ITALIA – Scuola: la tregua è finita. Docenti e studenti pronti per i prossimi scioperi

La bufera sulle assegnazioni e gli spostamenti da una regione all’altra ha spinto il Miur a concedere ai neoassunti di accettare incarichi di supplenza vicino  casa  per l’anno scolastico 2015-2016. Il tutto senza perdere il ruolo.

La mano tesa ai precari della scuola da parte del governo si è concretizzata nella richiesta operata dal ministro Stefania Giannini agli Uffici scolastici territoriali di effettuare le nomine per le supplenze sull’organico di fatto entro l’8 settembre. Una mossa che tuttavia non ha riscosso il successo sperato: c’è infatti chi la interpreta come un cedimento alle pressioni dei sindacati. Questi ultimi, dal canto loro, si dicono non soddisfatti del “compromesso” e annunciano uno sciopero in autunno.

L’attesa per gli incarichi di supplenza si fa quindi snervante. Il “boicottaggio” della riforma da parte dei precari che, rifiutando l’assunzione per paura di essere trasferiti lontano da casa, non hanno presentato domanda per la seconda e la terza fase del piano straordinario, consentirà comunque di accettare una supplenza nella provincia di residenza. Sempre ammesso che ci sia un incarico disponibile.

La protesta dei sindacati si concentra sulle graduatorie. Secondo Domenico Pantaleo della Flc Cgil, le graduatorie non verranno infatti esaurite. Per il 23 settembre a Roma è prevista una mobilitazione di docenti e studenti.




ITALIA – Terni, il mondo delle donne e le memorie operaie femminili

Di Manila Cruciani

Ticchetettà

Semo de Cinturini lasciatece passa’

semo belle e simbatiche ce famo rispetta’

matina e sera, ticchetettà,

infinu a sabadu ce tocca d’abbozza’

 

(Cinturini, canzone delle operaie tessitrici della fabbrica di iuta impiantata a Terni, alla fine del 1800, dall’ingegnere Centurini)

 

Nel Villaggio Matteotti della città di Terni, può accadere che i passi rimbalzino nel ritornello di una canzone sociale: l’insediamento semirurale (realizzato dalla Società Terni fra il 1938 e il 1946) e le cellule abitative avanguardiste del nuovo agglomerato (progettato nel 1970) restituiscono nomi di donna alla memoria democratica e alla classe cultrice e lavoratrice della storia locale.

In questi nomi c’è l’intuizione del nesso, (ri)generativo e variabile, di tante piccole comunità di destino all’interno della grande comunità di destino planetaria, e l’allusione ad una madre terra e ad una lingua madre, che le riconosce e le comprende tutte.

 

Oggi le finestre della città operaia si spalancano sulle storie delle persone nuove che la abitano, la cambiano e, perciò, la rinnovano, in una metaprospettiva, foriera di metaidentità.

 Qui, nel 2012, è nato il circolo Il mondo delle donne, frutto di una progettualità condivisa tra la biblioteca comunale e il sistema museale di Terni, che raccoglie il sapere narrativo delle donne, italiane e migranti. Un sapere che è anche resistenza – alla omologazione, alla assimilazione, alla dispersione di una oralità diffusa – e costruzione di una quotidiana interculturalità.

Da qualche mese, il circolo ha iniziato i lavori per redigere una guida di Terni al femminile attraverso un percorso di partecipazione: la pubblicazione prevede itinerari storico-culturali di genere, indicazioni sui servizi, schede di approfondimento della lingua italiana. Una proposta non convenzionale, a volte sorprendente, dedicata a chi arriva, a chi resta e alle “turiste” e ai “turisti” che giocano in casa!


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Foto 1 (Manila Cruciani)

Terni _ Lungonera Savoia, particolare di figura femminile

Quando si è con le sorelle, non c’è posto per la disperazione.

Un detto in Nu Shu, il linguaggio segreto delle donne nell’antica Cina.

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Foto 2 (Massimo D’Antonio)

Carlotta Clerici (1850 – Roma 1924), educatrice, femminista, sindacalista e socialista. Insegnante e direttrice scolastica si impegna per l’educazione, la formazione professionale dei giovani e per l’assistenza agli orfani. Nel 1912, insieme a Argentina Altobelli, entra a far parte del Consiglio del Lavoro presso il Ministero.

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Foto 3 (Massimo D’Antonio)

Gisa Giani (Collestatte [Terni] 1924 – Terni 1986), Adalgisa Cervelli, nota come Gisa Giani (il cognome è del marito), impiegata e ricercatrice presso la Biblioteca civica di Terni, è stata particolarmente attenta alla storia della città e delle donne, cui ha contributo, tra l’altro, con le pubblicazioni: Raccolta di voci bibliografiche su Terni e Territorio; Un enigma storico-archeologico: le tombe dei Tacito a Terni; Qualcosa che non sapevamo sulla Cascata delle Marmore; Terni. Cento anni di acciaio. Bibliografia dell’industrializzazione; e Donne e vita di fabbrica a Terni, che descrive il lavoro femminile nelle fabbriche tessili ternane.

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Foto 4 (Massimo D’Antonio)

Linda Malnati (Milano 1855 – Blevio [Como] 1921), socialista, nel 1906 promosse la costituzione del Comitato Nazionale per il suffragio femminile.

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Foto 5 (Massimo D’Antonio)

Virginia Visetti (1919 – 1944), partigiana, la denominazione è stata attribuita con la seguente motivazione: “Eroina della Resistenza, con il grado di sottotenente della formazione Gran Dubbiere di Pinerolo; aiuta il padre, rappresentante della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale di Torino, nello svolgimento di azioni di collegamento e nell’occultamento di armi e munizioni. Catturata in seguito a un rastrellamento, viene fucilata dai fascisti”.

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Foto 6 (Maria Pia Ercolini)

Maddalena Patrizi (1866 – 1945), scrittrice, fondatrice dell’Opera Nazionale di Patronato e Mutuo Soccorso per giovani operaie e presidente dell’Unione Donne Cattoliche.

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Foto 7 (Massimo D’Antonio)

Sara Tabarrini (Montefranco 1880 – Terni 1961), operaia dello Jutificio Centurini, è stata una capolega, licenziata per aver promosso uno sciopero nel 1901. Scongiurò le sue compagne di rinunciare a qualsiasi forma di solidarietà nei suoi confronti e, lasciata Terni, si trasferì a Montefalco, dove si adoperò per l’alfabetizzazione dei ragazzi di campagna.

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Foto 8 (Massimo D’Antonio)

Anna Maria Mozzoni (Rescaldina [Mi] 1837 – Roma 1920), femminista, fonda la Lega promotrice degli interessi femminili, si batte per il voto alle donne, per la parità tra i sessi e per il diritto allo studio.

 9.Terni.IrmaBandiera.MassimoDAntonio.ridotta

Foto 9 (Massimo D’Antonio)

Irma Bandiera (Bologna 1915 – Bologna 1944), partigiana, eroina della Resistenza, insignita della medaglia d’oro al Valor Militare. Catturata durante uno scontro armato, è sottoposta a feroci torture e trucidata dalle SS naziste.

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Foto 10 (Massimo D’Antonio)

Argentina Altobelli (Imola 1866 – Roma 1942), il suo impegno è rivolto alla promozione sociale delle donne. Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati sulla testata socialista ternana “La Turbina”: in questi articoli rivendica la parità tra uomini e donne sui temi del salario, dell’orario di lavoro e del diritto di voto. Nel 1912, insieme alla sindacalista Carlotta Clerici, entra a far parte del Consiglio del Lavoro, istituito presso il Ministero.

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Foto 11 (Maria Pia Ercolini)

Clara Zetkin (Wiederau [Germania] 1857 – Archangel’skoe [Russia], 1933), rivoluzionaria tedesca, comunista e teorica dell’emancipazione femminile.

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Foto 12 (Maria Pia Ercolini)

Anna Kuliscioff (Moskaja, Cherson [Russia] 1857 – Milano 1925), si laurea in medicina per curare gratuitamente i poveri, compagna di Filippo Turati, nel 1891 fondano insieme “Critica sociale”, la prima rivista critica del socialismo marxista italiano.

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Foto 13 (Maria Pia Ercolini)

Sibilla Aleramo (Alessandria 1876 – Roma 1960), pseudonimo di Marta Felicino Faccio detta Rina, femminista e scrittrice.

 

 




ITALIA – Programmate nuove mobilitazioni No Triv: prossima tappa a Barletta

Proseguono le assemblee pubbliche dei No Triv in Terra di Bari con l’appuntamento del 26 agosto in Piazza Caduti a Barletta alle 19.30 in cui verranno affrontate proposte operative in vista della mobilitazione indetta per il 18 settembre presso la Fiera del Levante, data in cui sarà convocata la Conferenza delle Regioni del Sud sul tema delle trivellazioni in prosecuzione dell’incontro di Termoli del 24 luglio.

” Riteniamo inestimabile il valore culturale dei nostri mari e non accettiamo di barattare il nostro ambiente per scelte di sviluppo senza presente e senza futuro. Rivendichiamo il diritto delle popolazioni di scegliere quale debba essere il modello di sviluppo compatibile con il territorio che quotidianamente vivono.

