ITALIA – Ritrattiste e architette unite dal ponte della creatività nelle vie di Milano

Di Nadia Boaretto

L’incanto dei ritratti di Rosalba Carriera (Venezia, 12 gennaio 1673 – 15 aprile 1757), pittrice squisita, appaga gli occhi e pacifica l’anima. Chi abita nella via a lei dedicata dalla città di Milano dovrebbe avere sempre un libro aperto sul tavolo con le immagini delle sue opere (“La ragazza con pappagallo”, “Caterina Sagredo Barbarigo”, “Allegorie degli Elementi Aria, Acqua, Terra, Fuoco”, le stagioni), per animare il salotto con la presenza di dame seducenti.

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FOTO 1 – Rosalba Carriera (via privata) di Monica Bianchi

Rosalba cominciò la carriera artistica dipingendo sulle tabacchiere figurine graziose che poi traspose nelle miniature su avorio usando una tecnica nuova per il genere, basata sul tratto veloce caratteristico della pittura veneziana. Da giovane ebbe la fortuna di studiare musica e pittura oltre al ricamo, appreso dalla madre merlettaia. Protagonista di un atelier tutto femminile nel quale operavano le sorelle, Angela e soprattutto Giovanna, che si occupava di eseguire le repliche e talvolta le rifiniture, Rosalba contribuì alla formazione di altre celebri pastelliste, Felicita Sartori, l’allieva prediletta, e Marianna Carlevaris, spesso sue collaboratrici nell’intensa produzione. Attorno a loro si riuniva una sorta di cenacolo frequentato da personaggi illustri dell’ambiente artistico e letterario. Si moltiplicavano intanto le committenze: dal duca di Mecklemburgo, da Federico IV di Danimarca, dal principe Augusto di Sassonia, dai duchi di Modena, dalla corte di Vienna, dal re di Francia Luigi XV.
Bene accolta nell’Accademia nazionale di San Luca a Roma, Rosalba entrò inoltre a far parte dell’accademia reale parigina e godette della stima di Antoine Watteau. Il segreto dei suoi ritratti giace nello studio attento dei visi, colti con profondo realismo come nel caso di una anziana signora sui cui lineamenti dolci spicca un porro, umano difetto della pelle.

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FOTO 2 – Rosalba Carriera, autoritratto con la sorella Giovanna

Assai rivelatrice è la serie degli autoritratti, conservati a Venezia al museo del settecento a Ca’ Rezzonico, oppure in collezioni varie, come l’autoritratto della collezione reale di Windsor (1740); altri sono esposti alla Pinacoteca di Dresda Alte Meister.
In essi si legge la sua storia, dalla giovinezza (1709) alla vecchiaia (1746), dopo l’operazione alla cornea che le aggravò i problemi della vista fino alla cecità totale.
Espertissima nella pittura al pastello, Rosalba Carriera stende rapidi tocchi di bianco sopra gli altri colori per ottenere straordinari effetti di luminosità che ben mettono in risalto le pose eleganti, i drappeggi degli abiti adorni di trine e perle, o anche il bell’incarnato di una popolana scelta a rappresentare l’Allegoria dell’Aria, palpitante di grazia e di sensualità. Il ritratto di Caterina Sagredo Barbarigo la mostra a capo lievemente inclinato, con un sorriso un po’ complice, il tricorno sulle ventitré e il manto blu annodato da un nastro rosso.
Il pastello richiede grande abilità e sicurezza nell’esecuzione perché non lascia margine ai ritocchi, essendo impossibile ripassare più volte il colore sulla base già stesa. Il risultato di morbidezza vellutata e vaporosa fu particolarmente apprezzato nel Rococò. Rosalba Carriera scrisse un affascinante trattatello intitolato Maniere diverse per formare i colori nella Pittura che ripercorre i passaggi per ottenere la sua preziosa tavolozza e per applicarla.

L’aveva preceduta nell’arte del ritratto una antesignana non meno celebre, Sofonisba Anguissola (Cremona 1532 ca. – Palermo 1625), appartenente alla nobile famiglia piacentina degli Anguissola e ricordata come una delle prime esponenti femminili della pittura europea, contesa da regnanti e aristocratici.

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FOTO 3 – via Sofonisba Anguissola – Foto di Paola Bortolani

Era la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e di Bianca Ponzoni, entrambi di origine patrizia. Anche quattro sue sorelle, Elena, Lucia, Europa e Anna Maria, divennero pittrici, mentre l’unico fratello, Asdrubale, si dedicò alla musica.
Sappiamo che aspetto aveva Sofonisba grazie agli autoritratti: quello del 1554, conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna; “Autoritratto in miniatura”, Boston, Museum of Fine Arts; “Autoritratto al cavalletto”, 1556, Lancut, Muzeum Zamek e “Autoritratto alla spinetta”, oggi alle Gallerie di Capodimonte, Napoli.
 Si era formata alla scuola del pittore lombardo Bernardino Campi, che ne influenzò lo stile, da lei rivolto all’ambito prediletto della ritrattistica. Altri echi saranno quelli del bresciano Moretto e del bergamasco Moroni. Per Sofonisba il ritratto non fu mai solo l’immagine della persona, ma anche del suo ambiente, degli oggetti allusivi della personalità. Notevole soprattutto l’espressività di occhi e volti, sui quali si esercitò molto, come appare dai numerosi disegni che mettono in pratica la teoria leonardesca dei moti dell’animo, del riso e del pianto come canoni fino ad allora trascurati nella ritrattistica. Sofonisba, ben versata nelle lettere e nella musica, ebbe un ruolo di spicco nella vita artistica delle corti italiane e scambiò una fitta corrispondenza con i più famosi artisti coevi. Fu citata lusinghieramente nelle Vite di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti, che ne aveva segnalato il talento dopo aver visto i disegni inviatigli dal padre della giovanissima artista. Fra questi c’era anche un “Fanciullo morso da un granchio”, nel quale la poco più che ventenne Sofonisba aveva colto l’espressione del dolore infantile con un tocco che piacque molto al genio fiorentino. Quella smorfia di dolore riapparirà nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio. Nel 1559 Sofonisba giunse alla corte di Filippo II di Spagna come dama di corte della regina Isabella e lì ricoprì il ruolo di ritrattista reale fino alla morte della sua protettrice (1568).

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FOTO 4 – Sofonisba Anguissola, autoritratto alla spinetta

Nel 1573 sposò il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferì in Sicilia nel palazzo Moncada di Paternò. Nel 1578 il marito perì in mare al largo di Capri e Sofonisba decise di trasferirsi in Liguria. Durante il viaggio conobbe il nobile genovese Orazio Lomellini che sposò nel 1579. Per oltre trent’anni la pittrice visse con il marito a Genova proseguendo nell’opera di ritrattista per le famiglie aristocratiche della città e registrando l’influsso del genovese Luca Cambiaso. Tornata a Palermo con il marito nel 1615, continuò a dipingere malgrado un forte calo della vista, che tuttavia nel tempo divenne un impedimento impossibile da superare. La fama della sua arte era comunque già ben consolidata, tanto che il celebre Antoon van Dyck, succedutole come ritrattista ufficiale alla corte spagnola, si dichiarò suo ammiratore e volle incontrarla personalmente, nel 1624, a Palermo, presso la corte del viceré di Sicilia. In tale occasione egli ritrasse Sofonisba, che sarebbe morta l’anno successivo e sepolta a Palermo nella chiesa di San Giorgio dei Genovesi. Nonostante la lunga carriera artistica, Sofonisba non fu mai pagata in contanti, a differenza dei colleghi maschi, ma solo con doni o rendite, mentre sono documentate le ricompense che per lei ricevettero prima il padre Amilcare e poi il fratello Asdrubale. Destino di donna? L’emancipazione è indubbiamente servita a rendere giustizia “professionale” a coloro che operano nei settori artistici.

