USA – E’ polemica sulle trivelle in mare

Mentre il governo italiano toglie la data di scadenza alle concessioni entro le 12 miglia, gli USA riducono il campo d’azione delle trivelle in mare.

Anche negli Stati Uniti infuria la polemica politica sulle trivelle e le estrazioni di idrocarburi in mare. Mentre l’Italia non cancella il regalo del governo Renzi alle concessioni petrolifere entro le 12 miglia, l’amministrazione Obama ha varato  le nuove regole per le perforazioni al largo delle coste USA. La motivazione è semplice: evitare un nuovo disastro ambientale come quello causato dall’esplosione, nel 2010, della piattaforma Deepwater Horizon della BP.
Le nuove norme, secondo l’industria petrolifera, avranno impatti per 31,8 miliardi di dollari sul settore, mettendo in pericolo 50 mila posti di lavoro. Il Dipartimento degli Interni, che ha deciso di rendere obbligatori gli standard, stima i costi di adeguamento degli impianti in meno di 1 miliardo e ha insistito sul fatto che la produzione di petrolio nel Golfo del Messico «è una componente fondamentale del portafoglio energetico della nostra nazione». In realtà, rappresenta il 16% della produzione totale di petrolio degli Stati Uniti e il 5% della loro produzione di gas naturale domestico.

I regolamenti varati dall’amministrazione USA, sostanzialmente, aumentano il monitoraggio dei pozzi e il controllo e manutenzione delle piattaforme. In particolare, i nuovi e più stringenti standard vengono applicati al blowout preventer, dispositivo utilizzato durante la perforazione di un pozzo che ha il compito di metterlo in sicurezza nel caso i fluidi dovessero accidentalmente migrare all’esterno.
L’industria ha avvertito che quasi i due terzi dei pozzi perforati nel Golfo del Messico dal 2010 non soddisfano i nuovi standard. Ma dovranno adeguarsi: nessuno ha voglia di vedere un altro cataclisma nelle acque dell’Atlantico. Secondo una nuova analisi dell’impatto di quel disastro, prodotta dalla ONG Oceana, fino a 800 mila uccelli marini e un gran numero di delfini e balene sarebbero morti a causa della fuoriuscita del petrolio. Molti altri hanno sofferto di problemi riproduttivi per anni, e una superficie corallina delle dimensioni di Manhattan è stata danneggiata.
Oceana dichiara che «l’apertura di nuove aree di perforazione in mare aperto comporta rischi inaccettabili. Non dovremmo espandere la perforazione nelle acque statunitensi o utilizzare tecnologie devastanti come l’airgun, che può compromettere la vita marina».




UK – Obama: “L’accordo tra Ue e Usa porterà miliardi alle nostre economie e farà da modello per il resto del mondo”

Il Regno Unito deve rimanere nella Ue non solo per ragioni economiche ma anche per permettere di combattere “più efficacemente” il terrorismo. Lo ha detto Barack Obama, a Londra con la moglie Michelle, dalle colonne del Daily Telegraph che oggi pubblica un suo messaggio all’alleato britannico. Parole nette, al di là di ogni diplomazia: con il presidente americano che oltre ai vantaggi economici del legame di Londra con Bruxelles, sottolinea l’interesse degli Stati Uniti che guardano con apprensione al referendum britannico sulla Brexit del prossimo 23 giugno, per decidere se restare o meno in Europa. Concetti poi ripetuti parlando a Londra durante la conferenza stampa congiunta con il primo ministro del Regno Unito, David Cameron e che hanno scatenato la dura reazione del sindaco di Londra che è arrivato a definire il presidente “un mezzo keniano”. Un attacco evidentemente non condiviso dal premier Cameron che ha definito Obama “un uomo che dà saggi consigli ed un grande amico del Regno Unito”.

All’intervento di Barack Obama sul Daily Telegraph, il sindaco Johnson ha risposto con un articolo sul Sun. Dove non solo definisce l’appello del presidente americano “incoerente, inconsistente e assolutamente ipocrita” aggiungendo che “gli Stati Uniti chiedono alla Gran Bretagna di restare nell’Ue ma non cederebbero mai il controllo di così tanta parte della loro democrazia come ha fatto il Regno Unito con Bruxelles”. Ma si appropria anche del celebre slogan elettorale di Obama “Yes we can”, piegandolo alla campagna referendaria degli euroscettici per dire che la Gran Bretagna “può riprendersi il controllo dei suoi confini, del suo denaro e del suo sistema di governo”.
Ma la polemica non finisce qui: nell’articolo sul Sun Johnson ricorda infatti un episodio, secondo cui Obama avrebbe fatto rimuovere dallo Studio Ovale un busto del celebre premier inglese Winston Churchill. Per il sindaco di Londra “l’esempio dell’avversione ancestrale del presidente mezzo keniano per l’impero britannico, di cui Churchill fu uno dei più ferventi difensori”. Peccato che l’episodio citato sia in realtà falso: la decisione di rimuovere il busto fu presa, in realtà, dal predecessore di Obama, George W. Bush, e certo non per motivi politici.

“Adoro Winston Churchill, un suo busto è appena fuori il mio ufficio”, è stata la risposta di Obama.

La gaffe di Johnson fa insorge il Labour che le definisce parole “offensive e razziste”. Prende le distanze anche il premier David Cameron, in una conferenza stampa a Londra con il presidente Usa, senza citare esplicitamente la Brexit e le affermazioni del sindaco di Londra: Barack Obama “è un uomo che dà saggi consigli ed è un grande amico”, ha detto. Per Cameron la Gran Bretagna resterà un forte alleato degli Stati uniti e dell’Europa. Il premier ha comunque fatto riferimento all’accordo di libero scambio tra Ue e Usa: “Porterà miliardi alle nostre economie e sarà da modello per il resto del mondo”, ha detto il premier riguardo all’intesa da cui il Regno Unito rischia di essere escluso qualora decidesse di uscire dall’Unione Europea al referendum in programma a giugno.