Per questi motivi negli ultimi due mesi abbiamo organizzato assemblee, partecipato ad eventi culturali e manifestazioni pubbliche per informare e sensibilizzare i cittadini pugliesi sui rischi legati alle trivellazioni in mare e in terra.

Molte sono state le adesioni al nostro appello di bloccare i procedimenti in corso, tra cui quella di Caparezza, che durante il concerto del 31 luglio a Santeramo in Colle ha espresso dal palco il suo forte sostegno, abbracciando lo spirito con cui vengono portate avanti le lotte dai movimenti.

Ringraziamo anche Paola Turci, che dopo il concerto di Spinazzola del 14 agosto ha dimostrato la sua sensibilità nei confronti del territorio ascoltando il nostro appello e supportandoci con affetto.

Speriamo col nostro lavoro di continuare a tenere alta l’attenzione pubblica nei confronti dei temi ambientali e della sostenibilità della gestione delle risorse in modo che altri comuni possano fare pressioni concrete sulla Regione e sul Governo, come già avvenuto con le deliberazioni del Consiglio Comunale proposte dalla Rete Regionale No Petrolio, costituitasi il 28 giugno a Monopoli, ed approvate sotto la nostra continua sollecitazione nei comuni di Giovinazzo, Molfetta e Barletta, seppur con qualche modifica rispetto al testo proposto.

L’assemblea pubblica NO TRIV del 18 agosto scorso, tenutasi in piazza Ferrarese a Bari, ha visto la presenza di diversi comitati e collettivi, nonché di molti singoli e singole. Si è descritto lo stato dell’arte: le nove concessioni per le prospezioni geosismiche nei nostri mari sono ormai trascritte in Gazzetta Ufficiale.

Benché Puglia e Calabria abbiano fatto ricorso al TAR del Lazio contro tali procedimenti, è evidente che si tratti del minimo indispensabile che le istituzioni regionali potessero fare. In primis, perché il ricorso non è un atto di indirizzo politico, ma semplicemente una contestazione della procedura amministrativa, e in secondo luogo, perché nessuno assicura che il TAR (specialmente alla luce del Decreto“Sblocca Italia”) possa esprimersi in maniera favorevole. Del resto, il caso del rigetto del ricorso sulla Tap parla chiaro.

Serve quindi un atto più forte e concreto, che potrebbe essere l’adozione da parte di almeno cinque consigli regionali, di una delibera volta a indire un referendum popolare per l’abolizione dell’art. 35 del Decreto Sviluppo, che riguarda i procedimenti in mare entro le 12 miglia. Tale provvedimento da un lato ha vietato le attività petrolifere in mare all’interno delle 12 miglia dalla costa ma dall’altro ha fatto salvi i procedimenti in itinere, rilanciando di fatto alcuni progetti molto impattanti. Pertanto in questo caso il tema del referendum sarebbero i procedimenti in corso in mare all’interno delle 12 miglia per le quali non si è pervenuti ancora alla definizione del provvedimento di autorizzazione finale. Non dimenticando quanto emerso dal documento sottoscritto, tra le altre realtà, dal Coordinamento No Ombrina 2015, in cui si propone di allargare la consultazione referendaria anche agli artt. 37 e 38 dello Sblocca Italia, riguardanti nello specifico l’estrazione di idrocarburi liquidi e gassosi ed il titolo concessorio unico.

Purtroppo i tempi sono davvero strettissimi: la dead-line per indire un’eventuale consultazione referendaria che si attui nella primavera 2016 è il 30 settembre prossimo. Il governatore Emiliano, dopo settimane di chiacchiere e spacconate, ha infine chiarito di non avere la volontà di fare questo passo, dichiarando che il “referendum chiesto dalle Regioni apre lo scontro istituzionale con Governo assai dannoso per tutti” (TW, 16/08/2015). Anche la stampa regionale non ha ben inteso il senso delle rivendicazioni verso la mobilitazione del 18 settembre, preferendo rimanere sulla posizione dell’indizione di un tavolo istituzionale.

L’assemblea ha infine deciso di promuovere una manifestazione interregionale (il 18/08 a Bari erano presenti anche realtà lucane) per il 18 settembre presso la Fiera del Levante, in concomitanza con la Conferenza delle Regioni del Sud, indetta dai governatori sul tema delle trivellazioni in mare.

Attraverso una mobilitazione partecipata e costruita dal basso, l’obiettivo è premere sulle istituzioni affinché indichino il referendum. Non siamo alla ricerca di un tavolo istituzionale sterile (Emiliano, Pittella e soci sanno benissimo quali siano le richieste dei movimenti NoTriv), ma vogliamo costruire una mobilitazione in grado di esprimere dei rapporti di forza tali da condurre ad un risultato certo. È evidente che, dopo l’esperienza dei referendum per l’acqua pubblica, con una straordinaria vittoria dei movimenti e una successiva mancata applicazione dei quesiti da parte delle istituzioni, non ci sia troppa fiducia nei confronti dell’ “arma” referendaria: alcuni interventi erano molto critici a riguardo, ma è anche vero che al momento, dal punto di vista procedurale, l’ottenimento dello stesso è l’unico mezzo per bloccare un ingranaggio che sembra girare piuttosto velocemente.

Ovviamente serve anche un lavoro di informazione capillare attraverso volantinaggi, momenti di piazza e tutte le altre forme di comunicazione che possano venire in mente. Ogni gruppo locale si impegnerà sui propri territori.

Nei prossimi giorni (dobbiamo essere davvero molto celeri) verranno discussi nella mailing list Piattaforma e percorso della manifestazione, lanciando altri eventi territoriali di preparazione.

Prossimi appuntamenti:

il 26 agosto è convocata un’assemblea/manifestazione in Piazza Caduti a Barletta, alle ore 19.30;
il 30 agosto è convocata l’assemblea della Rete Pugliese “No petrolio” a Monopoli presso la Sala riunioni del Carmine, alle ore 18:00;
altre assemblee sono in procinto di essere convocate a Taranto e Molfetta.
Il 12 settembre invece è stata convocata un’altra manifestazione autonoma con diverse realtà ambientaliste (“No Renzi Day”) e anche Cobas ed altri movimenti costruiranno qualcosa per quella data.

La mobilitazione NO TRIV contro le trivellazioni a terra e in mare, in cui far confluire l’adesione dei gruppi regionali e locali che parteciperanno o porteranno il loro contributo, è venerdì 18 settembre presso la Fiera del Levante.

Adesso serve costruire una piattaforma condivisa con pochi punti su cui fissare l’attenzione che siano spunto per proseguire la mobilitazione anche dopo settembre, senza cristallizzarsi solo sulla questione referendaria, ma riprendendo il tema dello Sblocca Italia e sviluppandolo.

COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV (ABRUZZO) – Il rinvio sine die della seduta del Consiglio regionale dell’11 agosto, nel corso della quale si sarebbe dovuto discutere di una risoluzione urgente per tentare di fermare “Ombrina mare” e le trivelle entro le 12 miglia marine, è un chiaro indizio di instabilità politica che potrebbe determinare una serie di conseguenze sul piano del contrasto alla petrolizzazione da parte della nostra Regione.

Paradossalmente, i lavori venivano aggiornati a settembre, alla ripresa delle attività del Consiglio regionale, mentre a Roseto degli Abruzzi ben 5.000 persone partecipavano al “No Triv – Concerto per l’Adriatico” per dire NO AGLI IDROCARBURI e NO ALLE TRIVELLE.

Il quadro è allarmante: il procedimento relativo ad Ombrina mare procede spedito verso l’autorizzazione delle attività estrattive, mentre la Spectrum Geo sta tentando di sferrare un colpo mortale a tutto il Mare Adriatico con la tecnica dell’air-gun.

Il tempo stringe e la crisi in Regione pone problemi molto seri.

Nel frattempo il Presidente del Consiglio Renzi e il Sottosegretario MISE Vicari dichiarano che lo Sblocca Italia non è responsabile di alcuna autorizzazione a trivellare e che «confondere scientemente le attività di ricerca con le attività estrattive significa prestare il fianco alla demagogia».

Se questa è la risposta del Governo alle Regioni, che a Termoli (24 luglio) e a Roma (29 luglio) hanno chiesto di fermare le attività estrattive nel Mar Adriatico e nel Mar Jonio, la strada del “dialogo” con l’Esecutivo nazionale è divenuta chiaramente impraticabile.

TRIVELLE ZERO (MARCHE) – Arrivano nel mare marchigiano le trivelle del Governo Renzi: ecco le prove delle piattaforme in arrivo.

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Fotografata a S. Maria di Leuca una piattaforma in viaggio verso il mare di Ancona.

Le piattaforme in realtà sono due, la Bonaccia NW e la Clara NW. Otto i nuovi pozzi (quattro per piattaforma) e 15 km di nuove tubazioni sottomarine.

Nei Decreti stessi si riconoscono i gravi rischi per il mare Adriatico, ma si va avanti lo stesso!

Le trivelle entreranno presto in azione nel mare marchigiano di fronte ad Ancona.

