Non solo viaggiatrici

Di Maria Pia Ercolini e Barbara Belotti

(prima parte)

Tra Ottocento e Novecento, sfidando le convenzioni sociali, molte donne viaggiano, anche da sole, raccontando la loro personale visione del mondo. Partono, osservano, studiano, disegnano, scrivono, fotografano, ritornano.

Per riportare alla luce questa realtà, che sfugge all’immaginario collettivo, abbiamo selezionato alcune figure precorritrici, le cui esplorazioni precedono il Settecento, e una rosa di nomi scelti tra le numerose protagoniste dei secoli successivi.

Provengono da Paesi e ambienti diversi e sono mosse da motivazioni e intenti differenti, ma in tutte emerge il desiderio di mettersi alla prova, di conoscere e di trasmettere.

La curiosità le rende libere.

Le loro immagini, accompagnate da brevi didascalie, sono entrate a far parte della mostra itinerante di Toponomastica femminile, Donne e lavoro, di cui parleremo nelle prossime settimane: ImPagine ne raccoglie i tratti essenziali.

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EUROPA – #SafePassage: tornano in piazza migranti, precari e reti sociali

Da domani fino al primo marzo, e in alcune città oltre questa data, torneranno a mobilitarsi migliaia di attivisti, studenti, migranti, precari e reti sociali spinti dalle tante emergenze che vedono coinvolti, indistintamente, sia i nuovi migranti che i cittadini europei.

Tutto nasce dalla decisione dell’Austria di limitare gli ingressi giornalieri (massimo di 80 richieste di asilo al giorno e passaggio consentito a non più di 3.200 persone che intendono chiedere rifugio in Germania o in altri paesi dell’Ue) in seguito alla quale diversi Paesi dei Balcani si sono organizzati per limitare il passaggio dei migranti provenienti dalla Grecia e diretti verso il Nord Europa: il 18 febbraio i responsabili delle polizie di Austria, Croazia, Macedonia, Slovenia e Serbia hanno definito un accordo che prevede una forma unica di registrazione in Macedonia, e nella pratica l’ingresso viene ora consentito solo ai profughi di nazionalità siriana o irachena. I migranti di tutte le altre nazionalità, compresi gli afghani, vengono bloccati.

La fase in cui si inseriscono queste manifestazioni è drammatica sotto molti punti di vista: l’Europa, mai come ora, sta rendendo palese che il rispetto dei diritti umani, la solidarietà ed in generale il pieno accesso al welfare e ad una vita dignitosa sono degli orpelli ai quali si può anche rinunciare. I fatti, se osservati dalla prospettiva delle politiche di austerità, sono conseguenti a questo processo: i dispositivi messi in campo per risolvere la crisi dei migranti sono legati esclusivamente al minare le basi del diritto d’asilo e all’esclusione fisica dei migranti attraverso il ripristino delle frontiere e dei i muri con il filo spinato; la selezione per coloro che riescono a raggiungere il vecchio continente è su base etnica, poiché tutta la “filiera dell’asilo”, dall’accesso, al meccanismo degli “hotspots” fino alle Commissioni Territoriali, è regolamentata in modo da negare diritti e produrre clandestinità. Le stesse politiche d’austerità coincidono con lo smantellamento del diritto del lavoro e la dismissione di welfare.

In un quadro così difficile è di vitale importanza che le manifestazioni siano in grado di intrecciare messaggi e appelli diversi e che le tante piazze europee provino tra loro a dialogare e contaminarsi. Sabato 27 febbraio l’hashtag principale delle manifestazioni che si svolgeranno in più di 100 città di tutto il continente sarà #SafePassage (link appello ed evento su Facebook), ovvero “viaggi sicuri”: uno slogan diretto che si affianca al simbolo dell’iniziativa, il giubbotto di salvataggio, per dire ancora una volta che è necessario aprire dei “canali umanitari sicuri” e permettere ai migranti di arrivare in Europa senza rischiare di perdere la vita. Un appello per troppi anni inascoltato dall’Unione. Se i canali umanitari fossero stati attivati, ad esempio dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, oggi ci sarebbero circa 8.000 vittime innocenti in meno. Una giornata, quindi, che vuole difendere il diritto di richiedere asilo e il diritto dei migranti a raggiungere la meta desiderata, l’antitesi di quello che sta accadendo in Grecia, uno Stato che sta diventando di fatto per i migranti bloccati ad Atene ed a Idomeni una “prigione a cielo aperto”. A Sid, sul confine tra Serbia e Croazia, proprio per denunciare i respingimenti di queste ultime settimane, gli attivisti “No Borders” hanno lanciato per domani un appuntamento nella zona dove avviene il blocco dei migranti.

A fianco di #SafePassage si inserisce il primo marzo, una giornata simbolo della lotta dei diritti dei migranti. Nata come una potente giornata di sciopero dei migranti nel 2010, di rifiuto del razzismo e di affermazione di una nuova cittadinanza, oggi la giornata rappresenta un’occasione per riportare in piazza tante voci contro le nuove forme di razzismo, di sfruttamento e di negazione dei diritti basilari. Gli appelli alla mobilitazione del primo marzo sono declinati a livello territoriale e toccano i nodi centrali dell’attacco ai diritti che i rifugiati e i cittadini stranieri subiscono: una giornata, come ad esempio si legge nel testo dello Sciopero sociale, “per dare visibilità e un volto pubblico a tutte quelle vertenze ed esperienze grandi e piccole che, pur presenti nei territori, faticano a trovare una reale forza politica espansiva. Un giorno nel quale prendere parte di fronte al tentativo di ridurre al silenzio i migranti e, insieme con loro, tutti quelli che cercano di sottrarsi allo sfruttamento e migliorare così la propria vita”. Ci saranno quindi iniziative molteplici comunicative contro le frontiere e la precarietà, o di denuncia contro il perverso sistema del requisito “alloggio – permesso di soggiorno” che lega il rinnovo del permesso di soggiorno alla disponibilità d’alloggio, e di come il governo a causa della crisi, del lavoro precario, dei tempi di consegna dei permessi e dell’atteggiamento di Questure e Prefetture stia rendendo i migranti dei nuovi clandestini (solo nel 2014 non sono stati rinnovati 150.000 permessi di soggiorno).

