Un disperato bisogno di certezze

In questo periodo nel quale siamo stati tutti inseguiti da un clima politico-sociale violento e disumano (si pensi ai profughi della Diciotti), ci si domanda legittimamente come si possa giungere in larga parte dell’opinione pubblica a ignorare la violenza e la morte di persone in funzione della protezione dei confini nazionali.

Questa domanda trova articolata risposta in due articoli scientifici che, forse non casualmente, mi sono comparsi sotto gli occhi in questi ultimi giorni.

Il primo articolo, del centro di ricerche sociali IPSOS l’Italia è la nazione con la percezione più distorta della realtà (https://www.ipsos.com/ipsos-mori/en-uk/people-italy-and-us-are-most-wrong-key-facts-about-their-societynel quale appare evidente come la nostra nazione, più di altre, ha una dispercezione dei fenomeni interni che alimenta un allarme del tutto esagerato. Di particolare interesse il dato che riguarda la percezione dell’immigrazione nel nostro paese, davvero fuori misura rispetto al dato reale.

Il secondo articolo, in realtà un saggio scientifico, di tre ricercatori americani, I differenti pregiudizi sulle negatività sono alla base delle variazioni nell’ideologia politica (John R. Hibbing, Kevin B. Smith, John R. Alford, Behavioral and Brain Sciences,Volume 37, Issue 3June 2014, pp. 297-307 – https://www.cambridge.org/core/journals/behavioral-and-brain-sciences/article/differences-in-negativity-bias-underlie-variations-in-political-ideology/72A29464D2FD037B03F7485616929560/core-reader), spiega, attraverso una meta-analisi degli studi precedenti di differente estrazione (psicologici, neurocognitivi, sociali), l’esistenza di una significativa differenza psicologica, fisiologica, neurale, sociale, tra persone che votano a destra e persone che votano a sinistra. Le prime avrebbero una maggiore reattività agli stimoli negativi di natura sensoriale, sociale, morale rispetto ai secondi, confermata anche dalla maggiore attivazione dell’amigdala. Aspetto questo che condurrebbe i votanti di destra a preferire soluzioni conservatrici e protettive piuttosto che soluzioni di apertura al cambiamento. Un bisogno di certezze e sicurezze così emotivamente radicato che a quanto pare spesso sopravanza l’analisi di realtà tanto da far prevalere una percezione palesemente distorta, ad esempio, della situazione dell’immigrazione nel nostro paese. L’allarme acceso dagli stimoli negativi attiva quindi una serie di bias cognitivi, cioè valutazioni errate, che impongono una reazione di difesa.

Ordunque, mettendo insieme questi due articoli, si comprende molto bene che una parte considerevole di noi risponde al clima sociale, mediatico e politico, attivando una serie di risposte emotive, cognitive ed infine anche politiche, che sono la risposta coerente al disordine, al disgusto, alla paura e alla rabbia connessa, distorcendo di fatto le informazioni che riceviamo o, molto più probabilmente, mostrandoci particolarmente sensibili e reattivi (anche neurologicamente, chi più, chi meno) alle campagne politico-mediatiche perennemente attive nel nostro paese e al loro penetrante storytelling. Campagne mediatiche oggi sempre più affinate da strumenti di analisi di mercato al servizio di questo o quel politico emergente in grado di vampirizzare e manipolare l’opinione pubblica (per approfondire, leggi il mio recente articolo: La banalità de La Bestia. Politica e vampirismo – http://www.psychiatryonline.it/node/7565).

Può un clima politico-mediatico dirottare così fortemente il consenso elettorale verso un’area politica anziché un’altra? In condizioni di particolare disagio sociale, evidentemente sì. Più che altro può chiamare a raccolta e reclutare esattamente quella reattività emotiva sottesa e sottotraccia nella società che ad un certo punto, come un fiume carsico in piena, trova voce e riferimento in certi modi spicci che molti di noi in certe condizioni di disagio vorremmo usare per liberarci dall’oppressione emotiva, non importa se causata però da ben altre condizioni e cause. E se il disagio sociale è forte (e lo è) e si incanala, come confermano le ricerche, in domanda di sicurezza, il consenso di molti si direzionerà verso colui, politico o capopopolo, saprà rispondere sui registri emotivi giusti e corrispondenti alle aspettative.

