Gli errori dell’Inps pagati dai contribuenti

Centinaia in coda allo sportello per il Cud 2013. La certificazione relativa all’anno 2012 non è mai stata consegnata dall’Inps ai contribuenti che hanno invece ricevuto la lettera di sollecito dell’Agenzia delle Entrate per l’adempimento degli obblighi tributari.

Gli importi non dichiarati richiesti dall’Agenzia tramite ravvedimento operoso e dichiarazione integrativa, versando cioè le imposte con i relativi interessi e le sanzioni correlate “alla infedele dichiarazione” sono quelli delle disoccupazioni, di cui l’Inps non ha prodotto certificazione per la dichiarazione dei redditi.

Ma, come sempre accade nell’eccezionale normalità italiana, a pagare le conseguenze di questa omissione non sarà l’inadempiente Istituto nazionale di previdenza sociale, a rimetterci saranno i lavoratori precari che nel 2012 hanno “beneficiato” del sussidio di disoccupazione. “In tal modo – scrive L’Agenzia delle Entrate al malcapitato contribuente – eviterà di essere sottoposto al relativo controllo e l’Amministrazione potrà concentrare i propri sforzi nel contrasto di fenomeni evasivi e fraudolenti”.

Sconcertante è apprendere dagli operatori che l’Agenzia sa che il problema è stato causato dall’Inps.

Evviva l’Italia!




ITALIA – La fotografia del lavoro accessorio nel working paper INPS – Veneto Lavoro

Non ci sono evidenze statistiche che i voucher lavoro contrastino il sommerso né che il lavoro accessorio sia solo un impiego occasionale: l’analisi del working paper “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti”, a cura di Bruno Anastasia, Saverio Bombelli e Stefania Maschio ( (INPS – Veneto Lavoro) mette in luce i punti deboli dello strumento alla luce del suo recente boom: 1,4 milioni di buoni utilizzati nel 2015 (25mila del 2008), committenti a quota 473mila (10mila del 2008) nel 40% dei casi con utilizzo per più anni, costo del lavoro dello 0,23%, numero di lavoratori 8%.

Precariato
Il profilo medio dei lavoratori pagati con voucher: 36 anni, uomo o donna senza distinzioni, 60 buoni riscossi in media l’anno (478 euro netti, con un guadagno di 217 euro per un terzo del totale e punte di 2250 euro per un esiguo 2%) per i 4/5 con unico committente annuo.

Il gruppo più numeroso di prestatori di lavoro accessorio è rappresentato da occupati presso altre imprese (29%) ma la maggioranza è rappresentata da precari. Nel dettaglio: 23% disoccupati (età media elevata), 18% che percepiscono ammortizzatori sociali, 14% inoccupati, 8% pensionati e altrettanti che svolgono altro lavoro autonomo, parasubordinato ed operai agricoli. Insomma, come si legge nel rapporto:

«al netto dei pensionati, nella stragrande maggioranza non è tanto un popolo “precipitato” nel girone infernale dei voucher dall’Olimpo dei contratti stabili e a tempo pieno (Olimpo a cui spesso non è mai salito) ma un popolo che, quando è presente sul mercato del lavoro, si muove tra diversi contratti a termine o cerca di integrare i rapporti di lavoro a part-time».

La distribuzione geografica vede Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia in testa con il 43% dei voucher venduti. Il lavoro accessorio è caratterizzato da un’alta percentuale di turn over (quota nuovi lavoratori 60-70% annuo), tasso di ripetizione al 50%, prestatori “seriali” per periodi prolungati 20%.

Sommerso

La ricerca dimostra che non ci sono evidenze che provino una relazione positiva nei confronti del lavoro nero. Si può invece pensare, si legge nel rapporto:

«più che a un’emersione, a una regolarizzazione minuscola (parzialissima) in grado di occultare la parte più consistente di attività in nero. In questo senso si può pensare ai voucher come la punta di un iceberg: segnalano il nero, che però rimane in gran parte sott’acqua».

E se li abolissimo?
Se lo chiedono, in conclusione del rapporto, i ricercatori.

«Le forze sociali che chiedono l’abolizione dei voucher ritengono che gli altri strumenti esistenti (lavoro a termine, lavoro somministrato) siano idonei e sufficienti a organizzare (e quindi pagare) anche le varie forme di lavoro accessorio».

In realtà, più che il contrasto al lavoro nero, il punto a favore dei voucher risulta essere la sburocratizzazione del rapporto di lavoro. E da qui la domanda su quanto sia indispensabile regolarizzare a tutti i costi anche gli scambi di mercato di minimo importo.

“Per quanto riguarda le imprese, la risposta non può che essere positiva, perché non ci possono essere costi che non debbano essere documentati/registrati. Altrettanto non si può dire per gli scambi con elevata caratteristica di marginalità/frammentarietà tra lavoratori (più o meno marginali) e famiglie”.




FRANCIA – Tre giorni di lutto nazionale per la strage di Nizza

Terrore e strage a Nizza, durante la festa del 14 luglio. Un camion a 80 km all’ora ha falciato la folla: 84 morti, molti bambini e adolescenti. E il bilancio potrebbe salire ulteriormente. Il procuratore, Francois Molins, ha riferito di 202 persone ferite, 52 in condizioni gravissime e 25 in rianimazione.

Anche tra i feriti tanti bambini, diversi di loro lottano tra la vita e la morte. Due sono deceduti questa mattina dopo un intervento chirurgico. Molti italiani risultano ancora dispersi. La Farnesina è al lavoro. Identificato l’attentatore, che è stato ucciso: Mohamed Lahouaiej Bouhlel, un franco-tunisino di 31 anni. Era depresso per il divorzio. Noto alla polizia per violenze e uso di armi, era stato in libertà vigilata, ma non risultano legami con il terrorismo. Secondo fonti tunisine invece l’attentatore sarebbe un tunisino emigrato con il padre estremista islamico. Media francesi riferiscono che sarebbe stata fermata la moglie e che nella casa del killer non sono state trovate né armi né esplosivi . Sempre secondo i media francesi il killer avrebbe beffato i servizi di sicurezza della Promenade des Anglais fingendosi un fornitore di gelati.

