettagli come il look di un personaggio minore per cui non ho potuto evitare di pensare a Tomas Millian).

L’anima del film, veicolata dalla complessiva eccellenza tecnica, sta proprio nella musica, naturalmente legata a doppio filo con la tradizione, ed eseguita dal fiore della scena musicale napoletana (tra gli altri, Daniele Sepe, Foja, Di Bella); è la musica che ha creato i personaggi, come ribatte Fresa cui avevo esternato la mia meraviglia per essermi emozionata per canzoni le cui performance sono affidate a personaggi malvagi (un esempio: https://www.youtube.com/watch?v=e3D5-ob5IzU). Fresa afferma che, per quanto riguarda i film di animazione, le musiche in un certo senso precedono la versione finale dei personaggi e questo spiega anche quel contrasto che non è una contraddizione, è arte. Rappresenta, insomma, nel caso di cui sto parlando, quell’attitudine artistica che trascende anche la morale.

‘Gatta Cenerentola’ è una distopia in cui la città è la prima grande protagonista, una città sempre più in preda delle speculazioni edilizie e dell’inquinamento, costantemente contesa tra chi le vuole bene e cerca di agire per il bene comune, e chi la impaluda nel malaffare. La storia ruota intorno a Mia, la gatta Cenerentola, figlia di Basile, imprenditore ricco e dalle buone intenzioni che soccombe all’invidia e ai piani diabolici di Salvatore Lo Giusto, supportato dalla donna appena sposata dall’imprenditore, Angelica. In una Napoli che va ingrigendosi e contaminandosi, la storia si svolge in una grande nave, inizialmente concepita da Basile come una sorta di navicella della scienza e della tecnologia ma anche come memoriale, progetto destinato a fallire subito: la concordia tra passato e futuro diventa subito per la bambina rimasta orfana una prigione, e un sogno svanito per la città. I fantastici ologrammi che animavano la nave prima del fatto di sangue, diventano proiezioni del passato cui Mia, in realtà, non riesce a sfuggire. La bambina cresce e si trasforma in una bellissima adolescente; quindici anni dopo, quindi, ritroviamo gli stessi personaggi: Primo Gemito (doppiato da Alessandro Gassman), fedele collaboratore di Basile, torna per riscattare Mia; Salvatore Lo Giusto è diventato un criminale arricchitosi col traffico di droga, col fedele supporto di Angelica, l’ereditiera della nave che aspetta instancabilmente di coronare il suo sogno d’amore con lui. Se è vero, come dice Fresa, che la rivisitazione della trama sta nel fatto che l’archetipo viene aggiornato nel punto in cui una donna non deve più aspettare di sposarsi per emanciparsi, è Angelica, la cattiva, il vero motore femminile del film, o per lo meno la sua volontà di potenza la rende tale: come Lo Giusto è a capo di un piccolo esercito di criminali all’inseguimento di soldi e di potere, così Angelica lo sostiene con un piccolo esercito di soldate, figlie sue, un gruppetto diabolico in cui spicca Luigi, una transgender (recuperando la figura dei femmennielliintrodotti nella versione teatrale a firma di De Simone del 1976). Le figlie non esitano a prostituirsi e a uccidere per compiacere i disegni della bellissima e perfida madre. Il clan di Angelica umilia e maltratta Mia, fin quando la matrigna capisce di aver perso tutto, compreso il fiore della giovinezza, a rincorrere un sogno d’amore non ricambiato. Finalmente, Angelica si risolve per un atto di libertà estremo, e spingerà Mia a fare lo stesso, ma in modo diverso. L’emancipazione, pur lungo un cammino di passioni torbide e violenza, avverrà per mano di una donna. Passato e futuro avranno una chance per ritrovare il loro corso e lo snodo coglierà le due donne entrambe in abito da sposa, dono non ricevuto per questo scopo, come merli liberati dalle loro gabbie e liberi di tornare a cantare.