A Padova, il primo marzo, l’appuntamento sarà alle 18.30 sotto la prefettura per chiedere l’apertura di canali umanitari sicuri e un’accoglienza degna per chi arriva in Europa, ma soprattutto per denunciare l’atteggiamento della Commissione Territoriale che valuta le richieste di protezione internazionale. L’operato della Commissione, che ha competenze su tutto il nord est, è completamente oscuro e gli unici dati noti risalgono allo scorso 15 settembre: su 634 domande esaminate, ben 454 (il 71 %) sono state rigettate, con interi gruppi etnici sommariamente esclusi dall’ottenimento dello status, ciò significa che il sistema di valutazione delle richieste d’asilo altro non è che un meccanismo burocratico strutturato perlopiù per scoraggiare l’arrivo di nuovi profughi e limitare l’ottenimento del permesso di rimanere in Italia.
In Veneto ci saranno altri due importanti appuntamenti che parleranno di diritti nel mondo del lavoro dove i protagonisti sono principalmente i lavoratori stranieri: nei prossimi giorni si saprà se nella mattina del primo marzo, o nella giornata seguente, sarà lanciato uno sciopero del comparto agroalimentare nel caso in cui la trattativa inerente il Prix di Grisignano di Zocco (VI), dove una settantina di lavoratori e lavoratrici si sono trovati improvvisamente in mezzo a una strada, dovesse ulteriormente peggiorare. Lo sciopero sarà il preludio della manifestazione del 5 marzo nella città patavina, giornata in cui “convergeranno tutti i conflitti sul lavoro e per il reddito da ogni angolo del Veneto per ribadire l’unica vera espulsione che interessa ai lavoratori: quella delle aziende che sfruttano e fanno profitti sulle vite delle persone”.
Infine, il Tavolo Asilo, formato da numerose associazioni nazionali tra le quali l’Asgi, la Caritas italiana, il Centro Astalli, il Consiglio Italiano per i Rifugiati, MEDU, MSF e altri, ha deciso che il 1° marzo denuncerà pubblicamente, in un incontro con la stampa, il perdurare di pratiche illegali prodotte dall’approccio hotspot e dall’arbitrarietà con cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo.

Ogni città, ogni piazza avrà dunque la sua peculiarità, derivante dalle esperienze di lotta e di mobilitazione prodotte a livello territoriale e dalla composizione sociale degli stessi protagonisti. C’è estremo bisogno di scendere nelle strade, di farsi vedere, di riempire di contenuti e di numeri le piazze di tutta Europa. Un segnale fondamentale, che dice chiaramente che esiste una parte di società composita, molto spesso autorganizzata, che non si arrende di fronte alla barbarie, alla negazione dei diritti ed una vita di sfruttamento.




GRECIA – Pierre Moscovici: “Le Istituzioni Ue stanno lavorando per le misure fiscali”

La Grecia appare sempre più debilitata dal crollo finanziario e il lemma Grexit coniato nel 2012, quando si prospettava l’uscita della nazione ellenica dalla zona Euro in maniera forzata, conseguente alla disastrosa situazione economica, pare essere prepotentemente tornato alla ribalta.
Il Pil nell’ultimo trimestre ha mostrato un calo dello 0,6 %, dato preceduto dal 1,4% segnato nei tre mesi antecedenti. Nonostante l’ipotesi del Greek Exit si faccia largo tra gli economisti, l’Unione Europea attraverso Pierre Moscovici, ossia il Portavoce del Commissario Ue agli Affari Economici ha dichiarato che “Le Istituzioni Ue stanno ancora lavorando a un pacchetto di misure per raggiungere gli obiettivi fiscali concordati nel memorandum” e la “Grecia deve ancora adottare un pacchetto molto significativo per arrivarci”, inoltre “la scala di questi sforzi è in linea con quanto stabilito la scorsa estate”.
Nel frattempo gli scontri e gli scioperi non si arrestano nella capitale, il 12 febbraio gli agricoltori sono scesi in piazza a causa della riforma delle pensioni e degli eventuali aumenti delle tasse. La polizia ha lanciato dei lacrimogeni contro la folla, per contrastare il dissenso degli agricoltori che hanno distrutto alcuni vetri del palazzo del ministero dell’agricoltura, lanciando pietre e pomodori contro la struttura.
Della democrazia greca, lontana dal modello esemplare della polis, sembrano rimasti solo i meravigliosi e unici reperti archeologici, testimoni di un tempo ormai lontano ed effettivamente utopistico.




EGITTO – L’Italia grida giustizia per Regeni, ma non inserisce il reato di tortura nel Codice penale

Shaimaa è morta due volte, la prima per mano di un poliziotto che un anno fa le conficcò un proiettile di gomma nel cuore, sparato a distanza di 8 metri, la seconda, più infima e sottile, è stata determinata dalla sentenza della corte di cassazione egiziana che ha assolto quell’uomo in divisa. Stando alle motivazioni del verdetto, l’agente Yassin Mohamed Hatem Salah Eddine ha agito, sparato dei colpi di pistola in aria, al fine di disperdere la gente che affollava piazza Tahrir.