Gli attivisti si sono accorti dell’avvio dei progetti grazie ad un fotografo che ha immortalato il passaggio di una piattaforma chiedendo informazioni al Forum Italiano dell’Acqua. Dopo una breve ricerca si è risaliti al fatto che da La Spezia ai primi di agosto è partita alla volta del mare marchigiano la piattaforma Bonaccia NW dell’ENI seguita a breve un’altra piattaforma, la Clara NW. Anche diversi siti online di La Spezia avevano commentato la partenza delle due strutture verso il mare marchigiano (ad esempio, http://www.cittadellaspezia.com/La-Spezia/Economia/Navalmare-varata-anche-la-piattaforma-188529.aspx). In tutto saranno presto perforati e messi in produzione 8 pozzi.

Secondo il sito del traffico marittimo di fronte ad Ancona sta già operando un pontone della Saipem (il Saipem3000, si allega mappa e posizione ieri).

Si tratta di due progetti approvati, per quanto riguarda la Valutazione di Impatto Ambientale, dal Governo Renzi nel settembre 2014. Segue una breve descrizione dei progetti.

Bonaccia NW: il Decreto interministeriale di Valutazione di Impatto Ambientale per la piattaforma Bonaccia NW è stato emanato il 9 settembre 2014 (D.M. n.0000222) con parere favorevole della Regione Marche (Decreto dirigenziale del 09/05/2015 a firma di David Piccinini, Responsabile unico del Procedimento Velia Cremonesi). Essa è inserita nel contesto di sviluppo della concessione B.C17.TO situata in Mar Adriatico a 60 km dalla costa all’altezza di Ancona. Il progetto prevede l’installazione di una nuova piattaforma a 4 gambe (Bonaccia NW), la perforazione, completamento e messa in produzione, per circa 25 anni, di quattro nuovi pozzi direzionati (Bonaccia NW1 Dir, Bonaccia NW 2 Dir, Bonaccia NW 3 Dir e Bonaccia NW 4 Dir) e la posa e installazione di due condotte sottomarine di lunghezza 2,2 km per il trasporto di gas e aria da Bonaccia NW a Bonaccia. Prevede lo scarico a mare di acque di strato (le acque che vengono estratte assieme agli idrocarburi) per circa 30 mc/giorno con concentrazioni di oli minerali fino a 40 milligrammi/litro. Tutte le informazioni sul sito del Ministero dell’Ambiente: http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/539

Nel Decreto subsidenza (l’abbassamento del suolo a causa delle estrazioni dal sottosuolo) prescrizione A.21

Clara NW: il Decreto interministeriale di Valutazione di Impatto Ambientale per la piattaforma Bonaccia NW è stato emanato il 17 settembre 2014 (D.M. n.0000227) con parere favorevole della Regione Marche (Decreto dirigenziale del 09/05/2015 a firma di David Piccinini, Responsabile unico del Procedimento Velia Cremonesi). Il Campo Gas Clara Est è ubicato nell’Off-shore Adriatico, nella costa marchigiana di Ancona, all’interno della Concessione di Coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi B.C13.AS, che si estende su una superficie pari a 395,52 Km2 nel Mar Adriatico Centrale a 45 km dalla costa marchigiana all’altezza di Ancona. Il progetto prevede l’installazione di una nuova piattaforma a 4 gambe (Clara NW), la perforazione, completamento e messa in produzione di quattro nuovi pozzi direzionati (Clara NW 1 Dir, Clara NW 2 Dir, Clara NW 3 Dir e Clara NW 4 Dir), la posa e l’installazione di una condotta sottomarina lunga 13 km, per il trasporto del gas in singola fase da Clara NW all’esistente piattaforma Calipso e l’adeguamento dell’esistente piattaforma Calipso. Prevede lo scarico a mare di acque di strato (le acque che vengono estratte assieme agli idrocarburi) per circa 30 mc/giorno con concentrazioni di oli minerali fino a 40 milligrammi/litro. Tutte le informazioni sul sito del Ministero dell’Ambiente qui: http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/587

I due decreti sono molto simili ed evidenziano essi stessi i gravi rischi derivanti dalle attività autorizzate. In particolare colpisce la prescrizione A.8 presente in entrambi gli atti e che riportiamo integralmente, in cui non si escludono incidenti gravi tali da compromettere la qualità ambientale in maniera irreversibile (infatti si parla di misure di compensazione).

Nei due decreti (prescrizione A.21) si parla estesamente del rischio di subsidenza (l’abbassamento del suolo a causa delle estrazioni dal sottosuolo) che deve essere monitorato fino alla costa, un fenomeno che una volta innescato è molto difficile da controllare e che può causare gravissimi problemi, dall’aumento dell’erosione a terremoti.

Incredibilmente nessun cenno viene fatto al rischio sismico, nonostante i gravissimi problemi connessi all’estrazione di metano che stanno emergendo in Olanda a Groningen, con danni per miliardi di euro e 152.000 case da ristrutturare!

Con il famigerato Decreto Sblocca Italia del Governo Renzi tutto ciò rischia di diventare la norma e l’Adriatico sarà alla mercé dei petrolieri. L’informazione dei cittadini è del tutto assente e si opera in un clima di scarsissima trasparenza. Sul sito del Ministero i documenti richiesti per le ottemperanze delle prescrizioni non sono pubblicati. La Campagna TrivelleZero nelle Marche è nata proprio per contrastare queste pericolosissima deriva petrolifera partendo dall’informazione dei cittadini per uscire da un’era fossile, nonostante un Governo che vuole proiettare l’Italia verso l’energia del passato. E’ letteralmente scandaloso che lo scenario del rischio sia prodotto dopo l’autorizzazione  e non sia stato valutato preliminarmente dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Marche e non sia pubblicato neanche ora.




ITALIA – Benigni? Non ha mai vinto il Nobel

Non è vero, non è come riferiscono http://l0specchio.altervista.org e edicola24.altervista.org Roberto Benigni non ha vinto il Nobel ne’ nel 2007 ne’ quest’anno.

I due siti suddetti hanno inventato la notizia che non trova riscontro su fonti ufficiali, nemmeno sul sito del Premio, per intenderci. Quello che maggiormente indigna è la presenza nell’articolo in questione di virgolettati che fanno intendere che l’attore sia stato intervistato e che l’Accademia si sia espressa.

“L’Accademia di Svezia ha deciso di assegnargli il tanto agognato Nobel che verrà assegnato nel mese di Dicembre. La motivazione data in merito a questa scelta è molto esplicativa: “Per il suo incredibile contributo a favore della divulgazione culturale, per la sua genuinità intellettuale, per la sua cultura encomiabile e per le sue opere indimenticabili”. Parole forti queste che, ne siamo sicuri, metteranno tutti d’accordo.”

E il riferimento a fonti inesistenti:

” Secondo fonti affidabili, però, Benigni avrebbe detto: “Sono molto contento, in pochi credevano che potessi vincere davvero il premio Nobel per la letteratura, ma c’erano scettici anche prima che vincessi gli Oscar per la vita è bella. Inoltre se l’ha vinto Dario Fo anche io, che nasco come uomo di spettacolo, posso vincerlo”. Non possiamo che fare tanti auguri a Roberto Benigni che si conferma sempre di più un simbolo per il quale l’Italia può sentirsi orgogliosa.”

Quello che più preoccupa sono i mila like che i  due siti hanno ottenuto e continuano a ricevere e che nessuno abbia denunciato. Perché nessuno li ferma? Cosa spinge i lettori a far circolare simili notizie?

È giunta l’ora di far della rete un luogo intelligente.




“Riding the buffalo”, la rubrica di Impagine per migliorare l’informazione on-line

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Troppe notizie false circolano in rete  rendendo pericoloso l’uso dell’informazione on line, tante le polemiche, poche le azioni volte a migliorarla e a tutelare i lettori.

Non è difficile cadere nei tranelli architettati da siti internet che diffondono informazioni non vere infischiandosene dell’etica. Eppure riescono a farla franca, a restare  on-line e a galleggiare nei motori di ricerca.

Il livello culturale dei lettori conta poco di fronte a queste trappole mediatiche in gran voga e diffusione. Basta poco per cadere nelle trappole tese da gente spregiudicata e senza scrupoli, pronta a diffamare e a ledere la dignità della persona, chiunque essa sia, pur di ottenere proventi dalla pubblicità veicolata tramite siti immorali che attraverso like e condivisioni circolano potentemente sui social network, dove, sappiamo bene, l’opinione pubblica si forgia. Basta  un minimo di distrazione e anche l’occhio più attento, il lettore più scaltro e abituato  finisce in trappola.

E’ successo anche alla nostra redazione di inciampare in uno di questi tranelli, ma siamo gente vaccinata e, invece di sbattere fuori il malcapitato redattore, abbiamo deciso di mettere in campo un’azione volta al miglioramento dell’informazione on-line, perchè riteniamo doveroso da parte di un giornalista 2.0  segnalare i siti che non rispettano la deontologia. Chi vuol fare buona informazione oggi non può solo limitarsi a confezionare notizie, deve esercitare controllo.

Questa rubrica nasce con l’intento di fermare le bufale, di domarle.