Qui il trailer. https://www.youtube.com/watch?v=lwRM12OiZK8




Maria by Callas, il documentario su Maria Callas

Il titolo del documentario diretto da Tom Volf risulta estremamente indovinato dato che sovverte l’ordine di apparizione pubblica delle ‘protagoniste’ mandando avanti la donna che emerge dietro l’artista, la vita dietro la proiezione artistica, il sentimento dietro la musica.

Questo è, sì, ammettere che Maria Callas fu effettivamente, molto per scelta, due donne, l’una indissolubilmente legata all’altra senza ipocrisia.

Il documentario affida quasi completamente la narrazione alle testimonianze audiovisive di repertorio, mentre Fanny Ardant recita le memorie e lettere private scritte dalla diva; ma la voce principale è quella di Maria che racconta se stessa e la sua versione da artista. Se, quindi, a primo impatto la storia sembra soffrire dell’assenza di una traccia narrativa esterna, via via si apprezza questo lavoro che non può più definirsi categoricamente biografico perché sembra autobiografico, certamente pensato con amore e sensibilità.

Seguendo la vita della soprano statunitense, si scorgono fin dalla prima infanzia una dedizione e una rigorosa disciplina che saranno caratterizzanti il percorso di Callas, come anche confermato da Elvira de Hidalgo, l’adorata maestra e amica.

FOTO 1. Locandina

Conflittuale il rapporto con la maternità: da una parte, l’influenza di una madre austera e anaffettiva, che spingerà una giovanissima Maria verso il canto (e, a questo riguardo, risultano soprendenti alcune considerazioni circa la dovuta libertà e spensieratezza che Callas riteneva dovessero essere accordate all’infanzia e all’adolescenza); dall’altro, una maternità mai realizzata e sacrificata alla carriera (‘Credo che il destino di una donna sia la famiglia, il mio ero diverso e non ci si può opporre al proprio destino’).

Sullo schermo, la donna che è riuscita a riproporre la figura della prima donnanelle sembianze di una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, è sempre sorridente, risulta a volte impenetrabile, salvo poi ritrovarne un’umanità nelle parole che rivelano un pensiero rigoroso e controllato ma altrettanto autentico.

La divisione tra la donna e l’artista si risolve nella musica, nel vincolo d’amore tra il sentimento, l’emozione e l’interpretazione che ne segue (‘per me la musica è un tentativo di toccare il cielo’). A volte sembra che la scissione assunta come tale sia stata anche necessaria alla donna per sopravvivere all’altra parte. Drammatico, in alcuni momenti, il rapporto col pubblico che alla diva non perdona i naturali limiti della donna, come nel caso del linciaggio mediatico a seguito dell’abbandono della scena durante la Norma, a Roma, nel 1958, che più in là Maria commenta con un semplice, disarmante: ‘avevo solo una bronchite’.

Definita spesso turbolenta (ma a David Frost che la sta intervistando sgrana gli occhi e dice: ‘Non sono sicura di capire cosa intende per ‘turbolenta’), ma di suo restia alle definizioni, dopo questo primo difficile confronto col pubblico affina la già poderosa arte dell’autocontrollo, anche durante e dopo la celeberrima relazione con Onassis. Se nei riguardi del primo marito, Meneghini, Callas avverte una crescente insofferenza perché a suo avviso troppo concentrato sulla Callas e molto poco su Maria, con Onassis sembra che abbia provato l’irrinunciabile felicità di poter essere se stessa. Nella speranza di sposarlo, rinuncia alla cittadinanza americana a favore di quella greca per motivi legali, che però appare anche come un casuale ma potente tentativo di ritorno alle origini. Tradito, come è noto, dalla scelta dell’armatore greco di sposare Jacquline Lee Bouvier Kennedy.

Nel film Diana, Hasnat Khan afferma che il cuore umano può essere colpito da danni irreversibili e che questo era il caso di Maria Callas, morta di crepacuore. E allora, se si pensa alla morte ravvicinata di Maria e Onassis, queste parole possono avere un senso. Non solo il tradimento, non solo gli allontanamenti l’hanno abbattuta; forse la morte dell’amato, degli amici cari (tra cui Pasolini che l’aveva resa Medea), forse quella stanchezza che sentiamo spesso nominare: ‘Ho onestà e integrità, ma per l’onestà e l’integrità si paga un prezzo molto alto’.