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La storia di Shaimaa è stata spesso in questi giorni associata alla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano, torturato e ucciso dalla polizia egiziana. L’attivista egiziana si spense mentre stava partecipando alla manifestazione in onore delle vittime della rivolta avvenuta al Cairo in piazza Tahrir 4 anni prima che causò la caduta del presidente Hosni Mubarak.

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Giulio Regeni, al contrario sparì misteriosamente il 28 gennaio 2016, mentre, a distanza di un anno, si stava tenendo la stessa protesta commemorativa. Lo stato italiano ha più volte lamentato la riluttanza dei magistrati egiziani nel collaborare alla ricostruzione dell’assassinio del giovane ricercatore, probabilmente perché dovrebbero spiegare all’intero pianeta il terribile destino che accomuna Regeni a migliaia di egiziani, prelevati dalle forze dell’ordine dalle loro abitazioni a cui non hanno più fatto ritorno. Dall’inizio dell’anno sono sparite sessantasei persone tra sindacalisti, attivisti e persone ritenute semplicemente scomode al sistema, solo alcuni hanno sono riusciti a sopravvivere ed a tornare dai loro cari con evidenti segni di tortura, c’è chi tra di loro ha raccontato di esser stato esposto al freddo per diverse ore con le mani legate, alla mercé delle guardie che si divertivano nel lanciargli addosso delle secchiate d’acqua gelida.
Regeni è stato per diversi giorni in mano ai suoi aguzzini che l’hanno sottomesso a sevizie inenarrabili, scosse elettriche ai genitali, tagli su varie parti del corpo e sette costole rotte. Alcuni giorni fa centinaia di medici egiziani sono scesi in piazza a protestare contro le atrocità commesse dalla polizia nei confronti dei civili.
La giustizia Italiana esprime dissenso e sdegno nei confronti dello stato Egiziano, ma dimentica che anch’essa ha mostrato grandi lacune in passato, basti pensare a due casi eclatanti, ovvero quello di Carlo Giuliani, colpito da un proiettile sparato in aria da un carabiniere e rimbalzato non si sa dove prima di colpire il partecipante al corteo contro il G8 nel 2001 a Genova e quello di Stefano Cucchi, che si sarebbe picchiato da solo fino a esalare l’ultimo respiro, magari chiedendosi il perché degli uomini in divisa votati a difendere i più deboli, abbiano rivolto i loro manganelli verso un uomo indifeso.
Shaimaa, Stefano Cucchi, Giulio Regeni, Carlo Giuliani, sono vittime della cattiva gestione e dell’abuso di potere di cui vengono investite le forze dell’ordine durante circostanze di crisi o nel corso di semplici interrogatori tenuti da uomini piccoli quanto dei punti neri, ma vergognosi quanto lo sdegno di chi in questi giorni parla con ribrezzo degli egiziani, ignorando quanto sia difficile per loro essere accumunati a quei poliziotti che hanno portato via anche i loro amici e parenti.




ITALIA – Tra i dolci rilievi dei Colli Euganei

di Nadia Cario

I Colli Euganei – morbidi rilievi con altitudini oscillanti tra i quattro e seicento metri – sono compresi tra i grandi fiumi padani del Brenta, a nord-est, e dell’Adige, a sud e sud-ovest.

Emergono isolati dalla pianura e circondati dalle alluvioni quaternarie che li separarono dai vicini Colli Berici ai quali sono geologicamente legati, con la differenza che si sono formati in conseguenza di due distinti cicli vulcanici di età e caratteristiche diverse.

Questa origine vulcanica conferisce al paesaggio un aspetto unico e suggestivo, con un microclima, nella parte sud, che ha permesso lo sviluppo di una ricca flora tra cui si segnala il fico d’india nano dei Colli Euganei.

In questo contesto si sono sviluppati insediamenti abitativi fin dall’antichità e località rinomate anche dalle antiche popolazioni romane che qui venivano per le terme ad Abano, tuttora luoghi frequentati e apprezzati, con gli altri vicini comuni, per le proprietà terapeutiche e di benessere dell’acqua e dei fanghi termali.

Poche sono le intitolazioni a donne.

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Il Comune di Arquà Petrarca, dedica una strada a Vittoria Aganoor, nata a Padova nel 1855 in una famiglia colta ed abbiente.

Poetessa che occupa una posizione di rilievo non solo nell’ambito della poesia femminile tra Otto e Novecento, ma anche nel più vasto panorama della cultura italiana di quel periodo. Nel 1901, dopo la morte della madre, si sposò con Guido Pompilj, buon letterato e uomo politico di un certo rilievo. Con lui si trasferì a Perugia, città nella quale trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Timida e riservata, pubblicò soltanto su sollecitazione delle persone a lei vicine, a quarantacinque anni, il suo primo libro, Leggenda eterna (1900). A seguito della sua morte prematura, nel 1910, il marito si suicidò. Questo gesto diede risonanza alle poesie ponendole in un’ottica del tutto nuova.

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Sul Monte Fasolo, a Cinto Euganeo, in collina tra i castagni, gli ulivi e i mandorli c’è via Dea Santa. Dea Santa è Santa Todero, nata nel 1903 ad Arquà Petrarca e qui trasferitasi dopo il matrimonio. Rimasta vedova a 34 anni con tre figli e in attesa della quarta che verrà chiamata Gelinda in ricordo del marito, la donna non si perse d’animo e si rimboccò ancora di più le maniche. Crebbe in autonomia i figli e fu figura di riferimento per gli abitanti che si recavano nella sua abitazione per l’acquisto dei prodotti che produceva o allevava, in base alla stagione, tanto da dare il nome a tutta la via.

