ITALIA – I No Triv assediano la Fiera del Lavante di Bari, per dire no al governo Renzi

Dal Coordinamento No Triv – Terra di Bari riceviamo il comunicato di adesione alla manifestazione #AssediamoRenzi di seguito riportato:

“Il Coordinamento No Triv – Terra di Bari aderisce alla manifestazione #AssediamoRenzi che si terrà sabato 12 settembre alla Fiera del Levante.

Lo fa perché condivide appieno tutte le istanze presentate nell’appello lanciato dall’assemblea delle realtà che lo hanno sottoscritto.

Ci sembra importante, in un momento così complesso del nostro Paese e della regione Puglia, ribadire la contrarietà agli assi portanti delle politiche di questo governo che, per molti punti di vista, portano a compimento quello smantellamento del welfare sociale intrapreso negli ultimi trent’anni.

Scendere in piazza per portare le istanze dei territori e legarle a questioni ampie come la “Buona Scuola”, il “Jobs Act”, lo “Sblocca Italia” e le politiche sull’immigrazione, è necessario per rimarcare la natura “eversiva” di queste leggi e di queste politiche.

Dobbiamo ripartire da una profonda critica delle politiche attuali a livello nazionale, europeo e mondiale, rimettendo al centro tutte quelle esperienze di mutualismo economico e sociale che possano permettere di uscire da una visione per cui ogni soggetto diventa merce di consumo.

La manifestazione #AssediamoRenzi deve essere il primo passo per ribadire l’autonomia dei territori rispetto alle scelte di sviluppo e energetiche, la nostra contrarietà alle imposizioni dall’alto.

Per questo leghiamo fortemente la nostra adesione alla mobilitazione interregionale che ci sarà venerdì 18 settembre, sempre alla Fiera del Levante, nell’ambito della conferenza delle regioni del Sud sul tema delle trivellazioni.

Le realtà NOTRIV saranno lì per manifestare il loro dissenso e chiedere ai governatori d’intervenire immediatamente per bloccare le concessioni date dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e tutti i progetti connessi all’estrazione di petrolio e gas naturale.

Invitiamo, pertanto, tutti a partecipare ad entrambe le manifestazioni che devono essere un punto di partenza per una mobilitazione costante e coordinata sui grandi temi contemporanei: il lavoro, l’istruzione, l’immigrazione, i beni comuni e la tutela ambientale.

#AssediamoRenzi
Sabato 12 Settembre 2015
Concentramento Via Napoli, angolo Via Maratona ore 12, presso Fiera del Levante, Bari”




INTERVISTA – “Precarious” al Premio Tropea. L’autrice: “Chi vorrà parlare di scuola non potrà non tenerne conto”

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Di Stefania Elena Carnemolla

 Precarious. Quello che della Scuola non si dice è il secondo titolo, uscito da poco, della collana I Bibliotecabili dell’editore WIP Edizioni di Bari. Un libro in 36 capitoli, con copertina di Giusy Michielli e Sadry Attanasio, illustrazioni di Antonello Lapesara (Lapis), fotografie dell’Autrice e Postfazione di Stefania Elena Carnemolla. Abbiamo intervistato l’Autrice, Angela Alessandra Milella, giornalista, scrittrice, regista-sceneggiatrice, attrice e docente di Letteratura e Storia, con cui abbiamo ripercorso la storia del suo libro, viaggio nel difficile mondo della precarietà, argomento di grande attualità tanto da valerle l’invito, il 5 settembre scorso e come ospite, alla IX Edizione del Premio Tropea, premio nazionale letterario, promosso dalla Accademia degli Affaticati di Tropea, inserito dal periodico Libri e Riviste d’Italia, organo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, fra i “Premi di qualità” e giudicato dalla stampa nazionale fra i “sette principali riconoscimenti letterari nazionali”, nonché fra i “pochissimi premi di qualità” oggi in Italia. Un palcoscenico, quello del Premio Tropea, nel suggestivo scenario di Largo Galluppi, che l’Autrice, presenti i conduttori Livia Blasi e Michele Cucuzza, ha condiviso con Luigia Barone, presidente onorario del Tribunale dei Minori di Catanzaro, Beatrice Lento, dirigente dell’Istituto di Istruzione Superiore di Tropea, Franca Giansoldati, vaticanista del quotidiano romano Il Messaggero, Mario Rossetti, ex direttore finanziario di Fastweb, testimone di una storia di mala giustizia.

***

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Stefania E. Carnemolla Di un’esperienza molto intensa di solito si dice: sarebbe da scriverci un libro. Quand’è nata, dentro di te, l’idea del libro?

Angela A. Milella Prima del trasferimento in Veneto. Una sera ero seduta sul divano e avevo i bagagli pronti di fronte a me. Mi stavo rilassando, e guardando le valigie mi sovvenivano episodi della mia carriera che reputai pazzeschi e unici. Pensai che fosse giunto il momento di raccontare attraverso un libro la mia esperienza di docente precaria. Abbozzai l’indice individuando 27 temi.

Stefania E. Carnemolla Ti sei affidata a ricordi rimasti impressi nella tua mente o a pensieri, riflessioni, episodi che andavi via via appuntando?

Angela A. Milella Ho utilizzato appunti e ricordi indelebili. Mentre scrivevo ho provato la sensazione di rivivere le situazioni. Riascoltavo le voci, sentivo i rumori, gli odori, le sensazioni, rivedevo i volti e i luoghi, tutto come se fosse accaduto qualche ora prima.

Stefania E. Carnemolla Quando hai iniziato a scrivere il libro?

Angela A. Milella Appena terminai di risolvere i problemi logistici, alla fine del mese di Agosto, 2014.

Stefania E. Carnemolla Quanto tempo hai impiegato?

Angela A. Milella Otto mesi, ho terminato di scriverlo a metà Aprile.

Stefania E. Carnemolla Una stesura programmata o spontanea, assecondando, cioè, i ricordi man mano che riaffioravano?

Angela A. Milella Spontanea. Avevo la scaletta, ma non ho seguito l’ordine prefissato. Ho scritto assecondando l’urgenza dei ricordi e dei temi e la volontà della mente di liberarli e di riflettere su di essi.

Stefania E. Carnemolla Il canovaccio è nato passo dopo passo oppure sapevi sin dall’inizio in che ordine si sarebbero snodati i vari capitoli?

Angela A. Milella Per rendere il libro attuale ho aggiunto temi recentissimi ai 27 enucleati all’inizio, seguendo il continuo divenire della realtà. L’ordine è in linea di massima diacronico e in alcuni casi sincronico.

Stefania E. Carnemolla Hai scelto, come epigrafe, i versi di Giuseppe Ungaretti Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Un’immagine che suggerisce precarietà. Quante volte ti sei sentita come una di quelle foglie?

Angela A. Milella Costantemente, da quando terminai gli studi universitari.

Stefania E. Carnemolla Una foglia, parliamo sempre di te, apparentemente delicata, e che, come il libro ben testimonia, forte, tenace e che nessun vento è riuscito a strappare al suo albero. Ti rivedi in questa metafora o, se vogliamo, paragone?