Può confermarlo la storia di Gae Aulenti (Palazzolo dello Stella, 4 dicembre 1927 – Milano, 31 ottobre 2012), architetta e designer, nata in provincia di Udine dal pugliese Aldo Aulenti e da Virginia Gioia, napoletana di origini calabresi.

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FOTO 5 – Gae Aulenti

Si forma nella Milano degli anni cinquanta del Novecento, in un clima di ricerca storico-culturale mirata al recupero dei valori architettonici del passato e dell’esistente, che confluirà nel movimento Neoliberty, in reazione al razionalismo.
 Dal 1955 al 1965 Gae collabora alla redazione di Casabella-Continuità sotto la direzione di Ernesto Nathan Rogers. In ambito universitario dal 1960 al 1962 è assistente di Giuseppe Samonà presso la cattedra di Composizione Architettonica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, e dal 1964 al 1969 di Ernesto Nathan Rogers presso la cattedra di Composizione Architettonica al Politecnico di Milano, avendo così modo di conoscere il giovane Renzo Piano.

Nel 1965 crea la celebre lampada da tavolo “Pipistrello” per Olivetti, che le commissiona poi la showroom di Buenos Aires. Si apre la strada verso la notorietà. Poco dopo Gianni Agnelli le affida la ristrutturazione del suo appartamento milanese in zona Brera ed è l’inizio di un’amicizia che durerà tutta la vita e sfocerà in numerosi progetti.
Nel 1972 Gae partecipa all’esposizione “Italian: the new Domestic Landscape” organizzata da Emilio Ambasz al MoMa insieme ad altri designer e architetti emergenti, tra cui Marco Zanuso e Richard Sapper, Joe Colombo, Ettore Sottsass, Gaetano Pesce, Archizoom, Superstudio, Gruppo Strum e 9999. Da qui in avanti l’ascesa è scontata e comprende collaborazioni teatrali con Luca Ronconi, la direzione artistica della Fontana Arte, legami professionali con i maggiori nomi del design di oggetti d’arredo. Nel privato, termina la lunga relazione con Carlo Ripa di Meana per prendere le distanze dal “craxismo deleterio”.
Tra le sue realizzazioni architettoniche più rilevanti si segnalano, a Parigi, la riqualificazione della Gare d’Orsay adibita a museo e l’allestimento del Museo Nazionale d’Arte moderna al Centre Pompidou. A Tokyo Aulenti realizza l’Istituto Italiano di Cultura, cui seguiranno nel 1985/2004 il Museo nazionale d’arte catalana a Barcellona, nel 1985/86 la ristrutturazione di Palazzo Grassi a Venezia.
Siviglia, Firenze, San Francisco, Gerusalemme e innumerevoli città italiane si avvalgono del suo operato e Milano le affida il riassetto urbano di Piazzale Cadorna.

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FOTO 6 – piazza Gae Aulenti – Foto di Linda Zennaro

Onorificenze e riconoscimenti hanno costellato la carriera di Gae Aulenti, alla quale il 7 dicembre 2012 Milano ha intitolato la nuova grande piazza circolare situata al centro del complesso della Unicredit Tower che domina la stazione Garibaldi.

Le documentazioni relative alle figure di spicco della nostra epoca sono talmente ricche da consentire una conoscenza fin troppo dettagliata della loro vita, aperta passo a passo all’indagine contemporanea. Come un pozzo di San Patrizio non si colmano mai. E più si avvicinano al presente più aumentano di volume. Delle personalità attuali si sa che cosa mangiano e bevono, chi frequentano, com’è la loro casa, tutti aspetti che il passare degli anni, e ancor più dei secoli, metterà poi nella prospettiva della lontananza. Penserà la storia a vagliare il materiale, trattenendo soltanto i dati più rilevanti.

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FOTO 7 – Lina Bo Bardi

Così abbiamo una miriade di notizie su Lina Bo Bardi, all’anagrafe Achillina Bo (Roma, 5 dicembre 1914 – San Paolo, 20 marzo 1992), architetta italiana naturalizzata brasiliana nel 1951. La sua “Casa di Vetro”, nel nuovo quartiere di Morumbi a San Paolo del Brasile, ospita, infatti, l’archivio di “Dona Lina” che rivela su di lei una dovizia di particolari.
Laureatasi in Architettura a Roma, iniziò a lavorare per Domus con Gio Ponti a Milano e aprì poi un suo studio, distrutto nei bombardamenti del 1943. A seguito di ciò divenne un’attivista del Partito Comunista e documentò la distruzione bellica in Italia, partecipando al “Congresso Nazionale per la Ricostruzione” e fondando con Bruno Zevi il settimanale La Cultura della Vita. Dopo la guerra sposò Pietro Maria Bardi con il quale nel 1946 si trasferì in Brasile, dove sviluppò appieno l’estro creativo; nel 1951 completò il suo primo edificio come architetta, la “Casa di Vetro”. Allo stesso anno risale il progetto della Bardi’s Bowl Chair.

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FOTO 8 – piazza Lina Bo Bardi – Foto di Rosa Enini

A Salvador de Bahia Lina scopre che non hanno senso opposti dialettici come modernità/ tradizione, oriente/occidente. Qui incontra l’Africa, l’anima nera del continente iberoamericano, e inizia a lavorare sull’idea ibrida di “arte popolare”; fino a dichiarare che “il tempo lineare è un’invenzione dell’Occidente, il tempo non è lineare, è un meraviglioso accavallarsi per cui, in qualsiasi istante, è possibile selezionare punti e inventare soluzioni, senza inizio né fine”.
Dopo il golpe militare del 1964 torna a lavorare a San Paolo impegnandosi in una serie di mostre e iniziative intese come azioni politico-ideologiche sempre al limite della denuncia sociale. Terminata la dittatura nel 1985, Lina porta a compimento la realizzazione forse più straordinaria della sua carriera, il SESC Pompéia (1977-1986), industria dismessa trasformata in luogo di cultura, socialità e sport, perché, come ebbe a dire, “Non dimentico mai il surrealismo dei brasiliani, la loro inventiva, il loro piacere nello stare insieme, ballare, cantare. Per questo ho dedicato il mio lavoro al Pompéia ai giovani, ai bambini e agli anziani: tutti insieme”.
Questa figura poliedrica, attiva come curatrice, stilista e scenografa, non ha mai caratterizzato i suoi allestimenti per magnificenza o per predominanza tecnologica, ma per la forte volontà di abbattere i confini tra arte e vita, artista e pubblico.




