FRANCIA – I sindacati non mollano: scioperi a oltranza fino al ritiro della legge

I sindacati francesi hanno deciso un’altra tornata di scioperi, il 26 maggio e il 14 giugno per protestare contro le riforme del lavoro adottate dal governo. Lo hanno comunicato sette sindacati transalpini in una nota.
Si tratta di Cgt, Fo, Fsu, Solidaires, Unef, Unl, Fidl che hanno proclamato una “giornata nazionale” di scioperi il 26 maggio e una mobilitazione a Parigi per il 14 giugno, nel giorno in cui il Senato discuterà la questione.
Il disegno di legge del lavoro ha dato origine a molteplici proteste in tutto il paese negli ultimi mesi. Tra le riforme proposte dal governo del primo ministro Manuel Valls l’aumento dell’orario di lavoro giornaliero e la semplificazione delle procedure di licenziamento.

Secondo la polizia, sono 128.000 le persone che hanno manifestato contro il contestato provvedimento approvato dal governo di Manuel Valls. La Confédération générale du travail, la principale sigla sindacale, parla invece di 400.000 manifestanti in tutto il Paese. Partito da Place de la Nation poco prima delle 14:30, il corteo parigino è arrivato a metà pomeriggio su Place d’Italie. Simili manifestazioni si sono tenute in altre città del Paese come a Rennes o Nantes dove non sono mancati gli scontri. Il premier Manuel Valls aveva chiesto ai sindacati di “interrogarsi sulla pertinenza” di alcune manifestazioni, dopo gli incidenti avvenuti ieri in occasione della protesta delle forze dell’ordine contro “l’odio nei confronti della polizia”; il governo ha inoltre reso noto di essere disposto a intervenire per sciogliere i presidi di blocco attorno a porti, raffinerie e aeroporti. I sindacati hanno ribattuto che “non è possibile impedire alla democrazia di esprimersi perché vi sono stati dei problemi a margine delle manifestazioni. La mobilitazione, lungi dall’affievolirsi, proseguirà e aumenterà fino al ritiro del progetto di legge di riforma del lavoro”. Ma il presidente François Hollande è stato categorico: la legge passerà, come ha ribadito martedì ai sindacati che ritengono il provvedimento troppo favorevole alle imprese e con meno garanzie per i dipendenti.




ITALIA – Strasburgo processa l’Italia. Primo rinvio dell’udienza Ilva

La Corte europea dei Diritti dell’uomo accusa lo Stato italiano di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini. Primo rinvio,invece, per il dibattimento in Corte d’Assise. Prossima udienza il 14 giugno. Sono 44, tra persone fisiche e società, gli imputati alla sbarra nel processo per disastro ambientale. Molti gli «eccellenti».

Il processo sul presunto disastro ambientale prodotto dall’Ilva di Taranto subisce il primo rinvio. Per un difetto di notifica evidenziato dall’avvocato di un funzionario dell’azienda, la Corte d’Assise di Taranto presieduta dal giudice Michele Petrangelo, dopo una camera di consiglio durata tre ore, ha aggiornato il dibattimento al prossimo 14 giugno. A dire il vero il processo nei giorni scorsi ha rischiato un altro stop, a fronte della ricusazione del giudice Petrangelo da parte di uno degli imputati, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva. Il cui avvocato aveva posto eccezione di legittimità, in quanto Petrangelo e il giudice a latere Fulvia Misserini avevano fatto parte in passato del collegio del Riesame che in due momenti diversi, aveva respinto i ricorsi presentato dallo stesso contro il suo arresto avvenuto il 26 novembre del 2012.

Lo scorso dicembre il processo sull’Ilva, iniziato il 20 ottobre, dopo due udienze tornò all’udienza preliminare, in quanto la Procura aveva sollevato eccezione di nullità per un errore procedurale. Ovvero la mancata indicazione nel verbale del difensore d’ufficio per dieci imputati sprovvisto in quella occasione del legale di fiducia. Dopo il nuovo rinvio a giudizio di tutti gli imputati deciso lo scorso 29 febbraio, ieri è iniziato il nuovo dibattimento nell’aula «Enrico Alessandrini» del tribunale di Taranto.

Sono 44 tra persone fisiche e società gli imputati di quello che viene definito il più grande ed importante processo per disastro ambientale in Italia e in Europa. Tra gli imputati eccellenti ci sono i fratelli Fabio e Nicola Riva, l’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefàno, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà, gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l’ex direttore di Arpa Puglia Giorgio Assennato, e il deputato di Sel (ex assessore regionale) Nicola Fratoianni. L’elenco delle contestazioni comprende, tra gli altri, i reati di associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento delle acque o di sostanze alimentari, concussione aggravata, corruzione in atti giudiziari, getto pericoloso di cose, omissione di atti di ufficio, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e due omicidi colposi.

In aula era presente anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. Il governatore ha dichiarato di aspettarsi che il processo faccia giustizia e soprattutto sveli la verità sulle vicende Ilva. Durante l’udienza si è affacciato anche l’ex storico procuratore di Taranto, Franco Sebastio, che ha guidato il pool che ha condotto l’inchiesta. L’aula non è riuscita a contenere tutte le parti processuali e il pubblico, davanti alla Corte d’Assise. Anche oggi alcune decine di nuove costituzioni di parti civili (oltre mille quelle già accettate), tra cui quella dell’Asl di Taranto, sono state presentate: contro le quali l’avv. Annicchiarico, difensore di Nicola Riva, ha presentato eccezione di nullità perché si tratta di richieste di costituzione in giudizio non presenti nell’atto di citazione del nuovo processo. L’unico imputato presente in aula è stato l’avv. Francesco Perli, uno dei legali della famiglia Riva ai tempi della gestione dell’Ilva.

E proprio nella giornata di ieri, è arrivata da Strasburgo la notizia che lo Stato italiano è formalmente sotto processo di fronte alla Corte europea dei diritti umani, con l’accusa di non aver protetto la vita e la salute di 182 cittadini di Taranto dagli effetti negativi delle emissioni del siderurgico tarantino. La Corte ha infatti ritenuto sufficientemente solide, in via preliminare, le prove presentate, e ha così aperto il procedimento contro l’Italia. A rivolgersi a Strasburgo sono stati, nel 2013 e nel 2015, 182 cittadini che vivono a Taranto e nei comuni vicini. Il primo gruppo di 52 persone, ha presentato ricorso attraverso il comitato cittadino Legamjonici, mentre il secondo di 130 è capeggiato dall’attuale consigliere comunale di Taranto, Lina Ambrogi Melle, dei Verdi.




