La donna dietro la principessa: Diana

Diana – la storia segreta di Lady D, è un film del 2013 diretto da Oliver Hirschbiegel, tratto dalla biografia ricostruita da Kate Snell, incentrato sugli ultimi anni di vita della principessa e in particolare sulla storia d’amore tra Diana (impersonata da Naomi Watts) e il dottore anglo-pakistano Hasnat Khan (Naveen Andrews). 

Sarà stata l’immagine del poster, il cui unico scopo sembra dover dimostrare la somiglianza meticolosamente ricercata tra l’attrice e la principessa, già sovraesposta su migliaia di tazze in memoriam  sulle strade di Londra; saranno state le critiche feroci che il film ha incassato, e che hanno portato la stessa Watts a discostarsene con un po’ di imbarazzo; sarà stata la stroncatura dello stesso medico che ha liquidato il film come la versione romanzata e melensa di ciò che – effettivamente – solo lui conosce. Per tutti questi motivi, il film non ha destato particolare interesse. Tuttavia, se è vero che sicuramente la storia si concede qualche pomposità, è anche vero che la questione della somiglianza andrebbe approfondita riconoscendo a Watts una certa bravura – o almeno impegno – nel riproporre sguardi e atteggiamenti che davvero ricordano Diana non per mera imitazione, ma con partecipazione. L’attrice deve aver condotto un vero e proprio studio sulla principessa, basta confrontare l’esercizio della sua mimica con le espressioni di Diana colte durante la famosa intervista alla BBC del novembre del 1995; e se c’è chi ha asserito che il film ritrae una Diana troppo ragazzina, a me ha colpito realizzare, proprio dopo la visione del film, che Diana Spencer è morta a trentasei anni. Naomi Watts è riuscita a strappare Diana da quel ritratto un po’ troppo imbalsamato di donna che non può essere giovane perché l’età, dai suoi vent’anni, le è stata sempre assegnata dai ruoli; e invece no, magari con qualche leziosità, ma sullo schermo c’è una giovane donna di trentasei anni, logorata già da tanta vita, ma che si innamora, vuole essere riamata e tenta un’ultima disperata rimonta per una vita un po’ più normale. Che usa il potere accumulato nella vecchia vita per fare del bene.

Non è stata banale la scelta dei momenti da riproporre; scene ri-proposte in quanto spesso basate sulle tante testimonianze mediatiche (carpite con l’assenso o no) a nostra disposizione sulla vita (pubblica e non)  dei reali d’Inghilterra. Una su tutte svela l’attenzione sulla cucitura del racconto: parlo della splendida scena in cui Diana è seduta, anzi poggiata, sulla passerella dello yacht di Al-Fayed (nel film la relazione ne esce come una sorta di farsa), sospesa sull’acqua, le gambe dorate penzoloni, un costume azzurro che segue il corpo sinuoso, la testa girata a lanciare uno sguardo distante e un gabbiano che le vola vicino; scena ispirata alla fotografia della Getty Images: pur in uno scenario lussuoso, l’immagine della solitudine assoluta.

Il film racconta una storia d’amore che cede sotto il peso della notorietà, e di vite che si concludono come è noto. Il riferimento all’intimità, agli spazi violati e alla ricerca di relazioni umane sincere è costante (il video Substitute for love di Madonna, del 1998, sembra sintetizzare https://www.youtube.com/watch?v=6rsdGjNWiIw). Diana aveva conosciuto il riservato Khan durante una visita in ospedale, ingaggiando con lui un tentativo di relazione o di normalità. Certo, vedere sul grande schermo la principessa che va a casa di lui, gli lava i piatti e lascia tracce del suo passaggio, lascia perplessi; ma se oltre questo si riesce a leggere in quell’atto di cura uno sforzo di riappropriazione di una dimensione più umana, un reclamare un’identità di persona non ingigantita dall’ombra prodotta dai flash, si può capire.

E finisce, perché finisce la relazione e poi la vita, e resta solo la poesia (di Rumi): ‘Ben oltre le idee di giusto e sbagliato, c’è un campo. Ti aspetterò lì’. 




La serie Catch 22 si gira in Sardegna

L’attore e regista George Clooney è in Sardegna, ma si sta godendo poco le vacanze in famiglia nella sua villa di Puntaldia. È infatti impegnato nelle riprese di una serie televisiva, girata per buona parte nell’isola. Si tratta di Catch 22, ambientata durante la Seconda guerra mondiale, per cui da mesi erano stati organizzati provini. In particolare Clooney cercava dei musicisti che potessero validamente costituire una banda militare, ma fino a pochi giorni fa non era riuscito nell’intento.  Ora la situazione si è sbloccata in maniera brillante: sono stati ingaggiati nel cast i componenti della banda della gloriosa Brigata Sassari (o “Tattaresa”) di fanteria meccanizzata, l’unico corpo militare italiano costituito esclusivamente da Sardi.  Ottenute le autorizzazioni dello Stato Maggiore, i trenta musicisti – guidati dal primo maresciallo luogotenente Andrea Atzeni – hanno lasciato i panni dei “dimonios”, per indossare divise americane degli anni Quaranta. Nei giorni scorsi, sotto un sole accecante, hanno suonato negli spazi dell’aeroporto dismesso di Venafiorita, nei pressi di Olbia, circondati da jeep, aerei, camionette che riproducono fedelmente i mezzi dell’epoca. 

Clooney non è nuovo all’attività di produttore e regista, pensiamo ai bei risultati di Good night and good luck, ma neppure all’attenzione verso il secondo conflitto mondiale. Una sua interpretazione del 2014 – nel film Monuments men – lo ha visto a capo di un gruppo di militari americani impegnati nel salvataggio e occultamento di opere d’arte europee, sottratte all’avidità rapace del Terzo Reich.