ITALIA – Lirica e teatro nelle targhe stradali femminili a Milano

Di Nadia Boaretto

Se c’è una tipologia di artiste ben celebrate a Milano con targhe commemorative è quella delle cantanti, a cominciare dalle esponenti della lirica. Non sarà un caso: La Scala rappresenta l’incontestato tempio operistico nel mondo, senza timore di competizioni. Non esistono strutture al suo livello per fama e tradizione. Soprani, contralti, tenori, baritoni trovano qui la conferma del loro talento. E talvolta ne divengono l’icona.

In epoca moderna a perpetuare fasti mai cessati spicca il nome di Maria Callas, e per la voce e per il personaggio.

1.Callas

Nata Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou (New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977), studiò ad Atene dal 1939 al 1945 e intraprese la carriera internazionale a partire dai tardi anni quaranta.
 Dotata di un timbro unico per volume, estensione e coloratura, riportò in auge il repertorio italiano del primo Ottocento, da lei interpretato con passionalità drammatica vocale e teatrale. Bell’esempio di canto di bravura, rientra a pieno titolo nella definizione di soprano drammatico d’agilità in senso lato.
Il suo straordinario talento di soprano e interprete, il successo artistico e mediatico, il mito costruito attorno a lei, le valsero l’appellativo di Divina. Come Maria Malibran e Giuditta Pasta riuscì a estendere la gamma ai suoni più acuti a completamento della pienezza delle note gravi.
Attiva in Grecia nel periodo 1937-1945, calcò le scene statunitensi dal 1945-1947 e nel 1947 giunse In Italia dove incontrò l’imprenditore Meneghini, suo futuro marito. I nomi lirici più noti al tempo erano Tebaldi, Simionato, Del Monaco, Di Stefano. La consacrazione di Callas avvenne nel 1948-1950, quando fu osannata a Venezia, Roma, Firenze, Torino. E alla Scala, che negli anni d’oro (1951-1957) aveva come sovrintendente

2.Callas.

Ghiringhelli, mai in buone relazione con lei.
 Un notevole cambiamento avvenne tra il 1952 e il 1954, quando un drastico calo di 38 chili ridusse il peso da 92 a 54 che, distribuiti su un’altezza di 172 cm, le conferirono una silhouette degna delle modelle di Biki, sua stilista preferita. Era pronta per assurgere a stella della mondanità, come dimostrerà il legame con Onassis, incontrato nel 1959. Nel 1966 Callas rinunciò alla doppia nazionalità statunitense e italiana per ottenere quella greca, forse per indurlo al matrimonio, ma lui le preferì Jackie, vedova di John Kennedy.
Il declino della voce appare già evidente nel 1958, data d’inizio di un periodo tormentato, interrotto nel 1966 dall’interpretazione nel film Medea di Pasolini. Alla stagione 1973-1974 risale l’ultima tournée, con Giuseppe Di Stefano. Maria Callas morì nella casa di Parigi, in angosciosa solitudine, stando al film di Zeffirelli.

Al mondo della lirica appartiene anche Giuseppina Maria Camilla Grassini, o Josephina (Varese, 18 aprile 1773 – Milano, 3 gennaio 1850), contralto debuttante nel mondo dell’opera a Parma nel 1789.

3.Grassini

L’anno seguente fu alla Scala di Milano in tre opere buffe che non ebbero grande successo, il che la indusse a dedicarsi ai ruoli drammatici.
 A partire dal 1792 Giuseppina tornò pienamente attiva nei teatri di Vicenza, Venezia, e di nuovo a Milano, Napoli e Ferrara. Il suo anno di gloria fu il 1796 grazie alla creazione di due ruoli a tutt’oggi famosi: la protagonista dell’opera Giulietta e Romeo e Orazia in Gli Oriazi e i Curiazi.
 Non aliena alle avventure amorose, la Grassini incantò Napoleone Bonaparte e lo seguì come amante a Parigi. Qui si esibì in alcuni concerti, per poi recarsi in tournée nei Paesi Bassi e in Germania (1801), e rientrare in Italia. Nel 1804-5 fu a Londra e nel 1806 tornò a Parigi, dove venne nominata Prima cantante di Sua Maestà l’Imperatore. Nuovamente chiamata al King’s Theatre di Londra, intrecciò una relazione con il nemico giurato di Napoleone, il duca di Wellington. Seguì un breve soggiorno a Roma, poi a Parigi durante i Cento giorni dell’epilogo napoleonico e anche dopo la Restaurazione (il Duca di Wellington era stato nominato ambasciatore britannico a Parigi). Ma dovette lasciare la Francia per volere di Luigi XVIII, poco propenso ad accettare la popolarità di un’ex-amante del Bonaparte.
Rientrata quindi definitivamente in Italia, calcò le scene a Brescia, Padova, Trieste, Firenze e nel 1817 nuovamente alla Scala, ma con minore successo.

RIDOTTA_4.Giuseppina_Grassini

La sua carriera si concluse nel 1823 a Milano, dove morì dopo anni di insegnamento, avendo tra le sue allieve Giuditta Pasta. 
Giuseppina Grassini, una delle più grandi cantanti liriche a cavallo tra Settecento e Ottocento, aveva una voce di contralto, del genere che oggi rientrerebbe nella categoria mezzosoprano. Malgrado la limitata estensione vocale, brillava per sonorità e volume, oltre che per la notevole flessibilità e le doti interpretative, ben esaltate dalla bellezza. Avversa alla tendenza che preferiva i superacuti fini a se stessi, simboleggiò la passione e il vigore della stagione aurea bisecolare del canto lirico.

Allieva della Grassini e attiva in un periodo subito successivo fu Giuditta Angiola Maria Costanza Pasta, nata Negri (Saronno, 26 ottobre 1797 – Como, 1o aprile 1865), mezzosoprano e soprano tra le maggiori celebrità operistiche del XIX secolo, alla pari con Maria Malibran.

RIDOTTA_5.GiudittaPasta

Interessatasi precocemente alla musica, studiò solfeggio e canto privatamente. Nel 1813, raggiunta l’età minima necessaria, si iscrisse al Conservatorio di Milano, dove rivelò subito un eccezionale talento. Il debutto come professionista avvenne nel 1815 al Teatro Filodrammatici di Milano. Fu un’infelice esibizione, tuttavia seguita l’anno dopo da uno straordinario successo a Parigi.
 Nel 1817 era a Londra, dove ancora una volta ebbe un debutto scoraggiante, il che non le impedì di rispettare coscienziosamente gli impegni presi. Soltanto la gravidanza poté costringerla a ritirarsi temporaneamente dalle scene. A marzo nacque la figlia Clelia e a settembre ricominciò l’attività al Teatro San Benedetto di Venezia.
Nel biennio 1818-20 Giuditta si esibì a Padova, Roma, Brescia, Trieste, Torino, Venezia, collaborando con la grande Giuseppina Grassini. Nel 1819 cantò al Théâtre-Italien di Parigi e l’anno successivo al Teatro La Fenice di Venezia, per tornare tra il 1821 e il 1823 a Parigi con un vasto repertorio, contesa non solo dai teatri Odéon e Opéra, ma anche dall’aristocrazia.
Seguirono tournée al Teatro Regio di Torino e nel biennio 1824-25 a Londra e Parigi. Nel 1826, oltre agli impegni con Parigi e Londra, vi fu lo strepitoso successo al Teatro San Carlo di Napoli. E poi la Pasta sarà ancora a Londra e al Teatro Comunale di Bologna nel 1829, anno in cui, dopo circa tre lustri come contralto, passò al registro di soprano, esordendo a Vienna. Nel frattempo si esibiva con frequenza a Milano, dove soggiornava nell’attuale via Montenapoleone. Sempre nel 1829 ricevette il titolo di Illustrissima cantatrice di S.M.I.R.A. (Sua Maestà Imperial Regia Apostolica).