Sottovalutare o peggio ancora irridere questi fenomeni sociali, che sono trasversali che si collocano in una vasta area di osservazione che va dalle neuroscienze alla politica (neuropolitica), come se fossero soltanto forme di primitivismo o rozzezza umana di una parte dell’elettorato (anche se la forma apparente che assumono è proprio questa), non permette di cogliere il lato strutturale-fisiologico di essi, direi il lato specie-specifico, che le stesse ricerche sembrano confermare a più riprese.

Uno dei motivi principali per cui assistiamo a questo inasprimento del clima sociale è questa difficoltà di chi non partecipa di questa reattività neuropsicologica (l’elettore di sinistra per intenderci) a comprenderla fino in fondo e a rispondere alle preoccupazioni sottostanti molto seriamente. Si crea un divario antropologico che non ha senso e che richiederebbe da parte di tutti una sospensione del giudizio e una maggiore riflessione sulla base degli studi delle scienze sociali che, come illustrato qui, già raccontano una storia molto diversa da quella che siamo abituati ad ascoltare.




“Se stiamo insieme ci sarà un perché”. Il cantiere sempre aperto della coppia

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi capita sempre più spesso di incontrare sia persone singole alle prese con relazioni complicate, sia coppie in crisi che tentano di salvare il salvabile.

Tutti i dati statistici parlano chiaro: separazioni e divorzi aumentano con una certa inesorabile progressione da circa quarant’anni e tutti gli indicatori psicosociali vanno nella stessa direzione: la coppia come architrave del sistema-famiglia è sotto assedio ed è un sottosistema in grandissima crisi identitaria. Personalmente non conosco coppia che non attraversi o non abbia attraversato crisi significative nel corso della propria storia.

La stabilità relativa che caratterizzava le strutture socioantropologiche di coppia e famiglia del recente passato potevano contare su un’organizzazione sociale ed economica completamente diversa  e su una suddivisione dei ruoli e funzioni per la quale alle donne era totalmente delegata la funzione di custodia dell’intero sistema all’altissimo prezzo di una evidente subordinazione sociale e politica. Non c’è da essere nostalgici di un’epoca storica che chiedeva un sacrificio insostenibile di più della metà della popolazione, c’è piuttosto da comprendere cosa possiamo fare da oggi in poi per rendere il sistema più stabile senza creare disuguaglianze inaccettabili.

Ma la transizione da una società stabile ma iniqua a una società stabile ed equa rispetto all’organizzazione delle relazioni di coppia e famiglia evidentemente è lunga e laboriosa e prevede passaggi intermedi di grande confusione durante i quali si perdono del tutto le coordinate dell’essere insieme e soprattutto si confondono e si affastellano caoticamente criteri stabilizzatori precedenti con quelli più recenti. 

Ad esempio chi si trova all’interno di una coppia stabile e di lunga durata, magari con figli e matrimonio, si accorge ben presto che diversamente dalle generazioni precedenti per le quali il matrimonio e la formazione di una famiglia erano di per sé elementi di indissolubilità (e psicologicamente di sicurezza), non sono più sufficienti le procedure simboliche dell’epoca appena precedente socialmente sovraordinate, ma la “manutenzione” del sistema coppia, ricaduta sotto il dominio dei singoli membri della coppia, s’è maledettamente complessificata in misura tale da essere totalmente fuori controllo.

La coppia non ha più l’ombrello simbolopietico del sociale e una donna che, ad esempio, trascura sessualmente un compagno o marito, o un uomo che pensa più al lavoro o a se stesso che alla sua compagna o moglie, non può più fare appello alla stabilità sociale della propria unione, ma dovrà confrontarsi con una endemica crisi interna che, come sappiamo, in molti casi sfocia in una separazione. Non si può più contare sulla “sopportazione” socialmente garantita e se si vuole stare insieme oggi, la coppia è un cantiere costantemente aperto.