“Legittime le opinioni di leader stranieri”. Il premier britannico ha spiegato che la presenza o meno della Gran Bretagna nell’Ue ha conseguenze anche sugli altri Paesi europei e “su partner come gli Usa”, per questo le opinioni di leader stranieri sul referendum del 23 giugno (“che non è un’elezione politica”) sono legittime. Poi, semplificando, Cameron ha ricordato il ruolo avuto dal suo Paese per garantire, d’intesa con Washington, l’imposizione recente di sanzioni contro Mosca per quella che ha definito “l’aggressione della Russia” in Ucraina e ha aggiunto di non essere “sicuro” che tali sanzioni sarebbero state imposte e mantenute nello stesso modo se il Regno Unito fosse stato fuori dal Club dei 28.

Obama ribadisce: “No alla Brexit”. Durante la conferenza stampa, il presidente americano ha sottolineato che decidere se restare o meno nell’Unione Europea è una questione che riguarda i cittadini britannici, ciò premesso ha ribadito la sua contrarietà alla Brexit e ha rimarcato il vantaggio politico ed economico, anche per gli Stati Uniti, di una permanenza del Regno Unito nel Club dei 28: gli Usa “vogliono che l’influenza britannica cresca, anche nella Ue”, ha detto il presidente americano sottolineando di aver “parlato onestamente” al riguardo: “Il risultato del referendum è di grande interesse per gli Stati Uniti. Perché gli Stati Uniti vogliono un Regno Unito forte e il Regno Unito dà il suo meglio quando è all’interno di un’Europa forte. E questo avviene facendo parte dell’Unione europea”.

“Benefici se Londra nella Ue”. Secondo il presidente Usa “l’Unione europea amplifica i valori britannici, il mercato unico porta benefici al Regno Unito e per gli Usa è meglio quando uno dei suoi più forti alleati ha un’economia in crescita. Gli americani vogliono vederla crescere anche dentro l’Europa. Nel mondo di oggi servono azioni collettive. Gli Usa riconoscono che si rafforza la sicurezza e la prosperità con la Nato, col G20. E il Regno Unito si rafforza attraverso l’Unione europea”. Oggi, ha sottolineato Obama, “non sono le nazioni che fanno da sole a far sentire la loro voce ma quelle che fanno squadra. Vogliamo fare in modo che l’influenza della Gran Bretagna venga ascoltata perché quando il Regno Unito è coinvolto in un problema riesce ad affrontarlo e risolverlo nel modo giusto”.

“In Libia abbiamo l’opportunità di sostenere un nuovo governo” e di contrastare l’infiltrazione “degli estremisti” dell’Isis, ha detto Obama. “Non ci sono piani per l’invio di truppe di terra in Libia” ha chiarito il presidente degli Stati Uniti. “Non credo che sia necessario. Non credo” che i soldati “sarebbero i benvenuti”. L’invio dei soldati “manderebbe il segnale sbagliato”, ha aggiunto Obama sottolineando la sintonia e gli sforzi comuni di Usa e Gran Bretagna anche su altri dossier mediorientali, a cominciare dalla Siria. A questo proposito Obama non ha nascosto di essere “gravemente preoccupato” per la tenuta della tregua e di essere “scettico” sulle intenzioni del presidente russo Vladimir Putin, indicato come uno dei maggiori sostenitori del “regime assassino” di Bashar al-Assad. Ma allo stesso tempo ha sottolineato che una riduzione della violenza c’è stata nel Paese dopo gli accordi di cessate il fuoco e che la crisi siriana non può essere risolta senza un negoziato politico che coinvolga anche interlocutori “con i quali non siamo d’accordo” su diversi punti.

Durante il vertice i due leader hanno anche parlato della questione migranti: una sfida, a livello europeo e internazionale, da affrontare valutando la possibilità di un impiego della Nato anche nel “Mediterraneo centrale”, vale a dire a largo della Libia. Ma della questione migranti e di come colpire i trafficanti di persone “si parlerà meglio nel summit di lunedì ad Hannover con Francia, Germania e Italia”, ha aggiunto Cameron.

“La regina è un gioiello”. Inevitabile, poi, un riferimento a Elisabetta II: “La vostra regina è stata una fonte di ispirazione per me come lo è per tanta gente nel mondo. È una delle mie persone preferite. È sbalorditiva e fantastica. È un gioiello per il mondo intero e non solo per il Regno Unito”.

Sabato, ultimo giorno della sua visita nel Regno Unito prima di partire per la Germania dove incontrerà Angela Merkel, Obama parteciperà a una riunione municipale con giovani londinesi dove si parlerà proprio dei rapporti tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Ben Rhodes ha riferito che durante la riunione di sabato Obama potrebbe ancora una volta esprimere il suo punto di vista su “Brexit”.