 RIDOTTA_6.PastaNel 1830 Donizetti scrisse per lei l’opera Anna Bolena, soggiornando a Blevio, ospite della stessa Pasta, che contribuì alla composizione con preziosi suggerimenti. 
L’incontro tra la Pasta e il Bellini fu fondamentale per entrambi: la cantante trovò nel giovane musicista l’unico capace di metterne in risalto le doti, mentre Bellini trovò l’interprete ideale, l’unica che grazie ai ricchi mezzi vocali soddisfacesse pienamente la sua verve creativa e sperimentale. Dopo una serie di esibizioni, tra cui alcune infelici alla Scala nella Norma, a causa di scemate prestazioni vocali che con uno sforzo quasi sovrumano era sempre riuscita a dominare, si ritirò dalle scene. Ma nel 1837, dopo due anni di riposo, riprese l’attività in Gran Bretagna e a Parigi. Cantò per l’ultima volta opere complete in una tournée in Russia nel 1841, dove a San Pietroburgo e Mosca interpretò Norma, Semiramide e Anna Bolena.

Nel 1848 appoggiò da Blevio i patrioti italiani durante i moti rivoluzionari delle Cinque giornate di Milano e, avuta notizia della vittoria degli insorti, il 22 marzo piantò la bandiera tricolore sul colle di Brunate e intonò l’inno dell’Italia libera.
La sua ultima esibizione risale al 1851, quando cantò in un concerto alla Royal Opera House con Teresa Parodi, sua allieva.

La sua era stata una storia di studio accanito che le aveva permesso di valorizzare la voce, inizialmente limitata, debole e disomogenea, fino a raggiungere una eccezionale sonorità, coloratura, duttilità ed estensione. Il suo stile ampio e aulico fu definito da Bellini «sublime tragico». I motivi del precoce declino vocale sono da ricercare nella transizione dal registro di contralto a quello di soprano, che la sottoposero a duro sforzo. Come attrice possedeva una notevole presenza scenica, ottime doti recitative, straordinaria musicalità e forte temperamento drammatico.

A scavalcare il XIX secolo sconfinando in epoca moderna ci guida Adelina Patti (Madrid, 19 febbraio 1843 – Craig-y-Nos, 27 settembre 1919).

7.AdelinaPatti

Nata in Spagna e cresciuta negli Stati Uniti da famiglia italiana, è inscritta nella storia operistica come uno dei più grandi soprani di coloratura del Novecento. Ultimogenita di un padre tenore e di una madre soprano, Adelina non fu l’unica dei loro figli a seguire la carriera artistica: le sorelle maggiori Carlotta (1835-1889) e Amalia (1831-1915, sposata al pianista Maurice Strakosch) divennero stimate cantanti, mentre il fratello Carlo (1842-1873) fu violinista e direttore d’orchestra. La formazione canora di Adelina si deve al fratellastro Ettore e al cognato Maurice Strakosch. La sua prima apparizione pubblica del 1852 fu

seguita da numerose tournée negli Stati Uniti e a Cuba, ma il vero e proprio debutto operistico, lodato dalla critica, avvenne il 24 novembre 1859 all’Academy of Music Opera House di New York. Si recò poi con il padre a Londra, dove il 14 maggio 1861 debuttò al Covent Garden, riscuotendo notevole successo. Cantò ad ogni stagione del Covent Garden fino al 1884 e passò quindi in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio. Nel novembre 1861 era al Théâtre Italien di Parigi. In Italia partecipò alla stagione 1865-66.
Nel 1862 si era esibita alla Casa Bianca commuovendo Abramo Lincoln e la moglie (in lutto per la recente perdita del figlio Willie) con il brano Home! Sweet Home! che divenne uno dei suoi bis più frequenti, insieme alla canzone popolare Comin’ Thro’ the Rye.
Nel 1868 cantò ai funerali solenni di Rossini nella Chiesa della Trinité a Parigi. La sua carriera proseguì di successo in successo, negli Stati Uniti, in Europa, in Russia e in Sud America, suscitando ovunque l’entusiasmo del pubblico e della critica, grazie anche all’aspetto fanciullesco che le conferiva un’ottima presenza scenica. Sua celeberrima antagonista fu l’ungherese Etelka Gerster.
La Patti non amava sperimentare e nel programma dei suoi concerti includeva invariabilmente le stesse arie. Tuttavia fu un’attrice convincente in ruoli patetici e quando la sua voce maturò, si cimentò in ruoli di maggior peso. Nel 1885 giunse a interpretare Carmen al Covent Garden, raccogliendo uno dei rari insuccessi della sua carriera.
Si sposò tre volte: nel 1868 con il marchese di Caux, da cui divorziò nel 1885; nel 1886 a Londra con il tenore Ernest Nicolini, che fu suo compagno anche sulla scena e che morì nel 1898; nel 1899 con il barone svedese Rolf Caderström, di 27 anni più giovane.
 A lei è dedicato un cratere di 47 km di diametro sul pianeta Venere.

8.Patti

Dotata di una voce non potente ma limpida e di splendido timbro nonché di straordinaria estensione e agilità, fu una delle più autentiche dive teatrali del suo tempo e come tale si concesse ogni genere di libertà nell’adattare gli spartiti ai suoi mezzi vocali. Pare che un giorno, esercitandosi nell’aria del “Barbiere di Siviglia” Una voce poco fa accompagnata al pianoforte dall’anziano Rossini, la modificasse con una tale quantità di abbellimenti che il musicista le chiese con ironia chi ne fosse l’autore.
Ritiratasi in un grandioso castello di sua proprietà presso Craig-y-Nos, in Galles, la Patti continuò ad esibirsi privatamente nel piccolo teatro del palazzo. Tra il 1903 e il 1906, ormai sessantenne, decise di incidere con la Gramophone Company. Ne nacque una ventina di pezzi, che spaziavano dalle arie d’opera alle canzoni popolari inglesi di fine Ottocento e mostravano come, nonostante l’età, la sua voce rimanesse duttile e armoniosa.

Sempre in campo musicale, ma di tutt’altro registro, raggiunse la fama Milly (nata Carla Mignone: Alessandria, 26 febbraio 1905 – Nepi, 22 settembre 1980), segnalatasi non solo come cantante, ma anche come attrice. Oggi è considerata l’emblema della milanesità.