Il documentario risulta emozionante anche per la bella selezione di performance proposte. E, a fine proiezione, emergerà forte la percezione dell’irresistibile sensazione di calore che investe il pubblico dal primo fotogramma e che proviene dalla voce di Callas, e non solo quando canta. Una voce immortale, calda, vibrante, divina e umana insieme.

Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=9D__T-88hZY

Foto 2. Callas e Pasolini




Gli Oscar e i nostri tempi

È veramente sorprendente come le ultime rappresentazioni cinematografiche abbiano significativamente puntato l’attenzione sulla questione delle relazioni in ottica di genere, e in particolare sul tema della violenza contro le donne nelle varie espressioni.

Un numero significativo di film che proprio in questi giorni si contenderanno l’ Oscar può essere letto come una sorta di prontuario di peccati capitali contro le donne; il fenomeno ha particolare valore se si pensa che le pellicole sono state girate un momento prima dell’emersione dello scossone – massiccio e globale – del #MeToo. Sembra quasi che il cinema abbia avvertito un cambiamento di atmosfera con la lungimiranza e la sensibilità propria di un dispositivo culturale in ottima salute. Certamente la storia del cinema è costellata di esemplari dedicati alla denuncia o alla riflessione sul tema (per citare i più recenti: Suffragette, Il diritto di contare, La battaglia dei sessi e anche il discusso e mediocre Madre!), ciò che sorprende è la concentrazione proprio in questo momento storico.

La peculiarità, inoltre, risiede nella particolare configurazione della messa in scena: la vicinanza all(a) questione(i) da un punto di vista specifico nel genere si specifica ulteriormente attraverso un approccio intersezionale. Il respiro che domina è quello sì  passibile di letture femministe, ma ampliato da una caleidoscopica visione sulla diversità: nella carrellata che segue, emerge ciò che si pone dall’altra parte rispetto al modello (finora) dominante del bianco, maschio, ricco. E per rendere questa rottura si sceglie soprattutto di guardare indietro, verso un passato neanche troppo lontano ma che si riconosce come distante dall’assenza, per esempio, non della tecnologia ma del suo abuso, mentre si veicola una nostalgia verso le radici autentiche di ciò che ha fatto nascere la stampa, o il cinema stesso.

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The post (Spielberg) è in sé anche un elogio alla stampa ai tempi della macchina da scrivere, della modalità e dei ritmi diversi della ricezione e trasmissione delle notizie. Emerge, anche, un’accuratezza e un’attenzione circa le fonti sulla cui importanza, in piena post verità, è necessario riflettere in merito alle questioni di potere e della costruzione del senso civico (‘la stampa serve chi è governato, non chi governa’). E, in questo senso, appare più ardua la lotta condotta dalla direttrice dello storico giornale di Washington contro la cessione di poltrone, di potere o orientamento, in seno alla gestione del giornale, per la sua sopravvivenza. È una storia vera: Katharine Graham (Maryl Streep) viene colta nel 1971 nei suoi sforzi di mandare avanti The Post mentre esplode il caso dei Pentagon Papers, una mole di documenti governativi che attestano la precoce consapevolezza, quasi scientifica ma comunque sempre dissimulata alla cittadinanza, del fallimento dell’intervento degli Stati Uniti in Vietnam. Il racconto si concentra quindi sulla figura di una donna che, posta a capo del giornale quasi per caso, deve difendere la sua credibilità contro la sfiducia di un entourage – tutto maschile, l’enorme macchia nera degli eleganti abiti degli uomini tra cui svetta sempre l’attrice vestita di colori chiari – che sta sempre a ricordarle, più o meno tra le righe, quanto non sia all’altezza, facendo anche mansplaining. La rappresentazione della sfiducia passa per la bravura di Streep che rende in suo personaggio spesso incapace di parlare, ma che poi – supportata da altre donne, personaggi minori, adeguata rappresentazione della forza spesso sotterranea di chi storicamente è rigettata nelle retrovie – trova in sé la forza della rivoluzione, che non bisogna temere e nel cui effetto domino bisogna sperare.