Angela A. Milella Sì, continuo a stare in questa metafora, quando penso al mio lavoro di giornalista.

Stefania E. Carnemolla Lo stile del tuo libro è accattivante, i racconti si leggono tutto d’un fiato, catturano, rapiscono, trascinano, con pagine dove, talora, complici dialoghi vivaci, sembra di vedere la scena come su di un palco o, se vogliamo, come in un film. C’entra qualcosa il tuo amore per il teatro? Anche inconsapevolmente?

Angela A. Milella Amo molte cose: il teatro, la fotografia, il cinema. La loro frequentazione, il loro linguaggio, potrebbe mescolarsi alla mia scrittura, non posso escluderlo.

Stefania E. Carnemolla Hai vissuto e insegnato in tanti luoghi: a quale sei rimasta più legata e perché?

Angela A. Milella Ai comuni della provincia di Foggia. Ai ragazzi di Sannicandro Garganico, di San Severo, di Vieste, di Rodi Garganico, di Trinitapoli e dintorni. E a quelli dell’Industriale di Andria, in provincia di Bari. Perché non si limitavano a studiare o a non studiare, sono quelli che umanamente hanno reso più di tutti. Quando siedo in cattedra e valuto, non dimentico mai che quelle che insegno sono discipline umanistiche.

Stefania E. Carnemolla I tuoi viaggi, come quelli all’alba su treni deserti, non ti hanno risparmiato brutti incontri, che si sarebbero potuti trasformare in pericolo: quello con l’uomo ubriaco, quello con un “arabo” che voleva vendere il suo sesso al porto. La miseria umana nel chiuso di un vagone. E tutti gli altri: quello con il controllore, viscido e bavoso, delle Ferrovie del Gargano o quello, ancora, con i pazienti del Cim di Rodi, amanti della masturbazione in vettura: troppo per una giovane che sa che non potrà sottrarsi all’insegnamento, persino all’insegnamento per un giorno e costretta, per obbligo e necessità, a viaggiare. Un’esperienza fortificante, senza dubbio: cosa ti senti di dire a chi, considerati i tempi, probabilmente vivrà la tua stessa esperienza?

Angela A. Milella Non so se si è trattato di fortuna o di abilità nella gestione dei rapporti umani. Non ho mai avvertito la necessità di iscrivermi a un corso di difesa personale. Certo, queste situazioni hanno risvegliato in me istinti che ho utilizzato molto da bambina, nella lotta corpo a corpo con i miei compagni di gioco, per quanto mia madre, pur essendo nipote di un maestro di arti marziali, non mi abbia spinto e incoraggiato a frequentare palestre, educandomi invece alla non violenza prima e alla femminilità dopo. I pericoli li conosci, se puoi li eviti. Ma se ti trovi in certe situazioni non puoi prevedere tutto, mantenere la calma aiuta, però serve molta fortuna. In bocca al lupo. Questo posso dire a chi vivrà la mia esperienza.

Stefania E. Carnemolla C’è un’immagine nel libro, molto bella, di te che nelle ore libere, in una scuola del Sud, guardi il mare dalla scala esterna, perdendoti con lo sguardo, respirando quell’aria dal sapore di libertà. Lontana dalla tua terra, quanto il ricordo di quel mare ti ha dato forza, facendoti respirare, sebbene fra le nebbie del Nord, quel senso di libertà?

Angela A. Milella C’è una canzone popolare barese che dice: “Allegre marinare sanda Nicole va pe’ mar. Allegre pellegrine sanda Nicole a va partì”, a volte me ne ricordo. Siamo marinai…

Stefania E. Carnemolla Sei uscita dal tuo mondo, da quelli che nel tuo libro chiami gli “orti protetti”, un’esperienza che ti ha regalato anche incontri belli e particolari, come quello con i Cantori di Carpino. Nel libro c’è una bellissima descrizione del tuo incontro con questo mondo così antico e lontano…

Angela A. Milella In realtà questo è il mio mondo, un mondo che difendo. Non a caso mi sono stati presentati da una mia zia.

Stefania E. Carnemolla Quanta sciatteria, pochezza, superficialità, senso dell’intrigo nella scuola italiana, un sottobosco che è diventato bosco, un bosco fin troppo affollato, di gnomi che si sentono giganti. Il tuo libro in questo senso è un atto di coraggio. Sei consapevole del fatto che con la tua testimonianza hai squarciato il velo del silenzio e dell’ipocrisia e che della scuola italiana e delle sue storture si potrà ora finalmente parlare come tu hai fatto raccontando ciò che molti, per paura di ricatti e ritorsioni, ancora oggi temono di raccontare?

Angela A. Milella Io ho semplicemente descritto la realtà, ho detto la verità. Adesso chi vorrà parlare di scuola non potrà non tenerne conto, se vorrà essere creduto.

Stefania E. Carnemolla L’insegnamento come missione, questo il messaggio del tuo libro. Bello, ciò che fa ben sperare per il futuro, che sia stata e sia una giovane a veicolare un tale messaggio in un’Italia stanca e demotivata. Non c’è retorica, nel tuo libro, e forse proprio per questo il suo messaggio darà speranza a chi non sa più cosa sia la speranza. Auguri per la tua vita e il tuo futuro.

 

Angela Alessandra Milella

Precarious. Quello che della Scuola non si dice

WIP Edizioni

Pagine: 144, illustrato

Anno: 2015

ISBN: 978-88-8459-343-6

Prezzo: € 12,00

Acquistabile su IBS




ITALIA – Strade di donne nella città del Grifo (parte II)

di Paola Spinelli

Stavamo volando alla fine della prima parte su via Giuseppina Pasqua, mezzosoprano molto apprezzata dal cigno di Busseto, riprendiamo da qui la seconda parte del nostro percorso.

Viva VERDI! Gridavano i patrioti che volevano l’unificazione dell’Italia. A Perugia uno dei salotti che tiene le fila ai patrioti della città è quello di una signora, Maria Bonaparte Valentini (Roma 1818 – Perugia 1874).

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Figlia di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, Maria sposò giovanissima Vincenzo Valentini, ministro del tesoro della Repubblica Romana. Dopo la caduta della Repubblica, Vincenzo fu costretto all’esilio nella città di Firenze. Maria, cugina di Napoleone III, aveva la possibilità di rimanere nello Stato Pontificio e scelse Perugia come sede più conveniente per l’educazione dei suoi quattro figli.

Nel suo palazzo di Porta Sole, oggi sede della Biblioteca Augusta, la contessa diede vita a un prestigioso salotto letterario e scientifico che divenne uno dei centri del movimento risorgimentale perugino.

Sostenitrice del governo provvisorio della città, dopo le stragi del XX giugno fu costretta ad abbandonarla e vi poté rientrare solo quando Perugia fu annessa al regno piemontese.