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Daria, nobildonna della famiglia dei da Baone viene ricordata nell’omonimo Comune quale novella Antigone perché sfidò l’ira del tiranno Ezzelino il quale, dopo aver fatto decapitare per vendetta Guglielmo da Camposampiero, nipote di Donna Daria, ne aveva proibito la sepoltura e ordinato che fosse dato in pasto ai cani. Fu così che nella notte del 24 agosto 1251, per dare onorata sepoltura alle spoglie del nipote, Daria sfidò il tiranno e in compagnia di poche donne fidate raccolse i resti del parente a Valle di Sotto. Dopo aver caricato il corpo su di un carro trainato da due buoi e averlo nascosto tra fiori e frasche, con una sola compagna, partì da Baone diretta a Padova, alla chiesa del Santo, dove arrivò all’alba per seppellirlo.

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Il Comune di Teolo dedica una via Maria Montessori e una seconda a Erminia Fuà.

Maria Montessori, laureata in medicina nel 1896 dopo aver superato gli ostacoli posti dalla burocrazia e dai compagni di studio, partecipa al Congresso internazionale delle donne a Berlino, dal quale lancia un appello appassionato contro la disparità dei salari in fabbrica tra uomini e donne. Nel 1899 fonda e dirige la Scuola magistrale ortofrenica per educatori di bambini “deficienti” sviluppando una didattica integrata. Nel 1907 apre la prima Casa dei Bambini a Roma per figli di famiglie operaie. Nell’affrontare la cura dei bambini tra i due e i sei anni, trasferisce con successo a tutti le esperienze fatte con i bimbi disabili, suscitando stupore in tutti gli ambienti. Nasce il metodo Montessori che diffonde viaggiando in Europa, USA, America del Sud, India.

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Erminia Fuà nasce a Rovigo nel 1834. Partecipa agli avvenimenti risorgimentali prima attraverso l’attività cospiratrice del padre e successivamente condividendo e collaborando alla causa antiasburgica con il marito. Nell’ottobre 1864 raggiunge il marito in esilio a Firenze. Qui partecipa, come poetessa apprezzata, alla vita intellettuale nei salotti cittadini. Diventa ispettrice scolastica per le scuole femminili dell’Umbria e poi di Napoli rilevando la mancanza del senso critico nella formazione delle allieve. Si trasferisce Roma, nel 1871 e dà prova di un approccio didattico del tutto innovativo. Nel 1872, insegna Lettere italiane al terzo anno della scuola normale da poco istituita. Nel 1873, diventa dirigente dell’Istituto Superiore Femminile con successo.

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Este è più generosa verso le sue donne: Laura, Isabella e Beatrice rappresentano il ramo femminile del noto casato nella toponomastica cittadina.

Di Bianca Aurora Da Este si legge: Fiorì verso il 1560 e fu una delle più leggiadre e rinomate poetesse del suo tempo. Alcuni biografi la ricordano col nome di Laura Da Este. Moglie diletta a Tommaso Porchacchi da Castiglione … godeva degli applausi che meritatamente coglieva nel difficile arringo delle lettere … sospirò con vero entusiasmo al culto delle Muse.

Da Le illustri donne estensi, 1905

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Isabella d’Este nacque a Ferrara nel 1474 e ricevette un’educazione di grande spessore. Fu una delle donne più autorevoli del Rinascimento e del mondo culturale italiano del tempo. Figlia di Eleonora d’Aragona e di Ercole I d’Este, duca di Ferrara fu marchesa di Mantova sposando Francesco II Gonzaga. Dimostrò grande abilità diplomatica e politica nei negoziati con Cesare Borgia, che aveva spodestato Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, marito della cognata. Intelligente, capace, dedita alle arti e al bello si attorniava di letterati, poeti, artisti e musicisti tanto che la corte di Mantova divenne una delle più acculturate d’Europa. Reggente di Mantova quando il marito andava in guerra, mal sopportava dover cedere il posto al suo rientro. Governò Mantova dal 1519 al 1521 come reggente del figlio Federico, giocando un ruolo sostanziale nella politica italiana e rafforzando costantemente il prestigio del marchesato mantovano. I suoi molteplici e importanti conseguimenti compresero l’elevazione di Mantova a ducato.

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Beata Beatrice, figlia di Sofia di Savoia e di Azzo VI, Marchese d’Este, nacque nel 1191 e crebbe in una splendida corte dove la sua bellezza fu cantata dai trovatori provenzali che animavano la corte lasciando così la prima testimonianza di poesia trovadorica nell’Italia orientale. Rimasta orfana dei genitori e morto avvelenato il fratello maggiore Azzo VII, Beatrice decise di ritirarsi in preghiera e lavoro nel monastero di Solarola dal quale si trasferì per allontanarsi maggiormente da casa, nel 1221, in un monastero abbandonato sul Monte Gemola, nei Colli Euganei. Restaurò l’edificio a sue spese, con la sua opera e delle consorelle, dotandolo di rendite e organizzandovi la vita monastica di una nuova comunità femminile che aderì alla Regola benedettina.

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E ancora ad Este troviamo l’intitolazione a Giulia Fogolari, nata a Venezia nel 1916. Appassionata archeologa, lavorò come ispettrice per la Soprintendenza per l’Antichità delle Venezie, orientando i suoi studi verso la storia antica e l’archeologia della terra veneta e attraverso i ritrovamenti di necropoli romane e preromane apportò un contributo determinante alla conoscenza del Veneto preromano. Accanto all’attività professionale fu docente universitaria a Padova e si dedicò a un’intensa attività editoriale.