Ciò che rende stabile una coppia oggi è delegato all’inventiva e alla capacità di manutenzione dei singoli membri della coppia che spesso non solo non immaginano nemmeno lontanamente di doversi occupare di tale manutenzione come di qualcosa di fragile da accudire e sostenere, ma di fronte ai compiti specifici di cui occuparsi al tal fine risultano piuttosto impreparati e impacciati. 




La Psicoterapia è veramente accessibile?

Da alcuni anni a questa parte, in concomitanza con la crisi economica del decennio scorso, e in alcuni casi anche prima, si è diffusa a macchia d’olio nella comunità italiana di psicologhe e psicologi la pratica della psicoterapia accessibile o sostenibile o sociale. Una miriade di piccoli gruppi organizzati intorno a qualche centro o scuola di formazione che permettono l’accesso a pazienti meno abbienti a tariffa sostenibile e talora simbolica.

Tale pratica in realtà, si è ormai reticolarmente diffusa anche tra moltissimi singole/i

colleghe/i del privato professionale, probabilmente la maggioranza, ciascuna/o disponibile per una piccola parte del proprio tempo professionale ad accogliere pazienti a tariffa sociale.

Tale impegno nella sua dimensione ubiquitaria, al di là delle personali sensibilità, assume chiaramente un carattere sociologico in quanto risposta riflessa e automatica al disagio della nostra società e al progressivo impoverimento delle fasce socio-economiche medie e medio-basse, come tutte le statistiche degli ultimi anni dimostrano.

Ma tutto questo non basta, è solo una goccia nell’oceano e la domanda di cura e benessere psicologico tracima da ogni parte e si fa più pressante senza trovare alcuna sponda.

Dunque, di fatto oggi in Italia, migliaia di colleghe e colleghi ospitano migliaia di pazienti a tariffe simboliche o ridotte, ma tale impegno si confina e rimane invisibile purtroppo nelle quattro mura degli studi privati e non assume la giusta rilevanza presso l’opinione pubblica tale da sollevare interrogativi circa la mancata assunzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale della domanda di cura e benessere psicologico esistente.

Sarebbe opportuno non solo che questo impegno invisibile e sommerso venisse alla luce del giorno e svelasse ciò che ogni addetto/a ai lavori sa e cioè che la salute e la prevenzione psicologica in Italia è praticamente lettera morta ed è troppo raramente appannaggio del SSN.

Se ci spostiamo nel Regno Unito, dove la programmazione sanitaria e l’epidemiologia hanno lunga tradizione e dove hanno calcolato impatto e costi sociali dell’ansia e della depressione, esiste da alcuni anni un grande progetto governativo (Improving Access to Psychological Therapies), rifinanziato con budget sempre maggiori, pensato per contrastare l’onda montante del disagio psicologico, previsto dall’OMS già nei decenni precedenti, ed i cui primi risultati appaiono molto confortanti.

In Italia non solo le fasce socioeconomiche basse sono tagliate fuori da una seria prevenzione e cura psicologica, ma ormai anche le fasce sociali medie, sempre più impoverite, soprattutto famiglie con figli piccoli e adolescenti, coppie giovani, giovani disoccupate/i e precari/e, persone emarginate sul lavoro, non riescono assolutamente a sostenere le spese di una cura psicologica, in genere necessariamente di lunga durata.

Vorremmo prima o poi assistere a una legislazione che riconosca e preveda il diritto alla cura e l’accessibilità a queste essenziali cure a tutta la cittadinanza.

 

 

 

 




Fidanzarsi o “accollarsi”? Questo è il dilemma contemporaneo!