RIDOTTA_9.Milly

Allevata dalla madre, dopo l’abbandono del padre nel 1910, inizia a lavorare adolescente nel Teatro Fiandra della sua città, dove debutta come cantante nel 1925. Forma poi un trio con la sorella Miti e il fratello Totò, esibendosi nell’avanspettacolo e nella rivista. In quel periodo frequenta il principe Umberto II di Savoia.
Lavora come soubrette e recita in operette al Teatro Lirico di Milano nel 1931 ed al Teatro Reinach di Parma nel 1932. Il trio familiare si scioglie quando la sorella Miti sposa il regista Mario Mattoli, che nel 1934 arruola Milly per il film Tempo massimo. Il cinema non è per lei un’esperienza nuova, perché il debutto era avvenuto due anni prima, in 5 a 0 di Mario Bonnard. Mattoli la chiamerà poi a fianco di Vittorio De Sica in Amo te sola.
In contemporanea Milly incide i primi 78 giri e ottiene un buon successo soprattutto nel 1929 con Stramilano.
Dopo un periodo trascorso in America, nel dopoguerra s’impone nel teatro impegnato e drammatico con L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht, allestita dal Piccolo di Milano per la regia di Giorgio Strehler.

10.Milly

Nel 1962 è protagonista, insieme a Enzo Jannacci e Tino Carraro, dello spettacolo Milanìn Milanon.
 Nel 1964 incide la canzone Autunno a Milano, quindi inserisce nel repertorio brani dei cantautori emergenti (Jannacci, De André, Svampa, ecc.). 
Spesso ospite in televisione come interprete di motivi degli anni Venti, Trenta e Quaranta, affianca spesso Mina (sua futura discografica per la PDU) ed è ospite fissa a “Studio Uno” (1965) di Antonello Falqui, con una rubrica di canzoni famose tra le due guerre mondiali, talvolta in duetto con Lelio Luttazzi e nelle medley di chiusura di ogni puntata. Il suo leit motif “come nei mille, mille, mille, ritornelli di Milly” rievocava i testi d’amore del passato che lei stessa presentava in una breve introduzione. Continuavano intanto gli spettacoli e il cinema. È del 1970 Il conformista, per la regia di Bernardo Bertolucci. L’ultimo recital di Milly avviene a Palermo il 3 agosto 1980, poco prima della morte.

Teatro, radio e cinema furono anche i campi d’azione di Maria Melato (Reggio nell’Emilia, 16 ottobre 1885 – Lucca, 24 agosto 1950), attrice, portata alla recitazione sin dall’infanzia, figlia del maestro di scherma Silvio Melato e della nobildonna Elisa Friggieri.

RIDOTTA_11.Melato

Cominciò la sua variegata carriera artistica nella compagnia Berti-Masi (1903), poi come amorosa nella compagnia di Teresa Mariani e Vittorio Zampieri. Successivamente fu prima attrice giovane nella compagnia di Irma Gramatica e Flavio Andò. Ma la vera maturazione avvenne sotto la guida di Virgilio Talli, il più importante capocomico di allora. Rimase con lui dal 1909 al 1921, componendo con Annibale Betrone e Alberto Giovannini una famosa triade: fino al 1918 con un repertorio classico, in seguito sperimentando testi più attuali e di moderna problematica come quelli di Luigi Pirandello, Rosso di San Secondo, Massimo Bontempelli, Gabriele D’Annunzio.

La Melato si cimentò anche in pellicole cinematografiche, purtroppo oggi perdute. Nel 1921 divenne capocomica con Bentrone e iniziò un periodo di fervore artistico a tutto tondo, occupandosi di regia, adattamento dei testi, formazione degli attori, ideazione dei costumi. Dal 1922 in poi fondò diverse compagnie teatrali; nel 1923 e 1925 portò i suoi spettacoli in America Latina con grande successo; nel 1927 trionfò al Vittoriale nell’interpretazione di La figlia di Jorio di D’Annunzio. Negli anni Trenta dovette tornare a temi e autori più tradizionali, formando una compagnia propria ancora con Bentrone e con la regia di Luigi Carini.

12.Melato

Accostata dai suoi ammiratori alla Duse per la tensione emotiva e per la sensibilità esasperata, possedeva un registro vocale che la induceva a compiacimenti fonici, quasi con modulazioni da cantante. In seguito alle vicissitudini della guerra, l’attrice, ormai sessantenne, cominciò a perdere terreno; non le rimasero che alcune recite di secondo piano e il lavoro radiofonico. Si congedò dalle scene nel 1948 per poi ritirarsi in Versilia. Morì il 24 agosto 1950 a seguito di una brutta caduta dal treno mentre si accingeva ad andare a Torino per una trasmissione radiofonica.




ROMA – Appello dei No Triv per il referendum. Coinvolti anche i centri sociali

“Il 30 Settembre scorso è accaduto qualcosa di unico e straordinario nella storia dell’Italia Repubblicana: la pressione esercitata da oltre 200 associazioni, comitati, movimenti territoriali e personalità della cultura e delle scienze, che danno lustro al nostro Paese, ha spinto le Assemblee di metà delle Regioni italiane a deliberare, in modo pressoché unanime e trasversale, la richiesta di sei quesiti referendari contro le trivelle in mare e su terraferma.
Superato positivamente il duplice controllo della Cassazione e della Corte Costituzionale, i cittadini potranno così riappropriarsi del diritto, spesso negato, di decidere di se stessi e del futuro dei rispettivi territori.
Con il deposito in Cassazione delle istanze referendarie, le 200 associazioni firmatarie dell’appello alle Regioni possono rivendicare, con orgoglio, di aver raggiunto un primo prezioso obiettivo: una volta ritenuto ammissibile, il referendum dovrà essere celebrato nella primavera del 2016, a meno che – cosa alquanto improbabile – il Governo decida di abrogare le norme oggetto dei quesiti.
Siamo arrivati fin qui perché le politiche governative, tese a riaccentrare nelle mani dello Stato la potestà energetica ed ogni facoltà che ne derivi (ne sono palesi esempi lo “Sblocca Italia” e la ormai imminente revisione del Titolo V della Costituzione), hanno di fatto spogliato i territori di ogni possibilità di autodeterminazione, relegandoli a meri esecutori di strategie ambientali spesso preistoriche.
I quesiti referendari hanno, così, questo preziosissimo scopo: pur non potendo da soli risolvere l’intera questione legata alle trivellazioni petrolifere (che interessa anche le acque non territoriali, i Paesi transfrontalieri, la legislazione europea, ecc.), mirano ad una ridefinizione complessiva del rapporto Stato-Regioni e ad evitare che alcuni procedimenti di VIA, accelerati in questi giorni nella nuova “era fossile”, giungano a rapido compimento nonostante il parere contrario, diffuso e pressoché unanime, delle popolazioni territorialmente interessate.

Proprio la gravità della situazione di alcuni procedimenti, ormai prossimi ad approdare allo stadio di permesso o di concessione, ci ha costretti a chiedere alle Regioni di approvare una Legge che inibisca ogni attività legata agli idrocarburi nel limite delle 12 miglia marine dalle linee di costa e dalle aree naturali protette. Sintomo di una situazione ormai indifferibile.

Proprio per queste ragioni -ne siamo consapevoli tutti- il referendum non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. Ha necessità di consolidarsi, mettendo radici profonde nella coscienza collettiva del Paese, attraverso un percorso chiaro, condiviso e partecipato, in cui il ruolo di motore e di guida deve restare saldamente in mano ai movimenti, alle associazioni e ai comitati.