Gravissimo un italiano. Andrea Avagnina, 53 anni, consigliere comunale di S. Michele di Mondovì (Cuneo), uno degli italiani coinvolti  che mancano all’appello, è stato trovato dai familiari e ricoverato all’ospedale Pasteur di Nizza. Non si hanno ancora notizie, invece, della moglie, Marinella Ravotti, 55 anni, dipendente dell’Asl. La coppia era in vacanza dall’inizio della settimana nella ‘capitale’ della Costa Azzurra, dove è proprietaria di una casa.

La prima vittima dell’attentato terroristico è una donna musulmana, Fatima Charrihi, madre di sette figli. Lo riporta l’Express citando il figlio della donna che la definisce “una vera musulmana”. “Indossava il velo, praticava l’islam vero, non quello dei terroristi”, ha raccontato. L’Express pubblica anche la foto del permesso di soggiorno della famiglia. Secondo il figlio la donna è la prima vittima perche’ “prima di lei non c’erano altri cadaveri”.

C’è anche un bambino svizzero tra le vittime, oltre a una ticinese 54enne. Lo riferisce un comunicato delle autorità elvetiche citato dall’agenzia di stampa svizzera Ats.

L’attentato di Nizza, “anche se non è stato ancora rivendicato, corrisponde esattamente agli appelli di omicidio delle organizzazioni terroristiche islamiche diffusi sulle loro riviste” e sui media, ha detto il procuratore Francois Molins.




ITALIA – Regine in città: Elena di Savoia

di Livia Capasso

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FOTO1. Comiso. Foto di Rosa Perupato

Completamente diversa è la figura della nuora di Margherita, la regina Elena. Mentre Margherita amava la vita di corte, i balli, il lusso, i gioielli, Elena era schiva, riservata e amava la sua privacy.

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FOTO2. Martina Franca. Foto di Anna Basile

Jelena Petrovic era chiamata la pastora, perché era nata nel 1873 a Cettigne, un grosso borgo fra le montagne montenegrine abitato per lo più da pastori, figlia del futuro re del piccolo regno del Montenegro, Nicola I.

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FOTO3. Sapri. Foto di Rita Ambrosino

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FOTO4. Trapani. Foto di Giuliana Cacciapuoti

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FOTO5. Gradisca. Foto di Marta Conte

Aveva studiato in un collegio di Pietroburgo. Fu la regina Margherita ad appoggiare la sua candidatura a sposa del figlio. Il matrimonio fu celebrato il 24 ottobre 1896 in Santa Maria degli Angeli. Furono nozze ricche ma non sfarzose.

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FOTO7. Taranto. Foto di Virginia Mariani

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FOTO8. Bomarzo. Foto di Giancarlo Bronzetti

Elena assisteva il marito in tutto, gli faceva da traduttrice per il russo, il serbo e il greco moderno; aveva anche imparato il piemontese, per capire il marito quando le si rivolgeva in dialetto. La sua semplicità e il poco interesse che nutriva per i fasti del regno lasciavano perplessa la regina Margherita che, invece, aveva dedicato tutta la sua vita alla regalità.

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FOTO9. Trussardi_Ritratto Regina Elena

Giovanni Trussardi Volpi nel ritratto che le fece, nel 1910, mette in evidenza la riservatezza, l’austerità di Elena. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Jolanda, poi la sfortunata Mafalda, quindi l’erede Umberto, infine Giovanna e Maria. Elena, cosa riprovevole per la suocera, si dedicava alla cura del marito, dei figli e della casa. Preferiva gli arredi moderni, semplici e funzionali, ai mobili antichi e austeri che riempivano i palazzi di famiglia.

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FOTO10. Edoardo Gioja. Ritratto

Il ritratto che ne fa il pittore verista Edoardo Gioja presenta la regina a figura intera in una posa ufficiale, fiera nel portamento. Siamo nel 1913 e il Liberty detta legge: i vestiti non sono più rigidi, gonfi e inamidati, ma le stoffe morbide le accarezzano il corpo.

Chiamava ad alta voce il personale da una camera all’altra, indossava il grembiule per dirigere le cameriere; insegnava alle figlie a cucire, a lavorare a maglia, a fare i dolci; faceva venire regolarmente una sartina a palazzo per riadattare i vestiti suoi e quelli delle figlie.

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FOTO 11. Ritratto3

Per il tragico terremoto di Messina del 1908, si dedicò personalmente ai soccorsi; durante la prima guerra mondiale Elena fece l’infermiera a tempo pieno e trasformò il Quirinale in un ospedale.

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FOTO12. Roma. Ospedale Regina Elena

Ancora oggi molti ospedali e reparti ospedalieri portano il suo nome. E’ nota la sua generosità: finanziò opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti ecc. Sembra che sia intervenuta presso il re anche a favore degli ebrei ai tempi delle leggi razziali.

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FOTO13. Roma. Foto di Denisa Nistor Podar

Elena si rivolgeva a Mussolini chiamandolo “Signor Presidente”, e non “Duce”, come lui avrebbe voluto. Anche in questo fu diversa dalla suocera, convinta sostenitrice di Mussolini.

Scoppiata la seconda guerra mondiale Elena, che non amava la guerra né tanto meno il Duce, rimase in ombra. La figlia Mafalda, arrestata e internata in campo di concentramento, morirà per stenti e cancrena a causa di un intervento chirurgico eseguito in ritardo e in condizioni estreme. Elena seguì il marito nella “fuga” a Brindisi. Terminato il conflitto, il 9 maggio del 1946 Vittorio Emanuele III abdicò a favore del figlio Umberto e andò in esilio con Elena ad Alessandria d’Egitto, ospite di re Farouk.

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FOTO14. Roma. Copertina di Oggi alla notizia della morte della regina Elena

Elena rimase in Egitto fino alla morte del marito, avvenuta il 28 dicembre del 1947, dopo diciannove mesi d’esilio, poi si trasferì a Montpellier, dove morì di cancro il 28 novembre del 1952.