Marco Pannella, il leader che fece dimenticare la lotta di classe

In migliaia si sono messi in fila per l’ultimo saluto a Marco Pannella, il leader radicale morto ieri dopo una lunga lotta con due tumori. Alla Camera dei deputati è stata aperta la Camera ardente e stasera è prevista una veglia alla sede del Partito Radicale a Largo di Torre Argentina. Il funerale laico si terrà a Piazza Navona, sede di molte battaglie radicali. La cerimonia funebre domenica a Teramo. Per poter inviare una corona di fiori i detenuti del carcere della Dozza di Bologna si sono autotassati e hanno anche indetto per domani un simbolico sciopero della fame per ricordarlo. Le alte cariche dello Stato ma anche la comunità ebraica e quella africana e ancora l’ex pornostar arrivata in Parlamento proprio con i Radicali, Cicciolina.

La salma è stata collocata nella sala Aldo Moro di Montecitorio e salutata, senza soluzione di continuità, da una schiera di politici, militanti radicali, ex esponenti del partito. Ad accogliere gli ospiti, accanto alla bara, c’è un’Emma Bonino silente che, a chi l’abbraccia, accenna un educato sorriso. Anche Rita Bernardini, Sergio D’Elia, il segretario dei Radicali italiani Riccardo Magi e Francesco Rutelli sono nella sala Aldo Moro sin dall’apertura della camera ardente e accanto alla salma di Pannella c’è una Laura Harth che non riesce a trattenere le lacrime per la morte del leader che ha assistito fino agli ultimi istanti della sua vita. Enormi corone di fiori addobbano la sala: quelle della presidenza del Senato e della Camera, quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri e quella della Regione Lazio. Alle spalle della salma lo stendardo della Regione Lazio e la corona di fiori della Presidenza della Repubblica, ‘sorvegliata’ da due corazzieri. Nella sala, tra i tanti arrivati, anche Achille Occhetto e diversi ex militanti radicali: da Elio Vito fino a Daniele Capezzone.

Muore, a 86 anni, il protagonista delle mille battaglie dell’Italia del Novecento, il simbolo della lotta non violenta per i diritti civili e politici: l’Italia dice addio a Marco Pannella. Lo storico leader Radicale era malato da tempo e, dopo aver trascorso le ultime settimane nella sua casa di via della Panetteria, mercoledì pomeriggio ha subito un ultimo, fatale, peggioramento. E’ stato ricoverato  nella clinica Nostra Signora della Mercede e lì, giovedì 19 maggio, poco prima delle 14, si è spento mentre lo assistevano i ‘vecchi compagni’ di un tempo.

E’ stata un’agonia lunga, quella di Pannella, costretto negli ultimi mesi a saltare le sue quotidiane tappe in via Torre Argentina e a restare in casa dove, con il passare dei giorni, si susseguivano le visite di politici di ieri e di oggi, di cantanti, uomini di cultura, vecchi amici. Aveva un tumore al fegato e uno ai polmoni ma, nonostante il graduale peggioramento della malattia, Pannella non ha mai perso la sua verve. “Ha resistito in questi tre mesi soffrendo ma anche regalando agli altri e a sé stesso momenti di gioia. Scherzava dicendo che ‘l’erba cattiva non muore mai’ ed era comunque attaccato alla radio. E si incazzava pure”, è il racconto di Rita Bernardini che, con Sergio D’Elia, Elisabetta Zamparutti, Alessandro Capriccioli, Matteo Angioli e Laura Harth, ha vegliato sugli ultimi momenti di vita del leader Radicale.

Pannella, al loro arrivo, dormiva. Era infatti sedato e era stato proprio lui a chiederlo dicendo ‘aiutatemi’, racconta Bernardini ribadendo come il ‘vecchio leone’ abbia lottato fino all’ultimo. E, osserva commossa, “ora fa impressione non vederlo più reagire, o parlare”. Nella clinica di via Tagliamento è stato un continuo viavai di amici e politici. La commozione è stata forte, la sensazione è che, per dirla come Giuliana Graziani, militante radicale di lungo corso, con la morte di Pannella “si è chiusa un’epoca”.

Arrivano il segretario Radicale Riccardo Magi e Mina Welby, Bobo Craxi e Fausto Bertinotti e non manca di porgere il suo saluto l’ex presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che ricorda il legame fortissimo tra Pannella e il mondo ebraico. Tutti gli altri avranno modo di salutare Pannella alla camera ardente allestita a Montecitorio dalle 15. Mentre nella notte tra venerdì e sabato una lunga veglia al partito segnerà la vigilia dell’ultimo saluto allo storico leader: sabato tra la gente a Piazza Navona, la “piazza di tante battaglie”.

Poi la salma di Pannella sarà portata nella sua città natale, Teramo, e lì sarà sepolto. E di Pannella resterà l’immensa eredità delle battaglie messe in piazza: da quella per il divorzio a quella per la legalizzazione delle droghe leggere, da quella per il miglioramento delle condizioni dei detenuti a quella contro la fame del mondo. Manifestazioni, provocazioni, scioperi della fame, infiniti monologhi via radio hanno segnato la vita politica di un leader che, tra l’altro, fu il primo a indicare Oscar Luigi Scalfaro come il più adatto alla presidenza della Repubblica, salvo poi pentirsene.

“Un leone della libertà”, è l’omaggio del premier Matteo Renzi, che quasi interrompe la conferenza stampa con il suo omologo olandese per rendere omaggio a Panella. “Un protagonista mai legato al potere, che è riuscito a cambiare il Paese da minoranza”, ricorda il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quasi sfiorando il rammarico ch serpeggia tra i compagni più vicini al leader radicale: quello di non aver avuto mai incarichi di governo e, alla fine, di non essere neppure stato nominato senatore a vita.

“Pannella mancherà a tutti, persino ai suoi avversari, è molto amato ma poco riconosciuto nei suoi meriti in questo paese che tanto gli deve”, è il graffio dell’amica di una vita di Marco, Emma Bonino.

Alfiere dei diritti individuali e inventore della disobbedienza civile, Pannella è stato capace di attirare tra i radicali i giovani contestatori degli anni Settanta e poi, vent’anni dopo, di allearsi con Berlusconi. Ma nessuno direbbe che è stato un voltagabbana. Per lui l’importante era far vincere le sue idee. Certo non è stato un politico convenzionale: farsi arrestare per aver fumato uno spinello in pubblico (successe nel 1975) non è da tutti, ma da tutti, ed è riuscito  a farlo anche lui, è far dimenticare ai leader di sinistra che il partito comunista  è sorto principalmente per difendere i diritti dei lavoratori non per cavalcare le battaglie dei liberali.