Non pensiamo che la rete e i social abbiano dato parola a “legioni di imbecilli” (Umberto Eco) e per questo costituiscano il male peggiore, è risaputo che la madre degli stolti è sempre incinta ovunque ella abiti,  ma riteniamo che il web vada usato in maniera corretta, regolamentata, e gestito come tutte le comunità. E’ necessario dunque che ognuno faccia la propria parte. Noi abbiamo deciso di calvalcare le bufale. Fatelo anche voi. Inviate segnalazioni a redazione@impagine.it




Un buco nell’acqua: l’Italia resta assetata

“Non ci sono scuse che tengano. Nessun decreto “Sblocca Italia”, nessuna Legge di Stabilità, nessun Decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione può costringere un sindaco a privatizzare l’acqua. Se i nostri sindaci, sostenuti dalla Regione Liguria e dal Governo Renzi, decidono di affidare la gestione della nostra acqua ad un soggetto privato o misto pubblico/privato (che è poi la stessa cosa!) lo fanno a ragion veduta e compiono una scelta politica chiara e precisa”. Così il Comitato Savonese Acqua Bene Comune torna all’attacco sulla possibile privatizzazione dell’acqua pubblica, nonostante l’esito referendario del 2011.

Sette anni ed una crisi economica hanno portato a un forte incremento dell’utilizzo dell’acqua potabile, con la scelta dell’acqua di rubinetto per bere che è salita dal 70,4 al 75,5%. Questo ciò che emerge da una ricerca di CRA Nielsen in collaborazione con Acqua Italia, una associazione che unisce sotto di sé tutte le imprese che si occupano del trattamento delle acque primarie. Si tratta di acqua che, dopo il referendum  del giugno 2011, in cui sono state abrogate le leggi che parlavano di una sua privatizzazione, sarebbe dovuta passare dalle società private al settore pubblico.

Un passaggio che però è divenuto un lento stillicidio fatto di ricorsi in Cassazione, decreti legge, vuoti normativi e ricorsi al TAR.

A promuovere l’iniziativa del passaggio alla gestione pubblica delle acque c’era il Forum Italiano dei movimenti per l’acqua, al quale aderiscono reti nazionali, enti locali e sindacati, che ha combattuto perché l’acqua potesse divenire pubblica. Storica la vittoria del 2011, che ha portato ben 27 milioni di aventi diritto a votare per il referendum sulla privatizzazione dell’acqua, grazie al quale l’acqua, adesso, può esser considerata un bene pubblico. Ma nel breve periodo questa modifica non ha portato molti risultati.

In passato, infatti, per quanto riguarda le tariffe si pagava fino al 7% del capitale investito dai gestori. Col passaggio alla gestione pubblica, invece, questo 7% è stato rinominato: sparita la voce “remunerazione del capitale investito”, infatti, è nata la voce “oneri finanziari”, con la stessa percentuale, più o meno come era accaduto coi rimborsi elettorali. E su questo punto, il Forum aveva fatto ricorso direttamente al TAR, vincendolo.

L’acqua adesso costa il 9% in più rispetto ad anni fa, con le perdite che sono stimate a circa due miliardi e mezzo di metri cubi all’anno, ovvero il 30% sul totale. E con l’autorizzazione alla revisione delle tariffe, concessa dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico – realizzata per favorire gli investimenti delle aziende che, però, devono essere municipalizzate si sono visti degli aumenti nelle bollette che rasentano l’assurdo: il 3,9% in più nel 2014 e ben il 4,8% in più nel corso del 2015, che porteranno ad un incremento di 130 euro per singola bolletta all’anno, raggiungendo un totale di 4,5 miliardi di euro.

Fra i comuni che hanno recepito per primi il referendum si ha il Comune di Napoli: la ARIN S.p.A., che prima gestiva il servizio idrico, è stata trasformata nella ABC – Acqua Bene Comune, azienda pubblica. E, a ruota, ha preso la medesima via il Lazio.

Intanto, il panorama che possiamo osservare sulla faccenda vede avverarsi il punto di vista sia dei favorevoli alla privatizzazione, sia dei contrari. Da un lato, chi voleva (e ha ottenuto) che l’acqua divenisse un bene pubblico ha visto sparire gli investimenti privati nel settore idrico italiano, perché chiaramente nessun investirebbe andrebbe a impiegare i propri capitali in un settore nel quale sa di non poter ricevere una remunerazione. Dall’altro lato, invece, chi voleva la privatizzazione e temeva che, se questa non fosse stata ottenuta, sarebbero stati solamente fermati gli investimenti. E ciò, chiaramente, è avvenuto. Ma è un triste esito, visto che abitiamo in una nazione dove si hanno dei picchi di dispersione dell’acqua distribuita pari al 50% nel sud, e in cui il 15% della popolazione vive in zone prive di rete fognaria. E, soprattutto, alla luce delle parole del presidente dell’ Autorità per l’energia elettrica e il gas, che parla di una necessità di 65 miliardi di euro nei prossimi trent’anni per avere un servizio idrico degno di questo nome.




ITALIA – Xylella a Torchiarolo, mentre è in attuazione il Piano Silletti. Primi casi in Corsica

I tre focolai di Torchiarolo sono ora considerati parte integrante della “zona infetta” da Xylella Fastidiosa. Ai sette alberi al confine tra le province di Brindisi e Lecce è stato quindi riservato un trattamento differente rispetto agli uliveti di Oria, così come già annunciato dalla Regione e ora posto nero su bianco nel testo di una determina del 31 luglio scorso.
La zona cuscinetto di conseguenza non è stata ampliata, in quanto i dieci chilometri già individuati oltre il limite dell’area “rossa” del profondo Salento sono stati ritenuti sufficienti.
Torchiarolo si aggiunge così ai 27 siti già localizzati e identificati nelle mappe regionali come luoghi in cui ci sono ulivi contagiati. La nuova delimitazione delle aree, che differisce di pochissimo rispetto a quella già stabilita nelle scorse settimane, è cosa fatta, nel rispetto delle direttive del decreto ministeriale del 19 giugno scorso che rendono esecutive in Italia e principalmente in Puglia (dove c’è l’emergenza) le misure europee adottate con la decisione di esecuzione del 18 maggio. Una zona infetta e una cuscinetto, almeno 10 chilometri attorno a quella “clou”.
Gli alberi di Torchiarolo per i quali il 27 luglio scorso sono stati comunicati – a seguito di analisi di conferma – risultati positivi alla Xylella, per la loro distribuzione territoriale, costituiscono secondo il servizio Agricoltura della Regione Puglia «tre focolai puntiformi che ricadono nell’area cuscinetto già delimitata il primo giugno 2015».
È stata perciò aggiornata la “zona infetta” e deciso che «non è necessario ampliare la zona cuscinetto in quanto risulta sostanzialmente rispettato il limite di 10 chilometri stabilito».
La cartografia è consultabile sul sito istituzionale della Regione Puglia, e in particolare nel portale dedicato all’emergenza Xylella. Sarà ora il dirigente dell’ufficio Osservatorio fitosanitario a trasmettere copia del provvedimento ai presidenti delle province di Lecce, Brindisi e Taranto, al sindaco di Torchiarolo, alle organizzazioni professionali di categoria e al commissario straordinario Giuseppe Silletti che sta provvedendo alla redazione del piano stralcio “bis” con il quale saranno programmati i prossimi interventi. Il Consiglio dei ministri ha prorogato di sei mesi, e quindi fino a febbraio 2016, lo stato di emergenza e ha conferito a Silletti il potere di indennizzare gli agricoltori che provvederanno in proprio all’eradicazione del batterio e all’abbattimento delle piante colpite dalla “peste degli ulivi”.

Firmato il decreto che dichiara lo stato di calamità e attiva il Fondo di solidarietà nazionale, per la prima volta in Italia per un’emergenza fitosanitaria.Ora si possono attivare le procedure per ripartire gli 11 milioni stanziati con il decreto agricoltura del 2 luglio. Gli interventi previsti con la dichiarazione di stato di calamità sono: spese rate dei mutui e dei contributi assistenziali e previdenziali- Risarcimenti per mancato reddito- Prevista compensazione per abbattimento degli alberi, in base alla stima del valore che verrà resa definitiva nei prossimi giorni.  Le aziende potranno presentare domanda alla Regione Puglia per gli indennizzi. Secondo le leggi europee possono accedere a queste misure le aziende agricole che dimostrano una perdita superiore al 30% della loro produzione lorda vendibile.

2. Rimborsi da piano Silletti

Una parte dei 13 milioni di budget del Commissario di protezione civile vengono impiegati per la copertura dei danni subiti dalle Aziende vivaistiche non agricole, dalle Aziende agricole con danni sotto il 30% e dai Proprietari di uliveti non agricoltori. Sono previsti risarcimenti per ogni eventuale albero abbattuto. Per i vivaisti vengono previsti anche contributi per una serie di investimenti che aiutano a certificare indenni le piante, come ad esempio quelli in sistemi di protezione contro insetto vettore.