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FOTO15. Barletta. Foto di Marina Convertino

 




FRANCIA – Finalissima Euro 2016 Francia – Portagallo. Islanda la vincintrice simbolica

L’Europa ha assistito attonita al risultato del referendum sulla Brexit che ha decretato l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea. Contemporaneamente, lo svolgersi dei campionati di calcio Euro 2016 ha in un primo momento distolto l’attenzione delle masse, ciò nonostante l’Europa si è ritrovata frammentata e claudicante, infatti sull’onda della Brexit, altri paesi membri dell’UE, tra cui la Francia, paese ospitante dell’edizione 2016, si sono interrogati sulla probabilità di non essere più parte di un’Europa che pare aver perso la sua identità.
In Italia da alcuni anni si discute su questa tematica, ma in questo momento il coraggio e l’audacia degli azzurri in campo ha distolto l’attenzione degli Italiani. La squadra azzurra sin dal principio era stata data per perdente, infatti in molti non avrebbero scommesso che avrebbe superato la fase preliminare, invece sin dalla prima partita hanno mostrato grinta e valore battendo il Belgio che risultava essere tra le favorite. L’Italia si è classificata prima nel suo girone e negli ottavi ha battuto la Spagna, squadra tra le più temute. Ai quarti si è dovuta arrendere ai rigori contro i teutonici campioni del mondo .
La delusione è giunta proprio quando il sogno europeo covato per 48 anni sembrava trasformarsi in realtà .
Gli azzurri sono tornati a casa con un trofeo simbolicamente più importante, perché grazie al duro lavoro dei giocatori e del loro allenatore Antonio Conte, hanno riportato gli italiani a credere nella nazionale di calcio divenuta sinonimo di unità.
Unica nota negativa è stata dovuta al comportamento semplicistico e irriverente di Pellé nei confronti del portiere tedesco Neuer. L’attaccante italiano nelle precedenti partite si era mostrato decisivo segnando 2 gol decisivi, uno durante la partita col Belgio e l’altro contro la Spagna.
La finale degli europei si disputerà tra la squadra del Portogallo e quella della Francia, domenica 10 luglio alle 21:00 a St Denis presso lo Stade de France che ha ospitato l’apertura di Euro 2016, ma in molti hanno decretato l’Islanda come vincitrice simbolica, che ha per la prima volta partecipato agli europei, strappando la qualificazione, sconfiggendo nel 2014 l’Olanda. L’Islanda è stata sconfitta il 3 Luglio dalla Francia, ma dopo la partita tutti gli spettatori hanno cantato con i calciatori Islandesi l’inno nazionale, nel pieno rispetto di valori quali solidarietà e condivisione.
Non ci resta che incrociare le dita per l’Europa sempre più priva di dignità e, calcisticamente parlando, che vinca la migliore!




Cinque scrutini per un compromesso. Ecco come l’Italia ha ottenuto il seggio all’Onu

Quando il presidente dell’Assemblea Generale, il danese Mogens Lykketoft, annuncia i risultati del primo scrutinio, la Svezia prende 135 voti e viene eletta. Alle sue spalle c’è l’Olanda con 125, vicina al quorum dei due terzi, e solo al terzo l’Italia, con 113 voti. Gli impegni che avevano raccolto alla vigilia erano superiori, almeno venti voti in più, e quindi qualcuno nel segreto della consultazione ci ha traditi. Il sacrificio per salvare i migranti, il lavoro nelle missioni di pace, e la competenza nell’area del Mediterraneo e Medio Oriente non sono bastati. Nel frattempo Bolivia ed Etiopia vengono elette per i posti riservati all’America latina e all’Africa.

In questa situazione si è passati al ballottaggio a due e  al voto a oltranza. Il ministro degli Esteri Gentiloni (che alla fine dirà: «È stata una dimostrazione di unità dell’Europa»), l’ambasciatore Cardi, il vice Lambertini e tutta la squadra dei diplomatici italiani è passata tra i banchi a stringere mani, scambiare commenti, cercare di consolidare i nostri voti e conquistare altri. L’Olanda è più vicina al traguardo, ma nella seconda votazione nessuno raggiunge il quorum. Sono loro che perdono più consensi, scendendo da 125 a 99, mentre l’Italia cala da 113 a 92. Questo può essere un segnale incoraggiante: forse l’idea di mandare nel Consiglio due Paesi nordici sta frenando i sostenitori dell’Aja. Il Kazhakstan intanto ha battuto la Thailandia e ha conquistato il seggio asiatico.

Si passa alla terza votazione, ma anche questa non dà risultati. Anzi, l’Italia recupera e quasi raggiunge l’Olanda: 96 voti per loro, 94 per noi.
Gentiloni si chiude con i suoi collaboratori in un salottino dietro all’Assemblea Generale, e tutti si mobilitano per recuperare voti: telefonate alle capitali, contatti diretti al Palazzo di Vetro, strette di mano. Secondo le stime di una fonte italiana impegnata direttamente nelle trattative, noi abbiamo un blocco solido di circa 45 voti africani, 20 mediorientali e 20 sudamericani.

L’Europa sta in larga parte con l’Olanda, facendoci forse pagare la decisione presa nel 2009 dall’allora ministro degli Esteri Frattini di inserirci nella competizione, dopo che Svezia e Olanda avevano già presentato la candidatura. L’Estremo Oriente sta con i nostri avversari, così come i Caraibi, legati all’Aja anche dalle relazioni seguite all’epoca coloniale. La strategia ora è conservare il blocco dei nostri voti, cercando di aumentarli lavorando sulle aree dove siamo più forti, che sono anche le regioni dove ci sarebbe più interesse geopolitico ad avere un paese del sud Europa in Consiglio. Neanche le concitate trattative dell’ora di pranzo, però, sbloccano lo stallo. Anzi, nella quarta votazione l’Olanda conserva i suoi 96 voti e l’Italia sale a 95.

Si va al quinto scrutinio, dove possono presentarsi altri candidati, ma lo stallo si accentua. Parità: Olanda 95 voti, Italia 95. L’ambasciatore Cardi confabula col collega olandese, davanti al ministro Gentiloni. Nel nome dell’unità europea, all’opposto di quanto è successo con la «Brexit», dividono il mandato: l’Aja si ritira e Roma viene eletta, ma dopo un anno si dimette. A quel punto viene indetta una nuova elezione, con l’Olanda come unico candidato.