Come già accaduto nel recente passato, è importante che a concorrere al raggiungimento dell’obiettivo finale siano chiamati, avvertendone la responsabilità, anche altri soggetti, ciascuno nel rispetto di ruoli e funzioni:
– le Regioni, in un regionalismo fedele allo spirito della Costituzione, che restituisca loro un ruolo strategico di “collegamento” tra Stato e periferie, in un rinnovato ed autentico rapporto con i territori;
– il mondo dell’Associazionismo tutto, per riaffermare il diritto alla partecipazione dal basso alle scelte che interessano noi tutti e per inaugurare una nuova stagione di solidarietà ed emancipazione politica e culturale;
– le forze politiche, chiamate trasversalmente a sostenere la campagna referendaria contro le trivelle e a farsi portatrici, operose e concrete, delle istanze nei luoghi della rappresentanza;
– le organizzazioni sindacali dei lavoratori che vogliamo al nostro fianco per ribadire la necessità di un cambiamento profondo nella struttura economica e sociale del nostro Paese, e dell’indifferibilità di un processo di riconversione ecologica del sistema produttivo;
– le associazioni degli operatori economici dei settori del turismo, della pesca, dell’agricoltura e della zootecnica che, destinati a soccombere in caso di trasformazione in distretti minerari di vaste aree del Paese, hanno più di un motivo per reclamare un futuro più “green” della nostra economia;
– gli operatori del mondo della scuola, formatori delle menti del futuro sulle cui capacità di inventiva e sulla cui operosità facciamo affidamento, malgrado e contro la “Buona Scuola”, per il definitivo superamento delle storture e delle gravi ingiustizie dell’attuale sistema economico-sociale;
– alle donne ed agli uomini del mondo della scienza e della cultura, a cui chiediamo di tener sempre vivo il fuoco del desiderio di conoscenza critica, rinnovata consapevolezza ed operosità, senza il quale nessuna transizione energetica potrà mai aver luogo.

Il referendum può fare breccia nel cuore e nelle menti di un Paese spesso “distratto” solo a patto che tutti questi soggetti comprendano la portata storica degli equilibri da ridefinire e diventino protagonisti di questo percorso. SE REFERENDUM SARA’, IL REFERENDUM SARA’ DI TUTTI.

Ci attende una lunga stagione di impegno e passione: c’è molto ancora da fare!
Il traguardo è ambizioso, impegnativo ma a portata di mano: salvo pronunciamenti sfavorevoli da parte della Cassazione e della Corte Costituzionale, dovremo dimostrarci capaci di portare alle urne la metà più uno delle Italiane e degli Italiani aventi diritto al voto.
E’ giunto il momento di incontrarsi, confrontarsi e discutere sulle scelte operative e sui prossimi passi da compiere.

Incontriamoci dunque domenica 8 novembre, dalle ore 10:00 fino alle ore 17:00 circa, a Roma, presso lo storico “Parco delle Energie” (Centro Sociale ex-SNIA, in Via Prenestina 173), per iniziare questo splendido percorso.
Vi invitiamo a condividere il presente invito con chiunque voglia diventare protagonista di questo percorso e a comunicare all’indirizzo di posta elettronica referendumnotriv@gmail.com la partecipazione all’Assemblea Nazionale di domenica 8 novembre.”

LOCANDINA




GERMANIA – Quattrocentonovanta attacchi contro i centri di accoglienza. I tedeschi si schierano contro la Merkel

Le rivolte contro i profughi sono in crescita, tanto da preoccupare la Cancelliera e il governo federale tedesco. Il ministro dell’Interno Thomas De Maizière ha lanciato  l’allarme sulle violenze contro i migranti che si stanno moltiplicando in Germania.

Dall’inizio dell’anno sono stati 490 gli attacchi registrati contro i centri di accoglienza, in alcune situazioni sono anche stati dati alle fiamme interi campi profughi. In un’intervista diffusa dai quotidiani tedeschi del gruppo Funke, esprimendo la propria preoccupazione, il ministro ha precisato che due terzi dei responsabili sono “residenti nella regione, che non avevano mai commesso prima atti illegali”. Insomma, una rivolta che non interessa criminali, ma persone comuni preoccupate dall’arrivo incondizionato di stranieri.
“Si tratta di una vergogna per la Germania“, ha sottolineato il ministro, che li considera “delitti inaccettabili”. Ma non è tutto. Perché oltre alle rivolte dei cittadini tedeschi ci sono anche incidenti continuano peraltro ad essere registrati all’interno dei campi di accoglienza:  a Schwerin, nella parte orientale della Germania, è scoppiata una rissa tra un gruppo di siriani e uno di afgani. Ieri, invece, in un centro ad Amburgo i rifugiati iracheni ed eritrei si erano azzuffati. La polizia era stata costretta a inviare 15 veicoli sul posto insieme a tanti agenti per riuscire a riportare la situazione alla calma.
Intanto anche sul piano politico la decisione della Merkel di aprire le porte ai migranti ha scatenato reazioni a catena. Dopo aver fortemente criticato la Cancelliera nei giorni scorsi, il presidente della Baviera Horst Seehofer ha annunciato che presenterà ricorso alla Corte Costituzionale per far imporre la limitazione degli arrivi dei profughi, se non ci penserà lo Stato federale.
Senza contare poi che i lettori della Bild hanno dichiarato con un sondaggio che sui profughi la pensano come il bavarese Horst Seehofer: nel 90% bocciano la politica di accoglienza di Angela Merkel, appoggiata solo da un 10%. Al sondaggio hanno risposto 344.256 lettori.




SIRIA – Le ong segnalano: “129mila civili in fuga dai raid russi”

Non si arresta l’offensiva russa in Siria, con circa 130mila civili in fuga dai raid aerei del Cremlino.

A fianco dei russi si trovano forze iraniane e i siriani fedeli al governo di Assad, che operano nelle regioni centro settentrionali del Paese, tra Hama, Idlib e Aleppo.

La cifra è stata fornita da una piattaforma di 47 ong internazionali che operano al confine tra Siria e Turchia. Il Forum delle ong basato a Gaziep (Turchia) e riconosciuto dall’Onu segnala un “significativo aumento della frequenza e intensità dei bombardamenti aerei”, specificando però che: “i raid continuano a prender di mira aree dove c’è un’altra concentrazione di civili.”

“Scuole, ospedali e mercati sono a rischio – prosegue il comunicato – Nei giorni scorsi sono stati colpiti anche dei centri sanitari. I combattimenti sul terreno – prosegue il comunicato – hanno causato nuovi rischi per i civili, destabilizzando zone che erano state relativamente stabili e sicure. Questa nuova realtà ha costretto almeno 129mila civili a fuggire da Aleppo, Idlib e Hama”.

Il Cremlino intanto ha smentito un rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani che denunciava l’uccisione di 59 civili – tra cui 33 bimbi – nel corso dei raid delle forze russe.

Un appello per la pace in Medio Oriente è stato lanciato da Papa Francesco: il Sommo Pontefice ha pregato perché particolarmente i cristiani possano restare in quelle terre senza esserne scacciati da guerre e persecuzioni.