ITALIA – Passeggiata parmense tra donne e democrazia

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FOTO 1 – Pianta di Parma

Dalle “fattrici di figli” di mussoliniana memoria alle partigiane, dalle cittadine del 2 giugno 1946 alle femministe degli anni Settanta, la voce delle donne è ciò che più di ogni altra ha saputo cambiare la nostra società, distruggendone la millenaria struttura patriarcale e affermando l’ineludibilità del tema del diritto, di ogni diritto. Nessuna trasformazione è stata capace di tanta profondità e nessuna ha segnato così tenacemente il nostro vivere quotidiano.

Ma il tempo delle donne non si è concluso: se è vero che lo stato di minorità politica di una categoria maggioritaria di cittadini costituisce il segno più visibile e certo dei limiti della democrazia reale, siamo sicuri che il cammino delle donne nella storia della democrazia italiana sia terminato?

Il 2 giugno 1946 non è stato una conquista ma il punto di partenza di un cammino che non si è esaurito e che non si concluderà finché non saranno le donne a conquistarsi piazza, voce, spazi e diritti.

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FOTO 2A – Strade femminili di Parma

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FOTO 2B – Strade femminili di Parma

Domenica 22 maggio il Centro Studi Movimenti di Parma organizza una passeggiata cittadina per riportare allo scoperto un suo percorso storico tra donne e democrazia.

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FOTO 3 – Manifesto ONMI

Via Costituente 4b – Sede dell’ONMI – Fine anni Venti. Anche a Parma trovò sede l’ONMI (Opera nazionale maternità e infanzia) con cui il fascismo offriva assistenza a madri e bambini in difficoltà, ribadendo la centralità, nella sua politica sessuale e famigliare, della donna “fattrice di figli”, “macchina di riproduzione”, “genitrice della razza”. E restaurando, così, l’ordine nei rapporti tra i sessi messi a soqquadro dalla guerra e dalle turbolenze sociali degli anni successivi. «Donne italiane: voi dovete essere le custodi dei focolari» (Benito Mussolini, discorso alle donne, 20 giugno 1937)

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FOTO 4 – Portici del grano

Piazza Garibaldi – Sotto i Portici del grano, una lapide ricorda il “contributo” delle donne parmensi alla Resistenza, un contributo definito silenzioso, come se l’agire senz’armi di migliaia di donne tra il 1943 e il 1945 potesse rientrare nel sommesso silenzio domestico. E in effetti, per la maggior parte – anche per molte di coloro che imbracciarono le armi – fu proprio così e quel mondo nuovo oltre la vittoria e oltre il fascismo rimase lontano, oltre l’obbedienza che ogni donna doveva all’uomo che le stava a fianco. Ancora da conquistare.

Via Petrarca – Sede dell’UDI – Finita la guerra per molte donne fu impossibile rinchiudersi in casa: tutto ciò che era successo aveva fatto emergere in loro, chiaro e forte, non solo un nuovo senso di sé ma anche del proprio ruolo sociale e politico. Prima i Gruppi di difesa della donna, poi l’Unione donne italiane: luoghi in cui ritrovarsi per organizzarsi e partecipare a quel nuovo mondo tutto da pensare e costruire; per discutere, confrontarsi e diventare cittadine.

FOTO 6. Battaglie UDI

FOTO 5 – Battaglie UDI

Borgo S. Anna – Qui abitava Anna Menoni, partigiana e prima donna, insieme a Giuseppina Rivola, ad essere eletta in consiglio comunale a Parma nell’aprile 1946. Una delle tante donne eroiche che hanno dovuto farsi spazio in istituzioni totalmente e storicamente maschili, che hanno dovuto forzarsi per prendere parola in un mondo in cui le donne tacevano, insistere per farsi ascoltare, scontrarsi con il pregiudizio diffuso secondo il quale le donne non erano capaci di occuparsi di politica.

FOTO 7. Il primo voto

FOTO 6 – Il primo voto

Piazza Duomo – Dopo gli entusiasmi iniziali, un nuovo clima, gelido e diffidente, si abbatté sull’Italia dell’immediato dopoguerra. E anche l’entusiasmo femminile ne subì i contraccolpi, con divisioni e prese di distanza che separarono le donne. Alcune di loro, le cattoliche legate alla Democrazie cristiana, uscirono dall’Udi e costituirono una loro organizzazione, il CIF (Centro italiano femminile).

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FOTO 7 – Piazza Duomo

Teatro Regio: Al Ridotto del teatro, nell’immediato dopoguerra, l’Udi chiamava a raccolta le donne di Parma per la festa dell’8 marzo. Giornata di festa legata, nel nostro immaginario, al sacrificio di un centinaio di operaie americane di inizio secolo. Una leggenda che corrisponde ad un visione precisa del mondo femminile e del suo ruolo nella storia, il racconto di un capitalismo feroce ma remoto e di un mondo femminile in quanto vittima, di cui ricordare il sacrificio, il martirio. Ma l’idea di una giornata internazionale della donna che Clara Zetkin nel 1910 lanciò durante la seconda conferenza internazionale delle donne socialiste, in realtà, non aveva nulla a che fare col martirio o col sacrificio quanto, invece, con la rivendicazione di diritti e giustizia, voto e lavoro, libertà e autonomia.

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FOTO 8 – Teatro Regio

Via XX settembre – Al numero 31, nel 1979, aprì la Biblioteca delle donne. Era un luogo collettivo, in cui il tempo e i mezzi erano adeguati allo stare insieme, vedersi, ascoltarsi, parlarsi, mettersi in relazione, un luogo in cui affermare i propri desideri, confrontarsi sul mondo e su come poterlo cambiare… Anche perché furono queste donne, le loro mobilitazioni, il loro scendere in piazza, i loro no, la loro determinazione, a cambiare davvero – e profondamente – la nostra società, le nostre leggi, mentalità, usanze e tradizioni. Più di qualsiasi altra cosa.

FOTO 10. Manifestazione

FOTO 9 – Manifestazioni




UCRAINA – Recuperati i 17 capolavori trafugati dal Castelvecchio di Verona

Sono stati recuperati in Ucraina i 17 dipinti di grande valore trafugati la sera del 19 novembre 2015 dal museo di Castelvecchio a Verona: lo ha reso noto il comandante della polizia di frontiera ucraina, Viktor Nazarenko. Tra le tele rubate ci sono capolavori di Tintoretto, Rubens, Mantegna e Pisanello. I quadri sono stati ritrovati il 6 maggio nella regione di Odessa e stavano per essere portati in Moldova.




ITALIA – Targhe femminili a Pinerolo e nelle Valli valdesi

Pinerolo, meno di quaranta chilometri da Torino, quasi 36000 abitanti. Tra i palazzi dignitosi, sotto i portici pulitissimi, nel fascinoso centro storico, nei viali che conservano il ricordo di un’aristocratica eleganza circola un’aria un po’ d’antan, di chi non ha bisogno di mostrarsi troppo alla moda.