Anche alla quarta votazione c’è stata una fumata nera per Italia e Olanda. L’Italia ha ottenuto 95 voti e l’Olanda 96. Già al primo turno nella votazione per il seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nessuno dei due Paesi aveva ottenuto il quorum per l’elezione come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza al secondo turno. L’Italia ha ottenuto 92 preferenze e l’Olanda 99. Al primo turno la Svezia era passata superando la soglia dei 128 voti necessari. L’Olanda è arrivata seconda, senza però superare il quorum, e l’Italia terza con 113 voti.

Tra gli altri gruppi geografici, la Bolivia è stata eletta con 183 voti per l’America Latina e Caraibi, l’Etiopia con 185 voti per l’Africa. Oltre il secondo seggio per l’Europa Occidentale che vede in lizza Italia e Olanda rimane da assegnare anche il seggio per il gruppo Asia-Pacifico, che vede il ballottaggio tra Tailandia e Kazakistan.

Dal 1 gennaio i cinque nuovi membri non permanenti sostituiranno gli uscenti Spagna, Nuova Zelanda, Angola, Venezuela e Malesia. Rimangono per il 2017 Egitto, Giappone, Ucraina, Senegal e Uruguay, oltre i cinque Paesi con un seggio permanente, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina.




ITALIA – Regine in città: Margherita di Savoia

di Livia Capasso

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FOTO 1. Intitolazioni a Torino. Foto di Loretta Junck

Margherita ed Elena, la prima e la seconda regina d’Italia, detengono un primato: insieme alla giudicessa Eleonora d’Arborea sono le uniche laiche tra le prime dieci figure femminili più frequenti nella toponomastica dei comuni italiani.

A Torino la regina Margherita si vide intitolare, ancor prima della sua morte, il lungo corso che attraversa tutta la città, da Ovest a Est, supera la Dora e arriva fino al Po, e il suo nome si ripete su un ponte, una piazza e in più scuole.

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FOTO 2. Roma. Foto di Ginevra Maccarrone

A Roma ci sono ben quattro aree di circolazione a lei dedicate – una galleria, un ponte, una piazza e un viale – ma la regina compare sulle strade di tantissime altre città, grandi e piccole, da Sud a Nord. A volte la si trova associata al suo re, come a Rovigo e Bisceglie, mentre altre volte compare da sola.

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FOTO 3. Rovigo. Foto di Maria Pia Ercolini

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FOTO 4. Bisceglie. Foto di Silvia La Franceschina

Eccola dunque in Sicilia a San Vito Lo Capo; in Basilicata a Corleto Perticara; in Puglia a Taranto; in Sardegna, a Calasetta; in Lombardia a Milano…

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FOTO 5. San Vito Lo Capo. Foto di Barbara Belotti

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FOTO 6. Corleto Perticara. Foto di Caterina Falotico

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FOTO 7. Taranto. Foto di Virginia Mariani

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FOTO 8. Calasetta. Foto di Laura Candiani

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FOTO 9. Milano. Foto di Rosa Enini

Margherita ed Elena sono state anche ampiamente ritratte in incisioni, litografie, fotografie, dipinti, statue, francobolli e copertine illustrate di settimanali. Esaminando questo ricco materiale, è possibile anche valutare la diversa personalità delle due sovrane.

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FOTO 10. Ritratto1

Margherita nacque a Torino nel 1851, da Ferdinando di Savoia ed Elisabetta di Sassonia. Bionda, di carnagione chiara, con due occhi azzurrissimi e un bel decolleté, nascondeva le gambe corte facendosi vedere spesso seduta in carrozza o nei palchi dei teatri. Profondamente cattolica, aveva un carattere forte e deciso, e un grande senso della dignità e del dovere. A diciassette anni sposò il cugino Umberto, primogenito del re Vittorio Emanuele II ed erede al trono dei Savoia; nel 1869 nacque il loro unico figlio, Vittorio Emanuele, futuro Vittorio Emanuele III. Nel 1878 Margherita diventò regina d’Italia.

Questo ritratto, opera di Michele Gordigiani, è forse quello più famoso della regina Margherita, che amava indossare abiti sontuosi, ricami, cappellini, guanti, fiocchi e pizzi. E amava follemente i gioielli: possedeva 16 fili di perle dei quali amò ornarsi, tanto da essere chiamata “La regina delle perle”. Anche se era consapevole che ogni filo di quelle perle, che Umberto le regalò negli anni del loro matrimonio, corrispondeva a un tradimento.

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FOTO 11. Ritratto Gordigiani

Una volta a settimana radunava attorno a sé al Quirinale il meglio della cultura italiana e di quella europea di passaggio nella capitale. Fu amica di Edmondo de Amicis, conobbe Alessandro Manzoni, fu esaltata da Fogazzaro, Gabriele d’Annunzio e Giovanni Pascoli. Giosuè Carducci le dedicò una delle sue Odi barbare (“Alla Regina d’Italia”). Era attratta dalla musica, soprattutto quella da camera; grazie ad una borsa di studio da lei concessa, il giovane Giacomo Puccini poté completare gli studi al Conservatorio di Milano.

Appassionata alpinista, Margherita scalò, prima donna, una delle più alte vette delle Alpi, il Monte Rosa. Per questo motivo le venne dedicato un rifugio, costruito in prossimità della cima della montagna.

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FOTO 12. Capanna Margherita

Il 29 luglio del 1900 re Umberto I fu assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci , e il trono passò al figlio, che divenne re Vittorio Emanuele III. La regina dovette adattarsi al ruolo di regina madre. Stabilì la sua residenza a palazzo Piombino in via Veneto che da lei prese il nome di palazzo Margherita (oggi il palazzo ospita l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma) e, finita la guerra, si rifugiò a Bordighera, dove morì nel 1926 a 75 anni.