Due notazioni per chi conoscesse solo vagamente i “dimonios”(diavoli): alla parata del 2 giugno sono gli unici che cantano quando sfilano perché la loro  marcia militare, assai celebre nell’isola (e spesso sfruttata come suoneria dei cellulari…), è dotata di un testo che inneggia al coraggio, all’altruismo, all’intento di mantenere viva la pace e si conclude con l’esortazione  “avanti forza paris” (forza uniti). L’altra riflessione, di tipo storico, ci porta al passato, quando un gruppo di soldati sardi, nel 1914, a Genova, stanchi dei soprusi imposti dai commilitoni continentali e dai superiori, si ribellò con una rissa furiosa allo strapotere di un intero reggimento; si racconta che gli alti comandi, stupiti da tanto coraggio, arrivarono a  dire che con una brigata di soli Sardi si sarebbe potuta vincere una guerra. Era nata la leggenda dei “dimonios” che, nei conflitti successivi, dimostrarono un ardimento senza pari, testimoniato dal lunghissimo elenco di onorificenze e raccontato in maniera efficace e commovente da Emilio Lussu nel suo romanzo autobiografico Un anno sull’Altipiano.




ITALIA – Domani i funerali di Accattone. E’ morto a Roma Franco Citti

È morto a Roma l’attore Franco Citti, 80 anni. Malato da tempo, si è spento nella sua abitazione. A dare la notizia è stato l’amico Ninetto Davoli. Scoperto da Pasolini che lo volle protagonista di Accattone nel 1961, Citti da allora diventò un volto simbolo del suo cinema, recitando anche in Mamma Roma, Porcile e Il Decameron. Nella sua lunga carriera, Citti, nato in borgata, è stato diretto anche dal fratello Sergio e ha recitato in teatro con Carmelo Bene.
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E’ morto a 80 anni l’attore scoperto Pasolini che lo volle protagonista di Accattone nel 1961. Franco Citti recitò anche in Mamma Roma, Porcile e il Decameron. Nella sua lunga carriera, Citti, nato in borgata, è stato diretto anche dal fratello Sergio e ha recitato in teatro con Carmelo Bene

Citti era nato il 23 aprile del 1935 a Fiumicino, periferia di Roma, all’epoca borgata di baracche e strerrati, faceva l’imbianchino, da ragazzo, e guadagnava 1800 lire. L’adolescenza in mezzo a – come raccontava lui – “ladri, truffatori, papponi, mignotte, spie, ruffiani, cornuti e ubriaconi”, l’esperienza giusta per “insegnare” quel mondo all’uomo che gli avrebbe cambiato la vita: Pier Paolo Pasolini. Insieme al fratello Sergio, che lo aveva già conosciuto qualche anno prima, Citti incontra Pasolini nel 1961 in una pizzeria di una borgata romana, Torpignattara, non sapeva chi fosse, faceva il maestro elementare a Ponte Mammolo, “mio fratello – ricordava in un’intervista – mi disse che era anche uno scrittore, ci mangiammo una pizza insieme, io tutto sporco perché facevo il muratore insieme a mio padre”. Sono i giovani che l’intellettuale racconterà in Ragazzi di vita e Una vita violenta, a FRanco riserva il ruolo di protagonista in Accattone, la storia del “ragazzo di vita” al quale l’amore non basta per redimersi. Pasolini lo chiamerà ancora per Porcile, Il Decameron (è ser Ciappelletto), I racconti di Canterbury (Satana), in Il fiore della Mille e una notte in cui gli darà il ruolo di un demone.

Oltre che con Pasolini, lavora con Valerio Zurlini e con il fratello Sergio che lo dirigerà in Ostia, per lui fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta interpreterà altri film, scritti dal fratello insieme all’amico Vincenzo Cerami, come Storie scellerate, Casotto, Il minestrone. Nel 1988 tenta con la regia, il suo esordio “con la fraterna collaborazione di Sergio Citti” – come si legge nei titoli di testa è Cartoni animati, dirige se stesso e Fiorello in un ultimo sussulto di poetica pasoliniana in cui riserva per sé un ruolo molto simile a quello di Accattone. Attivo anche in teatro, aveva recitato in Salomè di Carmelo Bene. In tv aveva lavorato in I promessi sposi di Salvatore Nocita.

La scomparsa di Franco Citti “è un grave lutto per il cinema italiano – ha detto il ministro della Cultura Dario Franceschini – attore di straordinaria intensità, legato a Pier Paolo Pasolini fin dall’esordio alla regia in Accattone, ha segnato una stagione importante della nostra cinematografia. Nel ruolo di Vittorio – ha proseguito il ministro – così come negli altri film diretti da Pasolini, ha portato quella poesia di strada che rimarrà per sempre uno dei tratti distintivi del nostro cinema”.

I funerali di Franco Citti si svolgeranno sabato 16 gennaio alle 12.30, nella parrocchia Santa Maria Stella Maris, in via Giorgio Giorgis a Fiumicino. Lo ha reso noto il figlio Paolo.

 




Nome di donna: l’importanza di chiamare le cose con il loro nome

Sabato 17 marzo, la Casa del Cinema di Roma ha ospitato la proiezione del nuovo film di Marco Tullio Giordana e la sceneggiatura di Cristiana Mainardi, Nome di donna (https://www.youtube.com/watch?v=WcQREWwm_J8), ispirato a una storia vera di molestie sul posto di lavoro.

La giovane protagonista, Nina (C. Capotondi), da tempo disoccupata, trova finalmente lavoro in una clinica in Brianza, dove si trasferisce con la figlia. Il prestigio apparente che circonda la struttura cela in realtà un odioso circuito di molestie e violenze sessuali, ricatti e umiliazioni, orchestrato dal direttore (V. Binasco) con la connivenza di un’altra figura dirigenziale della clinica, Don Ferrari (Bebo Storti). Nina sporge denuncia a seguito di un approccio sessuale tentato dal direttore nel suo studio, dalla cui finestra l’aveva seguita con sguardo rapace dal primo giorno; la travagliata ribellione della donna porterà alla luce la fragilità di un complesso sistema di omertà, ipocrisia, menzogne.