C’è una donna in città che prende la parola per condannare le stragi del XX giugno, tanto che poi nel 1860 sarà l’unica donna ammessa eccezionalmente a votare per il plebiscito di conferma dell’annessione delle Marche e dell’Umbria al Piemonte: Alinda Bonacci Brunamonti.

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Poetessa e scrittrice (Perugia 1841 – 1903), Alinda Bonacci sposa Pietro Brunamonti, docente dell’Università di Perugia.

Apprezzata da scrittori del suo tempo, quali Zanella, Tommaseo, De Sanctis, Fogazzaro, inizia giovanissima a comporre versi di carattere religioso, ma nel 1859 le stragi perugine del XX giugno ad opera delle truppe pontificie che massacrano la popolazione inerme della città ribelle le ispirano i versi patriottici e anti-pontifici dei Canti nazionali.

Bellissimo il suo Diario floreale, pubblicato in data abbastanza recente grazie a un ritrovamento di suoi manoscritti con delicate riproduzioni ad acquerello e tempera della flora umbra che lei stessa raccoglie nelle passeggiate.

Ad Alinda Bonacci Brunamonti sono dedicate, oltre alla via, due targhe, una nella casa dove nacque e una nella casa dove morì.

Ecco un’altra poetessa: Vittoria Aganoor (Padova 1855 – Roma 1910).

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Già affermata per le sue liriche, nel 1901 Vittoria sposa a Napoli Guido Pompilj, deputato e letterato umbro, cui la legava un grande affetto, nato anche dall’ammirazione per questo brillante uomo politico. Con lui si trasferisce a Perugia e i suoi impegni perugini sono intervallati da lunghi periodi nella villa di proprietà del marito a Monte del Lago, sulle rive del Trasimeno.

Il 9 aprile del 1910, all’età di cinquantacinque anni, ricoverata in una clinica romana per sottoporsi a un’operazione, dovuta probabilmente all’insorgenza di un cancro, muore improvvisamente, lasciando nello sconcerto i suoi cari. Il dolore provocato dalla sua scomparsa porta il marito a togliersi la vita; dopo aver sistemato velocemente gli affari di famiglia più urgenti, Guido si spara quel giorno stesso. Il gesto di Guido Pompilj conferì un’aura romantica al loro matrimonio e pose le poesie di Vittoria in un’ottica del tutto nuova, favorendone la divulgazione.

A Monaco di Baviera si possono ammirare diversi ritratti di una studiosa perugina considerata tra le più belle del suo secolo: Marianna Florenzi (Ravenna 1802 – Firenze 1870).

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Figlia del conte, Bacinetti di Ravenna, Marianna vive a Perugia dove sposa, a 17 anni, il marchese Ettore Florenzi e, dopo la sua morte, l’inglese Evelyn Waddington, di 25 anni più anziano di lei.

Per quarant’anni mantiene una relazione sentimentale (?) e intellettuale con Ludovico I re di Baviera, che soggiorna più di trenta volte nella sua villa La Colombella (ora proprietà dell’Università per Stranieri) o nel castello di Ascagnano, suscitando le dicerie della gente. Probabilmente le chiacchiere, mai raccolte dal marito inglese, nascevano anche dal suo attivismo culturale, ritenuto spesso ingombrante, quando mosso da menti femminili.

Intelligente, colta, è una delle prime donne iscritte all’Università di Perugia. Studiosa e traduttrice di opere filosofiche, animatrice di salotti culturali nei due palazzi cittadini in via Baglioni e in via del Verzaro, incarna l’ideale dell’intellettuale femminile politicamente progressista del tempo.

Proprio vicino a via Marianna Florenzi troviamo via Caterina Bonucci Sereni (Perugia 1870 – 1956), figlia di un ricco possidente e della contessa Piccolomini.

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Nel 1888 Caterina sposa l’imprenditore Lucio Bonucci, proprietario del Lanificio di Ponte Felcino, primo opificio industriale della provincia e crea a sue spese due asili d’infanzia: uno a Ponte Felcino (1908) e uno a Colombella (1918), affidandone la gestione alla congregazione delle Apostole del Sacro Cuore. Inizialmente destinate ai figli degli operai del lanificio, le due scuole accolgono a titolo gratuito anche bambini provenienti da famiglie disagiate. Caterina Sereni Bonucci organizza anche frequentatissimi corsi di ricamo e cucito che permettono a molte ragazze del luogo di trovare un’occupazione decorosa.

C’è un’altra donna legata al mondo dell’imprenditoria locale a cui la città deve molto sul piano culturale: Alba Buitoni.

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Moglie dell’imprenditore Bruno Buitoni, Alba, “la signora della musica”, ha avuto una certa influenza sul mondo musicale italiano. Tutti i grandi sono passati per l’associazione “Amici della Musica” di Perugia, da lei fondata. Per capirne il ruolo svolto nel panorama culturale italiano occorre fare qualche nome di esibizioni realizzate grazie ad essa e di artisti chiamati a Perugia prima che diventassero celebri: Stockhausen, Dallapiccola, Berio. Pollini, Accardo, Ughi, Abbado, Karajan, Bernstein, Muti, Strawinskij, Poulenc, Hindemith, Messiaen…

La più famosa delle imprenditrici umbre resta sicuramente Luisa Spagnoli (Perugia 1877 – Parigi 1935).

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Nata da Pasquale Sargentini, pescivendolo, e da Maria Conti, casalinga, poco più che ventunenne Luisa sposa Annibale Spagnoli e, con lui, inizia a produrre confetti in un piccolo locale al centro di Perugia. La modesta attività manifatturiera, grazie all’ingresso di altri soci tra cui soprattutto Francesco Buitoni e suo figlio Giovanni, si trasforma piano piano nella più grande industria dolciaria locale: la Perugina. La tavoletta di cioccolato fondente viene battezzata non a caso Luisa. La ditta si espande grazie all’invenzione del Bacio Perugina e alla trasmissione radio più famosa del tempo I quattro moschettieri, legata alla raccolta delle figurine che vede impegnata tutta Italia.

A Luisa si deve l’istituzione, all’interno dello stabilimento, dell’asilo nido per i figli delle dipendenti.

La Spagnoli, oltre ad essere nel consiglio di amministrazione della Perugina, inizia un’altra attività, l’allevamento dei conigli d’angora che utilizza per la produzione della lana d’angora, un filato particolarmente sottile e caldo. I conigli non vengono uccisi e neanche tosati, ma pettinati. Nel 1928 nasce in un sobborgo di Perugia l’Angora Spagnoli , oggi Luisa Spagnoli. Molte famiglie contadine arrotondano i loro guadagni allevando conigli e mandandone per posta a Perugia il pelo. Vicino allo stabilimento si costruiscono casette a schiera per dipendenti e si organizzano asili nido.

Luisa muore a Parigi per un tumore alla gola senza poter vedere il boom dell’azienda Angora Spagnoli, che inizierà circa quattro anni dopo sotto la guida del figlio Mario.

Ora passiamo in via Bettina, una delle targhe più inadeguate di Perugia: non si era mai visto prima che in un’intitolazione la persona in oggetto fosse indicata col solo diminutivo, come se si scrivesse via Peppino invece che via Giuseppe Garibaldi.