THAILANDIA – Stretta Ue sulla pesca illegale: 8mila pescherecci a riva

I controlli di Bangkok imposti dall’Unione Europea hanno rivelato migliaia di imbarcazioni fuori norma. La Thailandia ha una settimana di tempo per mettere in regola il settore, pena il bando delle importazioni nel vecchio continente. Il peschiero occupa 300mila persone, migliaia delle quali rischiano di perdere il lavoro.
Più di 8mila pescherecci thailandesi rischiano di vedersi negata l’autorizzazione alla pesca, in seguito ai controlli effettuati negli ultimi mesi dal governo per combattere la pesca illegale. In 22 provincie del Paese, sono state trovate migliaia di imbarcazioni con numero di registrazione invalido, permesso scaduto, o altri parametri fuori norma. Se tutti i pescherecci dovessero essere banditi, sarebbe un colpo durissimo per l’industria peschiera thailandese, settore che occupa circa 300mila persone.
I controlli delle autorità fanno seguito al “cartellino giallo” che l’Unione Europea ha inflitto a Bangkok lo scorso aprile, minacciando di sospendere le importazioni di pesce se la Thailandia non fosse riuscita, entro sei mesi (cioè entro fine ottobre), a raggiungere precisi standard di regolamentazione della pesca volte a diminuire l’illegalità e favorire la tutela dell’ambiente. Le azioni richieste al governo comprendono la registrazione delle barche, l’istallazione di sistemi satellitari in grado di tracciare il percorso dei pescherecci, la costruzione di centri per il controllo della pesca, l’aumento dei controlli del pescato nei porti.
Le misure restrittive imposte dall’Unione Europea hanno scatenato la rabbia dei pescatori, che a migliaia hanno scioperato per giorni lo scorso luglio in 22 provincie. La messa in pratica delle regolamentazioni, infatti, aveva impedito alla maggioranza dei pescatori di entrare in mare, per paura di essere fermati dalla polizia. La pena massima per i possessori dei pescherecci sono tre anni di prigione. Per solidarietà, anche molti pescatori in regola si sono rifiutati di prendere il mare, creando il caos nel settore.
Gli esiti dei controlli sui 40mila pescherecci registrati al Thailand’s National Shippers’ Council, sono stati resi noti  da Kamolsak Lertpaiboon, segretario della Thai Fisheries Association. Le licenze di 8.024 pescherecci che operano nel Golfo della Thailandia e nel Mare delle Andamane saranno revocate se i pescatori non agiranno entro breve. Secondo Lertpaiboon, la maggior parte delle imbarcazioni fuori regola non pescano in acque thailandesi ma indonesiane e malaysiane.
L’Unione Europea annuncerà a dicembre se la Thailandia sia da inserire nella lista nera (con conseguente blocco delle importazioni) o se Bangkok avrà mostrato sufficiente collaborazione.
La Thailandia è il terzo esportatore di pescato al mondo: l’anno scorso il mercato ha raggiunto i tre miliardi di dollari. Il giro d’affari con l’Europa ammonta tra i 575 e i 730 milioni di euro l’anno




NEPAL – Bidhya Devi Bhandari è la prima presidente donna

Bidhya Devi Bhandari è  la prima presidente donna del paese: ha ottenuto 327 voti dal parlamento, contro i 214 del suo avversario. Il presidente in Nepal ricopre un ruolo perlopiù cerimoniale, mentre il primo ministro è il capo politico del paese. Bhandari fa parte del partito comunista di Khadga Prasad Oli, che è primo ministro dall’11 ottobre di quest’anno, e si batte da tempo per i diritti delle donne nel paese. Bhandari è la seconda persona a ricoprire il ruolo di presidente del Nepal, da quando il paese è diventato una repubblica parlamentare: prima era una monarchia retta dal re Gyanendra.




KABUL – Centri antiviolenza italiani in cooperazione con l’Oms

Kabul negli anni Settanta trasudava colori e multietnicità, le donne erano libere di indossare minigonne e tacchi senza dover relegare la loro femminilità all’interno dei confini asfissianti di un burqa. Erano libere di studiare e di sognare un futuro degno delle loro aspettative, prima che i talebani togliessero loro tutto,persino la dignità. Le foto degli anni Settanta, documentano con eloquenza i diritti violati di un popolo che basito, non riesce a risollevarsi.
In questo panorama grigio e algido, il progetto della Cooperazione Italiana, in collaborazione con l’OMS risulta essere una boccata d’ossigeno, sopratutto nei confronti delle donne, infatti è stato concepito con l’obiettivo di creare dei luoghi in cui le donne vittime di violenze potranno rivolgersi senza il timore di rischiare d’essere punite con la lapidazione. Le utenti saranno seguite da personale qualificato,ogni singolo intervento sarà analizzato e seguito fino alla risoluzione dei casi, affrontandoli anche con un approccio diretto alla giustizia. Il programma avrà la durata di cinque anni e coprirà un raggio d’azione di sette province: Kabul, Badakshan, Balkh, Bamyan, Nangharar. Herat e Parwan. Questa ed altre iniziative, come quella di alcune ragazze afghane che ogni giorno attraversano il paese in sella alle loro bici, pedalando contro un sistema autoritario, pronte a rischiare la loro vita lottando contro i pregiudizi, creano uno spiraglio di luce contro i diritti violati. La storia di queste donne diverrà il tema principe di un documentario chiamato Afghan cycles e diretto dalla regista Sarah Menzies.




“Denunciare è un atto di democrazia”. Tiberio Bentivoglio a “Diritti per le nostre strade”

“Reggio libera Reggio” è l’associazione fondata dall’imprenditore antimafia di Reggio Calabria, Tiberio Bentivoglio (62 anni), che da 23 anni si ribella al pizzo dell’ndrangheta reggina. L’emporio di articoli sanitari “S. Elia” , nel quartiere Candela di Reggio Calabria, ha subito dal 1992, diversi furti e incendi e, nel 2003, un attentato dinamitardo. Il 3 febbraio 2011, Bentivoglio è sopravvissuto a un tentato omicidio, intimidazioni e violenze per aver rifiutato il compromesso con le cosche  e per aver denunciato il racket. Una vicenda di ostinata resistenza e di impegno civile.

L’ultima relazione semestrale della Dia, organo investigativo del Ministero dell’Interno, indica i loro nomi e le loro zone di influenza. La Dia fa sapere che nel secondo semestre 2013 alcune collaborazioni tra famiglie, anche di diversi mandamenti, hanno smussato qualche contrasto e vecchio rancore. Mentre la necessità di proiettarsi fuori regione ha indotto l’intera organizzazione a concorrere con altri gruppi criminali di ‘ndrangheta, camorra o Sacra Corona Unita per trovare appoggi. Il traffico di droga si conferma business in crescita, anche in considerazione dei maggiori rischi legati all’attività estorsiva, sempre molto praticata in provincia ma non più agevole, considerata la maggiore propensione degli imprenditori a denunciare le vessazioni subite. Di seguito la mappa dei principali gruppi criminali che operano in  Calabria.

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Il commerciante calabrese, testimone di giustizia, ha preso parte alla conferenza “Diritti contro le mafie. Legalità, coraggio, coerenza, dignità” organizzato dall’Associazione per la Pace tra i popoli, dal progetto “Diritti per le nostre strade” e da Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti.

Vi invitiamo a partecipare alle altre iniziative che in questi mesi organizzeranno  a Borgo Nuovo, presso la sede dell’Associazione per la pace tra i popoli (Casa della Pace “Filippo De Girolamo”, via Enna 12 – Verona):
> venerdì 30 ottobre, ore 20.45: condividendo con gli amici di Self Help le possibili forme di riscatto dall’impoverimento sociale, relazionale e di diritti;
> sabato 28 novembre, ore 16.30: riflettendo con Angela Milella di povertà educativa, impoverimento della scuola e precarietà dei docenti.