La forza del film non sta tanto nella vicenda processuale in sé (dopo la proiezione del film, Giordana chiarisce: ‘al di là del finale del film, sappiamo tutti che l’incriminato verrà poi assolto’) ma nello scoperchiare dinamiche distorte lungo un asse di potere verticale e gerarchizzato, come anche su un piano orizzontale di relazioni professionali inquinate: le colleghe di Nina non solo non la sostengono, ma la osteggiano minacciandola. Non è casuale la cornice sociale riflessa dalla protagonista, una ‘ragazza madre’ senza lavoro: in un contesto lavorativo reso precario e incerto come quello in cui viviamo, il lavoro può diventare la leva di un ricatto, specie per le persone più vulnerabili; la dinamica della molestia messa in atto ricorda molto quella della corruzione, tutte e tutti se ne lamentano e vorrebbero estirparla, ma i fatti non incoraggiano chi si ribella, percepito come elemento di disturbo.

Notevole l’impegno di attori e attrici, in primis di Capotondi, dato anche l’alto valore simbolico degli sguardi, forse più che delle parole, in una dinamica dove molto viene taciuto o fatto tacere. Binasco, che ha avuto il coraggio di interpretare un ruolo veramente detestabile, veste l’espressione imperturbabile del molestatore che sa di farla franca. Anche i personaggi minori, però, sono significativi: il compagno di Nina (S. Scandaletti) si cala in un percorso di crescita man mano che la battaglia della ragazza si fa più dura; la figlia e la moglie del direttore rappresentano le ‘altre’ vittime di violenza, quelle a cui è distribuito un carico diverso, ma pur pesante, di vergogna e dolore. Prezioso il riferimento all’avvocata Tina Lagostena Bassi, omaggiata nel personaggio dell’appassionata avvocata Tina Della Rovere (M. Cescon).

Adriana Asti interpreta un’ospite della clinica con cui Nina allaccia un rapporto particolare, e che circa le molestie dice: ‘Prima li chiamavano complimenti’. La frase ha ispirato il dibattito aperto dopo la proiezione del film, ‘Non chiamateli complimenti’, iniziativa proposta da Se non ora quando – libere, con la presenza in sala del regista, della sceneggiatrice, di Maria Serena Sapegno e di Cristina Comencini.

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Cristiana Mainardi commenta: ‘con la crisi economica stanno emergendo nuove fragilità circa la posizione delle donne. Ho riscontrato un portentoso mondo di omertà, di vergogna. Era facile parlare di molestie ma difficile arrivare alle donne che le hanno subite. Non è solo una questione di disuguaglianza, ma anche di potere e accesso al potere’. Sulla stessa linea, Comencini: ‘Questa faccenda è una valanga. È accettato come normale il silenzio delle donne e che gli uomini usino il potere; non c’è il sostegno del mondo della comunicazione, della stampa. Spesso le donne che denunciano subiscono un vilipendio perché hanno aspettato a farlo, come si dice. Nel contesto lavorativo, è bene sottolineare che non sono atti di seduzione, sono atti di potere volti a ricordare alle donne che possono lavorare a patto che siano ridotte in subalternità tramite il sesso’.

Giordana ringrazia la sceneggiatrice per aver dato voce alla vergogna delle donne che non riescono a parlare delle molestie, e prende posizione contro chi concorre a neutralizzare i racconti di violenza banalizzandoli con l’ironia. E conclude: ‘il senso comune è protettivo verso le molestie, è necessaria quella che con un termine un po’ nostalgico definirei una rivoluzione culturale; ma questo avverrà quando la gerarchia verrà vista come una responsabilità e non come privilegio’.

Eterogenei e molto vivaci gli interventi del pubblico in sala, a dimostrazione del fatto che film come questo sono necessari per diffondere rappresentazioni della violenza di genere che siano a portata di tutti e tutte, in un momento in cui tale tema va dibattuto, individuato, misurato e contrastato, perché così sta chiedendo la società.

 




McQueen, il nuovo documentario sul genio della moda creato dall’oscurità

A meno di dieci anni dalla morte di Alexander McQueen, avvenuta nel febbraio del 2010, sono già numerose le iniziative volte a omaggiare la memoria e il genio artistico dello stilista inglese, noto anche come ‘l’hooligan della moda’. McQueen, documentario a firma di Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, è l’ultimo atto che si aggiunge alla lista – dopo un primo documentario e la magnificente mostra Savage beauty del 2015 – il cui punto di vista è estremamente intimistico. McQueen viene chiamato spesso col suo primo nome, Lee, o Alexander e, benché il legame tra personalità e le creazioni sia strettissimo, il documentario pende leggermente dalla parte dell’uomo, sul suo processo artistico, sulla sua vita.

Il titolo di hooligan è comprensibile se si richiama la nota collaborazione con Givenchy: Lee approda a Parigi con una squadra strampalata di amici e amiche che lo assistono professionalmente. Nel cuore dell’haute couture, Lee & company si installano non come fascinosi bohémien, ma portando con sé la Londra punk e ribelle. Lo stilista sconvolge la scuola parigina: strappa, ricuce, rimodella. Apparentemente un distruttore, in realtà continua a fare quello che ha sempre fatto, fin dall’apprendistato: imparare, carpire il meglio della tecnica, farla propria e ribaltarla – la base di tutte le rivoluzioni creative e della ricerca artistica. Nulla si distrugge, tutto si aggiunge.

McQueen era l’esempio vivente del detto ‘You can’t judge the book by the cover’: per le aspettative del mondo della moda, nessuno era più lontano di lui dal physique du rôle standard. Portava con sé il marchio delle sue origini, poca attenzione alla forma e molto focus sulla sostanza: la caparbia ricerca del raggiungimento di un obiettivo, la tenacia del lavoratore e l’irresistibile richiamo di un destino. Quando Lee si sottopone a un intervento di liposuzione e diventa più trendy, non si riconosce più. Quando i ritmi di produzione lo risucchiano, comincia a soffrire della sua arte.