UK – Britain exit? Perchè il referendum

Tra due mesi si terrà nel Regno Unito un importante referendum per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “Brexit” (“Britain exit”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione, che si terrà giovedì 23 giugno, è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione e i suoi rapporti diplomatici internazionali. Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore David Cameron impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è da oggi in visita a Londra ufficialmente per festeggiare i 90 anni della regina Elisabetta II, ma ha già fatto diverse dichiarazioni invitando esplicitamente il Regno Unito a votare per confermare la sua presenza nell’Unione Europea.
Perché si fa un referendum
Durante la campagna elettorale del 2015, Cameron promise che se fosse stato rieletto avrebbe organizzato un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, accogliendo le richieste presentate da diversi suoi colleghi di partito e da quello per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage, secondo i quali era tempo di organizzare una nuova consultazione, considerato che l’ultima risaliva al 1975 e che da allora molte cose sono cambiate in Europa. Cameron disse che avrebbe fatto campagna a favore dell’uscita se le autorità europee non avessero accolto le sue richieste su vari temi di politica estera ed economica. Dopo la sua elezione, i leader dell’Unione sono stati al gioco e hanno concesso buona parte delle richieste formulate da Cameron, che quindi ora è un convinto sostenitore della necessità di rimanere all’interno dell’UE.
L’accordo tra UK e UE
• Sussidi: Cameron aveva chiesto che fosse interrotta la pratica prevista dalle leggi europee che consente ai migranti con figli di inviare i soldi dei sussidi ricevuti nel loro paese di origine, ma la proposta è stata respinta e si è trovato un compromesso per cui l’entità dei sussidi sarà basata sul costo della vita nel paese natale del migrante e non su quello nel Regno Unito.
• Euro: Cameron ha riconfermato che il suo paese non si unirà al gruppo di nazioni che usano l’euro e ha ottenuto rassicurazioni e impegni sul fatto che questo non comporti una discriminazione da parte degli altri stati che fanno parte della moneta unica. Inoltre, il denaro messo dal Regno Unito nei fondi per salvare gli stati in difficoltà economiche dovrà essere rimborsato, se utilizzato.
• Politica estera: È stato formalizzato che il Regno Unito non fa parte dell’impegno per collaborare a “un’Unione sempre più stretta” come previsto nei trattati europei. Cameron ha anche ottenuto un nuovo meccanismo per consentire agli stati contrari a un nuovo regolamento di intervenire per bloccarlo, a patto che ci sia il 55 per cento dei parlamenti nazionali contro le nuove norme. Il meccanismo non è molto chiaro e secondo diversi osservatori sarà difficile, se non impossibile, metterlo veramente in pratica.
• Migranti: è stato concordato che i migranti che si trasferiscono per cercare lavoro nel Regno Unito accederanno più gradualmente ai sussidi e con modulazioni, ancora da definire, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici.
Cameron ha detto che l’accordo soddisfa buona parte delle richieste formulate dal suo governo, di conseguenza si è schierato a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. In realtà, diversi osservatori ritengono che il governo conservatore abbia ottenuto ben poco dalle autorità europee e che molte delle richieste non siano state soddisfatte.
Cosa dice il quesito
“Il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea o deve lasciare l’Unione Europea?”
Che succede se vince la Brexit
Il referendum non ha quorum è di tipo consultivo e non è legalmente vincolante. In linea del tutto teorica, se vincesse la Brexit, il Parlamento potrebbe quindi intervenire per approvare una legge che impedisca l’uscita dall’Unione Europea, ma andare contro la volontà degli elettori sarebbe un suicidio politico. Per uscire dall’UE, il Regno Unito dovrà ridiscutere tutti i trattati e concordare le condizioni per il suo ritiro, processo che richiederà come minimo un paio di anni di lavoro. In questo periodo di tempo, il Regno Unito sarà formalmente parte dell’UE, ma non potrà partecipare alla creazione di nuove regole e leggi in ambito europeo.
Chi vuole che il Regno Unito resti nell’UE
Come abbiamo visto Cameron è a favore della permanenza nell’Unione Europea e la maggioranza dei ministri del suo governo è con lui. Il Partito Conservatore ufficialmente si è dichiarato neutrale sul tema, lasciando libertà di voto ai suoi elettori. Il Partito Laburista, il Partito Nazionale Scozzese, il Partito del Galles e i Liberal Democratici stanno facendo attivamente campagna contro la Brexit. A loro si sono aggiunti molti leader europei, come il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, e capi di governo del mondo come di recente Obama. Dicono che i benefici della permanenza nell’UE superano di gran lunga gli svantaggi, di cui si fa del resto carico ogni stato membro, e tra questi ci sono: la possibilità di esportare con più facilità le merci, quella di avere più facilmente lavoratori qualificati e che contribuiscono a mantenere lo stato sociale, tramite il pagamento delle imposte, e di coordinare meglio le politiche di sicurezza nazionale integrandole con quelle degli altri stati.

Chi vuole che il Regno Unito lasci l’UE
Lo UKIP è il partito che sostiene più di tutti la necessità di uscire dall’Unione Europea, e fece già campagna su questo tema alle elezioni politiche dello scorso anno. È stato fondato nel 1993, ma ha ottenuto il suo primo seggio nel Parlamento britannico solamente dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando ha ottenuto il 12,6 per cento dei voti, mentre era andato molto bene alle elezioni Europee del 2014, quando risultò primo partito con il 27,5 per cento dei voti. L’obiettivo dichiarato dello UKIP è il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea, ma ce ne sono altri legati a fermare l’immigrazione, anche con soluzioni drastiche che hanno portato diversi osservatori a definire il partito di Farage xenofobo, populista e di estrema destra.
Il Partito Conservatore è diviso al suo interno, con circa metà dei parlamentari e cinque ministri del governo favorevoli all’uscita; ci sono anche alcuni esponenti politici del Labour e del Partito Unionista Democratico. Anche il sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, è a favore dell’uscita dalla UE. Con sfumature diverse, dicono che l’UE impone il suo controllo sulle politiche del paese e chiede ogni anno miliardi di sterline, dando indietro poco o niente, sono inoltre contrari alla libera circolazione delle persone e vogliono ridurre il flusso di migranti in cerca di lavoro.