I 12 principi fondativi  delineano l’orizzonte ideale del progetto “Diritti per le nostre strade”:
– fare rete: ossia allargare la rete di individui e gruppi che intendono sostenere attivamente e convintamente questo progetto, anzi, questo “processo” di trasformazione sociale in direzione dignità e diritti; evitando così aggregazioni spurie, vuote melasse e cartelli inconcludenti;
– fare inchiesta sociale: ossia trovare le motivazioni profonde e definire i precisi criteri di valore attraverso cui indagare la realtà, svelando lo stato effettivo dei diritti presenti nei differenti regimi di legalità;
– fare senso comune: ossia lavorare al diffondersi di un immaginario, un vocabolario ed un clima accogliente dei diritti, a partire dai diritti sociali, dai diritti degli ultimi e ostinatamente contro gli imperativi della competizione ad oltranza e della guerra tra poveri;
– fare autocritica: ossia ripensare le proprie prassi professionali e comportamentali al di là di una mera evidenza della prestazione e della capacità tecnica, e, al contrario, secondo ben diversi principi di giustizia e dignità;
– fare vertenza: ossia rilanciare alla sfera pubblica, istituzionale, politica il ruolo e la responsabilità di decisioni che investono le vite di tutti, rifiutando così l’auto-commiserazione e pure l’auto-colpevolizzazione dilaganti ed anzi rivendicando il diritto di critica.

Il “Manifesto dei diritti”, oltre al ruolo simbolico e pratico appena conosciuto, presenta un ulteriore significato, visto che si inserisce all’interno di una più articolata serie di strumenti di lavoro di prossima pubblicazione. E’  infatti il primo di tre strumenti di lavoro realizzati all’interno del Laboratorio permanente sui diritti lungo  tre principali assi di intervento: diritti, legalità, cittadinanza. Questi tre strumenti sono:

#1- Orizzonti: IL MANIFESTO DEI DIRITTI
#2- Mappe: REGIMI DI LEGALITA’
#3- Bussole: REGIMI DI CITTADINANZA
Essi consentono sia di dare voce ed espressione teorica a quanto emerso in questa prima fase di esplorazione dei vari “regimi di legalità”, sia di affrontare l’urgenza della trasformazione sociale, nel senso dell’emancipazione individuale e collettiva. E difatti il primo momento delinea il piano dell’affermazione ideale (“Orizzonti”), il secondo quello della negazione reale (“Mappe”), infine, il terzo, quello della prassi possibile di trasformazione sociale (“Bussole”). Saranno anche tre locandine/poster da appendere in giro e usare per suscitare il dibattito, mettersi d’accordo su parole, condividere riflessioni, progettare azioni coerenti ed efficaci.

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GIORDANIA – Accordi militari con Russia e Tunisia per le operazioni in Siria

Mentre si trova a Vienna per parlare con il segretario di Stato americano Kerry, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Mosca e Amman hanno stretto un accordo per coordinare le operazioni in Siria.

“Gli eserciti di entrambi i Paesi si sono accordati per coordinare le loro azioni in territorio siriano, fra cui quelle delle forze aeree” ha detto Lavrov che ha poi spiegato le basi dell’accordo. La cooperazione avverrà attraverso “un meccanismo di lavoro che avrà base ad Amman” in Giordania e al quale potranno aggiungersi altri paesi della regione.

Il nuovo accordo con la Giordiania fa parte della road map che ha in mente Mosca e cioè di lavorare per portare ad un processo politico che rispetti il comunicato di Ginevra del 2012: “Ciò prevede l’avvio di negoziati inclusivi con i rappresentanti del governo della Siria e con tutto lo spettro dell’opposizione, sia interna sia all’estero, con l’appoggio attivo di attori esterni” ha detto il ministro che ha poi concluso dicendo che la Russia: “partecipa agli sforzi per la creazione delle condizioni necessarie di questo processo”.

Anche Tunisia e Giordania hanno firmato due accordi di cooperazione nei settori militare, della sicurezza e della protezione civile, in occasione della visita ad Amman del presidente tunisino Beji Caid Essebsi. Lo rende noto un comunicato del Palazzo Reale giordano.

Essebsi e Abdallah II, informa il comunicato, hanno convenuto sulla necessità di sviluppare ulteriormente la cooperazione bilaterale anche nel campo delle nuove tecnologie, dell’energia, della sanità, dell’educazione e del turismo. Le relazioni commerciali tra Tunisia e Giordania sono stimate a circa 30 milioni di dollari all’anno.

I due leader hanno anche parlato dell’attuale situazione in Cisgiordania e della Spianata delle Moschee a Gerusalemme, della lotta al terrorismo e della crisi libica.

Essebsi, accompagnato dal ministro degli Esteri Taieb Baccouche, ha incontrato anche il premier giordano Abdullah Ensour. Tra i temi affrontati, la prossima sessione di incontri dell’Alta Commissione tuniso-giordana programmata per il mese di dicembre ad Amman.

COOPERAZIONE – Durante la visita in Giordania per partecipare alla conferenza mediterranea dell’Ocse il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione delle Unità protesiche fissa e mobile, allestite dall’Ong Icu, insieme al Centro “Our Lady of Peace for People with Disabilities” e finanziate dalla Cooperazione Italiana. La struttura fornisce gratuitamente protesi degli arti inferiori e servizi di riabilitazione fisica e psicosociale sia ai rifugiati siriani, sia ai cittadini giordani meni abbienti. All’evento hanno presenziato l’Arcivescovo cattolico di Amman, Maroun Laham, e il Ministro della Sanità, Ali Hyasat. Quest’ultimo ha espresso apprezzamento per l’impegno italiano a favore dei rifugiati siriani e delle comunità ospitanti giordane, e per i servizi che il Centro potrà fornire gratuitamente a numerose vittime di amputazione su tutto il territorio giordano.

Nell’Ambito del programma di emergenza AID 10249 a favore dei rifugiati siriani in Giordania (2014/2015) è stata dedicata una particolare attenzione al tema della disabilità. Il progetto eseguito dalla Ong Icu infatti è stato interamente dedicato alla assistenza ad adulti e bambini amputati presso due centri allestiti ad hoc nei governatorati di Irbid e Amman. Il progetto ha previsto la fornitura, adattamento e montaggio di 100 arti, un programma di riabilitazione fisioterapica e di supporto psicologico per gli amputati assistiti, la creazione e l’equipaggiamento di un centro protesico fisso e di uno mobile nonché corsi intensivi di aggiornamento per tre fisioterapisti e due psicologi dei centri di riabilitazione. Infine sarà organizzato l’inverno prossimo un evento sportivo multidisciplinare non competitivo per disabili ad Amman.

Nella seconda fase del programma AID 10249, in fase di avvio, la Ong Icu continuerà il lavoro di distribuzione protesi e il sostegno fisioterapico e psicologico ai beneficiari, aggiungendo ai servizi offerti la produzione e la distribuzione di protesi, assistenza riabilitativa e il reinserimento scolastico dei bambini che a causa della disabilità sono rimasti esclusi dalle opportunità di educazione per determinati periodi di tempo.