Quando i sudditi scelgono, scappano come conigli

Una scelta vile: la Gran Bretagna ha deciso di uscire dall’Unione invece di dare il proprio apporto al superamento dell’impasse che ha bloccato il mercato. Il referendum sulla Brexit si chiude con il “Leave” che vince 51,9% a 48,1% , ribaltando il primo sondaggio che dava il fronte del “sì” (Remain) al 52% e quello del “no” (Leave) al 48%. Per la Brexit hanno votato 17.410.742 elettori mentre per restare nell’Ue i voti sono stati 16.141.241. L’affluenza al referendum viene fissata al 72,2%. Il primo ministro David Cameron, paladino del fronte dei “Remain”, ha annunciato che si dimetterà, anche se non nell’immediato.

Scozia, Irlanda del Nord e anche Londra hanno votato largamente per restare, il Galles e il resto d’Inghilterra per l’uscita. In particolare nell’Irlanda del Nord il “Remain” ha vinto con il 55,8% a fronte di un 44,2% attribuito al “Leave”. In Galles il “Leave” ha ottenuto il 52,5% battendo il “Remain”, fermatosi al 47.5%. In Scozia il no alla Brexit ha prevalso col 62,0% mentre per l’uscita dall’Ue ha votato il 38,0% degli elettori. Un secondo dato interessante è quello che riguarda i giovani. Ben Riley-Smith – firme di punta del Telegraph- analizza il sondaggio che arriva da YouGov e che testimonia la frattura generazionale che si è creata nelle urne. Il 75% degli under 24 ha votato contro la Brexit. Il 56% degli under 49 ha fatto lo stesso. Sono gli ultracinquantenni — e in particolare gli ultrasessantacinquenni — ad aver votato in maggioranza per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Una decisione interessata dettata da un’egoistica prudenza che cercando di evitare un dispiacere ne causerà di più grossi.

A cominciare dalla notte drammatica del venerdì nero: in una sola giornata l’Europa ha bruciato 411 miliardi di euro. In mattinata a Milano riesce a far prezzo solo il titolo Recordati che perde subito il 9%. E’ il preludio della peggior seduta di Piazza Affari che chiude a -12,48%, brucia 61 miliardi tornando ai minimi dal 2013: si tratta della maggiore perdita da quando è possibile ricostruirne a ritroso l’andamento, dal 1994. Dopo il crac di Lehman il Ftse Mib segnò un crollo dell’8,24% il 6 ottobre 2008, mentre l’11 settembre 2001 aveva perso il 7,57%.

A pagare lo scotto maggiore sono le banche che solo a fatica riescono a fare prezzo: quando Bpm apre il rosso teorico è del 35%, poi ritraccia, ma le vendite sono pesanti e oltre il 20% come per Unicredit e Intesa Sanpaolo. A essere in ginocchio è l’intero comparto creditizio europeo. Francoforte perde il 6,82% peggio di Londra (-3,15%), ma meglio di Parigi (-8,04%). Effetto Brexit anche su Wall
Street: quando chiudono i mercati europei il Dow Jones che perde il 2,6% e il Nasdaq il 2,7%. In profondo rosso anche l’indice S&P500 che cede il 3,1% dopo aver registrato la peggior apertura dal 1986.

In mattinata Tokyo ha perso il 7,92% archiviando la peggior seduta dall’incidente nucleare di Fukishima. Per evitare danni maggiorni, il Giappone ha deciso l’applicazione del ‘circuit breaker’, il dispositivo che inibisce le funzioni di immissione e modifica degli ordini, limitando i ribassi troppo elevati. Un meccanismo che potrebbe essere utilizzato anche da Borsa italiana che sarebbe pronta a restringere la forchetta di oscillazione dei titoli, per contenere il flusso di vendite.

A terrorizzare gli analisti è anche il percorso travagliato che sancirà il divorzio tra Londra e Bruxelles perché serviranno almeno due anni di negoziati che alimenteranno solo le incertezze. “Brexit può essere la nuova Lehman” dice Vincenzo Longo, analista di Ig Markets. Gli addetti ai lavori si augurano un divorzio che minimizzi il danno economico a tutto quelli che subiranno l’impatto del Brexit. “La Gran Bretagna soffrirà ma sono sicuro che si focalizzerà ancora di più ora sulla competitività della sua economia nei confronti dell’Ue e del mondo in generale” dice Tom Enders, l’amministratore delegato del gruppo aeronautico europeo Airbus Group.

A soffrire sono soprattutto le valute con la sterlina che dopo un avvio iniziale trionfante sulla scia dei sondaggi (volata ai massimi dal 2015, sfiorando gli 1,50 dollari), è crollata nella notte man mano che arrivavano i dati del vantaggio del “leave” dalla Ue, segnando un calo del 8% sul dollaro e chiudendo a 1,36 dopo essere arrivata a quota 1,32: un crollo che ha superato quello del 1985. Le fluttuazioni della sterlina andranno negli archivi come le più forti di sempre. La perdita nel giorno del referendum aveva già superato quella del “mercoledì nero” del 1992, quando la crisi valutaria spinse la Gran Bretagna fuori dal Sistema monetario europeo. L’euro chiude in calo a 1,1124 dollari e 113,28: gli acquisti si concentrano quindi sulla moneta giapponese, bene rifugio che passa di mano a quota 102,01 sul biglietto verde dopo aver toccato un massimo dal novembre 2013 a 99 yen.

Tempesta anche sui titoli di Stato: lo spread, la differenza di rendimento, tra Btp e Bund tedeschi si è ampliato fino a 185 punti base dalla chiusura a quota 130 punti per poi ritracciare a quota 159 con il decennale italiano che rende l’1,55%, mentre il tasso del bund è piombato al minimo record di -0,17% per poi risalire a -0,046%. A sostenere le quotazioni è soprattutto l’intervento della Bce.
La Brexit affonda la sterlina. Sotto pressione anche l’euro
Immediato l’effetto sulle materie prime: mentre il petrolio è in calo e cede oltre il 6% a 47 dollari per il barile Wti e il Brent perde poco meno (il 5,95%) a 47,88 dollari, corre l’oro, considerato il bene rifugio per eccellenza. Le quotazioni del metallo giallo, forti da giorni, salgono del 7,8% ai massimi dal 2008.