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Nel Comune di Abano Terme, una piazza ricorda Rosa Agazzi, pedagoga nata a Volongo nel 1866: assieme alla sorella Carolina, anch’essa educatrice sperimentale, fondò una nuova scuola materna il cui insegnamento era basato sull’idea che le bambine e i bambini, attraverso l’esperienza, fossero parte attiva e non spettatori passivi del processo formativo.

I principi dell’insegnamento agazziano, basati su attività di vita pratica, educazione estetica, educazione sensoriale, educazione al canto, istruzione intellettuale, educazione del sentimento, ebbero successo e portarono alla nascita di altre scuole e alla formazione di maestre, soprattutto nelle zone di Trento e Bolzano, contribuendo così alla diffusione della scuola per l’infanzia.

 

 

 

 

 




Doppio Nobel per Virgo e Ligo. Ma ce lo dicono solo adesso

“Sembrava una sfida impossibile, come sostenuto dallo stesso Einstein, che reputava questi segnali troppo deboli per una possibile rivelazione, invece ci siamo riusciti”, commenta Pia Astone, ricercatrice INFN che ha curato la redazione dell’articolo scientifico sulla scoperta assieme ad altri cinque colleghi di VIRGO e LIGO. “Finalmente possiamo osservare l’universo con occhi diversi, – prosegue Astone – non è un caso, infatti, che la prima misura diretta di ampiezza e fase delle onde gravitazionali sia stata accompagnata da un’altra importante scoperta, quella della fusione di un sistema binario di buchi neri”.

Le onde gravitazionali, hanno comunicato, sono state rivelate il ​​14 settembre 2015, alle 10:50:45 ora italiana (09:50:45 UTC, 05:50:45 am EDT), dagli strumenti gemelli Laser Interferometer Gravitational-wave Observatory (LIGO), negli Stati Uniti, a Livingston in Louisiana e a Hanford, nello stato di Washington. Gli osservatori LIGO, finanziati dalla National Science Foundation (NSF) e operati da Caltech e MIT, hanno registrato l’arrivo delle onde gravitazionali entro una finestra temporale di coincidenza di 10 millisecondi.

La scoperta  è giunta esattamente a 100 anni dalla intuizione di  Einstein, dalla teoria della Relatività Generale che Albert Einstein arrivò a formulare nel 1915, che descrive la gravità come una manifestazione della curvatura dello spaziotempo. Un caso?

Lo spaziotempo è come un tessuto, ma a quattro dimensioni: le tre spaziali note, più il tempo. Secondo la Relatività Generale esso permea tutto l’universo, viene deformato dai corpi e perturbato da masse in movimento. Queste perturbazioni sono appunto le onde gravitazionali che, dalla loro sorgente si diffondono in modo analogo alle increspature sulla superficie di uno stagno, viaggiando alla velocità della luce.

L’importante risultato, pubblicato l’11 febbraio 2016, dopo cinque mesi dall’ipotetica data della rilevazione,  sulla rivista scientifica Physical Review Letters, è stato ottenuto grazie ai dati dei due rivelatori LIGO, dalle Collaborazioni Scientifiche LIGO (che include la Collaborazione GEO600 e l’Australian Consortium for Interferometric Gravitational Astronomy) e VIRGO, che fa capo allo European Gravitational Observatory (EGO), fondato dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) italiano e dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) francese.

La scoperta è stata annunciata dalle collaborazioni LIGO e VIRGO nel corso di due conferenze simultanee, negli Stati Uniti a Washington, e in Italia a Cascina (Pisa), nella sede di EGO, il laboratorio nel quale si trova l’interferometro VIRGO, progetto ideato, realizzato e condotto dall’INFN e dal CNRS con il contributo di Nikhef (Paesi Bassi), e in collaborazione con POLGRAW – Polska Akademia Nauk (Polonia) e Wigner Institute (Ungheria).

Non poteva mancare il premio: “Questo risultato rappresenta un regalo speciale per il 100° compleanno della Relatività Generale, – commenta Fernando Ferroni, presidente dell’INFN – il sigillo finale sulla meravigliosa teoria che ci ha lasciato il genio di Albert Einstein”. “Ed è anche – prosegue Ferroni – una scoperta che premia il gruppo di scienziati che ha perseguito questa ricerca per decenni, cui l’Italia ha dato un grande contributo, figlio di quella scuola che negli anni ‘70 del secolo scorso si formò intorno alle figure di Edoardo Amaldi, Guido Pizzella, Adalberto Giazotto, e che oggi vede i nostri ricercatori protagonisti anche grazie alla tecnologia di VIRGO, l’interferometro italo-francese a Cascina”, conclude Ferroni.

“Le prospettive che si aprono adesso sono tante”, ha osservato Astone. “Abbiamo uno strumento molto potente per studiare l’universo, tanto che le scoperte che potrebbero portare al Nobel sono due: oltre alla conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali abbiamo osservato per la prima volta l’impatto di due buchi neri di masse stellari che orbitano uno attorno all’altro, per formarne uno nuovo”.