Porta del Piemonte, ha sempre avuto un rapporto stretto ma non facile con la Francia e dell’ingombrante vicina si scoprono facilmente i segni passeggiando nel centro dove, per esempio, è facile imbattersi in iscrizioni nella lingua d’Oltralpe.

Della sua storia millenaria fa parte il rapporto privilegiato con tre valli del suo circondario, la Val Pellice, la Val Germanasca e la Val Chisone, abitate da secoli da una popolazione di religione protestante: i Valdesi. Perseguitati prima e confinati poi a lungo nel loro ghetto alpino, dopo l’editto di Carlo Alberto, che ne sanciva la liberazione, molti scesero a Pinerolo. Ne segnalano la presenza i tanti cognomi tronchi che si leggono nelle insegne dei negozi e sulle targhe dei professionisti.

Nella storia di Pinerolo e del suo circondario sono poche le figure femminili salvate dall’oblio. Indubbiamente il taglio storico del passato, incentrato sul maschile, non ha aiutato le donne a mettersi in evidenza; e per quanto riguarda le donne valdesi, è stato notato che la loro è una esperienza corale, che ha lasciato poco spazio all’emergere di singoli personaggi. Pertanto se qualcuna, nonostante tutto, si è meritata uno spazio nella toponomastica, l’impresa o la vicenda che la vide protagonista doveva avere veramente qualcosa di sensazionale.

Un paio di personaggi storici del Medioevo presenti nell’odonomastica pinerolese sono donne. La prima, in ordine di tempo, è Adelaide di Torino (1016- 1091), marchesa di Torino e Susa, che andò sposa a un Savoia, e fu proprio questo matrimonio che diede origine all’influenza dei Savoia in Piemonte. Sopravvissuta al marito e pure ai figli, esercitò il potere praticamente fino alla morte, rivelando capacità politiche non comuni. Fu temuta dagli avversari e amata dal popolo, incoraggiò le arti e fondò chiostri e monasteri, come quello di Santa Maria Assunta ad Abbadia Alpina, che ora fa parte del comune di Pinerolo: proprio in questa località si trova infatti la targa che le è stata dedicata.

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L’altra figura femminile che ricorda la storia medievale della cittadina è quella di Margherita d’Acaia, che a Pinerolo nacque nel 1390. La via a lei intitolata si trova nella periferia Nord, in una zona di nuova costruzione. Margherita, figlia di Amedeo di Savoia principe d’Acaia, divenuta poi per matrimonio marchesa del Monferrato, rimasta vedova si ritirò con parecchie giovani donne di nobili origini in un palazzo di Alba, per condurvi vita monacale, prima come terziaria domenicana e poi come monaca, fino alla sua morte che avvenne nel 1464. La Chiesa cattolica l’ha elevata al rango di Beata.

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Un personaggio storico entrato per i propri meriti nella leggenda è quello di Ortensia di Piossasco, moglie di Carlo, conte di Rivara, governatore di Pinerolo sul finire del XVI secolo. Le cronache la descrivono come una donna molto attiva che collaborava intensamente con il marito, sostituendosi a lui quando doveva assentarsi, come nella notte del 25 settembre 1592, quando Ortensia sventò un assalto ai bastioni della città da parte delle truppe francesi, dando subito l’allarme e accendendo, secondo la tradizione, lei stessa i cannoni. A seguito di questo avvenimento la sua figura, probabilmente già popolare, assunse tra i suoi concittadini sempre più le connotazioni di eroina guerriera, a scapito forse della sua personalità storica. La romantica via acciottolata che la ricorda parte da piazza Santa Croce, nel centro storico, e sale verso la collina di San Maurizio, dove sorgeva parte dei bastioni della città, difesi da Ortensia con tanta determinazione.

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Giulia Molino Colombini invece, bella figura di donna del Risorgimento, letterata e pedagoga (1812 -1879), si spese per promuovere il ruolo femminile nella società. Torinese di nascita, di buona famiglia borghese, sposò il medico condotto di Miradolo, frazione del Comune di San Secondo di Pinerolo. Vedova in giovane età, rimase a vivere nel piccolo centro ma non si isolò, anzi: attenta ai suoi tempi, prese a interessarsi all’emancipazione femminile e alla politica e a occuparsi di pedagogia. La sua casa di Miradolo diventò un cenacolo letterario frequentato da intellettuali come Gioberti, Pellico, Tommaseo e Mamiani. Le è stata intitolata una via in un quartiere periferico della città, dove un gruppo di palazzine di nuova costruzione si affianca a una zona dove sorgono fabbriche in parte ristrutturate.

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Non un’area di circolazione, ma una scuola di Pinerolo è stata dedicata alla memoria di Lidia Poët, valdese della Val Germanasca (1855- 1949), che fu la prima donna a laurearsi in giurisprudenza, ma non poté mai esercitare la professione di avvocata. Infatti, a causa del suo sesso le fu negata l’iscrizione all’Albo degli avvocati di Torino, anche se aveva superato brillantemente l’esame di abilitazione e svolto il prescritto periodo di praticantato nello studio di un collega a Pinerolo. Soltanto nel 1920, a sessantacinque anni, Lidia Poët poté fare ingresso nell’Ordine grazie a una legge del 1919 che aveva aperto alle donne tutte le carriere professionali, tranne la Magistratura.

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Ancora in un quartiere periferico di nuova costruzione, tra villette e piccoli condomini, si trova la via che la città ha recentemente dedicato a un’illustre concittadina, Noemi Gabrielli (1901- 1979), che durante la guerra aveva avuto un ruolo rilevante nel mettere in salvo il patrimonio artistico dei Musei piemontesi. Profonda conoscitrice del patrimonio artistico piemontese e attenta ai problemi della tutela (fondamentali ancora oggi i suoi volumi sulla pittura romanica in Piemonte e sull’arte a Casale Monferrato) nel 1952 fu nominata Soprintendente per i beni storici, artistici ed etnoantropologici del Piemonte. Seguì direttamente importanti restauri e fu coinvolta a pieno titolo nei grandi appuntamenti scientifici organizzati negli anni ’50 e ’60.

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È praticamente un parcheggio il Largo Staffette partigiane, all’estrema periferia Est della città, che ricorda collettivamente le tante donne il cui ruolo di portaordini e supporto logistico fu di fondamentale importanza per l’azione dei combattenti.

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Una di loro, la ventottenne Jenny Cardon Peyronel, nata a Torre Pellice nel 1917, moriva durante l’ultimo combattimento con le truppe della Repubblica di Salò, mentre portava ordini a una postazione partigiana. Medaglia di bronzo alla memoria, la sua città le ha dedicato una via.