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Bettina è Elisabetta Rampielli Fuso. Nata nel 1898 a Bologna, Elisabetta a quattro anni è già a Perugia e, giovanissima, inizia a dipingere.

Nel 1929 sposa Brajo Fuso. Si iscrive all’Accademia, ma dopo due anni la lascia perché vuole essere libera di fare ciò che vuole e come vuole, senza sentirsi imbrigliata da regole che non rispondono ai suoi bisogni. Espone in varie città d’Italia e a Parigi, riceve consensi e attenzione da parte della critica francese e ottiene anche in Italia numerosi premi e riconoscimenti.

Durante il fascismo e fino agli anni Cinquanta, il salotto di Bettina e Brajo, all’ultimo piano di palazzo Cesaroni, sopra i tetti di Perugia, è un centro culturale dei più vivi, dove lo stesso Brajo, spinto dalla moglie, diventa artista, e che artista!

In quella casa è ospite il ventenne Renato Guttuso, che ritrae Bettina, e il giovanissimo Alberto Moravia, che a Perugia scrive diverse pagine de Gli indifferenti. Qui passano Curzio Malaparte, Felice Casorati, Enrico Falqui, Cesare Zavattini, Giulio Carlo Argan, Mario Mafai, Aurelio De Felice, Alberto Burri, Gerardo Dottori, Giuseppe Ungaretti, Gianna Manzini con l’amatissimo gatto Felicino.

Verso la fine degli anni ’60 Bettina smette di dipingere, per dedicare tutte le sue energie alla realizzazione del sogno di Brajo: il Fuseum. Il termine deriva dalla fusione delle parole “Fuso” e “Museum” ed è un contenitore sui generis delle opere di Brajo. In quel bosco incantato, tuttavia, si avverte ancora la presenza amorevole di Bettina

Concludiamo il viaggio sulla città con una delle intitolazioni più recenti del comune di Perugia, una figura di donna che è insieme religiosa e intellettuale: Cecilia Coppoli, presso la Corte delle Clarisse.

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Nel nuovo quartiere che sta sorgendo dalla ristrutturazione del vecchio Ospedale di Monteluce, proprio nella zona dove si trovava l’antico convento delle Clarisse ci sono oggi due piazze femminili: Corte delle Clarisse e piazza Cecilia Coppoli (1426 – 1500), che fu badessa in quel convento.

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Cecilia, al secolo Elena, di nobile e illustre famiglia, figlia unica, fu educata come un maschio, cioè, cosa inaudita per il tempo, “il genitore la fece istruire nelle greche e latine lettere”(Cfr. GIO. BATTISTA VERMIGLIOLI, Biografia degli scrittori perugini e notizie delle opere loro ordinate e pubblicate, Perugia, 1829). Poetessa e umanista, donna di grande cultura, scelse la vita monastica e collaborò con i pontefici per la riforma in senso spirituale dei monasteri di cui fu badessa.




KIEV – Petro Poroshenko sotto attacco. Si aggrava il bilancio: 1 morto e 141 feriti

Si aggrava il bilancio degli scontri  fra le forze dell’ordine e militanti di estrema destra, di fronte al Parlamento dopo l’adozione di una riforma che conferisce maggiore autonomia alle regioni separatiste dell’est del paese. Oggi, riferisce il ministro dell’Interno Arsen Avakov su Twitter, un poliziotto è morto in ospedale: il soldato Dmitri Slastikov. Olga Bogomolets, deputata e consigliera del presidente Petro Poroshenko, scrive poi su Facebook che anche un ragazzo del 1995 è deceduto a causa delle ferite. Sono quindi tre le vittime delle proteste dopo che ieri aveva perso la vita un membro 25enne della guardia nazionale ucraina.

Intanto la polizia ha informato che “in totale 141 feriti sono ancora ricoverati nei diversi ospedali di Kiev fra cui 131 poliziotti di cui 9 in gravi condizioni”. Ieri il sindaco di Kiev Vitali Klitschko aveva parlato di tre agenti uccisi, ma fino ad oggi non c’erano state conferme ufficiali. La situazione di fronte al Parlamento era degenerata dopo il lancio verso le forze di sicurezza  una granata. Il Partito Radicale di Oleh Ljasko è pronto a lasciarla. Lo ha detto il leader, Lyashko, ai giornalisti spiegando che la formazione sarà all’opposizione di governo e presidente. “Non vediamo la possibilità di rimanere nella coalizione”, ha detto Lyashko. Poco dopo sono intervenute le dimissioni del vice primo ministro e membro del Partito, Valeriy Voschevsky. “Abbandonare la coalizione è una decisione comune del Partito radicale, presa all’unanimità. Tutti abbiamo condiviso questa decisione e di conseguenza il Parito radicale non può essere rappresentato nel governo. Personalmente – ha detto Voschevsky – questo significa che mi dimetto”.
Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha avvertito dei pericoli di “flirtare” con gli estremisti. “Stavo guardando ieri quello che accadendo a Kiev. Responsabili degli scontri, secondo il ministro degli Interni dell’Ucraina, sono gli estremisti di Svoboda. Di conseguenza, non si può flirtare con gli estremisti” ha aggiunto il capo della diplomazia russa. I violenti scontri fuori dal Parlamento dell’Ucraina sono stati condannati dalla Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

Petro Poroshenko è sotto attacco da due direttrici. Da un lato, la destra parlamentare, a cavallo tra il Partito radicale del nazionalista Oleg Lyashko, che dalle posizioni governative si è progressivamente distanziato sino ad opporsi alla legge sul decentramento e i vari gruppi minori raccolti intorno a figure di spicco come Dmitri Yarosh, deputato, consigliere speciale del Ministero della Difesa, ma soprattutto leader dei paramilitari di Pravi Sektor. Dall’altro, la destra extraparlamentare, riunita intorno ai movimenti estremisti, dallo stesso Settore di destra a Sbovoda, partito alla cui testa c’è sempre Oleg Tiahnybok, salito alla ribalta al tempo di Euromaidan per i toni antirussi che trascinarono la piazza più degli altri due esponenti dell’allora troika d’opposizione, Arseni Yatseniuk e Vitaly Klitschko.

Dentro e fuori il parlamento, Poroshenko è accusato di aver chinato la testa sia davanti alla Russia che all’Occidente. Per la destra nazionalista gli accordi di Minsk e la legge sul decentramento, che prevede maggiore autonomia per le regioni e una regolamentazione speciale per il Donbass, sono concessioni inaccettabili. Se i morti di questa settimana di fronte alla Rada hanno segnato il fondo della spaccatura tra presidente e gli scomodi alleati che sono stati il motore della rivoluzione e di fatto gli hanno aperto la strada per l’arrivo al palazzo della Bankova, negli ultimi mesi sono stati diversi gli episodi che hanno evidenziato come la destra radicale, benché numericamente poco significante e frammentata, sia fuori controllo. L’omicidio del giornalista Oles Busina a Kiev e gli scontri tra i miliziani di Pravi Sektor e la polizia in Transcarpazia sono solo due esempi di come la questione non sia solo legata a precisi punti politici come il decentramento regionale o le prossime elezioni amministrative che si terranno a ottobre.