A questo punto l’attenzione è tutta rivolta verso le banche centrali. Haruhiko Kuroda, numero uno della Boj, la banca giapponese, ha assicurato che lavorerà a stretto contatto con gli altri governatori centrali per stabilizzare i mercati. In particolare, i banchieri stanno pensando di utilizzare – come già accaduto durante la crisi del 2008 – un accordo di “currency swap” che permetterebbe alla banche centrali di rifornirsi di dollari presso la Federal Reserve mantenendo poi invariato il tasso di cambio al momento della chiusura dell’operazione: in questo modo l’oscilazzione delle valute sarebbe limitata. Anche la Banca d’Inghilterra è intervenuta spiegando che farà “tutto il necessario per assicurare la stabilità dei mercati”.

Sterlina a picco, borse in caduta libera, la Gran Bretagna non ha saputo nemmeno fare la parte del leone. Squilla già la tromba del dietrofont: una nuova petizione online chiede a gran voce di ripetere la consultazione. Una legge prevede che quando almeno 100mila persone firmano una petizione il Parlamento debba prendere in considerazione la proposta. La soglia è stata ampiamente superata nel giro di poche ore. Il traffico online è talmente intenso, che spesso è impossibile accedere al sito web dedicato.

Nello specifico, i firmatari chiedono la promulgazione di una nuova legge che prescriva la ripetizione del referendum in caso di un risultato con un margine di vantaggio del “Leave” inferiore al 60% e che abbia come condizione minima l’affluenza alle urne di almeno il 75%.

Secondo David Alan Green, blogger e opinionista del Financial Times e del New Statesman, l’unica possibilità per fermare le procedure di attivazione della clausola dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona (che prevede l’uscita dall’Unione Europea) è la possibilità di fare un nuovo referendum. Una prospettiva che potrebbe diventare realtà entro il 2018, anno in cui la Brexit avrà i suoi effetti. Ma secondo l’Indipendent, il Parlamento e il governo rifiuteranno la proposta. «Ripetere un referendum non è il genere di cose che vengono prese in considerazione», scrivono in un articolo online.

Sul sito web è disponibile anche una mappa dei firmatari della petizione. Le zone attorno a Londra sono quelle con la maggior concentrazione di firmatari.




ITALIA – Memorie femminili a Villa Sciarra

Villa Sciarra, preziosa area verde del quartiere Monteverde Vecchio, non lontana dalla più vasta e celebre Villa Pamphili, conserva memorie storiche femminili assolutamente insospettabili, come un filo continuo che dal mondo antico giunge fino al XX secolo.

Il parco era in passato il Lucus Furrinae, un bosco sacro dedicato a Furrina, una delle prime divinità di Roma. Legata probabilmente alle acque sotterranee e ai pozzi utilizzati per il loro sfruttamento, le era dedicata una fonte sacra qui e una ad Arpino, ricordata anche da Cicerone, e il suo culto si celebrava il 25 luglio con le Furrinalia.
Il nome di Furrina, che per assonanza fu anche associato alle Furie, si trasformò presto tanto che cominciò a essere ricordato con il plurale Furrinae o nymphae Forrinae; in età imperiale il culto si era già disperso probabilmente assorbito dal quello per il dio Nettuno.
Gran parte del parco di Villa Sciarra costituiva gli Horti di Cesare, la villa suburbana in cui venne ospitata Cleopatra, insieme al figlio Cesarione, durante il soggiorno a Roma tra il 46 e il 44 a. C.
La regina d’Egitto, di vasta e raffinata cultura, trasformò gli Horti in una vera corte, realizzando opere edilizie di grande sfarzo, sontuosi mosaici pavimentali e affreschi parietali ispirati a temi mitologici. Quelli che dovevano essere campi coltivati vennero mutati da Cleopatra in giardini delle delizie e la villa ospitò cenacoli intellettuali in cui si parlava greco, si discuteva di filosofia e si declamavano versi. Sallustio, Orazio ancora molto giovane e un altrettanto giovane Virgilio furono fra i letterati ammessi a questa discussa e controversa “corte imperiale”.

Se nel Medioevo la villa fece parte dei possedimenti del convento di san Pancrazio, in seguito appartenne a numerose e importanti famiglie romane, dai Frangipane ai Mignanelli che ebbero la fortuna di veder realizzati, proprio durante il periodo di loro possesso, le Mura Gianicolensi; grazie alla nuova cinta muraria crebbe il valore economico della proprietà che, protetta da un bastione murario, si trasformò da villa suburbana in villa urbana. L’accresciuto valore consentì a Alessandro Mignanelli di assegnare il possedimento alla figlia Margherita che, nel 1647 sposò Domenico Vaini. Donata dal Vaini al cardinale Antonio Barberini “vita natural durante”, dopo la morte del cardinale fu oggetto di contesa fra le due famiglie e nel 1672 tornò nelle mani della legittima proprietaria, come si legge nell’atto di concordia stipulato tra Margherita Mignanelli, il cardinale Francesco Barberini e il principe Maffeo Barberini.

La grande storia ha in seguito attraversato la villa romana e l’ha trasformata in uno degli scenari di scontro fra garibaldini e truppe francesi durante i giorni di resistenza della Repubblica Romana nel 1849.

Foto.1.ROMA.VILLA SCIARRA. MPE.ORIZZ

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A ricordo di quelle giornate uno dei viali del parco, quello che sale dall’entrata di via Dandolo, ricorda Margaret Fuller Ossoli, giornalista americana che si impegnò con coraggio nelle vicende della Repubblica Romana, prima donna degli Stati Uniti a ricoprire il ruolo di corrispondente dall’estero. Giunta a Roma nel 1847, Margaret abbracciò le idee mazziniane per l’indipendenza italiana e, durante le vicende della Repubblica Romana, divenne responsabile del servizio di ambulanza e regolatrice dell’ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina.