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‘Se non facciamo niente, neanche noi siamo umani’, dice Elisa Esposito (S. Hawkins), protagonista della Forma dell’acqua (Del Toro), una favola moderna ambientata nel 1962, che pecca qua e là in semplificazioni ma che recupera il senso dell’amore, capace di assumere la forma di chi lo dà o lo riceve, come recita la poesia che chiude il film spiegando il senso del titolo. Elisa è muta (ritorna anche qui il tema della non dicibilità), è caratterizzata da una straordinaria capacità creativa (vive in una casa iperpersonalizzata proprio sopra un cinema, elemento che ne traduce l’omaggio) e ha una bella rete di amicizie, con ‘diversi’ come lei: una donna di colore (O. Spencer) e un artista omosessuale, con cui condivide l’ostracismo sociale. Lavora in un laboratorio governativo come addetta alle pulizie, dove un giorno arriva una strana creatura dai poteri straordinari – il ‘monstrum’ – che, come Frankestein (riferimenti letterari, cinematografici e biblici ricorrono numerosi nel film), si rivelerà capace di apprendimento intellettivo e sentimentale-relazionale e di cui Elisa si innamorerà, ricambiata. Segue il caso della strana creatura un colonnello violento (M. Shannon), il suprematista che fonda la sua formazione sul pensiero positivo, legittimando il suo potere in quanto ‘immagine e somiglianza di Dio, io più di voi’, e che molesterà Elisa sul posto di lavoro. Il film si apre con una scena di autoerotismo della protagonista (come in American Beauty…) che coglie il cuore del film: il desiderio (forse l’assunto che anche  i/le ‘divers*’ concepiscono il desiderio andrebbe cambiato in: tutt* concepiamo il desiderio).

 Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh) è un film fuori dall’ordinario. L’azione si svolge interamente in un piccolo paesino dove tutti si conoscono, un’ambientazione e un’atmosfera alla Twin Peaks, per capirci. Nulla è spettacolare, e anche lo scabroso omicidio da cui la storia prende le mosse (il caso Angela Hayes, la figlia della protagonista – F. McDomarnd – ‘raped while dying’) è ridotto al minimo nella sua rappresentazione. Tutto è molto sintetico ed essenziale. Il punto è che rispetto a Twin Peaks, il pubblico non deve arrivare alla conclusione sconcertante che il male è tra noi, in noi, nei nostr* immediat* prossim*: siamo ormai tutt* smaliziat*, lo sappiamo, nessuna cittadina da scandalizzare, e con essa il mondo intero. Allora cosa resta? Il film parla della violenza nelle sue declinazioni razziste, sessiste, omofobe, classiste e riguardo le disabilità. Con pennellate veloci, con durezza e grazia allo stesso tempo. Quello che resta è che la massima ‘la violenza porta altra violenza’, verificata negli eventi della prima parte del film, si stempera nel suo contrario: ‘l’amore porta amore’. E questo lo rende un film quasi rivoluzionario. I personaggi sono l’anima di questo lavoro, caratterizzati straordinariamente anche quando solo abbozzati. È attraverso di loro che si intravede questo miracolo, nel cambio delle relazioni umane che da essere terribilmente compromesse riscoprono la speranza di un’alternativa possibile di relazionarsi attraverso il dialogo (e molto spesso attraverso un dialogo comico). La fine è sorprendente, lascia di stucco, e qualsiasi altro finale sarebbe stato inopportuno.