LIBIA – Morti 9 soldati. Cruenti combattimenti ad Abu Atni

Nove soldati dell’esercito libico hanno perso la vita ed altri 13 sono rimasti feriti in combattimenti contro jihadisti dell’l’Isis e miliziani della Shura dei rivoluzionari avvenuti a Bengasi negli ultimi due giorni. Lo riferiscono fonti della sicurezza. Particolarmente cruenti i combattimenti tra le forze d’elite e i miliziani a Abu Atni.




LIBIA – Parto in motovedetta. Onu: “Duemilacinquecento migranti sono morti dall’inizio dell’anno”

Secondo l’Alto commissariato  Onu per i rifugiati il numero di rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo dall’inizio dell’anno per arrivare in Europa ha superato la soglia dei 300 mila mentre il dato stimato di morti e dispersi è di circa 2500 unità.

Duecento cadaveri di migranti sarebbero stati individuati dalla Guardia costiera libica a circa un chilometro al largo della costa davanti a Zuwara dove è avvenuto un doppio naufragio. L’emergenza  è scatta nella serata di giovedì quando le autorità locali hanno comunicato che due barconi con circa 450 migranti a bordo erano naufragati.  Secondo il Guardian. I corpi di 40 persone sono stati trovati all’interno della stiva di un barcone arenatosi su una spiaggia, mentre almeno 160 galleggiavano in mare davanti alle coste. La Guardia costiera libica è riuscita a recuperare alcuni cadaveri e a portarli sulla spiaggia, ma altri sono stati lasciati in mare perché il battello non aveva abbastanza luce per continuare il lavoro. I corpi “sembrano di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, dal Pakistan, dalla Siria, dal Marocco e dal Bangladesh”, afferma un responsabile della sicurezza libica. Secondo la Croce Rossa 82 cadaveri di migranti sono stati recuperati  dopo il naufragio ma “circa 100 persone sono ancora disperse”, 198 sono state le persone portate in salvo. Secondo il racconto dei testimoni solo un uomo indossava un giubbotto di salvataggio. I cadaveri recuperati sono stati allineati sulla spiaggia chiusi nei sacchi.

Assistita da medici del Centro Soccorso dell’Ordine di Malta, una donna nigeriana al nono mese di gravidanza ha partorito un bambino sulla motovedetta Cp 324 diretta verso il porto di Lampedusa, dopo essere stata tratta in salvo da un pattugliatore della Guardia Costiera che ha soccorso 55 migranti al largo delle coste libiche. Sia la mamma, che ha 24 anni, che il neonato, che pesa circa tre chilogrammi, sono in buone condizioni; il loro arrivo sull’isola, dove troveranno ad attenderli i medici del Poliambulatorio, è previsto fra poche ore. I 55 migranti, tra i quali vi sono 37 donne e quattro minori, erano stati trasbordati sulla motovedetta per raggiungere nel più breve tempo possibile Lampedusa, visto che la donna aveva già le doglie. La puerpera ha partorito durante la navigazione, in un clima di festa.

Messina – Il pattigliatore Cp 940 Dattilo della Guardia Costiera è arrivato questo pomeriggio nel porto di Messina con 838 migranti salvati ieri al largo della Libia, in tre diversi interventi. Provengono per la maggior parte da Eritrea e Siria. Si tratta dello sbarco più numeroso per Messina. I primi a scendere sul molo Marconi, dove è stata allestita l’accoglienza, due uomini trasportati a braccia dai medici e volontari e subito caricati su una ambulanza. Ancora una volta i bambini sono numerosi: sulla nave ne sono stati segnalati 27 tutti con le famiglie, resta invece da stabilire ancora il numero complessivo dei minori. Per ospitarli è stata allestita anche una struttura provvisoria presso la palestra comunale di Gravitelli dal momento che nel centro di accoglienza per i minori non c’è più posto. Una parte dei migranti lascerà Messina destinata ad altri centri in Toscana, Lombardia, Veneto ed altre regioni. Sarebbero stati individuati anche due presunti scafisti che sono stati presi in consegna dagli uomini della Squadra mobile. Stamattina operazione di soccorso della Guardia costiera al largo della Libia: nave Corsi delle Capitanerie di porto ha salvato 105 migranti che si trovavano a bordo di un gommone.

Augusta – Il pattugliatore d’altura Cigala Fulgosi che opera nel dispositivo della Marina militare ‘Mare sicuro’ è arrivato al porto di Augusta, con a bordo 394 migranti che ieri aveva salvato in due distinte operazioni. Uno dei migranti è stato subito sbarcato e portato a Siracusa per un controllo dermatologico. Gli altri migranti nonostante il gran caldo stanno bene e stanno per scendere sulla banchina commerciale del porto. Ad accoglierli uomini dell’agenzia Frontex insieme a rappresentanti delle nostre forze dell’ordine, oltre a personale della Croce Rossa. La navigazione, durata circa 22 ore e’ stata tranquilla.

Cagliari – È approdata al molo Rinascita di Cagliari alle 8 la nave mercantile norvegese Siem Pilot con a bordo 781 profughi soccorsi nei giorni scorsi al largo delle coste libiche. A bordo ci sono anche i cadaveri di quattro donne e due uomini. La Prefettura ha allestito le tende per l’accoglienza, le visite mediche e le operazioni di identificazione. Alle 9 sono iniziate le operazioni di sbarco. La prima a scendere una donna incinta che ha accusato un malore. Ci sono anche una ventina di minorenni e undici donne incinte. Non ancora sbarcate le salme di due uomini, morti da diversi giorni e delle quattro donne che sarebbero decedute per asfissia a bordo di uno dei barconi poi soccorsi al largo delle coste libiche. Le salme saranno trasferite all’Istituto di Medicina legale di Monserrato (Cagliari) per l’autopsia. Al porto, dove sono state allestite le strutture mobili per la prima accoglienza, hanno assistito allo sbarco anche gli assessori regionali della Sanità, Luigi Arru, e dell’Ambiente, Donatella Spano. “Abbiamo verificato che la macchina dell’accoglienza sta funzionando, con la collaborazione tra istituzioni e il grande spirito di servizio di tutti”, ha dichiarato Arru. “Arrivano persone che hanno bisogno di aiuto ed è nostro dovere metterci a disposizione. Capiamo le preoccupazioni, siamo disponibili ad un dibattito pubblico, ma la migliore risposta a chi lancia allarmi, è proprio l’impegno e l’umanità di chi sta operando ora al porto di Cagliari”.