Con una sincerità decisa, professa il vincolo tra le sue emozioni e le creazioni: ‘se non riesco a fare emozionare – non importa se in bene o in male – vuol dire che non ho fatto bene il mio lavoro’. Lee trova il modo, attraverso la creatività, di esorcizzare i suoi demoni – un passato di abusi e violenza che condivide con la sorella a causa del marito di lei – e di dar forma alla bellezza non fine a se stessa. Lo stilista cerca anche qualcosa da raccontare, lungo una ricerca sia di stile che di storia. Dà scandalo la collezione Highland Rape, ispirata agli stupri degli inglesi a seguito della battaglia di Culloden, e a quello che Lee definisce senza mezzi termini un genocidio. La stampa sentenziò la misoginia di McQueen, senza approfondire altre possibili letture di un’operazione così contraddittoria e inedita: portare in passerella un fatto storico dalla prospettiva delle donne, che sempre, sempre emettono potenza, a dispetto della vulnerabilità storica rappresentata.

Il connubio tra passato e presente – McQueen è uno dei primi stilisti che interroga la rivoluzione digitale – lo rende vicino ad altre grandi personalità artistiche come Björk, grande assente del documentario impostato sulla prossimità dello stilista, nelle origini più che in ciò che è noto. 

In questo gustoso ed emozionante viaggio nella vita di McQueen, emerge la sua passione per Sinead O’Connor o per Michael Nyman, compositore (The piano, La fine della storia) nonché amico personale; e sempre sul filo del personale, il suo suicidio si colloca nella scia della morte della madre e del suicidio della sua amica Isabella Blow (indiscutibile fonte d’ispirazione per Lady Gaga), colei che lo aveva lanciato e a cui poco è prono a riconoscere nell’ultima parte della sua amicizia.

Vicino allo stile di Vivenne Westwood, se ne discosta per l’assenza di quella gioiosa baldanza propria di lei; Alexander McQueen ha dato vita a uno stile eccentrico eppure romantico, decadente e affascinante, colmo di angoscia e di struggente bellezza. Bellezza selvaggia, come ricorda la mostra succitata. Una bellezza che seduce il pubblico con tocchi di trash sublime e sofisticatezze tecno, con la stessa potenza di una natura morta di seicentesca memoria, nell’incarnazione di donne forti in corpi eterei, a cui lo stilista-artista era legato da un geloso sentimento di appartenenza, come tutto ciò che si sente l’urgenza di esprimere e di condividere in forma di arte, rompendo il tabù del segreto della propria interiorità più profonda, oscura, sublime e disperata. 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=4OjX3ZbsfbU




Io, Tonia. La storia della pattinatrice Harding nella pellicola di Craig Gillespie

Io, Tonya, di Craig Gillespie, ispirato alla storia della pattinatrice Tonya Harding (una Margot Robbie strepitosa), intende sciogliere la sintesi della memoria collettiva circa gli episodi che l’hanno resa famosa, e dare una versione dei fatti che spazia nella storia personale della pattinatrice.

Il film si apre con un discorso circa la verità. Perché?

Harding è ricordata soprattutto per due eventi: per essere stata la prima statunitense ad aver eseguito in gara un triplo axel[1] (precedentemente eseguito dalla giapponese Midori Itō), e per lo scandalo dell’attacco alla rivale Kerrigan (che fu colpita a un ginocchio dopo un allenamento da uno sconosciuto assoldato dal marito di Harding).

Nata in una famiglia disagiata e non agiata, Tonya viene avviata al pattinaggio in tenera età da una madre (interpretata da Allison Janney) il cui unico merito sembra essere stato quello di aver intuito lo straordinario talento della figlia, cresciuta tra umiliazioni e violenza secondo un copione che si ripresenterà nella vita matrimoniale. La drammaticità della storia è bilanciata da un ritmo incalzante e da toni che sfumano nell’ironia.

Lo minaccia della povertà e la confusione affettiva si attaccano all’atleta come un marchio a fuoco: il valore sportivo, fuori e dentro le gare, dovrà sempre confrontarsi con etichette e aspettative. Tonya si presenta alle gare con vestiti confezionati di sua mano, trucco a volte pesante, segue uno stile di vita non proprio disciplinato, beve e fuma (emblematica la sequenza in cui spegna la sigaretta con la lama del pattino): nonostante questo e l’asma di cui soffre, la sua potenza fisica è prodigiosa.

Il pattinaggio è uno sport complesso, in equilibrio tra la grazia della danza, forza muscolare e potenza di salto; le migliori perfomance di Tonya si sono distinte per i movimenti asciutti, potenti ma puliti, mentre la confidenza con i pattini si traduceva nel loro perfetto dominio senza intaccare la partecipazione emotiva dell’esecuzione. Si esprimeva così un amore per questo sport di tale portata che avrebbe potuto salvarla da ogni cosa. Per questo, durante il film si soffre nel vederla temere il tradimento di un laccio, e ancor più quando viene condannata alla squalifica a vita.

Si potrebbe dire che Tonya non è riuscita a far scivolare sul ghiaccio la violenza delle sue relazioni a partire da quella primigenia familiare (‘Volevo solo essere amata’), di non essersi liberata con un salto portentoso del senso di colpa per sentirsi costantemente inadeguata (‘Le botte erano le uniche cose che conoscevo e pensavo fosse colpa mia’):  incredibile il numero di volte in cui, nel film, la si sente chiedere scusa praticamente per tutto.

Richiede indulgenza questa perpetua sollecitazione di rabbia di sfida vista come leva del suo spessore atletico, di cui è convinta la madre: ‘Pattina meglio incazzata’, e paga uno spettatore perché la irriti insultandola prima di una gara. Rabbia con cui Tonya cerca di fare i conti, e che le fa dire alla madre che le rinfaccia il successo: ‘Tu mi hai rovinata’, forse non la migliore traduzione dell’originale inglese: ‘You cursed me’, che suona come una vera e propria ammissione di maledizione.