Chi ha ragione
È difficile dirlo e i commenti di osservatori politici ed esperti sono inevitabilmente divisi, tra chi vuole o non vuole la Brexit. Chi crede nelle potenzialità di un’Europa unita è convinto che tutto debba restare così com’è, anche se negli ultimi decenni non ci sono stati molti progressi verso una vera unione politica. Chi ha fiducia nella condizione di privilegio e potere politico ed economico del Regno Unito sostiene da sempre che questa venga limitata dall’appartenenza all’Unione Europea. In quest’ottica è comunque indubbio che senza il Regno Unito il progetto di unificazione perderebbe parte della sua credibilità. Molti analisti ritengono inoltre che dal punto di vista economico l’uscita dall’Unione Europea potrebbe avere serie ripercussioni sulla sterlina, complicando i rapporti commerciali del paese.
Come sta andando la campagna
Ci sono due campagne elettorali ufficiali, una a favore dell’uscita che si chiama “Vote Leave” e una contro che si chiama “Britain Stronger in Europe”, che possono spendere un massimo di 7 milioni di sterline ciascuna per fare propaganda. A queste si possono aggiungere altri comitati spontanei, che però non potranno spendere più di 700mila sterline ciascuno e devono registrarsi presso la Commissione elettorale, i comitati non registrati hanno la possibilità di spendere solo fino a 10mila sterline. I partiti possono fare campagna elettorale, ma anche per loro ci sono limiti di spesa stabiliti in base alla percentuale dei voti ricevuti alle ultime elezioni politiche. Ufficialmente, la campagna elettorale è iniziata il 15 aprile scorso.
Cosa dicono i sondaggi
Secondo i sondaggi più recenti, ottenuti aggregando consultazioni svolte da diverse società demoscopiche, il 54 per cento della popolazione è a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, mentre il 46 per cento è contro. Negli ultimi mesi il dato è oscillato di continuo e per lunghi periodi il divario tra favorevoli e contrari è stato minimo. Gli elettori più giovani sono tendenzialmente a favore della permanenza, mentre quelli più anziani sono per la Brexit. C’è una percentuale ancora alta di indecisi, che oscilla tra il 17 e il 20 per cento, su cui le due campagne si concentreranno nelle prossime settimane.
Precedenti
Non ce ne sono: se vincessero gli elettori a favore della Brexit, il Regno Unito sarebbe il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea nella storia. La cosa che si avvicina di più a questo scenario avvenne nel 1982, quando la Groenlandia – uno dei territori della Danimarca – approvò con un referendum l’uscita dall’UE nell’ambito delle maggiori autonomie concesse al suo governo locale da quello centrale danese.




ITALIA – Ernest Hemingway ragazzo di Bassano del Grappa

“Vorrei essere seppellito lassù, lungo il Brenta, dove sorgono le grandi ville con i prati, i giardini, platani, cipressi. Conosco qualcuno che forse mi lascerebbe seppellire nelle sue terre”. Recita così un manoscritto di Ernest Hamingway. Bassano del Grappa, allo sbocco del fiume Brenta dalle montagne, fu nel 1917 e nel 1918 punto di massima resistenza contro i reiterati tentativi austro-ungarici di irrompere nella Piana veneta e travolgere lo schieramento italiano.

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Poco a nord dal celebre ponte in legno del Palladio, sulla riva est del fiume, sorge Ca’ Erizzo, un’elegante struttura del ‘400, con successivi rifacimenti e abbellimenti. Nel 1918 la villa fu residenza della Sezione Uno delle ambulanze della Croce Rossa americana.

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Tra i volontari autisti c’erano i futuri scrittori John Dos Passos, Dudley Poore, John Howard Lawson, Sydney Fairbanks  ed Ernest Hemingway, il cui racconto MS 843 del 1919 intitolato “The Woppian Way” o “The passing of Pickles McCarty” prende le mosse proprio da Ca’ Erizzo e dagli Arditi ch’erano ivi pure accantonati.

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Ernest, il più irrequieto del gruppo, era solito scorazzare, nelle sue giornate libere  su una motocicletta Triumph, con la quale fra l’altro una sera andò a sbattere contro un albero.

In una parte del complesso, restaurato dall’attuale proprietario, Renato Luca, ha sede il Museo Hemingway e della Grande Guerra, che ospita  una “Collezione Hemingway” con una vasta documentazione.

Il museo occupa cinque grandi locali situati a livello strada con accesso diretto da essa. La parte espositiva è formata da 58 grandi pannelli, ricchissimi di spiegazioni storiche, di fotografie e di testimonianze.

La sua peculiarità, al di là del potere evocatore del grande evento funesto e dell’esauriente illustrazione dei suoi passaggi cruciali, è quella di fornire una testimonianza, unica in Italia, sulla partecipazione degli Stati Uniti alla Prima Guerra mondiale.

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Nella sala d’ingresso, Hemingway accoglie il visitatore con i suoi romanzi ispirati dalla Grande Guerra: “Addio alle armi” e “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Poco dopo,  il 9 ottobre 1927, uscì sul «New York Herald Tribune» una recensione di Virginia Woolf alla prepubblicazione di “Uomini senza donne”, il racconto era destinato a diventare “Addio alle armi”.

E’ singolare pensare che una delle rappresentazioni più forti della guerra offerte da Hemingway non sia frutto di una esperienza diretta. Lui a Caporetto non c’era, non c’è mai stato. Ernest Hemingway  non era uno storico, ma uno scrittore di fiction e un buon giornalista. Negli anni di guerra ha sperimentato la sofferenza direttamente, ha visto la morte e le trincee e ha voluto che tutto questo fosse parte di un racconto.

Ha fatto quindi il giornalista: ha parlato con tutti quelli che avevano visto la rotta di Caporetto, ha letto tutto quello che c’era da leggere e poi ha creato un libro che è più reale della realtà e che alla fine è anche una denuncia della follia della guerra e fortemente antimilitarista. Il protagonista è sul fiume, sull’Isonzo, e vede i carabinieri che stanno fucilando gli ufficiali che, nella confusione della battaglia, si sono ritirati. Corre verso il fiume e si butta in acqua ed è proprio in quel momento che decide che quella non è la sua guerra e che vuole tornare a casa.

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Un’altra singolare documentazione riguarda la partecipazione degli aviatori americani al conflitto. Passando alle altre sale, le tappe salienti della Grande Guerra si succedono con ritmo incalzante, sempre ricchissime di documentazioni inedite e non riscontrabili in musei analoghi.

Ernest Hemingway soggiornò presso Villa Ca’ Erizzo durante il periodo della Grande Guerra. Questo è il motivo per cui si è voluto dedicargli questo importante spazio e allestimento storico-culturale.