Medici senza Frontiere – Approderanno domattina nei porti di Trapani, Reggio Calabria e Crotone, le tre navi di Medici senza frontiere che ieri hanno tratto in salvo 1658 migranti, tra i quali 547 donne e 199 bambini, nel corso di sei distinte  operazioni nel Canale di Sicilia. Il numero più elevato da quando sono iniziate le attività di ricerca e soccorso. Le tre imbarcazioni sono la Bourbon Argos, diretta a Crotone, la Dignity I, in navigazione verso Trapani, e la My Phoenix (in collaborazione con il Moas), che ormeggerà a Reggio Calabria. A bordo numerosi profughi originari soprattutto da Eritrea, Nigeria e Somalia. Le operazioni sono iniziate alle 7 di ieri, quando la Bourbon Argos ha portato in salvo prima 353 persone che viaggiavano su un barcone a nord di Zuwara e poi 650 su un vecchio motopesca; altri 323 migranti, a bordo di tre gommoni, sono stati raccolti dalla Dignity; infine la MY Phoenix ha salvato 332 eritrei che viaggiavano su un’altra barca in legno. Tra le persone soccorse dalla Bourbon Argos, una donna incinta che è entrata in travaglio poco dopo essere stata trasferita a bordo. “Quella di ieri, è stata una giornata di gradi numeri per le operazioni di ricerca e soccorso di Msf, ma per le nostre equipe in mare l’attenzione rimane sempre sugli individui”, ha detto Lindis Hurum, coordinatrice di Msf a bordo della Bourbon Argos, che ha citato l’esempio di Senait, la giovane donna etiope, incinta di otto mesi, che ha iniziato il travaglio subito dopo essere stata salvata. “Come ogni padre, eccitato e nervoso per la nascita del suo primo figlio, il marito Joseph non l’ha lasciata sola. La giovane coppia è stata evacuata dal team medico per permettere a Senait di partorire il suo bambino in modo sicuro a Malta. Il nostro team è ora in trepida attesa della notizia della nascita del bambino”




PECHINO – Zero medaglie per gli Azzurri. Oro alle donne

Gianmarco Tamberi non riesce a salvare la faccia della spedizione azzurra, nella giornata conclusiva dei Mondiali di atletica leggera di Pechino: l’azzurro chiude all’ottavo posto (2,25 m) nell’interminabile finale del salto in alto maschile, che ha visto Derek Drouin imporsi allo spareggio. Il canadese, infatti, aveva sbagliato tutti e tre i tentativi a 2,36 m, al pari di Bohdan Bondarenko e Guowei Zhang, ma è riuscito a saltare il 2,34 m di spareggio che gli è valso l’oro, lasciando sul secondo gradino del podio l’ucraino e il cinese a pari merito.

L’Italia non aveva mai fatto peggio di così. Anche in Germania sei anni fa, pur senza medaglie, era andata meglio perché un numero maggiore di azzurri era arrivato in finale. I numeri con cui la spedizione della Fidal torna dall’Oriente sono invece impietosi. Dodici atleti su quindici impegnati in batterie e turni eliminatori non si sono qualificati. Tamberi è arrivato in finale perché ripescato, come Libania Grenot nei 400 metri. Un po’ meglio è andata a Gloria Hooper nei 200 metri femminili, qualificatasi in semifinale senza passare per i posti bonus. A conti fatti, il miglior risultato è stato il 4° posto di Ruggero Pertile nella maratona maschile. L’atleta veneto ha 41 anni. Dietro di lui sono da salvare il 5° posto di Antonella Palmisano nella 20 km di marcia e l’ottavo di Daniele Meucci sempre nella maratona maschile. Non hanno fatto male le staffette, comunque senza qualificarsi per la finale.

È da Osaka 2007 che la truppa non rientra a Roma con un bottino cospicuo, ma la sofferenza era iniziata già due anni prima con una sola medaglia conquistata a Helsinki. A Pechino sono stati 42 i Paesi entrati nel medagliere. Ci sono Tajikistan e Uganda, ma il tricolore non è mai stato alzato sopra il Nido d’Uccello. E tra poco più di undici mesi iniziano i Giochi Olimpici.

Le colpe della Fidal sono tutte lì. La struttura tecnica è stata privata dei capi settori, una scelta che ha portato gli atleti a essere fin troppo liberi di organizzare la propria preparazione attraverso i loro allenatori, i quali devono solo coordinandosi con Magnani. E non basta il paravento degli ottimi risultati ottenuti a mondiali ed europei giovanili per nascondere una situazione disastrosa. “Abbiamo una generazione di giovani fantastica, dobbiamo metterli in condizione di crescere. Ci siamo riusciti, tranne che in questo momento. I risultati sono andati in controtendenza e dobbiamo capire perché. Mi assumo le mie responsabilità ma è necessario andare in fondo”, dice il presidente Alfio Giomi. Al di là dei risultati, la crisi è anche nei grandi numeri: l’Italia ha portato 30 atleti in gara (Marco Fassinotti ha rinunciato al salto in alto per un problema fisico, due dei 33 convocati sono le riserve delle staffette). Poi viene il discorso qualitativo: il miglior velocista azzurro, Jacques Riparelli, ha corso i 100 metri in 10.41. Solo in dodici sui 56 partecipanti alle batterie hanno fatto peggio. Il decatleta Ashton Eaton, neo-campione e primatista del mondo, ha chiuso in 10.23. Del resto lo certifica lo stesso Giomi: “E’ accaduto il peggio. Questa è la peggiore spedizione azzurra di sempre”. Risalire in fretta e presentarsi a Rio senza l’etichetta delle comparse resta impresa impossibile.
STAFFETTE – A chiudere la manifestazione iridata è la 4×400 maschile, che vede la conferma del titolo per gli Stati Uniti che, con tre quarti della squadra che si impose a Mosca (a Pechino hanno corso David Verburg, Tony McQuay, Bryshon Nellum e LaShawn Merritt), chiude in 2’57″82, primato mondiale stagionale. Argento a Trinidad&Tobago (2’58″20), bronzo per la Gran Bretagna (2’58″51) che brucia la Giamaica al photofinish. La nazione caraibica si consola con l’oro nella gara femminile, chiusa in 3’19″13 (primato mondiale stagionale) da Christine Day, Shericka Jackson, Stephenie Ann McPherson e Novlene Williams-Hills. Argento agli Stati Uniti (3’19″44), nonostante una splendida terza frazione di Allyson Felix, chiude il podio il quartetto britannico (3’23″62).

KIPROP FA TRIPLETTA. ALLA AYANA I 5000 DONNE – Il successo nel medagliere va al Kenya, che chiude la manifestazione con il terzo titolo mondiale di Asbel Kiprop sui 1500: 3’34″40 il suo crono, sufficiente a superare in volata il connazionale Elijah Motoneo Manangoi, argento in 3’34″63, e il marocchino Abdalaati Iguider, bronzo in 3’34″67. La giornata conclusiva va ancora meglio all’Etiopia, che in campo femminile conquista l’oro dei 5000 e della maratona. Sui 5000, l’oro se lo mette al collo Almaz Ayana, bronzo due anni fa e oggi vittoriosa in 14’26″83. Argento per Senbere Teferi (14″44’07”) che beffa al traguardo Genzebe Dibaba (14’44″14), che non riesce a ripetersi dopo l’affermazione nei 1500.