Un riconoscimento andrebbe anche agli organizzatori…




BRUSSEL – Avramopoulos:“Se la Turchia non si impegna a realizzare il Piano d’azione, sarà molto difficile gestire la situazione”

La Turchia se vuole può fermare i flussi dei migranti e i trafficanti di esseri umani, se invece decide di non fare la sua parte sarà “molto molto difficile” riuscire a risolvere l’attuale crisi. Il commissario all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, sprona il governo di Ankara a rispettare gli impegni presi con Bruxelles.”“Se la Turchia non si impegna a realizzare quanto contenuto nel Piano d’azione comune, sarà molto, molto difficile gestire questa situazione”, afferma Avramopoulos che si dice convinto del fatto che “se le autorità turche davvero lo volessero potrebbero fare quello che devono per combattere i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi migratori” verso l’Europa. Da parte sua, ha ricordato il commissario, “l’Ue sta facendo la sua parte per aiutare il Paese ad affrontare questa situazione molto difficile”, con oltre 2 milioni di rifugiati siriani in Turchia, e lo sta facendo con uno stanziamento di 3 miliardi. Ma, aggiunge Avramopoulos, anche gli Stati membri devono fare la loro parte, ad esempio “attuando il programma volontario di riammissione”, che prevede di accettare domande di asilo fatte anche fuori dai confini europei.

Il piano d’azione comune tra Europa e Turchia è stato concordato lo scorso 29 novembre, ma al momento stenta ancora a diventare operativo. Un report pubblicato oggi dalla Commissione europea afferma che il numero dei migranti in arrivo nell’Ue è diminuito leggermente ma resta comunque troppo alto. Il numero degli ingressi in Grecia è stato di 2.186 a gennaio, poco inferiore ai 3.575 di dicembre ma comunque meno della metà dei quasi 7mila di ottobre. Per questo Bruxelles “riconosce diverse misure concrete” prese da Ankara, ma il governo turco viene “spronato a continuare i suoi sforzi per una piena implementazione del piano”, affermando che il Paese deve “urgentemente fare progressi significativi nella prevenzione delle partenze irregolari”.

Bruxelles riconosce che l’introduzione l’8 gennaio di obblighi di visto per gli arrivi da Paesi terzi di siriani in Turchia “ha drasticamente ridotto gli arrivi” da Libano e Giordania e che le misure adottate il 15 gennaio per dare accesso al mercato del lavoro per i siriani sotto protezione temporanea in Turchia “sono un altro importante passo in avanti”.

Ma d’altra parte si chiede ad Ankara di “migliorare l’attuazione del suo accordo di riammissione bilaterale con la Grecia”, e di essere pronta “ad attuare l’accordo di riammissione Ue-Turchia per i cittadini di paesi terzi da 1 Giugno 2016”.

Si chiede poi di “rafforzare la capacità di intercettazione della guardia costiera e rafforzare la legislazione, l’azione e la cooperazione con gli Stati membri dell’Uu nella lotta contro il contrabbando e contrabbandieri” di esseri umani.




ITALIA – Il lavoro delle donne in mostra

Di Andrea Zennaro

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Chiude in questi giorni la bella mostra fotografica e documentaria DONNE E LAVORO, esposta al Centro Commerciale EUROMA 2 della capitale: 90 pannelli, curati dall’Associazione Toponomastica femminile, attraversano gli spazi lavorativi delle donne, fra tradizione e modernità.

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Allestita per la prima volta in maggio ai Musei Capitolini (Centrale Montemartini), l’esposizione ha raggiunto in settembre il Museo Archeologico di Terni e la Biblioteca Comunale della stessa città e, dopo la nuova esperienza romana, sarà presto accolta a Padova, arricchita di nuovi pannelli sulle attività produttive locali: faranno dunque la loro comparsa immagini e testi sulle lavoratricidei bachi da seta e sulle “mistre”, abilissime orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta.

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I pannelli, provenienti da tutta Italia, vogliono sollecitare una riflessione su un impegno femminile, costantemente presente, seppure in forme diverse, e in continua evoluzione: testimoniano la fatica, ma anche i successi delle lotte sostenute dalle donne per raggiungere la parità e intendono sollecitare le amministrazioni a promuovere la memoria dell’operato femminile attraverso l’odonomastica cittadina.

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Le targhe stradali restituiscono infatti storie dimenticate o non raccontate, e contribuiscono a mantenere vivo il ricordo di figure esemplari: ma la presenza di parchi, giardini e aree di circolazione intitolate a donne è ancora marginale e soprattutto mancano dalle nostre vie quei modelli femminili moderni che costituiscono una preziosa fonte d’ispirazione e stimolo per le nuove generazioni.

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6.REPORTAGE.nonno.gelso_acqua_sindache.BN.bassa

La prima mostra fotografica di targhe stradali intitolate a donne risale all’ottobre del 2012 (Roma, Casa Internazionale delle Donne), in occasione del 1° Convegno nazionale di Toponomastica femminile. Da allora, una ventina di esposizioni hanno attraversato la capitale: dai corridoi della Sapienza alle biblioteche, dai centri culturali alle strutture scolastiche. Per le scuole è stata un’occasione di apertura verso la cultura di genere e di collegamento tra contesto formativo e impalcatura istituzionale.

L’area laziale ha avuto molteplici occasioni di presentare alla cittadinanza riflessioni e immagini in chiave di genere sull’odonomastica: Tivoli, Albano, Colonna, Ariccia, Aprilia, Formia, Cori, Sacrofano, Bassiano, Sora…

Altre iniziative in ambito nazionale hanno toccato Palermo e Catania, per poi risalire la costa tirrenica da Napoli a Genova, e visitare infine il capoluogo piemontese. Sul versante adriatico, mostre analoghe hanno preso le mosse dal Veneto – con Padova, Chioggia, Rovigo e Lendinara – per diffondersi in Romagna – da Rimini a Ravenna – e in Friuli Venezia Giulia, da Udine a Trieste.

Dalla scorsa estate una grande mostra itinerante work in progress gira per la Puglia e ha già raggiunto una dozzina di comuni.