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Io, Tonya (C. Gillespie), è un film sulla(e) verità, sull’ambiguità tra odio e amore, sulle condizioni materiali (povertà, status) attraverso la vita della pattinatrice Harding (interpretata da M. Robbie), dello scotto da lei pagato per essere stata un’atleta non conforme nel suo essere e per non aver mai corrisposto all’immagine di figlia (e poi di moglie) di famiglia felice. Le relazioni sono al centro: il rapporto violentissimo col marito viene visto attraverso gli occhi di lei, della sua fame di amore e accettazione e della continua ricerca di questo nutrimento nel seme della violenza, precedentemente conosciuta nella famiglia d’origine funestata da una figura materna rigida, anaffettiva e a sua volta violenta. La rabbia è fulcro delle relazioni personali ma anche della sua motivazione sportiva; tuttavia, l’incredibile potenza atletica non viene spiegata con la rabbia, ma al contrario, il film sembra suggerire che il destino mutilato di Harding, come donna e come atleta (l’ombra della brutale aggressione a Kerrigan la condannò definitivamente), avrebbe potuto essere diverso se la sua vita fosse stata più libera da questa emozione.

E se neanche vale la pena di soffermarsi sulla bravura di protagoniste e protagonisti degli altri film (a parte sottolineare come Maryl Streep abbia costruito uno stile recitativo tutto suo che la differenzia da qualsiasi altra perfomance sul grande schermo), bisogna riconoscere la grande maestrìa espressiva di Margot Robbie, che riesce a modulare straordinariamente tutte le emozioni sul suo volto, e in particolare rabbia, costernazione, disperazione: la scena in cui si costringe in un sorriso prima di una gara, le vale un Oscar per riuscire a scatenare nel pubblico,  con quel sorriso stentato, un picco di empatia di incomparabile altezza.

In sala, nessuna delle persone presenti ha abbandonato la poltrona prima della fine dei titoli di coda in cui si proiettano immagini di repertorio della pattinatrice, quasi ad avere conferma alle domande: ma davvero ha realizzato quel triplo axel? Ma davvero ha avuto una vita così terribile?




Io, Tonia. La storia della pattinatrice Harding nella pellicola di Craig Gillespie

Io, Tonya, di Craig Gillespie, ispirato alla storia della pattinatrice Tonya Harding (una Margot Robbie strepitosa), intende sciogliere la sintesi della memoria collettiva circa gli episodi che l’hanno resa famosa, e dare una versione dei fatti che spazia nella storia personale della pattinatrice.

Il film si apre con un discorso circa la verità. Perché?

Harding è ricordata soprattutto per due eventi: per essere stata la prima statunitense ad aver eseguito in gara un triplo axel[1] (precedentemente eseguito dalla giapponese Midori Itō), e per lo scandalo dell’attacco alla rivale Kerrigan (che fu colpita a un ginocchio dopo un allenamento da uno sconosciuto assoldato dal marito di Harding).

Nata in una famiglia disagiata e non agiata, Tonya viene avviata al pattinaggio in tenera età da una madre (interpretata da Allison Janney) il cui unico merito sembra essere stato quello di aver intuito lo straordinario talento della figlia, cresciuta tra umiliazioni e violenza secondo un copione che si ripresenterà nella vita matrimoniale. La drammaticità della storia è bilanciata da un ritmo incalzante e da toni che sfumano nell’ironia.

Lo minaccia della povertà e la confusione affettiva si attaccano all’atleta come un marchio a fuoco: il valore sportivo, fuori e dentro le gare, dovrà sempre confrontarsi con etichette e aspettative. Tonya si presenta alle gare con vestiti confezionati di sua mano, trucco a volte pesante, segue uno stile di vita non proprio disciplinato, beve e fuma (emblematica la sequenza in cui spegna la sigaretta con la lama del pattino): nonostante questo e l’asma di cui soffre, la sua potenza fisica è prodigiosa.

Il pattinaggio è uno sport complesso, in equilibrio tra la grazia della danza, forza muscolare e potenza di salto; le migliori perfomance di Tonya si sono distinte per i movimenti asciutti, potenti ma puliti, mentre la confidenza con i pattini si traduceva nel loro perfetto dominio senza intaccare la partecipazione emotiva dell’esecuzione. Si esprimeva così un amore per questo sport di tale portata che avrebbe potuto salvarla da ogni cosa. Per questo, durante il film si soffre nel vederla temere il tradimento di un laccio, e ancor più quando viene condannata alla squalifica a vita.