DIBABA ORO NELLA MARATONA  –  Nella maratona, invece, è Mare Dibaba ad imporsi, con il tempo di 2h27’35”; battute in volata la keniota Helah Kiprop (2h27’36”), e l’atleta del Bahrain Eunice Kirwa, bronzo col tempo di 2h7’39”. Fuori dal podio la campionessa uscente, la keniota Edna Kiplagat, che chiude al quinto posto col tempo di 2h28’18”. Completa il quadro dell’ultima giornata il successo di Kathrina Molitor, oro nel giavellotto femminile: la tedesca lancia l’attrezzo a 67,69 m, primato mondiale stagionale, all’ultimo tentativo; è argento per la cinese Huihui Lyu con 66,13, terzo gradino del podio per la sudafricana Sunette Viljoen con 65,79.




ITALIA – Strade di donne nella città del Grifo (prima parte)

di Paola Spinelli

 Perugia propone un itinerario che ha come fil rouge il legame con il territorio e l’impegno. Le strade non sono contigue, perciò viaggeremo sulla città alla maniera del perugino Gerardo Dottori, l’aeropittore, ammireremo le vie e i paesaggi dall’alto, trasportati dalle ali del grifo, simbolo di Perugia, e delle nostre due colombe: Colomba Antonietti e la Beata Colomba da Rieti.

1.ColombaAntonietti.ridotta

Colomba Antonietti (Bastia Umbra 1826 – Roma 1849), eroina del Risorgimento, insieme al marito, conte Luigi Porzi, andò a Roma a difendere la Repubblica Romana. Si tagliò i capelli, indossò la divisa da bersagliere e combatté con intelligenza e coraggio finché morì a porta S. Pancrazio.

La sua fine è così raccontata da Giuseppe Garibaldi nelle Memorie: “La palla di cannone era andata a battere contro il muro e ricacciata indietro aveva spezzato le reni di un giovane soldato. Il giovane soldato posto nella barella aveva incrociato le mani, alzato gli occhi al cielo e reso l’ultimo respiro. Stavano per recarlo all’ambulanza quando un ufficiale si era gettato sul cadavere e l’aveva coperto di baci. Quell’ufficiale era Porzi. Il giovane soldato era Colomba Antonietti, sua moglie, che lo aveva seguito a Velletri e combattuto al suo fianco”.

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La Beata Colomba ha ben due strade a lei dedicate. Via Colomba e via Beata Colomba.

La prima si trova nel centro storico, al Borgo Bello – proprio dove Colomba, arrivata a Perugia da Rieti, “creò” il suo monastero – la seconda in periferia.

Angelella Guadagnoli nasce a Rieti nel 1467 e viene poi chiamata Colomba perché pare che il giorno del suo battesimo si posasse su di lei una colomba. Diretta a Siena, si ferma a Perugia, città che diventa la sua patria d’elezione. Colomba partecipa attivamente alla vita politica della città straziata dalle lotte tra Oddi e Baglioni, adoperandosi per riportare la pace, ma sempre partigiana dei Baglioni, dei quali pare che sia ascoltata come consigliera. Nel 1494 “libera” la città da un’epidemia di peste e l’anno successivo, quando papa Alessandro VI Borgia si trasferisce con la corte a Perugia, Colomba l’affronta con decisione dicendogli, senza peli sulla lingua, cosa pensa della sua politica rivolta alle cose terrene. Muore nel 1501, pianta da tutta la cittadinanza.

Una santa umbra DOC, forse meno conosciuta di Santa Chiara che ha vie un po’ dappertutto, è Santa Scolastica, la sorella gemella di San Benedetto da Norcia

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Potrebbe essere un suggerimento per il mondo di oggi la regola fondamentale a cui Santa Scolastica teneva legate le sue consorelle: il silenzio. Sento l’urgenza di questa regola, non se ne può più di chiacchiere, tutto sta diventando chiacchiera, anche la politica.

Santa Scolastica ovviamente era fedele anche alla regola benedettina “Ora et Labora” e questo ci introduce al tema del lavoro.

4.Lavandaie_ridotta_P.Spinelli

Da Perugia al Tevere, dal Tevere a Perugia, a piedi, scalze, le lavandaie scendevano con il loro fagotto di panni sporchi sulla testa e salivano con il fagotto di panni puliti, in tutte le stagioni, le mani rovinate dall’acqua e dal gelo, i piedi gonfi e appesantiti dalla strada.

5.Perugia_filatrici_Spinelli.ridotta

 Più che operaie, non c’erano grandi manifatture di filati, le filatrici erano le casalinghe che filavano per le necessità della famiglia. Tutte le donne avevano un fuso, lo sapevano usare e i fidanzati piuttosto che un anello, regalavano alle future spose una fuseruola. Qui in Umbria ce ne sono di bellissime di ceramica locale.

 6.Perugia.Tabacchine_PaolaSpinelli.ridotta

 La categoria delle tabacchine rappresenta un settore del mondo del lavoro molto importante per l’economia della regione. Non è un caso che nel ‘700 la Repubblica di Cospaia fosse la capitale italiana del tabacco. Oggi in Umbria, a testimoniare la storia del tabacco e della manodopera connessa c’è il Museo Storico e Scientifico del Tabacco di San Giustino.  Per chi non avesse mai sentito parlare di Cospaia o volesse fare una visita virtuale al museo, ecco i link:

http://www.appennino.info/CMDirector.aspx?id=1438, http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Cospaia, http://62.149.208.192/hosting/museotabacco.org/index.php

Un “mestiere” del tutto diverso e per certi aspetti molto pericoloso perché illegale è quello delle streghe

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e forse è proprio una di queste streghe a causare la disperazione di Marta di Giapeco.

 8.Perugia.Sposa.Spinelli.ridotta

A proposito di questa strada troviamo sulla rivista Il travaso delle idee questo stornello, firmato Gianna,

“e, fior di rosa / la via più dura e in faticosa ascesa /chiamasi, guarda un po’, via della Sposa!”

per dire che, come molte delle nostre strade, questa via presenta una bella pendenza e che, metafora, la strada del matrimonio è tutta in salita. Secondo il Gigliarelli, la via prende il nome da un episodio qui avvenuto nel 1351. Una certa Marta di Giapeco promessa sposa a un tale Armanno, fu da lui improvvisamente abbandonata, si ammalò e si ritrovò in fin di vita, si disse, per la fattura di tale Luminuccia. Per fortuna il giorno della festa della Madonna di Monteluce, 15 di agosto, il parroco di Sant’Andrea sciolse la fattura: Armanno tornò, Marta guarì e si sposarono. Il giorno delle nozze la sposa attraversò la via tra grandi festeggiamenti.

Un lavoro tradizionalmente femminile che può in certi casi valicare il confine tra l’artigianato e l’arte è il ricamo.

9.LAZI.ridotta

Margherita Lazi, l’agopittrice è nata a Perugia alla fine del 1700.