Di questo noto personaggio del mondo della letteratura e non solo, in anni di paziente ricerca, si è voluto raccogliere una vasta documentazione archivistico-fotografica, nonchè numerose sue opere editoriali, in diverse edizioni in lingua italiana e straniera.

Lo stesso dicasi per rare e originali riviste, che hanno voluto ampiamente trattare della sua vita e della sua attività.

Questo museo vuole porsi come struttura e fondazione che nel tempo andrà a studiare e sviluppare tutto ciò che di inedito e originale custodisce. Il fine è di contribuire a valorizzare la prestigiosa presenza che Hemingway ha voluto riservare all’Italia e al Veneto durante le sue frequenti permanenze. Perchè, come afferma il nipote John, “è qui che tutto è cominciato dell’uomo che conosciamo come Ernst Hemingway”.

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A Ernest fu trasmessa dal padre una vibrante passione per tutte le attività legate all’aria aperta, l’amore per la natura, quella più selvaggia e incontaminata, per la pesca e la caccia.

Queste ultime due passioni, col trascorrere degli anni, ebbe modo di praticarle in molti continenti, effettuando lunghi viaggi e permanenze in diversi stati del Nord e Sud America, in Africa, in Asia e in Europa.

Lo scrittore fu ripetutamente e lungamente presente in Italia, spesso in Veneto, affascinato dalla sua laguna dove cacciò e fu più volte ospite del barone Raimondo Franchetti, a Torcello.

In una delle sale del museo, Hemingway accoglie il visitatore in una suggestiva scenografia, che lo vede riprodotto a grandezza naturale, così come ritratto in una foto durante l’ultimo dei suoi safari in Africa.

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Le donne del blues e del jazz

Di Livia Capasso e Maria Pia Ercolini

Nell’ambito del Festival Le Compositrici, organizzato nella capitale dall’Università Roma Tre e della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, si apre domani al pubblico, nei locali del teatro Palladium, a Garbatella, una nuova sezione tematica della mostra Donne e Lavoro, curata dall’associazione Toponomastica femminile.

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Il festival, giunto alla sua terza edizione, vuole mettere in risalto opere scritte da musiciste, spesso rimaste nell’ombra, a cui la storia non ha riservato un posto nella memoria collettiva. Molte opere sono disperse, poche sono pubblicate, e anche quando le loro autrici hanno incontrato successo in vita, sono state spesso dimenticate dopo la morte.

Autrici e autori della nuova sezione della mostra sono per lo più docenti d’ateneo e di conservatorio, musiciste e orchestrali.

Non mancano interventi trasversali al tema della composizione, incursioni in altri territori musicali, sguardi sulla contemporaneità.

E tra questi cade lo sguardo sui pannelli dedicati alle donne del jazz e del blues, opera di Mauro Zennaro, relatore, tra l’altro, di un “duetto” con il docente e sassofonista Eugenio Colombo, alla giornata di studi Le Compositrici (Giovedì 14 aprile – Istituto di Scienze della Formazione, Università Roma Tre).

Saranno le successive immagini a raccontare, in due puntate, la storia di queste grandi artiste.

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“È difficile definire il blues. Come per tutta la musica popolare, ne abbiamo notizie certe solo da quando è stato possibile registrarne i suoni. Sul prima, si possono fare solo ipotesi. La musica popolare nasce dalla voce, lo strumento più universale ed economico, adatto a cantare melodie e parole. Come il flamenco, il fado, il rebetiko e tanti altri generi, il blues parla di amore infelice, di soldi che non bastano mai, di sesso: molto dolore e qualche piacere.”

4.Billie    5. Rosetta

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“Il popolo nero, deportato nel Nuovo continente in schiavitù, adattò i suoi canti alla nuova lingua e inventò modi nuovi di suonare gli strumenti che trovava: qualche semplice percussione, la chitarra, il banjo, l’armonica, l’armonium delle chiese rurali. Nelle piantagioni la gente nera era allevata con criteri zootecnici e i maschi in eccesso venivano venduti. Nasce dunque una canzone tipica: il blues del letto vuoto, quello delle donne che improvvisamente perdevano i loro uomini. Con la fine della schiavitù le donne continuarono a restare, lavorando nelle case bianche come domestiche, mentre gli uomini emigravano seguendo il lavoro stagionale nei campi e quello definitivo nelle industrie del Nord. “Mi sono svegliata questa mattina” e ho trovato il letto vuoto: I woke up this morning è l’incipit più tipico del blues.”

6. Big Mama  7. Nina

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“Le grandi donne del blues nascono povere, hanno vite difficili ma hanno dato vita alla grande musica del Novecento. Il jazz, il rock e anche tanta musica “colta” sarebbero impensabili senza il loro canto.”

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Disastri ecologici in Francia e in Tunisia. Maree nere a pochi giorni dal referendum

FRANCIA – Il danneggiamento accidentale di una condotta Total, provocato da una scavatrice,  ha causato la fuoriuscita di centinaia di litri di greggio. L’incidente è avvenuto nel corso di alcuni lavori di sbancamento del sito sull’estuario della Loira. La condotta sotterranea collegava la raffineria Total di Donges a un deposito a Vern-sur-Seiche, nei pressi di Rennes. Lo sversamento potenziale di idrocarburi è di circa 550mila litri.

LAMPEDUSA – Una marea nera si è riversata a 120 chilometri da Lampedusa, a causa di una perdita di petrolio proveniente da una piattaforma offshore.

Lo scorso 13 marzo, una marea nera si è riversata al largo delle coste appartenenti alle isole Kerkennah, nella regione di Sfax in Tunisia.

Sembra che responsabile dello sversamento in mare di petrolio sia una piccola impresa petrolifera locale, la Thyna Petroleum Services.

Secondo il Ministero dell’Industria e dell’Energia tunisino, ci sarebbe stata “una perdita di petrolio alla sommità del pozzo, “Cercina 7” (che dista circa 7 km dalla costa), derivanti da una rottura della provetta di controllo, un tubo con un diametro di circa 10 millimetri”. Al momento non è ancora disponibile alcun dato sulla quantità dispersa in mare di combustibile fossile.