La villa fu seriamente danneggiata da quei combattimenti e gli interventi di restauro sulle costruzioni e sul parco furono voluti da Carolina d’Andrea di Pescopagano, moglie di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra proprietario della tenuta. A lei si deve l’inserimento nel giardino di elementi esotici, come prescriveva il gusto di fine Ottocento, come un padiglione cinese e la creazione di serre in vetro e ghisa.
In questo parco Gabriele D’Annunzio, amico di Maffeo II figlio della principessa Carolina, ambientò il duello fra Andrea Sperelli e Giannetto Rutolo de Il Piacere.
Al giovane rampollo Maffeo II si deve invece il declino della proprietà che, dopo una fallita speculazione edilizia e il passaggio alla Banca Tiberina e alla Banca d’Italia, molto ridimensionata nell’estensione, fu acquistata nel 1902 dal diplomatico statunitense George Washington Wurts.

Foto.2- piazzale Wurts.Foto Barbara Belotti

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A lui e a sua moglie Henriette Tower

Foto.3- Henrietta Tower Wurts con il marito George W. Wurts

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si deve l’aspetto attuale. Entrambi appassionati dell’Italia e della sua arte, vollero riportare la proprietà ai fasti passati conferendole un aspetto eclettico. Henriette, ricchissima ereditiera della Pennsylvania, appassionata di arte e di botanica, contribuì sensibilmente, e non solo in termini economici, alla nuova sistemazione.
Furono inserite nel verde numerose statue settecentesche in arenaria, realizzate da Giovanni Ruggeri e provenienti dal Palazzo Visconti di Brignano Gera d’Adda, in Lombardia, come la bella Fontana dei Satiri

alla cui sommità sono riprodotti un biscione ondulante e un fanciullo, simboli dello stemma dei Visconti; di fronte alla fontana si erge una grande voliera in ferro realizzata per l’allevamento dei pavoni bianchi.

Foto.4- Fontana dei Satiri.Foto Barbara Belotti

Foto.5. MPE

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Questa parte del parco ha un aspetto che richiama la tradizione del giardino all’italiana, con sculture, aiuole, siepi e vialetti dall’impianto regolare. Due di questi viali sono dedicati ad altrettanti figure femminili: Rosa Vagnozzi e Antonietta Klitsche.
Rosa, nata a Roma nel 1857, era una giovane colta e intelligente che si laureò in Lettere dedicandosi in seguito all’insegnamento in una scuola magistrale. Come educatrice pensò a una letteratura rivolta alle giovani e ai giovani e scrisse racconti e romanzi storici. Collaborò con l’Osservatore Romano e con altri periodici cattolici firmando i suoi interventi con lo pseudonimo “Myrmica parva” (piccola formica). Fece parte, come socia, dell’Accademia Tiberina, una prestigiosa istituzione fondata a Roma nel 1813 con lo scopo di studiare e promuovere “le scienze e le belle lettere”. Rosa Vagnozzi è morta a Roma nel 1935.

Foto.6-Viale Rosa vagnozzi. Foto di barbara Belotti

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Anche Antonietta Klitsche de la Grange collaborò con l’Osservatore Romano. La sua carriera letteraria vanta più di 100 titoli, fra romanzi, racconti storici e saggi. Nata a Roma nel 1832, Antonietta venne nominata dal Comune di Allumiere Ispettrice delle scuole elementari femminili. Fece parte dell’Arcadia firmando i suoi contributi letterari con il nome di Asteria Cidonia. Antonietta Klitsche de la Grange morì nel 1912.

Foto.7-Viale A.Klitsche.scrittrice. Foto di Barbara Belotti

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Camminando lungo i viali si incontrano statue allegoriche e fontane come quella decorata con piccoli tritoni e lo stemma araldico dei Visconti

Foto.8-Fontana con stemma Visconti. Barbara Belotti

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o quella delle Sfingi, di fronte al Casino Nobile;

Foto.9-Casino nobile e fontana delle Sfingi. Foto Barbara belotti

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più in alto, sulla cosiddetta Montagnola all’altezza della cinta muraria, la gloriette, un padiglione circolare con cupola metallica originariamente rivestita di porporina dorata, si apre sull’ampio panorama verso i Castelli Romani.

Foto.10- la gloriette. Foto di Barbara Belotti

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Il Casino Nobile ospitò numerosi ricevimenti della coppia Wurts-Tower fino al 1914 quando, durante la Prima Guerra mondiale, la villa fu utilizzata come ospedale per i militari affetti da disturbi psichici.
Nel 1930 l’intera proprietà fu donata da Henriette Tower allo Stato Italiano, insieme alla somma di 50.000 dollari per il suo mantenimento; unica condizione posta dalla ricchissima americana fu che Villa Sciarra-Wurts diventasse un parco pubblico aperto alla cittadinanza;l’anno successivo il Casino nobile fu consegnato all’Istituto Italiano di Studi Germanici, che ancora oggi ha qui la sua sede.
Una lapide ricorda la donazione e i nomi di George Wurts e di Henriette Tower Wurts, mentre uno scalpello ha cancellato il riferimento al nome di Benito Mussolini.

Foto.11-Lapide.Barbara belotti

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Henriette Tower, morta a Lucerna nel 1933, è stata seppellita nel Cimitero acattolico di Testaccio accanto a suo marito.

FOTO:

  1. Villa Sciarra – Viale Margatet Fuller Ossoli – Foto di Maria Pia Ercolini
  2. Villa Sciarra – Piazzale Wurts – Foto di Barbara Belotti
  3. George W. Wurts e Henriette Tower Wurts
  4. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana dei Satiri, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  5. Villa Sciarra – la Voliera – Foto di Maria Pia Ercolini
  6. Villa Sciarra – Viale Rosa Vagnozzi – Foto di Barbara Belotti
  7. Villa Sciarra – Viale Antonietta Klitsche – Foto di Barbara Belotti
  8. Villa Sciarra – Giovanni Ruggeri, Fontana con stemma dei Visconti, sec. XVIII – Foto di Barbara Belotti
  9. Villa Sciarra – Il Casino Nobile e la Fontana delle Sfingi – Foto di Barbara Belotti
  10. Villa Sciarra – La gloriette – Foto di Barbara Belotti
  11. Villa Sciarra – Lapide commemorativa – Foto di Barbara Belotti




Pugni stretti contro la follia: stop alla campagna dell’odio

Si combattono le idee non si uccidono le persone.  Ma di questo la follia omicida dell’assassino che ha privato della vita Helen Cox non ha tenuto conto.