Intitolazioni a resistenti e madri costituenti percorrono invece la Lombardia: da Garbagnate a Lodi, da Albino a Scansorosciate e a Melegnano.

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Oltre al ricco repertorio di targhe stradali – che ricordano letterate, poete, giornaliste, politiche, scienziate, artiste, educatrici, operaie, archeologhe eccetera – sono esposte in mostra una serie di immagini sul tema del lavoro femminile: documenti, foto d’epoca, foto attuali, rappresentazioni di opere d’arte.

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Un’ampia sessione è dedicata alle artigiane.

Merlettaie, ricamatrici e sarte, con approfondimenti e specificità regionali, occupano metà lato del quadrilatero.

L’arte femminile del ricamo è stata per lo più convogliata nelle manifatture gestite da uomini. Tuttavia i conventi di clausura hanno creato a volte una rete in grado di offrire alle orfane la possibilità di reinserirsi nel contesto sociale esterno proprio grazie ai proventi realizzati dalla vendita dei ricami.

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La lavorazione del merletto è diffusa a livello capillare nel nostro Paese: in luoghi e tempi diversi ha scelto l’ambiente claustrale, di scuola, bottega e fabbrica, ma soprattutto si è realizzata all’aperto, lungo i vicoli dei borghi, in forma collettiva insieme alle altre donne del vicinato, con cui condividere “l’intreccio dei fili con quello del racconto e dei commenti delle notizie quotidiane”. I Merletti di Burano, Chioggia e Pellestrina, le trine di San Sepolcro, i tomboli di Offida e Isernia, i ricami dell’Aemilia Ars bolognese costituiscono punte di diamante del vasto panorama offerto dalla tradizione. Negli ultimi secoli, il ricamo dei corredi matrimoniali e l’applicazione di merletti e trine, hanno rappresentato un’importante fonte di reddito per le ragazze.

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Un piccolo introito per le famiglie rurali proveniva anche dal lavoro delle giovani lavandaie. Le ragazze di campagna andavano in città a prendere i panni sporchi delle case benestanti, li lavavano a fiume e li riconsegnavano puliti e stirati. “Anche attraverso questi panni che andavano avanti e indietro dalla città al fiume transitava l’emancipazione femminile”: le clienti, che nella loro comunicazione abituale usavano una lingua più evoluta, insegnavano loro malgrado alle contadine, cresciute nel dialetto, espressioni e forme della lingua italiana.

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Nei paesi marinari le attività femminili assumevano caratteri propri. La prolungata assenza degli uomini, rendeva le donne protagoniste incontestate dell’organizzazione familiare e sociale. Ecco dunque che si prodigano in appoggio alle attività di pesca: producono reti e vele, bagnano i cordami, preparano le esche. A Torre del Greco, dove la pesca e la lavorazione del corallo hanno lontane origini, le donne, molto abili nel taglio nella bucatura e nel confezionamento di collane, costituiscono la stragrande maggioranza del personale operaio addetto al settore.

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Non mancano in mostra documentazioni su forme d’arte diverse, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alla musica. La storiografia ha cancellato, occultato, sottostimato la presenza delle donne nella musica, eppure, raffigurazioni antichissime le ritraggono alle prese con strumenti e composizioni. Per lungo tempo alle cantanti venne vietata l’esibizione in pubblico e, in tempi non lontani, molti ambienti restarono comunque inospitali. Nel sordido mondo del jazz, ad esempio, viaggiare ed esibirsi rappresentava un rischio per le donne. Ma vi furono ugualmente grandi musiciste, seppure occultate: il loro lavoro, di compositrici e arrangiatrici, è stato spesso attribuito a uomini. Più forte la presenza femminile nel blues. Tra le tante voci nere, se ne distingue una bianca: quella di Janis Joplin.

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili, ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica colta sarebbero impensabili senza il loro canto”.




TAIWAN – Tsai Ing-wen prima presidente già eletta a modello

La piccola e ribelle Taiwan, secondo la vecchia definizione di Pechino, ha una presidente e le femministe cinesi l’hanno già eletta a modello.

«La vittoria di Tsai è una fonte di grande incoraggiamento per tutte noi sul continente, un esempio di partecipazione alla politica», ha detto da Pechino Zeng Jinyan, attivista e scrittrice. Zeng propone anche collaborazione e scambi tra femministe continentali e isolane. E qui viene un’altra sfida per la nomenclatura della Cina, che pretende di gestire il dialogo con Taiwan solo a livello di rapporti di forza, commerciali e politici. Un dialogo tra esponenti della società civile femminile dei due Paesi porterebbe invece ad aprire il capitolo dei diritti.

I grigi dirigenti non sono abituati a negoziare con una signora cinese: tra i 25 membri del Politburo del Partito comunista ci sono solo due donne, su poltrone di seconda fila; tra i 205 del Comitato centrale le compagne sono meno del 5%, una percentuale più bassa di cinquant’anni fa, ai tempi di Mao e delle sue poetiche frasi sull’altra metà del cielo. E per non sbagliare, alla vigilia dell’8 marzo l’anno scorso la polizia di Pechino ha fatto una retata tra le attiviste dei diritti femminili: chiedevano solo giustizia contro le violenze sessuali e gli abusi subiti in famiglia, per le autorità «causavano turbamento dell’ordine».