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Nelle Valli valdesi, oltre a Torre Pellice, anche il comune di Pomaretto ha ritenuto di dover ricordare l’opera delle donne. Sono due, anzi, le targhe femminili di questo piccolo e grazioso centro posto all’imbocco della Val Germanasca. Una è stata deliberata per onorare la bella figura di Charlotte Peyrot (1764- 1841), che riuscì a coinvolgere le comunità protestanti d’Oltralpe per realizzare il suo sogno di costruire un ospedale per i Valdesi: questi, infatti, quando venivano ricoverati negli ospedali cattolici subivano forti pressioni perché abbandonassero la loro fede. Il primo nucleo di quello che sarebbe diventato l’Ospedale Valdese di Torre Pellice sorse nel 1826 per merito di questa donna di eccezionale energia.

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L’altra targa femminile di Pomaretto è Piazza delle Diaconesse. Le diaconesse erano donne valdesi che consacravano la loro vita al servizio degli orfani, degli anziani, dei malati e venivano impiegate negli orfanotrofi, nelle case di riposo, negli ospedali. L’istituzione, che affonda le sue radici in un’usanza dei primi secoli del cristianesimo, fu riportata in auge nel mondo protestante nel sec. XIX, ma oggi si può oggi considerare superata. L’intitolazione di Pomaretto sembra rendere in qualche modo onore alla funzione esercitata in passato da queste donne e, nello stesso tempo, prendere atto della loro scomparsa.

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ITALIA – Le mistre orlatrici di scarpe della Riviera del Brenta

Di Nadia Cario

 Il sistema calzaturiero in Riviera del Brenta si estende nell’area geografica da Padova a Venezia operando in innumerevoli ambiti al servizio delle aziende calzaturiere del Veneto.

Per la maggior parte si tratta di PMI, che grazie all’azione collettiva affrontano con successo il mercato mondiale, proponendo calzature di alta qualità, alla moda e con esecuzione “Made in Italy”.

Per valutare la bontà delle scarpe prodotte nel distretto aiuta sapere che molte griffes della moda mondiale vi si rivolgono per far creare e produrre le loro collezioni di calzature trovando tecnologia, organizzazione e innovazione in un distretto che ha alle spalle una scuola artigianale nata nel 1923 a Stra (VE).

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FOTO 1. Lavorazione

Alla fine dell’800, con la nascita della prima fabbrica di scarpe lungo la Riviera del Brenta, in un territorio a vocazione prevalentemente agricola, si intravide la possibilità di migliorare le condizioni economiche delle famiglie. Oltre all’occupazione in fabbrica, con il tempo si adottò il sistema del cottimo, eseguito a casa dalle donne che così potevano arrotondare le entrate senza tralasciare le quotidiane mansioni di accudimento familiare.

Era un sistema utile alla fabbrica, perché tutte le spese relative alla produzione – energia elettrica, macchina da cucire, attrezzi, mastice e masticione – erano per lo più a carico delle lavoratrici.

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FOTO 2. Macchina da cucire a colonna

In un tempo in cui la scolarizzazione si fermava alla licenza elementare, le bambine venivano iniziate, tra la quarta e la quinta classe, ad essere garzone, e per un periodo di cinque anni apprendevano il lavoro da sorelle maggiori, madri, zie e nonne.

Acquisita l’abilità di incollare, battere la pelle, cucirla, attaccare la fettuccina, riconoscere gli aghi da usare in base alla lavorazione, usare gli attrezzi quali il martello da mistra (che non è quello da calzolaio), valutare la larghezza del punto e le finezze necessarie per mettere insieme i vari pezzi, alla ragazza veniva affidato il compito di cucire delle scarpe di prova per valutare se fosse una mistra finita.

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FOTO 3-4. Gli attrezzi del mestiere

Superato l’esame, la giovinetta doveva trovare i soldi per la caparra necessaria a comprare a rate la sua macchina da cucire, che la ditta non forniva giustificandosi con la frase “chi mi dice che tu non lavori per qualcun altro con la mia macchina?”.

In ciascuna famiglia nella zona c’era almeno una persona che lavorava nel settore: o in fabbrica o a casa, o addirittura un po’ a casa e un po’ in fabbrica.

Ogni fabbrica, aveva il suo modellista e il suo tagliatore, rigorosamente uomini. In estate la produzione si concentrava sulle scarpe invernali e l’inverno su quelle estive, lavorando sempre in anticipo sui tempi, come d’uso nella moda. Nel periodo di passaggio tra due stagioni c’erano dei fermi produttivi in cui le lavoratrici a cottimo non guadagnavano.

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FOTO 5. 1959

Il modellista creava il disegno, preparava la camicetta e aveva la “sua” mistra, che realizzava materialmente la scarpa ideata sulla base delle sue spiegazioni, creando così, una volta approvato, il prototipo per la nuova stagione.

Nel dizionario del dialetto veneziano (1829) di Giuseppe Boerio (1754-1832) c’è il significato di Mistra, s.f. Maestra o Maestressa: donna che fa scuola a fanciulli o Capomaestra di qualche arte. Come Mistra da libri è la cucitrice di pagine di libri per Legatori, Mistra da scarpe è l’orlatrice che costruisce la tomaia.

Nel 1961, l’accordo tra l’azienda Rossimoda e la Maison Dior e nel 1963 con Yves Saint Laurent faranno decollare la produzione di calzature di lusso di altissima qualità e tutto l’indotto, mistre comprese, contribuendo così al famoso boom economico del Nord-Est e in particolare della Riviera del Brenta.

L’imprenditrice Maud Frizon

Sito 30.01.2016 http://gesta.scuoladottorato.it/joomla/images/ALLEGATI/archivio/2012/canazei-2012/Scalabrin_paper.pdf

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FOTO 6. Frizon

L’imprenditrice Maud Frizon nasce a Parigi nel 1941. Intorno al 1960 inizia la sua carriera come modella per case di moda.

All’epoca le modelle dovevano fornire le calzature per le sfilate, che non erano considerate da parte degli stilisti, dei veri e propri oggetti di moda, ma semplicemente un complemento da abbinare all’abito che era l’unico e indiscusso protagonista.

In vari testi di moda si narra che la modella Maud Frizon non amasse molto le calzature in voga in quegli anni e che quindi intorno al 1968 decidesse di disegnare le calzature da indossare alle sfilate.

Nel 1969, insieme al marito Gigi De Marco, inaugura a Parigi il primo negozio di calzature del marchio Maud Frizon e all’inizio degli anni ’70 sposta la produzione proprio in Riviera del Brenta. […]

Per comprendere il fenomeno della produzione Maud Frizon all’interno della storia della moda è utile soffermarsi su che cosa fossero e rappresentassero le calzature Maud Frizon negli anni settanta ed ottanta. […] Maud Frizon ha avuto il grande merito di inventare delle soluzioni stilistiche, trasformandole in soluzioni tecnologiche. Il processo che attualmente tutti gli stilisti di calzature richiedono alle aziende produttrici, ovvero l’innovazione tecnologica, Maud Frizon lo applicava nelle sue collezioni già agli inizi degli anni ’70, creando il tacco a cono e lo stivale senza cerniere.