E poi c’è l’America, alla ricerca di miti da osannare e affossare senza soluzione di continuità e a seconda dei casi, che con la pressione mediatica diventa l’altro aggressore della pattinatrice. In questo senso, un’inquadratura veloce ma piena di significato sulla faccia di O.J. Simpson da una televisione accesa richiama ancora una volta, ma con ben altre nuances, il concetto di divismo e violenza.

Ma qui si ferma il ritratto pietoso per la donna che è stata se stessa, la versione anticonvenzionale di atleta, lontana dai cliché; e torniamo al discorso sulla verità. Recentemente Kerrigan, comprensibilmente in disappunto, ha dichiarato a commento del film: ‘La vera vittima sono io’ (https://edition.cnn.com/2018/01/12/entertainment/nancy-kerrigan-i-tonya/index.html). Perché la verità processuale ha stabilito che Harding ha avuto un ruolo attivo nell’assalto alla collega, e ne ha pagato un prezzo molto alto. Lo sport è l’occasione non solo per vincere, ma per tirare fuori il meglio di sé, e anche, eventualmente, per lottare per un ideale; per questo l’impegno di tutte e tutte è quello di preservare il più possibile integro l’ambito sportivo, perché sia possibile portare avanti battaglie contro quelle ingiustizie da cui neanche lo sport è scevro (vedasi anche il caso straordinario di Surya Bonaly), e per la cui vittoria è l’intera società che gioisce. Col discorso in apertura sulla verità, o meglio, sulle verità, questo film ci accompagna con sguardo umano nella storia di una donna che ha molto sofferto, forse molto sbagliato, e che ha molto pagato, al di là di assoluzioni o condanne.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=CMI7On2C_mA

 

[1] Qui l’emozionante esecuzione originale https://www.youtube.com/watch?v=tIGoWGjetog




ITALIA – E’ ancora mistero per il caso Tenco, in corso le indagini

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“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.
Erano le 02:15 del 27 gennaio 1967 , quando la vita di uno dei più controversi cantautori italiani fu stroncata da un colpo di pistola alla tempia, dando inizio ad uno dei più intricati misteri dello Stato Italiano. Si trattò di suicidio o di omicidio? La delusione per la “bocciatura” della canzone cantata da Luigi Tenco sul palcoscenico dell’Ariston fu talmente cocente? Ma, andiamo con ordine , la sera dell’esibizione,Tenco era nervoso, temeva che la sua canzone non sarebbe stata compresa, durante le prove la sua interpretazione era stata pessima e il presentatore di quella edizione, ossia Mike Bongiorno, tentò di incoraggiarlo, ma lui gli sussurrò nell’orecchio che sarebbe stata l’ultima canzone che avrebbe cantato. La sua performance non convinse affatto i giurati ottenendo solo 38 voti su 900. La commissione, inoltre preferì ripescare la canzone la rivoluzione, di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Quando gli comunicarono che la sua canzone “ Ciao amore ciao” era stata esclusa dalla finale lui a primo acchito non sembrava affatto arrabbiato, subito dopo si recò al casinò ed evitaò in malo modo di firmare autografi per le sue fans, poi andò via a bordo dell’auto della sua compagna Dalida sfrecciando e guidando in maniera sconsiderata. Dopo qualche ora accadde l’irreparabile. Il corpo fu trovato da Dalida, gli investigatori formularono subito l’ipotesi che si fosse trattato di suicidio. Erano i primi anni che la polizia scientifica aveva iniziato ad operare e le indagini furono svolte malissimo. Mancano le foto della scena del crimine, le tre persone che videro il cadavere diedero versioni differenti su come fosse posizionato, stessa cosa per la collocazione della pistola, inoltre il bossolo se fosse stato esploso da una distanza ravvicinata avrebbe deturpato il volto di Luigi Tenco. In seguito furono congetturati diversi mandanti del possibile omicidio, ma quello più credibile fu attribuibile alla loggia P2. Stranamente il primo investigatore che giunse sul luogo fu Arrigo Molinari vice dirigente del commissariato di Sanremo, il cui nome fu per alcuni anni incluso nelle liste della P2. Un altro lato oscuro da chiarire riguarda la sua compagna Dalida, una dipendente dell’hotel Savoy affermò che la nota cantante egiziana era in stanza con Tenco quando si suicidò. Poco prima avevano discusso forse a causa della gelosia che Dalida provava nei confronti di Valeria, l’unica donna che probabilmente Tenco ha amato, tanto da chiederle, pochi giorni prima di “spararsi un colpo alla tempia”, di sposarlo.
Cosa sia realmente accaduto in quella stanza non ci è dato saperlo, ma lascerà per sempre nell’animo delle persone a lui vicine e ai suoi fans un alone di incredulità e mistero.

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Gli Oscar e i nostri tempi

È veramente sorprendente come le ultime rappresentazioni cinematografiche abbiano significativamente puntato l’attenzione sulla questione delle relazioni in ottica di genere, e in particolare sul tema della violenza contro le donne nelle varie espressioni.

Un numero significativo di film che proprio in questi giorni si contenderanno l’ Oscar può essere letto come una sorta di prontuario di peccati capitali contro le donne; il fenomeno ha particolare valore se si pensa che le pellicole sono state girate un momento prima dell’emersione dello scossone – massiccio e globale – del #MeToo. Sembra quasi che il cinema abbia avvertito un cambiamento di atmosfera con la lungimiranza e la sensibilità propria di un dispositivo culturale in ottima salute. Certamente la storia del cinema è costellata di esemplari dedicati alla denuncia o alla riflessione sul tema (per citare i più recenti: Suffragette, Il diritto di contare, La battaglia dei sessi e anche il discusso e mediocre Madre!), ciò che sorprende è la concentrazione proprio in questo momento storico.