La marea nera che ha interessato le isole Kerkennah, che vivono di pesca e turismo, ha provocato molte proteste nella popolazione locale. Nonostante questo, i media hanno dato poca attenzione alla notizia.

Sembra che le autorità tunisine siano già riuscite a contenere la marea nera ma, attualmente, non è dato sapere la quantità di petrolio riversato in mare e i danni sull’ecosistema.

Enzo di Salvatore, del Comitato NoTriv, spiega: “L’accaduto dimostra che non esistono progetti petroliferi che possano ritenersi al riparo dal rischio di incidenti rilevanti. Diventa sempre più urgente interessare della questione l’Unione europea e indire presto una conferenza dei Paesi del Mediterraneo affinché si discuta seriamente del problema“.

E come sottolinea , Rossella Muroni , presidente di Legambiente, “anche in Italia un eventuale incidente nei pozzi petroliferi offshore o durante il trasporto di greggio sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine su ambiente, qualità della vita, turismo e pesca. La fuoriuscita dal petrolio, necessaria anche per fermare il cambiamento climatico, deve essere graduale ma deve partire subito con un segnale netto. Come quello che chiediamo agli italiani: votare sì al referendum del 17 aprile per fermare le trivelle entro le 12 miglia dalla costa”.

Al momento le autorità tunisine hanno dichiarato che è stato attivato il protocollo di sicurezza e di contenimento disastri ambientali e sono in corso le procedure di bonifica e valutazione d’impatto ambientale.

La piccola compagnia tunisina, Thyna Petroleum Services, non ha emesso ancora alcun comunicato.




ITALIA – Gli antichi mestieri femminili: le donne e il mare. (Dalla mostra “Toponomastica femminile. Donne e lavoro”)

Le società dei paesi di mare, nonostante le apparenze, hanno avuto connotati matriarcali. Vista l’assenza continua degli uomini, il ruolo delle donne era centrale nell’organizzazione familiare: alla lontananza dei maschi per lunghi periodi corrispondeva lo sviluppo di saldi rapporti orizzontali, che attraversavano più nuclei, sempre gravitanti intorno a figure femminili; si solidificavano vincoli di parentela, di vicinato o di gruppo e si potenziavano i sentimenti di solidarietà che garantivano un guscio protettivo contro le avversità.
Le donne erano forti, vigorose e temprate dalle fatiche casalinghe, che si sommavano ai carichi di lavoro in appoggio alle attività di pesca maschili e a forme di imprenditoria elementare molto spesso fondamentale.
Neanche le vedovanze ricorrenti, causate dalle sciagure del mare, spegnevano la loro forza reattiva, alimentata dalla necessità di continuare a essere il fulcro della famiglia.
Le donne si svegliavano all’alba e rubavano ore al riposo notturno per svolgere mille mansioni. Erano loro a curarsi della casa, degli anziani e dell’educazione dei figli, per i quali rappresentavano un ancoraggio saldo rispetto al fluttuare della figura paterna.
A loro si richiedevano molte attività collaterali alla pesca, quali ad esempio la produzione di reti, la confezione e il rammendo di vele, la messa a bagno dei cordami nella miscela resinosa che serviva a limitarne l’usura, la ricerca e la preparazione delle esche. Instancabili lavoratrici, raccoglievano la legna lungo la battigia, praticavano la sciabica assieme agli uomini o giravano l’argano per trarre in secco le barche.

Dopo lunghe attese sulla spiaggia, scaricavano il pesce, vendevano la parte di spettanza o la appaltavano ai pescivendoli, trasportavano sulla testa il pescato e le reti.

1.Donne sulla spiaggia di San Benedetto

FOTO 1. DONNE SULLA SPIAGGIA. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

2.Donne in attesa delle barche. San Benedetto

FOTO 2. DONNE IN ATTESA DELLE BARCHE. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

All’importante ruolo svolto dalle donne nell’economia marinara, un lavoro fondamentale e continuo rimasto sempre nell’anonimato, il Comune di San Benedetto del Tronto ha dedicato una sezione del “Museo del mare” e ha collocato nelle sue strade il monumento bronzeo dedicato al lavoro delle retare, opera dello scultore Aldo Sergiacomi, inaugurato nel 1991.

3.Monumento alla retara.San Benedetto del tronto

FOTO 3. MONUMENTO ALLA RETARA. Foto del Comune di San Benedetto del Tronto
L’attività delle retare è stata a lungo la più diffusa e numericamente significativa.

Tutta la comunità, cioè l’elemento femminile, era coinvolta in questo lavoro, dalle bambine alle donne più anziane, secondo un sistema tramandato nel tempo e che si acquisiva solo con la pratica.

In estate si lavorava all’esterno delle case, vicino alla porta d’ingresso o in un angolo fresco del vicolo. Pur lavorando sodo non mancavano momenti di allegria e di divertimento, canti, chiacchiere e discussioni accompagnavano il lavoro delle retare, attente anche a seguire i giochi dei bambini e delle bambine non ancora in età da lavoro.

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FOTO 4. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 5. Vecchia retara. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

In inverno il più delle volte l’attività si svolgeva all’interno, di giorno vicino alla finestra e la sera vicino al fuoco continuando a lavorare fino a notte fonda.

Sedute sulle seggiole le retare cominciavano a svolgere le matasse di spago; servendosi di un’altra sedia sulla quale appoggiavano la rete via via prodotta, lavoravano la corda di canapa con una specie di lungo ago di legno piatto chiamato linguetta e attorcigliavano lo spago su cannucce di vario diametro dette morello, a seconda della grandezza che le maglie dovevano avere. Iniziavano a comporre le maglie con gesti rapidi e vigorosi in modo da realizzare nodi molto robusti che non si strappassero durante la pesca.