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FOTO 8. 1970

 Intervista a Maria, che ha lavorato per un periodo alla fabbrica Maud Frizon.

È stato il periodo lavorativo più bello, mi trattavano bene, mi sentivo rispettata e mi pagavano con soldi sicuri, non come gli altri. Venivo pagata con l’assegno con le stelline (circolare).

Quando si trattava di creare i nuovi modelli di stagione una decina di maestranze (modellista, tagliatore, mistre), le migliori, si spostavano nel castello di Maude Frizon vicino a Parigi dove era stato allestito il laboratorio con la linea di produzione nella dependance.

Rimanevano fino a quando non fossero stati realizzati i modelli per la nuova stagione.

Quando lavoravo in casa, il mio lavoro consisteva nell’andare in fabbrica, a piedi o in bici, farmi dare dalla referente le borse piene di tomaie in pezzi numerati; mi preparavano la bolletta con tutti i numeri e le quantità della consegna. Era la referente che mi dava i quantitativi e i tempi per la restituzione del lavoro fatto.

Quando erano le scarpe decolleté ero contenta perché sono le più semplici nella loro realizzazione. La referente, se la volta prima avevo consegnato delle scarpe con la cucitura il cui filo non era tirato alla perfezione, la volta successiva mi faceva saltare il turno lasciandomi senza lavoro per un po’. Poi ritornava come prima, ma l’attenzione, la precisione e la competenza tecnica richiesta erano altissime.

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FOTO 9. Marilisa Segalina. Mistra anni ’80.

Lavoravo, oltre che con la macchina da cucire, con il maccarolo che serviva per piegare le tomaie facendo aderire le due parti da incollare sulle quali avevo steso il mastice e poi la cordella, il compasso da scarpe per segnare la traccia delle cuciture parallele che avrei dovuto fare ad esempio sui cinturini, la forbice che mi serviva per tagliare ma anche, se usata di taglio, a schiacciare la pelle della tomaia con la pelle delle fodera, una lama per incidere e tagliare a filo, una base di marmo su cui poggiavo le tomaie in lavorazione e poter fare leva, ad es, per fare i buchi dei cinturini con l’apposito attrezzo e il martello.

Quando c’erano delle consegne urgenti, da un giorno per l’altro, mettevo tutta la famiglia a lavorare.

A fianco di ciascuna mistra c’era sempre la moka del caffè per tenerle sveglie a lavorare fino all’ultima scarpa.

Il lavoro in fabbrica, invece, aveva gli orari fissi con chiusura alle 17,30. Ma nessuna andava a casa a quell’ora. Si stava in fabbrica mezz’ora in più per la pulizia delle macchine, dei pavimenti e dei bagni, a turno. I ritmi della manovia erano pressanti, la manovia non aspettava, quando avevi il ciclo dovevi metterti le mutande contenitrici e due o tre assorbenti. Per andare in bagno dovevi chiamare il cambio, che stentava ad arrivare.

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FOTO 10. Uso del maccarolo

 Intervista a Luisa, che da tempo non lavora più come mistra.

Anche lei ha fatto apprendistato per cinque anni, dalla quarta elementare, come garzona per la sorella più grande. È figlia d’arte, in un certo senso, oltre alla sorella anche lo zio era nel settore e le regalò il compasso che ha usato per tutta la sua carriera e che conserva ancora. Lei cuciva principalmente scarpe da uomo e aveva la macchina “a colonna”, comprata a rate.

Una volta definito il modello di scarpa da mettere in produzione, il passaggio più importante spetta all’orlatrice, la mistra che riceve le pelli scarnite e preparate per unione, cucitura e foderatura. Da queste abilità dipendono la bellezza delle scarpe e soprattutto la loro comodità.

Racconta Luisa anche lei delle ore notturne al lavoro e di quando, una volta finite delle scarpe che le piacevano particolarmente, le disegnava per ricordo. Una soddisfazione che nel lavoro in fabbrica non si poteva avere: fermarsi qualche minuto a contemplare il risultato del proprio lavoro e della propria opera. Ricorda l’odore del mastice e quando, per la sua tossicità, la fabbrica aveva introdotto il mastice ad acqua, che non garantiva la stessa adesione e tenuta nell’incollaggio, tanto che si è trovata più volte con le pelli che si aprivano, vanificando il suo lavoro di ore e ore. A questo punto le stesse mistre richiedevano il prodotto tossico, che garantiva la migliore finitura.

Dopo circa quarant’anni di lavoro tra un po’ di fabbrica e molto a casa, dice con orgoglio: ho fatto studiare le mie figlie e ho costruito casa! Ha dovuto smettere per l’artrosi alle mani.

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FOTO 11. Alle macchine

Nel 1961 nasce ACRIB (Associazione Calzaturieri Riviera Brenta) su iniziativa di un gruppo di imprenditori del settore con l’intento di accompagnare gli associati su un mercato competitivo e internazionale, e garantire loro un’assistenza specifica nell’intricata normativa del lavoro: dall’ambiente della fabbrica agli organismi rappresentativi, dall’apprendistato al lavoro a domicilio, dai trattamenti economici alle vertenze individuali e collettive.

Si viene a creare così una rete di collaborazioni e iniziative, come la fondazione del Politecnico calzaturiero (2001) che si occupa di formazione, ricerca e innovazione tecnologica. Questa scuola professionale privata, autofinanziata da calzaturiere/i, è nata per il trasferimento del know-how. Le lezioni si tengono al sabato e il corpo docente è formato da imprenditrici e imprenditori e da tecniche e tecnici delle imprese calzaturiere della zona. Tra le docenti anche una mistra finita.

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FOTO 12. Riviera del Brenta

Oggi operano nel settore quasi 500 PMI che coprono l’intera filiera produttiva. In esse trovano occupazione 10.000 addetti/e. La produzione annua si attesta su 19 milioni di paia: per il 95% sono calzature femminili di tipo lusso o fine e per il restante 5% calzature per uomo di tipo fine. Il giro d’affari attualmente supera 1,6 miliardi di euro, il 91% dei quali di export.




FRANCIA – Scontri violenti per la Riforma del lavoro: 124 fermi e 28 poliziotti feriti

Un bollettino da guerra civile. Al termine della quarta giornata di mobilitazione contro la riforma del codice del Lavoro in Francia, la polizia ha dovuto procedere a 124 fermi tra casseurs e facinorosi che si sono introdotti nei cortei pacifici per seminare violenze e disordini. Ventotto sono invece gli agenti feriti di cui tre in condizioni gravi: è quanto ha riferito il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve.