La peculiarità, inoltre, risiede nella particolare configurazione della messa in scena: la vicinanza all(a) questione(i) da un punto di vista specifico nel genere si specifica ulteriormente attraverso un approccio intersezionale. Il respiro che domina è quello sì  passibile di letture femministe, ma ampliato da una caleidoscopica visione sulla diversità: nella carrellata che segue, emerge ciò che si pone dall’altra parte rispetto al modello (finora) dominante del bianco, maschio, ricco. E per rendere questa rottura si sceglie soprattutto di guardare indietro, verso un passato neanche troppo lontano ma che si riconosce come distante dall’assenza, per esempio, non della tecnologia ma del suo abuso, mentre si veicola una nostalgia verso le radici autentiche di ciò che ha fatto nascere la stampa, o il cinema stesso.

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The post (Spielberg) è in sé anche un elogio alla stampa ai tempi della macchina da scrivere, della modalità e dei ritmi diversi della ricezione e trasmissione delle notizie. Emerge, anche, un’accuratezza e un’attenzione circa le fonti sulla cui importanza, in piena post verità, è necessario riflettere in merito alle questioni di potere e della costruzione del senso civico (‘la stampa serve chi è governato, non chi governa’). E, in questo senso, appare più ardua la lotta condotta dalla direttrice dello storico giornale di Washington contro la cessione di poltrone, di potere o orientamento, in seno alla gestione del giornale, per la sua sopravvivenza. È una storia vera: Katharine Graham (Maryl Streep) viene colta nel 1971 nei suoi sforzi di mandare avanti The Post mentre esplode il caso dei Pentagon Papers, una mole di documenti governativi che attestano la precoce consapevolezza, quasi scientifica ma comunque sempre dissimulata alla cittadinanza, del fallimento dell’intervento degli Stati Uniti in Vietnam. Il racconto si concentra quindi sulla figura di una donna che, posta a capo del giornale quasi per caso, deve difendere la sua credibilità contro la sfiducia di un entourage – tutto maschile, l’enorme macchia nera degli eleganti abiti degli uomini tra cui svetta sempre l’attrice vestita di colori chiari – che sta sempre a ricordarle, più o meno tra le righe, quanto non sia all’altezza, facendo anche mansplaining. La rappresentazione della sfiducia passa per la bravura di Streep che rende in suo personaggio spesso incapace di parlare, ma che poi – supportata da altre donne, personaggi minori, adeguata rappresentazione della forza spesso sotterranea di chi storicamente è rigettata nelle retrovie – trova in sé la forza della rivoluzione, che non bisogna temere e nel cui effetto domino bisogna sperare.

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‘Se non facciamo niente, neanche noi siamo umani’, dice Elisa Esposito (S. Hawkins), protagonista della Forma dell’acqua (Del Toro), una favola moderna ambientata nel 1962, che pecca qua e là in semplificazioni ma che recupera il senso dell’amore, capace di assumere la forma di chi lo dà o lo riceve, come recita la poesia che chiude il film spiegando il senso del titolo. Elisa è muta (ritorna anche qui il tema della non dicibilità), è caratterizzata da una straordinaria capacità creativa (vive in una casa iperpersonalizzata proprio sopra un cinema, elemento che ne traduce l’omaggio) e ha una bella rete di amicizie, con ‘diversi’ come lei: una donna di colore (O. Spencer) e un artista omosessuale, con cui condivide l’ostracismo sociale. Lavora in un laboratorio governativo come addetta alle pulizie, dove un giorno arriva una strana creatura dai poteri straordinari – il ‘monstrum’ – che, come Frankestein (riferimenti letterari, cinematografici e biblici ricorrono numerosi nel film), si rivelerà capace di apprendimento intellettivo e sentimentale-relazionale e di cui Elisa si innamorerà, ricambiata. Segue il caso della strana creatura un colonnello violento (M. Shannon), il suprematista che fonda la sua formazione sul pensiero positivo, legittimando il suo potere in quanto ‘immagine e somiglianza di Dio, io più di voi’, e che molesterà Elisa sul posto di lavoro. Il film si apre con una scena di autoerotismo della protagonista (come in American Beauty…) che coglie il cuore del film: il desiderio (forse l’assunto che anche  i/le ‘divers*’ concepiscono il desiderio andrebbe cambiato in: tutt* concepiamo il desiderio).

 Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh) è un film fuori dall’ordinario. L’azione si svolge interamente in un piccolo paesino dove tutti si conoscono, un’ambientazione e un’atmosfera alla Twin Peaks, per capirci. Nulla è spettacolare, e anche lo scabroso omicidio da cui la storia prende le mosse (il caso Angela Hayes, la figlia della protagonista – F. McDomarnd – ‘raped while dying’) è ridotto al minimo nella sua rappresentazione. Tutto è molto sintetico ed essenziale. Il punto è che rispetto a Twin Peaks, il pubblico non deve arrivare alla conclusione sconcertante che il male è tra noi, in noi, nei nostr* immediat* prossim*: siamo ormai tutt* smaliziat*, lo sappiamo, nessuna cittadina da scandalizzare, e con essa il mondo intero. Allora cosa resta? Il film parla della violenza nelle sue declinazioni razziste, sessiste, omofobe, classiste e riguardo le disabilità. Con pennellate veloci, con durezza e grazia allo stesso tempo. Quello che resta è che la massima ‘la violenza porta altra violenza’, verificata negli eventi della prima parte del film, si stempera nel suo contrario: ‘l’amore porta amore’. E questo lo rende un film quasi rivoluzionario. I personaggi sono l’anima di questo lavoro, caratterizzati straordinariamente anche quando solo abbozzati. È attraverso di loro che si intravede questo miracolo, nel cambio delle relazioni umane che da essere terribilmente compromesse riscoprono la speranza di un’alternativa possibile di relazionarsi attraverso il dialogo (e molto spesso attraverso un dialogo comico). La fine è sorprendente, lascia di stucco, e qualsiasi altro finale sarebbe stato inopportuno.