3. Potenziamento della ricerca con focus su soluzioni

Per la lotta al batterio si potenzia la ricerca con uno studio europeo a guida italiana e uno nazionale che si rapporti con il primo. Sul primo fronte nel Comitato Horizon 2020 è stata approvata una ricerca europea specifica sulla Xylella che sarà coordinata dal Cnr di Bari con un finanziamento di quasi 7 milioni. A livello nazionale si prevede la creazione di un programma che coinvolga un gruppo di università a partire da quelle pugliesi, con la creazione in Salento di un campo sperimentale dove testare le possibili soluzioni contro la fitopatia.

4. Potenziamento analisi: obiettivo 80 mila analisi in tutta Italia

Per il monitoraggio in Italia e in Puglia il Mipaaf sta attivando convenzioni con più reti di laboratori. Obiettivo: 10 mila analisi a livello nazionale e 70 mila analisi in Puglia entro un anno

5. 500 tecnici del Corpo forestale diventano agenti fitosanitari

Per aumentare l’attività di monitoraggio 500 tecnici del Corpo forestale vengono qualificati come agenti fitosanitari. Aumenta anche la dotazione del personale del Corpo forestale in Puglia.

6. Finanziamento buone pratiche agricole con Psr

Il Ministero lavora in stretto contatto con la Regione Puglia per prevedere nel Psr di prossima approvazione il finanziamento stabile delle buone pratiche agricole e di misure volte al contenimento dell’insetto vettore.

I risultati del contrasto alla diffusione del batterio Xylella:

Trentatrè mila analisi in tutta Italia – nessun Paese europeo ha fatto tanto.  Dichiarato indenne da Xylella il territorio italiano ad esclusione delle province di Lecce e Brindisi. Sessantadue mila ettari lavorati con buone pratiche agricole nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto, grazie alla partecipazione imponente degli agricoltori.1200 km lineari di interventi nelle strade, ferrovie, aree pubbliche. Analisi e ricerca sul fenomeno di disseccamento con le migliori esperienze scientifiche italiane e con un forte confronto con ricercatori esteri.

PARIGI – Sale a ventidue il numero di ritrovamenti di xylella fastidiosa su piante nel sud della Corsica. Altri nove casi di contaminazione sono stati confermati nelle scorse ore dalle autorità locali, per le quali si tratta di sottospecie diversa da quella comparsa in Puglia.

Per ora il batterio è stato individuato solo su piante di poligala, piccoli arbusti dai fiori violacei usati a scopo ornamentale, in giardini e aiuole pubbliche. “Tutti gli altri prelievi effettuati, anche su piante sensibili al batterio, sono risultati finora negativi”, ha precisato la prefettura. Il microrganismo individuato, inoltre, appartiene a una sottospecie “molto diversa” da quella che ha colpito gli ulivi pugliesi, detta “multiplex”.

Sull’isola è stata avviata un’indagine epidemiologica, coordinata dalle autorità dipartimentali insieme a specialisti dell’Istituto nazionale di ricerche agronomiche. L’obiettivo è determinare l’origine delle piante contaminate e comprendere le modalità e i tempi del loro arrivo in Corsica. Nel frattempo, “le misure adeguate sono state immediatamente messe in atto per isolare i vegetali colpiti”.

Si spiega ancora: “Sono state definite zone infettate del raggio di 100 metri, e zone tampone da 10 chilometri, per contenere la possibile diffusione, mentre i proprietari delle piante sono stati invitati a disinfestarle e sradicarle subito, poi conservarle in sacchi ermetici fino al termine del divieto estivo di accendere fuochi”.

Il mese scorso il ministero dell’agricoltura francese aveva annunciato il ritrovamento del batterio killer sulle foglie di una pianta simile al mirto, presente sempre in Corsica.




ITALIA – Regioni del Sud al limite sul fronte accoglienza: decessi e proteste

Trecentonovantacinque migranti di diverse nazionalità, tra cui siriani e subsahariani, sono sbarcati  a Crotone dal rimorchiatore di altura norvegese “Siem Pilot St Avangar”. Tra loro 150 minori, tanti bambini e alcuni neonati, 24 donne di cui due incinte. Dopo il controllo da parte degli agenti della polizia, gli immigrati sono stati prima accolti dai volontari per il primo soccorso e poi trasferiti al centro d’accoglienza di Sant’Anna.

La Prefettura di Crotone, che ha coordinato le procedure per il primo soccorso e l’accoglienza, informa che sono già stati fermati 10 presunti scafisti.

Temporaneamente ospitati presso il C.D.A./C.A.R.A. di Isola di Capo Rizzuto ai fini della pre-identificazione, saranno nei  trasferiti – secondo un piano di riparto del Ministero dell’Interno – in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Campania.

PUGLIA – E’ stata eseguita  nell’Istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari l’autopsia sul corpo del 52enne tunisino morto martedì scorso in un’azienda di Polignano a Mare. Il pm Grazia Errede ha affidato l’incarico al professor Francesco Introna il quale dovrà stabilire le cause del decesso e se siano la conseguenza di un infortunio sul lavoro. Stando alla ricostruzione l’uomo si è sentito male alla fine del turno di lavoro nei campi dove caricava cassette di uva.

Al termine di un turno di otto ore all’aperto, avvertendo un malore l’uomo ha deciso di prendere un caffè al distributore dell’azienda. Giunto davanti alla macchinetta, il 52enne si è accasciato al suolo privo di sensi.

Soccorso da una collega, all’arrivo del 118 per il bracciante non c’era più nulla da fare. Residente a Fasano da diversi anni, dai primi accertamenti l’uomo risultava assunto con regolare contratto dall’azienda, anche se i Carabinieri stanno eseguendo verifiche sul contratto per verificarne la validità. Il gip ha disposto l’autopsia sul corpo del 52enne per verificare l’origine del malore che ha causato la morte e capire se poteva essere evitata.

LECCE – Tre persone sono state iscritte nel registro degli indagati della Procura di Lecce per la morte di Mohamed, il 47enne sudanese stroncato da un malore mentre lavorava come bracciante irregolare, sotto il caldo torrido – la temperatura sfiorava i 40 gradi – in un campo di pomodori fra Nardò e Avetrana. Gli indagati sono i titolari dell’azienda agricola Mariano, marito e moglie, e il caporale sudanese che avrebbe svolto il ruolo di intermediario fra gli imprenditori e i lavoratori.

Il sostituto procuratore Paola Guglielmi ipotizza per ora il solo reato di omicidio colposo, ma è probabile che altre ipotesi si aggiungeranno presto all’elenco delle imputazioni: i primi controlli effettuati dai carabinieri della compagnia di Campi Salentina – guidati dal maggiore Nicola Fasciano – stanno portando alla luce un quadro di diffusa illegalità. Mohamed, stando alle prime ricostruzioni, era in possesso di permesso per stare in Italia in quanto richiedente asilo, ma non aveva un contratto di lavoro.

Irregolari anche altre due braccianti straniere, che quando l’hanno visto accasciarsi sulla terra hanno cercato di soccorrerlo. In regola con il contratto, ma non con altre norme sulla sicurezza sul lavoro, le altre 28 persone che lavoravano nella stessa porzione di terreno. Per questo gli accertamenti saranno effettuati a 360 gradi, sia sotto il profilo penale sia sotto quello prettamente professionale, tramite una serie di verifiche affidate anche agli ispettori dell’Inps.

L’azienda in cui è avvenuto l’incidente, del resto, già nel 2012 era finita nel mirino della Procura con l’arresto del titolare Giuseppe Mariano, coinvolto nell’operazione ‘Sabr’ sullo sfruttamento dei braccianti nei campi, insieme con tutti i più grossi imprenditori della zona. Da allora, e nonostante gli arresti, nulla è cambiato nelle campagne di Nardò e dell’hinterland.

I migranti continuano a lavorare in condizioni disumane, i caporali a fungere da intermediari e molti imprenditori a non rispettare completamente le regole. La situazione in cui lavoravano Mohamed e i suoi compagni lo dimostrerebbe in pieno: per ore chinati sotto il sole, con temperature che nei giorni scorsi hanno toccato i 40 gradi. Quelli che segnavano appunto i termometri nelle campagne verso Avetrana.

Cordoglio per la scomparsa del 47enne è stato espresso dal governatore Michele Emiliano: “Si tratta dell’ennesimo incidente sul lavoro, questa volta ancora più angosciante per la dinamica, visto che il bracciante, cittadino sudanese, probabilmente è morto a causa del gran caldo che imperversa in questi giorni, ancor di più sensibile nei campi di pomodori del Salento dove stava guadagnando la giornata. Il tragico episodio ci ricorda che a svolgere determinati lavori sono in gran parte immigrati da Paesi lontani”.

“Mohammed aveva i documenti in regola e faceva proprio il bracciante per professione – ha proseguito il governatore – Lo vogliamo ricordare a chi guarda a questi operai come ladri di lavoro, mentre con il loro sacrificio fanno funzionare pezzi di un’economia che vogliamo sempre più sana e sicura”. Emiliano si è detto sicuro “che magistratura e investigatori faranno luce sulle condizioni di lavoro in quella azienda agricola, perché a volte l’intreccio fra manodopera irregolare e poca chiarezza sulle imprese è fatale per gli anelli più deboli della catena”.