BRUXELLES – L’Austria appoggia il Migration compact, il piano italiano per la gestione dei migranti

“Rafforzeremo il controllo dei flussi verso il Brennero, ma abbiamo ribadito il no al controllo austriaco in territorio italiano – ha dichiarato Alfano -. Il ministro Sobotka ci ha detto che nessun muro sarà edificato. Ci sono delle attività preparatorie, ma dimostreremo che quelli dell’Austria sono soldi sprecati e l’Italia non si fa spaventare da un gabbiotto. L’accordo di polizia tra Italia e Austria firmato nel 2014 sarà ratificato dal Parlamento e questo rafforzerà la cooperazione. In più stabiliremo un contatto quotidiano tra il prefetto Pinto e un uomo della polizia austriaca in modo che non nascano più equivoci sui numeri dei transiti”.

“Noi dobbiamo evitare – ha sottolineato ancora il titolare del Viminale – che ci sia un transito, da parte austriaca essere ragionevoli per evitare un blocco che farebbe un enorme danno al turismo di entrambi i Paesi, all’import-export e al transito per ragioni di lavoro”. In ogni caso, spiega Alfano, “non prevediamo il rischio di grandi afflussi di migranti alla barriera del Brennero. Questo non sulla base di una teoria astratta, ma sui numeri: ad oggi infatti sono 2722 i migranti da noi fermati in Italia provenienti dall’Austria e questo numero è superiore a quelli che hanno fatto il tragitto inverso”.

Le parole di Alfano sciolgono la tensione tra Roma e Vienna, giunta al livello di guardia negli ultimi giorni. Ma quel “finora”, e lo fa capire anche il ministro, mantiene la questione sospesa in attesa della prova dei fatti, perché 24 ore prima il Parlamento austriaco ha votato un pacchetto anti-immigrazione che comprende norme più restrittive sulle richieste di asilo e la concreta possibilità di erigere una recinzione al confine con l’Italia. Anche Vienna prova a smorzare i toni: “L’Austria non fa nulla contro il diritto europeo. Rispetta la convenzione di Ginevra e ha appena varato una legge sull’asilo. Ci muoviamo sempre in base al diritto europeo e ci auguriamo che lo stesso facciano tutti, vogliamo la solidarietà di tutti”, dice il ministro dell’Interno austriaco Wolfang Sobotka

Decisioni che preoccupano Bruxelles, dove la portavoce della Commissione, Mina Andreeva, annuncia in merito l’incontro tra Jean-Claude Juncker e Mattero Renzi il 5 maggio a Roma.”La Commissione europea segue tutti gli sviluppi in Europa che vanno contro la tabella di marcia per tornare” al normale funzionamento della libera circolazione nelllo spazio comunitario sancita dal trattato di Schengen e, in riferimento al progetto austriaco di una barriera al Brennero, “con grave preoccupazione. La Commissione valuterà qualsiasi misura decisa o annunciata dal governo austriaco secondo i criteri di necessità e proporzionalità”.

Renzi, che ieri ha definito la possibilità di una barriera austriaca al Brennero “sfacciatamente contro le regole europee, oltre che contro la storia, contro la logica e contro il futuro”, ha ribadito il punto nel corso della diretta video sui social #matteorisponde: “Mentre noi abbattiamo i muri con la banda larga, altri costruiscono muri e chiudono confini, una cosa fuori dal senso della storia, slegata da ogni realtà”.

Anche papa Francesco segue evidentemente con attenzione la vicenda. Dell’importanza di assistere i rifugiati e del ripristino della frontiera al Brennero il Pontefice ha parlato durante una conversazione con il vescovo di Bolzano-Bressanone, monsignor Ivo Muser, avvenuta ieri al termine dell’udienza generale. Il Papa, spiega una nota della diocesi di Bolzano, ha sottolineato l’urgenza di aiutare le persone in fuga. Contro la barriera al confine con l’Italia muove anche la Conferenza episcopale austriaca: “Non può essere
in alcun modo la soluzione, servono decisioni coordinate a livello europeo, che tutelino la dignità delle persone – dichiara il portavoce Paul Wuthe -. La risposta deve essere la pace in Siria e in Libia, il sostegno agli interventi umanitari internazionali in quei Paesi e nelle regioni limitrofe e infine un coordinamento politico europeo all’insegna dell’accoglienza”.

Di particolare rilievo, perché pronunciato proprio davanti al Parlamento austriaco, il duro discorso del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon contro le “politiche sull’immigrazione e i rifugiati sempre più restrittive” adottate dai Paesi europei. “Un messaggio molto negativo sugli obblighi degli Stati membri previsti dalla legislazione internazionale e dal diritto europeo. Sono allarmato dalla crescente xenofobia qui e altrove”.

All’indirizzo del governo nuove critiche dalla Lega. Il governatore lombardo Roberto Maroni giustifica le mosse di Vienna: “L’Austria fa quello che i Paesi normali fanno: controlla i suoi confini. Siamo noi a meravigliarci e stupirci, ma Vienna fa solo quello che serve ai suoi cittadini”. Commentando i risultati del recente voto austriaco per le presidenziali, in cui al primo turno ha trionfato la destra anti-migranti, Maroni osserva come “i partiti tradizionali che, come avviene in Italia, dicono che certe cose non vanno fatte, sono stati esclusi dal ballottaggio delle presidenziali. Si è aperto un altro mondo. Non capirlo vuol dire non capire cosa sta succedendo. Invece di protestare, il nostro Governo dovrebbe bloccare i flussi. Altrimenti questi muri sorgeranno spontaneamente, non c’è il minimo dubbio”.

Mentre il senatore Roberto Calderoli attacca direttamente Renzi, un “ignorante, perché ignora quanto previsto dal codice sulle frontiere di Schengen”. “Vada a rivedersi il capo II, in particolare l’articolo 26 – è l’invito del vicepresidente del Senato -, dove si specifica che in circostanze eccezionali in cui il funzionamento globale dello spazio senza controllo alle frontiere interne è messo a rischio, a seguito di carenze gravi e persistenti nel controllo alle frontiere esterne, e nella misura in cui tali circostanze costituiscono una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna” il controllo di frontiera “può essere ripristinato per una durata massima di sei mesi e prorogato non più di tre volte, per ulteriori sei mesi al massimo, se le circostanze eccezionali perdurano”. “Non è quindi colpa dell’Austria quanto sta accadendo al Brennero, ma dell’Italia – accusa Calderoli -, ovvero del governo Renzi, e prima ancora dei due precedenti esecutivi pure loro mai eletti dai cittadini: è il governo Renzi che non ha attuato i controlli alle frontiere interne previsti dal codice Schengen”.