Si potrebbe dire che Tonya non è riuscita a far scivolare sul ghiaccio la violenza delle sue relazioni a partire da quella primigenia familiare (‘Volevo solo essere amata’), di non essersi liberata con un salto portentoso del senso di colpa per sentirsi costantemente inadeguata (‘Le botte erano le uniche cose che conoscevo e pensavo fosse colpa mia’):  incredibile il numero di volte in cui, nel film, la si sente chiedere scusa praticamente per tutto.

Richiede indulgenza questa perpetua sollecitazione di rabbia di sfida vista come leva del suo spessore atletico, di cui è convinta la madre: ‘Pattina meglio incazzata’, e paga uno spettatore perché la irriti insultandola prima di una gara. Rabbia con cui Tonya cerca di fare i conti, e che le fa dire alla madre che le rinfaccia il successo: ‘Tu mi hai rovinata’, forse non la migliore traduzione dell’originale inglese: ‘You cursed me’, che suona come una vera e propria ammissione di maledizione.

E poi c’è l’America, alla ricerca di miti da osannare e affossare senza soluzione di continuità e a seconda dei casi, che con la pressione mediatica diventa l’altro aggressore della pattinatrice. In questo senso, un’inquadratura veloce ma piena di significato sulla faccia di O.J. Simpson da una televisione accesa richiama ancora una volta, ma con ben altre nuances, il concetto di divismo e violenza.

Ma qui si ferma il ritratto pietoso per la donna che è stata se stessa, la versione anticonvenzionale di atleta, lontana dai cliché; e torniamo al discorso sulla verità. Recentemente Kerrigan, comprensibilmente in disappunto, ha dichiarato a commento del film: ‘La vera vittima sono io’ (https://edition.cnn.com/2018/01/12/entertainment/nancy-kerrigan-i-tonya/index.html). Perché la verità processuale ha stabilito che Harding ha avuto un ruolo attivo nell’assalto alla collega, e ne ha pagato un prezzo molto alto. Lo sport è l’occasione non solo per vincere, ma per tirare fuori il meglio di sé, e anche, eventualmente, per lottare per un ideale; per questo l’impegno di tutte e tutte è quello di preservare il più possibile integro l’ambito sportivo, perché sia possibile portare avanti battaglie contro quelle ingiustizie da cui neanche lo sport è scevro (vedasi anche il caso straordinario di Surya Bonaly), e per la cui vittoria è l’intera società che gioisce. Col discorso in apertura sulla verità, o meglio, sulle verità, questo film ci accompagna con sguardo umano nella storia di una donna che ha molto sofferto, forse molto sbagliato, e che ha molto pagato, al di là di assoluzioni o condanne.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=CMI7On2C_mA

 

[1] Qui l’emozionante esecuzione originale https://www.youtube.com/watch?v=tIGoWGjetog




Nome di donna: l’importanza di chiamare le cose con il loro nome

Sabato 17 marzo, la Casa del Cinema di Roma ha ospitato la proiezione del nuovo film di Marco Tullio Giordana e la sceneggiatura di Cristiana Mainardi, Nome di donna (https://www.youtube.com/watch?v=WcQREWwm_J8), ispirato a una storia vera di molestie sul posto di lavoro.

La giovane protagonista, Nina (C. Capotondi), da tempo disoccupata, trova finalmente lavoro in una clinica in Brianza, dove si trasferisce con la figlia. Il prestigio apparente che circonda la struttura cela in realtà un odioso circuito di molestie e violenze sessuali, ricatti e umiliazioni, orchestrato dal direttore (V. Binasco) con la connivenza di un’altra figura dirigenziale della clinica, Don Ferrari (Bebo Storti). Nina sporge denuncia a seguito di un approccio sessuale tentato dal direttore nel suo studio, dalla cui finestra l’aveva seguita con sguardo rapace dal primo giorno; la travagliata ribellione della donna porterà alla luce la fragilità di un complesso sistema di omertà, ipocrisia, menzogne.