Chi non è di Roma forse non conosce la semantica della parola gergale “accollarsi”. È presto detto: significa letteralmente aggrapparsi e, estesamente, incollarsi a qualcuno, dipendere ossessivamente da lui, diventarne l’ombra.

Visto che ci siamo, proviamo anche a dire, sempre a Roma, il significato di una locuzione affine ad accollarsi e cioè: “andarci sotto”o “starci sotto”(da cui deriva il sostantivo “sottone”), che significa in poche parole, innamorarsi, prendersi una cotta, un’infatuazione.

Ecco, senza tema di smentita e forte della mia esperienza clinica e di vita, direi che queste due terminologie associate descrivano meglio di ogni altre la condizione delle relazioni sentimentali del tempo odierno.

Detto in altri termini, il costrutto “fidanzamento”, portatore fino a qualche decennio fa di promessa, futuro, speranza, progetto, si è compiutamente convertito per le generazioni under 40, nel senso opposto e contrario: fidanzarsi o immaginare di farlo si è trasformato in una specie di incubo collettivo per il quale se ci si concede ad una relazione che oltrepassi anche solo di poco il piano dell’attrazione per inoltrarsi in una intimità più articolata e sentimentale, convoca immediatamente le semantiche delle locuzioni appena citate, e cioè l’idea per la quale se ci si innamora o si consente al/la propria/o partner di innamorarsi, ci si incolla all’altra/o, si “rimane sotto” ovverosia ci si ritrova in una penosa e inaccettabile condizione di inferiorità e vulnerabilità emotiva che occorre evitare come la peste.

Inoltrarsi in una relazione appare oggi come evento raro e per lo più indesiderabile secondo l’attuale senso comune. Una fatica ingrata, una situazione noiosa e difficile da gestire, al limite qualcosa di cui aver timore o paura.

Ma come è stato possibile questa conversione di senso del fidanzamento in così poco tempo? Tante le cause di ordine socio-culturale soprattutto, ma rimando a un altro articolo la riflessione sulle cause.

Oggi ciò che mi preme è sottolineare le immediate conseguenze di questa sciagura sociale per la quale fin da giovanissimi e per tutto il periodo giovanile ci si condanna, per una sorta di mantra culturale dominante e demenziale, a un’equidistanza da tutti e da ogni vicinanza affettiva e soprattutto da quella che senza ombra di dubbio è l’esperienza più evolutiva e maturativa che un essere umano possa avere: crescere emotivamente, affettivamente, sentimentalmente e progettualmente accanto a una persona (non famigliare) amata e che ci ama.

Perdere questo treno, per le attuali generazioni, significa rimanere incollati (questa volta per davvero) alle fasi emotive e affettive dell’infanzia e dell’adolescenza, significa non potersi evolvere. Con tutto quello che questa mancata evoluzione porta in ogni altra sfera esistenziale.

E sempre più spesso troviamo maschi portatori di una virilità incastonata in codici conformisti e cinici (ma aumentano in parallelo problematiche di impotenza e sterilità) e femmine costrette ad essere (falsamente) compiacenti di questo disimpegno sentimentale, sempre più infelici e sempre più ammutolite nel poter desiderare una vita di coppia.

Fidanzarsi è complicato? È difficile? È faticoso? È fonte di paure e sofferenze? Sì, senza ombra di dubbio, ma è una strada obbligata per chi voglia crescere.

 




Trascurare in coppia

Come già introdotto negli articoli precedenti, appare chiaro dal mio osservatorio professionale che rappresentarsi l’alta frequenza delle situazioni di crisi delle relazioni come un improvviso quanto stupefacente “malfunzionamento” degli individui dentro il sistema-coppia non ci aiuta a comprendere alcuni meccanismi ricorrenti che invece appartengono in tutta evidenza al piano storico-sociale. Questo non significa certo che, se le coppie scoppiano, è tutta “colpa” della società e che gli individui non c’entrano niente (tutt’altro, gli individui fanno come sempre la loro parte in commedia interpretando perfettamente il ruolo a loro assegnato), ma significa che per capire cosa accade dobbiamo interrogare la storia e i suoi rapidi e recentissimi mutamenti, dentro i quali ognuno si muove con la propria personalità.