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Io, Tonya (C. Gillespie), è un film sulla(e) verità, sull’ambiguità tra odio e amore, sulle condizioni materiali (povertà, status) attraverso la vita della pattinatrice Harding (interpretata da M. Robbie), dello scotto da lei pagato per essere stata un’atleta non conforme nel suo essere e per non aver mai corrisposto all’immagine di figlia (e poi di moglie) di famiglia felice. Le relazioni sono al centro: il rapporto violentissimo col marito viene visto attraverso gli occhi di lei, della sua fame di amore e accettazione e della continua ricerca di questo nutrimento nel seme della violenza, precedentemente conosciuta nella famiglia d’origine funestata da una figura materna rigida, anaffettiva e a sua volta violenta. La rabbia è fulcro delle relazioni personali ma anche della sua motivazione sportiva; tuttavia, l’incredibile potenza atletica non viene spiegata con la rabbia, ma al contrario, il film sembra suggerire che il destino mutilato di Harding, come donna e come atleta (l’ombra della brutale aggressione a Kerrigan la condannò definitivamente), avrebbe potuto essere diverso se la sua vita fosse stata più libera da questa emozione.

E se neanche vale la pena di soffermarsi sulla bravura di protagoniste e protagonisti degli altri film (a parte sottolineare come Maryl Streep abbia costruito uno stile recitativo tutto suo che la differenzia da qualsiasi altra perfomance sul grande schermo), bisogna riconoscere la grande maestrìa espressiva di Margot Robbie, che riesce a modulare straordinariamente tutte le emozioni sul suo volto, e in particolare rabbia, costernazione, disperazione: la scena in cui si costringe in un sorriso prima di una gara, le vale un Oscar per riuscire a scatenare nel pubblico,  con quel sorriso stentato, un picco di empatia di incomparabile altezza.

In sala, nessuna delle persone presenti ha abbandonato la poltrona prima della fine dei titoli di coda in cui si proiettano immagini di repertorio della pattinatrice, quasi ad avere conferma alle domande: ma davvero ha realizzato quel triplo axel? Ma davvero ha avuto una vita così terribile?




Dipartite: dopo Pino Daniele, Rosi e Anita Ekberg

Ci sono immagini, suoni e parole che rimarranno impresse nella mente di milioni di persone,poiché chi le ha interpretate le ha rese eterne. Il 2014 ha portato via con sé personalità conosciute tra cui il cantante Giuseppe Mango, morto stroncato da un infarto, durante il concerto che stava tenendo al Pala Ercole di Policoro, in provincia di Matera, gli attori americani Robin Williams e Philip Seymour Hoffman, il premio nobel per la letteratura Gabriel García Márquez,La bimba prodigio di Hollywood Shirley Temple, e l’attrice nazionalpopolare Virna Lisi.

Il 2015 non ha compiuto il suo primo “complemese”, ma ha già visto tre importanti personaggi di fama mondiale spegnersi lasciando in chi li ha sempre sostenuti e amati un vuoto incolmabile caratterizzato da grande incredulità,perché alcune persone sembrano immortali. Il 4 gennaio, il cantautore partenopeo Pino Daniele che attraverso canzoni come Napule ha reso onore alla sua città è stato stroncato da un infarto.

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Il 10 gennaio è deceduto il regista Francesco Rosi, profondo innovatore del linguaggio cinematografico e fautore di un grande impegno sociale e politico, ha prodotto film quali: Il caso Mattei e Le mani sulla città. Il suo operato ha ispirato registi del calibro di Coppola e Scorsese. Esemplare e degna di rispetto è stata l’iniziativa promossa dalla figlia di Rosi, Carolina che ha invitato sostenitori e amici attraverso il suo necrologio pubblicato sul quotidiano “Il Corriere della sera” a non rendere omaggio a suo padre mediante dei fiori, ma con “la solidarietà agli immigrati”. Dopo sole ventiquattro ore si è spenta Anita Ekberg, meglio conosciuta come la femme fatale dalla chioma color oro che con andatura elegante interpretò la scena girata nella fontana di Trevi del film “La Dolce Vita” di Federico Fellini.

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Resta un’incognita sulla sorte dell’ex presidente cubano Fidel Castro; c’è chi sostiene la sua dipartita, chissà se questa tesi sia veritiera e se anche lui abbia sette sosia pronti a sostituirlo.




‘Oceania’ e il viaggio alla ricerca di sé

Saltiamo a piè pari sulla polemica circa il titolo di questo film: Oceania(l’originale, Moana, che significa ‘oceano’ – nomen omen) è il 56° film Disney, diretto da Clemens e Musker, al loro primo lungometraggio animato interamente al computer (ad eccezione di alcuni dettagli). I due registi non sono nuovi a lavori non convenzionali (ricordiamo, per esempio, La principessa e il ranocchio), da cui trapela non solo una certa tendenza all’approfondimento – le storie trattate rivelano sempre sfumature fuori dagli schemi – ma una vera e propria ricerca culturale. Non solo perché per la realizzazione di Oceaniasi sono avvalsi di un coro di professionalità (tra cui altri due co-registi, lo sceneggiatore Taika Waititi, i compositori Mark Mancina e Opetaia Foa’i) che segna un’attenzione ragguardevole al dettaglio; ma anche perché la base su cui si è lavorato – la cultura polinesiana – è stata riversata in forma di una favola che si presta egregiamente a una lettura alla Donne che corrono coi lupi, per capirci. Se Oceaniaincanta bambini e bambine, convogliando messaggi positivi che fanno appello all’autostima, alla capacità di immaginare e realizzare, ai valori relazionali, e tutto questo attraverso la figura centrale di una eroina, oltre i classici moduli della storia di formazione, il pubblico adulto scorgerà messaggi ancora più profondi che si basano sulla rappresentazione di forze psichiche, della ridefinizione del maschile e del femminile, della cooperazione versuscompetizione. Ne risulta un film godibile per entrambi i tipi di pubblico, che, delle medesime scene, coglieranno significati di profondità diversa, divertendosi e lasciandosi toccare in zone preziose della propria interiorità, in divenire o matura che sia.