POLONIA – Poznań, tutto il mondo è paese

Di Justyna B. Walkowiak

Traduzione di Claudia Antolini

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FOTO 1. CARTA POLONIA

Gli odonimi contemporanei in Polonia sono sostanzialmente di due tipi: quelli motivati da un vero significato semantico (ulica Rzeźnicka ‘Via dei Macellai’, antico luogo di residenza dei macellai; ulica Kościelna ‘Via della Chiesa’, porta o è adiacente a una chiesa), e quelli arbitrari. La classe dei nomi commemorativi costituisce, in alcune tra le maggiori città polacche,  tra un quarto e due quinti del totale.

Tanto gli uni, quanto gli altri, hanno lunga vita.

Strade dedicate a figure illustri erano già presenti nell’Antica Roma (Via Flaminia celebra Gaio Flaminio, che ne ordinò la costruzione; la genesi di Via Aurelia è analoga), ma è stato a partire dal XIX secolo che si sono diffuse prepotentemente in tutta Europa.

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Maria Skłodowska-Curie nelle strade di Lublino foto di Giulia Guarnieri Calò Carducci

I nomi commemorativi in Polonia evocano non solo figure storiche ma anche personaggi di leggende, miti o favole (come Czerwony Kapturek ‘Cappuccetto Rosso’). Alcune strade sono dedicate alla letteratura polacca classica; gli odonimi allora non sono soltanto titoli di opere ma anche personaggi (o gruppi di personaggi) tratti dai libri. Esempi includono Calineczki (‘Pollicina’), Krasnali (‘Nani’).

Le prossime foto si riferiscono alla città di Poznań e ne ritraggono alcune strade femminili.

Gertruda Konatkowska (1895-1966) è stata una pianista polacca e co-fondatrice della Scuola Musicale Superiore di Poznań

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FOTO 3. VIA GERTRUDA KONATKOWSKA

Poznań si classifica quinta tra le più grandi città in Polonia, ed è anche una delle più antiche. Secondo ricerche recenti, c’è un’alta probabilità che fu qui che il primo storico governante polacco fu battezzato, nel 966. Poznań ottenne i diritti di comune nel 1253. Alla fine del XVIII secolo divenne parte della Prussia e rimase sotto il comando prussiano – che un secolo dopo sarebbe stato sostituito dalla Germania unificata – fino alla prima guerra mondiale.

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FOTO 4. Città di POZNAN

Oggi è un importante centro industriale, commerciale e soprattutto universitario, in termini di numero di studenti secondo solo a Varsavia.

Il numero dei suoi odonimi è 2.422. Come individuato da Justyna B. Walkowiak nel suo studio in uscita sugli Atti del 3° Convegno di Toponomastica Femminile.

Probabilmente l’unico incrocio di due strade con odonimi femminili è formato dalle vie Janina Omańkowska (1859-1927), giornalista politica, e Maria Wicherkiewicz (1875-1962), scrittrice, giornalista e storica amatoriale della città.

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FOTO 5: Vie Janina Omańkowska e Maria Wicherkiewicz

A Poznań, i nomi commemorativi individuali costituiscono il 28.7% di tutti gli odonimi: 613 uomini e 83 donne.

Non sono stati conteggiate le intitolazioni plurali, perché danno adito a interpretazioni troppo spesso soggettive: ad esempio odonimi quali Traktorzystów ‘i trattoristi’, Okulistów ‘gli oculisti’,registrati rispettivamente a Warsaw e a Cracow, sono nomi esclusivamente maschili? E del resto, anche dove il genere maschile è certamente predominante, come nel caso delle unità militari, non è mai da escludere che qualche donna ne abbia fatto parte.

La percentuale di strade femminili in città si aggira attorno al 3,4%: un indice che non si discosta molto dai valori registrati nelle grandi città italiane.

Tra le figure storiche, che sono la maggioranza delle intitolazioni femminili, soltanto quattro rappresentano sante, mentre cinquanta si riferiscono a laiche.

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FOTO 6.  VIA DZIEWANNA

Due strade richiamano donne mitologiche e leggendarie: per contro sono 11 gli uomini della stessa categoria.

La via Dziewanna è attribuita a una divinità di cui è incerta l’appartenenza al Pantheon slavo.

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FOTO 7. Bratumiła

Un particolare esempio di denominazioni tematica a Poznań, è dato dai gruppi di nomi propri accomunati da una lettera iniziale. È il caso di “Ulica Bratumiły” (via di Bratumiła). La via è l’unica testimone femminile dell’insieme di dodici intitolazioni in B. È il caso di Bratumiła. La via è l’unica testimone femminile dell’insieme di dodici intitolazioni in B.

Curioso anche il significato del nome: “piacevole per suo fratello”.

Delle 27 restanti intitolazioni femminili fanno parte anche le letterate.

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FOTO 8. VIA SAFONY (SAFFO)

Per avere un quadro generale della toponomastica polacca si può consultare il database TERYT – disponibile dal sito governativo http://www.stat.gov.pl – che offre una lista completa di tutti gli toponimi in uso correntemente in Polonia: nomi di strade, viali, passaggi, piazze, ponti, rotonde, piazze del mercato, parchi e giardini cittadini, stazioni ferroviarie e della metropolitana.

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FOTO 9.  VIA BIBIANNA MORACZEWSKA

Una strada a Poznań che ricorda Bibianna Moraczewska (1811-1877), scrittrice locale, attivista nel sociale ed una delle prime femministe polacche.

Tentarne una classificazione per categorie non sempre è semplice. Ad esempio, Marzanna può essere sia il nome di una divinità femminile slava e baltica – associata con la morte e gli incubi – sia un nome proprio; come del resto Wanda, oltre a nome proprio femminile, ricorda anche l’eroina di una leggenda polacca molto famosa e, in quanto tale, anche figura letteraria.

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FOTO 10. MARZANNA