La forza del film non sta tanto nella vicenda processuale in sé (dopo la proiezione del film, Giordana chiarisce: ‘al di là del finale del film, sappiamo tutti che l’incriminato verrà poi assolto’) ma nello scoperchiare dinamiche distorte lungo un asse di potere verticale e gerarchizzato, come anche su un piano orizzontale di relazioni professionali inquinate: le colleghe di Nina non solo non la sostengono, ma la osteggiano minacciandola. Non è casuale la cornice sociale riflessa dalla protagonista, una ‘ragazza madre’ senza lavoro: in un contesto lavorativo reso precario e incerto come quello in cui viviamo, il lavoro può diventare la leva di un ricatto, specie per le persone più vulnerabili; la dinamica della molestia messa in atto ricorda molto quella della corruzione, tutte e tutti se ne lamentano e vorrebbero estirparla, ma i fatti non incoraggiano chi si ribella, percepito come elemento di disturbo.

Notevole l’impegno di attori e attrici, in primis di Capotondi, dato anche l’alto valore simbolico degli sguardi, forse più che delle parole, in una dinamica dove molto viene taciuto o fatto tacere. Binasco, che ha avuto il coraggio di interpretare un ruolo veramente detestabile, veste l’espressione imperturbabile del molestatore che sa di farla franca. Anche i personaggi minori, però, sono significativi: il compagno di Nina (S. Scandaletti) si cala in un percorso di crescita man mano che la battaglia della ragazza si fa più dura; la figlia e la moglie del direttore rappresentano le ‘altre’ vittime di violenza, quelle a cui è distribuito un carico diverso, ma pur pesante, di vergogna e dolore. Prezioso il riferimento all’avvocata Tina Lagostena Bassi, omaggiata nel personaggio dell’appassionata avvocata Tina Della Rovere (M. Cescon).

Adriana Asti interpreta un’ospite della clinica con cui Nina allaccia un rapporto particolare, e che circa le molestie dice: ‘Prima li chiamavano complimenti’. La frase ha ispirato il dibattito aperto dopo la proiezione del film, ‘Non chiamateli complimenti’, iniziativa proposta da Se non ora quando – libere, con la presenza in sala del regista, della sceneggiatrice, di Maria Serena Sapegno e di Cristina Comencini.

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Cristiana Mainardi commenta: ‘con la crisi economica stanno emergendo nuove fragilità circa la posizione delle donne. Ho riscontrato un portentoso mondo di omertà, di vergogna. Era facile parlare di molestie ma difficile arrivare alle donne che le hanno subite. Non è solo una questione di disuguaglianza, ma anche di potere e accesso al potere’. Sulla stessa linea, Comencini: ‘Questa faccenda è una valanga. È accettato come normale il silenzio delle donne e che gli uomini usino il potere; non c’è il sostegno del mondo della comunicazione, della stampa. Spesso le donne che denunciano subiscono un vilipendio perché hanno aspettato a farlo, come si dice. Nel contesto lavorativo, è bene sottolineare che non sono atti di seduzione, sono atti di potere volti a ricordare alle donne che possono lavorare a patto che siano ridotte in subalternità tramite il sesso’.

Giordana ringrazia la sceneggiatrice per aver dato voce alla vergogna delle donne che non riescono a parlare delle molestie, e prende posizione contro chi concorre a neutralizzare i racconti di violenza banalizzandoli con l’ironia. E conclude: ‘il senso comune è protettivo verso le molestie, è necessaria quella che con un termine un po’ nostalgico definirei una rivoluzione culturale; ma questo avverrà quando la gerarchia verrà vista come una responsabilità e non come privilegio’.

Eterogenei e molto vivaci gli interventi del pubblico in sala, a dimostrazione del fatto che film come questo sono necessari per diffondere rappresentazioni della violenza di genere che siano a portata di tutti e tutte, in un momento in cui tale tema va dibattuto, individuato, misurato e contrastato, perché così sta chiedendo la società.