Prendiamo il frequentissimo caso della progressiva trascuratezza tra i membri della coppia e/o della trascuratezza dei singoli individui con se stessi nel prosieguo di una relazione, fatto questo all’origine di molti disappunti e conflittualità delle coppie contemporanee. Ci si trascura e ci si lascia andare fisicamente e contemporaneamente si diventa progressivamente meno attenti ai bisogni dell’altro come parte dei propri, sia riguardo agli aspetti fisici che emotivi e affettivi, sia rispetto alla sessualità. Ci si ritrova sempre più soli e distanti dall’altra/o senza capire come questo sia avvenuto, anche nel volgere di poco tempo.

I sistemi motivazionali che reggono le fortune e le sfortune delle coppie sono intimamente legati al concetto di “cura” sia riguardo all’altro come oggetto di attenzioni accudenti fisiche ed emotive, sia riguardo al prendersi cura del piacere, proprio ed altrui, relativamente alla sessualità. Accudimento e sessualità sono due pilastri motivazionali che, qualora funzionanti, accompagnano le coppie di lungo corso e, viceversa, crollano nelle coppie che si insabbiano strada facendo.

Ma cosa è cambiato sul piano storico-sociale riguardo l’idea del “prendersi cura” nella coppia in modo tale da disorientare in maniera così drammatica le ultime generazioni di coppie?

È cambiato tantissimo, ma forse l’aspetto più spaesante riguarda il senso di responsabilità che gli individui sentono di assumere nei confronti del proprio partner. 

Tutti noi proveniamo da famiglie nelle quali, quasi sempre, tale responsabilità dei singoli membri era fortemente mediata da vincoli e codici sociali ben precisi, sottolineati da precise ritualità e anche da vincoli giuridici. La/il coniuge doveva prendersi cura dell’altro/a a prescindere da innumerevoli aspetti più o meno gradevoli del/la proprio/a partner. Era un impegno per la vita, stop. Ci si turava il naso (non solo metaforicamente) e si andava avanti.

Oggi questa responsabilità si è fortemente diluita ed è sempre più diventata “negoziale”, ovverosia, il vincolo di responsabilità reciproca è valido fino a prova contraria, fino a quando tornano i conti. Ma questi conti attengono il più delle volte a valutazioni dell’individuo e dei suoi criteri di soddisfazione e di felicità.

La coppia, questa strana creatura, è però croce e delizia. È sia fonte di massima gioia e riconoscimento che fonte di massima frustrazione e negazione. Si crea perciò un gigantesco conflitto tra criteri di valutazione, vecchi e nuovi, come due software che entrano in conflitto sullo stesso sistema operativo: da un lato il criterio di responsabilità reciproca misurato alla maniera di qualche generazione fa (e sempre presente in noi) secondo vincoli eterni, glissava sugli aspetti frustranti e neganti (erano le donne soprattutto che sopportavano in silenzio) decentrando la coppia a favore della famiglia e i figli; dall’altro lato, il criterio di responsabilità reciproca, misurato alla maniera odierna, sul proprio tornaconto individuale in termini di felicità, fa saltare in ogni momento tutti i conti e crea perciò disorientamento e confusione. 

Come detto già altrove, non sono affatto un nostalgico. Oggi diamo, giustamente a parer mio, maggiore attenzione al benessere degli individui anche laddove s’ingaggiano in progettualità di coppia e famiglia, ma perdiamo di vista l’aspetto di “trascendenza” (lo dico in senso laico), cioè di decentramento che tale ingaggio comporta laddove la coppia, per sua specificità, punta a diventare famiglia e luogo di progettualità.

Le coppie contemporanee fanno ancora molta fatica a integrare gli aspetti della cura di sé e dell’altro con gli aspetti di decentramento legati alla dimensione trascendente dell’essere un’entità plurale.