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FOTO 6. Retare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

La rete era grossa o più sottile, secondo lo spessore dello spago utilizzato; era divisa in parti diverse e ogni donna era esperta di un lavoro particolare. Quando la rete commissionata dal padrone era completata, la si distendeva e la si apriva sulla strada, piegandola numerose volte fino a farla diventare di dimensioni poco ingombranti. Il pacco di rete veniva legato, caricato in testa e riconsegnato.

Un’altra mansione tipicamente femminile era quello delle velare. Le vele erano importanti, i colori sgargianti e i disegni indicavano il suo proprietario e l’equipaggio imbarcato: era un segno distintivo che da riva mogli, madri e figlie cercavano e seguivano scrutando l’orizzonte.

Erano le donne a occuparsi della confezione e della cura delle vele. Molto spesso erano loro anche a tessere in casa le stoffe con cui realizzarle. Le velare si dedicavano alla cucitura sedute sulla spiaggia, unendo teli di cotone o di canapa. Le donne provvedevano anche alla manutenzione, ricucendo gli strappi e rattoppando i cedimenti dei tessuti dovuti all’usura.

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FOTO 7. Velare. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Il pesce era l’oro della zona, ma un oro che lasciava cattivo odore, che non andava mai via. Nonostante cercassero di cancellarlo in ogni modo, le donne portavano addosso il loro lavoro in ogni momento della giornata.
Sulla riva del mare scrutavano l’orizzonte aspettando le barche di ritorno dalla pesca.

8.Donne al rientro delle barche.San benedetto

FOTO 8. Donne al rientro delle barche. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

Una piccola parte del pescato spettava alle famiglie dei marinai e le donne attendevano che finisse la distribuzione e la vendita dei grossi quantitativi per allungare i loro cesti e prendere quanto rimaneva. Spesso il pesce consegnato non veniva utilizzato per il fabbisogno familiare, ma rivenduto a poco prezzo oppure barattato con ortaggi, frutta o qualsiasi altro genere alimentare prodotto dal mondo contadino.
Le donne che erano riuscite a dar vita a semplici forme di commercio dividevano il pescato secondo le varie qualità e, dopo averlo sistemato sui carretti, andavano a venderlo nei paesi vicini o al mercato locale. In tutti i posti in cui si svolgeva la vendita del pesce le donne utilizzavano la bilancia in ottone, tenuta in mano per pesare ma anche, agitandola, per richiamare la gente ad acquistare, accompagnando i gesti con voci tese e squillanti.

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FOTO 9. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto

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FOTO 10. Pescivendole. Foto dell’Archivio storico di San Benedetto del Tronto




TURCHIA – La milizia armata del Pkk rivendica l’attentato di Diyarbakir

La milizia armata del Pkk rivendica l’attentato di giovedì a Diyarbakir, in Turchia. Nella città curda nel sud-est, l’esplosione di un’autobomba ha provocato la morte di 7 ufficiali di polizia e il ferimento di 27 persone. La reazione delle forze dell’ordine turche ha portato finora all’arresto di 9 persone e il premier turco, Ahmet Davutoglu, proprio da Diyarbakir avverte: “non ci faranno arretrare di un solo passo”.

“Non abbiamo mai avuto paura, non l’abbiamo e non l’avremo mai – ha aggiunto Davutoglu – Siamo sempre stati qui, siamo qui e saremo qui. Dio mi chiamerà un giorno. Io prego che mi chiami mentre sono tra i miei fratelli curdi di Diyarbakir”.

La reazione turca si estende anche al di fuori dei confini nazionali. L’aviazione di Ankara ha compiuto nuovi bombardamenti contro obiettivi del Pkk nel nord dell’Iraq, nelle regioni di Zap e Metina.

Le forze di sicurezza turche hanno ucciso o catturato oltre 5.300 ribelli curdi dall’inizio delle ostilità dallo scorso luglio. Nello stesso periodo, 355 tra soldati e poliziotti turchi hanno perso la vita.




GINEVRA – Le Società Nazionali di Croce Rossa contrarie all’accordo tra UE e Turchia

Alcune Società Nazionali di Croce Rossa della zona Europa, tra cui l’Italia con il Presidente Francesco Rocca, esprimono forti preoccupazioni per le conseguenze sul piano umanitario in seguito  per arginare i flussi migratori verso l’Europa.

Le Società, pur apprezzando gli sforzi compiuti dai paesi dell’UE nell’affrontare l’enorme crisi umanitaria in corso, sottolineano che l’accordo rischia di violare i diritti umani dei rifugiati, nonché il diritto internazionale ed europeo. In sintesi si chiede di garantire la possibilità di richiedere asilo agli aventi diritto, e di accedere a procedure eque ed efficaci per la determinazione dello status di rifugiato, nonché di garantire la protezione contro i respingimenti.

In Grecia è in corso una terribile emergenza umanitaria. Si tratta di una crisi europea che richiede atti concreti e autentici di solidarietà tra gli Stati. Né la Grecia né la Turchia possono prendersi cura esclusivamente di tutti i migranti che arrivano sul loro territorio. Nonostante gli sforzi dell’Unione Europea per fermare i flussi migratori, sulle isole greche continuano ad arrivare ogni giorno circa mille migranti che, come testimoniato dalla Croce Rossa Ellenica e dalle altre Società intervenute sul posto, ad oggi sono bloccati in condizioni spaventose, vivendo in tende esposti alle intemperie, e con condizioni igieniche e sanitarie molto precarie, così come precario è l’accesso al cibo, ai generi di prima necessità e all’istruzione.
In seguito all’accordo UE-Turchia, migliaia di persone sono state trasportate dalle isole greche sulle terraferma, creando confusione e panico che aggravano ulteriormente le condizioni già insicure di questi vulnerabili.