Sulla vicenda interviene anche Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil: “Questa morte non può restare un fatto di cronaca estiva, è un atto di accusa verso un mercato del lavoro agricolo colpito in modo forte dalla piaga dello sfruttamento”.

SALENTO – A Torre Chianca due salentini si sono accaniti su un ambulante 17enne in spiaggia: indagati per tentato omicidio, uno è sorvegliato speciale. Cori razzisti dei bagnanti contro la vittima e i poliziotti

Prima gli hanno rubato un paio di occhiali. E quando l’ambulante diciassettenne originario della Nuova Guinea ne ha chiesto la restituzione, lo hanno picchiato selvaggiamente, trascinato in mare e tenuto con la testa sott’acqua per diversi minuti. Il tutto sotto gli occhi dei bagnanti, che non solo non hanno aiutato il ragazzo, ma all’arrivo della polizia hanno circondato le volanti, facilitando la fuga di uno dei due aggressori e inveendo contro gli agenti e la vittima con frasi pesanti dal chiaro contenuto razzista.

Il pomeriggio di ordinaria follia ha avuto come teatro la spiaggia di Torre Chianca (a pochi chilometri da Lecce) e come protagonisti due giovani del capoluogo già noti alle forze dell’ordine, Federico Ferri e Mirko Castelluzzo, rispettivamente di 25 e 37 anni, arrestati per tentato omicidio al termine di un’indagine lampo della squadra volante della polizia di Stato, guidata dalla dirigente Eliana Martella. Entrambi vengono ritenuti vicini a gruppi della criminalità leccese che operano nel capoluogo: Castelluzzo è un sorvegliato speciale con obbligo di dimora, che non aveva remore a scontare sulla spiaggia in compagnia degli amici.

I due uomini, stando alla ricostruzione effettuata, avrebbero mercanteggiato con il venditore ambulante per qualche minuto e poi avrebbero sottratto un paio di occhiali dalla sua cesta. Il ragazzo se ne sarebbe accorto, chiedendone la restituzione e scatenando così la furia dei due leccesi. Alle botte è seguito il trascinamento in mare e poi quel tenerlo sott’acqua, che ha configurato l’ipotesi di tentato omicidio, condita da minacce rivolte ai presenti affinché si facessero “i fatti loro”.

Il migrante sarebbe poi riuscito a liberarsi e a scappare, chiedendo aiuto ai bagnanti, nessuno dei quali gli ha dato un cellulare per poter avvisare le forze dell’ordine. Una telefonata anonima al 113 ha determinato l’intervento delle volanti, ai cui agenti la vittima ha raccontato tutto con dovizia di particolari: “Mi tenevano con la testa sott’acqua, credevo di morire”.

Quando è riuscito a uscire dall’acqua, il diciassettenne era molto dolorante, essendo stato colpito in diverse parti del corpo (faccia, testa, collo, zigomo sinistro), comprese quelle intime, tanto che è stato condotto in ospedale, dove è stato sottoposto alle cure del caso e poi dimesso con una prognosi di dieci giorni. Al termine della brutta avventura il ragazzo è stato riaccompagnato a casa, dove abita con la famiglia, composta da lavoratori, tutti in regola con i permessi di soggiorno.

Le indagini dei poliziotti hanno inoltre consentito di identificare e denunciare per offese a sfondo razziale altre tre persone (una di loro anche per furto), che durante le fasi concitate di intervento della polizia, hanno inveito contro l’immigrato, rubandogli anche altre cinque paia di occhiali e i 40 euro, magro guadagno di un’intera giornata di lavoro sotto il sole.

Nella notte – poche ore dopo l’arresto di Ferri e Castelluzzo – un ordigno è esploso nei pressi dello stabilimento balneare ‘La Cambusa’ davanti al quale è avvenuta la brutale aggressione, danneggiando gravemente alcune cabine e magazzini. Difficile ipotizzare, al momento, se i due episodi siano collegati e se la presenza della bomba sia stata un segnale intimidatorio rivolto ai proprietari del lido in relazione a quanto accaduto il pomeriggio. Gli investigatori della squadra mobile diretti da Sabrina Manzone, però, non escludono alcuna possibilità e hanno già acquisito le immagini delle videocamera di sorveglianza installate nella zona.

SARDEGNA – Mentre prosegue la protesta a Cagliari dei migranti eritrei che vogliono lasciare l’isola,  sono sbarcati a Sant’Antioco e Teulada altri 15 nordafricani. Secondo i primi accertamenti si trovavano a bordo di due barchini, uno dei quali è stato già trovato, mentre il secondo sarebbe stato avvistato da una motovedetta. Cinque dei profughi sono stati intercettati dai carabinieri a Sant’Antioco, mente gli altri dieci sono stati rintracciati poco più tardi nella zona delle saline di Teulada. Sono tutti giovani nordafricani e in buone condizioni di salute, una parte dei migranti è stata già trasferito al centro di prima accoglienza di Elmas.

PROFUGHI ERITREI – E’ ripresa poco dopo  la protesta dei migranti eritrei davanti agli ingressi dei traghetti al porto di Cagliari. I profughi – 80/100 tra uomini e donne – che si trovavano in piazza Matteotti e nella zona del porto dove hanno trascorso la notte, sono tornati ai cancelli dei traghetti e chiedono di poter lasciare la Sardegna, come fatto  dai 56 connazionali. La Polizia sta controllando la situazione. Per molti di loro la partenza non sarebbe possibile a causa della mancanza di documenti e di denaro per acquistare i biglietti della nave Tirrenia. Chi invece è in possesso di documentazione e biglietto, come già accaduto, in giornata potrebbe lasciare l’isola. Alcuni dei profughi avrebbero già detto di essere disponibili a tornare nelle strutture di accoglienza, visto che molti di loro arrivano da altre province dell’isola.

IN 56 HANNO GIA’ LASCIATO LA SARDEGNA – Sono partiti  con il traghetto della Tirrenia diretto a Civitavecchia, 56 dei 120 migranti eritrei che ieri mattina si sono presentati davanti ai cancelli degli imbarchi del porto di Cagliari, chiedendo di poter lasciare la Sardegna e raggiungere altre nazioni europee. Tra di loro ci sono 25 donne e un minorenne. Quattordici dei profughi erano arrivati nello sbarco del 18 luglio scorso, mentre gli altri fanno parte dei 435 arrivati a Cagliari dalla nave della Marina tedesca sabato scorso. I 56 migranti, che erano ospiti di strutture ricettive nel Cagliaritano, sono in possesso di biglietto e di documenti validi. Da valutare la posizione degli altri arrivati da altre province dell’isola.

Il QUESTORE DI CAGLIARI – “Bisogna prendere atto che si tratta di un fenomeno storico epocale che non riguarda certo l’Italia, ma tutta l’Europa, soprattutto il nord Europa. L’Italia sta dando prova di essere un paese di grande umanità e accoglienza”. Lo ha detto all’ANSA il questore di Cagliari, Filippo Dispenza, commentando la protesta dei profughi eritrei al porto del capoluogo. “E’ un fenomeno epocale e storico dettato da guerre, carestie e condizioni di vita impossibili – ha evidenziato ancora Dispenza – bisogna puntare sui sistemi di sviluppo economici, sociali e politici nei paesi di origine e puntare sulla pacificazione”. In riferimento ai migranti che chiedono di lasciare la Sardegna ha aggiunto: “Sono persone che sono sottoposte a forme di protezione internazionale, non sono prigionieri ma sono ospitati in strutture di accoglienza della Regione e, una volta identificati, sono liberi di uscire e rientrare. Devono rispettare chiaramente certe regole, come l’assenza prolungata (tre giorni) dalle strutture in cui sono alloggiati, per non perdere il diritto all’ospitalità. Devono poi rispettare le norme del vivere civile, le regole e le leggi vigenti”, ha concluso il questore.

CAMPANIA – La Campania è la quarta regione in Italia, dopo Lombardia, Sicilia e Lazio per il numero di profughi da accogliere. L’epicentro della protesta è Varcaturo dove i residenti hanno protestato davanti all’Hotel di Francia, un albergo di lusso, come ricorda linkiesta, trasformato in centro di accoglienza. Lo scenario si è ripetuto a Licola Mare nei pressi dell’Hotel Panorama. Anche lì dopo le proteste dei residenti davanti all’Hotel Panorama è scoppiata una rissa tra profughi che è stata sedata dalle forze dell’ordine. La situazione appare fuori controllo a Giugliano. Circa 900 su 2300 sono concentrati in 8 centri. Il sindaco ha chiesto al Prefetto di Napoli di bloccare nuovi arrivi.

“Il Prefetto, su mia sollecitazione, – ha dichiarato Poziello – ha escluso il Comune di Giugliano dalle nuove gare in corso per la collocazione in strutture ricettive di migranti richiedenti asilo. Ciò in considerazione dell’elevato numero di richiedenti già presenti sul territorio”. Intanto altri venti immigrati sono stati “dirottati” sabato scorso per motivi di ordine pubblico da Acerra all’Hotel Bella Mbriana, altro centro di accoglienza nel giuglianese, dopo che gli acerrani avevano protestato per l’arrivo del bus carico di profughi. “Siamo stanchi e spaventati, – affermano alcuni cittadini giuglianesi a Linkiesta – è un’invasione. Ormai loro sono diventati più di noi e quindi si sentono forti, non è la prima volta che avvengono episodi del genere come la rissa di martedì”. La rabbia degli italiani e dei campani diventa sempre più pressante.