Accoltellata più volte, poi raggiunta da tre colpi d’arma da fuoco, l’ultimo vicino alla testa. Così è stata uccisa la deputata britannica laburista, Helen Joanne Cox, aggredita da uno sconosciuto, in un tranquillo villaggio, Birstall, alle porte di Leeds, nel West Yorkshire. Sul perchè di tanta violenza contro la giovane deputata ancora la polizia è cauta. Secondo l’Independent e altri media inglesi, un testimone ha raccontato che l’aggressore prima di colpirla avrebbe gridato: “Britain first”, “prima di tutto la Gran Bretagna”, che è anche nome di una formazione politica inglese di estrema destra.

Il fanatismo lo abbiamo in casa non lo portano i migranti. Di questo era convinta Helen.

La Cox, che aveva anche lavorato per Oxfam e Save the Children, si trovava nella sua circoscrizione per il consueto incontro con gli elettori. Nel tweet bloccato al primo posto del suo profilo così scriveva contro Brexit: “L’immigrazione è una preoccupazione legittima ma non è una buona ragione per lasciare l’Europa”.
Madre di due figli, laureata a Cambridge, e da sempre impegnata per i più deboli, Jo Cox è stata eletta per la prima volta deputata lo scorso anno per la circoscrizione di Batley e Spen. Nel suo discorso di insediamento al Parlamento aveva da subito chiarito da che parte stava: “La regione che rappresento è stata profondamente arricchita dall’immigrazione, sia che si tratti di cattolici irlandesi o di musulmani provenienti da Gujarat in India o dal Pakistan. Mentre noi celebriamo la nostra diversità, quello che mi sorprende di volta in volta quando giro in quei territori è che siamo molto più uniti e abbiamo tante cose in comune l’un l’altro, molto più di quelle che ci dividono “. E lì dove era nata e dove aveva iniziato la sua promettente carriera politica tornava sempre, e in quegli stessi luoghi è stata uccisa, sotto gli occhi di molti testimoni, tra conoscenti e amici.

La parlamentare, 41 anni, è stata aggredita ieri intorno alle 14, ore italiana, nelle vicinanze della biblioteca di Birstall, località nel cuore del suo collegio elettorale. Soccorsa e ricoverata in ospedale, le sue condizioni sono apparse subito disperate. A metà pomeriggio è stata dichiarata morta.

L’aggressore è un inglese, che è stato fermato poco dopo. E’ stato identificato come Thomas Mair, detto Tommy, 52 anni, residente nella zona. Il Daily Mirror online ne pubblica una foto in cui appare in mimetica e con un berrettino da baseball beige in testa. Ma fino a tarda sera non è emerso alcun movente preciso. La polizia ha chiarito che ancora sono in corso indagini, ma che, in relazione all’aggressione, non c’è nessun altro ricercato.

All’inizio si era parlato di una lite tra due uomini, in cui si sarebbe intromessa. Un altro testimone, Hithem Ben Abdallah, aveva subito raccontato ai media britannici di aver visto persone correre in strada, in direzione della biblioteca, e di aver sentito almeno due spari. Ha notato un uomo che indossava “un berretto da baseball bianco sporco”, che ha iniziato a “spintonarsi con qualcuno” e poi le ha sparato tra due auto. “Sembrava avesse una pistola vecchia, come se fosse della prima guerra mondiale o ‘artigianale’. Non il genere di pistola che si vede normalmente”, ha aggiunto Abdallah. La donna è rimasta per alcuni minuti a terra, in attesa dell’ambulanza che l’ha poi trasportata in ospedale. Ma era già gravissima, in un lago di sangue, e con almeno una profonda ferita sulla testa.

Il primo ministro David Cameron, appena informato dell’accaduto, ha espresso “profonda preoccupazione per il terribile attacco” e ha cancellato il suo comizio pro Ue in programma in serata a Gibilterra. Anche il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan si è detto “scioccato”, ha definito la Cox una deputata “brillante” e, soprattutto, “un’amica”.

Dopo l’agguato, gli opposti schieramenti nel referendum del prossimo 23 giugno sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue hanno subito sospeso le rispettive campagne. L’annuncio dello stop è arrivato via twitter sia dal movimento “Stronger in Europe”, che dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson per il fronte del “Leave”. E l’intero paese ora è sotto shock, “una tragedia”, scandisce il primo ministro. E messaggi di cordoglio arrivano da tutti i paesi.

Prendono le distanze dall’accaduto gli aderenti al gruppo politico “Britain First”: “I media stanno disperatamente cercando di coinvolgerci in questo fatto. Britain First chiaramente non è coinvolto e non incoraggerebbe mai un comportamento di questo tipo”, scrivono sul loro sito.

Ma l’odio non si fomenta in un pomeriggio e di questo chi è stato fautore di campagne xenofobe e nazionaliste non può discolparsi. Troppo facile affermare “Io non c’entro” e farsi vittima, dopo aver dato voce a parole e discorsi che sono diventati fatti. Troppo comodo far finta che le parole non abbiamo peso, che non abbiano il potere di determinare le azioni. Sono divenute  motto di morte invece. E adesso la civilissima Gran Bretagna dovrà fare i conti con un problema che ha superato notevolmente le dimensioni del Brexit.

Brendan Cox, il marito di Jo Cox che appena saputo del ferimento ha twittato una foto di lei sorridente sulle rive del Tamigi, ha ricordato così la moglie: “Una donna che credeva in un mondo migliore e che lottava a questo scopo ogni giorno della sua vita con energia e una grinta per la vita che sfiancherebbero la maggior parte delle persone”. L’uomo, che con la deputata laburista condivideva anche l’impegno politico e insieme ieri avevano partecipato a una sorta di battaglia navale contro Brexit e Nigel Farage, ha affidato a una nota diffusa alla stampa il suo ricordo. “Ora è il tempo di lottare contro l’odio che l’ha uccisa”, ha aggiunto Brendan Cox, già consulente dell’ex primo ministro Gordon Brown.