ITALIA – Storie di modelle

Il desiderio di rievocare nei quadri suggestivi scorci della campagna romana o delle memorie archeologiche portò gli artisti, attivi a Roma nei secoli passati, a cercare modelle e modelli capaci di incarnare lo stereotipo di bellezza naturale e selvaggia attribuito alle genti italiche.

Le modelle sono tutte indistintamente chiamate “Ciociare”, per via del costume indossato, ma molte di loro provengono da un triangolo di particolare magia artistica, quello formato dai paesi laziali di Anticoli Corrado, Saracinesco e Sambuci.

Lo sguardo fiero e profondo, la carnagione olivastra e i capelli scuri, il portamento regale diventano l’emblema della bellezza italiana per molti artisti stranieri. Queste giovani donne passano attraverso l’avvenenza fisica e il fascino per uscire da un’esistenza senza sbocchi e sicuramente non facile: tanta fatica, numerosi figli e ancor più numerose gravidanze.

Il mestiere di posa diventa una sorta di promozione di sé, ma anche del resto della famiglia: il numero considerevole di modelle, provenienti da questa area del Lazio, si spiega non solo con la bellezza fisica, ma anche con la disponibilità dei parenti (e di tutta la popolazione locale) ad accettare questa attività. Il legame fra l’arte e la popolazione diventa, di anno in anno, sempre più forte e intenso, tanto che fare la modella (o il modello) diventa un lavoro vero e proprio.

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FOTO 1. Modella di Anticoli Corrado

2. Angela Toppi, modella di Anticoli Corrado

Foto 2. Angela Toppi, modella di Anticoli Corrado

Per le donne però la realtà è più difficile e complessa.

Nei registri parrocchiali si trovano i nomi “ delle giovani immigrate dai paesi della provincia che, dietro il velo dei mestieri più disparati – stiratrice, sarta, ricamatrice, serva, contadina …” nascondono un lavoro universalmente condannato e giudicato immorale per una donna. Lo status di lavoratrice, nubile o vedova che fosse, priva della “protezione” e del controllo di un uomo, è di per sé – a prescindere dal tipo di lavoro – condizione “atipica” per una donna. Lo è maggiormente se questa attività rientra fra le professioni legate al mondo dello spettacolo o dell’arte e si espone il corpo, contravvenendo alle regole di onestà e castità che ogni donna deve osservare. Se i modelli posavano nudi nelle Accademie senza incorrere nella riprovazione generale, le modelle, ammesse unicamente all’Accademia di Francia, ebbero riconoscimento ufficiale solo nel 1870 con Roma Capitale.

Frequente era il caso di giovani donne povere e non sposate, dedite ai lavori dei campi e alla pastorizia, che in inverno si trasferivano in città, accompagnate da un familiare o dalle stesse madri, come nel caso di Vittoria Caldoni, per continuare a lavorare come modelle allo scopo di integrare il bilancio familiare o farsi la dote.

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FOTO 3. Friedrich Overbeck, Ritratto di Vittoria Caldoni, 1821

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FOTO 4. Angela Colasanti, modella di Anticoli Corrado

Per risparmiare sull’affitto le giovani modelle si riuniscono in gruppi, trovando sistemazioni precarie in locali fatiscenti e dormendo su pagliericci stesi a terra. Ogni mattina si recano a piedi a Trinità dei Monti trasportando ceste cariche di fiori, di cicoria o di prodotti artigianali che sperano di vendere mentre aspettano di essere reclutate per una posa. Chi non riesce ad entrare in un circuito di ingaggi alterna l’attività saltuaria a servizi domestici e a lavori di cucito; altre, nell’attesa dell’ingaggio, vendono fiori – spesso violette – sulla scalinata di Trinità dei Monti.

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FOTO 5. Alexander Cabanel, La Chiaruccia, 1848

I mazzetti che offrono non sono belli come quelli dei fioristi, spesso sono sciupati o appassiti perché sono tenuti per tutto il giorno in un cesto.

Con lo pseudonimo di Lila Bisquit, D’Annunzio nella rubrica Cronache mondane tratteggia un paesaggio d’altri tempi: “Intanto la piazza di Spagna si va riempiendo di rose e di violette, miracolosamente. Tutta al sol, come un rosaio, la gran piazza aulisce in fiore. Dai novelli fochi accesa, tutta al sol, la Trinità su la tripla scala ride ne la pia serenità”.

Molti anni dopo le venditrici ambulanti di fiori sono una visione nitida anche per Pier Paolo Pasolini sulle pagine di Squarci di notti romane (1950). Si muovono con fierezza “[…] le venditrici di violette, lungo Via del Tritone o Piazza di Spagna, con la cesta delle viole violentemente colorite sulla testa, che schiacciano loro la statura e le fanno stare erette come regine, il mento proteso come quello dei ciechi – e un mazzo di viole in mano; così colorite che sembrano esplodere […]”.

Alcune di queste modelle hanno intrapreso il cammino dell’arte e si sono affermate.

È il caso di , figlia di contadini di Anticoli Corrado, nata nel 1896. Povera e bella ha solo sedici anni quando, seguendo un’usanza comune alle ragazze del paese, si trasferisce a Roma per posare.

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FOTO 6. Pasquarosa da piccola a Anticoli Corrado

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FOTO 7. Pasquarosa Marcelli Bertoletti

Conosce il pittore Nino Bertoletti, il grande amore di tutta la vita, che la indirizza verso l’arte e che, caso più unico che raro, mette in secondo piano la propria carriera per l’affermazione della moglie. Pasquarosa non ha formazione artistica né esperienza ma in lei scatta qualcosa.

Nel 1913 pone le basi di una pittura istintuale e originale, lontana da ogni accademismo, partecipando alla Terza Secessione Romana. Guadagna il favore di critica e pubblico con i suoi colori densi e accesi che danno vita a gioiose nature morte e vivaci ritratti.

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Foto 8. Pasquarosa, Angelina, 1915

La personale all’Arlington Gallery di Londra del 1929 consacra il suo talento a livello internazionale e ulteriori conferme del successo raggiunto vengono dalla partecipazione regolare, fino agli anni Cinquanta, alle esposizioni collettive più importanti, dalle Quadriennali romane alle Biennali di Venezia.

La pittrice muore a Camaiore nel 1973.

Anticoli Corrado, il suo paese di origine, e Roma, la città che ha visto fiorire il suo talento pittorico, le hanno dedicato una via e una piazza.

Foto 9. Anticoli Corrado, Via Pasquarosa Marcelli Bertoletti, foto di Rossana Laterza

10.Roma.PasquarosaMarcelli.Pittrice.FotoBBelotti

Foto 10. Roma, Largo Pasquarosa Marcelli Bertoletti, foto di Barbara Belotti