AFGHANISTAN – Mullah Omar è morto: lo confermano i talebani

Una fonte ufficiale del governo afghano, citata dal giornale locale Etilaatroz, ha rivelato che il leader dei talebani afghani “è stato ucciso”, aggiungendo che la notizia del decesso è stata confermata durante una riunione di responsabili della sicurezza del Paese asiatico.

Il consiglio dei talebani afghani, scrive il quotidiano pachistano The Express Tribune, confermando le indicazioni del Wall Street Journal, ha quindi eletto il Mullah Akhtar Mansour come nuovo leader.

I TALEBANI – Prima della conferma – ancora non ufficiale – i talebani hanno attaccato i media, ‘colpevoli’ di “far circolare notizie che negoziati di pace che avranno luogo prestissimo o in Cina o in Pakistan. Il nostro ufficio politico non è a conoscenza di tale processo”. Lo scorso quindici luglio il sito web del movimento, il cosiddetto “Emirato Islamico dell’Afghanistan”, ha diffuso una dichiarazione attribuita al Mullah Omar in cui per la prima volta, dopo quattordici anni di guerra, si annuncia l’apertura a colloqui di pace con il governo di Kabul, considerati legittimi, ribadendo al contempo l’obiettivo di “porre fine all’occupazione delle forze straniere”.

I SERVIZI SEGRETI – Fonti dell’intelligence afghana, citate dalla Bbc, hanno a loro volta precisato che il mullah Omar sarebbe “morto due o tre anni fa”. In passato c’erano state diverse segnalazioni di morte del leader degli studenti coranici, ma questa è la prima volta che viene annunciata da fonti governative ritenute attendibili.

CHI ERA – Nel 1996, il Mullah Omar portò i talebani al potere a Kabul dopo la vittoria contro le milizie afghane rivali nella guerra civile che seguì il ritiro delle truppe sovietiche. Il Mullah Omar, da capo dell’autoproclamato Emirato dell’Afghanistan, non volle abbandonare “il fratello ospite” Osama Bin Laden capo e fondatore di al Qaeda, che rivendicò gli attentati alle Torri Gemelle di New York. Lui e la maggior parte degli altri leader talebani insieme allo stesso Bin Laden, sopravvissero all’assalto americano. Bin Laden, però, fu ucciso da un commando Usa durante incursione nella città pakistana di Abbottabad nel maggio 2011.




SIRIA – Raid aereo: gli Usa colpiscono dalla Turchia. Assemblea generale ONU in settembre

Cacciabombardieri Usa hanno compiuto per la prima volta un raid aereo “letale” sul Nord della Siria decollando da una base nel Sud della Turchia. Lo riferisce la Cnn citando due fonti diverse della Difesa statunitense. Poco prima, il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu aveva affermato che Turchia e Stati Uniti “hanno fatto progressi” riguardo all’uso della base militare turca di Incirlik e che “gli aerei americani stanno cominciando ad arrivare. Presto – ha aggiunto – lanceremo una completa lotta contro Daesh”, l’acronimo arabo per Stato islamico.

Come in passato, la Casa Bianca ambisce alle dimissioni del presidente siriano Bashar Assad ed è favorevole al sostegno dei gruppi armati di opposizione. Tuttavia Mosca considera questo approccio disastroso, soprattutto in considerazione della mancanza di progressi nella lotta contro i terroristi di ISIS. La coalizione internazionale creata dagli USA con i suoi alleati nella regione finora non è riuscita a fermare lo slancio del gruppo fondamentalista. Contemporaneamente la Russia e gli altri Paesi che sostengono il regime di Damasco non sono pronti a collaborare con questa coalizione fino a quando la sua missione non godrà del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite attraverso l’approvazione di una risoluzione speciale.
Tale coalizione dovrebbe costituirsi “su una solida base giuridica internazionale”, — si afferma nel comunicato del ministero degli Esteri russo rilasciato dopo la visita di Sergey Lavrov in Qatar.
Per Mosca è essenziale che la coalizione riceva ufficialmente il mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo il “Kommersant”, il presidente russo ha intenzione di dedicare particolare attenzione a questo tema nel suo discorso di apertura della 70esima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU a New York alla fine di settembre.
In una conversazione con i giornalisti Sergey Lavrov ha criticato la posizione degli Stati Uniti sulla Siria ed ha esternato le sue idee in merito al segretario di Stato USA John Kerry.
“Quando gli Stati Uniti un anno fa avevano annunciato la creazione di una coalizione per combattere ISIS in Iraq e in Siria, Washington si è assicurata l’accordo del governo iracheno, ma non ha chiesto nulla a Damasco. Abbiamo già sottolineato l’illegittimità e l’inefficacia di tale approccio,” — ha detto.
Secondo il capo della diplomazia russa, le azioni degli Stati Uniti si configurano come “un ostacolo alla formazione di un fronte comune contro ISIS” e la strategia di sostenere l’opposizione siriana con l’aviazione può “complicare ulteriormente la lotta contro il terrorismo.”
“L’addestramento sul territorio degli Stati vicini da parte degli istruttori americani sui combattenti della cosiddetta opposizione moderata è degenerato quando molti degli uomini addestrati sono finiti dalla parte degli estremisti”, — ha dichiarato il ministro russo.
Mosca ritiene che “gli attacchi aerei da soli non bastano”, “ed è necessario formare una coalizione di persone che la pensano allo stesso modo” e sul campo “si oppongono con le armi alla minaccia terroristica.”
“Sono interessati l’esercito siriano e iracheno e i curdi,” — ha detto Lavrov, aggiungendo che in questa iniziativa è stata promossa dal presidente della Federazione Russa.
Allo stesso tempo Lavrov ha ammesso che la posizione di Mosca non ha trovato la comprensione di Washington.
“Non penso di essere stato in grado di far scricchiolare la posizione degli Stati Uniti. Su questo tema le nostre posizioni divergono chiaramente,” — ha detto dopo l’incontro.

ROMA –  “Da diversi giorni il governo turco bombarda villaggi civili e postazioni militari del popolo curdo. In tutti questi mesi, Erdogan ha sostenuto e appoggiato l’ISIS. Dal confine turco sono passate autobombe dirette a Kobane, miliziani dello Stato Islamico sono stati curati negli ospedali turchi, mentre si continua a tenere chiusa la frontiera con la città curda liberata da YPG/YPJ. Anche nel recente attentato che ha causato la morte di decine di giovani socialisti e anarchici a Suruc, le responsabilità del governo dell’AKP stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza.

Il dittatore turco Erdogan ha annunciato di voler combattere l’ISIS solo perché si sente estremamente debole, sia all’interno, che all’esterno del Paese. Dopo le ultime elezioni non è in grado di ottenere la maggioranza necessaria a formare un governo, anche grazie alla straordinaria affermazione dell’HDP, partito capace di parlare ai curdi e a tutta la sinistra turca. Inoltre, è stato messo alle strette dall’accordo sul nucleare iraniano e, soprattutto, ha paura che l’esperienza di democrazia radicale del Rojava possa consolidarsi e diventare contagiosa.

Per queste ragioni, dietro la maschera della lotta all’ISIS, Erdogan ha lanciato una campagna contro la resistenza curda e contro le opposizioni interne. Su circa 800 arresti, meno del 10% riguardano presunti membri dello Stato Islamico: tutti gli altri sono militanti curdi o membri delle opposizioni.

Questa operazione è condotta con la complicità degli USA e dei Paesi dell’Unione Europea, mentre i media internazionali, che fino a pochi giorni fa esaltavano le gesta delle eroiche guerrigliere curde capaci di fermare l’avanzata dell’ISIS, adesso descrivono le stesse persone e le stesse organizzazioni come “terroriste”.

Dopo mesi di solidarietà attiva nei confronti della popolazione curda e delle sue unità di autodifesa, oggi vogliamo rompere il muro di silenzio e menzogne creato intorno all’aggressione militare che stanno subendo. Vogliamo denunciare il terrorismo di Erdogan e dello Stato turco. Vogliamo affermare che in Turchia e nel Kurdistan HDP, PYD, PKK, insieme ai movimenti sociali esplosi negli ultimi anni, sono gli unici garanti della democrazia e dei valori umani.
Per la fine dei bombardamenti e la pace in Kurdistan e in tutta l’area medio-orientale.

Per il rilascio immediato di tutti gli oppositori al regime autoritario turco.

Per l’eliminazione del PKK, unico fronte all’avanzata dell’ISIS e unico garante possibile per un processo di pace nell’area, dalle liste del terrorismo internazionale.

Per il riconoscimento del confederalismo democratico del Rojava, per una possibilità di pace e libertà per i popoli del Medio Oriente”.
Roma per il Kurdistan

(Attivisti solidali con il popolo curdo e la sinistra curda e turca si sono incatenati all’ambasciata della Turchia per denunciare la guerra del governo di Erdogan contro il confederalismo democratico del Rojava, il Pkk e i movimenti sociali turchi).