La storia prende le mosse da un racconto tradizionale, secondo cui il semidio Maui ha sottratto all’Isola Madre Te Fiti – emersa dall’elemento primordiale, l’Oceano, perché è dall’acqua che procede la vita – il suo cuore, una pietra verde che rappresenta il principio vitale. Lo squilibrio cosmico che ne segue minaccia l’equilibrio della vita stessa sulla terra, tutto inizia a rinsecchirsi e nel caos Maui perde il cuore della dea. Mille anni dopo, Vaiana, figlia di un capo di un’isola del Pacifico, è la prescelta per restituire il cuore a Te Fiti e salvare il mondo dal nulla.

Nella prima parte del film, si assiste a un’organizzazione dicotomica dei personaggi in base al genere: da una parte quelli maschili, i superbi (Maui, novello Prometeo – per di più mutaforma – che sottrae il cuore alla dea per donarla agli uomini), gli ostativi (il padre di Vaiana, che, anche se fin di bene, le proibisce di spingersi oltre l’isola); dall’altro, le figure supportive, ovvero quelle femminili, come la madre di Vaiana e soprattutto la nonna, una specie di santona o pazza del villaggio, quella che sache sua nipote è la predestinata, quella che danza col mare.

Te Fiti è l’anima della natura, ed è un personaggio doppio, come vedremo, mentre l’Oceano è ciò che esiste prima di tutto, ed è identificabile col caso. Tendenzialmente protegge Vaiana, ma non ne determina le azioni.

Per questo, Vaiana è il fulcro dell’azione. Pur destinata a succedere al padre nella guida del villaggio, che ama profondamente, vorrebbe superare il reef e prendere il largo: in sostanza, è un’esploratrice, ed è coraggiosa, affettuosa e determinata.

Quando anche la sua isola viene minacciata dall’inaridimento – la tematica ecologica ben si cala nella cornice pacifica – Vaiana inizia il viaggio alla ricerca di Te Fiti per restituirle il cuore, che era stato raccolto dalla nonna: con fare maieutico, la vecchia saggia spinge la ragazza al doppio viaggio, uno nella fabula, l’altro alla ricerca del proprio vero io. L’insistenza sull’importanza dei nomi e sulle proprie radici è in questo senso molto significativa. Naturalmente, il primo atto del viaggio – cioè della crescita – comincia con l’infrazione dell’ingiunzione paterna a non superare il reef. Vaiana lo supera a stento, trova e ingaggia Maui, spavaldo e vanitoso, dal quale, dopo molte insistenze iniziali, impara l’arte della navigazione. In questo momento c’è un primo cambio di prospettive: dall’idea di competizione veicolata dal modello maschile, Vaiana apporta il modello della cooperazione (una sorta di effetto Gaia, per dire). Il secondo snodo avviene invece sotto l’egida della comprensione: Vaiana capisce che la spavalderia troppo ostentata di Maui nasce dal suo contrario, da una ferita profonda curabile solo a patto di un percorso di riconoscimento. Venuta a conoscenza della vera storia di Maui, una storia di abbandono, Vaiana ne diventa psicopompa, accompagnandolo in un percorso di consapevolezza e poi di empowerment: comincia così anche lo sfumarsi di quell’iniziale organizzazione contrastiva tra maschile e femminile. Superate varie prove e avendo imparato a navigare, la combriccola (arricchita anche da uno strambo pollo, HeiHei, che ha però anche un suo senso nell’economia della storia: è il portatore dell’idea che al mondo c’è posto per tutti), giunge sul sito della (ex) Isola Madre, ora presieduta dalla terribile divinità Te Kā, una creatura di fuoco e lava, bloccata dall’oceano (quasi prigioniera), che Maui ancora una volta cerca di affrontare con lo scontro. Vaiana, sicura di sé, condivide generosamente quello che ha scoperto per sé, che la forza interiore e  la cura scaturiscono, prima di tutto, dalla consapevolezza, dal dare il nome alle cose. Allora capisce che Te Kā altri non è che Te Fiti, resa furiosa perché ferita dall’assenza di ciò che le è stato sottratto. La ragazza fa avvicinare il mostro furente e riesce ad affrontarla guardando in faccia il suo dolore e chiedendole: ‘Chi sei veramente?’. La dea allora si ammansisce e Vaiana riesce a riposizionare il cuore. Immediatamente la rabbia si scrosta dalla sua faccia e le sembianze di una natura sontuosa e potente tornano a sorridere sul volto dell’Isola Madre. Va da sé che l’occhio adulto può intendere Vaiana e Te Fiti (e Te Kā) come espressioni della stessa persona, ingaggiata in un processo di scoprimento, di autocura e di scoperta del potere delle relazioni con gli altri.

Il mondo è salvo, e Vaiana torna a casa,vincente, accolta dal suo popolo in tripudio che, superata ormai la paura, tornerà a lanciarsi nella navigazione. E se il simbolo del potere era una pila di pietre posizionate dai capi di generazione in generazione, Vaiana lascia il suo: una conchiglia, simbolo di un potere nuovo, libero dalla paura e animato dalla comprensione di sé e delle altre persone. (https://www.youtube.com/watch?v=A4QuKwfv6Wk)

Questa favola moderna è straordinaria. L’amore romantico ha totalmente lasciato il posto a una nuova concezione di amore, di relazioni e di persona come punto di partenza – e di arrivo – di ogni salvezza e realizzazione.

 

Trailer https://www.youtube.com/watch?v=DZHkAx2qc-s