All’accademia di Belle Arti di Perugia è conservato un suo ritratto con scritto sul retro “Ritratto di Margherita Lazi Perugina Celebre Raccamatrice/Luigi Cochetti Romano/Dipinse nel 1818” .

In relazione con i più stimati artisti di Perugia e fuori, creò presso di sé una sorta di centro d’arte.

Scrive di lei Angelo Lupattelli nella sua Storia della pittura del 1895:

“Iniziata pure dal Labruzzo agli studi del disegno fu l’ agopittrice Margherita Lazi, che sollevò il ricamo a tanta altezza da prender posto degnamente fra le arti belle”.

Arte è anche il canto.

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Giuseppina Pasqua (Perugia 1852 – Budrio 1934), cantante lirica, debuttò a 14 anni al teatro Morlacchi di Perugia nel ruolo del paggio ne Il ballo in maschera. Cantò alla Scala, a Parigi e in molti altri teatri esteri. Celebre la sua interpretazione di Amneris nell’Aida.

Verdi la definì la migliore e la più completa esecutrice delle sue opere e volle affidarle la parte di Mrs. Quickly al teatro Argentina di Roma per la prima del Falstaff (1893). Fu la sua ultima interpretazione prima del ritiro dalle scene.

(fine prima parte)




Ai vertici donne senza potere. La nuova prassi mondiale

Ha giurato qualche giorno fa il primo premier donna della storia democratica greca, il presidente della Corte suprema Vassilikì Thanos, chiamata dal capo dello Stato Procopios Pavlopoulos a risolvere l’impasse politica nel Paese.

Secondo le prime indiscrezioni, i ministri tecnici sarebbero l’80% dei nuovi, come banchieri, tecnocrati e magistrati. Agli Esteri dovrebbe andare l’87enne Petros Molyviatis, uno stretto collaboratore di Kostantino Karamanlis, già ministro degli esteri nel 2012 sotto il governo tecnico Pikrammenos e anche dal 2004 al 2006. Tecnocrate di lungo corso, è diplomatico di carriera, e ha servito nella delegazione permanente della Grecia presso l’Onu a New York, e la Nato a Bruxelles. Ha anche lavorato nelle ambasciate greche di Mosca, Pretoria e Ankara.

Il suo curriculum basta a far intendere che il premier Vassilikì Thanos poco avrà da fare e poco conterà. Ancora una volta visibilità senza potere alle donne chiamate in politica, per citare l’analisi e il saggio di Milly Buonanno.

La stessa sorte per le donne dell’Onu, un’organizzazione nata 70 anni fa e che ha avuto soltanto segretari uomini, 8 per l’esattezza.

Il mandato di Ban scadrà nel 2016, anno in cui negli Usa per la prima volta una donna, Hillary Clinton, potrebbe essere eletta nuova inquilina dell’Oval Office. Il nome della Alta Rappresentante UE appare in una lista del gruppo indipendente Campaign to Elect a Woman UN Secretary General che offre le biografie di donne dal formidabile background: tra queste, la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, la capo dell’FMI, Christine Lagarde, la Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bokova, la giurista canadese Louise Arbour, la responsabile di UNDP Helen Clark, Ertharin Cousin del WFP e Alicia Barcena Ibarra, segretario esecutivo della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi.

Donne usate come simboli, per ricoprire un incarico che, in tempi di crisi e di guerra,  potrà solo portare poco lustro.

Scrive il Times, unendosi a quanti chiedono più trasparenza nella selezione del nuovo capo del Palazzo di Vetro: “Non mancano le candidate. Nominare una donna ai vertici di una organizzazione nata 70 anni fa per affrontare i problemi più gravi del mondo attraverso diplomazia e consenso sarebbe un simbolo potente e rivitalizzerebbe il ruolo del Segretario Generale”.

E’ proprio giunto il tempo di cambiare… Anche nelle forme di protesta e di attivismo, per non ripetere, come stan facendo le donne   di Osez le féminisme! in Francia, in questi giorni, passando per rivoluzionarie, storie già viste.




KURDISTAN – Le donne lanciano e firmano l’appello contro il femminicidio

L’appello

“La mentalità patriarcale e la complicità fra AKP e daesh è il segno più atroce del femminicidio.
Il movimento delle donne curde in Europa TJKE e la rappresentanza internazionale del movimento delle donne curde, l’ ufficio delle donne curde per la pace CENI, la fondazione internazionale delle donne libere, la casa delle donne Utamara, la fondazione Roj women, la fondazione Helin, e tutte le assemblee popolari delle donne curde in Europa conadanniamo fermamente l’ esecuzione di Kevser Elturk (Ekin Van), combattente delle YJA STAR torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda in modo disumano nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco. L’onta e il disonore di questo gesto resterà scritto nella storia.
Nel nome del regno del sultanato la mentalità dell’AKP rigetta l’umanità sulla via della morte, continuando a percorrere la via della guerra, con il solo scopo di demoralizzare la resistenza delle donne curde. Keveser Elturkè il simbolo della resistenza delle donne curde. Come donne curde e del mondo chiediamo giustizia per questo gesto orribile. In tutte le guerre conosciute nella storia del mondo, le donne sono state utilizzate come bottino di guerra. Oggi in Irak le donne continuano ad essere vendute nei mercati della schiavitù sessuale. L’ immagine delle donne curde trainate a terra dai carri armati turchi e i loro corpi esposti nudi nei media sono ancora attuali.
La mentalità conservatrice e patriarcale non sopporta l’ ideologia della liberazione delle donne, che appartiene ai valori dell’ umanità. Le atrocità inflitte a Keveser Elturk sono la rappresentazione della mentalità maschile degli anni ’90 che si ripropone oggi. L’ etica del disonore si concretizza con la complicità fra AKP e daesh. La cultura dello stupro che ha messo in atto il femminicidio di Ekin Van è la conseguenza della continua guerra nei confronti del diritto alla legittima difesa delle donne curde, oggi simbolo della resistenza delle donne di tutto il mondo. Come movimento delle donne curde e associazioni di donne curde ci uniamo e sosteniamo questo appello del KJA, e denunciamo questa politica incosciente e disumana portata avanti dalla polizia dell’ AKP contro le donne. Di conseguenza resistiamo contro la mentalità dell’ AKP, come i combattenti YPG hanno sconfitto il califfato di daesh.
Lanciamo un appello all’ opinione pubblica, alle organizzazioni dei diritti umani, alle femministe a tutte le associazioni sensibili a questa situazione ad essere solidali alla nostra causa e ad unirsi nella lotta contro questa guerra e femminicidio messo in atto dall’ AKP.
Riscriviamo la storia, costruiamo insieme il confederalismo democratico, rafforziamo la nostra autodifesa contro la mentalità patriarcale”.
Parigi 19/08/2015
ORGANIZAZIONE FIRMATARI
TJK-E- Europa; Le Assemblee Popolari delle Donne Curde in Europa; IRKWM-Europa; CENI- Germania; IFWF-Olanda; UTAMARA-Germania; Fondazione Roj Women- UK; Fondazione Helin; ….