ERDOGAN – “Pur di bloccare le ambizioni dei curdi di creare un proprio territorio autonomo nel Nord della Siria, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ora è determinato addirittura ad allearsi con la filiale siriana di Al Qaida”. Così Mustafa Bali, portavoce delle Unità a Difesa del popolo curdo (Ypg), il quale condanna i piani di Ankara di creare una “zona di sicurezza” nel Nord della Siria. E teme che gli Usa possano appoggiarli.

Continuano, incessanti, i bombardamenti dell’aviazione turca contro le postazioni del Pkk sulle montagne del nord dell’Iraq e del sud –est della Turchia, e il numero delle vittime aumenta di ora in ora. Non si hanno finora notizie precise sul bilancio ma da numerose delle zone bombardate giungono allarmanti dati sul numero delle vittime. L’agenzia di stampa ufficiale turca, Anadolu, evidentemente imbeccata dal regime, parla di circa 260 membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan uccisi e di centinaia di feriti in una settimana di attacchi aerei sulle postazioni della guerriglia. Il bollettino fornito dalla Anadolu afferma che anche Nurettin Demirtas, fratello del leader del Partito Democratico dei Popoli Sehattin, sarebbe rimasto ferito durante i raid, centinaia, che avrebbero colpito e distrutto 65 tra depositi di armi e rifugi della resistenza curda.

Cifre che, come scrivevamo già, sono probabilmente gonfiate per dare la sensazione all’opinione pubblica islamista e reazionaria turca che la nuova strategia bellicista intrapresa pochi giorni fa dall’asse Davutoglu-Erdogan stia dando i suoi frutti e che le perdite inflitte ai ‘terroristi’ – per ora solo quelli curdi, perché di attacchi contro lo Stato Islamico non si è sentito più parlare – siano molto ingenti. Il Pkk finora ha dato notizia solo di cinque morti tra i combattenti ma ha ammesso che da giorni ha perso il contatto con alcune delle aree bombardate.
Naturalmente i bollettini ufficiali turchi non fanno alcuna menzione delle numerose vittime civili causate dalle bombe sganciate dagli F-16 e dagli F-4 di Ankara sui villaggi. Notizie di vittime civili e di distruzioni arrivano da numerose zone, ma il bilancio più alto sembra arrivare finora dal villaggio di Zergelê, sui monti di Qandil, nel kurdistan iracheno, dove i caccia turchi avrebbero ucciso almeno 9 civili, compresi donne e bambini. I bombardamenti, raccontano i testimoni, sono iniziati durante la notte, intorno alle 4: quattro missili hanno preso di mira le case nel villaggio distruggendone molte e facendo strage degli abitanti. Oltre ai morti ci sarebbero anche 15 feriti, di cui alcuni in gravissime condizioni, molti dei quali non sono stati condotti in ospedale a causa della continuazione dei raid che rendono insicuri gli spostamenti. “Stavamo dormendo quando i caccia turchi hanno colpito il nostro villaggio”, ha raccontato uno dei civili feriti.
Di fronte alla violazione della propria sovranità e alla strage di oggi documentata dalle immagini scattate da un reporter dell’agenzia Rojnews – che ne annuncia sicuramente altre nei prossimi giorni – la leadership della regione autonoma dell’Iraq del Nord ha incredibilmente chiesto ai guerriglieri del Partito Curdo dei Lavoratori di lasciare le proprie postazioni nella regione “per non esporre ulteriormente i civili ai raid aerei turchi”, di cui però non ha per ora chiesto la cessazione ad Ankara.
“Il Pkk deve tenere il campo di battaglia lontano dalla regione del Kurdistan perché i civili non diventino vittime di questa guerra”, ha affermato il presidente della regione autonoma, Massud Barzani in un comunicato diffuso dal suo ufficio.
“Non crediamo che ci possa essere una soluzione militare – si è limitato a dire il ministro degli Esteri del governo di Erbil, Falah Mustafa Bakir – Speriamo che le parti tornino al negoziato perché stabilità e sicurezza è quello di cui abbiamo bisogno ai nostri confini”.
In un suo comunicato-appello urgente, invece, il Congresso Nazionale Curdo (Knk) – che riunisce partiti e movimenti di liberazione curdi di diversi paesi – parla apertamente di terrorismo di stato turco e di aperta collaborazione di Ankara con lo Stato Islamico che pure afferma di voler combattere.
A vedere le strazianti immagini provenienti da Qandil la sensazione che i jihadisti abbiano finalmente a disposizione una loro aviazione – gli F-16 di Ankara – è davvero forte.

Per Bali, che ha parlato con askanews da Kobane, città curda siriana liberata a gennaio scorso dopo un lungo assedio dei jihadisti dell’Isis, le operazioni militari appena lanciate dall’esercito turco contro le milizie jihadiste dello Stato Islamico (Isis) oltre il confine con la Siria sono “una farsa turca” con altri obbiettivi rispetto a quando dichiarato: in primis “colpire i curdi”. Il vero obiettivo sarebbe bloccare la creazione di un territorio autonomo dei curdi siriani, separando due zone da loro controllate.

La zona indicata per la creazione della cosiddetto “zona cuscinetto” voluta da Ankara è lunga circa 50 chilometri, parte da Kobane a Est e arriva ad Afrin a Ovest; entrambe città curdo siriane. “Si tratta di una zona mista controllata dall’Isis e abitata da curdi, arabi e turcomanni”, afferma Bali, secondo cui parò l’esercito turco ha “bombardato solamente villaggi curdi”.

“Dopo aver capito che l’Isis non è un partner vincente – prosegue il portavoce di Ypg, che accusa senza mezzi termini Ankara di connivenza con l’Isis – Erdogan punta ora sulla carta dei qaedisti, definendoli ‘opposizione moderata’” al regime di Bashar al Assad.

Un quadro che non corrisponde a realtà, secondo l’esponente curdo. “Intanto non esiste un’opposizione moderata, basti pensare che gli Usa dopo tre anni non sono riusciti a reclutare più di 60 combattenti da addestrare contro Damasco”, argomenta Bali, spiegando che “oggi la cosiddetta opposizione moderata è composta da soli gruppi terroristi di stampo islamista come il Fronte al Nusra, Jeish al Fatah, Beit al Islam e Ahrar al Sham”. Insomma gruppi islamisti “che in comune con Erdogan hanno l’avversione per i curdi”.

Quindi “non capiamo la politica di Washington”, che pare tacitamente assecondare il piano di Ankara per la creazione della zona di sicurezza, afferma il portavoce, sottolineando che “sarà difficile che gli americani possano accettare un’alleanza con terroristi islamici camuffati da opposizione siriana”.

Tuttavia, “le forze curde non cambiano strategia: noi combattiamo i terroristi a prescindere dal nome che portano, che sia Isis o al Qaida. In fondo il Fronte al Nusra ha cominciato a sgozzare la genet prima di quelli del Califfato nero”.

Di recente la Turchia è stato colpita, per la prima volta, da attacchi da parte di milizie jihadiste legate all’Isis. Un attentato ha fatto 32 morti nella città di confine di Suruc la scorsa settimana. Per Ankara, i militanti del PKK sono terroristi, così come lo sono gli uomini del Califfo .

Con una conferenza stampa congiunta del YPG (Peoples’ Protection Units) e della sua componente femminile, il YPJ, le forze curde che combattono contro lo Stato Islamico hanno annunciato la liberazione della città di Hasaka dopo una battaglia che durava da oltre un mese.

Secondo quanto si è appreso durante l’operazione sono stati uccisi almeno 386 terroristi appartenenti al Daesh tra i quali molti comandanti di alto grado. E’ l’ennesima vittoria delle forze combattenti curde nel difficile teatro della guerra in Siria, una vittoria che arriva nonostante gli attacchi dell’aviazione turca contro i combattenti curdi.

Durante la conferenza stampa ha parlato Azima Deniz, una comandante delle forze femminili curde (YPJ) la quale nel ricordare il fondamentale apporto delle combattenti donne curde ha sottolineato come nella battaglia siano stati uccisi il “sovrano” di Hasaka nominato dai vertici dello Stato Islamico, il sindaco della città e diversi suoi assistenti.

I combattenti curdi hanno sequestrato anche una grande quantità di armi e munizioni che andranno a rinforzare le milizie curde dato che le potenze occidentali non le riforniscono adeguatamente di armi a causa della opposizione delle Turchia. La conquista della città di Hasaka porta le forze curde ancora più vicino a Raqqa, capitale del Daesh.

Intanto  la Turchia ha ammesso che durante i raid dell’aviazione turca contro obbiettivi curdi hanno perso la vita diversi civili. Il Ministero degli Esteri turco ha emesso un comunicato dove si dice “rattristato” per l’uccisione di civili e che “la Turchia farà di tutto per evitare l’uccisione di civili” confermando tuttavia che i raid contro le forze curde, in particolare contro il PKK (ma non solo), continueranno fino a quando la Turchia lo riterrà opportuno.