“Non bisogna dimenticare – dicono le Società Nazionali della Croce Rossa della zona Europa – che dietro alle trattative politiche su numeri e accordi finanziari, c’è la situazione disperata di centinaia di migliaia di persone vulnerabili, uomini, donne, padri, madri e figli, che rischiano la vita ogni giorno per cercare la salvezza in Europa. Riteniamo che l’accordo UE-Turchia rifletta una mancanza di empatia e umanità rispetto alla vera natura della disperazione che ha spinto molte persone ad intraprendere questi viaggi pericolosi. Secondo la nostra esperienza, le politiche di deterrenza e le chiusure dei confini hanno avuto un effetto limitato nel ridurre la vulnerabilità delle persone di fronte alla disperazione.

I controlli indiscriminati alle frontiere e la criminalizzazione della migrazione irregolare tendono a esporre i più vulnerabili, in particolare donne e bambini, a rischi sempre maggiori, come la separazione familiare, gli abusi sessuali, la tratta, le violenze e la morte.

Come abbiamo visto più volte, quando si chiude un confine, si creano rapidamente nuove rotte. Abbiamo a che fare con le ripercussioni enormi di conflitti irrisolti e con la povertà estrema, che richiedono urgentemente soluzioni politiche e azioni concrete come creare percorsi sicuri e legali in Europa, facilitare il ricongiungimento familiare, impostare operazioni di ricerca e soccorso nell’intero bacino del Mediterraneo garantendo assistenza ai migranti in difficoltà, dare priorità alla collaborazione tra Stati per garantire senza ostacoli la sicurezza e l’assistenza umanitaria alle vittime di conflitti e violenze.
Mentre Croce Rossa e Mezzaluna Rossa continueranno a fornire assistenza e protezione ai migranti vulnerabili lungo le rotte migratorie, gli Stati dell’UE devono assumersi congiuntamente le loro responsabilità e trovare soluzioni durature e più umane. In base alla nostra esperienza, oltre il 40 per cento dei Siriani che arrivano sulle isole greche vogliono riunirsi ai familiari già presenti in altri Stati europei. È importante sottolineare che le misure attuate non devono essere a scapito dei rifugiati provenienti da altri paesi, come l’Afghanistan, l’Iraq e l’Eritrea, che oltretutto stanno compiendo pericolose traversate in mare per ottenere la protezione internazionale in Europa.
Siamo consapevoli delle sfide che la situazione provocata dalla grande ondata migratoria in corso comporta per i governi dell’UE. Tuttavia, siamo convinti che le Società Nazionali di Croce Rossa e gli Stati membri dell’UE dovrebbero affrontare questo sforzo insieme. Ci aspettiamo di più da parte dei nostri governi e allo stesso tempo siamo pronti a fornire il nostro supporto”, concludono in una nota congiunta le Società Nazionali di Croce Rossa zona Europa.
La nota è sottoscritta dalle Società Nazionali di Croce Rossa dei seguenti Paesi: Austria, Belgio, Regno Unito, Cipro, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Olanda, Norvegia, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera.




CAMERUN -Era pronta a farsi esplodere. Su 270 ragazze, solo 50 sono sono fuggite

Era pronta a farsi esplodere in Camerun dando il via all’ennesima ondata di morte e distruzione. A ordinarglielo sarebbero stati gli uomini di Boko Haram che l’avrebbero rapita insieme ad altre 270 ragazze in una scuola di Chibok, in Nigeria: la giovane sarebbe quindi una delle studentesse per cui il mondo intero si è mobilitato dopo i rapimenti del 14 aprile del 2014 e per le quali è nata la campagna #bringbackourgirls.

Adesso le autorità del Camerun hanno aperto un’inchiesta per verificare l’identità della kamikaze, una 15enne arrestata a Limani, nel nord del Paese, non molto distante dal confine con la Nigeria. Insieme a lei, secondo il Guardian, le forze di sicurezza hanno fermato un’altra ragazza: entrambe erano pronte a farsi saltare in aria e a provocare una strage che avrebbe mietuto nuove vittime. Per verificare l’identità della giovane il governo camerunense sta collaborando con le autorità nigeriane per capire se la dichiarazione fatta dalla ragazza al momento dell’arresto sia attendibile.

Garba Shehu, portavoce del presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, ha comunicato che l’Alto Commissario nigeriano in Camerun, Hadiza Mustapha, è in contatto con le autorità camerunensi che si sono rese disponibili a collaborare per arrivare alla verità. «Quanto affermato dalla ragazza va preso con il beneficio del dubbio» ha affermato il prefetto di Mayo-Sava, Babila Akao, invitando alla prudenza e precisando che le dichiarazioni della aspirante kamikaze andranno confrontate con i dati nelle mani dalle autorità nigeriane. «La ragazza è stanca, malnutrita e psicologicamente torturata – ha detto Idrissou Yacoubou, capo di un gruppo di autodifesa di Limani – Non ha saputo dare ulteriori dettagli sulla sua permanenza nella foresta, né su come lei e le altre prigioniere siano state trattate».

Il governo nigeriano sta inviando alcuni genitori della comunità Chibok nel vicino Camerun per verificare se la giovane è effettivamente una delle studentesse rapite dai fondamentalisti islamici nigeriani Boko Haram. Shehu ha detto che i due genitori selezionati per intraprendere il viaggio in Camerun sono Yakubu Nkeki, presidente del Chibok Abducted Girls Movement, e Yana Galang, leader femminile del gruppo, la cui figlia di 16 anni, Rifkatu, è tra le ragazze rapite di cui non si hanno più notizie.
«Ci auguriamo che quei genitori saranno in grado di identificare la ragazza – ha aggiunto Shehu – per determinare se è una delle studentesse scomparse». Per adesso l’unico dato riguarda l’età di una delle due: secondo un portavoce dell’associazione potrebbe corrispondere a quella della più giovane del gruppo a essere rapita. Il confronto tra i genitori e le giovani avverrà lunedì nella città di Douala, in Cameron.
Da tempo Boko Haram, gruppo jihadista affilato a Isis, utilizza giovani donne per i suoi attacchi terroristici: al momento, su 270 ragazze rapite, solo 50 sono riuscite a fuggire, mentre la sorte delle altre rimane ancora ignota.